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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I LIBRI DELLA FAMIGLIA

Di: Leon Battista Alberti

LIBRO SECONDO

LIBER SECUNDUS DE FAMILIA: DE RE UXORIA
PoichÚ Adovardo era partito ad onorare Ricciardo, il quale venia per vedere Lorenzo nostro padre, Carlo mio fratello e io eravamo rimasi con Lionardo. Tacevamo riducendoci a memoria quelle nobilissime e prestantissime cose, delle quali Adovardo e Lionardo, come nel libro di sopra raccontai, dell'ofizio de' maggiori nelle famiglie e della osservanza de' minori verso e' maggiori e della educazione de' figliuoli, copiosamente aveano insieme disputato. Lionardo doppo alquanto passeggi˛ due o tre volte tutta la sala, e poi con molta fronte, ma piena d'umanitÓ si volse: - E voi ora, tu Battista e tu Carlo, che pensieri sono e' vostri, - disse, - che sÝ vi veggo taciti stare in voi stessi e occupati? - Non altro rispose Carlo; ma, - Componevami fra me stessi a mente, - dissi io, - quanta sia incerta e varia cosa el ragionare. Chi mai avesse stimato, cominciando voi a conferire delle amicizie, poi cosÝ vi fussi distesi in tanti varii luoghi di filosofia e tanto alla famiglia utilissimi, ne' quali molto m'Ŕ stato caro aver da voi impreso que' buoni amaestramenti? Ma stimo sarebbe stata pi˙ compiuta utilitÓ a noi e certo maggior contentamento, se voi ancora insieme avessi pi˙ oltre seguito in quelle amicizie, quali cominciasti ad amplificare con altro ordine e con altro piacevolissimo modo che a me non pare soleano gli antichi scrittori; e non dubito che da voi, come in queste altre cose, cosÝ sarei in quella parte di dottrina diventato pi˙ dotto e pi˙ erudito.
LIONARDO Quasi, Battista, come se a te non stessi a mente la sentenza del tuo Marco Cicerone, el quale tu suoli tanto lodare e amare, che giudica nessuna cosa essere pi˙ flessibile e duttibile quanto la orazione. Questa segue e viene dovunque tu la volgi e guidi, nÚ il ragionare nostro, el quale come vedi Ŕ tra noi domestico, si richiede essere gastigato ed emendato quanto quello de' filosafi nelle loro oscurissime e difficillime questioni, e' quali disputando seguono ogni minimo membro, e della materia lasciano adrieto nulla non bene esplicato e molto aperto. Tra noi el nostro ragionare non cerca laude d'ingegno, nÚ ammirazione di eloquenza. Ma mio costume sempre fra gli altri studiosi fu, e molto pi˙ con Adovardo, el quale io conosco litteratissimo e nel rispondere acutissimo, per non stare tra gli amici ozioso e muto, io ora dimando, ora rispondo difendendo il contrario di quello che gli altri dicono. NÚ per˛ mi porgo in difendere l'opinione mia ostinato e difficile, ma do luogo al giudicare e alla autoritÓ degli altri tanto quanto sostenga quello quale io difendo. E quanto non rispuosi io ad Adovardo come forse tu aspettavi, fecilo, Battista, perchÚ io il conosceva non a' figliuoli solo, ma a qualunque di casa amorevole, piatoso pi˙ che altri alcuno quale io conosca, e stimai non gl' essere grato se io non gli consentiva dello amore e della caritÓ verso a' figliuoli quanto lui con pruova e giudicio in sÚ stessi osservava. E onde seco altre volte mi piglio diletto a ogni sua sentenza con parole contrastare, cosÝ testÚ era a me gran voluttÓ assentendogli vedere quanto egli mi si scoprisse troppo di affezionato e veramente benivolo animo verso i suoi. Adunque non mi parse da negarli quello che lui giudicava per affezione pi˙ che per ragione.
BATTISTA Stimi tu, Lionardo, la sentenza del nostro Adovardo essere non verissima? Credi tu che a' padri sieno i figliuoli meno che gli altri amici cari e commendati?
LIONARDO Io non dubito che non solo e' figliuoli, ma qualunque di casa sempre fu apresso Adovardo quanto si pu˛ carissimo e accettissimo. Ma se Adovardo, uomo quanto vedi litterato, ma forse in questo troppo umano, errasse posponendo la vera amicizia a qual si sia di questi altri vincoli d'amore, come de' padri a' figliuoli, moglie a marito, fratelli, e come ancora degli amanti insieme, stimo non sia da maravigliarsi. La fortuna iniqua pi˙ dÝ fa gli tolse i fratelli. La etÓ omai matura, e di dÝ in dÝ pi˙ piena di ragione e consiglio, credo l'abbia stolto da quelle cupiditÓ amatorie. E ora i nostri duri e acerbi casi hanno insieme e lui e tutti noi d'ogni altro nelle amicizie diletto e piacere privatolo. E le condizione de' tempi, nostra infelicitÓ, tengono disparsa e disseminata la nostra famiglia Alberta, come vedi, parte in Ponente, a Londra, Bruggia, Cologna, pochi in Italia, a Vinegia, a Genova, a Bologna, in Roma alcuni, e in Francia non pochi sono a Vignone e a Parigi, e cosÝ per le Ispagne, a Valenza e a Barzalona, ne' quali tutti luoghi e' nostri Alberti sono pi˙ anni stati interissimi e onoratissimi mercatanti. Ancora in Grecia sono, quanto vedi, de' nostri Alberti sparti e molto dagli altri suoi lontani, chÚ ben pu˛ avenirci quello suol dire el vulgo: "Lungi da occhi, lungi da cuore", e, "Chi raro ti mira a bene amare non dura". E cosÝ le nostre vere amicizie nÚ hanno seguito il nostro essilio, nÚ quegli animi giÓ a noi benivoli ora sofferano essere compagni alla nostra calamitÓ e miseria. Rimasono nella patria nostra gli antichi nostri meriti insieme colle vere amicizie perduti. E ora qui fuori molti solevano monstrarsi a noi amorevoli e domestici, e' quali da lungi ora ci schifano. CosÝ suole la condizione degli uomini in la felicitÓ adducerti molti conoscenti, in l'avversitÓ cancellare ogni memoria di beneficio e benivolenza. Per˛, se Adovardo, il quale per ora non sente quella dolcezza posta nell'uso de' veri amici, al quale e' figliuoli sono pi˙ che i fratelli e che gli altri suoi per ora presenti, se costui prepone l'amore paterno, non mi parrÓ da maravigliarci. Credi tu, Battista, se Adovardo avessi de' veri amici qui presso, e da loro ricevessi quanto de' figliuoli copia e presenza, credi tu che giudicasse dell'amicizia?
BATTISTA Credo che Adovardo in questo forse sarebbe dal tuo, Lionardo, e dal mio giudicio molto dissimile.
LIONARDO Tu, Battista, son certo, l'uso e familiaritÓ de' tuoi studiosi di questa etÓ, co' quali al continuo imparando e conferendo conversi, ti pare vincolo di benivolenza pi˙ che gli altri intero e fermo. E se in te, come spero, crescerÓ virt˙, di dÝ in dÝ molto pi˙ conoscerai l'amicizia essere da mantenerla e troppo da conservalla. CosÝ vi conforto facciate: giudicate niuna cosa quanto l'amicizia essere utile e molto atta a vivere bene e beato. Persuadetevi al tutto, come fo io a me stessi, questa vera una amicizia nella vita de' mortali doppo la virt˙ essere tale che molto sÚ stessi possa non solo agli altri amori, ma a qual si sia cara e pregiata cosa preferirsi e soprastare.
BATTISTA Sempre fu nostro desiderio, Lionardo, con ogni arte, industria e opera renderci atti ad acquistare e mantenere amicizie assai. E ora per tuo conforto saremo, quanto pi˙ essere potremo, diligenti e solleciti in renderci benvoluti da molti e molto amati. E questo faremo per ogni rispetto, ma pi˙ ancora per seguire, come facciamo, e nell'altre cose e ancora in questa, i costumi tuoi da ogni parte molto lodatissimi. E se tu, Lionardo, per non essere ozioso nÚ muto, usi co' compagni a qualunque loro detto contraporti, e se ora a te fu voluttÓ consentire ad Adovardo, per vedere apertissimo quanto in lui fusse verso i suoi caritÓ e amore, riputerai tu a troppa baldanza se io, per imparare da te, in questo seguo i costumi tuoi difendendo opinione alcuna contro la sentenza tua? Se a me fia licito teco imparare, a te sarÓ meco necessario non meno che con Adovardo usare quella facilitÓ e umanitÓ tua insieme col giudicio tuo prestantissimo in discernere in me quanto io sia in questi studii delle lettere atto a simigliarmiti.
LIONARDO Niuna cosa a me pi˙ essere pu˛ grata. E in ogni altro luogo, e con tutte l'altre persone potrei riputarti a biasimo se tu, pi˙ che in te richiegga l'onestÓ e modestia, fussi ardito e audace. Ma meco t'Ŕ licito quanto vuoi ardire, non tanto per imparare da me, chÚ stimo giÓ con tua assiduitÓ e studio serai da te non poco dotto, ma dove ancora piaccia essercitarti lo 'ngegno in confutare le mie e persuadere le tue ragioni, loderotti disputando, ove ancora esserciti la memoria recando a mente sentenze, autoritÓ ed essempli, conferendo similitudini, argumenti, quali tu apresso i buoni scrittori arai trovate atte a quello di che noi ragionassimo. E in questo molto mi piacerÓ sÚguiti i miei costumi e la volontÓ tua. E perchÚ vegga quanto a me questo essercitarti meco e per tuo e per mio utile sia grato, chÚ anche io in risponderti e argomentarti contra non poco mi eserciter˛, priegoti, Battista, narra degli amori in che sia il tuo giudicio contrario dal mio. E acci˛ che la disputazione nostra sia pi˙ chiara, io cosÝ statuisco quello delle vere amicizie essere il pi˙ fermo che gli altri e il pi˙ possente amore. Tu ora ferma contro a me la tua qual sia opinione, e non peritare, imperochÚ per conferire sempre fu licito difendere qualunque opinione per falsa ch'ella fusse. Non adunque temere tanto parere baldanzoso che tu a me ti porga troppo timido.
BATTISTA Adunque, poichÚ tu cosÝ mi concedi licenza, Lionardo, ardir˛ contrapormiti; e pure non vorrei pel dir mio pi˙ che per costumi mi riputassi per˛ men continente che modesto.
LIONARDO A me in questo tuo cosÝ nel viso alquanto arrossire, e in questo tuo fratemere delle parole, meco pare presentire ove tu voglia scoprirmiti avversario. Ma segui. Io non potr˛ riputare se non continentissimo te, el quale io vegga nel ragionare moderato e onesto. Segui.
BATTISTA Pure ardir˛, Lionardo. Oh! se io dicessi cosa da voi dottissimi non lodata, dirolla non tanto perchÚ a me paia dire il vero, quanto per essercitarmi. E se io ti paressi in quello errore, in quale forse dirai essere gl'innamorati, stimo arei da molte parti onde io potessi teco scusarmi, e assai con ragione purgherei quello quale tu forse riputassi errore. La qual cosa credo sarebbe a me licito affermare fusse forza e legge non in tutto degna d'odio e biasimo, ma pi˙ tosto da essa divina natura imposta a qualunque animante nato a produrre di sÚ stessi e ampliare sua stirpe, giÓ che noi veggiamo gli animali bruti in prima, i quali da una ultima e infima parte sentono in sÚ le forze d'amore, tutti seguono quello cosÝ fatto apetito naturale, veemente certo e di tanta possanza che, abandonata quasi ogni altra grata a loro e necessaria cosa, solo per adempiere quanto la natura ad amare gli stimola, sofferano fame e sete, caldo e freddo, e ogni fatica; dimenticano i propri covili, non si ricordano d'alcuna di quelle altre loro voluttÓ, alle quali sciolti e liberi d'amore solo paiono nati e aggiudicati. E pi˙, cosa certo degna d'ammirazione, quanto veggiamo che fra loro stessi incesi d'amore, per essere i primi amati con ogni forza e ferocitÓ contendono. E se questo manifesto appare in ogni animale bruto e insensato, che tanto in loro pu˛ una sola espettazione di diletto qual segue d'un vile disiderio amatorio, quanto viepi˙ sarÓ gagliardo l'amore e armato a ferire e convincere gli animi umani, e in prima i giovanili poco fermi e manco robusti a rafrenare e fermare sÚ stessi con ragione e consiglio, e poco maturi a contenersi nella importunitÓ e molestia de' naturali appetiti. Non credo a noi giovani sia licito ostare all'amore, nÚ forse biasimo seguirlo.
Alcibiade, uomo apresso gli antichi e oggi in tutte le storie famosissimo e celebratissimo, tutto avea datosi allo amare, e nel suo scudo militando portava dipinto, non qual solevano i suoi antichi, ma nuova insegna, Cupidine e sua faretra e arco. Crisippo, dottissimo filosofo, in Atene consacr˛ l'immagine dello Amore, e collocolla in quel santissimo seggio, unico quasi nido di tutti i filosafi, dove si nutrirono e crebbono tutte le buone e santissime arti e discipline a bene e onesto vivere, luogo chiamato Accademia. El quale uomo, certo prudentissimo, se lo amore fusse cosa degna di vituperio, non arebbe in sÝ religiosissimo luogo posto quella statua, quasi fermo e pubblico testimonio e segno dell'error suo. Essendo bene errore, qual uomo per freddo e insensato che fusse potrebbe non assentire ai molti diletti, co' quali amore lietissimo e amenissimo si porge? Quale austero e in tutto solitario e bizzarro uomo fuggisse questi sollazzi, suoni, canti e feste, e l'altre molte maravigliose, sanza quella ultima della quale ora dissi, voluttÓ atte e valide a convincere ogni offermato e molto constantissimo animo, come veggo o sua o naturale legge, o difetto pure degli uomini, sempre ne' mortali l'amore vincendo us˛ suo imperio? Non mi pare fra gli antichi istorici fatta menzione d'alcuno, per virtuosissimo che fusse e in ogni lode singularissimo, in cui amore non in gran parte monstrasse sua pruova, e superasse non e' giovani solo, e' quali per ogni rispetto sono in questo da no' gli riprendere, ma' vecchi ancora, e' quali nelle cose amatorie possono parere e sazii e inetti. Scrivesi d'Antioco re di Siria, uomo per la grande etÓ e per molto imperio gravissimo e pieno di maestÓ, che nell'ultima sua vecchiezza occupato d'amore si perdÚ amando la figliuola vergine di Neottolemo. Non fu all'amore poca licenza in uno animo per etÓ sÝ freddo e per autoritÓ sÝ grave incendere fiamme cotanto, come voi altri troppo severi chiamate, leggiere e lascive. E di Tolomeo re di Egitto ancora si dice, benchÚ glorioso fusse, e quanto in uno principe si richiede altiero, pure percosso da amore cadde in amare Agatocle vulgare meretrice. Qui ebbe amore non piccolo imperio, ove valse far servo un re a una meretrice. Furono ancora non pochi in alto e prestante luogo di dignitÓ e fama, i quali vinti d'amore interlassorono e' fatti e gloria civile e amplissima. Rammentami fra gli antichi di Pompeio Massimo, quello uno uomo in Italia e in tutte le province celebratissimo cittadino, per cui fu la calamitÓ farsalica e dolorosa sparsione di sangue civile. Costui, nell'altre cose solertissimo e diligentissimo, suggetto d'amore si ridusse in solitudine in villa fra gli orti e selve, ove ogni altra cosa, ogni concorso e salutazione di molti nobilissimi quali in gran copia teneva amici, ogni amministrazione delle cose pubblice e prestantissime a lui era minore che amando vivere con quella una sola sua carissima Iulia. Non fu certo, non fu poca opera allo amore tenere in solitudine quello animo amplissimo e immenso, a cui non parse troppo certare armato per ottenere lo 'mperio sopra tutti li prÝncipi.
Ma tutto il dÝ si vede chi e laude e fama e onore meno per amare apregia. E infiniti quanto si truova prepongono l'amore all'amistÓ. Puossi l'amor tra moglie e marito riputar grandissimo, per˛ che se la benivolenza sorge da alcuna voluttÓ, el congiugio ti porge non pochissima copia d'ogni gratissimo piacere e diletto; se la benivolenza cresce per conversazione, con niuna persona manterrai pi˙ perpetua familiaritÓ che colla moglie; se l'amore si collega e unisce discoprendo e comunicando le tue affezioni e volontÓ, da niuno arai pi˙ aperta e piana via a conoscere tutto e dimonstrarti che alla propria tua donna e continua compagna; se l'amicizia sta compagna della onestÓ, niuna coniunzione pi˙ a te sarÓ religiosissima che quella del congiugio. Aggiugni che tutt'ora crescono tenacissimi vinculi di voluttÓ e di utilitÓ a contenere e confirmare ne' nostri animi infinita benivolenza. Nascono e' figliuoli, e' quali sarebbe lungo dire quanto e' siano comune e firmissimo legame a colligare gli animi a una volontÓ e sentenza, cioŔ a quella unione la quale si dice essere vera amicizia. Non mi stendo in racontare quanta utilitÓ si tragga da questa congiugale amicizia e sodalitÓ, in conservare la cosa domestica, in contenere la famiglia, in reggere e governare tutta la masserizia, le quali tutte cose sono in le donne tali, che forse alcuno stimarebbe per esse essere l'amore congiugale sopra di tutti gli altri interissimo e validissimo. Ma pure, non so come, non raro si truova a chi pi˙ piace uno strano amante che il proprio marito. E pi˙ si recita che fu apresso el fiume Ganges quella famosissima nelle province orientali reina, quale, se ben mi ramenta, Curzio storico ne' gesti d'Allessandro raconta ch'ella am˛ un vilissimo barbiere, e per rendere l'amante suo ornatissimo e fortunatissimo sofferse uccidere el vero prima suo marito.
Della piatÓ e officio de' padri non molto acade a dire, la qual tu stessi dianzi confessasti ad Adovardo ch'ella era cosa molto insita e infissa nel petto de' padri. Pure non so qual maggior forza, a cui natura non pu˛ opponendosi sostenere, la iscacci qualche volta ed estermini degli animi paterni. Leggesi di Catelina quanto riferisce Sallustio storico, che amando Aurelia Orestilla uccise il suo proprio figliuolo per congiugnersela in sposa. Certo adunque si vede l'amore essere pure cosa troppo sopra le forze umane possente e valida, e manifesto si vede quanto gli animi feriti da quello divino strale, col quale i poeti descrivono che Cupidine saetta e impiaga le menti umane, siano troppo obligati e suggetti a non potere nÚ sapere volere o seguire se non quanto stimino essere accetto e grato a chi egli amino. Cosa troppo mirabile che loro opere, loro parole, loro pensieri, loro ogni animo e mente stia tanto al continuo presta e sollicita a solo obbedire la volontÓ di coloro a cui l'amore l'abbia subietto, tale che non tanto a noi sono le nostre membra ossequente e faccenti, quanto l'innamorato studia d'aseguire e servire subito e pronto ogni cosa grata a colui al quale esso sÚ stessi tiene dedicato. E di qui mi pare sia quello antico detto del sapientissimo Catone, el quale, stimo io, niuno dubita essere verissimo, quanto e' diceva che l'animo dello amante si riposa in altrui seno. Troppa divina forza adunque sarÓ questa, se amore potrÓ in uno volere solo infiammare, e in un petto solo contenere due anime.
