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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I LIBRI DELLA FAMIGLIA

Di: Leon Battista Alberti

PROEMIO DEL LIBRO TERZO

A FRANCESCO D'ALTOBIANCO ALBERTI
Messere Antonio Alberti, uomo litteratissimo tuo zio, Francesco, quanto nostro padre Lorenzo Alberti a noi spesso referiva, non raro solea co' suoi studiosi amici in que' vostri bellissimi orti passeggiando disputare quale stata fosse perdita maggiore o quella dello antiquo amplissimo nostro imperio, o della antiqua nostra gentilissima lingua latina. NÚ dubitava nostro padre a noi populi italici cosÝ trovarci privati della quasi devuta a noi per le nostre virt˙ da tutte le genti riverenza e obedienza, molto essere minore infelicitÓ che vederci cosÝ spogliati di quella emendatissima lingua, in quale tanti nobilissimi scrittori notorono tutte le buone arti a bene e beato vivere. Avea certo in sÚ l'antico nostro imperio dignitÓ e maiestÓ maravigliosa, ove a tutte le genti amministrava intera iustizia e summa equitÓ, ma tenea non forse minore ornamento e autoritÓ in un principe la perizia della lingua e lettere latine che qualunque fosse altro sommo grado a lui concesso dalla fortuna. E forse non era da molto maravigliarsi se le genti tutte da natura cupide di libertÓ suttrassero sÚ, e contumace sdegnorono e fuggirono e' ditti nostri e leggi. Ma chi stimasse mai sia stato se non propria nostra infelicitÓ cosÝ perdere quello che niun ce lo suttrasse, niun se lo rapÝ? E pare a me non prima fusse estinto lo splendor del nostro imperio che occecato quasi ogni lume e notizia della lingua e lettere latine. Cosa maravigliosa intanto trovarsi corrotto o mancato quello che per uso si conserva, e a tutti in que' tempi certo era in uso. Forse potrebbesi giudicare questo conseguisse la nostra suprema calamitÓ. Fu Italia pi˙ volte occupata e posseduta da varie nazioni: Gallici, Goti, Vandali, Longobardi, e altre simili barbare e molto asprissime genti. E, come o necessitÓ o volontÓ inducea, i popoli, parte per bene essere intesi, parte per pi˙ ragionando piacere a chi essi obediano, cosÝ apprendevano quella o quell'altra lingua forestiera, e quelli strani e avventizii uomini el simile se consuefaceano alla nostra, credo con molti barbarismi e corruttela del proferire. Onde per questa mistura di dÝ in dÝ insalvatichÝ e viziossi la nostra prima cultissima ed emendatissima lingua.
NÚ a me qui pare da udire coloro, e' quali di tanta perdita maravigliandosi, affermano in que' tempi e prima sempre in Italia essere stata questa una qual oggi adoperiamo lingua commune, e dicono non poter credere che in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in quella lingua latina molto a' bene dottissimi difficile e oscure, e per questo concludono la lingua in quale scrissero e' dotti essere una quasi arte e invenzione scolastica pi˙ tosto intesa che saputa da' molti. Da' quali, se qui fusse luogo da disputare, dimanderei chi apresso gli antichi non dico in arti scolastice e scienze, ma di cose ben vulgari e domestice ma' scrivesse alla moglie, a' figliuoli, a' servi in altro idioma che solo in latino. E domanderei chi in publico o privato alcuno ragionamento mai usasse se non quella una, quale perchÚ a tutti era commune, per˛ in quella tutti scrivevano quanto e al popolo e tra gli amici proferiano. E ancora domanderei se credono meno alle strane genti essere difficile, netto e sincero profferire questa oggi nostra quale usiamo lingua, che a noi quella quale usavano gli antichi. Non vediamo noi quanto sia difficile a' servi nostri profferire le dizioni in modo che sieno intesi, solo perchÚ non sanno, nÚ per uso possono variare casi e tempi, e concordare quanto ancora nostra lingua oggi richiede? E quante si trovorono femmine a que' tempi in ben profferire la lingua latina molto lodate, anzi quasi di tutte pi˙ si lodava la lingua che degli uomini, come dalla conversazione dell'altre genti meno contaminata! E quanti furono oratori in ogni erudizione imperiti al tutto e sanza niuna lettera! E con che ragione arebbono gli antichi scrittori cerco con sÝ lunga fatica essere utili a tutti e' suoi cittadini scrivendo in lingua da pochi conosciuta? Ma non par luogo qui stenderci in questa materia; forse altrove pi˙ a pieno di questo disputarÚno. BenchÚ stimo niuno dotto negarÓ quanto a me pare qui da credere, che tutti gli antichi scrittori scrivessero in modo che da tutti e' suoi molto voleano essere intesi.
Se adunque cosÝ era, e tu, Francesco, uomo eruditissimo, cosÝ reputi, qual giudicio di chi si sia ignorante sarÓ apresso di noi da temere? E chi sarÓ quel temerario che pur mi perseguiti biasimando s'io non scrivo in modo che lui non m'intenda? Pi˙ tosto forse e' prudenti mi loderanno s'io, scrivendo in modo che ciascuno m'intenda, prima cerco giovare a molti che piacere a pochi, chÚ sai quanto siano pochissimi a questi dÝ e' litterati. E molto qui a me piacerebbe se chi sa biasimare, ancora altanto sapesse dicendo farsi lodare. Ben confesso quella antiqua latina lingua essere copiosa molto e ornatissima, ma non per˛ veggo in che sia la nostra oggi toscana tanto d'averla in odio, che in essa qualunque benchÚ ottima cosa scritta ci dispiaccia. A me par assai di presso dire quel ch'io voglio, e in modo ch'io sono pur inteso, ove questi biasimatori in quella antica sanno se non tacere, e in questa moderna sanno se non vituperare chi non tace. E sento io questo: chi fusse pi˙ di me dotto, o tale quale molti vogliono essere riputati, costui in questa oggi commune troverrebbe non meno ornamenti che in quella, quale essi tanto prepongono e tanto in altri desiderano. NÚ posso io patire che a molti dispiaccia quello che pur usano, e pur lodino quello che nÚ intendono, nÚ in sÚ curano d'intendere. Troppo biasimo chi richiede in altri quello che in sÚ stessi recusa. E sia quanto dicono quella antica apresso di tutte le genti piena d'autoritÓ, solo perchÚ in essa molti dotti scrissero, simile certo sarÓ la nostra s'e' dotti la vorranno molto con suo studio e vigilie essere elimata e polita. E se io non fuggo essere come inteso cosÝ giudicato da tutti e' nostri cittadini, piaccia quando che sia a chi mi biasima o deponer l'invidia o pigliar pi˙ utile materia in qual sÚ demonstrino eloquenti. Usino quando che sia la perizia sua in altro che in vituperare chi non marcisce in ozio. Io non aspetto d'essere commendato se non della volontÓ qual me muove a quanto in me sia ingegno, opera e industria porgermi utile a' nostri Alberti; e parmi pi˙ utile cosÝ scrivendo essercitarmi, che tacendo fuggire el giudicio de' detrattori.
Per˛, Francesco mio, come vedesti di sopra, scrissi duo libri, nel primo de' quali avesti quanto in le bene costumate famiglie siano e' maggiori verso la giovent˙ desti e prudenti, e quanto a' minori verso de' vecchi sia debito e officio fare, e ancora trovasti quanta diligenza sia richiesta da' padri e dalle madri in allevare e' figliuoli e farli costumati e virtuosi. El secondo libro recit˛ quali cose s'avessero a considerare maritandosi, e narr˛ quanto allo essercizio de' giovani s'apartenea. Persino a qui adunque abbiÓn fatta la famiglia populosa e avviata a diventar fortunata; ora, perchÚ la masserizia si dice essere utilissima a ben godere le ricchezze, in questo terzo libro troverrai descritto un padre di famiglia, el quale credo ti sarÓ non fastidioso leggere; chÚ sentirai lo stile suo nudo, simplice, e in quale tu possa comprendere ch'io volli provare quanto i' potessi imitare quel greco dolcissimo e suavissimo scrittore Senofonte. Tu adunque, Francesco, perchÚ sempre amasti me, sempre a te piacquero le cose mie, leggerai questo buon padre di famiglia, da cui vedrai come prima sÚ stessi e poi ciascuna sua cosa bene governi e conservi. E stimerai ch'io desidero non satisfare a' meriti tuoi verso di me mandandoti questo libro quasi come pegno e segno della nostra amicizia, ma giudicherai me molto pi˙ a te rendermi obligato ove io dimander˛ da te che tu duri fatica in emendarmi, acci˛ che noi lasciamo a' detrattori tanto men materia di inculparci. Leggimi, Francesco mio suavissimo, e quanto fai amami.

LIBRO TERZO

LIBER TERTIUS FAMILIE: ECONOMICUS
Avea giÓ datoci a pi˙ cose risposta Lionardo, delle quali Carlo e io circa i ditti di sopra ragionamenti o dubitavamo o non bene ci ricordavamo, e avea cominciato grandemente a lodarci della diligenza la quale Carlo e io avÓmo tenuta la notte passata in trascrivere in brevissimi commentarii quanto il dÝ di sopra nelle udite sue disputazioni tenevamo. In questo, Giannozzo Alberto, uomo per sua grandissima umanitÓ e per suoi costumi interissimi da tutti chiamato e riputato, come veramente era, buono, sopragiunse. Venia per vedere Ricciardo. Salutocci e domand˛ quanto si sentisse bene Lorenzo, e quanto si fusse confortato per la giunta del fratello. Lionardo lo ricevŔ con molta riverenza e disse: - Ben vorrei, Giannozzo, voi fossi qui ieri da sera stato quando Ricciardo qui giunse.
GIANNOZZO Bene arei cosÝ voluto. Nollo seppi in tempo.
LIONARDO Sarebbevi l'animo, credo, tutto intenerito. Stavasi Lorenzo pur grave a dire il vero, pur debole, Giannozzo. Questo suo male verso la sera il prieme, e pi˙ lo tiene la notte grave che il dÝ. SentÝ Lorenzo e conobbe la voce del fratello quasi come lasso si destasse. Alz˛ su gli occhi insieme e lev˛ alquanto una mano con tutto il braccio scoperto e lasciollo un poco pi˙ lÓ ricadere, e sospir˛, e volgendosi verso el fratello lo mirava ben fiso, e in tutto che fosse debolissimo pur s'aiutava ad onorarlo. Porsegli la mano. Ricciardo si gli accost˛, e cosÝ presi si tenerono non piccolo spazio abbracciati. L'uno e l'altro pareva volesse salutarsi e dire pi˙ cose, ma nulla potesse profferire. Lacrimorono.
GIANNOZZO Ah, caritÓ!
LIONARDO Poi si lasciorono l'uno l'altro. Ricciardo si sforzava molto non parere piangioso. Lorenzo, doppo un poco, le prime sue parole furono queste: "Fratello mio, Battista costÝ e Carlo ormai saranno tuoi". Non fu tra noi chi pi˙ potesse tenere le lacrime.
GIANNOZZO O pietÓ! E Ricciardo?
LIONARDO Pensatelo voi.
GIANNOZZO O fortuna nostra! Ma come si sente Ricciardo?
LIONARDO Pur bene di quello ch'io veggia.
GIANNOZZO Io venia per vederlo.
LIONARDO Credo io lui testÚ si posa.
GIANNOZZO Non suole Ricciardo cosÝ essere pigro e sonnolento. Mai mi sta in mente vidi uomo pi˙ che Ricciardo desto e sempre adoperarsi.
LIONARDO Non vi maravigliate, Giannozzo, se Ricciardo soprastÓ alquanto ricreandosi. Stanotte molto si ripos˛ tardi, rotto pel camminare, e forse coll'animo da molti pensieri stracco e convinto.
GIANNOZZO Troppo bene a noi vecchiacciuoli ogni piccolo travaglio nuoce. Questo pruovo io testÚ in me. Stamani in su la prima aurora per servire allo onore e utile d'uno mio amico io sali' in Palagio. Non fu tempo ivi a quello ch'io volea; vennine qua ratto. Se in questo mezzo salutassi Ricciardo, potrei ire al tempio a vedere il sacrificio e adorare Iddio, poi tornerei a fare quanto allo amico mio bisognasse. Ora qui a me pare essere tutto rotto, tutto sono lasso. Per certo questi dÝ serotini fanno a noi il contrario che agli arbori. Sogliono e' dÝ serotini alleggerire, spogliare e diffrondare gli alberi. Vero a noi vecchietti e' dÝ serotini nella etÓ nostra ci caricano e veston di molta ombra e affanno. E cosÝ, figliuoli miei, chi pi˙ ci vive pi˙ ci piange in questo mondo. Quello mio amico, anche lui si sente carico d'anni e di povertÓ, e se io non traprendessi parte de' suoi incarichi, sallo Iddio in quanta miseria giacerebbe.
LIONARDO Adunque non sanza cagione da' nostri e dagli altri tutti vi sento, Giannozzo, appellare buono, poichÚ per molte altre ragioni e per questa ancora cosÝ meritate, che mai vi sentite sazio di molto servire agli amici, sollevare e' miseri, sovvenire agli affannati. Ma sedete, Giannozzo. Voi siete stracco, e a questa etÓ si conviene cosÝ. Sedete.
GIANNOZZO Or sÝ, far˛. Intendi per˛, Lionardo, questo m'interviene da non molti anni in qua. Non posso affaticarmi a gran parte quanto io soleva.
LIONARDO E quante ancora cose a voi era consuetudine fare giovane, quale ora non faresti vecchio! E piÓcevi testÚ quante altre che allora forse non vi pareano grate!
GIANNOZZO Molte, Lionardo mio. E' mi ricorda quando io era giovane, se si faceva, come spesso in quelli tempi, in quello buono stato della terra nostra si faceva, giostre o simile alcuno publico giuoco, la maggiore contenzione tra' miei vecchi e me era questa una, per˛ che io insieme con gli altri al tutto volea uscire in mezzo a farmi valere. Tornavano quelli di casa nostra sempre con molta lode e pregio. Io di questo godea tra me stessi, ma pure e' mi dolea non essere stato di quelli uno in affannarmi e come gli altri meritare. O famiglia Alberta, che sempre vedevi altretanti pi˙ che di tutte le maggiori famiglie di Firenze nostra giovent˙ Alberta a mezzo il campo trascorrere lieta, animosa, atta nell'armi! Tutto il popolo parea non avesse cura ad altri che a' nostri Alberti; non sapea il popolo lodare chi non era Alberto; pareva a ciascuno frodare de' meriti nostri, se ivi si lodava altri che noi Alberti. Io, pensa, come dall'uno lato godea della tanta grazia in quale giustamente erano i nostri Alberti, e dall'altro lato, stima tu, Lionardo, uno giovane che abbia l'animo desto e virile, quale in quelli tempi era il mio, gli sarÓ troppa molestia non potendo come desidera essere tra quelli suoi, farsi mirare da tutti e lodare. CosÝ a me intervenia. Io aodiava chiunque me ne stoglieva, e ogni parola di quelli nostri vecchi allora mi pareva veramente alle orecchie mie, Lionardo, una sassata. Non poteva ascoltarli quando e' mi sgomentavano tutti insieme, e dicevano la giostra essere giuoco pericoloso, di niuno utile, di molta spesa, atta ad acquistarsi pi˙ invidia che amistÓ, pi˙ biasimo che lodo, esservi troppe sciagure, nascervi questioni, avermi pi˙ caro che io non pensava nÚ forse meritava. E io queto, accigliato. Poi appresso quelli pur numeravano molte storie di quanti erano usciti di quelle armi parte morti, parte in tutto il resto della vita inutili e guasti. Fare'ti ridere se io ti contassi con quante astuzie pi˙ volte cercai ottenere licenza da' miei maggiori, senza le cui voluntÓ arei nÚ in quello, nÚ in altra cosa mai fatto nulla. Interposi pregatori, parenti, amici e amici degli amici. Dissi averlo promesso, eravi chi affirmava me averlo giurato a' compagni. Nulla giovava. Pertanto fu volta che io volea loro, non quanto io solea, bene. Ben conosceva io tutto farsi perchÚ io era loro pur troppo caro, e perchÚ amorevoli temevano a me non intervenisse qualche sciagura, come spesso a' ben robusti e a' molto valenti interviene o in la persona o nello onore. Ma pure e' mi parevano odiosi in tanto dissuadermi e cosÝ essere contro a questa mia virile voglia troppo ostinati. E molto pi˙ mi dispiacevano quando io stimava lo facessino per masserizia, come egli erano, sai, pur buoni massaiotti, quale io testÚ sono diventato. E in quelli tempi era giovane, spendeva e largheggiava.
LIONARDO Testeso?
GIANNOZZO TestÚ, Lionardo mio, sono io prudente, e cognosco chi getta via il suo essere pazzo. Chi non ha provato quanto sia duolo e fallace a' bisogni andare pelle mercÚ altrui, non sa quanto sia utile il danaio. E chi non pruova con quanta fatica s'acquisti, facilmente spende. E chi non serva misura nello spendere, suole bene presto impoverire. E chi vive povero, figliuoli miei, in questo mondo soffera molte necessitÓ e molti stenti, e meglio forse sarÓ morire che stentando vivere in miseria. SicchÚ, Lionardo mio, quello proverbio de' nostri contadini, credi a me come a chi in questo possa per pruova e conoscimento non pi˙ esserne certo, cosÝ comprendo che gli Ŕ verissimo: "Chi non truova il danaio nella sua scarsella molto manco il troverrÓ in quella d'altrui". Figliuoli miei, e' si vuole essere massaio, e quanto da uno mortale inimico guardarsi dalle superflue spese.
LIONARDO Non credo per˛, Giannozzo, in questo tanto fuggire le spese a voi piaccia nÚ essere, nÚ parere avaro.
GIANNOZZO Dio me ne guardi! Avaro sia chi male ci vuole. Nulla si truova tanto contrario alla fama e grazia degli uomini quanto la avarizia. E qual sarÓ sÝ chiara e nobile virt˙ alcuna, la quale non stia oscurata e isconosciuta sotto della avarizia? Ed Ŕ cosa odiosissima quanto al continuo abita in l'animo degli uomini troppo stretti e avari, gran rodimento e grave molestia ora affannata in congregare, ora adolorata per qualche fatta spesa, le quali cose pessime sempre vengono agli avari. Mai gli veggo lieti, mai godono parte alcuna delle sue fortune.
LIONARDO Chi non vuole parere avaro, lo tiene necessitÓ essere spendente.
GIANNOZZO E anche a chi vuole parere non pazzo, gli sta necessitÓ essere massaio. Ma se Dio t'aiuti, perchÚ non Ŕ egli da volere prima essere massaio che spendente? Queste spese, credete a me, il quale omai per uso e pruova intendo qualche cosa, queste simili spese non molto necessarie tra' savi sono non lodate, e mai vidi, e cosÝ stimo voi vederete mai fatta sÝ grande, nÚ sÝ abondante spesa, nÚ sÝ magnifica ch'ella non sia da infiniti per infiniti mancamenti biasimata: sempre v'Ŕ stato o troppo quella, o manco quella altra cosa. Vedetelo se uno apparecchia uno convito, benchÚ il convito sia spesa civilissima e quasi censo e tributo a conservare la benivolenza e contenere familiaritÓ tra gli amici: lasciamo adrieto il tumulto, la sollecitudine, gli altri affanni: quello si vorrÓ, questo bisognerÓ, anzi questo altro; il trambusto, le seccaggine, che prima ti senti stracco che tu abbi cominciato a disponere alcuno apparecchio; e anche passiamo il gittare via la roba, scialacquamenti, strusciamenti per tutta la casa: nulla pu˛ stare serrato, perdesi questo, domandasi questo altro; cerca di qua, accatta da colui, compera, spendi, rispendi, getta via. Agiugni qui dipoi e' ripetii e molti pentimenti, quali tu e col fatto e doppo nell'animo porti, che sono affanni e stracchezze inestimabili e troppe dannose, delle quali tutte, spentone il fummo alla cucina, spentone ogni grazia, Lionardo, ogni grazia, e apena ne se' guatato in fronte. E se la cosa Ŕ ita alquanto assettata, pochi ti lodano di veruna tua pompa, e molti ti biasimano di poca larghezza. E hanno questi molto bene ragione. Ogni spesa non molto necessaria non veggo io possa venire se non da pazzia. E chi in cosa alcuna diventa pazzo, gli fa mestiero ivi in tutto essere pazzo, imperochÚ volere essere con qualche ragione pazzo sempre fu doppia e incredibile pazzia. Ma lasciamo andare tutte queste cose, quali sono piccole a petto a quest'altre, le quali testÚ diremo. Queste simili spese del convivare e onorare gli amici possono una o due volte l'anno venire, e seco portano ottima medicina, chÚ chi una volta le pruova, se giÓ costui non sarÓ fuori di sÚ, credo fuggirÓ la seconda. Vieni tu stessi, Lionardo, qui apresso uno poco pensando. Pon mente che niuna cosa pi˙ sarÓ atta a fare ruinare non solo una famiglia, ma uno comune, uno paese, quanto sono questi..., come gli chiamate voi ne' vostri libri, questi e' quali spendono sanza ragione?
LIONARDO Pr˛digi.
GIANNOZZO Chiamali come tu vuoi. S'io avessi di nuovo a imporli nome, che potre' io chiamarli se non molto male che Iddio loro dia? SviÓti che e' sono da sÚ molto, e' isviano altrui. L'altra giovent˙, com'Ŕ corrotto ingegno de' giovani trarre pi˙ tosto a' sollazzosi luoghi che alla bottega, ridursi pi˙ tosto tra giovani spendenti che tra vecchi massai, veggono questi tuoi pr˛digi abondare d'ogni sollazzo, subito ivi s'accostano, dÓnnosi con loro alle lascivie, alle delicatezze, allo ozio, fuggono i lodati essercizii, pongono la loro gloria e felicitÓ in gittar via, non amano essere quanto si richiede virtuosi, poco stimano ogni masserizia. Vero, e chi di loro mai potesse diventare virtuoso vivendo assediato da tanti assentatori ghiotti, bugiardi, e da tutte le turme de' vilissimi e disonestissimi uomini, trombetti, sonatori, danzatori, buffoni, ruffiani, frastagli, livree e frange? E forse che tutta questa brigatina non concorre a fare cerchio in su l'uscio a chi sia prodigo, come a una scuola e fabrica de' vizii, onde e' giovani usati a tale vita non sanno uscirne? O! per continuarvi, Dio buono, che non fanno egli di male! Rubano il padre, parenti, amici, impegnano, vendono. E chi mai potrebbe di tanta perversitÓ dirne a mezzo? Ogni dÝ senti nuovi richiami, ogni ora vi cresce fresca infamia, al continuo si stende maggiore odio e invidia e nimistÓ e biasimo. Alla fine, Lionardo mio, questi pr˛digi si truovano poveri in molta etÓ, sanza lodo, con pochissimi, anzi con niuno amico; imperochÚ quelli goditori leconi, quali e' riputavano in quelle grande spese essere amici, e quelli assentatori bugiardi, e' quali lodavano e chiamavano virt˙ lo spendere, cioŔ il diventare povero, e col bicchiere in mano giuravano e promettevano versare la vita, tutti questi sono fatti come tu vedi e' pesci: mentre l'esca nuota a galla, e' pesci in grande quantitÓ germugliano; dileguata l'esca, solitudine e diserto. Non mi voglio stendere in questi ragionamenti, nÚ dartene essempli, o racontarti quanti io n'abbia con questi occhi veduti prima ricchissimi, poi per sua poca masserizia stentare, Lionardo, chÚ sarebbe lunga narrazione; non ci basterebbe il dÝ. SicchÚ per essere brieve dico cosÝ: quanto la prodigalitÓ Ŕ cosa mala, cosÝ Ŕ buona, utile e lodevole la masserizia. La masserizia nuoce a niuno, giova alla famiglia. E dicoti, conosco la masserizia sola essere sofficiente a mantenerti che mai arai bisogno d'alcuno. Santa cosa la masserizia! e quante voglie lascive, e quanti disonesti appetiti ributta indrieto la masserizia! La giovent˙ prodiga e lasciva, Lionardo mio, non dubitare, sempre fu attissima a ruinare ogni famiglia. I vecchi massari e modesti sono la salute della famiglia. E' si vuole essere massaio, non fosse questo per altro se none che a te stessi resta nell'animo una consolazione maravigliosa di viverti bellamente con quello che la fortuna a te concesse. E chi vive contento di quello che possiede, a mio parere non merita essere riputato avaro. Questi spendenti veramente sono avari, i quali perchÚ e' non sanno saziarsi di spendere, cosÝ mai si sentono pieni d'acquistare e da ogni parte predare questo e quello. Non stimassi tu per˛ essermi grata alcuna superchia strettezza. Ben confesso questo; a me pare da dislodare troppo uno padre di famiglia se non vive pi˙ tosto massaio che godereccio.
LIONARDO Se gli spenditori, Giannozzo, dispiaciono, chi non spenderÓ vi doverÓ piacere. L'avarizia, bench'ella stia, come dicono questi savi, in troppo desiderare, ella ancora sta in non spendere.
GIANNOZZO Bene dici il vero.
LIONARDO E l'avarizia dispiace?
GIANNOZZO SÝ troppo.
LIONARDO Adunque questa vostra masserizia che cosa sarÓ?
GIANNOZZO Tu sai, Lionardo, che io non so lettere. Io mi sono in vita ingegnato conoscere le cose pi˙ colla pruova mia che col dire d'altrui, e quello che io intendo pi˙ tosto lo compresi dalla veritÓ che dall'argomentare d'altrui. E perchÚ uno di questi i quali leggono tutto il dÝ, a me dicesse "cosÝ sta", io non gli credo per˛ se io giÓ non veggo aperta ragione, la quale pi˙ tosto mi dimonstri cosÝ essere, che convinca a confessarlo. E se uno altro non litterato mi adduce quella medesima ragione, cosÝ crederr˛ io a lui senza allegarvi autoritÓ, come a chi mi dia testimonianza del libro, chÚ stimo chi scrisse pur fu come io uomo. SÝ che forse io testÚ non sapr˛ cosÝ a te rispondere ordinato quanto faresti tu a me, che tutto il dÝ stai col libro in mano. Ma vedi tu, Lionardo, quelli spenditori, de' quali io ti dissi testÚ, dispiaciono a me, perchÚ eglino spendono sanza ragione, e quelli avari ancora mi sono a noia, perchÚ essi non usano le cose quando bisogna, e anche perchÚ quelli medesimi desiderano troppo. Sa' tu quali mi piaceranno? Quelli i quali a' bisogni usano le cose quanto basta e non pi˙, l'avanzo serbano; e questi chiamo io massai.
LIONARDO Ben v'intendo, quelli che sanno tenere il mezzo tra il poco e il troppo.
GIANNOZZO SÝ, sÝ.
LIONARDO Ma in che modo si conosce egli quale sia troppo, quale sia poco?
GIANNOZZO Leggermente, colla misura in mano.
LIONARDO Aspetto e desidero questa misura.
GIANNOZZO Cosa brevissima e utilissima, Lionardo, questa. In ogni spese prevedere ch'ella non sia maggiore, non pesi pi˙, non sia di pi˙ numero che dimandi la necessitÓ, nÚ sia meno quanto richiede la onestÓ.
LIONARDO O Giannozzo, quanto giova pi˙ nelle cose di questo mondo uno simile sperto e pratico che uno rozzo litterato!
GIANNOZZO Che dici tu? Non avete voi queste cose tutte ne' libri vostri? Eppur si dice nelle lettere si truova ogni cosa.
LIONARDO CosÝ pu˛ essere, ma io non mi ricordo altrove averle trovate. E se voi sapessi, Giannozzo, quanto ci siate utile e bene accaduto a proposito, voi ve ne maraviglieresti.
GIANNOZZO Dici tu il vero? Io godo se io vi sono utile in cosa alcuna.
LIONARDO Utilissimo. Questi giovani qui, Battista e Carlo, desideravano udire della masserizia qualche buono documento, e io insieme con loro bramava il simile. Ora da chi poteriamo noi udirne pi˙ a pieno e con pi˙ veritÓ che da voi, il quale siete tra' nostri riputato nÚ sÝ spendente che in voi non sia onestissima masserizia, nÚ sÝ sete massaio che uomo vi possa riputare non liberale? Per˛ voglio avervi pregato, poichÚ la masserizia Ŕ sÝ utilissima, non vogliate noi non la conosciamo pi˙ tosto da voi, da cui l'udiremo con pi˙ fede e con pi˙ veritÓ che da altri, il quale c'insegnerebbe forse pi˙ tosto essere avaro che vero massaio. Seguite, Giannozzo, dirci quello sentite di questa santa masserizia, che spero udiremo da voi come sino a qui cosÝ del resto cose elettissime.
GIANNOZZO Io non saprei dirvi di no per rispetto alcuno, pregandomi tu, Lionardo. E' m'Ŕ debito fare cose piaccino a' miei. E tanto pi˙ voglio essere facile a narrarvi quello quale per pruova alla masserizia conosco, quanto voi avete voglia, e quanto a voi sarÓ utilissimo avermi udito. NÚ voi avete pi˙ desiderio d'udirmi che io di farvi massai. E dicovi tanto, a me questo giova la masserizia: se io mi truovo in fortuna alcuna, come mi truovo, grazia d'Iddio, mezzanamente ben posto, io vi posso dire avermivi pi˙ per masserizia che per altra industria alcuna. Vero... Ma sedete. Siedi, Lionardo. Questi garzoni staranno in piŔ.
LIONARDO Sto bene.
GIANNOZZO Siedi.
LIONARDO Sedete voi. Sapete il costume nostro di casa. In presenza dei pi˙ atempati fu mai chi s'asedesse.
GIANNOZZO SÝ, fuori in publico. Questi saranno ragionamenti tra noi in casa, utili a noi. Siedi. Egli Ŕ meglio lasciarsi vincere ubidendo che volere fare a suo modo stimando parere costumato. Siedi. Or bene, che diciavamo noi della masserizia? Ch'ella era utile. Io non so quelli vostri libri quello se ne vogliano; io vi dir˛ di me, che masserizia sia la mia, di che cose e in che modo. Che la masserizia sia utile, necessaria, onesta e lodata stimo niuno dubita. Che se ne dice apresso de' vostri libri?
LIONARDO Che stimate voi, Giannozzo, se none, come voi dicesti, quelli antichi scrittori fussero uomini come testÚ sete voi?
GIANNOZZO SÝ, ma pi˙ dotti. E se cosÝ non fosse, l'opere loro non viverebbono tante etÓ.
LIONARDO Confessolo, ma a mio parere e' non dicono per˛ di queste simili altro che quello se ne vegga per ogni diligente padre di famiglia. Che poterebbono essi dire pi˙ che voi in sul fatto stessi ve ne vediate con l'occhio e colla pruova? Troppo dicono, se non fusse chi serbasse, sarebbe stultizia portare in casa il guadagnato, e anche sarebbe non manco da ridere se uno volesse serbare quello che non li fusse arecato.
GIANNOZZO SÝ. Oh, quanto e' dicono bene! Che giova guadagnare se non se ne fa masserizia? L'uomo s'afatica guadagnando per avÚllo a' bisogni. Procaccia nella sanitÓ pella infirmitÓ, e come la formica la state pel verno. A' bisogni adunque si vuole adoperare le cose; non bisognando, serbÓlle. E cosÝ hai: tutta la masserizia sta non tanto in serbare le cose quanto in usarle a' bisogni. Intendi?
LIONARDO SÝ bene, per˛ che non usare a bisogni sarebbe avarizia e biasimo.
GIANNOZZO Ancora e danno.
LIONARDO Danno?
GIANNOZZO Grande. Ha' tu mai posto mente a queste donnicciuole vedovette? Elle ricolgono le mele e l'altre frutte. TŔngolle serrate, sŔrballe, nÚ prima le guaterebbono s'elle non fossero magagnate e guaste. Fanne conto; troverrai ch'ella n'averÓ a gittare e' tre quarti pelle finestre, e pu˛ dire averle serbate per gittarle. Non era meglio, stolta vecchierella, gittare quelle poche prime, prendere le buone pella tua mensa, donarle? Non si chiama serbare questo, ma gittare via.
LIONARDO E quanto meglio! Arebbene qualche utile, o vero gliene sarebbe renduto pur qualche grazia.
GIANNOZZO Ancora: e' cominci˛ a piovere una gocciola in sulla trave. L'avaro aspettava domani, e di nuovo posdomane. Pioveva ancora; l'avaro non volle entrare in spesa. Di nuovo ancora ripiove; all'ultimo il trave corroso dalle piove e frollo si tronc˛. E quello che costava uno soldo, ora costa dieci. Vero?
LIONARDO Spesso.
GIANNOZZO Per˛ vedi tu ch'egli Ŕ danno questo non spendere e non sapere usare le cose al bisogno. Ma poichÚ la masserizia sta in usare e serbare le cose, veggiamo quale cose s'abbino a usare e serbare. E qui in prima a me pare che volere usare e serbare le cose altrui sarebbe o arroganza, o violenza al tutto o ingiustizia. Dico io bene?
LIONARDO Molto.
GIANNOZZO Per˛ conviene le cose di che noi abbiÓno a essere veri e solliciti massai veramente siano nostre. Ora quali saranno elleno?
LIONARDO Io odo dire la moglie mia, e' figliuoli miei, la casa mia. Forse queste?
GIANNOZZO Oh! queste, Lionardo mio, non sono nostre. Quello che io ti posso t˘rre a ogni mia posta, di chi sarÓ. Tuo?
LIONARDO Pi˙ vostro.
GIANNOZZO La fortuna pu˛ ella a ogni sua posta t˘rci moglie, figliuoli, roba e simili cose?
LIONARDO Pu˛ certo sÝ.
GIANNOZZO Adunque sono elle pi˙ sue che nostre. E quello che a te mai pu˛ essere tolto in modo alcuno, di chi sarÓ?
LIONARDO Mio.
GIANNOZZO Pu˛ egli a te essere tolto questo che a tua posta tu ami, desideri, appetisca, sdegni e simili cose?
LIONARDO Certo no.
GIANNOZZO Adunque simili cose sono tue proprie.
LIONARDO Vero dite.
GIANNOZZO Ma per dirti brieve, tre cose sono quelle le quali uomo pu˛ chiamare sue proprie, e sono in tanto che dal primo dÝ che tu venisti in luce la natura te le diede con questa libertÓ, che tu l'adoperi e bene e male quanto a te pare e piace, e comand˛ la natura a quelle sempre stiano pressoti, nÚ mai persino all'ultimo dÝ si dipartano di sieme da te. L'una di queste sappi ch'ell'Ŕ quello mutamento d'animo col quale noi appetiamo e ci cruciamo tra noi. Voglia la fortuna o no, pure sta in noi. L'altro vedi ch'egli Ŕ il corpo. Questo la natura l'ha subietto come strumento, come uno carriuolo sul quale si muova l'anima, e comand˛gli la natura mai patisse ubidire ad altri che all'anima propria. CosÝ si vede in qualunque animale si sia rinchiuso e subietto ad altri, mai requia per liberarsi e rendersi proprio a sÚ, per adoperare sue alie o piŔ e altri membri non a posta d'altri, ma con sua libertÓ, a sua voglia. Fugge la natura avere il corpo non in balia dell'anima, e sopra tutti l'uomo naturalmente ama libertÓ, ama vivere a sÚ stessi, ama essere suo. E questo si truova essere generale appetito in tutti e' mortali. Adunque queste due, l'animo e il corpo, sono nostre.
LIONARDO La terza quale sarÓ?
GIANNOZZO Ha! Cosa preziosissima. Non tanto sono mie queste mani e questi occhi.
LIONARDO Maraviglia! Che cosa sia questa?
GIANNOZZO Non si pu˛ legare, non diminuirla; non in modo alcuno pu˛ quella essere non tua, pure che tu la voglia essere tua.
LIONARDO E a mia posta sarÓ d'altrui?
GIANNOZZO E quando vorrai sarÓ non tua. El tempo, Lionardo mio, el tempo, figliuoli miei.
LIONARDO Bene dite il vero, ma non mi venia in mente possedere cosa alcuna, quale io non potessi transferire in altrui. Anzi mi parea tutte l'operazioni dell'animo mio potÚlle dare ad altri per modo che pi˙ non fossino mie: amare, odiare, e a persuasione d'altrui commuovermi, e a volontÓ d'altrui volere, non volere, ridere e piagnere.
GIANNOZZO Se tu avessi te in una barchetta e navigassi alla seconda per mezzo del nostro fiume Arno, e, come alcuna volta a' pescatori acade, avessi le mani e il viso tinti e infangati, non sarebbe tua quella acqua tutta, ove tu la adoperassi in lavarti e mondarti? Vero? CosÝ, se tu non la adoperassi...
LIONARDO Certo non sarebbe mia.
GIANNOZZO CosÝ proprio interviene del tempo. S'egli Ŕ chi l'adoperi in lavarsi il sucidume e fango quale a noi tiene l'ingegno e lo intelletto immundo, quale sono l'ignoranza e le laide volontÓ e' brutti appetiti, e adoperi il tempo in imparare, pensare ed essercitare cose lodevoli, costui fa il tempo essere suo proprio; e chi lascia transcorrere l'una ora doppo l'altra oziosa sanza alcuno onesto essercizio, costui certo le perde. Perdesi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarÓ il tempo che saprÓ adoperarlo. Ora avete voi, figliuoli miei, l'operazioni dell'animo, il corpo e il tempo, tre cose da natura vostre proprie, e sapete quanto le siano preziose e care. Per rimedire e sanare il corpo ogni cosa preziosa si spone, e per rendere l'anima virtuosa, quieta e felice, s'abandona tutti gli appetiti e desiderii del corpo; ma il tempo quanto e a' beni del corpo e alla felicitÓ dell'anima sia necessario, voi stessi potete ripensarvi, e troverrete il tempo essere cosa molto preziosissima. Di queste adunque si vuole essere massaio tanto e pi˙ diligente quanto elle pi˙ sono nostre che altra cosa alcuna.
LIONARDO Mandate a memoria, Battista e tu Carlo, questi non detti de' filosofi, ma come oraculi d'Apolline ottimi e santissimi documenti, quali non troverrete in su' nostri libri. Troppo vi siamo obligati, Giannozzo. Seguite.
GIANNOZZO Dissi che la masserizia stava in usare ancora e in serbare le cose. Parmi da investigare di queste tre, corpo, anima e tempo, in che modo s'abbino a conservare, e poi apresso s'abbino a usare. Ma io dispongo essere brevissimo. Uditemi. E prima dell'animo, del quale io cosÝ fo masserizia, Lionardo mio. Io l'adopero in cose necessarie a me e a' miei, e cerco conservallo in modo che piaccia a Dio.
LIONARDO Quale sono le cose necessarie a voi e a' vostri?
GIANNOZZO La virt˙, la umanitÓ, la facilitÓ. Non mi detti alle lettere quando io era giovane, e questo venne pi˙ tosto da negligenza de' miei che da mio alcuno mancamento. E' miei missoro me ad altri essercizii, quanto a quelli tempi loro parse necessario, forse desiderando prima da me utile che laude, quali nÚ seppi, nÚ potei facilmente lasciarli. Ma io per me sempre mi sono adoperato in farmi bene volere con ogni quale si possa ingegno e arte, e sopra tutto con essere e volere parere buono, giusto e quieto, e non mai dispiacere, non ingiuriare alcuno: non in detti, nÚ in fatti, mai alcuno, nÚ presente nÚ assente, molestai. E sono queste l'operazioni dell'animo veramente ottime, alle quali sono simili fare come testÚ fo io, insegnare quello che l'uomo sa di bene, ammonire chi errasse, tutto porgerti pieno di fede e caritÓ, emendando come padre, consigliando con diligenza, veritÓ e amore, e cosÝ adoperare lo 'ngegno, l'industria, l'intelletto in onore di me e de' miei. Sono ancora operazioni dell'animo quali io di sopra dissi, amare, odiare, sdegnarsi, sperare, desiderare e simili. Adunque si vuol queste bene saperle usare e contenere, amare i buoni, odiare i viziosi, sdegnarti contro a' maligni, sperare cose amplissime, desiderare cose ottime e lodatissime.
LIONARDO Santamente. E queste parole di Giannozzo, Battista e tu Carlo, vedete voi quanto abbino in sÚ nervo e polso. Ma seguite, Giannozzo. Poi per conservare l'animo a Dio, che modo tenete voi?
GIANNOZZO Due modi tengo, l'uno in cercare e fare quanto possa in me stessi l'animo lieto, nÚ mai averlo turbato d'ira, o cupiditÓ, o alcuno altro superchio appetito. Questo sempre stimai essere ottimo modo. L'animo puro e simplice troppo mi pare che piaccia a Dio. L'altro modo a piacere a Dio a me pare sia fare mai cosa della quale dubiti s'ella sia bene fatta o male fatta.
LIONARDO E questo credete voi che basti?
GIANNOZZO Credo certo sÝ che basti assai, secondo che io mi ricordo avere inteso. Eh! figliuoli miei, sapete voi perchÚ i' dissi fare mai se tu dubiti? ImperochÚ le cose vere e buone stanno da sÚ allumate e chiare, allegre, scorgonsi invitanti, voglionsi fare. Ma le cose non buone sempre giaciono adombrate di qualche vile o sozzo diletto, o di che viziosa opinione si sia. Non adunque si vogliono fare, ma fuggille, seguire la luce, fuggire le tenebre. La luce delle operazioni nostre sta nella veritÓ, stendesi con lode e fama. E niuna cosa pi˙ Ŕ tenebrosa nella vita degli uomini quanto l'errore e la infamia.
LIONARDO Niuna masserizia tanto sarÓ mai quanto questa vostra perfettissima. Oggi impariamo non solo quale sia la vera masserizia, ma insieme l'ottimo civilissimo vivere, diventare virtuoso, adoperare la virt˙, vivere lieto e fare cose delle quali non dubiti. Ma, Giannozzo, s'egli Ŕ licito il domandarne, questi prestantissimi e divini ammaestramenti fabricastegli voi stessi da voi, o vero gli avete, quanto mi parse testÚ dicessi, imparati da altrui?
GIANNOZZO Ben vi paiono begli, che, figliuoli miei? Tenetegli a mente.
LIONARDO CosÝ faremo, che nulla pi˙ potrebbe esserci grato e a perpetua memoria commendato.
GIANNOZZO Egli Ŕ quanto? L'anno doppo al quarantotto, dico io bene? Anzi fu l'anno doppo, in casa di messer Niccolaio Alberto, padre di messere Antonio, al quale Niccolaio messere Benedetto, padre di messer Andrea, Ricciardo e di Lorenzo vostro padre, Battista e tu Carlo, fu fratello cugino, per˛ che Iacopo padre di messer Niccolaio e Nerozzo vostro bisavolo, padre di Bernardo tuo avolo, Lionardo, e padre di messer Benedetto, e Francesco avo di Bivigliano furono fratelli nati d'Alberto fratello di Lapo e Neri figliuoli di messer Iacobo iurisconsulto nato di messer Benci iurisconsulto, e fu questo Lapo avolo di messer Iacobo cavaliere, il quale messer Iacobo fu fratello di Tomaso nostro padre, e fu padre del vescovo Paolo nostro cugino, e cugino di messer Cipriano, al quale testÚ vive el nepote messere Alberto, e quello Neri di sopra fratello di Lapo e Alberto fu padre di messere Agnolo. Mai sÝ.
LIONARDO E tutta questa moltitudine de' nostri avoli chiamati messeri, furono eglino cavalieri o pur cosÝ per etÓ o altra dignitÓ chiamati?
GIANNOZZO Furono, e notabilissimi, cavalieri quasi tutti fatti con qualche loro singularissimo merito. E questo messer Niccolaio nostro, uomo d'animo e costumi nobilissimo, uno di quelli sedendo in magistrato, tenendo il suppremo luogo ad aministrare giustizia fra il collegio di quelli pochi i quali reggono tutta la republica, porgendo la insegna e vessillo militare al guidatore del nostro essercito contro all'oste di Pisa, non sanza grande letizia di tutti i nostri cittadini e merito della famiglia nostra, li fu donato grado e onoranza di cavalleria sulla porta di quello palagio, di quello publico seggio e ridotto de' nostri magistrati, al quale fondato e principiato da' nostri Alberti, sempre fu ogni sua dignitÓ e maiestÓ con quanta mai potemmo opera e spesa per noi conservata e amplificata. Come sapete, i primi fondamenti del nostro publico palagio furono imposti sendo Alberto figliuolo di messer Iacobo iurisconsulto collega priore in la amministrazione della republica. E io spesso fra me stessi pongo mente che da grandissimo tempo sino a qui mai fu in casa nostra Alberta alcuno del sangue nostro il quale non fosse padre, o figliuolo, zio o nipote di cavalieri nati di noi Alberti.
Ma lasciamo andare questa genealogia, la quale non sarebbe al proposito nostro della masserizia, nÚ a quello di che tu mi adomandi se quelli precetti quali io recitava erano da me fabricati, o pur intesi da altri. Dico che in casa di messer Niccolaio, sendovi messer Benedetto Alberto, come era loro usanza mai ragionare di cose infime, sempre di cose magnifice, sempre fra loro in casa conferendo quanto apartenesse allo utile della famiglia, allo onore e commodo di ciascuno, sempre stavano o leggendo questi vostri libri, sempre o in palagio a consigliare la patria, e in qualunque luogo disputando con valenti uomini, monstrando la virt˙ loro e rendendo virtuosi chi gli ascoltava, cosÝ solevano al continuo essercitarsi. Onde per questo io e gli altri nostri giovani Alberti, quanto dalle altre faccende a noi era licito, al continuo eravamo con loro per imparare e per onorarli. E fra l'altre volte, come degli altri tuttora, in casa di messer Niccolaio capit˛ uno sacerdote vecchio, canuto, tutto ornato di modestia e umanitÓ, con quella sua barba stesa e piena di molta gravitÓ, con quel fronte aperto pieno di costumi e riverenza, il quale fra molti bellissimi ragionamenti cominci˛ ivi narrare di queste cose, non della masserizia no, ma diceva de' doni quali Iddio diede a' mortali, e seguiva narrando quanto dovea l'uomo di tanti beneficii averne grazia a Dio, e molto dimonstrava quanto sarebbe l'uomo ingrato non riguardando e non adoperando bene la grazia quale avesse ricevuta da Dio. Ma diceva niuna cosa era propria nostra, se non solo un certo arbitrio e forza di mente, e se pure alcuna si poteva chiamare nostra, queste erano le sole tre quali dissi, anima, corpo e tempo. E benchÚ il corpo fusse sottoposto a molti morbi, a molti casi e miserie, pure il dimonstrava in tanto essere nostro quanto sofferendo con virilitÓ e con pazienza, vincendo le cose avverse e moleste, noi meritavamo non meno che adoperando le membra in cose liete e ben grate. Ma io non saprei racontare queste cose sÝ bene quanto colui le seppe con maraviglioso ordine dire. Stesesi in uno grande ragionamento, disputando quale di queste tre dette cose pi˙ fosse proprie de' mortali, e se io bene mi ricordo, fece non piccolo dubio se il tempo era pi˙ o meno nostro che l'animo, e cosÝ ci tenne dicendo molte cose, le quali messer Benedetto e messer Niccolaio confessorono mai avere udite. E' mi piacque tanto quello vecchio che io l'udi' fermo e fiso parecchi ore senza tedio alcuno. NÚ mai mi dimenticai quelle sue gravissime parole; sempre mi rimase in animo quella dignitÓ e presenza sua. Se non mel pare testÚ vedere modesto, grazioso e nel ragionare riposato e dolce. Poi, come vedi, da me a me adussi que' suoi detti al mio proposito nel vivere.
LIONARDO Dio gli renda premio a quello vecchio, e a voi mercÚ, che sÝ bene avete quei suoi detti recitati. Ma poichÚ cosÝ al vostro ragionare consegue dire, detto dell'animo, ora del corpo che masserizia ne fate voi?
GIANNOZZO Buona, grande, simile a quella dell'animo. Io l'adopero in cose oneste, utili e nobili quanto posso, e cerco conservallo lungo tempo sano, robusto e bello. Tengomi netto, pulito, civile, e sopratutto cerco d'adoperare cosÝ le mani, la lingua e ogni membro, come l'ingegno e ogni mia cosa, in onore e fama della patria mia, della famiglia nostra e di me stessi. Sempre m'afatico in cose utili e oneste.

