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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I LIBRI DELLA FAMIGLIA

Di: Leon Battista Alberti

 

LIBRO PRIMO

LIBER PRIMUS FAMILIE: DE OFFICIO SENUM ERGA IUVENES ET MINORUM ERGA MAIORES ET DE EDUCANDIS LIBERIS
Mentre che Lorenzo Alberto nostro padre giaceva in Padua grave di quella ultima infermitÓ che ce lo tolse di vita, pi˙ dÝ aveva grandemente desiderato vedere Ricciardo Alberto suo fratello, del quale sentendo che subito sarebbe a visitarlo, ne prese grandissimo conforto e oltre all'usato si lev˛ cosÝ in sul letto a sedere monstrando in molti modi esserne assai lieto. Noi ch'eravamo al continuo pressogli, insieme pigliammo conforto del piacere suo, ed eraci allegrezza cosÝ avere donde ricevere buona speranza qual parea ci fusse porta, vedendo Lorenzo pi˙ che l'usato rilevato. Ivi era Adovardo e Lionardo Alberti, uomini umanissimi e molto discreti, a' quali Lorenzo quasi in simili parole disse:
- Non vi potrei con parole monstrare quanto io desideri vedere Ricciardo Alberto nostro fratello, sÝ per compor seco alcune utilitati alla famiglia nostra, sÝ ancora per raccomandargli questi due miei figliuoli costÝ Battista e Carlo, e' quali pur mi sono all'animo non piccolissimo incarco, non perch'io dubiti per˛ in niuno loro bene, quanto gli fia possibile, Ricciardo non vi sia desto e diligente, ma pure e' mi pesava non assettar prima questa a noi padri adiudicata soma, e spiacevami lasciare adrieto simile alcuna giusta e piatosa mia faccenda. Uscir˛ di vita sanza quello incarco poich'io ar˛ ciascuno di voi molto e Ricciardo imprima pregato guidi costoro a diventar buoni uomini, e di loro facci, per averli virtuosi, quanto vorrebbe al bisogno si facesse de' suoi.
Allora rispuose Adovardo, el quale era di pi˙ etÓ che Lionardo: - E questo tuo dire, Lorenzo, quanto m'ha egli commosso! Io scorgo in te quello amore e pietÓ inverso de' figliuoli quale spesso in molti modi stimola ancora me. E ben veggio vorresti che gli altri tutti avessero simile caritÓ a ciascuno di casa, e tanta diligenza e cura a tutto el bene e onore della famiglia nostra quale sempre avesti tu. Poi mi pare giudichi come si debba della fede e integritÓ di Ricciardo, el quale di sangue e veramente in ogni pietÓ, umanitÓ e costume t'Ŕ fratello. Niuno pi˙ di lui Ŕ mansueto, niuno pi˙ riposato, nessuno Ŕ quanto lui continente. Ma non dubitare che noi altri, quanto ci fusse possibile, ciascuno sta di questo animo: in quello apartenesse all'utile e onore del minimo di casa, nonchÚ a' tuoi figliuoli, e' quali ci sono non fra gli ultimi carissimi, voremmo che ogni uomo ci conoscesse esserti buoni e fedelissimi parenti. E s'egli ha pi˙ forza l'amistÓ che 'l parentado, il simile faremmo come e' veri e dritti amici. Le cose care a te, le cose di Lorenzo, quale ciascuno di noi quanto sÚ stesso ama, sarebbono a noi care e racommandate quanto tu vorresti, e quanto a noi pi˙ fusse possibile. E per qualunque di noi bisognando si farebbe per ogni rispetto volentieri, e per questo con molta pi˙ pronta opera perchÚ ci sarebbe leggiera e dilettosa cosa addurre in lode e onore questi giovani e' quali da te hanno giÓ ottimo principio ed essemplo ad acquistare fama e virt˙. E vediamoli d'intelletto e natura non inetti a farsi valere, donde a chi n'averÓ avuta cura ne risulterÓ anche parte di grado e contentamento. Ma Dio ti ci renda sano e lieto, Lorenzo. Non volere indurti cosÝ ad animo che tu istimi non esserti questo e ogni altra simile ottima cosa quanto sino a ora licita. E' mi pare vederti ralleggerito, e spero tu stessi potrai avere de' tuoi cura e degli altri non minore ti sia sempre usato d'avere.