Che diremo noi, Lionardo, adunque? Che l'amare sia sozzo? Che nell'amore sia poca licenza? Che allo amore sia debole forza sopra degli animi umani? Forse dirai l'amore tanto pu˛ e tanto piglia licenza quanto noi stessi gli concediamo. So desideraresti in noi giovani quell'animo senile e pieno di instituti filosofici quale confesso essere in te. Ma guarda se cosÝ convenga, come diceva Cherea apresso Terenzio..., subito nasciamo vecchi. E anche non so se a que' tuoi filosofi medesimi sia permesso fuggire questa fiamma e ardore celeste certo e divino. Aristippo filosafo, maestro di quelli nominati Cirenaici filosofi, si legge, come sai, amava una meretrice chiamata Laide, ma diceva essere l'amor suo differenziato dagli altri, imperochÚ lui avea Laide, e Laide avea gli altri amanti. Stimo voleva persuadere solo sÚ essere amando libero, ove tutti gli altri fossero servi. Metrodoro, quell'altro filosafo..., senza onestare l'amore suo con iscusa alcuna, apertamente amava Leonzia meretrice, alla quale ancora quello Epicureo notissimo filosofo soleva scrivere sue lettere amatorie. Non adunque ammirabile suo possanza qui monstrava l'amore? Se questi animi superbi e duri, e' quali non delle cose a tutti gli altri mortali acerbe e quasi non comportabili alcuna, non povertÓ, non paura, non dolore poteva abattere, chÚ gli veggiamo con quanta baldanza quella sola generazione d'uomini, chiamandosi amatori della virt˙, facevano professione di spregiare le ricchezze, concertavano contro al dolore; nulla, nÚ ira di nimici, nÚ ingiuria, nÚ morte temevano, e degl'iddii poco alcuni di loro curavano, e copiosi scrissono biasimando ogni timore di cosa umana e divina, tutti detraendo alla forza di quella qual noi conosciamo e proviamo potentissima fortuna, sempre vituperando qualunque dilicatezza del vivere; pur questi cosÝ austeri e armati di tanta ragione e sapienza cadeano e giaceano vili e convinti d'amore. Molle e lascivo amore, che rompi e attriti ogni superbia e alterezza d'animo umano! Errore, fallace cupiditÓ, brutto amore, poichÚ se' ubidito dagli animi ricchi d'ogni ragione, forti d'ogni constanza, bellissimi e nobilissimi d'ogni civiltÓ e costume!
Quanto, Lionardo, quando io penso alla maestÓ e nome di questi famosissimi filosafi e degli altri assai, quali per brevitÓ lascio adrieto, e quando mi pongo innanzi la integritÓ e religione loro, e poi gli veggo soggiogati e in sÝ brutti luoghi posti dall'amore, stima, Lionardo, sarebbe non difficile persuadermi non solo quella sentenza qual solevan i medesimi filosafi dire esser verissima, che l'amore era ministro degli iddii dato a cura e salute della giovent˙, ma molto ancor pi˙ mi pu˛ parere cosa divina; nÚ veggo l'amicizia in sÚ conservi forze quanto l'amore ringiovinire negli annosi petti giovenili e amorose fiamme, e nella superbia degli imperii tenere sÝ basse le volontÓ e apetiti reali, porre in sÝ eccelsa dignitÓ e stato uno infimo e abietto mercennario, farci stimare vile ogni fama, farci posporre ogni laude e glorioso essercizio, renderci debole qualunque vinculo di parentado. Ma io non voglio seguire pi˙ oltre in questa materia, chÚ troppo temo non ti parere quasi come se io difendessi la causa mia propia. Renditi certo, Lionardo, io non amo, e benchÚ in me io non senta questa forza dello amore, pur quanto da molti mi ramenta avere udito assai e letto, mi pare in gran parte da consentire a queste poche ragioni quali addussi, colle quali forse mi sono monstro troppo in questa sentenza fermo e troppo indulgente verso l'amore. Ma pensa tu quale tu mi troverresti, s'io con queste ragioni insieme tenessi in me quelle faci con che amore si fa adorare e gloriare. Non dubitare ch'io statuirei l'amore essere, sopra non dico all'amicizia, ma a qualunque gloriosa cosa, degno molto e divino.
LIONARDO A me piace lo 'ngegno tuo, nÚ mi dispiacciono questi essempli, non perchÚ seco adducano firmissime ragioni a persuadere, ma perchÚ in essi veggo te pure, quanto io stimava, essere studioso. Lodoti, Battista, se hai voluto cosÝ meco essercitarti, ma guarda che forse non fusse meglio scoprirti inamorato e parerti errare, che non amando parerti non errare chi ama; imperochÚ io con pi˙ diligenza confuterei ogni tuo argomento per in tutto levarti da questa opinione e servit˙ dello amore; ove ora, non bisognando biasimarti questo furore amatorio, quale a te stessi debbono que' tuoi molti essempli porre a non poco odio, solo quanto m'occorrerÓ a mente seguir˛ teco ragionando. E perchÚ il nostro conferire sia pi˙ chiaro, questa furia, cioŔ amore venereo, chiamerollo inamoramento, e chi da essa sia preso dicasi inamorato. Quello altro amore libero d'omni lascivia, el quale congiugne e unisce gli animi con onesta benivolenza, nominiÓllo amicizia. Questi di cosÝ onesto e benivolo animo affezionati chiaminsi amici. Gli altri amori fra congiunti apellaremo paterni e fraterni secondo che acaderÓ.
Ora torniamo alla disputazion nostra, nella quale tu, volendo attribuire forza, imperio e quasi divinitÓ allo amore, fusti molto copioso in racontare diverse stultizie d'alcuni innamorati, quasi come se noi ricercassimo chi tra gli antichi fusse stato furioso e stolto, o come niuno fra' nostri oggi si truovi nella sua giovent˙ amatore, el quale insieme non sia simile a que' tuoi in tutto furioso. Ma sia come tu vuoi. Siano gli amanti tutti da quel tanto furore, quale sanza che Catone ci amunisca, ciascuno intende che pu˛ nelle mente deboli e inferme tanto, che chi in sÚ lo riceve, costui in tutto si ritruovi fuori di sÚ stessi, e nel seno e volontÓ d'altrui si riposi, e ivi, suo errore, e certo grandissima e infinita stultizia, le cose degne nella vita de' mortali, quelle pelle quali ciascun prudente espone opera, fatica, sudore, sangue e vita per in parte asseguirle, ivi dico l'innamorato lo reputi in men pregio che una sua lasciva e sozza voluttÓ, non si curi della fama non onesta, non di niuno religiosissimo vinculo per adempiere un suo brutto apetito. Che diremo noi, Battista, questo essere forza d'amore, o vizio d'animo infermo e impeto d'opinione corrotta? Tu Antioco, e tu, o Tolomeo, chi vi trasse ad amare? Fu una leggiadra bellezza, un vezzosissimo costume? Anzi fu un poco onesto e manco modesto appetito. Tu Pompeio, e tu reina orientale, qual forza vi vinse a giacere in tanta lascivia? Una troppo affezionata benivolenza? Anzi una debole ragione, una vana opinione, un troppo vostro errore. E tu Catelina, onde patisti in te tanta essere crudelitÓ? Non fu fiamma e ardore divino, no; anzi bestiale e troppo immanissima tua libidine. Non suole l'amore fruttare odio, ma benivolenza; non iniuria, ma beneficio; non furore, ma giuoco e riso. Non adunque attribuire tanto imperio a questo amore, poichÚ in nostra libertÓ fu accettarlo, in nostra ragione lasciarlo, ma nel seguirlo somma stoltizia.
Gli animali incitati dalla natura niente possono contenersi. Adunque neanche gli uomini? Certo sÝ, quelli ne' quali non sia pi˙ che nelle bestie ragione e giudicio a discernere e fuggire la disonestÓ e vizio, e chi mai lodasse negli uomini alcune virt˙, le quali sÝ sono propie nostre che con altri alcuno animante terrestre mai permisse la natura esserle comuni. E quale uomo sarebbe mai da preponere, anzi da segregarlo dagli altri animali bruti e vili, se in lui non fusse questa prestanza d'animo, questo lume d'ingegno, col quale e' senta e discerna che cosa sia onestÓ, onde con ragione poi sŔguiti le cose lodate, fugga ogni biasimo, e simile, quanto adrizza la ragione, ami la virt˙, aodii il vizio, e sÚ stesso inciti con buone opere ad acquistare fama e grazia, e cosÝ in ogni lascivo apetito sÚ medesimo rafreni e contenga con ragione, senza la quale niuno sarÓ da chiamare non stolto? Torrai all'uomo l'uso e modo della ragione, a lui nulla rimarrÓ se non le sole membra dissimili dagli altri animali silvestri e inutilissimi, i quali tutti, senza intero discorso, pure in questo participi di qualche ragione, solo quanto in loro la natura richiede a procreare obbediscono all'apetito. Ma l'uomo, el quale non sino a satisfare alla natura, ma sino a saziarsi e infastidirsi pur qui s'involge nelle voluttÓ, e sÚ stessi al continuo desta e incende a conseguire questo non naturale perchÚ da volontÓ mosso, ma superchio e propio bestiale appetito, e qui con mille incitamenti, motteggi, risi, canti, danza e leggerezza assai sÚ stessi infiamma, non pare a te questo sia sommamente da essere biasimato, e doppo qualunque bestia abietta e infima isvilito e spregiato? Qual uomo non in tutto stolto e insensato non conosce questo essere, quanto egli Ŕ, cosa disonestissima e scelleratissima, violare l'amicizia, viziare la consanguinitÓ, spregiare ogni costume? E qual mai si truova sÝ in tutto lascivo, da cui non spesso si vegga che molte sue ardentissime voglie e appetiti rimangono da vergognarsi e temere biasimo tenuti adrieto e in miglior parte svolti, ove restano contenti seguire onestÓ pi˙ tosto che libidine, e godono molto pi˙ satisfare all'amicizia che all'amore? Troppo sarebbe misera, imbecillita la natura umana, se a noi fosse forza sempre perseguire ogni nostro amatorio desiderio. Troppo sarebbe infelicitÓ la nostra, se presi d'amore mai ci fusse licito non rendere le prime parti de' nostri pensieri alla onestÓ, conservando el vincolo e religione de' parentadi e amicizie.
E quel tuo Pompeio cosÝ affezionato, non prepose egli pure sempre l'amistÓ? Quella Flora bellissima, ramŔntati, la quale formosissima fu nel tempio di Castore e Polluce come cosa venustissima e divina dipinta, benchÚ di lei fusse Pompeio acceso, pur patÝ che Geminio la conoscesse. Volle in quel modo satisfare al desiderio dell'amico pi˙ molto che nel veemente suo amore a sÚ stessi. Fu questo, Battista, officio, fu laude, fu virt˙ d'amicizia, quale ne' sani ingegni pi˙ sempre valse che ogni furia d'amore venereo. Tanto si porge la vera e simplice amicizia, come vedi, liberale, che non solo la roba, ma le proprie e, come tu chiamavi, divine affezioni e desiderii suole comunicare e donare all'amico, privarne sÚ, cederne a chi giÓ gli sia congiunto di benivolenza e fede. Ma lo inamorato nulla con ragione, tutto con furia, e se mai ti vuole grande, se t'adorna, se ti rende fortunato e felice, esso lo fa per satisfarne agli occhi e piaceri suoi in prima, non per te, ma per sÚ stessi contentarsi. Vero. Ma in questo non solo la vera amicizia vince lo innamoramento, ma pi˙ quell'altro amore nato tra congiunti sempre qui a me e in ogni altra lode parerÓ essere da preporlo molto a questo tuo stolto e furioso innamoramento. GiÓ e' padri vecchi e in tutta la sua etÓ con ogni travaglio e pericolo stracchi, guadagnando per sÚ sostenere insieme e la famiglia sua, mai per˛ quiescono, anzi negli ultimi anni con ogni cura e sollicitudine seguono affannandosi per lasciare i suoi doppo sÚ pi˙ e pi˙ ricchi, e cosÝ le molte volte meno satisfanno a sÚ per rendere i suoi copiosi pi˙ e contenti. E ramentami quella storia come a Roma si trov˛ quella madre in sulla porta alle mura iscontrando il figliuol suo, qual prima udiva fosse con molti altri a Transimene morto in quel publico e doloroso ricevuto conflitto, tanta vedendolo salvo ne prese letizia che ogni suo spirito per gaudio essal˛ e perissi. Piatosa madre, veemente amore, mirabile affezione, la quale tu forse dirai sia da posporre al tuo divino innamoramento! Ivi furia, qui ragione; ivi biasimo, qui lodo; ivi vizio, qui onestÓ; ivi crudeltÓ, qui pietÓ.
Non mi pare da seguire pi˙ oltre biasimando quel tuo innamoramento, nÚ qui acade lodarti l'amicizia, la quale non si potrebbe lodare a mezzo, e della quale sempre giudicai come diceva Catone, ottimo stoico latino filosafo, che l'amistÓ dura ferma pi˙ che ogni parentado. Potrei adurti Pilades e Oreste, Lelio, Scipione e l'altre coppie d'antichi amici, e' quali per chi a loro era unito di benivolenza e d'amore, non come i tuoi innamorati abandonorono le faccende publice e gloriose disonestando sÚ stessi, furiando, nÚ uccisono figliuoli e mariti, ma bene con molta lode d'animo e virt˙, con molta grazia e memoria di loro, questi veri amici non recusarono esporsi agli ultimi casi e morte per salvare la vita e dignitÓ dell'amico. Ma chi potrebbe racontare le degne lode dell'amicizia? Tanto vi ramento, frategli miei, fuggiamo questa furia amatoria, nÚ monstriamo preporla all'amicizia, ma neanche la diciamo tra' beni della vita umana, imperochÚ l'amore sempre fu pieno di fizioni, maninconie, suspizioni, pentimenti e dolori. Fuggiamo adunque questo amore. Sia in noi verso di lui quanto si richiede non poco odio, poichÚ manifesto si vede e con dolore si pruova ch'egli Ŕ cagione d'ogni scandolo e d'ogni male.
BATTISTA Io e per etÓ e per ogni reverenza, Lionardo, non ardirei oppormi all'autoritÓ e ragioni tue. E se io non stimassi me piacerti ragionando forse non meno che tacendo, io temerei non solo ostarti, ma ancora in parte alcuna difendere el mio benchÚ verissimo giudicio. Ma poichÚ a me cosÝ persuado te essere assai certo che io e dell'amicizia e dello innamoramento giudico e sento medesimo quel che tu, che mai l'innamorato sopra l'amico meriti lodo e fama, pure Lionardo, provedi tu se cosÝ vuoi t'aconsentisca ogni innamoramento essere furioso e ogni amicizia essere perfetta. Io mai ardirei negarti la vera amicizia non essere forte, ma forse la credo meno veemente che l'innamoramento. Ma chi sarÓ, se giÓ tu uomo eloquentissimo uno solo quello fussi, el quale mi provasse mai oggi in questa etÓ nostra trovarsi quelle piladee e lelie amicizie? Certo gl'innamoramenti oggi sono qual sempre furono ne' ricchi, ne' poveri, ne' signori, ne' servi, ne' vecchi, ne' giovani, tale che niuna etÓ, niuna fortuna, niuno petto umano si truova vacuo dalle fiamme amatorie. Tu le chiami furie. Io non so qual suo proprio nome le nominare, perchÚ nÚ ora nÚ prima per pruova le conosco o sento. Solo ne parlo quanto e da te odo e dagli altri truovo leggendo.
LIONARDO Non credere, Battista, negli animi de' mortali giacere fiamma alcuna d'amore venereo alla quale non sia commista molta stultizia e furia. E se cosÝ giudicherai, in questo ragionamento a te non sarÓ se non quanto meco vorrai essere licito. E dove ti rammenterai di quello Sofocles antico filosafo, del quale si recita che domandato chente e' si portassi con Venere, rispuose: "Ogni altro male pi˙ tosto, dio buono, che non avere in tutto fuggito quel signore villano e furioso", - a te adunque non parrÓ dello amore se non quanto pare da giudicarne, ch'egli Ŕ molto da fuggirlo e odiarlo. E quanto tu pure ne' dÝ nostri trovassi amicizia niuna perfetta, almanco consentirai gli innamoramenti furiosi essere tutti, e come diceva Sofocles, villani. Ma non ci obblighiamo a ragionare solo di quella somma e da ogni parte perfetta amicizia. Siamo teco disputando liberali. Aduciamo per testimoni quelli secento insieme con gli altri in Gallia chiamati Soldunni lÓ ne' Comentarii di Cesare, amici a quello Diantunno, e' quali, loro costume, si profferivano e prendevano qualunque pericolo quante volte fussino dall'amico richiesti. In tanto numero certo non bene mi troverresti quella vera amicizia, la quale tu disidereresti, come si dice un volere e non volere quanto l'amico e l'onestÓ richiede, due persone, una anima. GiÓ per˛ non mi negherai questa in costoro essere stata spezie di vera e perfetta amicizia, e in qualunque grado ti paresse collocarla in laude, mai ti potrÓ parere spezie d'innamoramento, nÚ con ragione la statuirai meno che 'l tuo innamoramento possente e valida negli animi nostri a monstrare sue forze e pruove. E cosÝ credo niuno non in tutto stolto, se di questi Soldunni uno per salvarli sue fortune e onore gli donasse come per l'amico solevano insieme coll'opere e fatiche ancora il sangue e la propria vita, mai questo stimarebbe a meno che se uno innamorato, come se raro per amore sono prodighi, gli porgesse la roba.
NÚ dubitare che tu, Battista, e ciascuno altro giovane, di questi non perfetti, e' quali ti doneranno del suo, troverrai molti pi˙ che innamorate le quali non voglian e domandino del tuo. E quando per disputare tu volessi difendere l'opposito, domanderei quale a te pi˙ paresse onesto o lo 'nnamoramento o l'amicizia. Tu che stimi la onestÓ ne' buoni ingegni quanto si debba pi˙ sempre valere che ogn'altra affezione, so risponderesti l'amicizia essere certo pi˙ onesta, e pertanto pi˙ ferma e durabile, adunque ancora pi˙ e utile e dilettosa. ImperochÚ agli animi liberali e allevati in queste buone lettere, come sete voi, niuna cosa disonesta pu˛ parere non trista, non disutile e da fuggire. CosÝ adunque fate: persuadetevi, Battista, e tu Carlo, della vita de' mortali nulla trovarsi doppo la virt˙ utile e in ogni stato lieta e commoda quanto l'amicizia. Vedesi non per furia, ma con ragione e giudicio interissimo e constantissimo, che l'amicizia sta utilissima a' poveri, gratissima a' fortunati, commoda a' ricchi, necessaria alle famiglie, a' principati, alle republice, in ogni etÓ, in ogni vita, in ogni stato. Questa medesima a' mortali troppo si truova accommodata e dolcissima. Piacciavi adunque acquistare amici assai, i quali siano a voi e alla famiglia nostra utilissimi, e seguite con assiduo studio delle buone lettere e arti fuggire ogni ozio, ogni lascivia e amore venereo e furioso al tutto e molto villano, amate la onestÓ, come veggo fate, spero farete e priegovi facciate.
BATTISTA NÚ con opera, nÚ con diligenza, Lionardo, per noi mai mancherÓ in questa e in qualunque altra virt˙ e ammunimento esserti obbedienti assai e simili, e tanto pi˙ quanto tu ci prometti queste benchÚ volgare amicizie non solo a noi essere, ma a tutta la famiglia utilissime, per cui ti promettiamo, Carlo e io, sempre in ogni suo onore e utile ci vedrai con ogni forza e ingegno, ove acadesse, adoperarci in qual si sia fatica o pericolo prontissimi e paratissimi.
LIONARDO CosÝ vi lodo, frategli miei, cosÝ aspetto farete. Dio e la fortuna sieno facili e propizii a' vostri studii quanto io a voi desidero. Pertanto a voi sempre stia in mente, dell'altre cose, quali sono non molte a numero ma ben necessarie alle famiglie, e sanza le quali niuna pu˛ essere felice e gloriosa, sola l'amicizia sempre fu quella la quale fra tutte in ogni fortuna tiene il principato. E stievi a perpetua memoria quanto dianzi vostro padre disse, che 'l primo grado a farsi ben volere era fuggire il vizio, amare la virt˙, e in questa e in ogn'altra cosa utile e lodata alla famiglia nostra seguite quanto mi promettete, e io aspetto voi con ogni opera e diligenza essere commodi e cari come a' vostri, cosÝ amati e onorati dagli strani.