LIONARDO Certo meritate grazia e lode, e con queste parole date a noi buono ricordo a seguire quanto ci solete monstrare con vostra opera ed essemplo. Ma poi, Giannozzo, alla sanitÓ che trovate voi essere utile? A voi crederr˛ io, perchÚ mai mi ramenta vedere pi˙ fresco, pi˙ ritto, e da ogni parte pi˙ bello vecchio di voi: la voce, la vista, e' nervi tutti netti, puri e liberi. Cosa maravigliosa e troppa rara in questa etÓ.

GiANNOZZO Ben! grazia d'Iddio, cosÝ mi sento assai sano, ma manco gagliardo che io non solea. BenchÚ a questa etÓ non si richiede gagliardia, ma prudenza e discrezione, pur vorrei almanco potere, come io solea, camminare. NÚ dubitare, per questo pur lascio adrieto molte faccende e mie e degli amici miei, ove io non posso essere per altrui opera sollicito quanto sarei per la mia. Ma, lodato Iddio, pur mi reputo parte di lodo in questa mia etÓ essere come io sono pi˙ che molti altri meno vecchi di me, libero e leggiere da ogni infermitÓ. La sanitÓ in uno vecchio suole essere testimonianza della continenza avuta nella giovent˙; e vuolsi avere cura della sanitÓ in ogni etÓ, e tanto avella pi˙ cara quanto ella Ŕ maggiore; e delle cose care dobbiamo esserne riguardatori e buoni massai.

LIONARDO CosÝ confesso si vuole esserne massaio. Ma che cose trovate voi in prima utilissime alla sanitÓ?

GIANNOZZO Lo essercizio temperato e piacevole.

LIONARDO Doppo questo?

GIANNOZZO Lo essercizio piacevole.

LIONARDO E apresso?

GIANNOZZO Lo essercizio, Lionardo mio. L'essercitarsi, figliuoli miei, sempre fu maestro e medico della sanitÓ.

LIONARDO E non faccendo essercizio?

GIANNOZZO Rare volte m'accade che io non possa darmi a qualche essercitazione, ma pur se mai m'interviene per altre occupazioni che io manco m'esserciti che l'usato, truovo che molto mi giova la dieta. Non mangiare se tu non senti fame; non bere se tu non hai sete. E truovo in me questo: per cruda che sia cosa a digestire, vecchio come io sono, soglio dall'uno sole all'altro averla digestita. Ma, figliuoli miei, prendete questa regola brieve, generale, molto perfetta: ponete diligenza in conoscere qual cosa a voi suole essere nociva, e da quella molto vi guardate; quale vi giova, e voi quella seguite.

LIONARDO Sta bene. Adunque la pulitezza, l'essercizio, la dieta, guardarsi da' contrarii, conservano la sanitÓ.

GIANNOZZO E anche la giovent˙ e la bellezza. In questo mi pare differenza tra 'l vecchio e 'l giovane, perchÚ l'uno Ŕ debole, l'altro Ŕ robusto, l'uno Ŕ fresco, l'altro sta vincido e passo. Adunque chi conserva la sanitÓ conserva le forze e la giovent˙ insieme e le bellezze. E pare a me stiano le bellezze in molta parte giunte al buono colore e freschezza del viso, e niuna cosa tanto conserva all'uomo buono sangue e bene vigoroso colore quanto l'essercizio insieme colla sobrietÓ del vivere.

LIONARDO Avete detto della masserizia quale fate dell'animo e di quella del corpo. Resta a dire del tempo. E di questa, Giannozzo, che masserizia ne fate voi? Il tempo al continuo fugge, nÚ puossi conservare.

GIANNOZZO Dissi io la masserizia sta in bene adoperare le cose non manco che in conservalle, vero? Adunque io quanto al tempo cerco adoperarlo bene, e studio di perderne mai nulla. Adopero tempo quanto pi˙ posso in essercizii lodati; non l'adopero in cose vili, non spendo pi˙ tempo alle cose che ivi si richiegga a farle bene. E per non perdere di cosa sÝ preziosa punto, io pongo in me questa regola: mai mi lascio stare in ozio, fuggo il sonno, nÚ giacio se non vinto dalla stracchezza, chÚ sozza cosa mi pare senza repugnare cadere e giacere vinto, o, come molti, prima aversi vinti che certatori. CosÝ adunque fo: fuggio il sonno e l'ozio, sempre faccendo qualche cosa. E perchÚ una faccenda non mi confonda l'altra, e a quello modo poi mi truovi averne cominciate parecchie e fornitone niuna, o forse pur in quello modo m'abatta avere solo fatte le piggiori e lasciate adrieto le migliori, sapete voi, figliuoli miei, quello che io fo? La mattina, prima, quando io mi levo, cosÝ fra me stessi io penso; oggi in che ar˛ io da fare? Tante cose: ann˛verole, pensovi, e a ciascuna assegno il tempo suo: questo stamane, quello oggi, quell'altra stasera. E a quello modo mi viene fatto con ordine ogni faccenda quasi con niuna fatica. Soleva dire messer Niccolaio Alberto, uomo destissimo e faccentissimo, che mai vide uomo diligente andare se non adagio. Forse pare il contrario, ma certo, quanto io pruovo in me, e' dice il vero. All'uomo negligente fugge il tempo. Segue che il bisogno o pur la volontÓ il sollecita. Allora quasi perduta la stagione gli sta necessitÓ fare in furia e con fatica quello che in sua stagione, prima, era facile a fare. E abbiate a mente, figliuoli miei, che di cosa alcuna mai sarÓ tanta copia, nÚ tanta abilitÓ ad averla che a noi non sia difficilissimo quella medesima fuori di stagione trovarla. Le semente, le piante, e' nesti, fiori, frutti e ogni cosa alla stagione sua pronto si ti porge: fuori di stagione non senza grandissima fatica si ritruovano. Per questo, figliuoli miei, si vuole osservare il tempo, e secondo il tempo distribuire le cose, darsi alle faccende, mai perdere una ora di tempo. Potrei dirvi quanto sia preziosa cosa il tempo, ma altrove sia da dirne con pi˙ elimata eloquenza, con pi˙ forza d'ingegno, con pi˙ copia di dottrina che la mia. Solo vi ricordo a non perdere tempo. CosÝ facciate come fo io. La mattina ordino me a tutto il dÝ, il giorno seguo quanto mi si richiede, e poi la sera inanzi che io mi riposi ricolgo in me quanto feci il dÝ. Ivi, se fui in cosa alcuna negligente, alla quale testÚ possa rimediarvi, subito vi supplisco: e prima voglio perdere il sonno che il tempo, cioŔ la stagione delle faccende. Il sonno, il mangiare e queste altre simili posso io recuperare domane e satisfarle, ma le stagioni del tempo no. BenchÚ, a me rarissimo aviene, - se io ar˛ bene distribuito le faccende mie a ciascuno tempo e ordinato, nÚ sar˛ stato dipoi negligente, - dico, rarissimo e quasi mai m'acade che io abbia ivi a perdere o sopratenere mia necessitÓ alcuna. E se egli acade che io per allora nulla possa rimediarvi, vengo insegnando a me stessi come per l'avenire abbia non simile a perdere tempo. Fo adunque di queste tre cose quanto avete udito. Adopero l'animo e il corpo e il tempo non se non bene. Cerco di conservalle assai, curo non perderne punto. E a questo mi porgo sollecitissimo e quanto pi˙ posso desto e operoso, imperoch'elle a me paiono quanto le sono preziosissime e molto pi˙ proprie mie che altra alcuna cosa. Ricchezze, potenze, stati, sono non degli uomini, no, della fortuna sÝ; e tanto sono degli uomini quanto la fortuna gli permette usare.

LIONARDO E di queste cosÝ a voi concesse per la fortuna, fatene voi masserizia alcuna?

GIANNOZZO Lionardo mio, non faccendo masserizia di quello che usandolo diventa nostro, sarebbe negligenza ed errore. Tanto sono le cose della fortuna nostre sÝ quanto ella ce le permette, e ancora quanto noi le sappiamo usare. BenchÚ, a noi Alberti in queste nostre calamitÓ la fortuna ci sta pur troppo contraria e molesta, non facile e liberale delle cose sue, ma iniqua e malvagia a turbarci qualunque nostra ben propria cosa, e possiamo, a dirti il vero, male essere veri massai. In questo nostro essilio sempre siamo stati in quella espettazione di ritornare alla patria, riaverci in casa nostra, riposarci tra' nostri, la quale cosa quanto pi˙ speravamo e desideravamo, tanto pi˙ ci era dolore a noi insieme e danno, imperochÚ mai sapemmo fermare l'animo nÚ il vivere nostro ad alcuno stabile ordine. E se io avessi potuto il primo dÝ non dico in noi credere, ma fingere quanto infortunio e quanta miseria abbia la famiglia nostra Alberta giÓ tanto tempo sofferta, se io giovane avessi creduto quel che io pruovo vecchio, diventare fuori di casa mia canuto, figliuoli miei, forse arei tenuto altri modi.

LIONARDO Per˛ dice, Battista, - ramÚntati quello terenziano Demifo, - ciascuno, quando le cose gli secondano, allora molto gli Ŕ mestiero fra sÚ pensare in che modo, accadendo, e' sofferisca l'avversa signoria della fortuna, pericoli, danni, essilii. Tornando di viaggio sempre pensi qualche malefatto de' figliuoli, o della moglie, o qualche sinistro a' suoi, cose possibili quali tutto il dÝ avengono, acci˛ che all'animo nulla sopravenga non preveduto. Suole meno ferire il visto prima dardo. E cosÝ ci˛ che truovi salvo meglio che non avevi teco pensato, stimalo a guadagno. Se cosÝ dobiamo fare ne' tempi felici, ancora molto pi˙ quando le cose cominciano a declinare e ruinare.

GIANNOZZO O Lionardo mio, in che modo arei io cosÝ potuto stimare in altrui durezza nelle ingiurie nostre pi˙ che in me stessi? Come potevo io, figliuoli miei, stimare che quelli i quali avevano per qual che si fosse o non onesta, o poco licita cagione offesa la famiglia nostra, pi˙ fossero ostinati in malivolenza e odio che noi, i quali ogni dÝ pi˙ sentavamo l'offese e le ingiurie loro? E io pur sono uno di quelli quale giÓ pi˙ anni dell'animo mio cancellai il nome e memoria di ciascuno da chi noi perfino testÚ sentiamo tanta iniquitÓ e tanto dolore. NÚ mi parse mai in uomo alcuno durare quanto in costoro animo al tutto inumano e crudelissimo, ingiusti a cacciarci, crudeli a perseguitarci. NÚ loro basta tenerci in tanta miseria vivi. Ancora pongono premio a chi ci acresca l'ultime nostre miserie. Ma Dio di questo sia inverso di noi iudice pi˙ piatoso che severo verso chi erra. E dico, figliuoli miei, che buono per me, se io giÓ pi˙ anni in me avessi avuta altra opinione.

LIONARDO E che aresti voi fatto? Come aresti voi ordinato la masserizia?

GIANNOZZO Meglio del mondo; una vita quieta senza grave alcuna sollecitudine. Are'mi cosÝ pensato, - vieni qua, Giannozzo, monstra qui che cosa ti concede la fortuna. Truovomi da lei avere in casa la famiglia, la roba, vero? E altro? SÝ. Che? Lo onore e l'amistÓ di fuori.

LIONARDO Chiamate voi forse, come questi nostri cittadini, onore trovarsi nelli uffici e nello stato?