LORENZO Come? Anzi sarei da inculpare s'i' non facessi, Adovardo, di te stima, e di te, Lionardo, come debbo di cari parenti e veri amici. A chi m'Ŕ coniunto di sangue e chi sempre in vita mi sono sforzato a giugnermelo di benivolenza e amore, in che modo potre' io onestamente credere le mie cose gli fussero poco racomandate? Bene mi sarebbe pi˙ grato non avere a lasciarvi ne' miei questa fatica. BenchÚ il morire non mi turbi troppo, pure questa dolcezza del vivere, questo piacere d'avermi e ragionarmi con voi e con gli amici, questo diletto di vedermi le cose mie, pur mi duole lasciarlo. Non vorrei inanzi tempo esserne privato. Forse meno mi sarebbono grave e poco acerbe perderle, se io potessi di me come solea Iulio Cesare di sÚ dire, sÚ alla etÓ, alla felicitÓ essere assai vivuto. Ma nÚ io sono in etÓ che la morte non sia ancora in me pure acerba, nÚ sono in tanta felicitÓ che vivendo non desideri potere vedermi in pi˙ lieta fortuna. E quanto mi sarebbe desideratissima letizia, quanto mi riputerei ad estrema felicitÓ in casa del padre mio, nella patria mia potere, se non con qualche pregio vivere, almanco morirvi, e poi giacere tra' miei passati! Se la fortuna non me lo permette, o se la natura qui usa el corso suo, o se pure io sono nato a patire queste miserie, stimo non sarebbe saviezza fare senza pazienza quel che pure mi fusse forza fare. Ben sarei pi˙ contento, figliuoli miei, in questa etÓ non vi abandonare, e manco mi dorrebbe morire non giovane, solo per afaticarmi come soglio in utile e onore di casa nostra. Ma se altro destino richiede questo mio spirito, nÚ debbo, nÚ voglio averlo per male, nÚ piglio contro a mio animo quello che nulla mi gioverebbe non lo volere. Sia di me quanto piace a Dio.
ADOVARDO CosÝ credo, a soperchiare ogni paura della morte, questo medesimo sia grande aiuto, pensare che a' mortali el finire sua vita sempre fu necessario. Ma ben si vole ancora nella infermitÓ e debolezza non vi si adiudicare, chÚ benchÚ e' giovi al superare la paura e ombre della morte, pur credo questo nuoce alla quiete e tranquillitÓ dell'animo starsi colla mente in quella sollecitudine dalla quale forse e io non saperei distormi sendo in quella tale affezione, pensando e chi lascio, e come ordino, e a chi racomando le care mie e amate cose; alle quali tutte cocentissime cure non so chi allora potesse non pendervi coll'animo, e credo forse non gioverebbe a sostenere el carco della infermitÓ. Per˛ sarai da lodarti, Lorenzo, se starai di miglior voglia. E cosÝ fa. Conf˛rtati, spera bene e della fortuna e di te stesso in prima, e stima con noi insieme, se noi non siamo troppo grandemente ingannati, questi tuoi figliuoli saranno di certo tali che assai poteranno contentarti.
LORENZO Figliuoli miei, alla virt˙ sempre fu questo premio non piccolo: ella per forza fa lodarsi. Vedetelo come costoro vi pregiano e quanti e' vi promettono. Saravvi onore, quanto pi˙ in voi sia, con ogni opera e arte sforzarvi d'essere come essi vi sperano. E suole ogni lodata virt˙ ne' buoni ingegni crescere. Forse dir˛ quello che in veritÓ, Adovardo, e tu Lionardo, non Ŕ; ma sia licito a' padri parergli le virt˙ de' figliuoli maggiori che le non sono, nÚ sia in me ascritto ad imprudenza se per incender costoro ad amar la virt˙, in presenza gli dimostro quanto m'agradi, e quanto mi piacerebbe vederli molto virtuosi, poichÚ ogni loro picciola lode a me parerÓ grande. Vero Ŕ che io sempre con ogni industria e arte mi sono molto ingegnato d'essere da tutti amato pi˙ che temuto, nÚ mai a me piacque apresso di chi mi riputasse padre volere ivi parere signore. E cosÝ costoro sono stati da sÚ sempre ubidienti, riverenti, e hannomi ascoltato molto e seguito i comandamenti miei, nÚ in loro mai vidi alcuna durezza o rilevato alcuno vizio. Hommi d'ogni loro buono costume preso piacere, ed Ŕmmi paruto potere meco meglio di dÝ in dÝ sperare e aspettare. Ma chi non sa quanto sia