BATTISTA PoichÚ tu cosÝ vuoi, e noi non poco desideriamo satisfarti, Lionardo, a te sta in qualunque cosa alla famiglia nostra bene acommodata renderci pi˙ dotti, onde noi per tuo aiuto conoscendola possiamo da ogni parte meglio seguire la volontÓ tua e ufficio nostro, e alla espettazione de' nostri satisfare. E se a te gli studi nostri giunti a questa volontÓ sono, quanto assai sono, grati, e se pi˙ che l'usato costume tuo a te ora non pare incarico averti con noi facilissimo e oficiosissimo in farci e di costumi e di virt˙ pi˙ di dÝ in dÝ con tua opera ornati, priego ti piaccia narrarci qual modi e qual cose sieno quelle tanto alla famiglia, quanto dicevi, commode e necessarie. Noi aremo ozio assai. Nostro padre si riposa. Tu, credo, per ora non sei ad altra migliore opera obligato. A noi qui imparando da te sarÓ emolumento e grazia grandissima, ove con tua opera diventeremo a' nostri molto cari quanto desideri e accettissimi. Adunque ora, Lionardo, se da noi qui ti piace essere pregato, usa, priegoti, l'umanitÓ e consuetudine tua facilissima e in renderci ogni dÝ migliori operosissima; dona, priegoti, questa opera agli studii e desiderii nostri; fruttiamo questo ozio in aseguire teco dottrina, per condurci a laude, per adurre utilitÓ e fama alla famiglia nostra Alberta. E spera, Lionardo, da noi mai mancherÓ in obedire tuoi ammonimenti. Per te cosÝ non manchi di tutto ammunirci e ammaestrarci.
LIONARDO Tutte queste cose ci sono ozio, affezione a voi e agli studii vostri. E quando io ben fussi altrove occupato, sempre a me parrebbe da preporre questa opera satisfacendo ai desiderii vostri lodevoli e in tutto onestissimi. Ma voglio sappiate queste sono cose ample e maggiori a spiegarle che voi forse non istimate. Truovonsi disseminate e quasi nascoste fra molta copia di varii e diversi scrittori, onde volerle racontare tutte e ordinare, e ne' luoghi suoi porgerle, sarebbe faccenda a qualunque ben dotto molto faticosa. Bisognerebbemi avere assai prima ripensato, riscelto e meglio rassettato ogni parte. NÚ per˛ poi potrei sanza maggiore memoria profferirle e aperto esplicarle; le quali tutte cose conosco, fratelli miei, poco essere in me. Eppure volendo versare testÚ qui in mezzo cosÝ le cose aviluppate, interverrebbe a chi me udisse come a quelli e' quali caminano in sul primo albeggiare della aurora: que' di loro, e' quali altre volte sono pel paese stati e col chiarore del sole scorsono tutti e' siti, allora riconoscono e di chi e' siano e quanto siano ornati, e in quell'ombra discernono se ivi pi˙ fosse o manco che l'usato; gli altri, e' quali a migliore luce mai essaminorono que' paesi, passando 'n poco mirano ove poco si scorga, e a chi piace e a chi dispiace. CosÝ a me testÚ interverria sanza avere prima in me dilucidato lo 'ntelletto mio con molto studio e lezione di molti scrittori, distinguendo e ordinando come chi conscende a mezzo del campo perducendo le schiere ed esserciti suoi. Me stessi nel recitare inordinato perturberei, e nella dottrina poco preparato porgerei a voi di me poca utilitÓ. NÚ io fra 'l buio e tenebre della poca per sÚ e non bene alluminata mia memoria, di me solo vi porgerei forse qualche ombra di documenti perfetti altrove, ma poco a voi aperti e manco per me chiari; onde pi˙ tosto qui potrei da e' dotti esser negletto che dagli imperiti lodato. Ma voi meglio per voi queste erudizioni tutte con miglior guida e di pi˙ autoritÓ potrete riconoscere. Arete fra' Greci Platone, Aristotele, Senofonte, Plutarco, Teofrasto, Demostene, Basilio, e tra' Latini Cicerone, Varrone, Catone, Colomella, Plinio, Seneca e molti altri, co' quali gustarete e meglio terrete tutti questi luoghi di che frutti sieno copiosi e ornati. E poi, Battista e tu Carlo mio, parrebbevi ella pochissima presunzione la mia, quando io ben fussi a tanta materia atto e sufficiente, se io mi confidassi entrando sÝ gran paese potervi con mio onore tragettare? Chi vorreste voi che me stessi a udire? A' dotti potrei io se non dire cose a loro notissime; gl'ignoranti, stimate, di me e di mie sentenze poco farebbono giudicio, poco conto. Quelli vero che sono alquanto tinti di lettere, vorrebbono udire in me quella prisca eloquenza elimatissima e suavissima. Pertanto stimate sia il meglio per ora non perdere questo tacere, chÚ sempre fu il favellare inutile se non quando sia chi ben t'ascolti.
BATTISTA Se io non conoscessi la facilitÓ tua, Lionardo, che mai volesti troppo essere pregato, io testÚ dubiterei denegassi a me questa grandissima grazia solo perchÚ io non sappia molto pregartene. Ma te, se altro non tiene a tacere, le preghiere mie pur doverebbono muovere in qualunque modo t'acadesse a donarci quanto da te e desideriamo e aspettiamo. NÚ ora veggo ove tu abbia da ritenerti. Niuno arÓ da non molto lodarti, ove tu sempre desto te sempre adoperi essere e fare i tuo' in qualunque laude famosissimi e singularissimi. E in questi ragionamenti cosÝ tra noi domestici, qual prudente desiderasse eloquenza pi˙ elimata o pi˙ che si richiegga esquisita? Tu, non dubito, e in questa e in ogni altra copia di dottrina per memoria e per ingegno vali quanto assai basterÓ satisfare a' desideri nostri, i quali sÝ da ogni altro, sÝ molto pi˙ da te sono avidissimi d'imparare. Gli altri udiamo noi volentieri come precettori; te ascoltiamo lietissimi come maestro ottimo, amico e fratello. E se tu qui degenerassi testÚ dalla tua usitata facilitÓ, e se poco e' nostri studii a te fussero a cuore, e a te pure piacesse molto esser pregato, Carlo qui, el qual tu conosci d'ingegno e di facundia atto per tua umanitÓ ad impetrare da te qualunque cosa e' ti pregasse, credi cosÝ tacendo ti priega tanto pi˙ quanto nÚ a lui nÚ a me con parole mai sarebbe possibile meglio in questo porgere preghiera alcuna. ChÚ giÓ chi tace attento, come ora fa lui, dimonstra non desiderare nÚ aspettare altro che ascoltarti.
LIONARDO PiÓcev'egli pure udirmi?
BATTISTA Quanto tu vedi.
LIONARDO E tanto vi sta desiderio al tutto udirmi?
BATTISTA Niuna cosa a noi pi˙ essere pu˛ grata.
LIONARDO Non posso adunque, nÚ voglio non satisfarvi. Ma non aspettate da me se non quanto di cosa in cosa mi verr˛ ramentando. Solo reciter˛ e' perfettissimi e utilissimi documenti necessari alle famiglie per non cadere in infelicitÓ, accomodatissimi e ottimi a sollevarle e porle in suprema felicitÓ e gloria. Ma come faremo? Avete voi che domandarmi? E io risponder˛. O meglio vi pare che io perpetui senza interrompermi il corso del mio recitare?
BATTISTA Qual pi˙ t'agrada. A noi solo questo accade a domandare, qual cose facciano una famiglia felicissima. Tu continua el dir tuo. Noi t'ascolteremo.
LIONARDO Piacemi. CosÝ faremo, e voi, dove paresse d'andare pi˙ adagio, rattenetemi, per˛ che io in questa materia trascorrer˛ con quanta brevitÓ si potrÓ. Ascoltatemi.
Spesso in queste nostre acerbissime calamitÓ, e pure oggi pensando quanto la fortuna ingiuriando ci perseguiti, nÚ mai si stracchi di dÝ in dÝ alle miserie nostre aggiugnere nuovo dolore, miseri noi! nÚ a lei insino a qui paia non poco averci per tutto il mondo sparsi e cosÝ tenerci oppressi con molte calamitÓ, tenerci errando nelle terre strane luntani da tutti e' nostri frategli, sorelle, padri, amici e mogli, non posso, ah fortuna iniqua! tenere le lacrime. Piango la nostra sciagura, e ora tanto pi˙ adoloro, frate' miei, poichÚ io veggo Lorenzo vostro padre, uomo per intelletto, per autoritÓ, per ogni virt˙ prestantissimo, e a voi e a tutta la famiglia nostra Alberta in questi tempi acerbi e durissimi ottimo e necessario defensore e protettore, cosÝ giacere grave. O fortuna, quanto se' contro alla famiglia nostra irata e ostinata! Ma in questo dolore seguo in me quello approbatissimo proverbio dello Epicuro; riducomi a memoria in quanta felicitÓ giÓ in patria la famiglia nostra godeva quando ella si trovava grande d'uomini, copiosa d'avere, ornata di fama e autoritÓ, possente di grazie, favore e amicizie. E cosÝ con questa felice recordazione compenso la infelicitÓ de' tempi presenti, e a me stessi, quando che sia, in tanta tempesta, in tanti mali, prometto alla pazienza e fortitudine nostra qualche salutifero e requieto porto. E per ist˘rmi dall'animo ogni acerbitÓ, traduco il pensiero mio altrove, considerando a una famiglia quale desideri essere amplissima non altro gli bisogna se non dar modo di parere simile alla nostra famiglia Alberta, a quella dico quale era prima che, ingiuria della fortuna, ella cadesse in queste avversitÓ e tempestose procelle. E veggo e conosco questo, che una famiglia la quale manchi in queste cose delle quali noi tutti eravamo abondantissimi, e sia piccola d'uomini, e quelli sieno poveri, vili e sanza amici, molto pi˙ avendo inimici, questa cosÝ fatta famiglia si potrÓ nominare mai non misera e infelicissima. Adunque chiameremo felice quella famiglia in quale saranno copia d'uomini ricchi, pregiati e amati, e quella riputeremo infelice quale arÓ pochi, ma infami, poveri e malvoluti uomini; imperochÚ dove que' saranno temuti, questi non potranno non sofferire molte ingiurie e sdegni, e dove a quelli sarÓ gratificato e renduto onore, questi saranno odiati e aviliti, e dove nelle cose magnifice e gloriose quelli saranno chiamati e ammessi, questi saranno esclusi e schifati. Pare a voi questo?
BATTISTA Parci.
LIONARDO Adunque nel nostro ragionamento potremo constituire questi quattro generali precetti come fermi e saldissimi fondamenti onde crescano e dove s'agiungano tutti gli altri. Dicogli. Nella famiglia la moltitudine degli uomini non manchi, anzi multiplichi; l'avere non scemi, anzi accresca; ogni infamia si schifi; la buona fama e nome s'ami e seguiti; gli odii, le nimistÓ, le 'nvidie si fuggano, le conoscenze, le benivolenze e amicizie s'acquistino, accrescansi e conservinsi. CosÝ adunque aremo a trattare di questi quattro documenti; e perchÚ gli uomini son quelli e' quali hanno a essere ricchi, virtuosi e amati, imper˛ prima cominceremo a vedere in che modo una famiglia diventi come diremo populosa, e considerremo in che modo alla famiglia mai multitudine manchi. Dipoi seguiremo investigando dell'altre secondo che accaderÓ. E troppo mi piace che non so io come quasi divino consiglio sia in luogo di proemio caduto a proposito el nostro primo qui tra noi ragionamento, nel quale io ti biasimava ogni cupiditÓ e lascivia venerea. E se non fusse perchÚ come allora, cosÝ molto pi˙ testÚ intendo essere non lungo in questa materia, forse monstrerrei quanto a ciascuna di queste quattro le quali restano a dire cose, le voluttÓ e lascivie amatorie siano al tutto troppo nocive e sempre pestifere. Ma di questo forse accaderÓ altro luogo e tempo da disputarne, poichÚ a voi non bisogna persuadere che co' buoni studi, con liberali opere e arti fuggiate ogni ozio e desidia non onestissimo. Adunque torniamo al proposito nostro, del quale ragioneremo quanto potremo aperto e domestico, senza alcuna esquisita e troppo elimata ragione di dire, perchÚ tra noi mi pare si richiegga buone sentenze molto pi˙ che leggiadria di parlare. Uditemi.
Diventa la famiglia populosa non altro modo che si diventassono populose terre, province e tutto el mondo, come ciascuno da sÚ stessi pu˛ immaginando conoscere che la moltitudine de' mortali da pochi a questo quasi infinito numero crebbe procreando e allevando figliuoli. E al procreare figliuoli niuno dubiti all'uomo fu la donna necessaria. PoichÚ 'l figliuolo venne in luce tenero e debole, a lui era necessario avere a cui governo e fede e' fusse caro e commendato, avere chi con diligenza e amore lo nutrisse e dalle cose nocive lo difendesse. Era loro nocivo el troppo freddo, el troppo sole, la molta piova, e i furiosi impeti de' venti; per˛ in prima trovorono il tetto sotto el quale nutrissino e difendessino sÚ stessi e il nato. Qui adunque la donna sotto l'ombra rimaneva infaccendata a nutrire e a mantenere il figliuolo. E perchÚ essa occupata a custodire e governare lo erede, era non bene atta a cercare quello bisognava circa al suo propio vivere e circa mantenere i suoi, per˛ l'uomo di natura pi˙ faticoso e industrioso usciva a trovare e portare secondo che a lui pareva necessario. CosÝ alcuna volta si soprastava l'uomo, non tornando presto quanto era da' suoi espettato. Per questo quando egli aveva portato, la donna tutto serbava, acci˛ che ne' seguenti giorni, soprastando il marito, nÚ a sÚ nÚ a' suoi cosa mancasse. A questo modo a me pare manifesto apparisca che la natura e ragione umana insegn˛ come la compagnia del coniugio ne' mortali era necessaria, sÝ per ampliare e mantenere la generazione umana, sÝ per poterli nutrire e conservare giÓ nati. E pi˙ monstr˛ che la sollecitudine del cercare congiunta colla cura e diligenza del conservare le utile e commode cose al vivere umano in lo congiugio era troppo necessaria. Monstr˛ ancora qui la natura che questa compagnia era non licita averla con pi˙ che una in uno tempo, imperochÚ l'uomo non potrebbe al tutto bene essere sufficiente a cercare e portare quanto per pi˙ che per sÚ stessi insiem' e per la donna e per suoi bisognasse, tale che avendo voluto trovare e arrecare per pi˙ donne e famiglie, a qualcuna certo una o un'altra cosa necessaria sarebbe qualche volta mancata. E quella donna a cui mancasse qual si sia delle cose al vivere dovute e necessarie, non arebbe costei ragionevole cagione abandonare quel che fosse nato per sÚ stessi in prima sostentare? Forse anco superchiandola qualche grande necessitÓ, a lei sarebbe licito trovarsi altra compagnia. CosÝ adunque fu il coniugio instituito dalla natura ottima e divina maestra di tutte le cose con queste condizioni, che l'uomo abbia ferma compagnia nel vivere, e questa sia non pi˙ che con una sola, colla quale si riduca sotto un tetto e da lei mai si partisca coll'animo, nolla mai lasci sola, anzi ritorni, porti e ordini quello che alla famiglia sia necessario e commodo. La donna in casa conservi quello che l'Ŕ portato. Vuolsi adunque seguire la natura, solo eleggersi una colla quale noi riposiamo la etÓ nostra sotto un tetto.
Ma perchÚ la giovent˙ le pi˙ volte in questo non gusta l'utilitÓ della famiglia, dove forse a loro pare soggiogandosi al congiugio perdere molto di sua libertÓ e licenza del vivere, e forse perchÚ alcuna volta stanno quale e' comici poeti gli sogliono fingere obbligati e convinti da qualche loro amata, o forse ancora non pochissimo pesa a' giovani avere a reggere sÚ, e per questo reputano soperchio e odioso incarco convenirli sostenere sÚ e la donna e i figliuoli, e troppo dubitano non potere onesto satisfare a' bisogni quali di dÝ in dÝ colla famiglia crescono, per questo stimano el letto domestico essere cosa troppo molesta, e fuggono il legittimo e onestissimo accrescere della famiglia. Per queste cagioni, acci˛ che la famiglia non caschi in quella parte quale dicemmo essere infelicissima, in solitudine, anzi cresca in gloria e felice numero di giovent˙, si vuole indurre la giovent˙ a t˘r moglie con ragioni, persuasioni, premi, e con ogni argomento, industria e arte. Potranno qui essere accommodatissime ragioni quelle nostre di sopra a biasimare loro l'altre lascive voluttÓ, per adurli in desiderio di cose onestissime. Potranno le persuasioni essere simili: monstrargli quanto sia dilettoso vivere in quella prima naturale compagnia del congiugio e riceverne figliuoli, e' quali sieno come pegno e statici della benivolenza e amore congiugali e riposo di tutte le speranze e voluntÓ paterne. A chi sÚ arÓ affannato per acquistare ricchezze, potenze, principati, troppo a costui pesarÓ non avere doppo sÚ vero erede e conservadore del nome e memoria sua. A cui le sue virt˙ servino dignitÓ e autoritÓ, a cui le sue fatiche porgano utilitÓ e frutto, niuno pi˙ a questo essere pu˛ accommodato ch' e' veri e legittimi figliuoli. Agiugni qui che colui di chi rimangono simili eredi, costui non pu˛ in tutto riputare sÚ spento nÚ mancato, per˛ ch' e' figliuoli serbano nella famiglia el luogo e la vera imagine del padre. Didone fenissa, poichÚ 'l suo Enea era da lei amante partito, fra' suoi primi lamenti non altro sopra tutto desiderava se non come ella piangendo diceva: "Oh, pure un picchino Enea qui mi giucasse!" CosÝ, meschina abandonata amante, nel viso, ne' gesti d'un altro fanciullino Iulio a te sarebbe stato come lÝ primo veneno e fiamma dell'ardente e mortifero tuo riceuto amore, cosÝ qui ultimo conforto de' tuoi dolori e miseria.
Non poco ancora gioverÓ ricordare a' giovani quanto apresso gli antichi pi˙ si contribuiva onore a chi fra loro si trovava padre, poich' e' padri portavano gemme e simili ornamenti, e' quali non erano liciti a chi non avesse aumentata la repubblica di nuova prole e figliuoli. SarÓ utile ancora ramentare a' giovani quanti prodighi e sviati sieno a miglior vita ridutti poichÚ ebbono in casa la moglie. E agiungasi a questo quanto sia nelle faccende utile mano quella de' figliuoli, quanto e' figliuoli a te stiano presti e fedeli ad aiutarti sostenere e propulsare gl'impeti avversi della fortuna e le ingiurie degli uomini, e quanto e' figliuoli pi˙ che alcuno altro sieno apparecchiati e pronti a difenderti e vendicarti dalle ingiurie e rapine degli scellerati e audacissimi uomini; e cosÝ nelle cose prospere quanto siano i figliuoli sollazzosi e atti in ogni etÓ a contentarci e darci grandissime letizie e voluttÓ. Queste adunque cose qui saranno utile a raccontarle, e sarÓ non meno di poi utile monstrargli quanto alla etÓ grande, nella quale si vive acerchiato d'infiniti bisogni, sarÓ utile pensare quanto allora siano e' figliuoli, come diceva messer Niccolaio Alberti, uomo per etÓ e dottrina prudentissimo, e' figliuoli sono propria e ferma crucciola de' vecchi. Queste e simili persuasioni, le quali tutte sarebbe testÚ lungo perseguire, gioveranno a indurre la giovent˙ a non spregiare onesta compagna e a desiderare propagazione, accrescimento e felicitÓ della famiglia. NÚ manco sarÓ utile ancora indurli con simili premi: onorare molto e' padri, e ne' luoghi domestici e publici preporre chi pi˙ abbia figliuoli, e cosÝ riverire meno chi in etÓ non avesse moglie.
E s'egli Ŕ chi per povertÓ sÚ scusi, sia questa e fatica e incarco prima de' vecchi, perchÚ a loro, quanto disse Lorenzo, sta molto provvedere a tutti e' bisogni della famiglia. Costoro con ammunizioni, con ispesso ricordargli e stimolargli sempre gli confortino e inducano a diventare padri. E apresso sia opera di tutta la casa in fare che, poichÚ vogliono, cosÝ possano onestamente avere famiglia. Contribuischi tutta la casa come a comperare l'accrescimento della famiglia, e ragunisi fra tutti una competente somma della quale si consegni qualche stabile per sostentare quegli che nasceranno, e cosÝ quella spesa la quale a un solo era gravissima, a molti insieme non sarÓ se non facile e devutissima. NÚ a me pare in le famiglie ben costumate si truovi alcuno el quale per ricomperare uno vile uomo nonchÚ del sangue suo, ma della terra, della lingua, non dovesse sofferire ogni grande spesa. CosÝ per restituire pi˙ uomini a sÚ congiuntissimi nel sangue e nella famiglia sua, non credo sia da schifare una quanto questa sarebbe piccola spesa. Tu dai pi˙ e pi˙ anni salari a gente strane, a diverse persone; tu vesti, tu pasci barbari e servi non tanto per solo fruttare l'opere loro, quanto per essere in casa pi˙ accompagnato. Molto manco ti costerÓ contribuire a quello uno dono quale sarÓ da' tuoi medesimi. Molto pi˙ onesta e grata compagnia ti sarÓ quella de' tuoi che degli strani; molto pi˙ utile e condecente opera ti sarÓ quella de' cari e fedeli domestici che quella de' condutti e quasi comperati amici. E vuolsi adunque usare questa umanitÓ e beneficenza nella famiglia, acci˛ che i padri possano sperare a' figliuoli loro mai mancherÓ quanto al vivere loro sia necessario.