GIANNOZZO Niuna cosa manco, Lionardo mio; niuna cosa manco, figliuoli miei. Niuna cosa a me pare in uno uomo meno degna di riputarsela ad onore che ritrovarsi in questi stati. E questo, figliuoli miei, sapete voi perchÚ? SÝ perchÚ noi Alberti ce ne siamo fuori di questi fummi, sÝ anche perchÚ io sono di quelli che mai gli pregiai. Ogni altra vita a me sempre piacque pi˙ troppo che quella delli, cosÝ diremo, statuali. E a chi non dovesse quella al tutto dispiacere? Vita molestissima, piena di sospetti, di fatiche, pienissima di servit˙. Che vedi tu da questi i quali si travagliono agli stati essere differenza a publici servi? Pratica qui, ripriega quivi, scap˙cciati a questo, gareggia con quello, ingiuria quell'altro; molti sospetti, mille invidie, infinite inimistÓ, niuna ferma amicizia, abundanti promesse, copiose proferte, ogni cosa piena di fizione, vanitÓ e bugie. E quanto a te pi˙ bisogna, tanto manco truovi chi a te serbi o promessa o fede. E cosÝ ogni tua fatica e ogni speranza a uno tratto con tuo danno, con dolore e non senza tua ruina, rimane perduta. E se a te pur con infinite prieghiere accade qualche ventura, che per˛ truovi tu averti acquistato? Eccoti sedere in ufficio. Che n'hai tu d'utile se none uno solo: potere rubare e sforzare con qualche licenza? Odivi continui richiami, innumerabili accuse, grandissimi tumulti, e intorno a te sempre s'aviluppano litigiosi, avari, ingiustissimi uomini, empionti l'orecchie di sospetti, l'animo di cupiditÓ, la mente di paure e perturbazioni. Convienti abandonare e' fatti tuoi proprii per distrigare la stultizia degli altri. Ora si richiede dare ordine alle gabelle, alle spese; ora provedere alle guerre; ora confirmare e rinovare le legge; sempre sono collegate le molte pratiche e faccende, alle quali nÚ tu solo puoi, nÚ con gli altri mai t'Ŕ licito fare quanto vorresti. Ciascuno giudica la volontÓ sua essere onesta, e il giudicio suo essere lodato, e l'opinione sua migliore che gli altri. Tu seguendo l'errore comune o la arroganza d'altrui acquisti propria infamia, e se pur t'adoperi in servire, compiaci a uno, dispiaci a cento. Au! furia non conosciuta, miseria non fuggita, male non odiato da ciascuno quanto e' merita; la qual cosa a me pare che avenga solo perchÚ questa una sola servit˙ pare vestita di qualche onore. O pazzia degli uomini! i quali tanto stimano l'andare colle trombe inanzi e col fuscello in mano, che a loro non piace pi˙ il proprio riposo domestico e la vera quiete dell'animo. O pazzi, fummosi, superbi, proprii tiranneschi, che date scusa al vizio vostro! Non potete sofferire gli altri meno ricchi, ma forse pi˙ antichi cittadini di voi, essere pari a voi quanto si richiede: non potete vivere senza sforzare e' minori, per˛ desiderate lo stato. E per avere stato, stolti, che fate voi? Pazzi, che vi sponete a ogni pericolo, porgetevi alla morte; bestiali, che chiamate onore cosÝ essere assediato da tutti i cattivi, nÚ sapete vivere cogli altri buoni, convienvi servire e confratellarvi a tutti i ladroncelli, quali perchÚ sono vili, cosÝ poco stimano la vita in seguire le voluntÓ vostre! E chiamate onore essere nel numero de' rapinatori, chiamate onore convenire e pascere e servire agli uomini servili! O bestialitÓ! Uomini degni di odio, se cosÝ pigliate a piacere tanta perversitÓ e travaglio quanto trabocca adosso a chi sia in questi uffici e amministrazioni publiche! E che piacere d'animo mai pu˛ avere costui, se giÓ e' non sia di natura feroce e bestiale, il quale al continuo abbia a prestare orecchie a doglienze, lamenti, pianti di pupilli, di vedove, e di uomini calamitosi e miseri? Che contentamento arÓ colui il quale tutto il dÝ arÓ a porgere fronte e guardarsi insieme da mille turme di ribaldi, barattieri, spioni, detrattori, rapinatori e commettitori d'ogni falsitÓ e scandolo? E che recreamento arÓ colui al quale ogni sera sia necessario torcere le braccia e le membra agli uomini, sentirli con quella dolorosa voce gridare misericordia, e pur convenirli usare molte altre orribili crudeltÓ, essere beccaio e squarciatore delle membra umane? Au! cosa abominevole a chi pur vi pensa, cosa da fuggilla. Tu adunque, uomo crudelissimo, chiederai li stati? Dirai tu certo sÝ, perchÚ a me sarÓ lodo soffrire quelle gravezze, per gastigare i mali, sollevare e ornare i buoni. Adunque per gastigare e' mali tu in prima diventi pessimo? A me non pare buono colui il quale non vive contento del suo proprio, e colui sarÓ piggiore il quale desidererÓ e cercherÓ quello d'altri, e quello sarÓ sopra tutto pessimo il quale bramerÓ e usurperÓ le cose publice. Non ti biasimer˛ se di te porgerai tanta virt˙ e fama che la patria ti riceva e impongati parte de' incarichi suoi, e chiamer˛ onore essere cosÝ pregiato da' tuoi cittadini. Ma che io volessi fare come molti fanno, gittarmi sotto questo, fare coda a quello altro, e servendo cercare di signoreggiare, o vero che io mi dessi a diservire o ingiuriare alcuno per compiacere a costui col favore del quale io aspettassi salire in stato, o vero che io volessi, come quasi fanno tutti, ascrivermi lo stato quasi per mia ricchezza, riputarlo mia bottega, ch'io pregiassi lo stato tra le dote alle mie fanciulle, ch'io in modo alcuno facessi del publico privato, quello che la patria mi permette a dignitÓ transferendolo a guadagno, a preda, non punto, Lionardo mio, non, figliuoli miei. E' si vuole vivere a sÚ, non al comune, essere sollicito per gli amici, vero, ove tu non interlasci e' fatti tuoi, e ove a te non risulti danno troppo grande. A noi non sarÓ amico colui il quale non fugga ogni danno e vergogna nostra. Vorrassi per gli amici lasciare adrieto parte delle faccende tue, ove a te sia dipoi renduto non dico premio, ma grado e grazia. Starsi cosÝ, sai, mezzanamente, sempre fu cosa felice. Voi altri, che avete lette le molte storie, di questo pi˙ di me potete ramentare essempli assai, ne' quali mai troverrete, mai caduto alcuno giacere se none chi saliva troppo alto. Basti a me essere e parere buono e giusto, colla quale cosa mai sar˛ disonorato. Questa sola onoranza sta meco e in essilio, e si starÓ mentre che io non l'abandoner˛. Abbiansi gli altri le pompe, e' venti gonfino quanto la fortuna gliele concede, godansi infra gli stati, dolgansi non l'avendo, piangano dubitando pŔrdello, addolorino quando l'abbino perduto, chÚ a noi, i quali siamo contenti del nostro privato e mai desiderammo quello d'altrui, sarÓ mai dispiacere non avere quello che sia publico o perdere quello di che noi non facciamo stima. E chi facesse stima di quelle servit˙, fatiche e innumerabili martorii d'animo? Figliuoli miei, stiamoci in sul piano, e diamo opera d'essere buoni e giusti massai. StiÓnci lieti colla famigliuola nostra, godiÓnci quelli beni ci largisce la fortuna faccendone parte alli amici nostri, chÚ assai si truova onorato chi vive senza vizio e senza disonestÓ.

LIONARDO Quanto a me pare comprendere del dire vostro, Giannozzo, in voi sta quella magnifica e animosa volontÓ, la quale sempre a me parse maggiore e pi˙ degna d'animo virile che qualunque altra quale si sia volontÓ e appetito de' mortali. Veggo preponete il vivere a sÚ stessi, proposito degno e proprio d'animo reale stare in vita non avendo bisogno d'alcuno, vivere contento di quello che la fortuna ti fa partefice. Sono alcuni e' quali io con voi insieme posso giustamente riprendere, ove essi stimano grandezza e amplitudine d'animo prendere ogni dura e difficile impresa, ogni laboriosissima e molestissima opera, per potere nelle cose pi˙ che gli altri cittadini. De' quali uomini come altrove cosÝ alla terra nostra si truovano non pochi, perchÚ cresciuti in antichissima libertÓ della patria e con animo troppo pieno d'odio acerbissimo contro a ogni tiranno, non contenti della comune libertÓ vorrebbono pi˙ che gli altri libertÓ e licenza. E certo, Giannozzo, chi se immetterÓ a volere sedere in mezzo a' magistrati per guidare le cose publiche non con volontÓ e ragione di meritare lode e grazia da' buoni, ma con appetito immoderato solo di principare ed essere ubidito, costui non vi nego sarÓ da essere molto biasimato, e, come dite, dimonstrerÓ sÚ essere non buono cittadino. E affermovi che il buono cittadino amerÓ la tranquillitÓ, ma non tanto la sua propria, quanto ancora quella degli altri buoni, goderÓ negli ozii privati, ma non manco in quello degli altri cittadini suoi, desidererÓ l'unione, quiete, pace e tranquillitÓ della casa sua propria, ma molto pi˙ quella della patria sua e della republica; le quali cose non si possono mantenere se chi si sia ricco, o saggio, o nobile fra' cittadini darÓ opera di potere pi˙ che gli altri liberi, ma meno fortunati cittadini. Ma neanche quelle republiche medesime si potranno bene conservare, ove tutti e' buoni siano solo del suo ozio privato contenti. Dicono e' savi ch'e' buoni cittadini debbono traprendere la republica e soffrire le fatiche della patria e non curare le inezie degli uomini, per servire al publico ozio e mantenere il bene di tutti i cittadini, e per non cedere luogo a' viziosi, i quali per negligenza de' buoni e per loro improbitÓ perverterebbono ogni cosa, onde cose nÚ publiche nÚ private pi˙ potrebbono bene sostenersi.

E poi vedete, Giannozzo, che questo vostro lodatissimo proposito e regola del vivere con privata onestÓ qui solo, benchÚ in sÚ sia prestante e generoso, non per˛ a' cupidi animi di gloria in tutto sia da seguire. Non in mezzo agli ozii privati, ma intra le publiche esperienze nasce la fama; nelle publiche piazze surge la gloria; in mezzo de' popoli si nutrisce le lode con voce e iudicio di molti onorati. Fugge la fama ogni solitudine e luogo privato, e volentieri siede e dimora sopra e' teatri, presente alle conzioni e celebritÓ; ivi si collustra e alluma il nome di chi con molto sudore e assiduo studio di buone cose sÚ stessi tradusse fuori di taciturnitÓ e tenebre, d'ignoranza e vizii. Pertanto a me mai parrebbe da biasimare colui, il quale, come colle altre virtuose opere e studii, cosÝ con ogni religione e osservanza di buoni costumi procacciasse essere in grazia di qualunche onestissimo e interissimo cittadino. NÚ chiamerei servire quello che a me fosse debito fare: senza dubio a' giovani sempre fu debito riverire i maggiori e apresso di loro molto cercare quella fama e dignitÓ in quale i maggiori si truovano amati e riveriti. Neanche chiamerei appetito tirannesco in colui, nel quale fusse sollecitudine e cura delle cose laboriose e generose, poichÚ con quelle s'acquista onore e gloria. Ma perchÚ forse testÚ di quelli e' quali tengono occupati e' magistrati nella terra nostra niuno vi pare d'ingegno non furioso e d'animo non servile, per˛ tanto biasimate chi desiderasse essere ascritto nel numero di quelli cosÝ fatti non buoni, anzi pessimi cittadini. Io pur sono in questo desiderio, Giannozzo, che per meritare fama, per acquistare grazia e nome, per trovarmi onorato, amato e ornato d'autoritÓ e di grazia fra' miei cittadini nella patria mia, mai fuggirei, Giannozzo, mai alcuna inimistÓ di quale si fusse malvagio e iniquo cittadino. E dove bene bisognasse essequire qualche estrema severitÓ, a me certo parrebbe cosa piissima esterminare e spegnere i ladroni e ciascuno vizioso, insieme e ciascuna fiamma d'ingiusta cupiditÓ persino col sangue mio. Ma, poichÚ questo per ancora a noi non lice, restiamo di richiedere quello quale non, come voi dite, si debbe stimare poco, chÚ a me lo onore e la fama sempre fu da stimare pi˙ che ogni altra fortuna; ma, dico, non seguiamo con desiderio quello che per ancora non accade potere con opera ottenere. Facciamo come voi c'insegnate: aspettiamo la stagione sua, chÚ forse quando che sia la pazienza e modestia nostra troverrÓ qualche premio, e la ingiustizia e iniquitÓ de' maligni e furiosi, i quali per ancora non restano di trascorrere ogni spazio d'ingiuria e crudelitÓ contro di noi, forse, giustizia di Dio, s'intropperÓ in qualche degna e meritata vendetta. Noi in questo mezzo, Battista e tu Carlo, seguiamo con virt˙, con ogni studio, con ogni arte a meritare lodo e fama, e cosÝ apparecchiÓnci essere utili alla republica, alla patria nostra, acci˛ che, quando la stagione interverrÓ, noi ci porgiamo tali che Giannozzo, nÚ questi temperatissimi e modestissimi vecchi ci reputino indegni vederci tra' primi luoghi publichi onorati.

GIANNOZZO CosÝ mi piacerÓ facciate, figliuoli miei, cosÝ spero e aspetto farete, e a quello modo acquisterete e conserverete onore assai. Ma bene vi ramento che mai, non dico per acquistare onore, chÚ per onore si vogliono molte cose lasciare adrieto, ma dico per reggere altri, mai lasciate di reggere voi stessi; per guidare le cose publiche non lasciate per˛ le vostre private. CosÝ vi ramento, per˛ che a chi mancherÓ in casa, costui molto meno troverrÓ fuori di casa; e le cose publiche non sovvengono alle necessitÓ private. Gli onori di fuori non pascono la famiglia in casa. Arete cura e diligenza delle vostre cose domestiche quanto al bisogno sarÓ debito, e alle cose publiche vi darete non quanto l'ambizione e l'arroganza v'aletterÓ, ma quanto la virt˙ vostra e grazia de' cittadini vi darÓ luogo.

LIONARDO Molto bene ci ricordate, Giannozzo, quello che bisogna. CosÝ faremo. Ma di tutte queste cose private e domestiche, le quali voi dicevi essere quattro, due in casa, la famiglia e le ricchezze; due fuori di casa, l'onore e l'amistÓ, a quale saresti voi pi˙ affezionato?

GIANNOZZO Da natura l'amore, la pietÓ a me fa pi˙ cara la famiglia che cosa alcuna. E per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la roba si vogliono amici, co' quali ti consigli, i quali t'aiutino sostenere e fuggire l'averse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e della amicizia, si conviene ottenere qualche onestanza e onorata autoritÓ.

LIONARDO Che chiamate voi famiglia?

GIANNOZZO E' figliuoli, la moglie, e gli altri domestici, famigli, servi.

LIONARDO Intendo.

GIANNOZZO E di questi sai che masserizia se ne vuole fare? Non altra che di te stessi: adoperÓlli in cose oneste, virtuose e utili, cercare di conservalli sani e lieti, e ordinare che niuno di loro perda tempo. E sai in che modo niuno di loro perderÓ tempo?

LIONARDO Se ciascuno farÓ qualche cosa.

GIANNOZZO Non basta. Anzi se ciascuno farÓ quello se gli apparterrÓ; se la donna governerÓ e' picchini, custodirÓ le cose, e provederÓ a tutta la masserizia domestica in casa; s'e' fanciulli studieranno d'imparare; se gli altri attenderanno a fare bene e diligente ci˛ che da' maggiori loro sia comandato. E sai in che modo e' perderanno tempo?

LIONARDO Credo se faranno nulla.

GIANNOZZO Certo sÝ; e ancora se quello quale pu˛ fare uno, ivi saranno infaccendati due o pi˙; e se dove bisogna due o pi˙ ivi sudi uno solo; e se a uno o pi˙ sarÓ data faccenda alla quale e' sia inutile o disadatto. ImperochÚ dove siano troppi, alcuno sta indarno, e ove sono manco e inutili, egli Ŕ peggio che se facessino nulla, per˛ che cosÝ s'afaticano senza frutto, e disturbano in grande parte e guastano le cose.

LIONARDO Bene dite.

GIANNOZZO MaisÝ, a questo modo non si lasciono perdere tempo: comandisi a ciascuno cosa quale sappi e possa fare. E acci˛ che tutti possano e vogliano con pi˙ diligenza e amore fare quello se gli appartiene, si vuole fare come fo io il debito mio. A me s'apartiene comandare a' miei cose giuste, insegnarle loro fare con diligenza e bene, e a ciascuno dare quello sia necessario e comodo. E sai quello che io fo per meglio fare il debito mio? Io penso prima molto a lungi, a costoro che pu˛ bisognare, quale sarebbe meglio; dipoi apresso io di tutto cerco, duro fatica per averla, poi con diligenza la serbo, e cosÝ insegno a' miei serballo sino al tempo suo, e allora l'adopero.

LIONARDO Prendete voi delle cose quanto pensate vi bisogni, e non pi˙?

GIANNOZZO Pur qualche cosa pi˙, se se ne versasse, guastasse, perdesse, che non manchi al bisogno.

LIONARDO E se ne avanzasse?

GIANNOZZO Penso quale sia il meglio, o acquistarne e servirne uno amico, o vero se pur bisognasse per noi serballa, chÚ mai alla famiglia mia volsi minima cosa alcuna mancasse. Sempre mi piacque avere in casa tutte le cose comode e necessarie al bisogno della famiglia.

LIONARDO E che trovate voi, Giannozzo, bisognare a una famiglia?

GIANNOZZO Molte cose, Lionardo mio: buona fortuna, e simile quale non possono gli uomini.

LIONARDO Ma quelle quali possono gli uomini, quali sono?

GIANNOZZO Sono avere la casa ove si riduca insieme la tua brigata, avere da pascerli, poterli vestire.

LIONARDO E farli virtuosi e costumati?

GIANNOZZO Anzi niuna cosa tanto mi pare alle famiglie quanto questa una necessaria, fare la giovent˙ sua costumatissima e virtuosissima. Ma non accade al proposito della masserizia qui dire della disciplina in allevare e' figliuoli.

LIONARDO E in quelle adunque come fate voi?

GIANNOZZO Dissiti io testÚ in queste nostre avverse fortune a me non Ŕ licito essere vero massaio.

LIONARDO Dicesti sÝ; ma pur quanto io veggio voi avete gran famiglia, e voleteli tutti essere simili a voi onesti e modesti, e cosÝ vivete civile e splendido in casa. Adunque in queste cose che ordine tenete voi?

GIANNOZZO Secondo il tempo e le avversitÓ quanto pi˙ posso migliore.

LIONARDO Ma, per avere da voi compiuto ammaestramento, ponete caso essere in questa etÓ mia, avere moglie e figliuoli, essere prudente, essercitato come vi sete, e al tutto disponessi vivere vero massaio. In che modo guideresti voi le cose?

GIANNOZZO O figliuolo mio, se io fussi di questa etÓ tua, molte cose potrei, quali testÚ non possendo non faccio. E la prima faccenda mia sarebbe d'avere la casa in luogo ove io potessi starmivi a mia voglia lungo tempo, bene agiato, e senza avermi a tramutare. Non Ŕ cosa da credere, e tu, Lionardo, nollo provando non in tutto mi crederesti, quanto sia cosa dannosa e di grandissima spesa, quanto porti disagio e molestia questo tramutarsi di luogo a luogo. Perdonsi le cose, smarrisconsi, romponsi. Agiugni a quelli danni, che tu con l'animo e con la mente troppo ti svii e turbi, e stai una etÓ prima che ti ritruovi bene rassettato. E delle spese, le quali ti crescono per assettarti in casa, dico nulla. Per˛ si vuole trovare luogo in prima conveniente e atto come io diceva.

LIONARDO OimŔ, Giannozzo, e noi ancora giovani, parte nati in essilio, parte cresciuti nelle terre altrui, ancora siamo non ignoranti quanto sia fastidio e travaglio questo tramutarsi, come la nostra iniquissima fortuna tutto il dÝ ci getta ora qua, ora lÓ, senza permetterci minima alcuna requie, miseri noi, sempre perseguitandoci, sempre con nuove ingiurie, sempre con maggiori calamitÓ opprimendoci. Ma Dio lodato, il quale cosÝ a noi dÓ materia d'acquistare non poco lodo della infinita pazienza nostra in tanti mali, e in sÝ grande avversitÓ troppo incredibile e maravigliosa constanza. Ma ritorniamo al proposito nostro. Dico, Giannozzo, come faresti voi a trovare luogo di cosÝ lungo riposo, a trovarlo per le terre altrui?

GIANNOZZO Cercherei quale terra a questo mi fosse atta, donde io non avessi a tramutarmi, e dove io potessi molto vivere sano senza disagio e con onore.

LIONARDO E a che conosceresti voi la terra quanto fosse atta a queste tutte cose? Non sarebbe egli difficile non solo conoscerla, ma trovarla?

GIANNOZZO Non punto. A me non sarebbe certo molto difficile, no, Lionardo mio, e vedi come. Io in prima conoscerei quanto ivi si vivesse bene, sano. Porrei mente la giovent˙ in prima e a' fanciulli; s'e' fossino freschi e belli, stimerei ivi fosse buona aere e sana, imperochÚ la etÓ puerile, pare a me, teme e sente molto l'aere e le cose non buone alla sanitÓ. E se ivi fusse quantitÓ di vecchi ben prosperi, diritti e vigorosi, stimarei anche io invecchiarvi. Poi, dicoti, porrei mente che paese, che vicini, come sia aperto o chiuso contro alle scorrerie de' forestieri inimici, e notarei se questo luogo fusse da sÚ fertile, o se pur gli bisognasse chiedere le cose d'altronde, e vederei in che modo quelle vi si conducessono, e vorrei sapere se alle subite necessitÓ ivi si possa presto e con facilitÓ porvi rimedio. Essaminerei s'e' vicini qui fussino utili o dannosi, e domanderei se gli altri casi, pestilenza, febre e simili, raro l'asalisseno; e considerrei se accadendo il bisogno io potessi t˘rmi indi senza troppo fare spesa. E sopra tutto con diligenza molto investigherei se ivi e' cittadini fussino ricchi e onesti; e informare'mi se la terra avesse buono e stabile reggimento, giuste legge e modesti rettori, imperochÚ, figliuoli miei, se la terra sarÓ con giustizia ordinata e con maturitÓ retta, a lei mai verranno impeti di nimici, nÚ casi avversi nÚ ira di Dio; anzi, arÓ buoni a sÚ vicini, pacifico stato e fermo reggimento. E se i cittadini saranno onesti e ricchi, non aranno bisogno, nÚ voglia di rapire l'altrui, anzi aiuteranno gl'industriosi e onoreranno i buoni.

LIONARDO E dove si troverrebbe mai una sÝ fatta terra compiuta di tante lode? Se giÓ a voi, il quale vi dilettate abitare in Vinegia, quella una terra non vi paresse in tutte queste meno che l'altre viziosa; certo credo sarebbe difficile trovarla.

GIANNOZZO E io pur ne cercherei. Non vorrei avermi a pentire della negligenza mia. E quella ove io trovassi le pi˙ e le migliori di tutte quali dissi cose, ivi mi fermerei.

LIONARDO E quale sono le migliori?

GIANNOZZO Intendi, Lionardo mio? e' non mi pare poco giudicarne; e quanto io, testÚ non bene scorgo il certo, ma cosÝ quanto m'occorre inanzi senza pensarvi. Tra queste sarÓ da preporre la sanitÓ; per˛ molto ricercherei ove fusse l'aria e l'altre cose pi˙ atte alla sanitÓ. Sapete voi, figliuoli miei, l'uomo sano per tutto guadagna in qualche modo, e l'uomo infermo mai si pu˛ riputare ricco; e chi Ŕ giusto e buono, costui pur si truova riguardato da tutti.

LIONARDO Lo onore?

GIANNOZZO In ogni lato, Lionardo mio, chi sarÓ buono e farassi conoscere buono, costui sarÓ onorato e pregiato.

LIONARDO Sono contento. Ma in prima che parrebbe a voi bene atto alla sanitÓ?

GIANNOZZO Quella quale, voglia tu o no, tale ti conviene usarla quale tu la truovi: l'aria.

LIONARDO Poi apresso?

GIANNOZZO L'altre buone cose al cibo e al vivere nostro, - e fra esse il buono vino, Lionardo mio. Tu ridi?

LIONARDO E quivi vi fermeresti?

GIANNOZZO Dove io bene mi riposassi e bene fussi veduto.

LIONARDO Come faresti voi? Comperresti voi la casa, o pur ivi ne torresti una a pigione?

GIANNOZZO A pigione certo no, per˛ che in tempo l'uomo si truova pi˙ volte avere comperata la casa e non averla; che me ne comperrei una ariosa, spaziosa, atta a ricevere la famiglia mia, e pi˙, se ivi capitasse qualche amicissimo, poterlo ritenere in casa onestamente. E in questa cercherei spendere quanto manco potessi danari.

LIONARDO Torresti voi forse fuori di mano la casa, ove le abitazioni sogliono vendersi vile, e come si dice a migliore mercato?

GIANNOZZO Non dire migliore mercato. Niuno pu˛ essere buono pregio quale tu spendi in cosa non ti s'acconfaccia. Ma cercherei spendere in casa mi s'aconfacesse, non pi˙ ch'ella si valesse; nÚ sarei furioso, nÚ mi monstrerrei volenteroso comperatore. Eleggere'mi casa posta in buona vicinanza e in via famosa ove abitassono onestissimi cittadini, co' quali io potessi senza mio danno farmegli amici, e cosÝ la donna mia dalle donne loro avesse onesta compagnia senza alcuno sospetto. E anche m'informerei molto bene prima chi ne' tempi di sopra l'avessi abitata, e domanderei quanto gli abitatori ivi siano vivuti sani e fortunati. Sono alcune case nelle quali mai alcuno pare vi sia potuto vivere lieto.

LIONARDO Certo sÝ, dite il vero. Ramentami d'alcuna e bella e magnifica stanza vederne esperienza: chi vi impoverÝ, chi vi rimase solo, chi con molta infamia ne fu cacciato; tutti, male arrivati, si dolerono. E sono veramente ottimi questi vostri ricordi, t˘rre atta casa in buona e onesta vicinanza, in terra giusta, ricca, pacifica, sana e abondante di buone cose. E, Giannozzo, avendo queste, come ordineresti voi l'altra masserizia?

GIANNOZZO Vorrei tutti i miei albergassero sotto uno medesimo tetto, a uno medesimo fuoco si scaldassono, a una medesima mensa sedessono.

LIONARDO Per pi˙ vostra consolazione, credo; per non vi trovare in solitudine, per vedervi in mezzo padre di tutti ogni dÝ sera acerchiato, amato, riverito, padrone e maestro di tutta la giovent˙, la quale cosa suole essere a voi vecchi troppo supprema letizia.

GIANNOZZO Grandissima. E anche, Lionardo mio, egli Ŕ maggiore masserizia, figliuoli miei, starsi cosÝ insieme chiusi entro ad uno solo uscio.

LIONARDO CosÝ affermate?

GIANNOZZO E faronne certo ancora te. Dimmi, Lionardo, se testÚ fusse notte e buio, qui ardesse il fanale in mezzo, tu, io e questi insieme vederebbono assai, quanto bastasse a leggere, scrivere e fare quello ci paresse. Vero? E se noi ci dividessimo, tu assettassi te colÓ, io suso, questi altrove, volendo ciascuno di noi quanto prima vedere bene lume, credi tu il cavezzo quale ci toccasse in parte durasse ardendo quanto prima durava il tutto insieme?

LIONARDO Certo manco. Chi ne dubita? ImperochÚ dove prima ardeva uno capo, testÚ si consumarebbe in tre.

GIANNOZZO E se testÚ fosse il gran freddo e noi avessimo qui in mezzo le molte braci accese, tu di queste volessi altrove la parte tua, questi se ne portassino la loro, che stimi tu, potresti meglio scaldarti o peggio?

LIONARDO Peggio.

GIANNOZZO CosÝ accade nella famiglia. Molte cose sono sufficienti a molti insieme, le quali sarebbono poche a pochi posti in distanti parti. Altro caldo arÓ l'uno pell'altro fra' suoi cittadini e fra gli strani, e altro lume di lode e di autoritÓ conseguirÓ chi se truovi accompagnato da' suoi per molte ragioni fidati, per molte ragioni temuti, che colui, il quale sarÓ con pochi strani o senza compagnia. Molto pi˙ sarÓ conosciuto, pi˙ e rimirato il padre della famiglia quale molti de' suoi seguiranno, che qualunque si sia solo e quasi abandonato. E voglio testÚ favellare teco come uomo pi˙ tosto pratico che litterato, addurti ragioni ed essempli atti all'ingegno mio. Io comprendo questo, che a due mense si spiega due mappe, a due fuochi si consuma due cataste, a due masserizie s'adopera due servi, ove a uno assai bastava solo uno. Ma io non ti so bene dire quello che io sento; pur stima che io ti dico il vero. A fare d'una famiglia due, gli bisogna doppia spesa, e molte cose delle quali si giudica per pruova meglio che dicendo, meglio si sentono che non si narrano. Per˛ a me mai piacque questo dividere le famiglie, uscire e intrare per pi˙ d'uno uscio; nÚ mai mi patÝ l'animo che Antonio mio fratello abitasse senza me sotto altro tetto.

LIONARDO Da lodarvi.

GIANNOZZO SÝ, Lionardo mio, sotto uno tetto si riducano le famiglie, e se, cresciuta la famiglia, una stanza non pu˛ riceverle, assettinsi almeno sotto una ombra tutti d'uno volere.

LIONARDO O parola degna di tanta autoritÓ quanta Ŕ la vostra! Ricordo da tenerlo a perpetua memoria. Sotto uno volere stiano le famiglie. E dipoi, Giannozzo, quando ciascuno fosse in casa, dimanderebbono da cena.

GIANNOZZO Vero. Per˛ si dia ordine che possino desinare e cenare, Lionardo mio, al tempo e molto bene.

LIONARDO Cenare bene, posso io intendere pascersi di buone cose?

GIANNOZZO Buone, Lionardo mio, ancora e abundanti. Non paoni, capponi e starne, nÚ simili altri cibi elettissimi, quali s'apparecchiano agl'infermi, ma pongasi mensa cittadinesca in modo che niuno de' tuoi costumato desideri cenare altrove, sperando ivi saziare meglio la fame sua che teco. SarÓ la mensa tua domestica, senza mancamento di vino, pane in copia. SarÓ il vino sincero e il pane insieme quanto si richiede buoni, e arai con questi netti e sofficienti condimenti al pane.

LIONARDO Piacemi. E queste cose, Giannozzo, le comperresti voi di dÝ in dÝ?

GIANNOZZO Non comperrei, no, imperochÚ non sarebbe masserizia. Chi vende le cose sue stimi tu venda testÚ quello che potrebbe pi˙ oltre serbare? Che credi tu che si cavi di casa, il migliore o pur il piggiore?

LIONARDO Il piggiore, e quello quale pensa non potere bene serbare. Ma ancora alcuna volta per necessitÓ del danaio si vendono le cose buone e utili.

GIANNOZZO CosÝ confesso. Ma se costui sarÓ savio, e' prima venderÓ il piggiore; e vendendo il migliore, non fa egli di venderlo pi˙ che non viene a sÚ? Non cerca egli con ogni astuzia fartelo parere migliore che non Ŕ?

LIONARDO Spesso.

GIANNOZZO Per˛, vedi tu, chi compera spende quello superchio, e stassi a rischio di non avere tolto cosa falsificata, male durabile e poco buona. Vero? E quando mai vi fusse altra cagione, a me avermi presso tutto quello mi bisogna, a me avere provato pi˙ anni le cose mie e conoscerle quanto e in che stagione siano buone, pi˙ mi giova che cercarne altrove.

LIONARDO Voi forse vorresti avere in casa per tutto l'anno quanto alla spesa domestica bisognasse?