dubbiosa la via della giovent˙, nella quale se alcuno vizio era, quello giÓ o per paura o per vergogna de' padri o de' maggiori stava coperto e ascoso, di poi in tempo si scopre e manifesta? E quanto el timore e reverenza de' giovani manca, tanto in loro nascono di dÝ in dÝ e crescono vari vizii, ora per proprio ingegno da sÚ a sÚ depravato e corrotto, ora per brutte conversazioni e consuetudini viziato e guasto; e per mille ancora altri modi sufficienti a fare scelerato qualunque buono, come abbiamo altrove e nella nostra terra veduti figliuoli di valentissimi cittadini da piccioli porgere di sÚ ottima indole, avere in sÚ aere e aspetto molto ornatissimo, pieno di mansuetudine e costume, poi riusciti infami, credo per negligenza di chi no' gli resse bene. Per˛ qui mi ramenta di nostro padre messer Benedetto Alberto, uomo di prudenza, autoritate e fama non vulgare, e come nelle altre cose diligente, cosÝ al bene e onore della famiglia nostra affezionatissimo e officiosissimo, el quale spesso con gli altri antichi Alberti confortandogli a essere quanto egli certo erano in le cose desti e diligenti, solea dire queste parole:
"Non Ŕ solo officio del padre della famiglia, come si dice, riempiere el granaio in casa e la culla, ma molto pi˙ debbono e' capi d'una famiglia vegghiare e riguardare per tutto, rivedere e riconoscere ogni compagnia, ed essaminare tutte le usanze e per casa e fuori, e ciascuno costume non buono di qualunque sia della famiglia correggere e ramendare con parole pi˙ tosto ragionevoli che sdegnose, usare autoritÓ pi˙ tosto che imperio, monstrare di consigliare dove giovi pi˙ che comandare, essere ancora severo, rigido e aspero dove molto bisogni, e sempre in ogni suo pensiero avere inanti il bene, la quiete e tranquillitÓ della tutta universa famiglia sua, come quasi uno segno dove egli adrizzi ogni suo ingegno e consiglio per ben guidare la famiglia tutta con virt˙ e laude; sapere con l'aura, con favore e con quella onda populare e grazia de' suoi cittadini condursi in porto di onore, pregio e autoritÓ, e ivi sapere soprastarsi, ritrarre e ritendere le vele a' tempi, e nelle tempestati, - in simili fortune e naufragii miserandi, quali iniustamente patisce la casa nostra anni giÓ ventidue -, darsi a reggere gli animi de' giovani, nÚ lasciargli agl'impeti della fortuna abandonarsi, nÚ patilli giacere caduti, nÚ mai permettergli attentare cosa alcuna temeraria e pazzamente, o per vendicarsi, o per adempiere giovinile alcuna e leggiere oppinione; e nella tranquillitÓ e bonaccia della fortuna, e molto pi˙ ne' tempestosi tempi, mai partirsi dal timone della ragione e regola del vivere, stare desto, provedere da lungi ogni nebbia d'invidia, ogni nugolo d'odio, ogni fulgore di nimistÓ in le fronti de' cittadini, e ogni traverso vento, ogni scoglio e pericolo in che la famiglia in parte alcuna possa percuotere, essere ivi come pratico ed essercitatissimo navichiero, avere a mente con che venti gli altri abbino navigato, e con che vele, e in che modo abbiano scorto e schifato ciascuno pericolo, e non dimenticarsi che mai nella terra nostra alcuno mai spieg˛ tutte le vele, benchÚ non superchie fussero grandi, il quale mai le ritraesse intere e non in gran parte isdrucite e stracciate. E cosÝ conoscerÓ essere pi˙ danno male navigare una volta, che utile mille giugnere a salvamento. Le invidie si dileguano dove risplende non pompa ma modestia; l'odio s'atuta dove non alterezza cresce ma facilitÓ; l'inimicizia si rimette e spegne dove tu te armi e fortifichi non di sdegno e stizza, ma di umanitate e grazia. A tutte queste cose debbono e' maggiori delle famiglie aprire gli occhi e la mente, tendere el pensiero e l'animo, stare da ogni parte apparecchiati e pronti a prevedere e conoscere el tutto, durarvi fatica e sollecitudine, avervi grandissima cura e diligenza in far di dÝ in dÝ la giovent˙ pi˙ onesta, pi˙ virtuosa e pi˙ a' nostri cittadini grata.