GioverÓ forse ancora sforzare e' nostri minori in simili modi: comandino e' padri ne' loro testamenti: "Se tu al tempo ragionevole fuggirai da avere moglie, non essere mio erede". Del tempo ragionevole del t˘rre moglie sarebbe lungo racontare tutte l'antiche opinioni. Esiodo faceva uno marito in XXX anni; a Ligurgo piaceva e' padri in XXXVII; a' nostri moderni pare sia utile sposo ne' XXV anni. A tutti prima che XXV pare che sia dannoso accostare la giovent˙ volenterosa e fervente a simile opera, ove ella spenga quella vampa e calore della etÓ, pi˙ atto a statuire e confermare sÚ stessi che a procreare altrui. E anco si vede pi˙ fallace e manco essere vigoroso quel seme nel campo a generare, el quale non sia ben maturo e pieno. Aspettisi adunque la virilitÓ matura e soda.
Indutti ch' e' giovani saranno, opera e consiglio de' vecchi e di tutta la casa, le madri e l'altre antiche congiunte e amiche, le quali persino dall'avola conoscono quasi tutte le vergini della terra di che costume sieno nutrite, queste scelgano tutte le ben nate e bene allevate fanciulle, el quale numero porgano al nuovo che sarÓ marito. Costui elegga qual pi˙ gli talenta. E' vecchi della casa e tutti e' maggiori non rifiutino alcuna nuora se non quelle le quali seco portino suspizione di scandolo o biasimo. Del resto contenti sÚ chi arÓ a contentare lei. Ma faccia costui qual fanno i buoni padri della famiglia i quali vogliono nelle compre pi˙ volte rivedere la possessione prima che fermino alcun patto. In ogni compera e contratto giova informarsi e consigliarsi, domandarne pi˙ e pi˙ persone, e usare ogni diligenza per non avere dipoi a pentersi della compra. Molto pi˙ dovrÓ essere diligente chi constituirÓ farsi marito. Costui per mio consiglio essamini, prevegga in pi˙ modi, pi˙ dÝ, qual sia quella di chi e' dovrÓ essere tutti gli anni suoi marito e compagno. E stiagli l'animo a prendere moglie per due cagioni: la prima per stendersi in figliuoli, l'altra per avere compagnia in tutta la vita ferma e stabile. Per˛ si vuole cercare d'avere donna atta a procreare, grata a esserti perpetua congiunta.
Di qui si dice che nel t˘r moglie si cerchi bellezze, parentado e ricchezze. Le bellezze d'un uomo essercitato nell'armi paiono a me, quando egli arÓ presenza di fiero, membra di forte e atti di destro a tutte le fatiche. Le bellezze d'uno vecchio stimer˛ siano nella prudenza, amorevolezza e ragione delle sue parole e consigli; e qualunque altra si reputi bellezza in uno vecchio certo sarÓ molto dissimile a quella d'un giovane cavaliere. CosÝ stimo le bellezze in una femmina si possono giudicare non pure ne' vezzi e gentilezza del viso, ma pi˙ nella persona formosa e atta a portare e produrti in copia bellissimi figliuoli. E sono tra le bellezze a una donna in prima richiesti i buon costumi; chÚ giÓ una barbara, scialacquata, unta e ubriaca poterÓ nelle fattezze essere formosa, ma sarÓ mai chi la stimi bella moglie. E' primi costumi in una donna lodatissimi sono modestia e nettezza. Diceva Mario, quel prestantissimo cittadino romano, in quella sua prima conzione al popolo romano: "Alle donne mondezza, all'uomo si conviene fatica". E per certo a me cosÝ pare sia. Nulla si truova cosÝ da ogni parte stomacoso quanto una femmina sbardellata e sporca. E quale stolto dubiterÓ che la donna la quale non si diletti d'essere veduta netta e pulita non ne' panni solo e membra, ma in ogni atto ancora e parole, costei non sarÓ da riputarla ben costumata? E chi non lo conosce che la donna scostumata rare volte si truova essere onesta? Le donne disoneste quanto sieno dannose alle famiglie sia altro luogo da pensarne e ragionarne, chÚ io per me non so quale alle famiglie sia maggiore infelicitÓ o tutta la solitudine, o una sola disonesta moglie. Adunque nella sposa prima si cerchi le bellezze dell'animo, cioŔ costumi e virt˙, poi nella persona ci diletti non solo venustÓ, grazia e vezzi, ma ancora procurisi avere in casa bene complessa moglie a fare figliuoli, ben personata a fargli robusti e grandi. Antico proverbio: "Qual vuoi figliuoli, tal prendi la madre", e ne' begli figliuoli ogni virt˙ loro sarÓ maggiore. Notissimo tra i poeti detto: "Gratissima virt˙ vien d'un bel corpo". Lodano i fisici filosafi che la moglie sia non magra, ma sanza troppo incarco di grassezza, per˛ che queste cosÝ piene sono di molta frigidezza e oppilazioni gravi, e pigre a concipere. Vogliono ancora sia la donna di natura ben lieta, ben fresca, ben viva di sangue e d'ogni spirito. NÚ punto a loro dispiace una fanciulla brunetta. Non per˛ accettano le fusche e nere, nÚ amano le piccole, neanche lodano le troppo grandi e troppo svelte. Ben par loro utilissima a procreare molti figliuoli quando ella sia bene istesa, ma insieme molto ampia in tutte le membra. E sempre prepongono l'etÓ fanciullesca per pi˙ loro, dei quali testÚ non accade dire, rispetti, come a conformarsi insieme massime l'animo. Sono le fanciulle per etÓ pure, per uso non maliziose, per natura vergognose e sanza intera alcuna malizia; con buona affezione presto imprendono, e sanza contumacia seguitano i costumi e voglie del marito. CosÝ adunque quanto abbiamo detto si seguiti tutte queste cose, le quali veggiamo che sono a conoscere e scegliere atta e prolifica moglie utilissime. Aggiugni a queste che ottimo sarÓ indizio se la fanciulla si troverÓ copia di fratelli tutti maschi, imperochÚ di lei appresso di te potrai sperare sarÓ simile alla madre.
E abbiamo detto giÓ delle bellezze. Seguita il parentado, nel quale considereremo qual cose siano bene atte e da preferire. Credo io nel parentado in prima si vuole bene essaminare la vita e modi di tutti e' nuovi coniunti. Molti matrimonii sono stati, secondo che tutto il dÝ s'ode e legge, cagione di grande ruine alla famiglia, poichÚ sono imparentatosi con uomini litigiosi, gareggiosi, superbi e malvoluti. Qui non accade per brevitÓ addurne essempli, chÚ credo niuno si truovi sÝ sciocco, el quale non prima volesse rimanere sanza moglie che avere a sofferire pessimi parenti. Alcuna volta si vede e' parentadi sono stati dannosi e calamitosi a quelli sposi, e' quali hanno avuto a sostentare la famiglia sua e quella di coloro onde cavorono la fanciulla. E non raro interviene che i nuovi parenti sapendosi nelle cose mal reggere, o forse cosÝ sendo sfortunati, tutti per bisogno s'anidano in casa del nuovo parente. Tu di fresco sposo, nÚ puoi sanza danno ritenerli, nÚ sanza biasimo commiatarli. Adunque, per comprendere tutto questo luogo in poche parole, chÚ al tutto voglio essere in questa materia brevissimo, procurisi avere questi cosÝ nuovi parenti di sangue non vulgari, di fortuna non infimi, di essercizio non vili, e nelle altre cose modesti e regolati, non troppo superiori a te, acci˛ che la loro amplitudine non auggi come l'onore e dignitÓ tua, cosÝ la quiete e tranquillitÓ tua e de' tuoi, e acci˛ che, se di loro alcuno cascasse, tu possa dirizzarlo e sostenerlo sanza troppo sconciarti, e sanza sudare sotto quello alle tue braccia e forze superchio peso. NÚ anche voglio questi medesimi parenti essere inferiori a te, imperochÚ se questo t'arec˛ spesa, quello t'impone servit˙. Siano adunque non inequali a te, e come abbiamo detto, modesti e civili.
Seguita della dota, la quale, quanto a me pare, vuole essere pi˙ tosto mediocre, certa e presente, che grande, dubbiosa e a tempo. Non so io come ciascuno, quasi da uno comune corrutto uso, si diventi collo indugio pigro a satisfarti del danaio tanto pi˙ quanto egli speri bellamente potere non ti rendere el debito, come ne' matrimonii talora interviene. PoichÚ la sposata ti siede in casa, in quello primo anno tutto, non pare altro licito che confermare il parentado con spesso visitarsi e convivare. Forse ivi si reputa durezza, fra' congiunti e fra le feste, disporsi e adirizzarsi e piatire, e domandando, come sogliono e' nuovi mariti per non offendere la grazia ancora tenera nel parentado, con parole rattenute e lento, pare ogni piccola scusa sia da essere accettata. E se tu richiedi el tuo con pi˙ fronte, quegli ti monstrano infiniti suoi bisogni, lamentansi della fortuna, accusano i tempi, riprendono gli uomini, dicono in maggiori casi speravano poterti molto richiedere; ma quanto per˛ in loro sia, largo ti promettono di termine in termine satisfare, prieganti, vinconti, nÚ a te pare di spregiare le preghiere di questi pur ora accettati parenti. CosÝ ti truovi in luogo ove ti sta necessitÓ a tuo danno tacere, o con ispesa e nimistÓ intrare in litigio. Dipoi ancora pare che mai non manchi l'infinita seccagione della moglie tua. NÚ sono poco le sue lagrime, nÚ hanno pochissima possanza le persuasioni e assidue preghiere d'un nuovo e testÚ principiato amore. NÚ sapresti tu, per duro e bizzarro che tu fussi, imporre silenzio a chi altri pel padre suo o pe' fratelli cosÝ dolce e piangendo ti pregasse. CosÝ stima molto meno potrai e per casa e nella camera non ascoltare la donna tua. Adunque alla fine a te ne risulta o danno o nimistÓ. Siano adunque le dote certe e presente e non troppe grandissime, perchÚ quanto e' pagamenti hanno a essere maggiori, tanto pi˙ tardi si riscuotono, tanto sono pi˙ litigiose risposte, tanto con pi˙ dispetto ne se' pagato, e a te tanto nelle cose pare da fare ogni grande spesa. Poi non si pu˛ dire quanto sia acerbo e talora disfacimento e ruina delle famiglie ove dobbiamo le gran dote rendere. Detto come si debbe scegliere la moglie fuori di casa, detto come si debbe accettarla in casa, resta a conoscere come si debbe trattarla in casa.
BATTISTA Io non interromperei questo tuo cosÝ succinto correre, se da te non fusse a me permessa questa licenza. Ma giovi el fermarci un poco e rivolgermi adrieto per confermarci a memoria quanto, se ben mi ramenta, per infino a qui dicesti si debbe scegliere onesta compagna di buon parentado e con buona dota, e atta a far figliuoli assai. Queste tutte cose difficilissime, Lionardo, stimi tu sia facile trovarle tutte in una donna, nonchÚ in tante di quante bisogna a una famiglia grande e simile alla nostra? Io veggo negli altri matrimonii: se la fanciulla esce di parentado, ella ne viene sanza dota, e spesso cosÝ si dice: "Se tu vuoi dota, togli vecchia o sozza", tal che tra noi mi pare sia simile usanza a quella si scrive era in Tracia, che le sozze vergine con molta dota comperavano i mariti, alle belle stava certo premio secondo il giudicio de' publici tassatori. Adunque, Lionardo, intendi tu quel ch'io voglio dire?
LIONARDO Intendo, e piacemi sia cosÝ stato attento a quanto abbiamo insino a qui detto. ╚mmi caro non m'abbi lasciato cosÝ trascorrere. E sÝ, Ŕ egli vero; sÝ, e' matrimonii non possono tutti essere com'io gli desidero, nÚ possono tutte le mogli trovarsi simile a quella Cornelia figliuola di Metello Scipione maritata a Publio Crasso, donna formosa, litterata, perita in musica, geometria e filosofia, e quello che in donna di tanto ingegno e virt˙ pi˙ meritava lode, fu d'ogni superbia, d'ogni alterezza e d'ogni importunitÓ vacua. Ma facciasi come consigliava quel servo Birria apresso Terenzio: "Non si pu˛ quel che tu vuoi; voglia quel che tu puoi". Sposisi quella in cui appaiano meno che nell'altre mancamenti. Non si lasci bellezza per aver parentado, non parentado per asseguire dota. Lodava Catone, ottimo padre di famiglia, nelle donne molto pi˙ una antica gentilezza che una grande ricchezza. E quanto a me, benchÚ io possa credere l'una e l'altra sarÓ baldanzosa alquanto e contumace, pur quella un poco pi˙ temerÓ vergogna e molto meno sarÓ disubidiente, la quale non fra l'ombra e delizie delle ricchezze, ma coll'opera e luce di buon costumi sarÓ nata e educata. E tolgasi moglie per allevarne figliuoli in prima; dipoi si pensi che alle fortune pi˙ sono e' buoni parenti fermi, e a giudicio de' buoni, utili pi˙ che la roba. La roba in molti modi si truova essere cosa fuggiasca e fragile; e' parenti sempre durano parenti, dove tu gli reputi e tratti non altrimenti che parenti. Di questo sarÓ da dirne pi˙ amplamente altrove; ora ritorniamo al proposito nostro. Ma di che mi ramento io testÚ? Certo egli Ŕ cosÝ; altro tempo si vuole a pensar prima, poi altro tempo a dire quello che tu bene fra te pensasti. Io in questo nostro ragionare, che cosÝ mi richiedesti, non cosÝ previsto nÚ preparato transcorro con impeto, come chi corre alla china, e proffero ci˛ che m'Ŕ pi˙ al dire proclive. Non ti paia maraviglia adunque se io lascio adrieto pi˙ e pi˙ a questa materia necessarie cose, quali qui restano per certo troppo utile, troppo necessarie, e sarebbe mancamento lasciarle.
BATTISTA RestÓv'egli costÝ forse ancora che dire? Io pi˙ nulla stimava vi si potessi aggiugnere.
LIONARDO Pensa tu; quand'io lasciava adrieto cosÝ fatta e innanzi a tutte necessaria cosa, quante altre credi tu utili e commodissime ora mi sieno fuggite dinanzi e nascose drieto? Ma questa molto da sÚ illustrissima e prestantissima m'Ŕ grato a tempo essermene aveduto. Dico, poichÚ tu nuovo sposo arai scelto e deliberato qual fanciulla pi˙ ti piaccia, e presone consiglio e licenza da tutti e' tuoi maggiori, e questa pi˙ che l'altre fanciulle per costumi e per bellezza a te e a' tuoi molto sarÓ grata, si vuole prima sÝ bene fare come diceva apresso Senofonte quel buon marito a Socrate: pregare Iddio che alla tua nuova sposa dia grazia d'essere fecunda con pace e onestÓ della casa, molto pregarne Iddio con molta religione, per˛ che queste sono cose troppo in una moglie necessarie, troppo misere a chi le mancano, molto lodate e felici in chi le stiano, e sono proprio dono d'Iddio. Non ha buona sposa ogni uomo che la cerca, nÚ ha onesta donna ciascuno che la vuole, come forse alcuni si stimano. Anzi sempre fu raro e solo beneficio d'Iddio abbattersi a moglie in tutto pacifica e costumatissima, e puossi riputare felice marito colui el quale dalla moglie vedrÓ mai nato alcuno scandolo o vergogna. Beato colui a chi la mala moglie non porge maninconia alcuna. Per˛ di questo molto si prieghi Dio, che al nuovo marito dia grazia di ricevere buona, pacifica, onesta e come dicemmo prolifica sposa. Ancora di nuovo dir˛ tanto: mai si resti di pregare Iddio che conservi nel congiugio onestÓ, quiete e amore.
BATTISTA Avendo io adritto l'animo a t˘r moglie, Lionardo, non so quanto mi fusse utile udirti qui tanto diffidarti, e tanto dubitare che a' mariti siano le moglie manco che oneste.
LIONARDO Taci, Battista, non mi calunniare, non interpretare le mie parole come se io intendessi vituperare i femminili animi e costumi. Anzi mi piace in ogni facile e difficile cosa sempre invocare l'aiuto d'Iddio. Niuna cosa si truova tanto difficile che a noi quella col favore d'Iddio non sia molto facilissima. NÚ cosa si truova sÝ facile, la quale o sua natura, o per qualche caso talora non sia in qualche uno difficillima. Per˛ giova, Battista, pregare Iddio che le cose a tutti gli altri facili, a noi non caggiano difficili. Ma seguitiamo il primo ragionamento nostro. Dissi qual fusse in casa atta moglie a portare figliuoli; ora mi pare seguiti di considerare quanto al procreare de' figliuoli si richiegga, la qual parte forse per qualche rispetto sarebbe da preterire. Ma sar˛ in quella, benchÚ molto necessaria, pure sÝ copertissimo e brevissimo, che a chi ella non gustasse sarÓ come non detta, e a chi ce la qui aspettasse arÓ da non desiderarla. Provegghino i mariti non darsi alla donna coll'animo turbato di cruccio, di paura o di simili alcune perturbazioni, imperochÚ quelle passioni le quali premono l'animo impigriscono e infermano la virt˙, e quelle altre passioni le quali infiammano l'animo, perturbano e fanno tumultuare que' maestri e' quali aveano indi a fabricare quella imagine umana. Di qui s'Ŕ veduto d'un padre ardito e forte e saputo uno figliuolo timido, debole e scioccaccio, e d'un moderato e ragionevole padre essere nato un furioso figliuolo e bestiale. Vuolsi ancora non aggiugnersi se 'l corpo e tutte le membra non sieno bene disposte e sincere. Dicono i fisici e con molte ragioni dimostrano queste, come e' padri e le madri si truovono o gravi e oppressi di crapule o malizia di sangue, o deboli e v˛ti di vigore e polso, cosÝ sarÓ ragionevole siano e' figliuoli, come alcuna volta si veggono, lebrosi, epilentichi, sporchi e non finiti di membra e vacui; le quali cose molto sono da non volerle in suoi figliuoli. Imper˛ comandano si conscenda a questa tal congiunzione sobrio, fermo e quanto pi˙ si pu˛ lieto, e par loro quella ora la notte attissima doppo la prima digestione, nella quale tu sia nÚ scarco nÚ pieno di tristi cibi, ma sviluppato e leggieri dal sonno. Lodano in questo farsi ardentemente dalla donna desiderare. Hanno ancora molti loro altri documenti, che quando sia il caldo superchio, e quando ogni sementa e radice in terra stia cosÝ ristretta, arsa da' freddi, allora s'indugi e aspettisi l'aire temperata. Ma sarebbe troppo lungo recitare tutti e' loro precetti, e forse doveva io avere pi˙ riguardo con chi io favello. Voi siete pur giovanetti; forse questo luogo, a che io possa pigliare scusa cosÝ sendoci a caso entrato come il ragionare mi v'ha tirato, questo medesimo non mi sarebbe licito volerlo dire <I>ex proposito</I>. Ma come ch'io sie o da biasimarmi o da scusarmi, io son contento avere errato purch'io a voi n'abbia p˛rto qualche utile, e in questo io reputo meno errore s'io forse sono stato superchio favellatore pi˙ che disonesto.
BATTISTA A noi non se' tu, Lionardo, paruto in questo ragionamento nÚ superchio, nÚ disonesto. Anzi, se come tu di', come e' fisici pruovano, come io credo sia il vero, se per non avere ogni diligenza pu˛ seguirne lebra, morbi e tali estreme malattie, se la poca temperanza ne' padri pu˛ e suole essere cagione di furore e pazzia ne' figliuoli, non vi si debbe egli avere grandissimo riguardo? Pertanto giova conoscere el male per poterlo schifare. E qual savio non volesse pi˙ tosto non volere figliuoli che averli morbosi e furiosi? Segui, Lionardo, non trallassare adrieto, non temere tra noi alcuno mordace calunniatore, e' quali allora arebbono da riprendere quando tu tacessi queste sÝ necessarie cose, le quali osservate sono utilissime, non curate troppo sono dannosissime.