GIANNOZZO Vorrei, sÝ, avere quello che in casa si pu˛ senza pericolo, senza grande fatica bene serbare. E quello che io non potessi bene serbare se non con grande sinistro e troppo ingombro della casa, io quello venderei, e poi al tempo me ne rifornirei, chÚ meglio mi mette per sino alla stagione lasciarne fatica, incarco e pericolo ad altri.

LIONARDO Venderesti voi quello che prima comperasti?

GIANNOZZO Quanto prima potessi, ove serbandola me ne nascesse danno. Ma io, possendo, non vorrei avere a vendere e comperare ora questo ora quello, che sono faccende da mercennarii, e vili occupazioni, alle quali non Ŕ se non masserizia, per uscire di trama, sopraspendervi qualche cosa pi˙ e attendere a maggiori faccende. E parrebbemi pi˙ masserizia di tutto fornirmi a' tempi. E anche ti dico, vorrei non avere ogni anno a scemare i danari anoverati in cassa.

LIONARDO Non veggo come cotesto si possa.

GIANNOZZO Mˇstrotelo. CosÝ. Darei io modo d'avere la possessione la quale per sÚ con molto minore spesa che comperandole in piazza fusse atta a tenermi la casa fornita di biave, vino, legne, strame e simili cose, ove farei alevarvi suso pecugli, colombi e polli, ancora e pesce.

LIONARDO In ogni cosa, Giannozzo, io appruovo la vostra sentenza, ma in questo non so se fusse masserizia fare queste quali dite imprese su terreni altrui, le quali, benchÚ sieno utili alla famiglia e grate ad acquistarsi benivolenza da chi sono le possessioni, pure stimo non troverresti chi poi non richiedesse le possessioni per godersele quando voi con quelle simili spese e opere cosÝ l'avessi bene migliorate. E senza quelle spese non mi pare la villa sia quanto voi volete atta a pascere la famiglia. E rinovare ogni dÝ nuovi lavoratori, condurli a pregio e prestare loro quanto s'usa, dipoi ove tu stimavi riaverne opere o servigi convenirti, mutando possessione, in parte, come accade, perdere, non credo questo sia da lodare tra veri massai.

GIANNOZZO Per questo proprio e per altre cagioni assai io mi comperrei la possessione de' miei danari, che fusse mia, poi e de' figliuoli miei, e cosÝ oltre de' nipoti miei, acci˛ che io con pi˙ amore la facessi governare bene e molto cultivare, e acci˛ che e' miei rimanenti in quella etÓ prendessono frutto delle piante e delle opere quali io vi ponessi.

LIONARDO Vorresti voi campi da ricorre tutto in uno solo sito insieme, quanto diciavate: grano, vino, olio, e strame e legne?

GIANNOZZO Vorrei, possendolo.

LIONARDO Or ditemi, Giannozzo. A volere il buono vino, bisogna la costa e il solitÝo; a fare buono grano si richiede l'aperto piano morbido e leggiere; le buone legne crescono nell'aspero e alla grippa; il fieno nel fresco e molliccio. Tanta adunque diversitÓ di cose come troverresti voi in uno solo sito? Che dite, Giannozzo? Stimate voi si truovino simili molti siti atti a vigna, sementi, boschi e pascoli? E trovandoli, crederresti voi averli a pregio non carissimo?

GIANNOZZO Quanto sÝ! Ma pure, Lionardo mio, io mi ricordo a Firenze quanto siano degli altri assai, e ancora quelli nostri luoghi, quelli di messer Benedetto, quelli altri di messere Niccolaio, e quelli di messer Cipriano, e quelli di messere Antonio, e gli altri de' nostri Alberti, a' quali tu non desiderresti cosa pi˙ niuna, posti in aere cristallina, in paese lieto, per tutto bello occhio, rarissime nebbie, non cattivi venti, buone acque, sano e puro ogni cosa. Ma tacciamo di quelli, e' quali pi˙ sono palagi da signori, e pi˙ tengono forma di castella che di ville. Non ci ricordiamo al presente delle magnificenze Alberte, dimentichianci quelli edificii superbi e troppo ornatissimi, ne' quali molti vedendovi testÚ nuovi abitatori trapassano sospirando, e desiderandovi l'antiche fronti e cortesie nostre Alberte. Dico, cercherei comperare la possessione ch'ella fusse tale quale l'avolo mio Caroccio, nipote di messer Iacobo iurisconsulto, e padre di quello nostro zio messer Iacobo cavaliere, di cui nacque il secondo Caroccio Alberto, solea dire voleano essere le possessioni, che portandovi uno quartuccio di sale ivi si potesse tutto l'anno pascere la famiglia. CosÝ adunque farei io, provederei che la possessione in prima fusse atta a darci tutto quello bisognasse per pascere la famiglia, e se non tutto, almeno insieme le pi˙ necessarie cose, pane, vino. E per la via d'andare alla possessione, o ivi presso, torrei il prato, per potere andando e rivenendo porre mente se cosa ivi mancasse, e cosÝ sempre per quivi farei la via, rivedendo tutti e' campi e tutta la possessione; e molto vorrei o tutto insieme o ciascuna parte bene vicina per meglio poterli spesso senza troppa occupazione tutti trascorrere.

LIONARDO Buona ragione, per˛ che, mentre che voi sollicitassi quelli lÓ su, questi lavoratori qua gi˙ sarebbono forse pi˙ negligenti.

GIANNOZZO E anche per non avere a trafficare con troppa famiglia di villani: cosa da nolla credere, quanto in questi aratori cresciuti fra le zolle sia malvagitÓ. Ogni loro studio sempre sta per ingannarti; mai a sÚ in ragione alcuna lasciano venire inganno; mai errano se non a suo utile; sempre cercano in qualunque via avere e ottenere del tuo. VorrÓ il contadino che tu prima gli comperi il bue, le capre, la scrofa, ancora la giumenta, ancora e le pecore; poi chiederÓ gli presti da satisfare a' suoi creditori, da rivestire la moglie, da dotare la figliuola; poi ancora dimanderÓ che tu spenda in rassettarli la capanna e riedificare pi˙ luoghi e rinnovare pi˙ masserizie, e poi ancora mai resterÓ di lamentarsi; e quando bene fusse adanaiato pi˙ forse che il padrone suo, allora molto si lagnerÓ e dirassi povero. Sempre gli mancherÓ qualche cosa; mai ti favella che non ti adduca spesa o gravezza. Se le ricolte sono abundanti, lui per sÚ ne ripone due le migliori parti. Se pel temporale nocivo o per altro caso le terre furono questo anno sterile, il contadino a te non assegnerÓ se non danno e perdita. CosÝ sempre dell'utile riterrÓ a sÚ le pi˙ e le migliori parti, dello incomodo e disutile tutto lo getta sopra al soccio suo.

LIONARDO Adunque forse sarebbe il meglio a spendere qualche cosa pi˙ in piazza per fornire la casa, che avere a communicare con simili malvagie genti.

GIANNOZZO Anzi giova, Lionardo mio, molto giova trassinare tali ingegni villaneschi, per poi meglio sapere sofferire e' cittadini, quali forse abbiano simili costumi villani e dispettosi; e insÚgnanti e' rustici non poco essere diligente. E poi, dove tu non arai a conversare con troppa moltitudine di lavoratori, a te non sarÓ la loro malizia odiosa, e dove tu sarai diligente a' fatti tuoi, il tuo agricultore poco potrÓ ingannarti, e tu delle sue malizuole arai mille piaceri fra te stessi, molto e riderai.

LIONARDO A me questa vostra prudenza troppo piace, Giannozzo, sapete persino da' malvagi cavarsene qualche utilitÓ e lodo nel vivere.

GIANNOZZO MaisÝ, figliuoli miei, cosÝ farei. Ma io cercherei questa possessione in luogo dove nÚ fiumi, nÚ ruine di piove me gli potessoro nuocere, e dove non usassono furoncelli; e cercherei ivi fusse l'aria ben pura. Imperoch'io odo si truovano ville, peraltro fruttuose e grasse, ma ivi hanno l'aere piena d'alcune minutissime e invisibili musculine; non si sentono, ma passano, alitando, sino entro al pulmone, ove giunte si pascono, e in quello modo tarmano l'enteriori, e occidono gli animali, ancora e molti uomini.

LIONARDO Ben mi ricorda avere letto di ci˛ apresso agli antichi.

GIANNOZZO Per˛ cercherei non manco d'avere ivi buono aere che buono terreno. In buono aere, s'e' frutti non crescono in grandissima quantitÓ come certo vi crescono, quelli pur che vi crescono molto pi˙ sono saporiti, molto pi˙ che gli altri altrove migliori. Agiugni qui ancora che la buona aere, riducendoti in villa, conferma molto la sanitÓ, e porgeti infinito diletto. E ancora, Lionardo mio, cercherei d'avere la possessione in luogo donde i frutti e le ricolte mi venissino a casa senza troppa vettura, e potendola avere non lungi dalla terra troppo mi piacerebbe, per˛ che io pi˙ spesso v'anderei, spesso vi manderei, e ogni mattina anderebbe pelle frutte, per l'erbe e pe' fichi; e andere'mivi io stessi spassando per essercizio, e quelli lavoratori, vedendomi spesso, raro peccarebbono, e a me per questo porterebbono pi˙ amore e pi˙ riverenza, e cosÝ sarebbono pi˙ diligenti a' lavorÝi. E di queste possessioni cosÝ fatte poste in buono aere, lontane da diluvii, vicine alla terra, atte a pane e vino, credo io se ne troverebbe assai. E di legne in poco tempo me la fare' io fertilissima, imperochÚ mai resterei di piantarvi cosÝ in sulle margini, onde s'auggiasse il vicino campo non il mio, e vorre'vi allevare ogni delicato e raro frutto. Farei come solea messer Niccolaio Alberti, uomo dato a tutte le gentilezze, quale volse in le sue ville si trovassino tutti e' frutti nobilissimi quali nascono per tutti e' paesi. E quanta fu gentilezza in quello uomo! Costui mand˛ in Sicilia per pini, i quali nati fruttano prima ch'eglino agiungano al settimo anno. Costui ancora nelli orti suoi volle pini de' quali e' pinocchi da sÚ nascono fessi: lo scorzo dall'uno de' lati Ŕ rotto. Costui ancora di Puglia ebbe quelli pini, e' quali fruttano pignuoli collo scorzo tenerissimo da frÓngelli colle dita, e di questi fece la selva. Sarebbe lunga storia racontare quanta strana e diversa quantitÓ di frutti quello uomo gentilissimo piantasse negli orti suoi, tutti di sua mano posti a ordine, a filo, da guardalli e lodalli volentieri. E cosÝ farei io: pianterei molti e molti alberi con ordine a uno filo, per˛ che cosÝ piantati pi˙ sono vaghi a vedelli, manco auggiano e' seminati, manco mungono il campo, e per c˘rre e' frutti manco si scalpesta e' lavorati. E are'mi grande piacere cosÝ piantare, innestare e aggiugnere diverse compagnie di frutti insieme, e dipoi narrare agli amici come, quando e onde io avessi quelle e quelle altre frutte. Poi a me sarebbe, Lionardo mio, che tu sappia, utile molto grande, se quelli piantati fruttassono bene; e se non fruttassono, a me ancora sarebbe utile: taglierei per legne, ogni anno disveglierei e' pi˙ vecchi e' meno fruttiferi, e ogni anno ivi ristituirei migliori piante. E quanto io, di questo arei troppo in me piacere.

LIONARDO Quale uomo fusse, il quale non si traesse piacere della villa? Porge la villa utile grandissimo, onestissimo e certissimo. E pruovasi qualunque altro essercizio intopparsi in mille pericoli, hanno seco mille sospetti, seguongli molti danni e molti pentimenti: in comperare cura, in condurre paura, in serbare pericolo, in vendere sollicitudine, in credere sospetto, in ritrarre fatica, nel commutare inganno. E cosÝ sempre degli altri essercizii ti premono infiniti affanni e agonie di mente. La villa sola sopra tutti si truova conoscente, graziosa, fidata, veridica. Se tu la governi con diligenza e con amore, mai a lei parerÓ averti satisfatto; sempre agiugne premio a' premii. Alla primavera la villa ti dona infiniti sollazzi, verzure, fiori, odori, canti; sforzasi in pi˙ modi farti lieto, tutta ti ride e ti promette grandissima ricolta, Úmpieti di buona speranza e di piaceri assai. Poi e quanto la truovi tu teco alla state cortese! Ella ti manda a casa ora uno, ora un altro frutto, mai ti lascia la casa v˛ta di qualche sua liberalitÓ. Eccoti poi presso l'autunno. Qui rende la villa alle tue fatiche e a' tuoi meriti smisurato premio e copiosissime mercÚ, e quanto volentieri e quanto abundante, e con quanta fede! Per uno dodici, per uno piccole sudore pi˙ e pi˙ botti di vino. E quello che tu aresti vecchio e tarmato in casa, la villa con grandissima usura te lo rende nuovo, stagionato, netto e buono. Ancora ti dona le passule e l'altre uve da pendere e da seccare, e ancora a questo agiugne che ti riempie la casa per tutto il verno di noci, pere e pomi odoriferi e bellissimi. Ancora non resta la villa di dÝ in dÝ mandarti de' frutti suoi pi˙ serotini. Poi neanche il verno si dimentica teco essere la villa liberale; ella ti manda la legna, l'olio, ginepri e lauri per, quando ti conduca in casa dalle nevi e dal vento, farti qualche fiamma lieta e redolentissima. E, se ti degni starti seco, la villa ti fa parte del suo splendidissimo sole, e porgeti la leprettina, il capro, il cervo, che tu gli corra drieto, avendone piacere e vincendone il freddo e la forza del verno. Non dico de' polli, del cavretto, delle giuncate e delle altre delizie, quali tutto l'anno la villa t'alieva e serba. Al tutto cosÝ Ŕ: la villa si sforza a te in casa manchi nulla, cerca che nell'animo tuo stia niuna malinconia, Úmpieti di piacere e d'utile. E se la villa da te richiede opera alcuna, non vuole come gli altri essercizii tu ivi te atristi, nÚ vi ti carchi di pensieri, nÚ punto vi ti vuole affannato e lasso, ma piace alla villa la tua opera ed essercizio pieno di diletto, il quale sia non meno alla sanitÓ tua che alla cultura utilissimo.

GIANNOZZO Che bisogna dire, Lionardo? Tu non potresti lodare a mezzo quanto sia la villa utile alla sanitÓ, commoda al vivere, conveniente alla famiglia. Sempre si dice la villa essere opera de' veri buoni uomini e giusti massari, e conosce ogni uomo la villa in prima essere di guadagno non piccolo, e, come tu dicevi, dilettoso e onesto. Non ti conviene, come negli altri mestieri, temere perfidia o fallacie di debitori o procuratori. Nulla vi si fa in oscuro, nulla non veduto e conosciuto da molti, nÚ puoi esservi ingannato, nÚ bisogna chiamare notari e testimoni, non seguire litigii e l'altre simili cose acerbissime e piene di malinconie che alle pi˙ fiate sarebbe meglio perdere che con quelle suste d'animo guadagnare. Agiugni qui che tu puoi ridurti in villa e viverti in riposo pascendo la famigliuola tua, procurando tu stessi a' fatti tuoi, la festa sotto l'ombra ragionarti piacevole del bue, della lana, delle vigne o delle sementi, senza sentire romori, o relazioni, o alcuna altra di quelle furie quali dentro alla terra fra' cittadini mai restano, - sospetti, paure, maledicenti, ingiustizie, risse, e l'altre molte bruttissime a ragionarne cose, e orribili a ricordarsene. In tutti e' ragionamenti della villa nulla pu˛ non molto piacerti, di tutte si ragiona con diletto, da tutti se' con piacere e volentieri ascoltato. Ciascuno porge in mezzo quello che conosce utile alla cultura; ciascuno t'insegna ed emenda, ove tu errassi in piantare qualche cosa o sementare. Niuna invidia, niuno odio, niuna malivolenza ti nasce dal cultivare e governare il campo.

LIONARDO E anche vi godete in villa quelli giorni aerosi e puri, aperti e lietissimi; avete leggiadrissimo spettacolo rimirando que' colletti fronditi, e que' piani verzosi, e quelli fonti e rivoli chiari, che seguono saltellando e perdendosi fra quelle chiome dell'erba.

GIANNOZZO SÝ, Dio, uno proprio paradiso. E anche, quello che pi˙ giova, puoi alla villa fuggire questi strepiti, questi tumulti, questa tempesta della terra, della piazza, del palagio. Puoi in villa nasconderti per non vedere le rubalderie, le sceleraggine e la tanta quantitÓ de' pessimi mali uomini, quali pella terra continuo ti farfallano inanti agli occhi, quali mai restano di cicalarti torno all'orecchie, quali d'ora in ora seguono stridendo e mugghiando per tutta la terra, bestie furiosissime e orribilissime. Quanto sarÓ beatissimo lo starsi in villa: felicitÓ non conosciuta!

LIONARDO Lodate voi abitare in villa pi˙ che in mezzo alla cittÓ?

GIANNOZZO Quanto io, a vivere con manco vizio, con meno maninconie, con minore spesa, con pi˙ sanitÓ, maggiore suavitÓ del vivere mio, sÝ bene, figliuoli miei, che io lodo la villa.

LIONARDO Parrebbevi egli pertanto d'allevare ivi e' figliuoli vostri?

GIANNOZZO Se i figliuoli miei non avessoro in etÓ a conversare se non con buoni, certo a me piacerebbe averli cresciuti in villa. Ma egli Ŕ sÝ piccolo il numero de' non pessimi uomini, che a noi padri conviene, per essere sicuri da' viziosi e dai molti inganni loro, volere ch'e' figliuoli nostri li conoscano; nÚ pu˛ bene giudicare de' viziosi colui il quale non conosce il vizio. Chi non conosce il suono della cornamusa non pu˛ bene giudicare se lo strumento sia buono o non buono. Per˛ sia nostra opera fare come chi vuole diventare schermidore, prima imparare ferire, per meglio conoscere e a tempo sapere fuggire la punta e scostarsi dal taglio. S'e' vizii abitano, come fanno, tra gli uomini, a me potrÓ parere il meglio allevare la giovent˙ nelle terre, poichÚ ivi abondano non meno vizii che uomini.

LIONARDO E anche, Giannozzo, nella terra la giovent˙ impara la civilitÓ, prende buone arti, vede molti essempli da schifare e' vizii, scorge pi˙ da presso quanto l'onore sia cosa bellissima, quanto sia la fama leggiadra, e quanto sia divina cosa la gloria, gusta quanto siano dolci le lode, essere nomato, guardato e avuto virtuoso. Destasi la giovent˙ per queste prestantissime cose, commove e sÚ stessi incita a virt˙, e proferiscesi ad opere faticose e degne di immortalitÓ; quali ottime cose forse non si truovano in villa fra' tronchi e fra le zolle.

GIANNOZZO Con tutto questo, Lionardo mio, dubito io quale fusse pi˙ utile, allevare la giovent˙ in villa o nella terra. Ma sia cosÝ, abbiasi ciascuna cosa le sue proprie utilitÓ, siano nelle terre le fabriche di quelli grandissimi sogni, stati, reggimenti, e fama, e nella villa si truovi quiete, contentamento d'animo, libertÓ di vivere e fermezza di sanitÓ, io per me cosÝ ti dico: se io avessi villa simile quale io narrava, io mi vi starei buoni dÝ dell'anno, dare'mi piacere e modo di pascere la famiglia mia copioso e bene.

LIONARDO Non daresti voi anche modo, come diciavate bisognare, di vestire la famiglia?

GIANNOZZO Fra' miei primi pensieri questo sarebbe, come sempre fu, il primo, d'avere la mia famiglia quanto a ciascuno si richiedesse onestamente bene vestita, per˛ che, se io in questo fussi negligente, la brigata mi servirebbe con poca fede, e i miei mi porterebbono odio; sare'ne spregiato, quelli di fuori me ne biasimerebbono, sare'ne riputato avaro, e per tanto sarebbe non buona masserizia non vestirli bene.

LIONARDO Come la terresti voi vestita?

GIANNOZZO Pur bene: civili vestimenti, sopratutto puliti, atti e bene fatti; colori lieti, aperti quali pi˙ s'afacesse loro; buoni panni. Questi frastagli, questi ricami a me piacquono mai vedelli, se non solo a' buffoni e trombetti. In dÝ solenni la vesta nuova, gli altri dÝ la vesta usata, in casa la vesta pi˙ logora. Le veste, Lionardo mio, onorano te. Vero? Onora tu adunque, onora le veste. E soglio io porre mente, e parmi qui non s'abbia quanto merita riguardo; e benchÚ potrebbe parere ai larghi e spendenti uomini cosa da non ne fare troppa stima, pure egli Ŕ cosÝ: il cignere la vesta fa due mali, l'uno che il vestire pare meno ampio e meno onorevole, l'altro si vede che il cinto lima il panno e bene subito arÓ stirpato il pelo, tale che tu arai la vesta per tutto nuova, solo nel cingere sarÓ consumata e vecchia. Non si vogliono adunque cingere le belle veste, e voglionsi avere le belle veste, perchÚ ove elle onorano te molto, tu il simile riguardi loro.

LIONARDO Vestiresti voi cosÝ tutta la famiglia ornata di belle veste?

GIANNOZZO Vedi tu, sÝ, bene, a ciascuno secondo se gli richiedesse.

LIONARDO E a quelli i quali si riducessono con voi in casa, donaresti voi il vestire quasi in premio?

GIANNOZZO Sarei sÝ bene con questi ancora liberale, ove io gli vedessi amorevoli e diligenti verso di me e verso de' miei.

LIONARDO Per premiarli, stimo, cosÝ faresti.

GIANNOZZO E anche per incitare gli altri e meritare da me quanto quelli buoni avessino ricevuto. Niuna cosa sarÓ tanto molto atta e utile a rendere bene modesta, costumata e officiosa tutta la famiglia, quanto onorando e premiando e' buoni, per˛ che le virt˙ lodate crescono negli animi de' buoni, e nelle menti de' non cosÝ buoni incendono gli altrui premii e lode voluntÓ di meritare con simili opere e virt˙.

LIONARDO Piacemi, e dite bellissimo. CosÝ certo confesso essere. Ma a vestire la famiglia onde soppliresti voi? Venderesti voi e' frutti della possessione?

GIANNOZZO Se quelli m'avanzassino, perchÚ non mi dovessi io farne danari, e in altro spenderli quando bisognasse? Sempre fu utile al padre della famiglia pi˙ essere vendereccio che compraiuolo. Ma sappi che alla famiglia tutto l'anno accaggiono minute spese per masserizie e aconcimi e manifatture; e cosÝ non raro ti sopravengono dell'altre maggiori spese, delle quali tutte quasi le prime sono il vestire. Cresce la giovent˙, apparecchiansi le nozze, anoveransi le dote, e chi a tutte volesse colla sola possessione satisfarvi, credo io, non li basterebbe. Per˛ farei d'avere qualche essercizio civile utile alla famiglia, commodo a me, atto a me e a' miei, e con questo essercizio guadagnando di dÝ in dÝ quanto bisognasse sopplirei; quello che avanzasse mi serberei per quando accadessino maggiori spese: o servirne la patria, o aiutarne l'amico, o donarne al parente, o simili, quali tutto il dÝ possono intervenire, spese non piccole, non da nolle fare, sÝ perchÚ sono dovute, sÝ perchÚ sono piatose, sÝ anche perchÚ acquistano amistÓ, nome e lodo. E a me molto piacerebbe a quello modo avere ove ridurmi, e dove contenessi e' miei giovani non scioperati e non oziosi.

LIONARDO Quale essercizio prenderesti voi?

GIANNOZZO Quanto potessi onestissimo, e quanto pi˙ potessi a molti utilissimo.

LIONARDO Forse questo sarebbe la mercantia?

GIANNOZZO Troppo, ma, per pi˙ mio riposo, io m'eleggerei cosa certa, quale di dÝ mi vedessi migliorare tra le mani. Forse farei lavorare le lane, o la seta, o simili, che sono essercizii di meno travaglio e di molto minore molestia, e volentieri mi darei a tali essercizii a' quali s'adoperano molte mani, perchÚ ivi in pi˙ persone il danaio si sparge, e cosÝ a molti poveri utilitÓ ne viene.

LIONARDO Questo sarebbe officio di grandissima pietÓ, giovare a molti.

GIANNOZZO E chi ne dubita? Massime faccendo come vorrei io si facesse, chÚ arei fattori e garzoni miei, nÚ io porrei mano pi˙ oltre se non a provedere e ordinare che ciascuno facesse il debito suo, e a tutti cosÝ comanderei: siate con qualunque si venga onesti, giusti e amichevoli, con gli strani non meno che con gli amici, con tutti veridici e netti, e molto vi guardate che per vostra durezza o malizia mai alcuno si parta dalla nostra bottega ingannato, o male contento; chÚ, figliuoli miei, cosÝ a me pare perdita pi˙ tosto che guadagno, avanzando moneta, perdere grazia e benivolenza. Uno benevoluto venditore sempre arÓ copia di comperatori, e pi˙ vale la buona fama e amore tra' cittadini che quale si sia grandissima ricchezza. E anche comanderei nulla sopravendessino superchio, e che, con qualunque o creditore o debitore si contraesse, sempre loro ricorderei con tutti stessino chiari e netti, non fossoro superbi, non maledicenti, non negligenti, non litigiosi, e sopratutto alle scritture fussono diligentissimi. E in questo modo spererei Dio me ne prosperasse, e aspetterei acrescermi non poco concorso alla bottega mia, e fra' cittadini stendermi buono nome, le quali cose non si pu˛ di leggieri giudicarne quanto col favore di Dio e colla grazia degli uomini di dÝ in dÝ faccino e' guadagni essere maggiori.

LIONARDO E' fattori, Giannozzo, spesso sono poco solliciti, e raro cercano fare prima l'utile vostro che il suo proprio.

GIANNOZZO E io per questo sarei diligente in t˘rre fattori onesti e buoni, e apresso vorrei molto spesso conoscere e rivedere persino alle minime cose, e qualche volta, benchÚ io sapessi ogni cosa, di nuovo ne ridomanderei per parere pi˙ sollecito. Non farei cosÝ per monstrarmi suspizioso troppo o sfidato, ma per t˘rre licenza a' fattori d'errare. Se 'l fattore vederÓ niuna cosa a me essere occulta, stima che vorrÓ meco essere sollicito e veritiero; e volendo essere il contrario non poterebbe, per˛ che, io spesso riconoscendo le cose, non potrebbono gli errori invecchiarmi tra le mani, e dove fosse cadutovi errore alcuno, se non oggi, domani subito si rinverrebbe, e non fuori di tempo si gli rimedierebbe. E se cosa fosse ascosa sotto qualche malizia, credi che spesso razzolandovi e ricercandovi di leggieri si scoprirebbe. Dicea messer Benedetto Alberti, uomo non solo in maggiori cose della terra, in reggere la repubblica prudentissimo, ma in ogni uso civile e privato savissimo, ch'egli stava cosÝ bene al mercatante sempre avere le mani tinte d'inchiostro.

LIONARDO Non so se io questo m'intendo.

GIANNOZZO Dimonstrava essere officio del mercatante e d'ogni mestiere, quale abbia a tramare con pi˙ persone, sempre scrivere ogni cosa, ogni contratto, ogni entrata e uscita fuori di bottega, e cosÝ spesso tutto rivedendo quasi sempre avere la penna in mano. E quanto a me questo precetto pare troppo utilissimo, imperochÚ, se tu indugi d'oggi in domane, le cose t'invecchiano pelle mani, vengonsi dimenticando, e cosÝ il fattore piglia argomento e stagione di diventare o vizioso, o come il padrone suo negligente. NÚ stimare alle cose tue altri sia pi˙ che tu stesso sollicito, e cosÝ alla fine te n'hai il danno, o vero ti perdi il fattore. NÚ dubitare, Lionardo mio, ch'egli Ŕ peggio avere male fattore che in tutto nollo avere. La diligenza del maestro pu˛ d'uno fattore non molto buono farlo migliore, ma la negligenza di chi debba avere principale cura delle cose sempre suole di qualunque buono lasciarlo piggiorare.

LIONARDO E quanto! Uno fattore vizioso ti ruba e inganna per suo maligno ingegno, benchÚ tu sia sollicito, e molto pi˙ ti nocerÓ ove vedrÓ alle cose tue in te stessi essere negligenza. E bene questo spesso provorono e' nostri, e bene spesso hanno avuto chi per suo vizio molto pi˙ che per nostra negligenza ci Ŕ stato dannoso. Ma da' viziosi raro si pu˛ senza danno ritrarsi.

GIANNOZZO A me, quando io riduco a memoria quelli danni e perdite di molti mercatanti, e ove io veggo che de' sei infortunii e' cinque sono occorsi per difetto di chi governa le cose, pare veramente possa cosÝ affermare che niuna cosa tanto fa buono fattore quanto la diligenza del maestro. La pigrizia, tralasciare e non spesso rivedere e' fatti suoi troppo, figliuoli miei, troppo nuoce. E stolto colui, il quale non saprÓ favellare de' fatti suoi se non per bocca altrui. Cieco per certo sarÓ colui, il quale non vedrÓ se non con gli occhi altrui. Vuolsi adunque stare sollicito, desto, diligente, rivedere spesso ogni nostra cosa, perchÚ cosÝ nulla si pu˛ facilmente perdere, e ismarrita pi˙ tosto si truova. Agiugni che sendo negligente ti si fa una somma di faccende quale a scioglierle non vi basta il dÝ, nÚ ivi puoi quanto bisogna fatica, e truovi quel che tu ne' tempi suoi aresti fatto bene e con diletto, ora, volendo quello quanto bisogna doppo allo indugio, t'Ŕ impossibile o farlo a compimento, o delle molte parti farne alcuna bene quanto certo prima aresti nelle stagioni loro fatto. CosÝ adunque io sarei sempre in ogni cosa diligente, e in questa quanto a me s'apartenesse molto sarei sollicito, prima in scegliere quanto pi˙ potessi buono fattore, poi sarei diligente in nollo lasciare piggiorare rivedendo spesso e riconoscendo ogni mia cosa. E acci˛ ch'e' miei avessino cagione d'essere migliori, io gli onorerei e largamente bene gli tratterei, e studiare'mi farli amorevoli a me e alle cose mie.

LIONARDO CosÝ mi pare certo necessario avere grande diligenza in scegliere e' fattori bene buoni, e ancora avere non minore diligenza in non gli lasciare piggiorare, e ancora quanto dite molto bisogna essere diligente in farli di dÝ in dÝ amorevoli e studiosi delle cose vostre.

GIANNOZZO Molto, e sai come? Conviensi prima da pi˙ persone domandarne, avisarsi delle condizioni loro, informarsi de' costumi, porre bene mente che usanze, che maniere siano le loro.