"E sappino e' padri ch'e' figliuoli virtuosi porgono al padre in ogni etÓ molta letizia e molto sussidio, e nella sollecitudine del padre sta la virt˙ del figliuolo. La inerzia e desidia inrustichisce e disonesta la famiglia, i solleciti e officiosi padri la ringentiliscono. Gli uomini cupidi, lascivi, iniqui, superbi caricano le famiglie d'infamia, d'infortunii e di miserie. I buoni, per mansueti, moderati e umani che siano, se non saranno molto nella famiglia solliciti, diligenti, preveduti e faccenti in emendare e reggere la giovent˙, sappino che cadendo alcuna parte della famiglia, sarÓ forza a loro insieme ruinare, e quanto e' saranno in la famiglia con pi˙ amplitudine, fortuna e grado, tanto sentiranno in sÚ maggior fracasso. Le priete pi˙ che l'altre in alto murate son quelle che cadendo pi˙ s'infrangono. Per˛ siano e' maggiori al bene e onore di tutta la famiglia sempre desti e operosi, consigliando, emendando e quasi sostenendo la briglia di tutta la famiglia. NÚ per˛ Ŕ se non lodata, pia e grata opera con parole e facilitÓ frenare gli apetiti de' giovani, destare gli animi pigri, scaldare le volontÓ fredde a onorare sÚ stessi insieme e magnificare la patria e la casa sua. NÚ anche a me pare opera se non molto dignissima e facilissima nei padri delle famiglie a contenere con gravitÓ e modo, e ristrignere la troppa licenza della giovent˙; anzi da qualunque di sÚ stessi vorrÓ da' minori molto meritare serÓ cosa molto condecentissima mantenersi il pregio in sÚ della vecchiezza, el qual credo sia non altro che autoritate e reverenza. NÚ possono bellamente e' vecchi in altro miglior modo acquistare, accrescere e conservare in sÚ maggiore autoritÓ e dignitÓ, che avendo cura della giovent˙, traendola in virt˙, e renderla qualunque dÝ pi˙ dotta e pi˙ ornata, pi˙ amata e pregiata, e cosÝ traendola in desiderio di cose amplissime e supreme, tenendola in studii di cose ottime e lodatissime, incendendo nelle tenere menti amore di laude e onore, sedando loro ogni dissoluta volontÓ e ogni minima dislodata turbazione d'animo, e cosÝ estirpandogli ogni radice di vizio e cagione di nimistÓ, ed empiendogli di buoni ammaestramenti ed essempli, e non fare come usano forse molti vecchi dati alla avarizia, e' quali ove e' cercano e' figliuoli farli massai, ivi gli fanno miseri e servili, dove eglino stimano pi˙ le ricchezze che lo onore, insegnano a' figliuoli arti brutte e vili essercizii. Non lodo quella liberalitÓ quale sia dannosa senza premio di fama o d'amistÓ, ma biasimo troppo ogni scarsitÓ, e sempre mi spiacque ogni superchia pompa. Stiano e' vecchi adunque come communi padri di tutti e' giovani, anzi come mente e anima di tutto il corpo della famiglia. E come avere il piŔ negletto e nudo sarebbe disonore al viso a tutto l'uomo e vergogna, cosÝ e' vecchi e ciascuno maggiore in qualunque infimo di casa negligente sappia sÚ meritare gran biasimo, se in parte alcuna lascia la famiglia essere dissorevole o disonesta. Stia loro in mente essere de' vecchi prima faccenda intraprendere per ciascuno di casa, come que' buoni passati Lacedemoniesi che si riputavano padri e tutori d'ogni minore, e correggevano ciascuno tutti i disviamenti in qualunque loro giovane cittadino si fusse, e aveano i suoi pi˙ stretti e pi˙ congiunti carissimo e accettissimo fossero da qualunque altri stati fatti migliori. Ed era lode a' padri render grazia e merzŔ a chiunque si fusse, per far la giovent˙ pi˙ moderata e pi˙ civile, el quale n'avesse intrapreso alcuna opera. E con questa buona e utilissima disciplina de' costumi renderono la terra loro gloriosa, e ornoronla di fama immortale e meritata. Per˛ che ivi non era inimistÓ fra loro, ove gli sdegni e le inimicizie subito erano nascendo svelte e regittate; ivi una sola volontÓ fra tutti commune e operosa d'avere la terra ben virtudiosa e costumata. Alle quali cose tutti s'afaticavano quanto in loro era studio, forza e ingegno, e' vecchi con ammunire e ricordare e di sÚ stessi porgere lodatissimo essemplo, e' giovani ubidendo e imitando".