LIONARDO Sanza dubbio questi precetti sono utilissimi, ma pure egli era forse il meglio volere parere manco dotto che troppo inetto, come forse ora a me converrÓ essere. L'un ragionamento alletta e tira l'altro. Dissi della congiunzione, la quale ricerca ch'io dica testÚ come si debba trattare la donna quando ella sia gravida; e ancora nel partorire, e partorito ch'ella arÓ, par se gli debba qualche documento. E cosÝ dove io avea statuito narrarti gl'instituti della famiglia, io ar˛ a descriverti precetti di medicina, e insegnarti essere, come dicevano gli antichi, ostetrici. E che pi˙? Aremo noi a imitare quel Gaio Mazio antico amico di Gaio Cesare, el quale descrisse l'arte de' cuochi e l'arte de' pistori? Aremo noi a 'nsegnarti ancora a fare la pappa e zuppa pe' fanciulli? Ma poichÚ noi siamo caduti in questi ragionamenti, sieci licito essere brevissimi, e lasceremo a' medici con ragione difendere e' documenti suoi, quali succinte raconteremo. La donna adunque, quale sentirÓ sÚ gravida, usi vita scelta, lieta e casta, vivande leggieri e di buon nutrimento; non duri superchie fatiche, non s'adormenti, non impigrischi in ozio e solitudine, partorisca in casa del marito e non altrove; produtto el parto, non esca a' freddi, nÚ a' venti, se prima in lei ogni fermezza di tutti i membri suo' non sono bene rassettati. E ho detto.
BATTISTA E quanto brieve!
LIONARDO Abbiamo adunque el modo a crescere la famiglia. Ora diremo in che modo ella si conservi, se in prima dico due cose necessarie a' nati fanciugli, nelle quali veggo molti padri non poco errare. A me nella famiglia nostra Alberta, e in prima ne' figliuoli di messer Niccolaio, diletta quella leggiadria di que' bellissimi nomi, Diamante, Altobianco, Calcedonio, e negli altri Cherubino, Alessandro, Alesso; e pare a me ch' e' nomi sozzi abbiano in molta parte facultÓ a disonestare la dignitÓ e maestÓ di qualunque uomo virtuoso. Leggesi alcuni nomi essere stati infelicissimi, come in Grecia quelle vergini quali si chiamorono Milesie, per varii modi, per suspendio, precipizio, con veneno, con ferro, tutte sÚ stessi furiose dierono anti tempo a morte. E cosÝ e' nomi leggiadri e magnifichi pare a me tengano buona grazia, e non so donde rendono la virt˙ e l'autoritÓ in noi pi˙ splendida e pi˙ pregiata. Alessandro macedonico, el cui nome giÓ era apresso tutte le nazioni celebratissimo, movendo le sue copie d'armi per convincere un certo castello, chiamato a sÚ un suo macedonico giovanetto a cui era simil nome Alessandro: "E tu, Alessandro", disse per incenderlo a meritare laude, "a te sta portare in te virt˙ pari al nome, quale hai, quanto puoi vedere, non vulgare". E certo io non dubito ne' buoni ingegni uno leggiadrissimo nome sia non minimo stimolo a fare che desiderino aguagliarsi come al nome, cosÝ ancora alla virt˙. E non sanza cagione e' prudentissimi nostri maggiori, quando alcuno fortissimo e amantissimo della patria, in premio e memoria delle virt˙ loro per incitare e' minori a seguire pari lode, da loro era nel numero degli idii ascritto, gl'imponevano nuovo e quanto potevano elegantissimo e chiarissimo nome, come e' nostri Latini a Romolo, chiam˛rollo Quirino, quegli altri a Leda Nemesis, a Giunone Leucotea. Ma siamoci troppo stesi. Statuiamo adunque cosÝ: non guardino e' padri a' passati nomi nella famiglia tanto che giudichino da non piacere in prima e' bellissimi nomi, poichÚ i brutti sono odiosi e spesse ore dannosi. Siano in la famiglia nomi clarissimi e famosissimi, e' quali costano poco, vagliono e giovano assai. ImperochÚ in tutti e' nostri Alberti sempre fu questa innata e quasi naturale volontÓ ardentissima d'essere pi˙ che parere in ogni lodatissima cosa periti e dottissimi.
Adunque abbiamo detto una delle due quali proposi dire cose. L'altra sÝ Ŕ che l'ora, el dÝ, il mese e l'anno, e anche il luogo si noti, e in sui nostri domestici commentarii e libri secreti si scriva subito che 'l fanciullo nacque, e serbisi tra le care cose. Questo per molte cagioni, ma non essendovi altra ragione, pur e' dimostra quanto sia nel padre in ogni cosa diligenza, chÚ giÓ se si reputa diligenza scrivere il dÝ, far menzione del sensale per cui mano tu comperasti l'asino, sarÓ egli manco lodo far memoria del dÝ che tu diventasti padre, e del dÝ che a' figlioli tuoi nacque il fratello? Aggiugni che possono accadere molti casi ove sarÓ necessario saperlo, converratti ricercare la memoria degli altri; nollo ritrovando al bisogno, n'averai maninconia e anche forse maggior molestia e danno, e trovandolo riputerai poco lodo se altri ne' fatti tuoi sarÓ pi˙ che tu stessi curioso e memorioso.
Abbiamo adunque cosÝ fatta la casa populosa. Ora si vuole molto provedere che questa multitudine non manchi. Per˛ mi pare da considerare le cagioni, il perchÚ le famiglie minuiscono, e conosciute proverremo di rimediargli. Questo in prima voglio appresso di noi sia manifesto: perchÚ gli uomini si sono morti sanza successori, per˛ sono le famiglie mancate. Vorrebbesi potere mantenere gli uomini immortali! Non si pu˛. Facciamo adunque che questi e' quali sono in vita, stiano tra noi quanto pi˙ tempo a loro sia possibile; questo per ogni altro rispetto, ancora e perchÚ quanto pi˙ staranno in vita, tanto pi˙ saranno utili alla famiglia, se non in roba in fama, se non in fama in consiglio, se non in consiglio almanco in acquistargli nuova giovent˙. Come faremo a tenere l'uomo in lunga vita? Credo sarÓ utile fare come fa il pratico pastore a conservare gli armenti suoi. Che fa egli? E' vede che la capra gode ne' luoghi difficili e sterili, la bufola ne' paesi acquosi, gli altri giumenti altrove; per˛ cosÝ dispone ciascuno e pascegli dove Ŕ di che pi˙ si richiede alle nature loro. CosÝ facciano e' padri delle famiglie. Se la aria di Firenze sarÓ troppo a costui sottile, mandisi a Roma; se quella gli sarÓ troppo calda, mandisi a Vinegia; se questa troppo a lui fusse umida, traduchisi altrove, e sempre si posponga ogn'altra utilitÓ alla sanitÓ, e ivi si fermi dove egli stia sanza alcuna debolezza. ImperochÚ chi non Ŕ ben sano non pu˛ essere se non disutile, e se pure di sÚ costui porge qualche utilitÓ, sarÓ poco tempo utile, e quando ben durassi assai, credo io pi˙ si debba avere la sanitÓ cara che l'utile. CosÝ adunque pi˙ piaccia a' padri avere el figliuolo lungi da sÚ sano e forte, che averlo presso a sÚ infermo e debole. Basta questo distribuire la giovent˙ per luoghi bene atti alle compressioni loro? Main˛. Che gli bisogna pi˙? Questo ancora: considerare ch'e' cibi tristi, la vita disordinata, e' troppi disagi sono le cagioni di fargli cadere in le infermitÓ e a quel modo uccidergli. Per˛ si vuole che niuna di quelle necessitÓ gli nuoca, e che nelle debolezze e nelle malattie se gli abbia ogni diligenza per rifermarlo e sanarlo. NÚ vi si risparmi nulla, per˛ che essere tegnente e massaio in que' bisogni sarebbe non virt˙ ma avarizia. NÚ si loda la masserizia se non solo per potere a questi e agli altri casi provedere e sovenire, e non essere a' bisogni largo e prodigo torna vergogna e danno. Troppo grandissima ed estrema avarizia mi parrebbe non avere la vita e salute d'uno uomo pi˙ cara ch'e' danari. Troppo stimo a ciascun paia crudelitÓ abandonare lo 'nfermo, non curare di perdere quel parente per conservare e conferire altrove qualche danaio.
E poichÚ noi abbiamo fatto menzione del non abandonare lo 'nfermo parente, parmi da non tacere quello ch'io dir˛ testÚ, cose pi˙ tosto utili alla famiglia che grate agli uomini troppo piatosi. Fu sempre la pietÓ e umanitÓ tra le prime virt˙ dell'animo molto lodata, e giudicasi officio di pietÓ, debito di giustizia, lode di liberalitÓ a uno parente visitare, aiutare, e in ogni caso e bisogno sovvenire al parente suo. CosÝ richiede la ragione, la caritÓ e umanitÓ, e ogni costume tra' buoni. Ma forse mi pu˛ parere poca prudenza non fuggire quelli infermi, a' quali tu non sanza pericolo della sanitÓ e vita tua puoi loro essere nÚ utile nÚ grato, qual sono e' morbi contagiosi e pi˙ che gli altri velenosi. Le legge in malattia contagiosa ma non mortifera, permettono che l'uomo abandoni la carissima cosa, e separi sÚ dalla prima ottima naturale congiunzione del matrimonio. Se adunque sarÓ licito al marito fuggire la donna lebrosa, diremo noi che sia manco licito fuggire uno amorbato di peste? In che sarÓ lodata la pietÓ? In porgere mano e opera per sollevare e rifermare quegli afflitti, i quali o per impeto della fortuna, o per ingiuria e nequizia degli uomini, o per alcuno altro incommodo fussono colle membra o coll'animo caduti, o vero oppressi dalle calamitÓ e infermi. Certo sarÓ pietÓ e misericordia quanto sia in noi darsi a costui, esserli oficioso e utilissimo. Ma colui sarÓ temerario e crudele, el quale sÚ stessi proferirÓ agli ultimi pericoli della morte, ove a' pericoli seguiranno minimi, o forse niuno premio di laude e fama. E cosÝ stia: non se non grandissima cagione debba muovere gli animi nostri a non schifare e' pericoli e a non pregiare noi stessi. Nuocere a sÚ non giovando ad altri non veggo io quanto si venga da pietÓ. Loderemo la giustizia e fortitudine in sapere da ogni caso avverso e da ogni male difendere e vendicare la fama, le fortune, il sangue e la vita nostra. Ma qual giusto mai offenderÓ sÚ stessi non difendendo altrui? Quale uomo mai ebbe lodo di fortitudine per inimicare sÚ stessi? Piace la liberalitÓ e prudenza nell'opere magnifiche e molto utilissime; ma quale non stultissimo stimerÓ mai questo essere cosa degna di non grandissima riprensione darsi agli estremi pericoli ove tu non salvi, ma gratifichi a uno solo? A me certo pare stultissimo consiglio non amare pi˙ la vita certa di molti sani che la sanitÓ dubbia d'uno infermo. Le quali cose se cosÝ sono, chi dubita che sarÓ pietÓ, giustizia e prudenza in simili casi provedere che lo 'nfermo guarisca, ma non meno sarÓ consiglio e ragione provedere ancora ch'e' sani non infermino? Chi studia che lo 'nfermo si liberi, costui lo cerca sano. Adunque apresso di lui sia caro avere in sÚ quello quale brama in altrui. E se vogliamo la nostra prudenza e pietÓ essere lodata, daremo opera ch'allo 'nfermo sanza pericolo della vita nostra ogni cosa a lui utile e necessaria abondi. Aremovi medici, chiameremo speziali, non mancheranno gli astanti; ma noi provederemo alla sanitÓ nostra, colla quale all'infermo e alla famiglia nostra saremo pi˙ che col pericolo acomodatissimi, dove perseverando in tanto pericolo sarebbe a chi giace poco utile e alla famiglia dannoso, imperochÚ colui cosÝ infetto pu˛ facilmente amorbare costui, e costui quell'altro, e a quel modo tutta la famiglia cadere in infermitÓ e ruina.
Quante terre giÓ si viddono da piccolo principio d'infezione essere cresciuto grandissimo incendio di pestilenza, tale che quasi tutta la giovent˙ in pochi dÝ si truova perita e consumata! Non bisogna qui allegarne storie, nÚ recitarne essempli. In questo veneno niuno dubita a quanto sia forza di morte da qualunque minimo principio cresca e spandasi grande e furiosa. Vedemmo a Genova, non fa molti anni, sendo concorso il popolo a uno spettaculo religioso e publico, alcuni salirono in luoghi ove prima qualche amorbato era giaciuto e perito. Fra pochi dÝ qualunque ivi allo spettaculo era in su que' luoghi dimorato, cosa miserabile! in brieve morÝ, e amorbossi chi gli ricevette in casa, amorbossi chi gli visit˛, per modo che tutta la terra sentÝ la ruina e strage di quella pestiferissima velenosa furia. O veneno nocentissimo, o infirmitÓ orribilissima, o cosa molto da fuggirla! Non so io se qui merito essere in queste parole duro e impio riputato, ma poichÚ di questo trattiamo, siaci licito non tacere l'utile della famiglia. Dir˛ quello comandano i dotti fisici, quale confermano il giudicio di ciascuno prudente, quale anche ogni uomo non in tutto pazzo pu˛ per esperienza cosÝ el vero conoscere. Fugga el padre, fugga el figliuolo, fugga il fratello, fuggano tutti, poichÚ a tanta forza di veneno, a tanta bestemmia, nulla si truova che giovi se non fuggirla. Fuggansi, poichÚ altra arme o arte cˇntroli niuna ci vale. Non si pu˛, non, propulsare, non difendere quella rabbia mortifera ed essecrabile. Adunque vorranno i savi prima salvare sÚ fuggendo, che rimanendo non giovare ad altri e nuocere a sÚ. Piaccia a' piatosi non meno la salute sua che una vana opinione di grazia. All'uomo per salvare sÚ, chi niega non essere licito e concesso dalle leggi uccidere chi con inimico animo l'assaliva? Se cosÝ lice, quale pertinace mi negherÓ non molto pi˙ meritare perdono chi abandonerÓ quell'uomo, el quale al continuo gli porga pericolo di morte? Anzi qual prudente, quale affezionato al bene e salute de' suoi mai riputasse abbandonatosi, ove si vegga di quelle cose tutte copia, quali giovano a' bisogni suo', medici, servidori, e medicine? Pu˛ a quel modo guarire, ove avendo atorno i suoi non per˛ meglio potrebbe guarire, ma presto ucciderli. Non voglio essere lungo in questo ragionamento, el quale priego Iddio in la nostra famiglia mai acaggia da seguirmi con opera quanto la necessitÓ e utilitÓ della famiglia desidera. Torniamo a' primi ragionamenti. Fuggansi adunque, sÝ come dicemmo, tutti e' luoghi e tutte le cagioni atte a infermare alcuno della famiglia.
Truovo ancora che in altro modo si rende la famiglia men populosa, quando ella si divide, e dove prima era una sola ben populosa e ben grande, testÚ son due nÚ populose, nÚ grandi, come giÓ intervenne ad alcuna famiglia in Italia. Qual fusse la ragione testÚ nollo ricerco. Ben confermo che a me pare da credere cosÝ, che qualunque padre vorrÓ la sua famiglia essere divisa e minore, cosÝ e pi˙ debole, per constituire sÚ pi˙ maggiore e pi˙ fermo, costui prima sarÓ ingiusto molto e da biasimare; imperochÚ, comune giudicio di tutti e' prudenti, l'utilitÓ e onore di tutta la famiglia si dee preporre alla propia, come tutto proverremo nel luogo suo; poi costui medesimo cosÝ ingiusto non si pu˛ riputare prudente, anzi giace in grandissimo errore, s'egli sta col pensiero e mente occupato a essere capo maggiore che alle membra della famiglia sua si convenga. Le deboli membra non possono sofferire el capo troppo grave, anzi pel troppo peso si fiaccano, e il capo non sostenuto da tutti i membri cade e si fracassa. Per˛ colui el quale sarÓ saggio, e per giudicio intenderÓ in altri quello che altri co' suoi dolori pruova, costui conoscerÓ che d'uno trave segato quella e quell'altra parte molto pi˙ sarÓ debole a sostenere il peso che s'elle fossono non dispartite. NÚ mai si potrÓ tanto raggiugnere el giÓ diviso legno che sia, come prima era, fermo e tegnente. Ma di questa materia pi˙ diremo appieno nel luogo suo, ove acaderÓ a dire dell'amicizie, concordia e unione quali bisogna nella famiglia. Per ora tanto basti avisarvi che le famiglie per essere divise non solo minuiscono di numero e giovent˙, ma ancora scemano d'autoritÓ, rendono minore la fama e dignitÓ, per modo che in grande parte ogni nome e grazia acquistata si perde. Molti ameranno, temeranno, onoreranno una famiglia unita, e' quali di due famiglie discorde e divise nulla stimeranno.
Abbiamo adunque detto come si debbe fare e conservare la casa populosa, come a farla populosa tolgasi moglie, procreasi figliuoli, come a conservalla si vuole dare opera che la giovent˙ perseveri in lunga vita con sanitÓ e unione; le quali tutte cose con nostra industria e diligenza potremo quanto al bene e utile della famiglia si richiede, essequire. Ma perchÚ alcuna volta contro ad ogni nostra umana prudenza accade che 'l numero nella famiglia manca, o perchÚ le mogli rimangono sterili, o perchÚ la morte ci toglie e' giÓ acquistati figliuoli, per˛ mi pare necessario qui ancora considerare in che modo allora ci sia licito mantenere la famiglia pur populosa. Appresso gli antichi, e' quali con molta prudenza e consiglio a ogni commoditÓ e necessitÓ della famiglia provedevano, soleva licita essere e legittima consuetudine fare divorzio dalle loro maritate, e divider l'uso e unione congiugale e separarsi dalla moglie. Questo facevano quando vedevano del matrimonio loro seguire niuno frutto, e per pruova conoscevano cosÝ insieme sÚ non essere utili a quanto si desidera ne' matrimonii, divenire padri. E nacque questo uso e licenza non prima in Roma che anni dugento e trenta doppo la rapina fatta delle donne sabine, tanto avea voluto Romulo ne' matrimonii essere integritÓ e pudicizia. E non per˛ sanza cagione Spurio Corvinio, overo Corpilio, fu el primo el quale repudi˛ la sua moglie perchÚ essa era infecunda e sterile. Parsegli non disonesto lasciar questa, disiderando altronde avere figliuoli. Ma oggi e' costumi civili, le religiose constituzioni le quali affermano el matrimonio essere non congiunzione di membra tanto, ma pi˙ unione di volontÓ e animo, e per questo statuiscono sponsalizio essere sacramento e legame religioso, per˛ vetano che quegli e' quali sono cosÝ per divino sacramento congiunti mai si separino per volontÓ umana. Quella adunque utile alla famiglia antiqua consuetudine di lasciare quella sterile per t˘r questa colla quale s'acquisti figliuoli, oggi, come vedete, non Ŕ valida a rompere el vincolo religioso congiugale. Solo, quella pu˛ separare la congiunzione delle membra, ove siano alla salute e vita loro dannose. Giova adunque questa separazione non ad ampliare el numero della famiglia, ma a conservalla.