LIONARDO E per fattori quali a voi piacerebbono pi˙, o gli strani o pure e' vostri della casa? PerchÚ spesso vidi fra mercatanti farne non piccolo dubio. Eravi chi diceva potersi meglio vendicare e valersi con pi˙ facilitÓ da uno strano che da uno della sua propria famiglia. Altri stimava gli strani pi˙ essere ubbidienti a' maestri e pi˙ suggetti. Altri parea non volesse ch'e' suoi fossero in tempo per venire in tale fortuna che potessino t˘rsi il primo grado e occupare l'autoritÓ e luogo di chi governa. E cosÝ erano varie le loro opinioni.

GIANNOZZO Quanto io, Lionardo mio, mai chiamerei fattore, ma pi˙ tosto nimico mio, e non vorrei tra' miei domestici quello uomo da cui aspettassi vendicarmi; nÚ apresso comprendo per che cagione io dagli strani dovessi pi˙ essere riverito che da' miei, quantunque da' miei a me pi˙ parrebbe onesto accettarne benivolenza e amore che obedienza e servit˙; nÚ io stimo meno essere utile alle faccende la fede e diligenza di quelli quali ci portino amore, che sia la subiezione di chi noi tema; e non reputo degno di buona fortuna, nÚ meritare autoritÓ, nÚ doversi grado alcuno a colui al quale sia molesto l'onore e felicitÓ de' suoi; e a me potrÓ parere stultissimo colui, il quale stimerÓ senza favore e aiuto de' suoi mantenersi in dignitÓ o in felice alcuno stato. Credete a me, figliuoli miei, che di questo mi ramenta infiniti essempli, quali per pi˙ brevitÓ non riferisco; credete a me, niuno pu˛ durare in alcuna buona fortuna senza spalle e mano degli altri uomini; e chi sarÓ in disgrazia a' suoi, costui stolto s'egli stima mai essere bene agli strani accetto. Ma per diffinire la questione tua, presupponi tu, Lionardo, ch'e' tuoi sieno buoni o mali?

LIONARDO Buoni.

GIANNOZZO Se fiano buoni, mi rendo io certissimo molto saranno migliori meco i miei che gli strani. E cosÝ ragionevole a me pare stimare ne' miei essere pi˙ fede e amore che in qualunque sia strano, e a me pi˙ debba essere caro fare bene a' miei che agli altrui.

LIONARDO O se fossoro mali?

GIANNOZZO Come, Lionardo? Che non sapessino procurare bene? Non sarebbe qui a me, Lionardo, maggiore debito insegnare a' miei che agli strani?

LIONARDO Certo. Ma se, come alcuna volta accade, e' v'ingannassino?

GIANNOZZO Dimmi, Lionardo, a te saprebbe egli peggio se uno tuo avesse de' beni tuoi, che se uno strano se gli rapisse?

LIONARDO Meno a me dorrebbe se a uno de' miei le mie fortune fusseno utili, ma pi˙ mi sdegnerei se di chi pi˙ mi fido pi˙ m'ingannasse.

GIANNOZZO Lievati dall'animo, Lionardo, questa falsa opinione. Non credete che de' tuoi alcuno mai t'inganni, ove tu lo tratti come tuo. Quale de' tuoi non volesse pi˙ tosto avere a fare teco che con gli strani? Pensa tu in te stessi: a chi saresti tu pi˙ volentieri utile, a' tuoi pure o agli altrui? E stima questo, che lo strano si riduce teco solo per valersi di meglio; e ric˛rdati (spesso lo dico perchÚ sempre ci vuole essere a mente) ch'egli Ŕ pi˙ lodo e pi˙ utile fare bene a' suoi che agli strani. Quello poco o quello assai, quale lo strano se ne porta, non torna pi˙ in casa tua, nÚ in modo alcuno in tempo sarÓ a' nipoti tuoi utile. Se lo strano teco diventa ricco, perchÚ cosÝ stima meritare da te, poco te ne sa grado; ma, se da te il parente tuo arÓ bene, e' confesserÓ esserti obligato, e cosÝ arÓ volunterosa memoria fare il simile a' tuoi. E quando bene e' non te ne sapesse nÚ grado, nÚ merito, se tu sarai buono e giusto, tu prima dovrai volere in buona fortuna e' tuoi che quale si sia strano. Ma pensa che di questo mai a te bisognerÓ temere, se tu cosÝ sarai diligente a eleggere buono, e desto a non lasciare peggiorare el fattore. E dimmi ancora: scegliendo il fattore ove ara' tu manco indizii a bene conoscere de' costumi? Pigliando de' tuoi, e' quali a te sono cresciuti nelle mani, e' quali tu hai pratichi tutto il dÝ, o pure togliendo degli strani, co' quali avesti molto manco conoscenza e molto minori esperienze? CosÝ credo io, Lionardo mio, molto pi˙ sia difficile conoscere lo 'ngegno degli strani che de' tuoi. E se cosÝ Ŕ, se a noi per bene scegliere molto si conviene conoscere ed essaminare e' costumi, chi mai credesse pi˙ tosto investigalli in uno strano che ne' suoi proprii? Chi mai volesse pi˙ tosto uno strano non bene conosciuto che uno suo bene conosciuto? Voglionsi aiutare e' nostri quando e' sono buoni e atti, e se da sÚ non sono, con ogni nostra industria e aiuto voglionsi e' nostri di dÝ in dÝ rendere migliori. Segno di poca caritÓ sdegnare e' suoi per beneficare agli altri, segno di grande perfidia non si fidare de' suoi per confidarsi degli altri. Ma io dico forse troppo in questa materia. A te, Lionardo, che ne pare?

LIONARDO A me pare, questa vostra, amorevole, iusta e verissima sentenza, e tale che s'ella fusse da tutti, come da me, creduta e gustata, forse la famiglia nostra arebbe manco da dolersi di molte ingiurie, quali giÓ pi˙ volte ricevette dagli strani. E certo la vostra cosÝ confesso essere giusta sentenza: non sa amare chi non ama e' suoi.

GIANNOZZO E quanto giustissima! Mai, se tu puoi avere de' tuoi, non mai t˘rre gli altrui. E' ti giova sollicitarli, pigli piacere a insegnarli, godi ove te vedi riputar padre, puoi ascriverti a felicitÓ averti con tuoi beneficii addutta in luogo di figliuoli molta giovent˙, la quale speri e disponga teco tutta la sua etÓ. Quale cose non cosÝ farÓ lo strano. Anzi, quando egli arÓ cominciato a pi˙ qualcosa sapere o avere, e' vorrÓ essere compagno, diratti volersi partire, moveratti doppo questo una, e doppo quella un'altra lite per migliorare sua condizione, e del danno tuo, della infamia tua poco stimerÓ ove a sÚ ne risulti bene. Ma lasciamo passare. Io potrei monstrarti infinite ragioni pelle quali vederesti che lo strano sempre sta teco come nimico, dove e' tuoi sempre sono amici. Procurono e' tuoi il bene e l'onore tuo, fuggono il danno e la infamia tua, perchÚ d'ogni tuo onore a loro ne risulta lodo, e d'ogni disonore sentono parte di biasimo. E cosÝ occorrerebbono doppo queste infinite altre ragioni, pelle quali manifesto vederresti ch'egli Ŕ pi˙ dovuto, pi˙ onesto, pi˙ utile, pi˙ lodato, pi˙ sicuro t˘rre de' suoi che degli strani. E quando a te questo bene paresse il contrario, io ti consiglierei sempre pi˙ verso e' tuoi avessi caritÓ che verso gli strani, e ricordere'ti quanto a noi stia debito avere cura della giovent˙, trarla in virt˙, condurla in lode. E stima tu certo che a noi padri di famiglia non Ŕ se non gran biasimo, possendo onorare e grandire e' nostri, se noi li terremo adrieto quasi spregiati e aviliti.

LIONARDO A me non bisogna udirne pi˙ ragioni. Io stimo in parte di grandissimo biasimo non sapere gratificarsi a' suoi, e confesserei io sempre che chi non sa vivere co' suoi molto meno saprÓ vivere con gli strani. E di questi vostri ricordi, in la masserizia troppo utilissimi, molto vi siamo questi giovani e io obligatissimi, e anche ci sarÓ molto pi˙ dono e debito da voi aver sentito il resto quanto aspettiamo seguitiate. PoichÚ detto avete della casa, della possessione e degli essercizii accommodati alla masserizia, ora c'insegnate quanto abbiamo a seguire in queste spese, le quali tutto il dÝ accaggiono, oltre al vestire e al pascere la famiglia, e ancora ricevere amici, onorarli con doni e liberalitÓ. E accade tale ora a fare qualche spesa la quale apartenga allo onore e fama di casa, come alla famiglia nostra delle altre assai e fra molte quella una de' padri nostri in edificare nel tempio di Santa Croce, nel tempio del Carmine, nel tempio degli Agnoli e in molti luoghi dentro e fuori della terra, a Santo Miniato, al Paradiso, a Santa Caterina, e simili nostri publici e privati edificii. Adunque a queste spese che regola o che modo daresti voi? So in questo come nell'altre forse dovete avere perfetti documenti.

GIANNOZZO E hogli tali che nulla meglio.

LIONARDO E quali?

GIANNOZZO Uditemi. Io soglio porre mente, e pŔnsavi ancora tu s'io tengo buona opinione; vedi, a me pare le spese tutte siano o necessarie o non necessarie, e chiamo io necessarie quelle spese, senza le quali non si pu˛ onesto mantenere la famiglia, quali spese chi non le fa nuoce allo onore suo e al commodo de' suoi; e quanto non le faccendo pi˙ nuociono, tanto pi˙ sono necessarie. E sono queste numero a raccontarle grandissimo; ma insomma possiamo dire siano quelle fatte per averne e conservarne la casa, la possessione e la bottega, tre membri onde alla famiglia s'aministra ogni utilitÓ e frutto quanto bisogna. Vero, le spese non necessarie sono o con qualche ragione fatte, o senza alcuna pazzamente gittate via. Ma le spese non necessarie con qualche ragione fatte piacciono, non fatte non nuocono. E sono queste come dipignere la loggia, comperare gli arienti, volersi magnificare con pompa, con vestire e con liberalitÓ. Sono anche poco necessarie, ma non senza qualche ragione, le spese fatte per asseguire piaceri, sollazzi civili, senza quali ancora potevi onesto e bene viverti.

LIONARDO Intendovi: come d'avere bellissimi libri, nobilissimi corsieri, e simile voglie d'animo generoso e magnifico.

GIANNOZZO Proprio questo medesimo.

LIONARDO Adunque si chiamino queste spese voluntarie, perchÚ satisfanno pi˙ tosto alla voluntÓ che alla necessitÓ.

GIANNOZZO Piacemi. Di poi le spese pazze sono quelle quali fatte meritano biasimo, come sarebbe pascere in casa draconi o altri animali pi˙ che questi terribili, crudeli e venenosi.

LIONARDO Tigri forse?

GIANNOZZO Anzi, Lionardo mio, pascere scelerati e viziosi uomini, imperoch'e' mali uomini sono pi˙ che le tigre e che qualunque si sia pestifero animale molto piggiori. Uno solo vizioso mette in ruina tutta una universa famiglia. Niuno si truova veneno maggiore, nÚ sÝ pestilenzioso quanto sono le parole d'una mala lingua; niuna rabbia tanto sarÓ rabbiosa quanto quella d'uno invidioso raportatore. E chi pasce simili scelerati, costui certo fa spese pazze, bestialissime, e molto merita biasimo. Vuolsi fuggire quanto una pestilenza ogni uso e dimestichezza di simili maledici, raportatori e ghiottonacci quali s'inframettono fra gli amici e conoscenti delle case. NÚ mai si vuole essere amico di chi racolga volentieri simili viziosi, imperochÚ a chi ama e' viziosi piace il vizio: a chi piace il vizio costui non Ŕ buono, e a' mali uomini mai e' buoni furono amici. Pertanto sarÓ nÚ utile, nÚ facile acquistarsi amistÓ di questi tali, de' quali non stia l'uscio e l'orecchie molto serrato a tutti e' viziosi.

LIONARDO SÝ certo, Giannozzo, sÝ dite il vero, e sono spese non solo pazze ma anche troppo dannose, chÚ sogliono e' viziosi con loro raportamenti e false accusazioni, godendo in usare la sua malvagitÓ, addurti in suspizione e odio a tutti e' tuoi, solo perchÚ tu non abbia a credere a chi te veramente ami, quando e' t'avisasse del vizio e malignitÓ di quelli.

GIANNOZZO Per˛ nÚ queste, nÚ simili spese pazze mai si vogliono fare. Voglionsi fuggire, non udire, nÚ riputare amico chi le domandi, nÚ chi te ne consigli.

LIONARDO E quelle altre due, Giannozzo, le necessarie e le volontarie spese, con che ragione abbiamo noi ad essequille?

GIANNOZZO Come ti pensi? Sai come fo io le necessarie spese? Quanto pi˙ posso le fo presto.

LIONARDO Non vi pensate voi prima quale modo sia il migliore?

GIANNOZZO Certo sÝ. NÚ stimare che in cosa alcuna a me mai piaccia correre a furia, ma bene studio fare le cose maturamente presto.

LIONARDO PerchÚ?

GIANNOZZO PerchÚ quello che era necessario fare mi giova subito avello fatto, non fusse per altro se none per avermi scarico di quello pensiero. CosÝ adunque fo le necessarie subito, ma le voluntarie spese traduco io in altro modo buono, utile.

LIONARDO E quale?

GIANNOZZO Ottimo, utilissimo. Dicotelo. Indugio, Lionardo mio, indugio parecchi termini, indugio quanto posso.

LIONARDO E questo perchÚ?

GIANNOZZO Pur per bene.

LIONARDO Desidero sapere che buona cagione vi muova, chÚ so nulla fate senza ottima ragione.

GIANNOZZO Dicotelo. Per vedere se quella voglia m'uscisse in quello mezzo; e non m'uscendo, io pure mi truovo avere spazio da pensare in che modo ivi si spenda manco, e pi˙ a pieno mi satisfaccia.

LIONARDO Ringraziovi, Giannozzo. Voi testÚ m'avete insegnato schifare molte spese, alle quali io, come gli altri giovani, raro mi sapeva rafrenare.

GIANNOZZO Per˛ non Ŕ se non dovuto che a noi vecchi si renda molta riverenza, e cosÝ a voi giovani pare sia utile in ogni vostra faccenda addimandiate e riceviate da noi padri consiglio. Molte cose di questo mondo meglio per pruova si conoscono che per giudicio e prudenza, e noi uomini non gastigati dalle lettere, ma fatti eruditi dall'uso e dagli anni, e' quali a tutto l'ordine del vivere abbiamo e pensato e distinto quale sia il meglio, non dubitare, possiamo in bene molte cose con la nostra pratica forse pi˙ che a voi altri litterati non Ŕ licito colle vostre sottigliezze e regole di malizia. E dicovi, sempre a me parse via brevissima a, come voi dite, bene filosofare, conversare e assiduo trovarsi apresso de' vecchi, domandarli, udirli e ubidilli, imperochÚ il tempo, ottimo maestro delle cose, rende e' vecchi buoni conoscitori e operatori di tutte quelle cose, quali a noi mortali sono nel vivere nostro utili e buone a tradurre l'etÓ nostra in quiete, tranquillitÓ e onestissimo ozio.

LIONARDO Bene aspettavamo da voi apreendere molte e perfette cose, ma voi e in questo e negli altri vostri singularissimi e perfettissimi ditti superasti ogni nostra espettazione. Tante cose c'insegnate quante io mai arei pensato si potessoro adattare alla masserizia. Ma non so se io mi giudico il vero. Dico, Giannozzo, che volere essere padre di famiglia come voi ce l'avete distinto, mi pare forse sarebbe opera molto faticosa: prima essere massaio delle sue proprie cose, reggere e moderare l'affezioni dell'animo, frenare e contenere gli appetiti del corpo, adattarsi e usufruttare il tempo, osservare e governare la famiglia, mantenere la roba, conservare la casa, cultivare la possessione, guidare la bottega, le quali cose da per sÚ ciascuna sarÓ non piccolissima a chi voglia in quella essere diligentissimo, e in tutte insieme credo io, perchÚ sono difficili, sarÓ quasi impossibile adoperarsi in modo che la nostra sollecitudine in qualche una non manchi.

GIANNOZZO Non essere in questa opinione. Elle non sono, come a te forse paiono, Lionardo mio; queste non sono difficili quanto credevi, per˛ che elle sono tutte collegate insieme e incatenate per modo, che a chi vuole essere buono padre di famiglia, a costui conviene, guidandone bene una, tutte l'altre seguano pur bene. Chi sa non perdere tempo sa fare quasi ogni cosa, e chi sa adoperare il tempo, costui sarÓ signore di qualunque cosa e' voglia. E quando queste bene fussino difficili, elle porgono tanta utilitÓ e tanto piacere a chi in esse si diletti, e con tuo tanto biasimo ti stanno adosso ove tu nolle molto procuri, ch'elle debbono non attediare, nÚ straccare, anzi parere giocundissime a chi sia in sÚ buono, e non in tutto pigro e negligente, e a noi debba piacere farci e' fatti nostri. Niuna cosa tanto si truova piacevole quanto contentare sÚ stesso, e assai si contenta chi fa quello che gli piace, e dobbiamo riputarci a lode fare e' fatti nostri pur bene, ove faccendoli male sentiamo per pruova quanto ci sia non meno biasimo che danno. E quando pure ti piacesse pi˙ alleggerirti, piglia di tutti una certa parte quale pi˙ all'ingegno, etÓ, costumi e autoritÓ tua s'aconfaccia, ma sempre statuisci te sopra tutti, in modo che non tu per le mani e indizio d'altri, ma gli altri tuoi tutti per la volontÓ e sentenza tua ne' fatti tuoi seguano quanto sia onesto e devuto, e cosÝ sempre provedi che ciascuno de' tuoi faccia il debito suo. Terrai e' tuoi fattori distribuiti pelle faccende, quello alla villa, questo alla terra, gli altri ove bisogna, e cosÝ ciascuno in quale meglio si gli aconfaccia.

Voi litterati (quanto spesso, ora mi ramenta, fu costume di messer Benedetto Alberti, uomo in casa studioso e assiduo alle lettere, e fuori fra' cittadini e amici umanissimo, il quale con una sua letizia piena di gravitÓ sempre ragionava di cose onestissime e bellissime, grate e utili a chi l'ascoltava, soleva ragionando seguire questi vostri litterati), e' quali trattando della prudenza e vivere umano solete adurre essemplo dalle formiche, e dite che da loro si debba prendere amonimento provedendo oggi a' bisogni di domane; e cosÝ constituendo il principe solete prendere argomento dall'api, le quali tutte a uno solo obediscono, e pella publica salute tutte con fortissimo animo e ardentissima opera s'essercitano, queste a mietere quella suprema calugine de' fiori, queste altre a suportare e condurre il peso, quelle a distribuirlo in opera, quelle altre a fabricare lo edificio, e tutte insieme a difendere le loro riposte ricchezze e delizie; e cosÝ avete molte vostre piacevolissime similitudini atte a quello che voi intendete dimonstrare e molto dilettose a udirle: e sia testÚ ancora licito a me con qualche mia similitudine non tanto apropriatissima quanto le vostre, ma certo non in tutto inetta, per meglio e pi˙ aperto narrarvi, e quasi dipignere, e qui in mezzo porvi inanzi agli occhi quello che a me pare in uno padre di famiglia sia necessario, sia, dico, testÚ a me licito seguire ne' miei ragionamenti la vostra lodata e nobile consuetudine. Voi vedete el ragno quanto egli nella sua rete abbia le cordicine tutte per modo sparse in razzi che ciascuna di quelle, benchÚ sia in lungo spazio stesa, pure suo principio e quasi radice e nascimento si vede cominciato e uscito dal mezzo, in quale luogo lo industrissimo animale osserva sua sedia e abitacolo; e ivi, poichÚ cosÝ dimora, tessuto e ordinato il suo lavoro, sta desto e diligente, tale che, per minima ed estremissima cordicina quale si fosse tocca, subito la sente, subito s'apresenta e a tutto subito provede. CosÝ faccia il padre della famiglia. Distingua le cose sue, pongale in modo che a lui solo tutte facciano capo, e da lui s'adirizzino e ferminsi ai pi˙ sicuri luoghi; e stia il padre della famiglia in mezzo intento e presto a sentire e vedere il tutto, e dove bisogni provedere subito provegga. Non so, Lionardo mio, quanto questa mia similitudine ti dispiaccia.

LIONARDO In che modo potrebbe alcuno vostro detto dispiacermi? Giurovi, Giannozzo, mai a me parse vedere pi˙ atta, nÚ pi˙ utile similitudine, e bene certo comprendo, certo cosÝ essere quanto voi diciavate, che il modo e diligenza di chi governa le cose rende ogni grande e grieve fatto facile e trattabile. Ma non so io come tale ora pare che le faccende di fuori impacciano le domestiche, e le domestiche necessitÓ spesso non lasciano bene di servire alle cose publiche. Per˛ dubito la diligenza nostra a tutte le cose in tempo fusse non quanto si richiede sufficiente.

GIANNOZZO Non stimare costÝ ancora non sia presto e ottimo rimedio.

LIONARDO Quale?

GIANNOZZO Dicotelo. Faccia il padre della famiglia come feci io. PerchÚ a me parea non piccolo incarco provedere alle necessitÓ entro in casa, bisognando a me non raro avermi fuori tra gli uomini in maggiori faccende, per˛ mi parse di partire questa somma, a me tenermi l'usare tra gli uomini, guadagnare e acquistare di fuori, poi del resto entro in casa quelle tutte cose minori lascialle a cura della donna mia. CosÝ feci, chÚ a dirti il vero, sÝ come sarebbe poco onore se la donna traficasse fra gli uomini nelle piazze, in publico, cosÝ a me parrebbe ancora biasimo tenermi chiuso in casa tra le femine, quando a me stia nelle cose virili tra gli uomini, co' cittadini, ancora e con buoni e onesti forestieri convivere e conversare. Non so se tu in questo mi lodi, giÓ che io veggo alcuni, e' quali vanno rovistando e disgruzzolando per casa ogni cantuccio, nulla sofferano rimanere ascoso, nulla pu˛ tanto essere occulto che questi ivi non pongano gli occhi e le mani, tutto essaminano, persino se le lucerne avessino i lucignoli troppo doppi, e dicono essere vergogna niuna, nÚ fare ingiuria ad alcuno se procurano e' fatti suoi, o se danno sue legge e suoi costumi in casa sua, e allegano quello detto solea dire messer Niccolaio Alberti uomo diligentissimo, che la cura e diligenza delle cose sempre fu madre delle ricchezze. Molto mi piace e lodo questa sentenza, chÚ essere diligente in ogni cosa giova; ma pure io non posso darmi a credere che agli uomini occupati in cose non feminili stia bene essere o monstrarsi tanto curiosi circa queste tali infime masseriziuole domestiche. Non so se io erro qui. Tu, Lionardo, che ne di', che te ne pare?

LIONARDO Aconsentisco, chÚ proprio sete della opinione degli antichi ove dicevano che gli uomini hanno da natura l'animo rilevato e pi˙ che le femine atto con arme e consiglio a propulsare ogni avversitÓ quale premesse la patria, le cose sacre, o e' nati suoi. Ed Ŕ l'animo dell'uomo assai pi˙ che quello della femmina robusto e fermo a sostenere ogni impeto de' nimici, e sono pi˙ forti alle fatiche, pi˙ constanti negli affanni, e hanno gli uomini ancora pi˙ onesta licenza uscire pe' paesi altrui acquistando e coadunando de' beni della fortuna. Contrario le femmine quasi tutte si veggono timide da natura, molle, tarde, e per questo pi˙ utili sedendo a custodire le cose, quasi come la natura cosÝ provedesse al vivere nostro, volendo che l'uomo rechi a casa, la donna lo serbi. Difenda la donna serrata in casa le cose e sÚ stessi con ozio, timore e suspizione. L'uomo difenda la donna, la casa, e' suoi e la patria sua, non sedendo ma essercitando l'animo, le mani con molta virt˙ per sino a spandere il sudore e il sangue. Per˛ non Ŕ da dubitare, Giannozzo, questi scioperati, i quali si stanno il dÝ tutto tra le femminelle, o che si pigliano ad animo tali simili penseruzzi femminili, certo non hanno il cuore maschio nÚ magnifico, e tanto sono da biasimare costoro quanto e' dimonstrano pi˙ piacerli sÚ essere femina che uomo. A chi piace l'opere virtuose dimostra piacerli sÚ essere virtuoso; a chi non ha in odio queste minime cose femminili facilmente dimonstra non fuggire d'essere riputato femminile. E per questo molto mi pare siate da essere lodato, poichÚ alla donna vostra lasciasti il governo delle cose minori, e per voi, quanto vidi sempre, vi tenesti ogni faccenda virile e lodatissima.

GIANNOZZO Or sÝ ben sai cosÝ sempre mi parse debito a' padri della famiglia non solo fare le cose degne all'uomo, ma ancora fuggire ogni atto e fatto quale s'apartenga alle femmine. Vuolsi lasciare le faccenduzze di casa tutte alle donne come feci io.

LIONARDO Voi potete lodarvi che aveste la donna forse pi˙ che l'altre virtuosissima. Non so quanto si trovasse altrove donna tanto faccente e tanto nel reggere la famiglia prudente quanto fu la vostra.

GIANNOZZO Fu certo la mia e per suo ingegno e costumi, ma molto pi˙ per miei ammonimenti ottima madre di famiglia.

LIONARDO Voi adunque gl'insegnasti?

GIANNOZZO In buona parte.

LIONARDO E come facesti voi?

GIANNOZZO Dicotelo. Quando la donna mia fra pochi giorni fu rasicurata in casa mia, e giÓ il desiderio della madre e de' suoi gli cominciava essere meno grave, io la presi per mano e andai monstrandoli tutta la casa, e insegna'li suso alto essere luogo pelle biave, gi˙ a basso essere stanza per vino e legne. Monstra'li ove si serba ci˛ che bisognasse alla mensa, e cosÝ per tutta la casa rimase niuna masserizia quale la donna non vedesse ove stesse assettata, e conoscesse a che utilitÓ s'adoperasse. Poi rivenimmo in camera mia, e ivi serrato l'uscio le monstrai le cose di pregio, gli arienti, gli arazzi, le veste, le gemme, e dove queste tutte s'avessono ne' luoghi loro a riposare.

LIONARDO A tutte queste cose preziose adunque era consegnato luogo in camera vostra, credo perchÚ ivi stavano pi˙ sicure, e pi˙ rimote e serrate.

GIANNOZZO Anzi ancora, Lionardo mio, per potelle rivedere quando a me paresse senza altri testimoni; chÚ, siate certi, figliuoli miei, non Ŕ prudenza vivere sÝ che tutta la famiglia sappia ogni nostra cosa, e stimate minore fatica guardarvi da pochi che da tutti. Quello el quale saputo da pochi pi˙ sarÓ sicuro a serballo, ancora perduto pi˙ sarÓ facile a riavello da pochi che da molti, e io per questo e per molti altri rispetti sempre riputai meno pericolo tenere ogni mia cosa preziosa quanto si pu˛ occulta e serrata in luogo remoto dalle mani e occhi della moltitudine; sempre volli quelle essere riposte in luogo ove elle si serbino salve e libere da fuoco e da ogni sinistro caso, e dove spessissimo e per mio diletto e per riconoscere le cose io possa solo e con chi mi pare rinchiudermi, senza lasciare di fuori a chi m'aspetta cagione di cercare di sapere e' fatti miei pi˙ che io mi voglia. NÚ a me pare a questo pi˙ atto luogo che la propria camera mia ove io dormo, in quale, come io diceva, volsi niuna delle preziose mie cose fosse alla donna mia occulta. Tutte le mie fortune domestiche gli apersi, spiegai e monstrai. Solo e' libri e le scritture mie e de' miei passati a me piacque e allora e poi sempre avere in modo rinchiuse che mai la donna le potesse non tanto leggere, ma nÚ vedere. Sempre tenni le scritture non per le maniche de' vestiri, ma serrate e in suo ordine allogate nel mio studio quasi come cosa sacrata e religiosa, in quale luogo mai diedi licenza alla donna mia nÚ meco nÚ sola v'intrasse, e pi˙ gli comandai, se mai s'abattesse a mia alcuna scrittura, subito me la consegnasse. E per levarli ogni appetito se mai desiderasse vedere o mie scritture o mie secrete faccende, io spesso molto gli biasimava quelle femmine ardite e baldanzose, le quali danno troppo opera in sapere e' fatti fuori di casa o del marito o degli altri uomini; ramentavagli che sempre si vide questo essere verissimo quale mi ricorda messer Cipriano Alberti, uomo interissimo e prudentissimo, disse alla moglie d'uno suo amicissimo, che pur vedendola troppo curiosa in domandare e investigare dove e con cui il marito fusse albergato, per amonilla quanto poteva e per rispetto della amicizia forse dovea, cosÝ gli disse: "Io ti consiglio per tuo bene, amica mia, che tu sia molto pi˙ nelle cose di casa sollecita che in quelle di fuori, e ramentoti come a sorella che' savi dicono che le donne quali spiano pure spesso degli uomini non sono senza sospetto che a loro troppo stiano nell'animo gli uomini, e forse si monstrano pi˙ desiderose di sapere se altri conosce e' costumi suoi che cupide di conoscere e' fatti d'altrui, e di queste pensa tu quale alle oneste donne stia peggio". CosÝ dicea messer Cipriano; cosÝ io con simili detti ammaestrai la donna mia, e sempre m'ingegnai ch'ella in prima non potesse, e apresso poi ch'ella non curasse sapere le mie secrete cose pi˙ che io mi volessi; nÚ vuolsi mai, per minimo secreto che io avessi, mai farne parte alla donna nÚ a femina alcuna. E troppo mi spiacciono alcuni mariti, i quali si consigliano colle moglie, nÚ sanno serbarsi dentro al petto secreto alcuno: pazzi che stimano in ingegno femminile stare alcuna vera prudenza o diritto consiglio, pazzi per certo se credono la moglie ne' fatti del marito pi˙ essere che 'l marito stessi tenace e taciturna. O stolti mariti, quando cianciando con una femmina non vi ramentate che ogni cosa possono le femmine eccetto che tacere. Per questo adunque sempre curai che mio alcuno secreto mai venisse a notizia delle donne, non perchÚ io non conoscessi la mia amorevolissima, discretissima e modestissima pi˙ che qual si fusse altra, ma pure stimai pi˙ sicuro s'ella non poteva nuocermi che s'ella non voleva.

LIONARDO O ricordo ottimo! E voi non meno prudente che fortunato, se mai la donna vostra da voi trasse alcuno secreto.