Se queste e molte pi˙ cose, quali soleva messer Benedetto recitare, tutte sono a' padri delle famiglie necessarie; se la cura del reggere la giovent˙ non solo ne' padri, ma negli altri ancora si conosce essere lodatissima, non sia adunque chi stimi non essere debito come degli altri padri cosÝ mio procurare con ogni argumento, ingegno e arte ch'e' miei a me figliuoli e carissimi rimangano quanto pi˙ si pu˛ alla fede e pietÓ de' parenti e di ciascuno racomandatissimi e gratissimi. E cosÝ, o figliuoli miei, veggo essere officio de' giovani amare e ubidire e' vecchi, riverire l'etÓ e avere e' maggiori tutti in luogo di padre, e rendergli come Ŕ dovuto grandissima osservanza e onore. Nella molta etÓ si truova lunga pruova delle cose, ed Ŕvvi el conoscere molti costumi, molte maniere e animi degli uomini, e stavvi l'aver veduto, udito, pensato infinite utilitati, e ad ogni fortuna ottimi e grandissimi rimedii. Nostro padre messer Benedetto, del quale uomo, come fo in ogni cosa, per˛ m'Ŕ debito ricordarmi, perchÚ in ogni cosa lui sempre cerc˛ da noi essere conosciuto prudentissimo e civilissimo, trovandosi con alcuni suoi amici in l'isola di Rodi, introrono in ragionamenti delle inique e acerbe calamitÓ della famiglia nostra, e iudicavano avesse la nostra famiglia Alberta dalla fortuna ricevuta iniuria troppo grande; e vedendo forse in qualcuno de' nostri cittadini qualche fiamma d'invidia e d'ingiusto odio essere incesa, accadde a ragionamento che messer Benedetto allora predisse alla terra nostra molte cose delle quali medesime giÓ n'abbiÓno non poca parte vedute. Ivi parendo a chi l'udiva cosa molto maravigliosa cosÝ apertamente predire quel che agli altri era udendo difficile compreendere, pregorono gli piacesse manifestarli donde egli avesse quel che cosÝ da lungi prediceva. Messer Benedetto, uomo umanissimo e facilissimo, sorridendo si discoperse alto la fronte e monstr˛ngli que' canuti, e disse: "Questi capelli di tutto mi fanno prudente e conoscente".
E chi ne dubitasse nella etÓ lunga essere gran memoria del passato, molto uso delle cose, assai essercitato intelletto a pregiudicare e conoscere le cagioni, il fine e riuscimento delle cose, e sapere coniungere da ora le cose presenti con quelle che furono ieri, e indi presentire quanto domani possa riuscirne, onde prevedendo apparisca e consÚguiti certo e accomodatissimo consiglio, e consigliando renda ottimo rimedio a sostenere la famiglia in stato riposato e rilevato, in qual sempre con fede e diligenza possa difenderla da qualunque subita ruina, e con forza e virilitÓ d'animo adirizzarla e ristituirla se giÓ fusse dagli urti della fortuna in parte alcuna commossa o piegata? L'intelletto, la prudenza e conoscimento de' vecchi insieme colla diligenza sono quelle che mantengono in fiorita e lieta fortuna e adornano di splendore e laude la famiglia. A chi adunque pu˛ questo ne' suoi, mantenerli in felicitÓ, reggerli contro all'infelicitÓ, sostenerli non senza ornamento a ogni fortuna, qual possano e' vecchi, debbase loro non aver grandissima riverenza?
Debbano adunque e' giovani riverire e' vecchi, ma molto pi˙ i propri padri, e' quali e per etÓ e per ogni rispetto troppo da' figliuoli meritano. Tu dal padre avesti l'essere e molti principii ad acquistare virt˙. El padre con suo sudore, sollecitudine e industria t'ha condutto ad essere uomo in quella etÓ, quella fortuna, e a quello stato ove ti truovi. Se tu se' obligato a chi nella necessitÓ e miseria tua t'aiuta, certo a chi quanto potÚ mai te lasci˛ patire alcuno minimo bisogno, a quello sarai obligatissimo. Se e' si debba ogni pensiero, ogni tua cosa, ogni fortuna coll'amico communicare, sofferire sconcio, fatica e sudore per chi ti porta amore, molto pi˙ pel padre tuo a chi tu se' pi˙ che alcuno altro carissimo, e quasi pi˙ che a te stesso obligatissimo. Se dell'avere, del bene, delle ricchezze tue, gli amici e conoscenti tuoi debbono in buona parte goderne, molto pi˙ il padre, dal quale tu hai avuto se non la roba la vita, non la vita solo ma il nutrimento tanto tempo, se none il nutrimento l'essere e il nome. Adunque sia debito a' giovani referire co' padri e co' suoi vecchi ogni volontÓ, pensiero e ragionamento suo, e di tutto con molti consigliarsi, e con quegli in prima a' quali conoscono sÚ essere pi˙ che agli altri cari e amati, udirgli volentieri come prudentissimi ed espertissimi, seguire lieti gli amaestramenti di chi abbia pi˙ senno e pi˙ etÓ. NÚ siano e' giovani pigri ad aiutare ogni maggiore nella vecchiezza e debolezze loro; sperino in sÚ da' suoi minori quella umanitÓ e officio quale essi a' suoi maggiori aranno conferita. Per˛ siano pronti e diligentissimi cercando di dargli in quella stracchezza della lunga etÓ conforto, piacere e riposo. NÚ stimino a' vecchi essere alcuno piacere o letizia maggiore quanto Ŕ in loro di vedere la giovent˙ sua ben costumata e tale che meriti d'essere amata. E di certo niuno sarÓ maggior conforto a' vecchi quanto di vedere quelli in chi lungo tempo hanno tenuto ogni loro speranza ed espettazione, quelli per chi hanno avuti sempre i suoi desiderii curiosi e solleciti, questi vederli per loro costumi e virt˙ esser pregiati, amati e onorati. Molto sarÓ contenta quella vecchiezza quale vedrÓ ciascuno de' suoi adritto e avviato in pacifica e onorevole vita. Sempre sarÓ pacifica vita quella de' molto costumati; sempre sarÓ onorevole vita quella de' virtuosi. Da cosa niuna tanto segue alla vita de' mortali gran perturbazione quanto da' vizii.