Restaci quella altra consuetudine antichissima che solevano e' fortissimi cittadini, e' quali forse aveano tradutta l'etÓ sua nell'arme fra gli esserciti in remotissime province per rendere suo officio al nome e autoritÓ della patria, poi quando si riducevano in riposo fra' suoi e in la sua giÓ ultima etÓ cessavano dalle publice fatiche e davansi a' civili onestissimi ozii, ove grandemente desideravano come in la superiore etÓ coll'opera e sudore, cosÝ testÚ con prudenza e consiglio essere a' cittadini suoi gratissimi e carissimi; e conoscevano quanto negli ozii sia voluttÓ, quel che loro nell'arme non era licito avere, la carissima e amatissima compagnia della moglie; e non dubitavano quanto sia alla republica e alle famiglie private utilissimo procreare figliuoli, e per questo curavano non uscire di vita sanza vedere chi sia nel nome e fortune sue osservatore e successore, facevano come oggi alcuni, e come a que' tempi sÝ degli altri assai, sÝ anche el figliuolo d'Africano superiore, quale adott˛ el figliuolo nato di Paulo Emilio. E pare a me questa utilissima, licita consuetudine, adottarsi degli altri giÓ nati figliuoli, ove a te quegli nascere non possano. Potrei adurne pi˙ cagioni; solo ne dir˛ qualcuna per brevitÓ; e per non lasciare questo luogo sÝ nudo, sia licito adottare per ovviare che la famiglia non declini in solitudine e ad infelicitÓ. Sia ancora non inutile considerare che se giÓ e' figliuoli nascono, a noi sta niuna certezza quanto e' sieno per crescere e sani e interi di membra e sentimento. Ma in quelli e' quali giÓ in parte sono allevati, non sarÓ tanto da dubitare quali uomini e' possano con nostro studio e diligenza divenire, per˛ che giÓ da' costumi della indole ed effigie loro assai di presso apparisce e comprendesi onde tu possa constituire a te non incerta espettazione. Ma ritorniamo alla brevitÓ nostra, e sia persuaso che l'adottare non Ŕ cosa se non usitata, giusta e utilissima alle famiglie. E perchÚ questo adottare quasi non Ŕ altro se non aggiugnere uno nuovo cugino a' tuoi nipoti e un congiunto a' tuoi parenti, per˛ si vuole sceglierlo tale quale que' di casa l'acettino volentieri. Vuolsi conferire con tutti, acci˛ che niuno poi biasimi quello quale essi abbino lodato e consentito; vuolsi aver cura d'adottare nati di buon sangue e di buon sentimento, di gentile aspetto, e tali nell'altre cose che la casa mai abbia con ragione da dolersene. E poi' maggiori cosÝ faranno quanto in loro sarÓ possibile, prima con aver buon consiglio e diligenza, poi con aver buona cura e sollecitudine in fare dotto e costumato el fanciullo e mantenerlo virtuoso. E stimi chi adotta, se nollo amerÓ come figliuolo, gli altri di casa non terranno quello per congiunto, onde costui sarÓ non solo come forestiero in casa, ma pi˙ viverÓ carico d'invidia, nÚ forse libero da ingiurie e danno. E ciascuno sa quanto nelle famiglie le discordie sieno da fuggire. Vuolsi adunque adottare nati atti a virt˙, amarli e farli virtuosi, chÚ allora tutti e' tuoi staranno lieti e contenti vedere in la famiglia un virtuoso. Circa il fare e mantenere una famiglia populosa pare a me qui resti a dire pi˙ nulla, se giÓ a voi non altro venisse a mente.
BATTISTA Io non so in che mi ti lodare pi˙, Lionardo, o della facilitÓ quale tu hai usata in narrarci quanto ti priegammo, o dello ingegno col quale tu hai cosÝ distinto e disposto in mezzo cose qual mai arei stimato si facessono a questa materia, sopra tutto, Lionardo, in tanta copia di perfettissimi quanti recitasti documenti. A me piace questa tua maravigliosa brevitÓ, e in tanta brevitÓ parse a me el tuo stile nel dire elegantissimo, facile e molto chiaro. NÚ mai arei pensato ivi fusse stato a gran quantitÓ presso tanto che dirne. Abbiamotene grazia. Quando che sia a noi gioverÓ avere imparato da te queste cose bellissime e utilissime alla famiglia. CosÝ aspettiamo dell'altre che restano, chÚ, se ben mi ricordo, rimane a dire in che modo la famiglia diventi ricca, amata e famosa. SÚguita.
LIONARDO Ben istÓ. Ma prima quel mi pare da fare. Parmi vostro officio sempre coll'animo e con tutte l'opere osservare in ci˛ che potete a vostro padre esser dovunque bisogni presti, grati e utili. Ite adunque. Vedete prima se a Lorenzo bisognasse nulla. Non si vuole posporre la pietÓ ad alcuno studio. Va, Battista. Tu me poi ritroverrai qui.
BATTISTA <I>O diem utilissimam!</I> Vado. Carlo, tu sta con Lionardo, non rimanga solo.
CosÝ feci. Andai. Vidi a nostro padre bisognava nulla. Per questo a lui pregai licenza, se cosÝ gli piaceva, ritornassi da Lionardo, el quale m'aspettava per seguire quanto gli avea cominciato per insegnarci cose molto utili. - Da Lionardo, - disse Lorenzo nostro padre, - non potete imparare se non virt˙. Piacemi, ite, non perdete tempo; qui testÚ nulla bisogna di te, e, se tu bene bisognassi, pi˙ a me sarÓ caro sapere sia dove diventi pi˙ dotto. Va, Battista, e stima, figliuol mio, ogni tempo essere perduto se non quello el quale tu adoperi in virt˙. NÚ potresti a me fare cosa pi˙ grata quanto di farti virtuoso. Lascia qual sia faccenda adrieto per acquistare virt˙ e onore. Va, non indugiare. Va, figliuol mio -. CosÝ disse Lorenzo, e io cosÝ feci, rende'mi a Lionardo, narra'gli la risposta.
- Oh! que' padri felici, - disse allora Lionardo, - e' quali non avendo maggior desiderio se non che diventino virtuosi, s'abattono ad avere figliuoli, e' quali sono cupidissimi di prendere buone arti e ornarsi d'ottimi costumi e grazia di molti. Seguite, fratelli miei, Battista e tu Carlo, adempiete quanto in voi sia la voglia ed espettazione di vostro padre, poichÚ nÚ lui desidera da voi altro, nÚ voi potete far cosa pi˙ in uomo lodata. Date opera quanto fate di dÝ in dÝ essere pi˙ dotti e pi˙ lodati. E noi ora che faremo? Seguiteremo noi dicendo di quello che resta a' ragionamenti nostri? A me pare giÓ tardi. Ricciardo e Adovardo omai dovranno indugiare non troppo a giugnere; per˛ temo non ci basterÓ il tempo e saracci interrotto el ragionamento. Pertanto forse sarebbe il meglio soprastare in domani e direnne pi˙ pensato e pi˙ intero, chÚ testÚ mi pare stare coll'animo sospeso aspettando vedere Ricciardo, el quale uomo modestissimo, umanissimo, sempre e per sua caritÓ in me, e per mia reverenza inverso di lui, fu a me in luogo di padre. E non so come, qualunque io sento passare mi pare sia Ricciardo, tanto desidero e aspetto vederne Lorenzo essere lieto, el quale vie pi˙ di me con troppo desiderio l'aspetta.
Allora gli rispuosi io: - Lionardo, facciamo come testÚ nostro padre disse: riputiamo perduto ogni tempo se non quello quale spenderemo in virt˙. Ora credo non ci sia che fare altro. Ad˛perati in farci migliori. Tu insino a qui dicesti, quanto a mio giudicio in quella materia dir si poteva, molto utilissime cose non sanza perfetto ordine, con eloquenza non meno succinta che chiara ed elegante: onde non dubito testÚ potrai in quel che resta fare il simile. Ricciardo stimo non giugnerÓ per˛ sÝ tosto, nÚ a te l'animo mai suole pendere meno inverso l'utilitÓ nostra che verso l'amore di Ricciardo. Per tua facilitÓ e grazia verso di noi sempre potemmo riputarti fratello, e per quanta da te riceviamo dottrina e cognizione di cose perfettissime, dovemo ricognoscerti non solo come maestro, ma certo in luogo di padre. E non riputiamo men grado avere avuto l'essere e vita dal padre, che ricevere da te el ben starci in vita con lodo e onore. Per˛, Lionardo, segui. Facciamo questo tempo nostro adoperandolo. CosÝ manco resterÓ domani che dire. Segui. AscoltiÓnti.
LIONARDO Adunque piacemi. Sar˛ nondimeno, poichÚ 'l tempo cosÝ richiede, brevissimo quanto la materia patirÓ. Ascoltatemi. Abbiamo la casa come dicemmo populosa, piena di giovent˙. Vuolsi essercitarla, non lasciarla impigrire in ozio, cosa come inutile e poco lodata alla giovent˙, cosÝ alle famiglie gravissima e troppo dannosa. Non per˛ bisogna qui metter a voi in odio l'ozio, quali io veggio studiosi e operosi, ma pure per pi˙ incitarvi a seguire come fate in ogni fatica e in ogni laborioso essercizio per acquistare virtute e meritar fama, ponete animo qui e pensate da voi quale uomo, non dico cupido di laude, ma in qualche parte timido d'infamia possiate non trovare, ma fingere, a cui non dispiaccia grandemente l'ozio e desidia? Chi mai stimasse potere asseguire pregio alcuno o dignitate sanza ardentissimo studio di perfettissime arti, sanza assiduissima opera, senza molto sudare in cose virilissime e faticosissime? Certo sarÓ necessario a chi curi d'ornarsi di laude e fama fuggire e ostare molto all'ozio e inerzia, non meno che a' capitalissimi e nocentissimi inimici. Nulla si truova onde tanto facile surga disonore e infamia quanto dall'ozio. El grembo degli oziosi sempre fu nido e cova de' vizii; nulla si truova tanto alle cose publice e private nocivo e pestifero quanto sono i cittadini ignavi e inerti. Dell'ozio nasce lascivia; della lascivia nasce spregiare le leggi; del non ubbidire le leggi segue ruina ed esterminio delle terre. Quanto prima si comincia essere contumace a' costumi e modi della patria, tanto subito si stende negli animi arroganza, superbia, e ogni ingiuria d'avarizia e rapina. Ardisconsi latrocinii, omicidii, adulterii, e ogni scellerata e perniziosa licenza trascorre.
Adunque l'ozio, cagion di tanti mali, molto a' buoni debba essere in odio. E quando bene l'ozio fusse non quanto ciascuno conosce ch'egli Ŕ, pernizioso e nimico a' buon costumi, e origine e fabrica d'ogni vizio, quale benchÚ inetto uomo mai volesse essere in vita sanza essercitare lo 'ngegno, le membra e ogni virt˙? In qual cosa a te pare differenza da un tronco, da una statua, da un putrido cadavere a uno in tutto ozioso? Quanto a me, non parerÓ ben vivo colui el quale non sente onore e vergogna, nÚ muove sua membra e sÚ stessi con qualche prudenza e conoscimento, ma bene stimer˛ non vivo colui el quale giacerÓ sepellito nell'ozio e inerzia, e fuggirÓ ogni buono studio e opera. E a me sarÓ costui da nollo riputare degno di vita, el quale non molto vorrÓ in virt˙ e laude usare ogni suo sentimento e movimento. E questo medesimo ozioso, mentre che seguirÓ invecchiando in desidia e inerzia senza porgere di sÚ a' suoi e alla patria sua utilitate alcuna, questo certo sarÓ tra' virili uomini da stimarlo da meno che un vilissimo tronco, poichÚ d'ogni cosa posta in vita manifesto si vede quanto la natura a tutte contribuisce movimento e sentimento, sanza le quale cose nulla si pu˛ veramente giudicarsi in vita. E come, benchÚ tu abbia gli occhi, pure tenendoli chiusi e al loro officio no'gli adoperando, tanto ti gioveranno quanto se tu non gli avessi, cosÝ chi l'operazioni per le quali si distingue la vita per sÚ non frutterÓ, costui si potrÓ in questo riputare non aver vita. Veggonsi l'erbe, le piante, e gli arbucelli quanto s'adoperino a crescere e porgerti di sÚ stessi qualche piacere o utile. Gli altri animali, pesci, uccegli e quegli di quattro piŔ, tutti al continuo in qualche industria e opera s'afaticano, nÚ mai si veggono oziosi, sempre s'argomentano in vita a sÚ e ad altri essere non inutili; e truovi chi edifica el nido pe' figliuoli, vedi chi discorre a pascere e' nati, tutti s'adoperano quasi da natura loro sia in odio ogni ozio, tutti con qualche buona opera fuggono la inerzia. Pertanto cosÝ mi pare da credere sia l'uomo nato, certo non per marcire giacendo, ma per stare faccendo.
L'ingegno, lo 'ntelletto e giudicio, la memoria, l'apetito dell'animo, l'ira, la ragione e consiglio e l'altre divine forze e virt˙, colle quali l'uomo vince la forza, volontÓ e ferocitÓ d'ogni altro animale, certo non so quale stolto negasse esserci date per nolle molto adoperare. NÚ mi pu˛ non dispiacere la sentenza dello Epicuro filosofo, el quale riputa in Dio somma felicitÓ el far nulla. Sia licito a Dio, quello che forse non Ŕ a' mortali volendo, far nulla; ma io credo ogni altra cosa potere essere a Dio di sÚ stessi forse meno ingrata e agli uomini, dal vizio in fuori, pi˙ licita che starsi indarno. Manco a me dispiace la sentenza d'Anassagora filosafo, el quale domandato per che cagione fusse da Dio procreato l'uomo, rispose: "Ci ha produtto per essere contemplatore del cielo, delle stelle, e del sole, e di tutte quelle sue maravigliose opere divine". E puossi non poco persuadere questa opinione, poichÚ noi vediamo altro niuno animante non prono e inclinato pendere col capo al pasco e alla terra; solo l'uomo veggiamo ritto colla fronte e col viso elevato, quasi come da essa natura sia cosÝ fabricato solo a rimirare e riconoscere e' luoghi e cose celeste. Dicevano gli Stoici l'uomo essere dalla natura constituito nel mondo speculatore e operatore delle cose. Crisippo giudicava ogni cosa essere nata per servire all'uomo, e l'uomo per conservare compagnia e amistÓ fra gli uomini. Dalla quale sentenza Protagora, quell'altro antico filosafo, fu, quanto ad alcuni suol parere, non alieno, el quale affirmava l'uomo essere modo e misura di tutte le cose. Platone scrivendo ad Archita tarentino dice gli uomini essere nati per cagione degli uomini, e parte di noi si debbe alla patria, parte a' parenti, parte agli amici. Ma sarebbe lungo sequire in questa materia tutti e' detti de' filosafi antichi, e molto pi˙ lungo sarebbe agiugnervi le molte sentenze de' nostri passati teologi. Per ora questi m'occorsono a mente, a' quali, come vedi, tutti piace nell'uomo non ozio e cessazione, ma operazione e azione. E confermeratti questa comune e vera sentenza, se coll'animo mirerai quanto vedi pi˙ che negli altri animali l'uomo da essa infanzia per ogni corso della sua etÓ sÚ sempre adoperare, tale che quegli e' quali sono in tutto fuori d'ogni onesta e virile opera, questi pure in qualche modo faccendo qualche cosa sÚ stessi oziosi trastullano. E quanto chi mi lodasse pi˙ l'ozio, chi non preponessi l'adoperare le membra, ingegno e ragione in qualche laude, costui appresso di me sarebbe in maggiore errore che s'egli stimasse vera quella opinione di quello afflitto padre per la morte della figliuola, el quale consolando sÚ stessi disse, poteva pensare e' mortali essere nati per patire in vita pena de' loro sceleratissimi flagizii e peccati! Pertanto troppo mi piace la sentenza d'Aristotile, el quale constituÝ l'uomo essere quasi come un mortale iddio felice, intendendo e faccendo con ragione e virt˙.
Ma sopra tutte lodo quella verissima e probatissima sentenza di coloro, e' quali dicono l'uomo essere creato per piacere a Dio, per riconoscere un primo e vero principio alle cose, ove si vegga tanta varietÓ, tanta dissimilitudine, bellezza e multitudine d'animali, di loro forme, stature, vestimenti e colori; per ancora lodare Iddio insieme con tutta l'universa natura, vedendo tante e sÝ differenziate e sÝ consonante armonie di voci, versi e canti in ciascuno animante concinni e soavi; per ancora ringraziare Iddio ricevendo e sentendo tanta utilitÓ nelle cose produtte a' bisogni umani contro la infermitÓ a cacciarla, per la sanitÓ a conservalla; per ancora temere e onorare Iddio udendo, vedendo, conoscendo el sole, le stelle, el corso de' cieli, e' tuoni e saette, le quali tutte cose non pu˛ non confessar l'uomo essere ordinate, fatte e dateci solo da esso Iddio. Aggiugni qui a queste quanto l'uomo abbia a rendere premio a Dio, a satisfarli con buone opere per e' doni di tanta virt˙ quanta Egli diede all'anima dell'uomo sopra tutti gli altri terreni animanti grandissima e prestantissima. Fece la natura, cioŔ Iddio, l'uomo composto parte celesto e divino, parte sopra ogni mortale cosa formosissimo e nobilissimo; concessegli forma e membra acomodatissime a ogni movimento, e quanto basta a sentire e fuggire ci˛ che fusse nocivo e contrario; attribuÝgli discorso e giudicio a seguire e apprendere le cose necessarie e utili; diŔgli movimento e sentimento, cupiditÓ e stimoli pe' quali aperto sentisse e meglio seguisse le cose utile, fuggisse le incommode e dannose; don˛gli ingegno, docilitÓ, memoria e ragione, cose divine e attissime ad investigare, distinguere e conoscere quale cosa sia da fuggire e qual da seguire per ben conservare sÚ stessi. E aggiunse a questi tanti e inestimabili doni Iddio ancora nell'animo e mente dell'uomo, moderazione e freno contro alle cupiditÓ e contro a' superchi appetiti con pudore, modestia e desiderio di laude. StatuÝ ancora Iddio negli animi umani un fermo vinculo a contenere la umana compagnia, iustizia, equitÓ, liberalitÓ e amore, colle quali l'uomo potesse apresso gli altri mortali meritare grazia e lode, e apresso el Procreatore suo pietÓ e clemenza. Fermovvi ancora Iddio ne' petti virili a sostenere ogni fatica, ogni aversitÓ, ogni impeto della fortuna, a conseguire cose difficillime, a vincere il dolore, a non temere la morte, fermezza, stabilitÓ, constanza e forza, e spregio delle cose caduche, colle quali tutte virt˙ noi possiamo quanto dobbiamo onorare e servire a Dio con giustizia, pietÓ, moderanza, e con ogni altra perfetta e lodatissima operazione. Sia adunque persuaso che l'uomo nacque, non per atristirsi in ozio, ma per adoperarsi in cose magnifice e ample, colle quali e' possa piacere e onorare Iddio in prima, e per avere in sÚ stessi come uso di perfetta virt˙, cosÝ frutto di felicitÓ.
Forse a voi pareva mi fussi troppo dal proposito alienato, ma non sono state se non necessarie queste recitate cose a provare quanto io stimo avervi persuaso. Ma non disputiamo testÚ quale di quelle opinioni pi˙ sia vera e da tenere. Diciamo al nostro proposito che l'uomo sia posto in vita per usare le cose, per essere virtuoso e diventar felice, imperochÚ colui el quale si potrÓ dire felice, costui agli uomini sarÓ buono, e colui el quale ora Ŕ buono agli uomini, certo ancora Ŕ grato a Dio. Chi male usa le cose nuoce agli uomini e non poco dispiace a Dio; e chi dispiace a Dio stolto Ŕ se si reputa felice. Adunque si pu˛ statuire cosÝ: l'uomo da natura essere atto e fatto a usufruttare le cose, e nato per essere felice. Ma questa felicitÓ da tutti non Ŕ conosciuta, anzi da diversi diversa stimata. Alcuni reputano felicitÓ avere bisogno di nulla, e questi cercano le ricchezze, le potenze e amplitudine. Alcuni stimano a felicitÓ non sentire incarico o dispiacere alcuno, e questi si danno alle delizie e voluttÓ. Alcuni altri pongono la felicitÓ in luogo pi˙ erto e pi˙ difficile a giugnervi, ma pi˙ onesto e pi˙ sopra i lascivi appetiti, in essere onorati, stimati dagli altri uomini, e questi intraprendono le fatiche e gran fatti, le vigilie e virili essercizii. Forse di questi ciascuno pu˛ aggiugnere non molto discosto dalla felicitÓ adoperandosi con virt˙, usando le cose con ragione e modo. E cosÝ adoperando l'altre cose insieme a sÚ stessi con temeritÓ e sanza ordine, gli segue molto errore, e tanto pi˙ a lungi si truova addutto errando quanto di sÚ e de' doni d'Iddio peggio meriterÓ con vizii e impietÓ. Questo sarÓ quando el vizioso verrÓ ne' suoi presi essercizii pi˙ o manco che non richiede e patisce l'onestÓ e ragione. Volere con avarizia, con brutte arti arricchire; volere con vizii essere onorato; volere ne' lascivi ozii non sentire gravezza alcuna, a me pare sia non altro che disporsi a male usare le cose per nuocere agli uomini, dispiacere a Dio in quel modo ed essere infelice e misero, la qual cosa molto si debba da ciascuno non in tutto insensato fuggire, e molto pi˙ da coloro e' quali vorranno rendere la sua famiglia felice.