GIANNOZZO Mai, Lionardo mio, e dicoti perchÚ: prima come ella era modestissima, cosÝ mai si cur˛ pi˙ sapere che a lei s'apartenesse, e io poi questo seco osservava, che mai ragionava se none della masserizia o de' costumi o de' figliuoli, e di queste molto spesso faceva seco parole assai, acci˛ che ella e dal dire mio imparasse fare, e per saperne meco ragionare e rispondermi studiasse conoscere e con opere bene asseguire tutto ci˛ che a quelle s'apartenesse; e anche, Lionardo mio, cosÝ faceva per t˘lli via d'entrare meco in ragionamenti d'alcuna mia maggiore e propria cosa. CosÝ adunque feci: e' secreti e le scritture mie sempre tenni occultissime; ogni altra cosa domestica in quella ora e dipoi sempre mi parse licito consegnalle alla donna mia, e lascialle non in tanto a custodia sua che io spesso non volessi e sapere e vedere ogni minuta cosa dove fosse e quanto stesse bene salva. E poichÚ la donna cosÝ ebbe veduto e bene compreso ove ciascuna cosa s'avesse a rassettare, io gli dissi: "Moglie mia, quello che doverÓ essere utile e grato a te come a me mentre che sarÓ salvo, e quello che a te sarebbe dannoso e arestine disagio se noi ne fossimo straccurati, di questo conviene ancora a te esserne sollicita non meno che a me. Tu hai vedute le nostre fortune, le quali, grazia d'Iddio, sono tante che noi doviamo bene contentarcene: se noi sapremo conservalle, queste saranno utili a te, a me e a' figliuoli nostri. Per˛, moglie mia, a te s'apartiene essere diligente e averne cura non meno che a me".

LIONARDO E qui che vi rispuose la donna?

GIANNOZZO Rispuose e disse che aveva imparato ubidire il padre e la madre sua, e che da loro avea comandamento sempre obedire me, e pertanto era disposta fare ci˛ che io gli comandassi. Adunque dissi io: "Moglie mia, chi sa obedire il padre e la madre sua tosto impara satisfare al marito. Ma, - dissi, - sa' tu quel che noi faremo? Come chi fa la guardia la notte in sulle mura per la patria sua, se forse di loro qualcuno s'adormenta, costui non ha per male se 'l compagno lo desta a fare il debito suo quanto sia utile alla patria, io, donna mia, molto ar˛ per bene, se tu mai vedrai in me mancamento alcuno, me n'avisi, imperochÚ a quello modo conoscer˛ quanto l'onore nostro, l'utilitÓ nostra e il bene de' figliuoli nostri ti sia a mente; cosÝ a te non spiacerÓ se io te dester˛ dove bisogni. In quello che io mancassi supplisci tu, e cosÝ insieme cercheremo vincere l'uno l'altro d'amore e diligenza. Questa roba, questa famiglia, e i figliuoli che nasceranno sono nostri, cosÝ tuoi come miei, cosÝ miei come tuoi. Per˛ qui a noi sta debito pensare non quanto ciascuno di noi ci port˛, ma in che modo noi possiamo bene mantenere quello che sia dell'uno e dell'altro. Io procurer˛ di fuori che tu qui abbia in casa ci˛ che bisogni; tu provedi nulla s'adoperi male".

LIONARDO Come vi parse ella udirvi? Volentieri?

GIANNOZZO Molto, e disse gli piacerÓ fare con diligenza quanto saprÓ e potrÓ quello che mi sia a grado. Per˛ dissi io: "Donna mia, odimi: sopra tutto a me sarÓ gratissimo faccia tre cose: la prima, qui in questo letto fa', moglie mia, mai vi desideri altro uomo che me solo, sai". Ella arrossÝ e abass˛ gli occhi. Ancora glielo ridissi che in quella camera mia ricevesse solo me, e questa fu la prima. La seconda, dissi, avesse buona cura della famiglia, contenessela e reggessela con modestia in riposo, tranquillitÓ e pace; e questa fu la seconda. La terza cosa, dissi, provedesse che delle cose domestiche niuna andasse a male.

LIONARDO Monstrastile voi come ella dovesse fare quanto li comandavate, o pure essa da sÚ in queste tutte era maestra e dotta?

GIANNOZZO Non credere, Lionardo mio, che una giovinetta possa essere in le cose bene dotta. NÚ si richiede dalle fanciulle tutta quella astuzia e malizia quale bisogna in una madre di famiglia, ma molto pi˙ modestia e onestÓ, quali virt˙ furono in la donna mia sopra tutte l'altre, e non potrei dirti con quanta riverenza ella mi rispondesse. Dissemi la madre gli avea insegnato filare, cucire solo, ed essere onesta ancora e obediente, che testÚ da me imparerebbe volentieri in reggere la famiglia e in quello che io gli comandassi quanto a me paresse d'insegnarli.

LIONARDO E voi come, Giannozzo, insegnastili voi queste cose?

GIANNOZZO Che? Forse adormentarsi senza uomo altri che me appresso?

LIONARDO Molto mi diletta, Giannozzo, che in questi vostri ricordi e ammonimenti santissimi e severissimi voi ancora siate giocoso e festivo.

GIANNOZZO Certo sarebbe cosa da ridere se io gli avessi voluto insegnare dormir sola. Non so io se quelli tuoi antichi li sepporo insegnare.

LIONARDO Ogni altra cosa. Ma e' racontano bene come e' confortavano la donna che con suoi atti e portamenti ella non volesse parere pi˙ disonesta che in veritÓ non fusse. E racontasi come e' persuadevano alle donne per questo non si dipignessono il viso con cerusa, brasile e simile liscio alcuno.

GIANNOZZO Dicoti che in questo io bene non mancai.

LIONARDO Molto vorrei udire il modo per, quando anche io ar˛ la donna, sappia fare quello quale poco sanno molti mariti. A ciascuno dispiace vedere la moglie lisciata, ma niuno pare sappia distornela.

GIANNOZZO E in questo fu' io prudentissimo, nÚ ti dispiacerÓ udire in quanto bello modo io gli ponessi in odio ogni liscio; e perchÚ a voi sarÓ utilissimo avermi udito, ascoltatemi. Quando io ebbi alla donna mia consegnato tutta la casa, ridutti come racontai serrati in camera, e lei e io c'inginocchiammo e pregammo Iddio ci desse facultÓ di bene usufruttare quelli beni de' quali la pietÓ e beneficenza sua ci aveva fatti partefici, e ripregammo ancora con molta divotissima mente ci concedesse grazia di vivere insieme con tranquillitÓ e concordia molti anni lieti e con molti figliuoli maschi, e a me desse ricchezza, amistÓ e onore, a lei donasse integritÓ e onestÓ e virt˙ d'essere buona massaia. Poi, levati diritti, dissi:

"Moglie mia, a noi non basta avere di queste ottime e santissime cose pregatone Iddio, se in esse noi non saremo diligenti e solleciti quanto pi˙ ci sarÓ licito, per quanto pregammo essere e asseguirle. Io, donna mia, procurer˛ con ogni mia industria e opera d'acquistare quanto pregammo Iddio: tu il simile con ogni tua voluntÓ, con tutto lo ingegno, con quanta potrai modestia farai d'essere essaudita e accetta a Dio in tutte le cose delle quali pregasti; e sappi che di quelle niuna tanto sarÓ necessaria a te, accetta a Dio e gratissima a me e utile a' figliuoli nostri quanto la onestÓ tua. La onestÓ della donna sempre fu ornamento della famiglia; la onestÓ della madre sempre fu parte di dote alle figliuole; la onestÓ in ciascuna sempre pi˙ valse che ogni bellezza. Lodasi il bello viso, ma e' disonesti occhi lo fanno lordo di biasimo e spesso troppo acceso di vergogna o pallido di dolore e tristezza d'animo. Piace una signorile persona, ma uno disonesto cenno, uno atto di incontinenza subito la rende vilissima. La disonestÓ dispiace a Dio, e vedi che di niuna cosa tanto si truova Iddio essere severo punitore contro alle donne, quanto della loro poca onestÓ: rendele infame e in tutta la vita male contente. Vedi la disonestÓ essere in odio a chi veramente e di buono amore ama, e sente costei la disonestÓ sua solo essere grata a chi a lei sia inimico; e a chi solo piace ogni nostro male e ogni nostro danno, a costui solo pu˛ non dispiacere vederti disonesta. Per˛, moglie mia, se vuol fuggire ogni specie di disonestÓ e dare modo di parere a tutti onestissima, chÚ a quello modo faresti ingiuria a Dio, a me, a' figliuoli nostri e a te stessi, a questo modo acquisti lodo, pregio e grazia da tutti, e da Dio potrai sperare le preghiere e i voti tuoi essere non poco essauditi. Adunque, volendo essere lodata di tua onestÓ, tu fuggirai ogni atto non lodato, ogni parola non modesta, ogni indizio d'animo non molto pesato e continente. E in prima arai in odio tutte quelle leggerezze colle quali alcune femmine studiano piacere agli uomini, credendosi cosÝ lisciate, impiastrate e dipinte, in quelli loro abiti lascivi e inonesti, pi˙ essere agli uomini grate che monstrandosi ornate di pura simplicitÓ e vera onestÓ; chÚ bene sono stultissime e troppo vane femmine, ove porgendosi lisciate e disoneste credono essere da chi le guata lodate, e non s'aveggono del biasimo loro e del danno, non s'aveggono meschine che con quelli indizii di disonestÓ elle allettano le turme de' lascivi; e chi con improntitudine, chi con assiduitÓ, chi con qualche inganno, tutti l'assediano e combÓttolla per modo che la misera e isfortunatissima fanciulla cade in qualche errore, donde mai si lieva se non tutta brutta di molta e sempiterna infamia".

CosÝ dissi alla donna mia; e ancora per rŔndella bene certa quanto alle donne fosse non solo biasimo, ma molto ancora dannoso marcirsi il viso con quelle calcine e veneni quali le pazze femine appellano lisci, vedi, Lionardo mio, come bellamente io l'amaestrai. Ivi era il Santo, una ornatissima statua d'argento, solo a cui il capo e le mani erano d'avorio candidissimo: era pulita, lustrava, posta nel mezzo del tabernaculo come s'usa. Dissili: "Donna mia, se la mattina tu con gessi e calcina e simili impiastri imbiutassi el viso a questa imagine, sarebbe forse pi˙ colorita e pi˙ bianca sÝ, ma se poi fra dÝ il vento levasse alto la polvere la insusciderebbe pur sÝ, e tu la sera la lavassi, e poi e' dÝ seguenti in simili modo la rimpiastrassi e rilavassi, dimmi, doppo molti giorni volendola vendere cosÝ lisciata, quanti danari n'aresti tu? Pi˙ che mai non avendola lisciata?" Rispuose ella: "Molti pochi". "E cosÝ sta", dissi io, "per˛ che chi compera l'imagine non compera quello impiastro quale si pu˛ levare e porre, ma appregia la bontÓ della statua e la grazia del magisterio. Tu adunque aresti perduta la fatica e le spese di quelli impiastri. E dimmi, se tu seguissi pur lavandola e impiastrandola pi˙ mesi o anni, farestila tu essere pi˙ bella?". "Non credo", disse ella. "Anzi", dissi io, "la guasteresti, logorerestila, renderesti quello avorio incotto, riarso con quelle calcine, e livido, giallo e frollo. Certo sÝ. E se queste adunque pultiglie tanto possono in una cosa durissima, in uno avorio, chÚ vedi l'avorio per sÚ durare eterno, stima certo, moglie mia, quelle molto pi˙ potranno nel fronte e nelle guance tue, quali senza imbrattalle sono tenere e delicate, e con qualunque liscio diventeranno aspre e vizze. E non dubitare che quelli veneni, se tu poni mente, tutte sono cose ne' vostri lisci venenose, e a te molto pi˙ che a quello avorio noceranno, giÓ che ogni poca polvere, ogni piccolo sudore ti farÓ il viso imbrattato. NÚ a quello modo sarai pi˙ bella, anzi pi˙ sozza, e a lungo andare ti troverresti fracide le guance".

LIONARDO Monstr˛ ella assentirvi e stimare che voi le dicessi il vero?

GIANNOZZO E quale pazza stimasse il contrario? Anzi ancora perchÚ ella pi˙ mi credesse, la domandai d'una mia vicina, la quale tenea pochi denti in bocca, e quelli pareano di busso tarmato, e avea gli occhi al continuo pesti, incavernati, il resto del viso vizzo e cennericcio, per tutta la carne morticcia e in ogni parte sozza; solo in lei poteano alquanto e' capelli argentini guardandola non dispiacere. Adunque domandai la donna mia s'ella volesse essere bionda e simile a costei. "OimŔ no!", disse ella. "O perchÚ?", dissi io, "ti pare ella cosÝ vecchia? Di quanta etÓ la stimi tu?". Rispuosemi vergognosa dicendo che male ne sapeva giudicare, ma che li parea quella fosse di tanta etÓ quanta era la balia della madre sua. E io allora li giurai il vero che quella sÝ fatta vicina mia non era due anni nata prima di me, nÚ certo agiugneva ad anni trenta e due, ma cagione de' lisci cosÝ era rimasta pesta, e tanto parea oltre al suo tempo vecchia. Dipoi che io di questo la vidi assai maravigliarsi, io gli puosi a mente tutte le fanciulle nostre Alberte mie cugine e l'altre della casa. "Vedi tu, donna mia", dissi io, "come le nostre tutte sono frescozze e tutte vive, non per altro se none perchÚ a loro solo basta lisciarsi col fiume. CosÝ farai tu, donna mia", dissi io. "Tu non ti intonicherai nÚ scialberai il viso per parermi pi˙ bella, giÓ che tu a me se' candida troppo e colorita, ma come le nostre Alberte solo coll'acqua, cosÝ tu terrai lavata te e netta. E, donna mia, tu non hai a piacere se non a me in questo, e stima non potere piacermi volendomi ingannare, monstrandoti lisciata quello che tu non fussi; benchÚ me non potresti tu ingannare, perchÚ io ti veggo ogni ora e bene mi stai in mente come tu se' fatta senza liscio. Di quelli di fuori, se tu amerai me, stima tu quale potrÓ esserti ad animo pi˙ che il marito tuo. E sappi, moglie mia, che chi cerca pi˙ piacere a quelli di fuori che a chi ella debba in casa, costei monstrerrÓ meno amare il marito che gli strani".

LIONARDO Prudentissime parole. Ma fustine voi obedito?

GIANNOZZO Pur tale ora alle nozze, o che ella si vergognasse tra le genti, o che ella fosse riscaldata pel danzare, la mi pareva alquanto pi˙ che l'usato tinta; ma in casa non mai, salvo il vero una sola volta quando doveano venire gli amici e le loro donne la pasqua convitati a cena in casa mia. Allora la moglie mia col nome d'Iddio tutta impomiciata, troppa lieta s'afrontava a qualunque venia, e cosÝ a chi andava si porgeva, a tutti motteggiava. Io me n'avidi.

LIONARDO Crucciastivi voi seco?

GIANNOZZO Ah! Lionardo, colla donna mai mi crucciai.

LIONARDO Mai?

GIANNOZZO PerchÚ dovessino tra noi durare crucci? Di noi niuno mai volse dall'altro cosa se non tutta onesta.

LIONARDO Pur credo vi dovesti turbare se in questo la donna non quanto dovea voi ubidiva.

GIANNOZZO SÝ, questo sÝ bene. Ma non per˛ mi li scopersi turbato.

LIONARDO Non la riprendesti voi?

GIANNOZZO Eh! Eh! pur con buono modo, chÚ a me sempre parse, figliuoli miei, correggendo cominciare con la dolcezza, acci˛ che il vizio si spenga e la benivolenza s'accenda. E apprendete questo da me. Le femmine troppo meglio si gastigano con modo e umanitÓ che con quale si sia durezza e severitÓ. El servo potrÓ patire le minaccia, le busse, e non forse sdegnerÓ se tu lo sgriderai; ma la moglie pi˙ tosto te ubidirÓ amandoti che temendoti, e ciascuno libero animo pi˙ sarÓ presto a compiacerti che a servirti. Per˛ si vuole, come feci io, l'errore della moglie in tempo bellamente riprendere.

LIONARDO E in che modo la riprendesti voi?

GiANNOZZO Aspettai di riscontrarla sola, sorrisili e dissili: "Tristo a me, e come t'imbrattasti cosÝ il viso? Forse t'abattesti a qualche padella? Lavera'ti, che questi altri non ti dileggino. La donna madre della famiglia conviene stia netta e costumata, s'ella vuole che l'altra famiglia impari essere costumata e modesta". Ella me intese, lacrim˛. Io gli die' luogo ch'ella si lavasse le lacrime e il liscio. Dipoi ebbi mai di questo che dirgliene.

LIONARDO O moglie costumatissima! Di lei bene posso io credere che sendo a voi tanto ubbidiente e tanto in sÚ modesta, molto potesse rendere l'altra famiglia reverente e costumata.

GIANNOZZO E cosÝ tutte le moglie sono a' mariti obediente quanto questi sanno essere mariti. Ma veggo alcuni poco prudenti che stimano potere farsi ubidire e riverire dalle moglie alle quali essi manifesto e miseri servono, e dimonstrano con loro parole e gesti l'animo suo troppo lascivo ed effeminato, onde rendono la moglie non meno disonesta che contumace. A me mai piacque in luogo alcuno nÚ con parole nÚ con gesto in quale minima parte si fusse sottomettermi alla donna mia; nÚ sarebbe paruto a me potermi fare ubidire da quella a chi io avessi confessato me essere servo. Adunque sempre mi li monstrai virile e uomo, sempre la confortai ad amare la onestÓ, sempre le ricordai fusse onestissima, sempre li ramentai qualunque cosa io conosceva degna sapere alle perfette madri di famiglia, e spesso gli dicea: "Donna mia, a volere vivere in buona tranquillitÓ e quiete in casa, conviene che in prima sia la famiglia tutta costumata e molto modesta, la quale stima tu questo tanto sarÓ quanto saprai farla ubidiente e riverente. E quando tu in te non sarai molto modesta e molto costumata, sia certo quello quale tu in te non puoi, molto manco potrai in altri. E allora potrai essere conosciuta modestissima e bene costumatissima quando a te dispiaceranno le cose brutte; e gioverÓ questo ancora che quelli di casa se ne guarderanno per non dispiacerti. E se la famiglia da te non arÓ ottimo essemplo di continenza e costume interissimo, non dubitare ch'ella sarÓ poco a te ubidiente e manco riverente. La riverenza si rende alle persone degne. Solo e' costumi danno dignitÓ, e chi sa osservare dignitÓ sa farsi riverire, e chi sa fare sÚ riverire costui facilmente si fa ubidire, ma chi non serba in sÚ buoni costumi, costui subito perde ogni dignitÓ e reverenza. Per questo, moglie mia, sarÓ tua opera in ogni atto, parole e fatti essere e volere parere modestissima e costumatissima. E ramentoti che una grandissima parte di modestia sta in sapere temperarsi con gravitÓ e maturitÓ in ogni gesto, e in temperarsi con ragione e consiglio in ogni parola sÝ in casa tra' suoi, sÝ molto pi˙ fuori tra le genti. Per questo, molto a me sarÓ grato vedere a te sia in odio questi gesti leggieri, questo gittare le mani qua e lÓ, questo gracchiare quale fanno alcune treccaiuole tutto il dÝ e in casa e all'uscio e altrove, con questa e con quella, dimandando e narrando quello ch'elle sanno e quel ch'elle non sanno, imperochÚ cosÝ saresti riputata leggiere e cervellina. Sempre fu ornamento di gravitÓ e riverenza in una donna la taciturnitÓ; sempre fu costume e indizio di pazzerella il troppo favellare. Adunque a te piacerÓ tacendo pi˙ ascoltare che favellare, e favellando mai comunicare e' nostri segreti ad altri, nÚ troppo mai investigare e' fatti altrui. Brutto costume e gran biasimo a una donna star tutto il dÝ cicalando e procurando pi˙ le cose fuori di casa che quelle di casa. Ma tu con diligenza quanto si richiede governerai la famiglia, e conserverai e adopererai le cose nostre domestiche bene".

LIONARDO E voi credo, come l'altre cose, cosÝ ancora gl'insegnasti il governo della famiglia.

GIANNOZZO Non dubitare che io m'ingegnai farla in ogni cosa ottima madre di famiglia. Dissili: "Moglie mia, reputa tuo officio porre modo e ordine in casa che niuno mai stia ozioso. A tutti distribuischi qualche a lui condegna faccenda, e quanto vedrai fede e industria, tu tanto a ciascuno commetterai; e dipoi spesso riconoscerai quello che ciascuno s'adopera, in modo che chi sÚ essercita in utile e bene di casa conosca averti testimone de' meriti suoi, e chi con pi˙ diligenza e amore che gli altri farÓ il debito suo, costui, moglie mia, non t'esca di mente molto in presenza degli altri conmendarlo, acci˛ che per l'avenire a lui piaccia essere di dÝ in dÝ pi˙ utile a chi e' senta sÚ essere grato, e cosÝ gli altri medesimi studino piacere fra' primi lodati. E noi poi insieme premiaremo ciascuno secondo e' meriti suoi, e a quello modo faremo che de' nostri ciascuno porti molta fede e molto amore a noi e alle cose nostre".

LIONARDO Ma pur, Giannozzo, poichÚ cosÝ si vede non solo de' servi, ma de' famigli ancora la maggiore parte sono non in tutto discreti, chÚ, se fussero di pi˙ industria e sentimento, non starebbono con noi, adatterebbonsi a qualche altro essercizio, per questo insegnasti voi alla donna come ella avesse a farsi ubidire e aversi con simile gente rozza e inetta?

GIANNOZZO Sia certo ch'e' servi son quanto e' signori li sanno volere obedienti. Ma truovo alcuni, e' quali vogliono ch'e' servi sappiano ubidirli in quelle cose quali essi non sanno comandare, e altri sono che non sanno essere nÚ farsi riputare signori. E stimate questo, figliuoli miei, che mai sarÓ servo sÝ ubidiente el qual v'ascolti se voi non saprete come signori loro comandare, nÚ mai sarÓ servo sÝ contumace il quale non ubidisca, se voi saprete con modo e ragione essere signori. Vuolsi sapere da' servi essere riverito e amato non meno che ubidito, e truovo io che a farsi riputare molto giova quello che io dissi alla donna mia facesse, che quanto manco potea manco stesse a ragionare con la fante, ancora e manco con famigli, imperochÚ la troppa dimestichezza spegne la reverenza. E dissili che loro spesso comandasse non come fanno alcuni, quali comandano a tutti insieme e dicono: "Uno di voi cosÝ faccia", e poi, dove niuno l'ubidisce, tutti sono in colpa e niuno si pu˛ correggere; e comandasse alle fante e a' servi che di loro niuno uscisse di casa senza sua licenza, acci˛ che imparassino essere assidui e presti al bisogno; e mai desse a tutti licenza in modo che in casa non fusse al continuo qualcuno a guardia delle cose, a ci˛ che, se caso avenisse, sempre vi sia qualcuno aparecchiato. E per questo sempre a me piacque cosÝ ordinare la famiglia, che, a qualunque ora il giorno e la notte, sempre in casa fusse chi vegghiasse per tutti e' casi quali alla famiglia potessono avenire. E sempre volsi in casa l'oca e il cane, animali destissimi e, come vedete, suspiziosissimi e amorevoli, acci˛ che l'uno destando l'altro e chiamando la brigata sempre la casa fusse pi˙ sicura. CosÝ adunque soglio. Ma torniamo a proposito. Dissi alla donna mia mai a tutti desse licenza, e, quando rivenissono tardi volesse con modo, facilitÓ e maturitÓ saperne la cagione. E pi˙ li dissi:

"PerchÚ spesso acade ch'e' servi, quantunque obedienti e reverenti, pur tale ora sono tra loro discordi e gareggionsi, per questo a te, donna mia, comando sia prudente, nÚ mai te inframettere in rissa o gare d'alcuno, nÚ debbasi mai a chi si sia in casa dare ardire che faccia o dica pi˙ che a lui s'apartenga. E se tu, moglie mia, cosÝ vorrai provedere a questo, non porgere mai orecchie nÚ favore ad alcuno raportamento o contendere di qualunque si sia, imperochÚ la famiglia gareggiosa mai pu˛ avere pensiero o voluntÓ ferma a bene servirti. Anzi chi reputa sÚ offeso o da quello rapportatore o da te ascoltatore, costui sempre sta con quello incendio in animo pronto a vendicarsi, e in molti modi cerca addurti a disgrazia quello altro, e cosÝ arÓ caro colui commetta in le cose nostre qualche grandissimo errore, per a quello modo cacciarlo; e se il pensiero gli riesce, esso piglia licenza e arte di fare il simile a chi altri e' volesse. E chi potrÓ cacciare di casa nostra quale a lui talenterÓ, costui, moglie mia, non vedi tu che sarÓ non servidore, ma signore nostro? E se costui non potrÓ vincere, sempre la casa per lui sarÓ in tempesta, e dall'altro lato penserÓ in che modo perdendo l'amistÓ tua possa di meglio valersi, nÚ per satisfare a sÚ molto si curerÓ del danno nostro; e a costui medesimo, partitosi da te, mai per iscusare sÚ mancherÓ materia da incolpare noi. CosÝ adunque tenere uomo rapportatore e gareggiatore in casa vedi quanto sia danno; mandarlo vedi quanto a noi sia danno e vergogna. Agiugni che tenendolo, di dÝ in dÝ sarÓ forza mutare nuova famiglia, la quale, per non servire a' nostri servi, cercherÓ nuovo padrone, onde quelli scusando sÚ infameranno te, e cosÝ tu resti pelle parole loro riputata superba e strana, o avara e misera".

E certo, figliuoli miei, delle gare de' suoi di casa niuno pu˛ averne se non biasimo. Non sarÓ la casa gareggiosa, se chi la governa non Ŕ imprudente. Il poco senno di chi governa fa l'altra famiglia essere poco modesta e poco regolata, e cosÝ sempre sta perturbata, serveti peggio, perdine utile e fama non poca. Per questo debbono a' padri della famiglia troppo dispiacere questi raportatori, e' quali sono principio e cagione d'ogni gara, d'ogni discordia e rissa, subito li doverebbono cacciare; e troppo debba piacere vedersi la casa v˛ta d'ogni tumulto, piena di pace e concordia, quali cose ottime se vorranno bene potere quanto si richiede, faranno quanto dissi io alla donna mia, non daranno orecchie o arbitrio a raportamento o gare di qualunque si sia. E pi˙ dissi alla donna mia, se pure in casa fusse alcuno non ubidiente, quanto alla quiete e tranquillitÓ della famiglia s'apartiene mansueto e fedele, con lui non contendesse nÚ gridasse, imperochÚ in donna simile a te, dissi io, moglie mia, onestissima e degna di riverenza, troppo pare sozzo vederla con la bocca contorta, con gli occhi turbati, gittando le mani, gridando e minacciando, ed essere sentita, biasimata e dileggiata da tutta la vicinanza, dare di sÚ che dire a tutte le persone. Anzi, moglie mia, una donna d'autoritÓ quale di dÝ in dÝ spero sarai tu, tanto quanto in te saprai servare modestia e dignitÓ, sarebbe bruttissimo non dico solo amonendo, ma comandando ancora e ragionando mai alzare la voce, quale fanno alcune parlando per casa come se tutta la famiglia fusse sorda, o come volessero d'ogni sua parola tutta la vicinanza esserne testimone: segno d'arroganza e costume di trecca, usanza di queste fanciulle montanine, quali sogliono chiamare gridando per essere intese da questo monte a quello. Vuolsi adunque, dissi io, moglie mia, amonire con dolcezza in ogni atto e parole, essere non per˛ vezzosa e leziosa, ma molto mansueta e continente, comandare con ragione e in modo che non solo sia fatto quanto comandi, ma usare comandando, quanto patisce la dignitÓ tua, ogni facilitÓ e modestia, e in modo che chi ubidisce faccia il debito suo volentieri con molto amore e con intera fede.

LIONARDO Quali documenti pi˙ si possono trovare altrove utilissimi a informare una ottima madre di famiglia quanti sono questi di Giannozzo, el quale prima insegna parere ed essere onestissima e continentissima, insegnali farsi ubidire, temere, amare e riverire? O noi beati mariti, se quando aremo moglie sapremo con questi vostri ricordi, Giannozzo, fare le nostre donne simili alla vostra in tante virt˙ lodatissima! Ma poichÚ voi cosÝ a lei monstrasti quanto si gli richiedea onestÓ e regola a contenere la famiglia, monstrastili voi ancora conservare e bene usare le cose?

GIANNOZZO Apunto, io vi far˛ qui ridere.

LIONARDO Come, Giannozzo?

GIANNOZZO Lionardo mio, come quella la quale era di pura simplicitÓ e d'ingegno non malizioso, stimandosi giÓ essere prudente madre di famiglia pelle cose quali da me ella con sÝ grande attenzione avea comprese, dicendoli io che a una madre di famiglia non solo era sufficiente il volere fare il debito suo, se ella insieme ancora non sapea bene quanto bisognava essequire, e domandandola se in questo fusse esperta, quanto dalla madre sua avesse veduto in procurare le cose domestice che niuna andasse a male, disse la simplice che in questo credea assai da sÚ poterne essere quasi maestra. "Ben, moglie mia", dissi io, "piacemi ti proferisca a me molto esperta quanto stimo in te sia proposito averti compiuta buona madre di famiglia in tutte le cose. Ma, che Dio a te sia favorevole a questa tua buona voluntÓ e conservi in te molta onestÓ, moglie mia, come faresti tu?".

LIONARDO Che rispuose ella?