Per˛ sia vostro officio, o giovani, con virt˙ e costumi cercare di contentare e' padri e ogni vostro maggiore come nell'altre cose cosÝ in queste, le quali sono in voi lodo e fama, e a' vostri rendono allegrezza, voluttÓ e letizia. E cosÝ, figliuoli miei, seguite la virt˙, fuggite e' vizii, riverite e' maggiori, date opera d'essere ben voluti, fate di vivere liberi, lieti, onorati e amati. El primo grado a essere onorato si Ŕ farsi voler bene e amare; el primo grado ad acquistar benivolenza e amore si Ŕ porgersi virtuoso e onesto; el primo grado per adornarsi di virt˙ si Ŕ avere in odio e' vizii, fuggire i viziosi. Volsi adunque sempre aversi apresso de' buoni lodati e pregiati, nÚ partirsi mai da quelli onde abbiate essemplo e dottrina ad acquistare e appreendere virt˙ e costume. E doveteli amare, riverire, e dilettarvi d'essere da tutti conosciuti senza alcuno biasimo. Non siate difficili, non duri, non ostinati, non leggeri, non vani, ma facilissimi, trattabili, versatili, e quanto s'appartenga nella etÓ pesati e gravi, e quanto in voi sia cercate con tutti essere gratissimi, e inverso e' maggiori quanto molto si pu˛ reverenti e ubidenti. Suole la umanitÓ, mansuetudine, continenza e modestia ne' giovani non poco essere lodata; ma verso e' maggiori la riverenza ne' giovani sempre fu grata e molto richiesta.
Non dir˛ per millantarmi, ma ben per darvi domestici essempli, e' quali vi siano pi˙ ad animo udirgli e pi˙ a mente a ricordarvene che gli strani. Non mi ramenta in luogo alcuno, dove Ricciardo nostro fratello, o de' nostri altri di pi˙ etÓ di me fossero, ch'io mai volessi ivi essere veduto o sedere o starmi senza rendergli grandissima riverenza. Mai fra pi˙ gente nÚ in alcuno luogo publico fu chi appresso de' miei maggiori mi vedesse se non ritto e aparecchiato se cosa mi volessino comandare. Dovunque io gli avessi veduti, sempre levavo me verso loro e discoprivami ad onorarli, e dovunque io gli trovassi, era mio costume lasciare adrieto ogni mio sollazzo e compagnia per essere co' maggiori, rendergli onore e acompagnarli. NÚ sarei mai ritrattomi da loro, nÚ reduttomi tra' giovani amici, se prima come da padre non avea impetrata licenza. Ed era di questa mia osservanza e subiezione non da' vecchi tanto, ma da' giovani ancora non biasimato, e a me parea averne fatto el debito mio, chÚ fare il contrario, non aggradire, non pregiare, non sottoaversi a' maggiori arei riputatomi a vergogna e biasimo. E pi˙ in ogni cosa a me sempre parse dovere con Ricciardo come sempre feci, apertomi con lui, consigliatomi, riputatolo come padre, tanto mi stava in animo essere debito degnare e onorare l'etÓ.
Sarete adunque quanto vi conforto verso e' maggiori molto riverenti, e quanto in voi stessi potrete virtuosi. NÚ guardate, figliuoli miei, che la virt˙ in vista sia forse duretta e aspretta, gli altri disviamenti in primo aspetto sieno proclivi e dilettosi, imperochÚ adentro vi si truova questa tra loro grandissima differenza: nel vizio abita pi˙ pentimento che contentamento, pi˙ vi surge dolore che piacere, pi˙ vi truovi perdimento da ogni parte che utile. Nella virt˙ tutto contra, lieta, graziosa e amena, sempre ti contenta, mai ti duole, mai ti sazia, ogni dÝ pi˙ e pi˙ t'Ŕ grata e utile. E quanto in te saranno buoni costumi e intere ragioni, tanto sarai pregiato e lodato, e da' buoni ben voluto, e godera'ne fra te stesso. E se conoscerai te non essere non uomo, e non vorrai umanitate alcuna essere da te lontana, certo arai non pochissima parte di vera felicitÓ in te stessi. Questo pu˛ la virt˙ per sÚ sola, rendere beato e felice chi con tutto l'animo e tutte l'opere dedica sÚ a seguire e osservare ogni erudimento e precetto col quale alontani sÚ da' vizii e fugga ogni rio costume e cosa non lodata.