Cerchino adunque costoro in prima per sÚ essere felici, poi procureranno la felicitÓ de' suoi; e, come dissi, la felicitÓ non si pu˛ ottenere sanza essercitarsi in buone opere, giuste e virtuose. Sono l'opere giust'e buone quelle che non solo nuociono a niuno, ma giovano a non pochissimi. Sono l'opere virtuose quelle nelle quali si truova niuna suspizione nÚ congiunzione di disonestÓ, e quelle saranno ottime opere, le quali gioveranno a molti, e quelle fieno virtuosissime le quali non si potranno asseguire sanza molta virilitÓ e onestÓ. Se pertanto noi abbiamo a prendere essercizio virile e onestissimo, a me pare si doverrÓ molto bene, innanzi che noi ci dedichiamo ad alcuno fermo essercizio, ripensare molto ed essaminare con quale ci sia pi˙ facile giugnere verso alla felicitÓ. Ogni uomo non si truova abile a cosÝ facilmente essere felice. Non fece la natura gli uomini tutti d'una compressione, d'uno ingegno e d'uno volere, nÚ tutti a un modo atti e valenti. Anzi volse che in quello in quale io manco, ivi tu supplisca, e in altra cosa manchi la quale sia apresso di quell'altro. PerchÚ questo? Perch'io abbia di te bisogno, tu di colui, colui d'uno altro, e qualche uno di me, e cosÝ questo aver bisogno l'uno uomo dell'altro sia cagione e vinculo a conservarci insieme con publica amicizia e congiunzione. E forse questa necessitÓ fu essordio e principio di fermare le republice, di costituirvi le leggi molto pi˙ che come diceva... fuoco o d'acque essere stato cagione di tanta fra gli uomini e sÝ con legge, ragione e costumi colligata unione de' mortali.
Ma non usciamo del proposito. Vorrassi, a conoscere quale essercizio pi˙ si convenga, considerare queste due cose: l'una essaminare lo 'ngegno, lo 'ntelletto, el corpo tuo, e ogni cosa la quale sia in te; poi appresso porre ben mente di quegli aiuti, amminicoli e appoggi e' quali sono necessarii e utili in quel tale essercizio, a quale ti pare essere pi˙ che agli altri sufficiente, di quelli come tu abbia ad averne in tempo attitudine, copia e libertÓ. Pogniamo caso: se colui volessi essercitare fatti d'arme sentendosi debole, poco robusto, poco valente a sostenere le fatiche, a durare nel sudore, a stare nella polvere, sotto l'aria, sotto el sole, questo per lui non sarebbe atto essercizio. E se io volessi seguire lettere sendo povero, non avendo ben donde supplire alle spese, quali non poche si convengono agli studii delle lettere, ancora non sarebbe questo essercizio per me. Ma volendo tu darti a cose civili, trovandoti moltitudine di parenti, copia d'amici, abondanza di roba, e in te sendo d'ingegno, d'eloquenza e di grazia non rozzo, nÚ inetto, quello essercizio ben si farebbe per te. Vorrassi adunque prima contrapesare fra sÚ stessi ogni cosa, come dissi, quanto la natura abbia donato a te e al corpo tuo, e quanto la fortuna ti conceda e in tempo monstri non privartene. Interviene che alcuna volta si mutano le compressioni, le fortune, e' tempi e l'altre cose. Allora si faccia come diceva Talete filosofo: "AdÓttati al tempo". Se tu avessi a ire in villa possendovi andar bellamente per qualche viottolo, vorresti tu pure irvi per la strada militare e regia quando quella fosse rotta, piena di precipizii, fatiche e pericoli? Credo io che pur no. Anzi, sendo tu non imprudente, andresti per una dell'altre, la quale in sÚ pi˙ fusse onesta e pi˙ a te facile. CosÝ sarÓ nel corso della vita nostra umana prudenza fare. Se 'l fiume e onda de' tempi, se l'impeto e diluvio della fortuna c'interrompe la via, se la ruina delle cose la impaccia e guastala, vuolsi allora pigliare altro essercizio a tradurci quanto meglio a noi sia possibile verso la desiderata felicitÓ. E non stimo io essere altro felicitÓ se non vivere lieto, sanza bisogno e con onore. E se tu vedrai te essere atto a pi˙ che uno essercizio, adrÝzzati in prima con quello el quale pi˙ sia onorato in sÚ e utile a te e alla famiglia tua; e a qualunque essercizio ti darai, sempre ti segga in mente essere nato a bene adoperarti per adducerti a felicitÓ, e sempre ti sia proposto in animo che al bene adoperarsi niuna cosa pi˙ giova quanto se tu al tutto delibererai essere quello el quale agli altri vorrai parere. Chi aspetterÓ essere riputato liberale, Battista, sarÓ suo debito donare a molti spesso e largheggiare; chi vorrÓ essere riputato giusto e buono, costui conviene mai ingiurii alcuno, sempre retribuisca secondo e' meriti, vincendo non di contenzione ma d'umanitÓ e facilitÓ; chi soccombe al dolore e teme e' casi avversi, chi pregia la fortuna e le cose caduche, costui mai meriterÓ essere riputato nÚ forte, nÚ di grande animo. Ma colui del quale sarÓ la memoria, el conoscimento, el vero fermo e intero giudicio da' suoi cittadini provato e adoperato, colui uno si potrÓ riputare e stimarlo prudente. Adunque ciascuno in quello essercizio al quale sÚ stessi darÓ, studii con ogni opera e diligenza essere quale e' vuol parere. E stimo io niuno vorrebbe parere cattivo o maligno. Pi˙ tosto credo ciascuno ama essere tenuto modesto, umano, temperato, facile, amorevole, servente, faccente, studioso. Le quali lode se sono da pregiarle e da volerle, a noi rimane officio quanto in noi sia con opera non meno che con animo e volontÓ cosÝ essercitarci d'essere, perchÚ poi essendo in noi, cosÝ agli altri parremo. Niuna cosa manco si pu˛ occultare che la virt˙. Sempre fu la virt˙ sopra tutti gli umani beni clarissima e illustrissima. E dipoi si cerchi e sforzisi con tutte le mani e co' piedi, con tutti e' nerbi, con ogni diligenza, sollecitudine e cura, curisi ivi con ogni nostra opera, arte e industria, tra gli essercitati ed eruditi uomini in quello al quale ti desti essercizio, essere sopra tutti peritissimo e dottissimo. E chi, quanto si richiede, persevererÓ affaticandosi e sudando in quel ch'egli studii al tutto e contenda essere molto el primo, stimo a costui non sarÓ cosa troppo difficilissima occupare ogni prima laude e nome. Dicesi che l'uomo pu˛ ci˛ che vuole. Se tu ti sforzerai, come ho detto, con tutte le forze e arte tue, sono io un di quegli che non dubito te in qualunque essercizio conscenderai al primo e suppremo grado di perfezione e fama. Chi s'inframmette ad essercizio non in tutto atto e condecente a sÚ, di costui non merita lo studio per˛ essere biasimato. E chi con ogni studio e diligenza seguirÓ essercitandosi in quello che la natura e fortuna gli asecondi, costui merita lode e pregio, benchÚ ivi a lui quello riesca poco fruttuoso. Ma ben meriterebbe essere ripreso chi eleggesse cosa poco a sÚ accommodata. Non in ogni cosa si loda opporsi alla fortuna, nÚ poco giova sapere col corso delle cose tragittarsi a buona quiete e tranquillitÓ del vivere. Conviensi adunque aviare in modo che a tempo non di te abbia, ma pi˙ della fortuna, se caso aviene, ad inculparti. E certo poco arai da rimordere te stessi, ove con maturo consiglio tu arai preso essercizio quanto dissi atto a te e alla fortuna tua. CosÝ colui el quale averÓ preso atto e conveniente essercizio a sÚ, e in quello resterassi adrieto e non ascenderÓ alle prime lode, le pi˙ volte costui non arÓ se non da incolpare la sua negligenza.
E in questa materia si pu˛ addurre similitudine. Pogniamo per caso che al porto di Vinegia s'aparasse e ornasse uno spettaculo navale, nel quale fusse grande multitudine di concertatori e navi, e tu fra esse fussi duttore d'una, le quali tutte rigattessero un lungo corso simile a quello discrive Virgilio fatto ne' giuochi d'Enea appresso di Cicilia, ma pi˙ ciascuna delle navi adoperasse o veli o remi, quali al navichiero paresse al suo presto tragettare convenientissimo. Tu per giugnere al termine ove si serba le grillande e insigni della vittoria, e ove si rendono i premi e onori meritati, sommamente contenderesti onde la tua e quell'altra e anche la terza nave aggiugnerebbono a' primi meritati onori, e forse anche la quarta ne riporterebbe se non suppremo premio, almen qualche nome, e pure ritornerebbe ricordata dalla moltitudine, e in le recitazioni del veduto spettaculo forse sarebbe o da qualche loro avenuta sciagura, o da qualche errore scusata, e cosÝ in qualche parte onestata e lodata dove accadesse. Ma l'altre tutte sarebbono sconosciute, e di loro si tacerebbe, per modo che forse meglio sarebbe a que' concertatori essersi stati in terra oziosi con gli altri giudicando, ridendo, e quanto volessino biasimando la tarditÓ e negligenza d'altri, che con essi aversi con negligenza, se cosÝ si pu˛ dire, affannato, e vedersi non pregiati, ancora e beffati da tutti. CosÝ nel corso e concertazione dell'onore e laude nella vita de' mortali mi stimo sarebbe utilissimo provedere e prendere atta in prima e facile navicella e via alle forze e ingegno tuo, e con essa sudare d'essere il primo, come agli animi non desidiosi e piccolissimi sta bene sperare e desiderare d'essere, e al tutto contendere d'essere se non il primo almanco tra' primi veduto fuori di quella moltitudine sconosciuta e negletta, certare con tutte le forze e ingegno di conseguire qualche claritÓ e laude. A conseguire laude si richiede virt˙; a ottenere virt˙ solo bisogna cosÝ volere sÚ tanto essere, pi˙ che parere, tale quale desideri d'essere tenuto. Per questo si dice che alla virt˙ pochissime cose sono necessarie. Come vedi, solo la ferma, intera e non fitta volontÓ basta, e sarÓ in colui fizione, el quale monstrerrÓ quello volere quale gli dispiace. Ma non ci stendiamo in disputare quanto sia facillissimo conseguire la virt˙. Altrove sarÓ da dirne. Solo statuiamo che a chi cerca meritare il primo, sederÓ onesto nel secondo luogo; fra gli ultimi niuno siede se non sconosciuto e negletto, ove non si truova onestamento alcuno. E qui sia utile ancora considerare quanto ogni tua opera e fatica ti seguirÓ con emolumento e profitto, con molto onore e frutto di fama, ove tu te conduchi tra' primi. Tu vedi in ogni artificio chi si truova pi˙ dotto, in colui pi˙ concorrono ricchezze, e pi˙ tra' suoi gli s'augumenta autoritÓ e dignitÓ. Pensa tu stessi quali sono quegli, a fare per vil cosa ch'ella sia, diciamo cosÝ un calzare, e' quali non cerchino tra quegli artefici sempre il miglior maestro. Se ne' vilissimi mestieri sempre i pi˙ dotti pi˙ sono richiesti, e cosÝ pi˙ famosi, voglio stimate questo che ne' lodatissimi essercizii non sarÓ punto il contrario. Anzi a te pi˙ gioverÓ essere il primo, o vero tra' primi, quanto intenderai in te essere pi˙ parte di felicitÓ che in e' molt'altri. Se tu sarai litterato, tu conoscerai quanto sieno meno felici gl'ignoranti, e quanto sieno infelicissimi quegli ignoranti e' quali pure vorranno parere dotti.
E vogliovi adducere una similitudine giocosa, ma molto, quanto stimo, appropriata a questi ragionamenti. Se fusse chi volesse parere notatore, in veritÓ non fusse, ma sÚ stessi cosÝ in sul lito al securo comovesse, spandendo le palme e gittando le braccia molto, e soffiasse qua e lÓ, e a sua posta galleggiasse in terra simile a quelli che nuotano dentro al fiume, se Dio t'aiuti, Battista, potresti tu vedendolo tenerti di non ridere? Quanto io, credo tra la brigata sarebbe a chi verrebbe voglia dargli qualche sferzata. Tu vero che? Riputerestilo in questo essere non pazzo? Certo non ti parrebbe savio. E se questo medesimo stolto pur volesse parere notatore, e gittassesi a mezzo lÓ nel corso e onda del fiume, non sarebbe egli veramente pazzo? SÝ, credo. E quell'altro il quale si stava cortese e vestito, nÚ curava essere lodato nÚ conosciuto per notatore, pur vedendo perire quel temerario, cupido di parere quel che non era, e presuntuoso in monstrare di sapere quello che non sapeva, subito si spogli˛ e gittossi e cavonnelo. Che dici? Non sarÓ costui da molto rendergli grazia e lodo? Per˛ vedi tu quanto nelle cose meglio sia essere che parere. E quinci tu stessi da te considera quanto giovi sopra degli altri sapere, e quanto sia lodo a' tempi e a' bisogni adoperare quello che tu sai. Alle quali cose se tu ben vi penserai, credo non dubiterai che cosÝ in ogni essercizio chi vuole parere conviene certo che sia. Abbiamo detto la giovent˙ non stia indarno ma pigli onesto essercizio, nel quale sÚ esserciti con virile opera, e seguasi quello essercizio quale renda pi˙ utile e fama alla famiglia; eleggasi essercizio qual sia pi˙ atto alla natura e alla fortuna nostra, e in quello si perseguiti in modo essercitando che per noi non manchi aggiugnere a' supremi gradi.
Ora, perchÚ le ricchezze, per le quali quasi ciascuno in prima si essercita, sono utilissime a perseverare nelle principiate faccende con lodo e grazia, ad acquistarsi amistÓ, onore e fama, per˛ sarÓ luogo a dire in che modo s'acquisti ricchezza, e in che modo quelle si conservino. La qual cosa era una delle quattro quali dicemmo essere necessarie a rendere e mantenere felice una famiglia. Adunque ora cominceremo ad accumulare ricchezze. Forse questo tempo, che giÓ siamo presso al brunire della sera, s'aconfarÓ a questi ragionamenti. Niuno essercizio, a chi hane l'animo grande e liberale, pare manco splendido che paiono quegli instituti essercizi per coadunare ricchezze. Se voi qui considererete alquanto e discorrerete, riducendo a memoria quali siano essercizii accomodati a fare roba, voi gli troverete tutti posti non in altro che in comperare e vendere, prestare e riscuotere. E io stimo che a voi', e' quali, quanto giudico, pur non avete l'animo nÚ piccolo nÚ vile, que' tutti essercizii suggetti solo al guadagno potranno parervi bassi e con poco lume di lode e autoritÓ. GiÓ poichÚ in veritÓ el vendere non Ŕ se non cosa mercennaria, tu servi alla utilitÓ del comperatore, paghiti della fatica tua, ricevi premio sopraponendo ad altri quello che manco era costato a te. In quel modo adunque vendi non la roba, ma la fatica tua; per la roba rimane a te commutato el danaio; per la fatica ricevi il soprapagato. El prestare sarebbe lodata liberalitÓ, se tu non ne richiedessi premio, ma non sarebbe essercizio d'aricchirne. NÚ pare ad alcuni questi essercizii, come gli chiameremo, pecuniarii mai stieno netti, sanza molte bugie, e stimano non poche volte in quegli intervenire patti spurchi e scritture non oneste. Per˛ dicono al tutto questi come brutti e mercenarii sono a' liberali ingegni molto da fuggire. Ma costoro, quali cosÝ giudicano di tutti gli essercizii pecuniarii, a mio parere errano. Se l'acquistare ricchezza non Ŕ glorioso come gli altri essercizii maggiori, non per˛ sarÓ da spregiar colui el quale non sia di natura atto a ben travagliarsi in quelle molto magnifiche essercitazioni, se si trametterÓ in questo al quale essercizio conosce sÚ essere non inetto, e quale per tutti si confessa alle republice essere molto e alle famiglie utilissimo. Sono atte le ricchezze ad acquistare amistÓ e lodo, servendo a chi ha bisogno. Puossi colle ricchezze conseguire fama e autoritÓ adoperandole in cose amplissime e nobilissime con molta larghezza e magnificenza. E sono negli ultimi casi e bisogni alla patria le ricchezze de' privati cittadini, come tutto el dÝ si truova, molto utilissime. Non si pu˛ sempre nutrire chi coll'arme e sangue difenda la libertÓ e dignitÓ della patria solo con stipendii del publico erario; nÚ possono le republice ampliarsi con autoritÓ e imperio sanza grandissima spesa. Anzi, soleva dire messer Cipriano nostro Alberti che lo 'mperio delle genti si compera dalla fortuna a peso d'oro e di sangue. El quale detto d'uomo prudentissimo se si pu˛ riputare quanto a me pare verissimo, certo le ricchezze de' privati cittadini le quali soppriranno a' bisogni della patria saranno da crederle utilissime. E secondo che soleva dire messer Benedetto nostro Alberti, quello erario sarÓ copiosissimo non el quale arÓ infinite somme di debitori e amplissimo numero di censi, ma ben sarÓ abundantissimo fisco quello al quale e' cittadini suoi non poverissimi saranno affezionati, e al quale tutti e' ricchi saranno fedelissimi e giustissimi.
NÚ qui a me pare da udire coloro e' quali stimano tutti gli essercizii pecuniarii essere vili. Io veggo la casa nostra Alberta, come in tutti gli altri onestissimi, cosÝ in questi essercizii pure pecuniarii, gran tempo aversi saputo reggere e in Ponente e in diverse regioni del mondo sempre con onestÓ e integritÓ, onde noi abbiamo conseguita fama e autoritÓ appresso di tutte le genti non pochissima, nÚ a' meriti nostri indegna. ImperochÚ mai ne' traffichi nostri di noi si trov˛ chi ammettesse bruttezza alcuna. Sempre in ogni contratto volsono i nostri osservare somma simplicitÓ, somma veritÓ, e in questo modo siamo in Italia e fuor d'Italia, in Ispagna, in Ponente, in Soria, in Grecia, e a tutti e' porti conosciuti grandissimi mercatanti. E sono e' nostri Alberti sempre a' bisogni della patria nostra stati non poco utilissimi. Truovasi che de' trenta e due danari, e' quali la patria nostra in que' tempi spendeva, sempre di quegli pi˙ che uno era aggiunto dalla famiglia nostra. Gran somma! ma sempre maggiore fu la volontÓ, affezione e prontitudine nostra verso la patria. CosÝ acquistammo nome, fama e pregio apresso di tutti, ma grazia e amore pi˙ apresso tutte le nazioni strane che appresso de' nostri cittadini. Ma sia altro tempo a dolerci della fortuna e de' casi nostri. GloriÓnci pi˙ tosto e godiamo di quanto si pu˛ la famiglia nostra Alberta veramente gloriare. Di questo, Battista e tu Carlo, e' mi giova ragionare con voi, di simile cose le quali appartenghino a memoria e predicazione delle lode de' nostri Alberti, uomini prestantissimi e singularissimi, acci˛ che voi siate cupidissimi, quanto sete, e molto affezionati sempre e volenterosi di mantenere quanto in voi sia, e accrescere in quel tutto potrete la dignitÓ, autoritÓ, fama e gloria di casa nostra, le quali acquistate da' nostri maggiori, a noi sarebbe vergogna nolle conservare con molta virt˙. Dico si pu˛ gloriare la casa Alberta che da ducento e pi˙ anni in qua mai fu essa sÝ povera ch'ella non fusse tra le famiglie di Firenze riputata ricchissima. NÚ a memoria de' nostri vecchi, nÚ in nostre domestice scritture troverrete che in casa Alberta non sempre fussono grandissimi e famosissimi, veri, buoni e interi mercatanti. NÚ per ancora in la patria nostra vederete essere durata ricchezza alcuna sÝ grande, sÝ lungo tempo, e con manco biasimo quanto la nostra. Anzi, pare in la terra nostra niuna, se non solo la nostra famiglia Alberta, gran ricchezza niuna giugnesse mai a' suoi nipoti eredi. In pochi dÝ sono inanite e ite, come dicono e' vulgari, in fummo, e di qualche una di loro rimasone povertÓ, miseria e infamia. Non mi piace qui stendere a recitare essempli, nÚ investigare che cagione o che infortunio cosÝ tra' nostri concittadini dilegui le grandissime ricchezze, chÚ arei troppo che dire, e infiniti m'occorrono essempli verissimi ma odiosi. Sia ditto da me con onore e reverenza delle famiglie: questo sarÓ dolersi della fortuna, non biasimarsi de' costumi d'alcuno. Cerchi, Peruzzi, Scali, Spini e Ricci, e infinite altre famiglie nella terra nostra amplissime e oggidÝ ornatissime di virt˙ e nobilissime, le quali giÓ abondavano di grandissime e ismisurate ricchezze, si vede quanto subito, ingiuria della fortuna, sieno cadute in infelicitÓ e parte in grandissime necessitati. Ma della famiglia nostra, in ogni altro modo perseguitata dalla fortuna, mai si trov˛ chi a ragione si chiamasse non giuste e benigne trattato da noi. Mai fu nella famiglia nostra Alberta chi ne' traffichi rompesse la fede e onestÓ debita, el quale onestissimo costume, quanto veggo, in la famiglia nostra Alberta sempre s'osserverÓ, tanto veggo e' nostri uomini non avari al guadagno, non ingiusti alle persone, non pigri alle faccende. E stimo io sia non tanto per prudenza e sagacitÓ de' nostri uomini, ma veramente premio d'Iddio, poich'e' nostri onestamente avanzano. CosÝ Iddio, a cui sopra tutto piace l'onestÓ e giustizia, dona loro grazia che possino in lunga prosperitÓ goderne.