GIANNOZZO Rispuosemi presto lieta lieta, ma pur col viso alquanto rosato con qualche fiammolina di verecundia. "Far˛ io bene", disse ella, "tenendo ogni cosa bene serrata?". "Main˛", dissi io. E vedi, Lionardo mio, quale essemplo mi occorresse a mente stimo ti piacerÓ. Dissili: "Donna mia, se tu nel tuo forziere nuziale insieme colle veste della seta e con tuoi ornamenti d'oro e gemme ponessi la chioma del lino, ancora v'asettassi il vasetto dello olio, ancora vi chiudessi entro e' pulcini e tutto serrassi a chiave, dimmi, ti parrebbe averne forse cosÝ buona cura perchÚ sono bene serrate?" Ella ferm˛ il guardare suo basso a terra, e tacendo parea dolersi troppo essere stata ratta e subita a rendermi risposta. Io allora non poco fui in me stessi lieto, vedendo in lei quello ornatissimo pentirsi, quale a me diede indizio a persuadermi che se lei pensava essere paruta troppo a rispondermi leggiere, ella pell'avenire curarebbe nelle parole e ne' fatti di dÝ in dÝ essere pi˙ matura e pi˙ grave. Pure doppo un poco questa con una tarditÓ umile e molto onestissima su lev˛ verso me gli occhi e tacendo sorrise. E io: "Come ti parrebbe dalle vicine tue esserne lodata, se quando elle venendo a salutarti in casa trovassino te avere sino alle predelle serrato? E ben sai, moglie mia, che collocare e' pulcini in mezzo il lino sarebbe dannoso, porre l'olio apresso delle veste sarebbe pericoloso, e serrare le cose le quali tutta ora s'adoperano in casa sarebbe poca prudenza. Per˛ bisogna che non tutte le cose sempre stiano quanto dicevi serrate, ma sia quanto si richiede ciascuna a' luoghi suoi, e non solo ne' luoghi suoi, ma in modo ancora che l'una non possa essere nociva all'altra. E cosÝ tutte si rasettino in lato ove ciascuna per sÚ molto si salvi, molto sia presta e apparecchiata a' bisogni con quanto manco si possa ingombro della casa. E tu hai veduto, dissi io, donna mia, ove ciascuna per sÚ abbia a stare, e se a te parrÓ forse altrove stessono pi˙ assettate, pi˙ apparecchiate e pi˙ serrate, pŔnsavi bene e rassettale meglio. E se tu vorrai che nulla vada a male, fa', subito che sarÓ la cosa adoperata, subito si riponga nel luogo suo, acci˛ che quando altra volta accaderÓ d'adoperalla, questa si possa subito rinvenire, e s'ella si smarrisse o fosse prestata a qualche amico, tu subito vedendo il luogo suo vacuo conosca in che modo ella manchi e subito studii di riaverla, che per negligenza non si perda, e poi riavutola tu la rasegnerai al luogo suo, ove, se sarÓ da tenerla serrata, comanderai si serri e rendasi le chiavi a te, per˛ che tu, moglie mia, hai a custodire e mantenere ci˛ che sta in casa. E per bene potere questo, a te conviene non tutto il dÝ sedendo starti oziosa colle gomita in sulla finestra, quale fanno alcune mone lentose, quali per suo scusa tengono il cucito in mano che mai viene meno. Ma pigliati questo piacevole essercizio di rivedere ogni dÝ pi˙ volte da sommo a imo tutta la casa, rinumerare se le cose sono ne' luoghi loro, e conoscere ciascuno quanto s'adoperi, lodare pi˙ chi meglio faccia il debito suo, e se quello che fa costui meglio si potesse in altro modo fare, informarlo: al tutto sempre fuggire l'ozio, sempre in qualche cosa essercitarti, imperochÚ questo essercizio molto gioverÓ alla masserizia, e molto anche a te sarÓ utilissimo, chÚ poi cenerai con migliore appetito, sara'ne pi˙ sana, pi˙ colorita, fresca e bella, e la famiglia ne sarÓ pi˙ regolata, non potranno cosÝ scialacquare la roba".

LIONARDO Certo dite il vero. Quando e' famigli non temono essere veduti, nÚ hanno chi gli rasegni, quelli allora gettano via pi˙ molto che non logorano.

GIANNOZZO Ancora ivi surge maggiore danno, diventano ghiotti e lascivi, e dalla negligenza de' padri della famiglia pigliano licenza e ozio a maggiori vizii. Per˛ dissi io alla donna mia, quanto potesse fusse diligente provedendo che in casa si distribuisse le cose con ragione e ordine, e che per casa non sofferisse essere alcuna cosa in uso la quale fusse pi˙ che al bisogno s'apartenesse superflua, ma scemasse ogni superchio e quello facesse riporre in luogo salvo; se fusse disutile, lo desse a vendere, e sempre pi˙ si dilettasse di vendere che di comperare, e de' danari comperasse solo cose necessarie alla famiglia.

LIONARDO Insegnastili voi conoscere quando qualche cosa si dovesse giudicare superchia?

GIANNOZZO Feci. Dissili: "Donna mia, ogni cosa senza la quale onestamente si pu˛ a' nostri bisogni supplire, quella si vuole stimare superchia, e vuolsi non lasciarla per casa alle mani di tutti, ma riporla: come gli arienti, quali in casa ogni dÝ non s'adoperano, ripo'gli, assettali ne' luoghi loro, e quando noi onoraremo gli amici, tu allora ne ornerai la mensa. E cosÝ quello che s'adopera solo il verno provederai non stia per casa la state, e quello che si adopera solo la state conviene stia riposto il verno; e quanto di qualunque cosa nell'uso nostro domestico potrai onestamente scemare, stima ivi tutto quello esservi troppo. Per˛ scemalo, ripollo e serbalo".

LIONARDO E per serballo desti voi alla donna regola alcuna?

GIANNOZZO SÝ, diedi questa. Dissili: "Bisogna per conservare le cose prima provedere che da sÚ a sÚ quelle non si guastino, poi guardalle che da altri non fussino magagnate o destrutte. Pertanto in prima bisogna riporre ciascuna in luogo atto a molto mantenerla, come il grano in luogo fresco, scoperto da tramontana, el vino in luogo dove nÚ caldo nÚ freddo superchio, nÚ vento nÚ cattivo alcuno odore vi possa nuocere; e conviensi spesso rivedella, che se per caso alcuno incominciassi a corrompersi, subito si possa o risanarla o prima adoperarla che in tutto ella sia fatta disutile, o per modo medicarla ch'ella tutta non si perda; poi sarÓ necessario tenerle chiuse in parte che non a ogni persona sia licito aoperarla e logorarla". Adunque cosÝ li dissi; in questo non biasimerei se le cose da serbare, per non le lasciare in mano e uso della brigata, si serrassino ne' luoghi loro colle chiavi, e lodarei le chiavi tutte stessono apresso della madre di famiglia, la quale osservasse ch'elle non andassono per troppe mani, anzi le tenesse tutte apresso di sÚ; solo quelle chiavi quali s'adoperassino tutta ora, come della cella e della dispensa, queste consegnasse a uno de' pi˙ assidui in casa e pi˙ fidato, pi˙ onesto, pi˙ costumato, pi˙ amorevole e massaio verso le cose nostre.

LIONARDO E a questo desse quelle chiavi, che andasse in su in gi˙ portando quanto bisogna?

GIANNOZZO SÝ, ancora perchÚ sarebbe una ricadia alla donna dare e richiedere le chiavi sÝ spesso. Ma dissi: "Donna mia, ordina che le chiavi sempre siano in casa, per non aver cercando ad indugiare se forse bisognasse, e ordina che al tempo costui apparecchi in modo che la brigata tutto abbi ci˛ che bisogna a fuggire la sete e la fame, per˛ che loro mancando questo, ci servirebbono male e non procurerebbono con diligenza le cose nostre. A' sani farai dare le cose buone, acci˛ che di loro niuno infermi; e' non sani farai molto governare, e con molta diligenza curerai che tornino a sanitÓ, imper˛ che egli Ŕ masserizia presto guarirli; mentre che giacessoro, tu non saresti servita e arestine spesa. Quando e' saranno sani e liberi, e' ti serviranno con pi˙ fede e con pi˙ amore. SÝ che, donna mia, cosÝ farai ciascuno in casa abbia quello che a lui bisogna". CosÝ li dissi, e agiunsi ancora questo: "Moglie mia, acci˛ che a questo e agli altri domestici bisogni non manchi le cose, fa in casa come fo io nel resto fuori di casa. Pensa molto prima quale cosa possa bisognare, poni mente quanto di ciascuna sia in casa, quanto quella soglia bastare, quanto sia durata, e quanto ancora all'uso nostro possa supplire; e a quello modo bene comprenderai ove sia da provedere, e subito me lo dirai molto prima che quella a noi in casa scemi afatto, acci˛ che io possa di fuori trovare del migliore e con minore spesa. SÝ, quello che si compera in fretta le pi˙ volte sarÓ male stagionato, mal netto, guastasi presto, costa pi˙, e cosÝ se ne getta via altretanto pi˙ che non se n'adopera".

LIONARDO E la donna cosÝ faceva, prevedeva e avisava?

GIANNOZZO SÝ, e per questo sempre io avevo spazio a procacciarne del migliore.

LIONARDO Trovate voi masserizia in comperare sempre del migliore?

GIANNOZZO E quanto grande! Se tu manometti il vino forte, el salato guasto, o qualunque altra cosa non buona a pascere la famiglia, non so come veruno sappia farne riserbo. Gettasi, versasi, niuno se ne cura, ciascuno se ne duole, e per questo ti serve di peggio, ascrivonti questo ad avarizia, chiÓmanti misero. Adunque ne ricevi danno e infamia, e cosÝ chi non ama le cose tue triste impara poco amare e riverire te. Ma se tu hai il vino buono, il pane migliore, l'altre cose competente, la famiglia sta contenta e lieta a servirti. Il dispensatore fa delle buone cose masserizia, e delle cattive insieme con gli altri si duole; e per ciascuno de' tuoi le cose buone si riguardano, e dagli strani molto ne se' onorato, e durano sempre le cose buone pi˙ che le non buone. Eccoti questa mia cioppa quale io tengo in dosso. Qui giÓ sotto ho io consumato pi˙ e pi˙ anni, poichÚ io me la feci persino quando maritai la prima mia figliuola, e fui di questa onorevole parecchi anni le feste; testÚ per ogni dÝ ancora vedi quanto ella sia non disdicevole. Se io allora non avessi scelto il migliore panno di Firenze, io dipoi n'arei fatte due altre, nÚ per˛ sarei stato di quelle onorevole come di questa.

LIONARDO Ben si suole dire le cose buone meno costano che le non buone.

GIANNOZZO Non dubitare, egli Ŕ verissimo. Le cose quanto sono migliori tanto pi˙ durano, tanto pi˙ ti onorano, tanto pi˙ ti contentano, tanto pi˙ si riguardano. E voglionsi avere in casa le cose buone, e averne in copia quanto basti. E quello detto d'alcuni e' quali dicono essere meglio carestia di piazza che dovizia di casa, mi pare solo vero in una famiglia disordinata e sanza regola. Ma chi per tempo e con ordine sa regolare sÚ e' suoi, a costui giova avere la casa doviziosa e abondante d'ogni bene. NÚ si potrebbe dire a mezzo quanto in ogni cosa sia nocivo il disordine, e per contrario utilissimo l'ordine, nÚ so quale pi˙ sia alle famiglie dannoso o la straccuraggine de' padri o il disordine della famiglia.

LIONARDO Dicesti voi alla donna di questo ordine quanto bisognava?

GIANNOZZO Nulla rimase adrieto. Pi˙ e in pi˙ modi lodai l'ordine e biasimai il disordine, quali modi testÚ sarebbe lungo recitarli. Monstra'li che l'ordine era necessario, come con l'ordine si facevano le cose leggiermente e bene, e doppo molte ragioni io diedi questa similitudine: dissi: "Eh! moglie mia, se il dÝ solenne della grande festa tu uscissi in publico e mandassiti inanzi le fanti e le serve, tu poi seguissi drieto cortese, e fussi vestita col broccato, e avessi il capo fasciato come quando tu vai a posarti, e portassi cinta la spada e in mano la rocca, come ti parrebbe esserne lodata? Quanto ne saresti tu onorata?".

LIONARDO Considerate voi, Battista e tu Carlo, quanto in sÚ abbino forza queste similitudini insieme e quanta grazia. Ma che vi rispuose ella, Giannozzo?

GIANNOZZO "Certo", disse ella, "trista a me, in quello abito mi riputeresti pazza". "Per˛", li dissi io, "moglie mia, si vuole avere ordine e modo in tutte le cose. A te non sta portare la spada, nÚ come gli uomini fare l'altre cose virili, nÚ ancora alle donne sta bene in ogni luogo e a ogni tempo fare ogni cosa licita alle femmine, come tu vedi che tenere la rˇcca, portare el broccato, avere il capo fasciato non si conviene se non ciascuno a' tempi e a' luoghi suoi. Ma sia tuo officio, donna mia, essere la prima inanzi a tutto il resto della famiglia, non con superbia, ma con molta umanitÓ, e con ogni diligenza avere a tutto buono ordine e buona cura, e provedere che le cose siano in uso a' tempi dovuti, per modo che quello el quale s'afaceva all'autunno non si consumi il maggio, e quello dovea bastare uno mese non si logori in uno dÝ".

LIONARDO Come vi parse la donna bene animata a fare quante cose voi contavi?

GIANNOZZO Ella pure stava non poco in sÚ sospesa. Per questo li dissi: "Moglie mia, queste cose quali io dico, se tu disporrai di farle, tutte verranno a te leggiermente fatte. Non ti paia grieve fare quello di che tu sarai lodata; pi˙ tosto ti pesi lasciare adrieto quello quale non faccendo saresti biasimata. Credo io sino a qui tu, in ci˛ che io t'ho detto, abbia inteso me senza alcuna fatica, e piacemi. Dicoti, come queste a te sono state leggieri ad imparare, cosÝ molte saranno dilettose a farle, ove tu amando me, desiderando l'utile nostro, qui porrai l'animo a fare con ordine e diligenza quanto da me tutto il dÝ imparerai. E, moglie mia, quello che tu farai volentieri, per difficile che sia, ti verrÓ fatto bene. Sempre quello che si fa non volentieri, per facile che sia, non si fa bene. Non per˛ voglio tu sia quella che facci ogni cosa, no. Molte cose a te sarebbono male a fare, sendovi altri che le facesse, ma a te sta nelle cose pi˙ infime comandare, e in tutte, quanto spesso ti dico, conoscere in casa quello che ciascuno s'adoperi".

LIONARDO O buoni e santissimi amaestramenti, quali desti alla donna vostra: fusse e volesse parere onesta, comandasse e facessesi riverire, curasse l'utile della famiglia e conservasse le cose domestice! E quanto li dovesti voi parere uomo da gloriarsi esservi moglie!

GIANNOZZO Sia certo, ella conobbe che io li dissi il vero, comprese quanto io diceva per sua utilitÓ, intese me essere pi˙ savio di lei; per˛ sempre mi port˛ grandissimo amore e molta riverenza.

LIONARDO Quanto fa, quanto Ŕ il sapere ammaestrare e' suoi! Ma quanto vi parse ella avervene grazia?

GIANNOZZO La maggiore. Anzi solea dire spesso tutte le ricchezze sue, tutte le fortune sue essere in me, e con l'altre donne sempre dicea che io era e' suoi ornamenti. E io dicea: "Donna mia, gli ornamenti tuoi e le bellezze tue saranno la modestia, il costume, e le ricchezze tue staranno nella tua diligenza; per˛ pi˙ si loda in voi donne la diligenza che la bellezza. Mai fu la casa per vostra bellezza ricca, ma sÝ spesso diventa per diligenza ricchissima. Pertanto tu, donna mia, e sarai e desidererai parere pi˙ diligente, modesta e costumata che bella, e a quello modo ogni tuo bene sarÓ in te".

LIONARDO Queste parole la doverono incendere per modo che tutti e' suoi pensieri, tutto el suo ingegno mai dovea restare di fare ogni cosa quale vi piacesse, sempre studiarsi e sollicitarsi in procurare bene ogni cosa, mai dovea requiare di provedere a tutto per monstrare sÚ essere diligente e amorevole quanto ella dovea.

GIANNOZZO Ella pure da prima era alquanto timidetta in comandare, come quella ch'era usata ubidire alla madre, e ancora la vedeva oziosetta, e pareva alquanto starsi malinconosa.

LIONARDO E a questo non rimediasti voi?

GIANNOZZO Rimediai. Quando io giugneva in casa, io la salutava con apertissimo fronte, acci˛ che ella vedendo me lieto ancora si rallegrasse, e vedendo me stare tristo non avesse cagione di contristarsi. Dipoi li dissi come el compar mio, uomo prudentissimo, solea subito tornando in casa avedersi se la moglie sua, la quale era ritrosissima, avesse conteso con alcuno, non ad altro segno se non quando e' vedea ch'ella fusse meno che l'usato lieta. E qui, molto biasimandoli el contendere in casa, io affermava che le donne sempre doverebbono in casa stare liete, e questo sÝ per non parere diverse come la comare e contenziose, sÝ ancora per pi˙ piacere al marito. Una donna lieta sempre sarÓ pi˙ bella che quando ella stia accigliata. "E ponvi mente tu stessi, moglie mia", dissi io, "quando io torno in casa con qualche acerbo pensiero, che spesso accade a noi uomini perchÚ conversiamo e abbattiÓnci a' malvagi maligni e a chi ci inimica, tu, cosÝ vedendomi turbato, tutta in te t'atristi e dispiaceti. CosÝ stima interviene e molto pi˙ a me, perchÚ so tu non puoi avere in animo alcuna acerbitÓ se non di cose quali vengono solo per tuo mancamento. A te non accade se non vivendo lieta farti ubidire e procurare l'utile della nostra famiglia. Per questo mi dispiacerebbe vederti non lieta, ove io comprenderei con quello tuo attristirti confesseresti avere in qualche cosa errato". Questo e molte simili cose atte alla materia pi˙ volte li dissi, confortandola al tutto fuggisse ogni tristezza, sempre a me, a' parenti e agli amici miei si porgesse con molta onestÓ, lieta, amorevole e graziosa.

LIONARDO E' parenti assai credo essa potea conoscere quali fossino, ma non so quanto a una giovinetta di quella etÓ sia facile discernere chi sia amico, ove troviamo in la vita quasi niuna cosa pi˙ difficilissima che in tanta ombra di fizioni, in tanta oscuritÓ di voluntÓ, e in tante tenebre d'errori e vizii, quanto da ogni parte abondano, scorgere quale ti sia vero amico. Per questo a me sarebbe caro sapere se voi alla donna vostra insegnasti conoscere chi vi fusse amico.

GIANNOZZO Non l'insegnai conoscere, no, chi mi fosse amico, per˛ che, come tu di', cosÝ questo a me pare cosa incertissima e molto fallace intendere l'animo d'uno se m'Ŕ vero amico o no. Ma io bene alla donna insegnai conoscere chi ci fosse inimico, e poi appresso l'insegnai chi ella dovesse riputare amico. Dissili: "Non stimare, moglie mia, uomo alcuno mai essere nostro amico el quale tu vegga cercare contro all'utile nostro; e stima colui essere inimicissimo il quale cerchi cosa alcuna contro al nostro onore, imperochÚ pi˙ a noi debba essere caro molto l'onore che la roba, pi˙ la onestÓ che l'utile. Manco ci farÓ danno chi a noi torrÓ qualche cosa, che chi ci darÓ infamia. E perchÚ, moglie mia, in due modi si vive contro alli inimici, o superchiandoli con forza, o fuggendoli ove tu sia pi˙ debole, agli uomini giova adoperare la forza vincendo, ma alle donne non resta se non il fuggire per salvarsi. Fuggi adunque, non mai porre occhio a niuno nostro inimico, ma riputa amico qualunque io in presenza onoro e in assenza lodo". CosÝ li dissi. Dipoi ella cosÝ facea. Era onestissima, lieta, governava con modo, procurava con molta diligenza tutta la famiglia. Ma in questo peccava, che alcuna volta, per parere troppo diligente, si sarebbe data a fare una o una altra cosa infima, e io subito gliele vietava, diceali questo comandasse ad altri, e comandando facesse valere sÚ apresso e' suoi, in qualunque modo avendosi per casa come si richiede patrona e maestra di tutti, e fuori di casa ancora cercasse acquistare in sÚ qualche dignitÓ; e per questo qualche volta ancora, per prendere in sÚ qualche autoritÓ e per imparare comparire tra la gente, si porgesse fuori aperto l'uscio con buona continenza, con modo grave, per quale e' vicini la conoscessoro prudente e pregiassoro, e cosÝ e' nostri di casa molto la riverissono.

LIONARDO CosÝ a me pare ragionevole la donna sia riverita.

GIANNOZZO Anzi fu sempre necessario questo. Se la donna non si fa riverire, la famiglia non cura e' comandamenti suoi, e ciascuno fa le cose a sua voglia, sta la casa perturbata e male servita. Ma se la donna sarÓ desta e diligente alle cose, tutti e' suoi la ubidiranno. S'ella sarÓ costumata, tutti la riveriranno.

In questo ragionamento Adovardo discese verso noi. Giannozzo e Lionardo si levorono incˇntroli a salutarlo. Carlo e io subito ascendemmo, se cosa fusse bisognata a nostro padre per vederlo. Trovammo e' famigli aveano in comandamento stare in sull'uscio fuori della camera che niuno lÓ entro entrasse. Maravigliammoci e subito ritornammo gi˙ ove Adovardo rispondeva a Giannozzo come Ricciardo era tutta questa mattina stato a rinvenire scritture e commentarii secreti, e che ora cosÝ era rimaso con Lorenzo per essere con lui solo insieme, e che Lorenzo molto gli parea migliorato. Allora disse cosÝ Giannozzo: - Se io avessi cosÝ stimato Ricciardo essere stamani infaccendato, non mi sarei qui tanto indugiato, anzi in questo mezzo sarei ito a riverire Iddio e adorare il sacrificio, come giÓ molti anni sempre fu mia usanza fare ogni mattina.

ADOVARDO Costume ottimo, e vuolsi prima cercare la grazia d'Iddio chi desidera essere quanto siete voi agli uomini grato e accetto.

GIANNOZZO CosÝ mi pare condegno rendere grazia a Dio de' doni quali la sua pietÓ sino a qui ci concede, e pregarlo ci dia quiete e veritÓ d'animo e di intelletto, e pregarlo ci conceda lungo tempo sanitÓ, vita, e buona fortuna, bella famiglia, oneste ricchezze, buona grazia e onore tra gli uomini.

ADOVARDO Sono queste le preghiere quali porgete a Dio?

GIANNOZZO E sono, e ogni mattina cosÝ soglio. Ma costoro stamani qui m'hanno tenuto. Fuggitosi il tempo ragionando, non ce ne siamo acorti.

LIONARDO Stimate, Giannozzo, questo vostro officio di pietÓ essere gratissimo a Dio non meno che se fossi stato al sacrificio, avendoci insegnato tante buone e santissime cose.

ADOVARDO Che ragionamenti sono stati e' vostri?

LIONARDO E' pi˙ nobili, Adovardo, e' pi˙ utili; e quanto ti sarebbe piaciuto avere udito infiniti perfettissimi suoi ragionamenti!

ADOVARDO Bene so io, dove tu sia, mai si ragiona di cose se non molto nobilissime, e conosco in tutti e' suoi ragionamenti Giannozzo essere da udirlo molto volentieri.

LIONARDO In tutte l'altre cose sempre fu Giannozzo da essere ascoltato, ma in questa una pi˙ che nell'altre ti sarebbe veduto e da 'scoltarlo e da maravigliartene, tante sono state le sue sentenze alla masserizia elegantissime e maturissime, innumerabili, inaudite.

ADOVARDO Quanto vorrei esserci stato!

LIONARDO Gioverebbeti, chÚ aresti inteso come la masserizia non manco sta in usare le cose che in serballe, e come quelle delle quali si dee fare pi˙ che dell'altre masserizia sono le cose pi˙ che tutte l'altre proprie nostre; e aresti udito come la roba, la famiglia, l'onore e l'amicizie non in tutto sono nostre, e aresti impreso in che modo di queste si debba essere massaio; giudicaresti questo dÝ esserti felicissimo.

ADOVARDO Duolmi altrove essere stato occupato, chÚ niuna cosa a me sarebbe pi˙ cara che avermi trovato con questi vostro discipolo, Giannozzo, a imparare quel che oggimai m'accade, diventare buono massaio, chÚ cosÝ mi pare si convenga a noi, quanto prima diventiamo padri, crescendo in famiglia simile si cresca in masserizia.

GIANNOZZO Non ti lasciare cosÝ leggiere persuadere, Adovardo, quello che non Ŕ. Lionardo qui sempre fu in me troppo affezionato, e forse gli sono piaciuto ragionando della masserizia, la quale cosa per ancora non gli accade interamente provare; piacegli udirne come di cosa nuova. E se io sono a lui in questi nostri passati ragionamenti piaciuto pi˙ che le mie parole nÚ meritavano, nÚ cercavano, non lo imputate a me, ma giudicate che la troppa affezione di Lionardo in me fa che ogni mia parola gli pare sentenziosa. Di mie parole che grazia posso io porgere apresso di voi litterati e studiosi, i quali tutto il dÝ leggete e vedete divini ingegni, trassinate sentenze nobilissime, trovate detti prudentissimi apresso quelli vostri antichi, le quali cose in parte alcuna non sono in me? Ben mi sono certo ingegnato dire cose utili, quali dirle con eloquenza, con ordine, intesservi essempli, adducervi autoritÓ, ornalle di parole, come solete dire voi che bisogna, arei nÚ saputo nÚ potuto; chÚ mi conoscete sono idiota. Quello che io volessi dire d'altra cosa in quale io sono meno pratico non sarebbe degno d'audienza, nÚ anche quello della masserizia si potesse per me narrare sarebbe se non quanto per lunga pruova cosÝ truovo essere utile; sÝ che dicoti, Adovardo mio, non ti dolga non ci essere stato. Tu hai moglie e figliuoli; pruovi e conosci di dÝ in dÝ quello medesimo quale ho conosciuto io, e quanto tu hai pi˙ ingegno di me insieme e pi˙ dottrina, tanto pi˙ e presto e meglio da te a te comprenderai e' bisogni, il modo, l'ordine e tutto quello si richiede alla masserizia.

ADOVARDO NÚ Lionardo stima di voi pi˙ che vi meritiate, nÚ voi ragionando della masserizia potresti parlare se non utilissimo. E arei io caro per altre cagioni avervi udito, e per questa ancora, per riconoscere se l'opinione mia fusse simile al giudicio vostro.

GIANNOZZO Potrei io giudicare di cosa alcuna se non ben volgare e aperta? E potrei io, Adovardo, interpormi in causa alcuna ove il tuo sentimento, le tue lettere non ponessoro il giudicio tuo molto di sopra al mio? Io sempre sono stato contento non pi˙ sapere che quanto mi bisogna, e a me basta intendere quello che io mi veggo e sento tra le mani. Voi litterati volete sapere quello che fu anni giÓ cento, e quello che sarÓ di qui doppo a sessanta, e in ogni cosa desiderate ingegni, arte, dottrina ed eloquenza simile alle vostre. Chi mai potesse satisfarvi? Io certo no. Di quelli non sono io. E dicovi tanto, forse mi pu˛ essere caro tu, Adovardo, non ci sia stato presente, non perchÚ io stimi da meno il giudicio di Lionardo che il tuo, Adovardo, ma perchÚ cosÝ arei avuto a satisfare a due voi litterati; ove forse avessi voluto parervi quello che io non sono, io arei detta qualche sciocchezza, e molto pi˙ mi sarei vergognato sentendomi non potervi satisfare.

LIONARDO Siate certo, Giannozzo, che, ragionando voi della masserizia, in qualunque luogo e' litterati non fastidiosi vi udirebbono volentieri, nÚ so chi desiderasse in voi altro stile nÚ altra copia d'ingegno nÚ altro ordine d'eloquenza.

ADOVARDO Certo non che io avessi desideratovi altra copia, ma io mai arei stimato, e dicoti il vero, Lionardo, mai arei creduto la masserizia in sÚ avesse tanti membri quanti tu dicevi che Giannozzo la distinse.

LIONARDO Non ne dissi a mezzo.

ADOVARDO Come?

LIONARDO Molte pi˙ cose: in che modo alla famiglia bisogna la casa, la possessione, la bottega, per avere dove tutti insieme si riducano per pascere e vestire e' suoi, e come di queste si debba esserne massaio.

ADOVARDO E della moneta dicesti vo' come o quale masserizia se n'abbia a fare?

GIANNOZZO Che bisogna dirne, se non come dell'altre cose? Spendansi alle necessitÓ, l'avanzo si serbi, se caso venisse servirne all'amico, al parente, alla patria.

ADOVARDO E vedete, Giannozzo, diversa opinione quale io stimava, e forse poteva non senza ferma ragione cosÝ giudicare, che a uno massaio bisognasse non altro pi˙ che fare buona masserizia del danaio. E potea me muovere questo, che pur si vede il danaio essere di tutte le cose o radice, o esca, o nutrimento. Il danaio niuno dubita quanto e' sia nervo di tutti e' mestieri, per modo che chi possiede copia del danaio facilmente pu˛ fuggire ogni necessitÓ e adempiere molta somma delle voglie sue. Puossi con danari avere e casa e villa; e tutti e' mestieri, e tutti gli artigiani quasi come servi s'afaticano per colui il quale abbia danari. A chi non ha danari manca quasi ogni cosa, e a tutte le cose bisogna danari; alla villa, alla casa, alla bottega sono necessarii i servi, fattori, strumenti, buoi, e simili altre, le quali cose non si posseggono e ottengono senza spendere danari. Se adunque il danaio supplisce a tutti i bisogni, che fa mestiere occupare l'animo in altra masserizia che in sola questa del danaio? E ponete mente, Giannozzo, in queste nostre fortune acerbissime, in questo nostro essilio ingiustissimo, ponete mente la famiglia nostra Alberta, quelli i quali si truovano avere danari quante sofferino manche necessitati che se fossino stati copiosi di terreni. Quanta ricchezza manca a' nostri Alberti qui fuori di casa nostra, per avere in casa speso il grande danaio in mura e terreni! Giudicate voi stessi quanto sarebbe maggiore il nostro avere, se noi cosÝ avessimo potuto portarne gli edificii e i molti nostri campi drietoci come fatto abbiamo il danaio. Stimerete voi forse a noi non fosse testÚ pi˙ utile qui trovarci in danari anoverati quello che lÓ oltre vagliono quelle nostre molte possessioni?

GIANNOZZO Bene a me sogliono questi vostri litterati parere troppo litigiosi. Niuna cosa si truova tanto certa, niuna sÝ manifesta, niuna sÝ chiara, la quale voi con vostri argomenti non facciate essere dubia, incerta, e oscurissima. Ma testÚ meco o piacciavi come tra voi solete disputare, o piacciavi vedere in questo che opinione sia la mia, conosco a me essere debito risponderti pi˙ per contentarne te, Adovardo, che per difendere alcuna opinione. Io non ti voglio negare, Adovardo, che per sopplire alle necessitÓ e per satisfare alle nostre voglie il danaio non vaglia assai, ma io non ti confesser˛ per˛, benchÚ io avessi danari, che ancora a me non manchino molte e molte cose, le quali non si truovano tutte ora apparecchiate a' bisogni, o sono non sÝ buone, o costano superchio. E quando le bene costassino vili, a me sarÓ pi˙ grato pigliarmi fatica piacevole in governare le mie possessioni, la mia casa io stessi, e ricormi quello mi bisogna, che d'avere prima al continuo fatica in contenere e' danari, poi avere travaglio in trovare le cose di dÝ in dÝ, e in quelle spendere molto pi˙ che se io me l'avessi stagionate in casa. E se non fusse in queste nostre avversitÓ tu qui senti a te pi˙ commodo il danaio che le possessioni altrove, stimo ne giudicaresti quello che io medesimo, e avendo quanto fusse assai per satisfare alle necessitÓ e alle voglie tue e della famiglia tua, tu credo non troppo ti cureresti del danaio. Quanto io, mai seppi a che fusse utile il danaio altro che a satisfare a' bisogni e volontÓ nostre.