Io sono di quelli che vorrei pi˙ tosto, figliuo' miei lasciarvi per ereditÓ virt˙ che tutte le ricchezze, ma questo non sta in me. Quello che in me stimai licito, sempre mi sono operato darvi ogni principio, aiuto e modo con che voi conseguiate molta lode, assai grazia e grande onore. A voi sta usare l'ingegno avete da natura, credo non piccolo, nÚ debole, e farlo migliore con studio ed essercizio di buone cose, e con molta copia di buone arti e lettere. E la fortuna, la quale io vi lascio, dovete adoperarla e distribuirla in que' modi tutti siano utili a farvi grati come a' vostri, ancora simile a ogni strano. E' mi par ben potere per˛ dubitare che desiderarete qualche volta avermi in vita, figliuoli miei; forse patirete degli affanni e necessitÓ, quale essendoci io, manco vi nocerebbono, chÚ a me non Ŕ nuovo quello possa la fortuna ne' deboli anni negli animi inesperti de' giovani, a' quali manca e consiglio e aiuto. Ed Ŕmmi essemplo la casa nostra, la quale abonda di prudenza, ragione ed esperienza, fermezza, virilitÓ e constanza d'animo; pure conosce in queste nostre avversitÓ quanto con sua furia e iniquitÓ la fortuna in qualunque saldo consiglio, e in qualunque ferma e ben constituta ragione vaglia. Ma siate di forte e intero animo. Le avversitÓ sono materia della virt˙. E chi Ŕ colui el quale di sua fermezza d'animo, di sua constanza di mente, di sua forza d'ingegno, di sua industria e arte vaglia di sÚ nelle seconde e quiete cose, nell'ozio e tranquillitÓ della fortuna, tanto meritare e acquistare laude e nome quanto nella avversa e difficile? Per˛ vincete la fortuna colla pazienza, vincete la iniquitÓ degli uomini collo studio delle virt˙, adattatevi alle necessitati e a' tempi con ragione e prudenza, agiugnetevi all'uso e costume degli uomini con modestia, umanitÓ e discrezione, e sopratutto con ogni vostro ingegno, arte, studio e opera, cercate molto in prima essere, e apresso parere virtuosi. NÚ a voi sia pi˙ caro, nÚ prima desiderata alcuna cosa che la virt˙, e in voi stessi arete statuito sempre alla scienza e sapienza posporre ogni altra cosa, e indi ogni utile della fortuna apresso di voi riputerete da non molto essere pregiato. E ne' vostri desiderii lo onore solo e la fama si vendicaranno e' primi luoghi, nÚ mai posporrete le lode alle ricchezze e per asseguire onore e pregio niuna cosa benchÚ ardua e laboriosa mai vi parrÓ da nolla intraprendere e proseguire, e delle fatiche vostre basteravvi aspettare non altro che grazia e nome. NÚ dubitate che chi Ŕ virtuoso, quando che sia troverrÓ frutto dell'opere sue, nÚ vi sfidate con perseveranza e assiduitÓ durare in studii di buone arti, in pervestigazioni di cose rarissime e lodatissime, e in apprendere e tenere buone dottrine e discipline, chÚ un tardo renditore spess'ora ne suole venire con molta usura.