PerchÚ mi sono io steso in questo ragionamento? Solo per monstrarvi che ancora degli essercizii non pochi si truovano onesti e lodati, co' quali s'acquista non minime ricchezze; e, come vedete l'uno essere questo dei mercatanti, cosÝ pensate si truova degli altri simili essercizii onestissimi e pecuniosissimi. Adunque si vuole conoscere questi quali e' sieno. CosÝ faremo. Porremo qui in mezzo tutti gli essercizii, e sceglieremo qua' sieno e' migliori; poi cercheremo in che modo con quegli si diventi pecunioso e copioso. Gli essercizii e' quali non referiscono premio e guadagno, mai ti faranno esser ricco, e quegli essercizii e' quali porgono guadagni spessi e grandi, questi cosÝ fatti sono attissimi ad aricchirti. Consiste adunque, se io non erro, quanto ci acquista la nostra industria, non quanto ci doni la ventura, grazia o favore d'alcuno, el ragionevole diventare ricco solo ne' guadagni. El diventar povero ove consisterÓ? Nella fortuna, confessolo. Ma escludiamo la fortuna ove noi ragioniamo della industria. Se adunque nel guadagnare s'adempie le ricchezze, e se i guadagni seguono la fatica, diligenza e industria nostra, adunque l'impoverire contrario al guadagno diverrÓ dalle cose contrarie, dalla negligenza, ignavia e tarditÓ, li quali vizii non sono in la fortuna, nÚ in le cose estrinsece, ma in te stessi. Consiste ancora lo 'mpoverire, quanto si vede, in un soperchio spendere, e in una prodigalitÓ la quale dissipi e getti via le ricchezze. Contrario allo spendere, contrario alla negligenza mi pare la sollecitudine e cura delle cose, cioŔ la masserizia. La masserizia adunque conserverÓ le ricchezze. CosÝ abbiamo trovato che per diventare ricco si conviene guadagnare e poi serbare el guadagnato, e con ragione esserne massaio.
Ma diciamo prima universale di tutti e' guadagni, poi udirete della masserizia. E' guadagni vengono parte da noi, parte dalle cose fuor di noi. In noi sono atte a guadagnare l'industrie, lo 'ngegno e simili virt˙ riposte negli animi nostri come son queste: essere, chiamiÓllo per nomi suoi, argonauta, architetto, medico e simili, da' quali in prima si richiede giudicio e opera d'animo. Sonci ancora a guadagnare atte le operazioni del corpo, come di tutte l'opere fabrili e meccanice e mercenali, andare, lavorare colle braccia, e simili essercizii, ne' quali e' primi premi si rendono alla fatica e sudore dell'artefice. E sono ancora in noi accommodati a guadagnare quegli essercizii ne' quali l'animo e le membra insieme concorrono all'opera e lavoro, nel quale numero sono e' pittori, scultori, e citaristi, e altri simili. Tutti questi modi del guadagnare, e' quali sono in noi si chiamano arti, e sono quelle le quali sempre con noi dimorano, le quali col naufragio non periscono, anzi insieme co' nudi nuotano, e al continuo seguono compagne della vita nostra, nutrice e custode delle lode e fama nostra. Fuori di noi le cose atte a guadagnare sono poste sotto imperio della fortuna, come trovare tesauri ascosi, venirti ereditÓ, donazioni, alle quali cose sono dati uomini non pochi. Molti fanno suo essercizio acquistarsi amicizie di signori, rendersi familiari a ricchi cittadini, solo sperando indi riceverne qualche parte di ricchezza, de' quali si dirÓ a pieno nel luogo suo. E sono que' tutti essercizii nella fortuna posti, da' quali la nostra industria umana lungi sarÓ esclusa. Solo el caso e corso delle cose in essi potrÓ satisfare alle espettazioni e desiderii nostri. Niuna nostra opera o consiglio potrÓ ivi acquistarvi se non quanto la fortuna vorrÓ con noi liberale essere e facile. E fuor di noi ancora si truovano posti guadagni, e' quali si tranno delle cose, come sono usure, e come si piglia frutto da' nostri armenti, dall'agricoltura, da' boschi, e in Toscana da' nostri scopeti, le quali cose sanza umana fatica, sanza molta industria fruttano. Sono poi da questi usciti essercizii quasi infiniti, ne' quali adoperano chi una, chi una altra parte, chi pi˙ e chi tutte queste da me dette cose, animo, corpo, fortuna, e cose. Quali essercizii sarebbe prolisso e forse superfluo tutti annumerarli, per˛ che ciascuno da sÚ stessi collo ingegno discorrendo facile pu˛ tutti riconoscerli. Ma poichÚ da questi principii noi tutti gli abbiamo qui in mezzo, diÓnci a scegliere qua' sieno pi˙ atti a una magnifica e simile alla nostra onoratissima famiglia.
E' primi lodati essercizii, dicono alcuni, sono quegli ne' quali la fortuna tiene licenza niuna, imperio niuno, ne' quali l'animo e il corpo non serve. La quale sentenza a me sempre parerÓ virile e interissima, imperochÚ se la fortuna non potrÓ turbarli, quelli a te dureranno utili quanto vorrai, e se questi dureranno a tua voglia, non potranno essere certo non utili a te e lieti. E molto qui a me piace costoro in questa sentenza commendino libertÓ, per˛ che in quel modo ivi pare escludano usure, avarizie, e tutti e' mercennarii e viziosi guadagni, chÚ sapete l'animo sottomesso ad avarizia non si pu˛ chiamare libero, e niuna opera mercennaria si truova ben degna di libero e nobile animo. Ma che alcuno mi escluda in tutto da' nostri essercizii la fortuna non so quanto sia da consentirli. NÚ so se io qui mi stimo bene, non per˛ vorrei io errare, ma quasi cosÝ potrei credere che niuno famoso essercizio si truova nel quale la fortuna non guidi le prime parti. In le opere militari, credo si pu˛ dire che la vittoria sia figliuola della fortuna. Gli essercizii delle lettere ancora si truovano sottoposti a mille impeti della fortuna; ora mancano e' padri; ora seguano e' parenti invidiosi, duri, inumani: ora t'asalisce povertÓ, ora cadi in qualche infortunio, per modo che certo non puoi negare la fortuna ivi tenere gran parte d'imperio come sopra delle cose umane, cosÝ sopra gli studii tuoi, ne' quali tu non puoi molto perseverare sanza copia delle medesime umane cose sottoposte alla fortuna. E cosÝ adunque in ogni essercizio famosissimo e glorioso converratti non escludere la fortuna, ma moderarla in prudenza e consiglio. Potresti dire, ragioniamo pure del guadagno, nel quale sempre la 'ndustria e prudenza insieme colla sollecitudine e cura troppo valse. Sta bene. Non per˛ ancora mi pare st˘rmi di quella opinione, e pure stimo cosÝ: s'e' guadagni vengono da nostra industria, quegli saranno non grandi, quando la nostra industria e consiglio sarÓ piccolo. De' piccoli traffichi niuno, per grande industria che si truovi, pu˛ ritrarne grandissimi guadagni. Questi pertanto diventeranno maggiori crescendo in noi colle faccende insieme industria e opera. Adunque in gran traffichi si truovano e' gran guadagni, ne' quali io dubito la fortuna non raro vi s'aviluppi in le mercatantie simili a quelle di quegli nostri Alberti, quando e' facevano per terra venire dall'ultima Fiandra insino in Firenze lane a un tratto quanto bastava a tutti e' pannieri di Firenze insieme e gran parte di Toscana. Non racontiamo l'altre moltissime mercantie condutte in Firenze, tradutte da que' di casa nostra sino dalle estreme provincie con molta spesa, per monti e passi asperrimi e difficillimi. Quelle tante lane venivan elle forse fuori delle braccia della fortuna? Quanti pericoli passavano, quanti fiumi, quante difficultÓ prima ch'elle si posassino al sicuro! Ladri, tiranni, guerre, negligenza, vizio di procuratori, e simili casi da ogni banda loro non gli mancavano. CosÝ credo intervenga quasi in tutte le grande faccende, in tutti e' traffichi e mercantie degni a una tanto nobile e onesta famiglia. Vogliono essere e' mercatanti cosÝ fatti come furono i nostri passati, come sono i presenti, e non dubito per avenire sempre saranno i nostri Alberti, - fare grande imprese, condurre cose utilissime alla patria, serbare l'onore e fama della famiglia, e di dÝ in dÝ non meno in autoritÓ e in grazia crescere che in pecunia e roba. Potremo adunque statuire, come dicevano coloro, sia ne' nostri essercizii l'animo mai servo, sempre libero, il corpo non suggetto ad alcuna disonestÓ e turpitudine, ma sempre ornato di modestia e temperanza, e seguasi in quegli essercizii ne' quali la fortuna tenga, non vo' dire niuna, ma non troppa licenza.
Abbiamo ora scelto e' primi migliori essercizii. E' secondi migliori saranno quegli e' quali pi˙ a questi primi s'accosteranno, e gli altri appresso saranno que' che manco giaceranno da' primi lodatissimi essercizii rimossi e luntani, in quali se servirÓ meno, e quali anco meno alla fortuna saranno sottoposti. AbbiÓ'gli tutti scelti. Ora di questi quali apprenderemo noi? Quegli certo, come dissi di sopra, e' quali pi˙ a noi si confaranno. Poi come gli adopereremo noi? Qui forse si richiederebbe maggiore e pi˙ accurata risposta, ma per essere brevissimo vi dar˛ regole generali, colle quali potrete in ogni essercizio non errare. Dicovelo: in quel che appartiene all'animo, fate quanto dicevano coloro: l'animo mai serva. Serve l'animo quando e' sia cupido, avaro, misero, timido, invidioso, o sospettoso, imperochÚ i vizii signoreggiano e premono l'animo, nÚ mai lasciano aspirarlo con alcuna libertÓ e leggiadra volontÓ a degnamente acquistare lode e fama. E come l'infermitÓ del corpo tengono el corpo giacendo e grave in modo che lo 'nfermo non ha libertÓ delle membra sua, cosÝ l'avarizia, la timiditÓ, la suspizione, la sete del guadagno e gli altri simili morbi dell'animo debilitano la forza dello 'ngegno, e tengono la mente oppressa, nÚ lasciano el discurso e ragione nell'animo satisfare ad alcuna propria necessitÓ. E sono, come al corpo vacazion d'ogni dolore, sinceritÓ di sangue e fermezza di membra, cosÝ all'animo necessarie quiete, tranquillitÓ e veritÓ, le quali cose, come le sue a el corpo sono da moderato e netto vivere, cosÝ queste all'animo nascono da ragione e virt˙. Ma alla virt˙ qual si richiede all'animo, sta contro el vizio, el quale sempre sta grave e priva la mente, cogitazione e operazione degli animi d'ogni virile e dovuta libertÓ. Adunque non sia vizioso l'animo, e non servirÓ; ornisi di virt˙, e arÓ libertÓ. Non sia sottoposto l'animo ad alcuno errore, non si sottometta ad alcuna disonestÓ per avanzare auro, fugga ogni biasimo per non perdere fama, non perda virt˙ per acquistare tesauro, imperochÚ, come soleva dire Platone, quel nobilissimo principe de' filosofi: "Tutto l'oro nascoso sotto terra, tutto l'oro serbato sopra terra, tutto l'avere del mondo non Ŕ da comparare colla virt˙". Pi˙ vale la virt˙ constante e ferma che tutte le cose sottoposte alla fortuna, caduche e fragili, pi˙ la fama e nome nutrita da virt˙ che tutti e' guadagni. Troppo sarÓ grandissimo guadagno, se noi asseguiremo grazia e lode, per le quali cose solo si cerca vivere in ricchezza. Non servirÓ l'animo adunque per arricchire, nÚ constituirÓ el corpo in ozio e delizie, ma userÓ le ricchezze solo per non servire. E forse non Ŕ se non spezie di servit˙ sottomettersi, pregare e suplicare per sovvenire a' bisogni tuoi. Non, pertanto, si spregino le ricchezze, ma signoreggisi alle cupiditÓ e nel mezzo della copia e abundanza delle cose. CosÝ viveremo liberi e lieti. Poi in quello ove s'adopera il corpo, perchÚ ogni opera del corpo si pu˛ quasi chiamare servit˙, non Ŕ servit˙ a mio credere altro che stare sotto imperio altrui. Avere imperio sopra d'alcuno credo sia non altro che fruttare l'opere sue. Qui adunque servasi el manco si pu˛, servasi non per premio, ma per grazia; servasi pi˙ tosto alla famiglia sua che agli altri, pi˙ tosto agli amici che agli strani, pi˙ volentieri a' buoni che a' non buoni; la patria vero a tutti si preponga. In quello che avviene dalla fortuna nolla temete, neanche la desiderate. Se la fortuna vi dona ricchezze, adoperatele in lodo e onore vostro e de' vostri, sovvenitene agli amici, adoperatele in cose magnifiche e onestissime. Se la fortuna con voi sarÓ tenace e avara, non per˛ per questo viverete solliciti, nÚ troppo manco contenti, neanche prenderete nell'animo gravezza alcuna sperando, aspettando da lei pi˙ che la vi porga. Spregiatela pi˙ tosto, chÚ facile cosa vi sarÓ spregiare quello che voi non arete. E se la fortuna a voi toglie le giÓ date e bene adoperate ricchezze, che si dee fare se non portarlo in pace e forte? Volere con maninconie, con miseria d'animo acquistare o riavere quello che a noi sia vietato, sarebbe pazzia, sarebbe servire, sarebbe certo essere infelice. In quello poi procede dalle cose, si vuole esservi nÚ sÝ desidioso, nÚ si occupato, che tu ancora non sia utile agli altri pi˙ lodati essercizii.
Agiugni a tutti questi documenti quello che sempre mi parse necessario a tutta la vita, sanza il quale nulla rimane lodato, nulla sta utile, nulla con autoritÓ e dignitÓ si conserva; e questo sarÓ quello che darÓ l'ultimo lustro a tutte le nostre operazioni, pulitissimo e splendidissimo in vita, e doppo noi firmissimo e perpetuissimo, dico la onestÓ. In tutti e' tuoi pensieri e instituti, in tutti gli atti e modi, in tutt'i fatti, opere ed essercizii, in tutte le parole, in tutte le espettazioni, in tutti e' desiderii, in tutte le volontÓ, in tutti gli appetiti, in ogni qualunque sia nostra cosa consiglierenci sempre colla onestÓ, la quale sempre fu ottima maestra delle virt˙, fedele compagna delle lodi, benignissima sorella de' costumi, religiosissima madre d'ogni tranquillitÓ e beatitudine al vivere. E non sia inetta al proposito questa similitudine: stimate che l'ombra nostra sia questa divina e santissima onestÓ, la quale sempre presente intende, conosce, pon mente, giudica quanto, in che modo, e a che fine qui noi adoperiamo e facciamo; cosÝ tutto nota, tutto distingue, tutto essamina, tutto ci va considerando; del ben fare graziosa ti loda, abondante ti ringrazia, molto ti porge dignitÓ e autoritÓ; del male irata ti sgrida, veemente t'acusa, turbata ridice, promulga a tutti el vizio e il vituperio tuo. Con questa cosÝ fatta onestÓ adunque fate che voi vi consigliate sempre, e con molta reverenza e osservanza seguite el consiglio suo, el quale sempre sarÓ interissimo e maturissimo, non manco e utilissimo. L'onestÓ mai ti lascerÓ servire, sempre sarÓ tuo scudo verso gl'impeti della fortuna, nÚ mai seguendo e ubidendo suoi comandamenti e consigli, cosa maravigliosa e incredibile, mai di tuo alcuno detto o fatto arai da penterti. E cosÝ sempre satisfacendo al giudicio della onestÓ ci troverremo ricchi, lodati, amati e onorati. Ma se il vizioso non si consiglierÓ, non seguirÓ el giudicio e ricordo della onestÓ, lui mai si troverrÓ contento, ricco, nÚ lodato, nÚ amato, nÚ felice, e infinite volte vorrebbe pi˙ tosto essere povero che vivere ricco con quelle molte reprensioni acerbissime, le quali e' disonesti al continuo patiscono ne' loro animi. E stimate sempre che manco nuoce la povertÓ che il disonore, e pi˙ giova la fama e grazia che tutte le ricchezze. Ma di questo sarÓ altrove da disputarne. Noi vero qui ci consiglieremo in ogni nostra via, in ogni spasso, non colla utilitÓ, non colla voluttÓ, ma colla onestÓ. Sempre daremo luogo alla onestÓ, che con noi sia come un publico, giusto, pratico e prudentissimo sensale, el quale misuri, pesi, anoveri molto bene pi˙ volte, e stimi e pregi ogni nostro atto, fatto, pensiero e voglia. E cosÝ con lei diventeremo, se non di molta roba ricchi, almeno di fama, lodo, grazia e favore e onore abundantissimi, cose tutte da preporre a qual si sia grandi e amplissime ricchezze. CosÝ adunque faremo. Saracci sempre l'onestÓ presso e a fronte, temerÚlla e amerÚlla. Credo per ora qui bastino questi come generali documenti a non essere povero. Noi non cerchiamo altro. Le ricchezze si vogliono per non aver bisogno, e troppo a me sarÓ colui ricco a chi nulla bisognerÓ; e chi come abbiamo detto sÚ stessi esserciterÓ, costui certamente di nulla arÓ bisogno, anzi pi˙ tosto d'ogni onesta cosa abonderÓ. PoichÚ noi cosÝ testÚ abbiamo veduto quali sieno e' pi˙ utili essercizii, pi˙ da pigliare, e in che modo s'abbia a reggervisi, ora veggo vorresti spiegassimo e riconoscessimo qua' sian questi essercizii, come sieno chiamati, se sono que' dell'arme, quegli dell'agricultura, o quelli delle scienze e arti, o vero pur quegli della mercantia, e usciti di questi essercizii disiderresti udire della masserizia, la quale dissi era delle due l'una a diventar ricco.
BATTISTA SÝ. Ma pon mente, Carlo, e' mi pare sentire...
LIONARDO E anche a me. Ben te lo dissi, Battista, e tu vedi testÚ, che apunto in sul pi˙ fermo nostro ragionare...
CARLO Egli Ŕ Ricciardo.
BATTISTA SÝ?
CARLO SÝ.
LIONARDO AndiÓ'gli contro, poi domani per tempo saremo qui insieme.
BATTISTA Sta bene. VÓ. Io ti seguo.

 

Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com Ultimo Aggiornamento: 24/01/99 18.44