Ma vedi ora quanto io sia da te pi˙ oltre in diversa opinione, se tu pi˙ stimi utili i danari ch'e' terreni: ove tu truovi te manco avere perduto danari che possessioni, ti pare egli per˛ ch'e' danari si possino meglio serbare che le cose stabili? Parti per˛ pi˙ stabile ricchezza quella del danaio che quella della villa? Parti pi˙ utile frutto quello del danaio che quello de' terreni? Quale sarÓ cosa alcuna pi˙ atta a perdersi, pi˙ difficile a serbare, pi˙ pericolosa a trassinalla, pi˙ brigosa a riavella, pi˙ facile a dileguarsi, spegnersi, irne in fummo? Quale a tutti quelli perdimenti tanto sarÓ atta quanto essere si vede il danaio? Niuna cosa manco si truova stabile, con manco fermezza che la moneta. Fatica incredibile serbar e' danari, fatica sopra tutte l'altre piena di sospetti, piena di pericoli, pienissima di infortunii. NÚ in modo alcuno si possono tenere rinchiusi e' danari; e se tu gli tieni serrati e ascosi, sono utili nÚ a te nÚ a' tuoi: niuna cosa ti si dice essere utile se non quanto tu l'adoperi. E potrei ancora racontarti a quanti pericoli sia sottoposto il danaio: male mani, mala fede, malo consiglio, mala fortuna, e infinite simili altre cose pessime in uno sorso divorano tutte le somme de' danari, tutto consumano, mai pi˙ se ne vede nÚ reliquie nÚ cenere. E in questo, Lionardo e tu Adovardo, parvi forse che io erri?

LIONARDO Quanto io, sono in cotesta medesima sentenza.

ADOVARDO In chi diciavate voi, Giannozzo, tanto essere forza d'argomentazioni che ogni ferma sentenza dicendo pervertiva? In noi forse litterati? Quanto io, non per˛ vorrei non sapere quali mi dilettano lettere. Ma se i litterati sono quelli e' quali sanno quanto voi dite con argomenti rivolgere ogni cosa e monstralla contraria, certo in me si pu˛ giudicare niuna lettera, tanto testÚ mi manca ogni ridutto da confutare e' vostri argomenti. Ma per non mi arendere cosÝ tosto, chÚ sapete, Giannozzo, sempre fu pi˙ lodo vincere chi si difende che vincere chi subito s'abandoni, io, non per concertare ma pi˙ tosto per perdere virilmente, dico ch'e' vostri argomenti non per˛ in tutto mi satisfanno. Non saprei addurvi altra ragione, se non quanto mi pare che 'l corso e impeto della fortuna cosÝ se ne porta le possessioni come il danaio, e forse tale ora in luogo rimangono ascose e salve le pecunie, ove le possessioni e gli edificii in palese sono da guerre, da inimici, con fuoco e con ferro disfatte e perdute.

GIANNOZZO Ancora mi piace, com'e' pratichi buoni combattenti adoperano per vincere non meno astuzia che forza, e tale ora monstrano fuggire per condurre il nimico in qualche disavantaggio, cosÝ tu meco qui mostri accedermi, e pur ti fortifichi pi˙ tosto d'astuzia che di fermezza. Ma voglio di questo lasciarne il giudicio a te. Non temo da voi alcune insidie come forse dovrei. Considera, Adovardo, che nÚ mani di furoni, nÚ rapine, nÚ fuoco, nÚ ferro, nÚ perfidia de' mortali, nÚ, che ardir˛ io dire, non le saette, il tuono, non l'ira d'Iddio ti priva della possessione. Se questo anno vi casc˛ tempesta, se molte piove, se troppo gelo, se venti, o calure, o secco corruppero e riarsero le semente, a te poi seguita uno altro anno migliore fortuna, se non a te, a' figliuoli tuoi, a' nipoti tuoi. A quanti pupilli, a quanti cittadini sono pi˙ state utili le possessioni ch'e' denari! Per tutto se ne vede infiniti essempli. E quanti falliti, e quanti corsali, e quanti rapinatori hanno saziati e' danari de' nostri Alberti! Somme inestimabili, somme infinite, ricchezze da nolle credere tutte fatte con nostra perdita. E volesse Dio si fussero spesi in praterie, in boschi o grippe pi˙ tosto, che almanco pur sarebbono dette nostre, almanco si potrebbe sperare a migliore nostra fortuna di riavelle. Stimate adunque il danaio non essere pi˙ che le possessioni utile; stimate alla famiglia essere e utile e necessario la possessione. NÚ so conoscere io il danaio a che sia trovato se non per spendere, per a quello cambio riceverne cose. Tu, vero, avendo le cose, che ti bisogna il danaio? E hanno le cose questo in sÚ pi˙, che le truovano e' danari, suppliscono al bisogno. Ma non ci aviluppiamo in questo ragionamento; favelliamo come pratichi massai; lasciamo le disputazioni da parte. CosÝ giudico: el buono padre di famiglia conosca tutte le fortune sue, nÚ voglia avelle tutte in uno luogo, nÚ tutte in una cosa poste, acci˛ che se gli inimici, se gli impeti ostili, s'e' casi avversi premono di qua, tu vaglia e possa di lÓ; se danneggiano di lÓ, tu salvi di qua; se la fortuna non ti giova in quello, nÚ anche ti sia nociva in questo. CosÝ adunque mi piace non tutti danari, nÚ tutte possessioni, ma parte in questo, parte in altre cose poste e in diversi luoghi allogate. E di queste s'adoperi al bisogno, l'avanzo si serbi pell'avenire.

LIONARDO Che pure miri tu, Adovardo, quasi come stupefatto a questi detti di Giannozzo? Se tu avessi udito e' suoi ragionamenti sopra, tu confesseresti e' suoi detti alle famiglie quasi oraculi divini essere, tutti necessarii a bene reggere ogni famiglia fuori e dentro in casa. Nulla v'Ŕ mancato, tutto v'Ŕ detto con suavitÓ, chiaro, netto, puro. Lodarestilo.

ADOVARDO Se Lionardo me ne consiglia, io sono contento consentirvi, Giannozzo, e come volete giudicher˛ che il buono massaio debba non ridursi in danari soli, nÚ in sole possessioni, ma debba partire le fortune sue in pi˙ cose e in pi˙ luoghi. E sono contento accresce'gli fatica e porgli ad animo la custodia e conservazione pi˙ che del danaio, sola una cosa della quale essere massaio stimava io che bastasse.

LIONARDO Crederesti tu potere errare, Adovardo, nella masserizia consentendo al giudicio di Giannozzo?

ADOVARDO Anzi sarebbe in grande errore chi credesse il giudicio e sentenze di Giannozzo non essere verissimo, ma in alcuna cosa, Lionardo, benchÚ le siano vere, tale ora non mi pare biasimo dubitarne. E vedete, Giannozzo, in quello che io potrei dubitare. Voi testÚ mi isvilisti il danaio, Iddio buono, per modo che niuna cosa pi˙ sarebbe, sendo come diciavate, vile; solo fatto il danaio per comperare le cose. Parse a me volesti pur troppo rendere il danaio disutile; sotto tante sciagure, sotto tanti pericoli il ponesti, che, se altri vi credesse mai, nonchÚ esserne massaio, ma e' no' gli vorrebbe vedere. E benchÚ io vegga ne dite in molta parte el vero, pure stimo nel danaio esservi alcune altre commoditÓ. Pare a me non fate stima in una piccola borsetta trovarvi pane, vino, e tutte le vittoaglie, veste, cavalli, e ogni cosa utile portarsi in seno. Ma chi negasse il danaio non essere ancora utile in prestallo agli amici quanto diciavate, e in traficarlo?

GIANNOZZO Non dissi io che tu, Adovardo, tendevi qualche insidie? Ma vinca meco questo costume di voi altri litterati, nÚ sia cosa alcuna sÝ bene detta quale voi non sappiate monstrare essere male detta; nÚ io sarei sufficiente volella con voi vincere.

ADOVARDO Certo non ad altro fine ve ne domando, se non per imparare da voi quanto per maturissima prudenza in questo come nell'altre cose conoscete.

LIONARDO Del trafficare i danari risponder˛ io quanto compresi da Giannozzo. In ogni compera e vendita siavi simplicitÓ, veritÓ, fede e integritÓ tanto con lo strano quanto con l'amico, con tutti chiaro e netto.

ADOVARDO Ottimo. Ma del prestargli, Giannozzo, se qualche signore, come tutto dÝ accade, vi richiedesse?

GIANNOZZO Dare'gli pi˙ tosto in dono venti che in presto cento, e per non fare nÚ l'uno nÚ l'altro, Adovardo mio, chÚ tutti gli fuggirei.

ADOVARDO Che te ne pare, Lionardo?

LIONARDO E io ancora il simile. Eleggerei perdere venti acquistandomi grazia, che arischiarne cento senza essere certo di riaverne grado.

GIANNOZZO Taci. Non dire. Non sia chi speri mai da' signori nÚ grado nÚ grazia. Tanto ama il signore, tanto ti pregia, quanto tu gli se' utile. Non ama il signore per tua alcuna virt˙, nÚ si possono le virt˙ fare note a' signori. Sempre pi˙ sono e' viziosi, ostentatori, assentatori e maligni in casa de' signori ch'e' buoni. E se tu consideri, quasi la maggiore parte di quelli stanno ivi perdendo tempo oziosi, chÚ non sanno guadagnare in altro modo il propio vivere. Pasconsi del pane altrui, fuggono la propria industria e onesta fatica. E se ivi sono e' buoni, stansi modesti, stimano pi˙ venire in grazia per la virt˙ che per ostentazione, amano pi˙ essere bene voluti per suo merito che con ingiuriare altrui. Ma la virt˙ non si conosce se non quando sia per opera manifestata, e poi ancora conosciuta pare assai s'ella Ŕ lodata; e forse raro si truova virt˙ bene premiata, e tu virtuoso non potrai la conversazione di quelli scelerati, a' quali dispiacerÓ la continenza, severitÓ e religione tua. NÚ tra i viziosi a te sarÓ luogo monstrare virt˙, nÚ arecherai a lodo contendere qualche premio con alcuno scelerato, lascera'lo vincere e ottenere quello che tu appetivi per non perseverare in questa contenzione, della quale tu vegga esserti apparecchiata molta pi˙ ingiuria da quelli audacissimi uomini che lode dagli altri buoni. Quelli adunque arditi e baldanzosi ti lasciano adrieto, e spesso pi˙ nuoce uno raportamento di quelli assentatori in tuo biasimo, che non giova molta testimonianza in tua comendazione. Per˛ sempre a me parse da fuggire questi signori. E credete a me, da loro si vuole chiedere e t˘rre, dare o prestare non mai. Ci˛ che tu loro dai, si getta via. Hanno molti donatori, anzi comperatori delle grazie loro, anzi ricomperatori delle ingiurie. Se tu porgi poco, ne ricevi odio, e perdi il dono; se tu assai, non te ne rende premio; se tu troppo, non per˛ satisfai alla grande loro cupiditÓ. Non solo vogliono per loro, ma per tutti ancora e' suoi. Se tu dai a uno, apri necessitÓ a te stessi di dare a tutti gli altri, e quanto pi˙ dai, tanto pi˙ in te stessi ricevi danno, tanto pi˙ quelli aspettano, tanto pi˙ loro pare dovere ricevere: quanto pi˙ presti, tanto pi˙ te ne arai a pentire. Apresso e' signori le promesse tue sono obligo, le prestanze sono doni, e' doni sono uno gittare via. E colui si stimi a felicitÓ a chi non molto costano le conoscenze de' signori. Raro ti puoi fare grato a uno signore, se non ti costa. Soleva dire messer Antonio Alberti ch'e' signori si voleano salutare con parole dorate. E proverrai ch'e' signori debitori, per non renderti premio, adombreranno teco, strazierannoti, per farti rompere in qualche detto o risposta onde e' piglino loro scusa a nuocerti, e sempre cercheranno male finirti; e dove possano in molti modi nuocerti, ivi ti fanno peggio.

ADOVARDO Adunque sar˛ per vostro consiglio prudente. Fuggir˛ ogni pratica de' signori, o, acadendomi con loro qualche traffico, sempre domander˛, o domandato cercar˛ dar loro quanto manco poter˛.

GIANNOZZO CosÝ farete, figliuoli miei, e pi˙ tosto fuggirete ogni lusinga e fronte d'ogni tiranno, e questo vi troverrete utilissimo.

ADOVARDO Agli amici?

GIANNOZZO Che domandi tu? Ben sai che con l'amico si vuole essere liberale.

LIONARDO Prestare, donare loro?

GIANNOZZO Questo bene sapete. Ove non bisogni, a che fine vorresti voi donare? Non perchÚ e' t'amino, giÓ che sono amici. Non perchÚ e' conoscano la liberalitÓ tua, giÓ che non bisogna. Niuna donazione mi pare liberalitÓ, se non quando il bisogno la richiede. E io sono di quelli el quale pi˙ tosto voglio amici virtuosi che ricchi. Ma ancora io mi diletto pi˙ d'avere amici fortunati che infortunati e poveri.

LIONARDO Ma all'amico che posso io, domandandomi, negarli?

GIANNOZZO Sai quanto? Tutto quello quale e' dimandasse disonesto.

ADOVARDO Ne' bisogni, credo, non sarebbe disonesto domandare allo amico qualunque cosa.

GIANNOZZO Se a me fosse troppo sconcio fare quanto chiedesse l'amico, perchÚ devessi io pi˙ avere caro l'utile suo che lui il mio? Ben voglio, a te non resultando troppo danno, presti all'amico, in modo per˛ che, rivolendo il tuo, nÚ tu entri in litigio, nÚ lui ti diventi inimico.

LIONARDO Non so quanto voi massari mi loderete, ma io all'amico sarei in ogni cosa largo, fidere'mi di lui, prestere'li, donare'li; nulla sarebbe tra lui e me diviso.

GIANNOZZO E se lui non facesse a te il simile?

LIONARDO Farebbelo sendo mio amico. Comunicarebbe cosÝ tutte le cose, tutte le voglie, tutti e' pensieri; e tutte le nostre fortune insieme sarebbono tra noi non pi˙ sue che mie.

GIANNOZZO Sapra'mi dire quanti tu arai trovati comunicare teco altro che parole e frasche; mostrera'mi a chi tu possa fidare uno minimo tuo secreto. Tutto il mondo si truova pieno di fizioni. E abbiate da me questo: chi con qualunque arte, con qualunque colore, con quale si sia astuzia cercherÓ t˘rvi del vostro, costui non vi sarÓ vero amico.

ADOVARDO CosÝ sta. Salutatori, lodatori, assentatori si truovono assai, amici niuno, conoscenti quanti vuoi, fidati pochissimi. Quali adunque con questi saremo noi?

GIANNOZZO Sapete voi quale uno mio amico, uomo in l'altre cose intero e severo, ma ne' fatti della masserizia forse troppo tegnente, suole porgersi a questi tali leggieri uomini e dimandatori, quando e' vengono a lui sotto colore d'amicizia racontando parentadi e antiche conoscenze? Se questi a lui donano salute, e lui contra infinite salute. Se questi li ridono in fronte, e lui molto pi˙ ride a loro. Se questi lodano, e lui molto pi˙ loda loro. In queste simili cose molto lo truovano liberale, sentonsi vincere di larghezza e facilitÓ. A tutte loro parole, a tutte loro moine presta fronte e orecchie, ma come quelli riescono narrandoli e' suoi bisogni, e lui subito finge e narra molti de' suoi; quando quelli cominciano a conchiudere pregandolo che presti loro, o che almanco entri fideiussore, e lui subito diventa sordo, frantende, e ad altra cosa risponde, e subito entra in qualche altro lungo ragionamento. Quelli, e' quali sono in quella arte dello ingannare altrui buoni maestri, subito framettono una novelletta, e dove doppo quello poco ridere di nuovo ripicchiano, e lui pure il simile. Quando alla fine con lunga importunitÓ lo vincono, se domandano piccola somma, per levarsi quella ricadia, mancandoli ogni scusa, presta loro, ma il meno che pu˛. Ove la somma gli pare grande, allora l'amico mio... Ma, tristo me, che fo io? Quando io doverrei insegnarvi essere cortesi e liberali, io v'insegno essere fingardi e troppo tegnenti. Non pi˙. Io non voglio mi riputiate maestro di malizie. Verso gli amici si vuole usare liberalitÓ.

ADOVARDO Anzi questo riputatelo virt˙, Giannozzo, con malizia vincere uno malizioso.

LIONARDO SÝ certo, a me pare spesso necessario usare astuzia co' troppo astuti.

GIANNOZZO Pur vorrete trovare da me via per onde possiate fuggire questi chieditori. S'e' ditti miei gioveranno a convincere astuzia con astuzia, sono contento. Se vi noceranno aiutandovi essere non liberali e larghi, ma tenaci e stretti, ancora potr˛ di questo esserne contento, perchÚ almanco arete qualche colore a parere motteggiatori ove siate avari. Ma per mio consiglio piacciavi pi˙ acquistandovi onore parere liberali che astuti. La liberalitÓ fatta con ragione sempre fu lodata; l'astuzia spesso si biasima. E non lodo tanto la masserizia che io biasimi tale ora essere liberale, nÚ tanto a me pare dovuta la liberalitÓ fra gli amici che ancora qualche volta non sia utile usarla verso gli strani, o per farti conoscere non avaro, o per acquistarti nuovi amici.

ADOVARDO Quanto a noi pare, Giannozzo, testÚ qui vogliate seguire l'uso di quello vostro amico, chÚ, per non rispondere a quanto da voi aspettiamo, voi rivolgete il ragionare vostro della molta masserizia e traducetelo proprio in contraria parte dicendo della liberalitÓ. Noi desideriamo udire e imparare da quello vostro amico, per poterci valere contro a questi chieditori, e' quali tutto il dÝ ci seccano.

GIANNOZZO CosÝ al tutto volete? Dicovelo. Solea l'amico mio a questi trappolatori prima rispondere che per gli amici a lui era debito fare tutto, ma per ora non essere possibile fare come vorrebbe, e quanto era sua usanza fare agli amici non meno che si meritino. Poi si dava con molte parole a mostrare loro non fusse meglio, nÚ per ora bisognasse fare quella spesa. Diceva quello non gli essere utile, meglio essere indugiare, pi˙ giovare tenervi quella altra via, e cosÝ di parole molto si dava largo e prodigo. Apresso confortava ne chiedessono qualche uno altro, e prometteva di parlarne e adoperarsi in ogni aiuto a trovarli da chi si sia degli altri amici. E se pur questi ripregando lo convinceano, allora l'amico per stracchezza dicea: "Io mi vi penser˛, e troverrovvi buono rimedio; torna domani". Poi e' non era in casa, o egli era troppo infaccendato, e cosÝ a colui conveniva giÓ stracco provedersi altronde.

LIONARDO Forse sarebbe il meglio negare aperto e virile.

GIANNOZZO Quanto io, prima era di questo animo, e spesso ne ripresi l'amico mio, ma lui mi rispondea e dicea la sua essere migliore via, imperochÚ a questi infrascatori pare saperci dire in modo che noi non possiamo loro dinegare cosa quale e' dimandino; per˛ si vogliono contentare di quello che non ci costa. E dicea l'amico mio: "Se io da prima negassi aperto, io monstrerrei non curarli, sarei loro odioso. A questo modo quelli pur sperano ingannarmi, e io monstro stimarli, e cosÝ poi elli giudicano me da pi˙ che loro ove e' si veggono avanzare d'astuzia, nÚ a me ancora par poco piacere ove io dileggio chi me voglia ingannare".

ADOVARDO Molto a me piace costui, il quale richiesto di fatti dava parole, e a chi domandava danari porgea consiglio.

LIONARDO Ma se uno de' vostri di casa vi richiedesse, come tutto il dÝ accade, come li tratterresti voi?

GIANNOZZO Ove io potessi senza grandissimo mio sconcio, ove io gliene facessi utile, prestere'gli danari e roba quanto e' volesse e quanto io potessi, per˛ che a me sta debito aiutare e' miei con la roba, col sudore, col sangue, con quello che io posso persino a porvi la vita in onore della casa e de' miei.

ADOVARDO O Giannozzo!

LIONARDO Diritto, buono, prudente padre. Simili vogliono essere e' buoni parenti.

GIANNOZZO La roba, e' danari si vogliono sapere spendere e adoperare. Chi non sa spendere le ricchezze se non in pascere e vestire, chi non sa usarle in utile de' suoi, in onore della casa, costui certo non le sa adoperare.

ADOVARDO Ancora mi occorre qui dimandarvi, Giannozzo. Ecco in me di qui a uno pezzo e' miei figliuoli cresceranno. Usano e' padri in Firenze a ciascuno de' suoi figliuoli dare certa somma d'argento per minute loro spese, e loro pare ch'e' garzoni manco ne siano sviati, avendo in quello modo da satisfare alle giovinili sue voglie, e dicono che il tenere la giovent˙ stretta del danaio la pinge in molti vizii e costumi scelerati. Che dite, Giannozzo? Parvi da cosÝ allargare la mano?

GIANNOZZO Dimmi, Adovardo, se tu vedessi uno tuo fanciullo maneggiare rasoi arrotati, affilati, troppo taglienti, che faresti tu?

ADOVARDO Torre'li di mano. Temerei non s'impiagasse.

GIANNOZZO E adirerestiti, so, con chi avesse cosÝ lasciatoli trassinare. Vero? E quale credi tu essere pi˙ suo mestiere a uno fanciullo, trassinare rasoi o moneta?

ADOVARDO NÚ l'uno nÚ l'altro mi pare suo atto mestiere.

GIANNOZZO E stimi tu senza pericolo a uno garzonetto trassinare danari? Certo a me, che sono omai vecchio, sono e' danari fatti cosÝ, che non senza pericolo ancora ben so maneggiarli. E credi tu che a uno giovane non pratico sia non pericolosissimo trassinare danari? Lasciamo da parte che gli sarano tolti da' ghiotti, da' lacciuoli, da' quali e' giovani sanno male schifarsi. Pensa tu, uno giovane che utilitÓ potrÓ egli sapere trarre de' danari; che necessitÓ saranno quelle d'uno garzonetto? La mensa gli apparecchia il padre, el quale sendo prudente non patirÓ che il figliuolo si satolli altrove. Se vorrÓ vestire, richieggane il padre, el quale, sendo facile e maturo, lo contenterÓ, ma non lascerÓ il figliuolo vestire isfoggiato, nÚ con alcuna leggerezza. Quale adunque pu˛ in uno garzonetto venire necessitÓ, o quale voglia, se non una sola di gittarli in lussurie, in dadi e in ghiottornie? Io pi˙ tosto consiglierei e' padri che procurassino, Adovardo mio, ch'e' figliuoli suoi non scorrino in voglie lascive e disoneste. A chi non arÓ volontÓ di spendere, a costui non bisogneranno danari. S'e' tuoi figliuoli aranno voglie oneste, molto sarÓ loro caro tu le sappia; dirannotele, e tu in quelle abbiati con loro facile e liberale.

LIONARDO Quelli nostri prudenti cittadini, stimo io, Giannozzo, se non conoscessono essere ivi qualche utilitÓ, forse non servarebbono quella larghezza co' giovani loro.

GIANNOZZO Se io vedessi che le volontÓ e il corso della giovent˙ in tutto si potesse restringere, io grandemente biasimerei quelli padri e' quali non cercassino distorre e' suoi figliuoli dalle voglie prima che darli aiuto a seguirle. E io quanto pi˙ penso tanto meno conosco ove surga pi˙ vizio nella giovent˙, o per essere troppo bisognosi del danaio, o per esserne copiosi.

LIONARDO A me pare comprendere che Giannozzo vorrebbe prima e' padri stogliessono da' giovani le voglie quanto e' potessono, poi mi pare essere certo non gli vorrebbe diventare piggiori per mancamento alcuno di danari.

GIANNOZZO Proprio.

ADOVARDO O Lionardo, quanto m'Ŕ Giannozzo utile stamani!

LIONARDO Molto pi˙ fu utile con noi dicendo tutto ci˛ che della masserizia si possa udire, e pi˙ ancora in che modo si sia massaio della roba, e in che modo si regga la famiglia. E pare a me di tutte le cose necessarie al vivere, di tutte Giannozzo ci abbia insegnato essere massaio.

ADOVARDO Non riputate voi, Giannozzo, utile al vivere l'amicizia, fama e onore?

GIANNOZZO Utilissimo.

ADOVARDO E di queste dicesti voi in che modo si debba esserne massaio?

LIONARDO Quello no.

ADOVARDO Forse non gli parse da darne precetti.

GIANNOZZO Anzi sÝ, pare.

ADOVARDO Che adunque ne dite voi?

GIANNOZZO Quanto io, della amistÓ, che so io? Forse potrebbesi dire che chi Ŕ ricco truova pi˙ amici che non vuole.

ADOVARDO Io pur veggo e' ricchi essere molto invidiati dagli altri, e dicesi che tutti e' poveri sono inimici de' ricchi, e forse dicono il vero. Volete voi vedere perchÚ?

GIANNOZZO Voglio. DÝ.

ADOVARDO PerchÚ ogni povero cerca d'aricchire.

GIANNOZZO Vero.

ADOVARDO E niuno povero, se giÓ non gli nascessono sotto terra le ricchezze, niuno povero arricchisce se a qualche altro non scemano le sue ricchezze.

GIANNOZZO Vero.

ADOVARDO E' poveri sono quasi infiniti.

GIANNOZZO Vero. Molto pi˙ ch'e' ricchi.

ADOVARDO Tutti s'argomentano d'avere pi˙ roba, ciascuno con sua arte, con inganni, fraude, rapine, non meno che con industria.

GIANNOZZO Vero.

ADOVARDO Le ricchezze adunque assediate da tanti piluccatori v'arrecano elle amistÓ pure o nimistÓ?

GIANNOZZO E io pur sono uno di quelli el quale vorrei pi˙ tosto potere da me con mie ricchezze, mai avere a richiedere alcuno amico. Manco mi nocerebbe negare a chi mi chiedesse che prestare a tutti chi mi domandasse.

ADOVARDO Puossi egli questo forse, vivere sanza amici e' quali vi sostenghino in pacifica fortuna, difendinvi dagli ingiusti, aiutinvi ne' casi?

GIANNOZZO Non ti nego che nella vita degli uomini sono gli amici accommodatissimi. Ma io sono uno di quelli el quale richiederei l'amico quanto rarissimo potessi, e se grandissimo bisogno non mi premesse, mai addurrei allo amico gravezza alcuna.

ADOVARDO Dite ora voi a me, Giannozzo, se voi avessi l'arco, non vorresti voi tendello e saettare una e un'altra volta in tempo di pace, per vedere quanto nella battaglia contro e' nimici e' valesse?

GIANNOZZO SÝ.

ADOVARDO E se voi avessi la bella vesta, non la vorresti voi provare in casa qualche volta, per vedere come voi ne fossi onorato ne' dÝ e ne' luoghi solenni?

GIANNOZZO SÝ.

ADOVARDO E se voi avessi il cavallo, non lo vorresti voi avere fatto correre e saltare, per sapere come bisognando e' vi potesse cavare della via difficile e portarvi in luogo salvo?

GIANNOZZO SÝ. Ma che intendi tu dire?

ADOVARDO Voglio dire pertanto, cosÝ credo si conviene fare degli amici: provarli in cose pacifiche e quiete, per sapere quant'e' possino alle turbate, provarli in cose private e piccole in casa, per sapere com'e' valessino nelle publice e grandi, provarli quanto corrano a fare l'utile e l'onore tuo, quanto siano atti a portarti e sofferirti nelle fortune, e cavarti delle avversitÓ.

GIANNOZZO Non biasimo queste tue ragioni. Meglio Ŕ avere gli amici provati che averli a provare. Ma quanto io pruovo in me, che mai offesi alcuno, che sempre cercai piacere a tutti, dispiacere a niuno, che sempre curai e' fatti miei io stessi attesomi alla mia masserizia, per questo mi truovo delle conoscenze assai, non mi bisogna richiedere, nÚ afaticare gli amici, truovomi oneste ricchezze, e tra gli altri, grazia d'Iddio, sono posto non adrieto; cosÝ voglio confortare voi. Seguite come fate, vivete onesti, e in ditti e in fatti mai vi piaccia nuocere ad alcuno. Se voi non vorrete l'altrui, se saprete del vostro esserne massai, a voi molto raro, molto poco bisognerÓ provare gli amici.

Io sarei qui con voi quanto vi piacesse, ma io veggo l'amico mio per cui bisogna m'adoperi in palagio; cosÝ ordinammo stamane per tempo; testÚ sarÓ ora di comparire; non voglio abandonare l'amico mio: sempre a me piacque pi˙ tosto servire altri che richiedere, pi˙ tosto farmi altri obligato che obligarmi; e piacemi questa opera di pietÓ, sollevarlo e aiutarlo con fatti e con parole quanto io posso, e questo non tanto perchÚ conosco lui ama me, quanto perchÚ conosco lui essere buono e giusto. E voglionsi e' buoni tutti riputare amici, e benchÚ a te non siano conoscenti, e' buoni e virtuosi voglionsi sempre amare e aiutare. Voi adunque vi rimarrete. Altre volte saremo insieme, e una cosa qui non voglio dimenticarmi. Terrete questo a mente, figliuoli miei: siano le spese vostre pi˙ che l'entrate non mai maggiori; anzi, ove tu puoi tenere tre cavalli, piacciati vederti pi˙ tosto due ben grassi e ben in punto che quattro affamati e male forniti, imperochÚ, come voi litterati solete dire l'occhio del signore ingrassa el cavallo, questo intendo io, che non manco si nutrisce la famiglia con diligenza che con ispesa. Pare a voi cosÝ da interpetrar quel detto antico?

ADOVARDO Parci.

GIANNOZZO Se adunque cosÝ vi pare, a chi di voi, sendo quanto sete prudenti, non pi˙ piacerÓ produrre in publico due lodatori della diligenza vostra che quattro testimonii, e' quali a tutti gli occhi a chi gli miri accusino la vostra negligenza? Vero? Adunque cosÝ fate: sian le spese pari o minori che la intrata, e in tutte le cose, atti, parole, pensieri e fatti vostri siate giusti, veritieri e massai. CosÝ sarete fortunati, amati e onorati.

  

Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com Ultimo Aggiornamento: 24/01/99 19.13