NÚ a me spiace in voi che 'nsino da questa puerile e tenera etÓ abbiate apparecchiata non mezzana materia ad essercitarvi e ad imparare opporsi e sostenere gl'impeti degli avversi casi umani. Lasciovi in essilio e senza padre, fuori della patria e della casa vostra. Fievi lodo, figliuoli miei, ne' teneri e deboli anni, se none in tutto, in parte almanco traiettarvi a superare la durezza e asprezza delle necessitati, e nella ferma etÓ a voi sarÓ quasi meritato in voi stessi triunfo, se arete in ogni vita saputo poco temere la malignitÓ e vincere l'ingiuria della fortuna. E da ora stimate quanto in voi non mancherÓ diligenza, sollecitudine e amore alle cose pregiate e oneste, tanto rarissimo v'acaderÓ desiderare la presenza mia e molto meno l'aiuto degli altri mortali. Chi in sÚ arÓ virt˙, a costui pochissime altre cose di fuori saranno necessarie. Troppo ampla ricchezza, troppo grande possanza, troppo singulare felicitÓ risiede in colui el quale saprÓ essere contento solo della virt˙. Beatissimo colui el quale si porge ornato di costumi, forte d'amicizie, copioso di favori e grazia fra' suoi cittadini. Niuno sarÓ pi˙ in alta e pi˙ ferma e salda gloria, che costui el quale arÓ sÚ stessi dedicato ad aumentare con fama e memoria la patria sua, e' cittadini e la famiglia sua. Costui solo meriterÓ avere il nome suo apresso de' nipoti suoi pien di lode e famoso e immortale, el qual d'ogn'altra cosa fragile e caduca ne giudicherÓ quanto si debba, da nolla curare e da spregiarla, solo amerÓ la virt˙, solo seguirÓ la sapienza, solo desiderrÓ intera e corretta gloria. Qui, figliuoli miei, nella virt˙, nelle buone arti, nelle lodate discipline sarÓ vostro officio essercitarvi, e dare opera che per voi non manchi di venire tali quali costoro aspettano voi siate e desiderano. CosÝ fate, cercate in qualunque onesto modo, con tutte le fatiche, con molto sudore, con ogni forza e industria meritare apresso di costoro lodo e grazia, e insieme apresso degli altri benivolenza, dignitÓ e autoritÓ, e apresso de' nipoti e di chi de' nipoti verrÓ memoria di voi, di vostri singulari detti e fatti e opere.
E siate di migliore animo. Qui Ŕ Adovardo, e Lionardo, e saracci Ricciardo, a' quali spero sarete racomandati. Io conosco la natura di ciascuno di casa nostra Alberta molto amorevole, e stimo non vorranno essere riputati sÝ duri, nÚ sÝ spiatati che non aiutassero e' suoi vedendo essercitarvi in virt˙. CosÝ vi priego, Adovardo e tu Lionardo; voi vedete l'etÓ di questi garzoni, conoscete el pericolo della giovent˙, gustate el bene e onore di casa; siate adunque solliciti, pigliatene ciascuno di voi tutta la somma fatica. Egli Ŕ debito a tutti studiare che nella casa crescano ingegni con virt˙ e fama. PerchÚ piace egli onorare chi giÓ sia caduto di vita con sepulcri, ornarli con quelle superchie e a' passati inutile pompe de' mortorii, se non perchÚ la piatÓ e officio de' vivi sia lodata e approvata? Se cosÝ credete, non serÓ egli necessario molto pi˙ ornare e onorare e' vivi, contribuirvi, concorrere ove bisogna a pignerli inanti e statuirli in luogo prestante e famoso a tutta la famiglia. Non per˛ voglio s'intenda questo esser ditto perchÚ io stimi tanta cosa in alcuno di costoro due miei, ma pure sarÓ vostra faccenda monstrare che questo mio racomandarvegli, qual fo in presenza, doppo me gli sia giovato.
CosÝ aveva detto Lorenzo. Adovardo e Lionardo stavano muti, intenti, ascoltando. In questi ragionamenti e' medici sopragiunsero e consigliorono Lorenzo alquanto si riposasse. CosÝ fece. Asettossi, e noi usciti fuori in sala: - Chi potrebbe stimare, - disse Adovardo, - se none chi in sÚ stessi lo pruova, quanto sia l'amore de' padri inverso a' figliuoli grande e veemente? Ciascuno amore a me pare non piccolo. Sonsi veduti molti e' quali hanno esposto la roba, el tempo e ogni suo fortuna, e sofferte ultime fatiche, pericoli e danni, solo per dimonstrare quanto in sÚ sia fede e merito inverso dello amico. E dicesi essere stato chi per desiderio delle cose amate, stimando sÚ giÓ esserne privato, non ha sofferto pi˙ restare in vita. E cosÝ sono le storie e la memoria degli uomini piene di queste forze, le quali simili affezioni d'animo in molti hanno provate. Ma per certo non credo amore alcuno sia pi˙ fermo, di pi˙ constanza, pi˙ intero, nÚ maggiore che quello amore del padre verso de' figliuoli.
Ben confesserei a Platone que' suoi quattro furori essere nell'animo e mente de' mortali molto possenti e veementissimi, quali e' ponea de' vaticinii, de' ministerii, de' poeti e dell'amore. E cosÝ la passione venerea molto pi˙ in sÚ mi par feroce e furiosissima. Ma vedesi quello non rade volte per disdegno, per disuso, per nuova volontÓ, o per che altro si sia, scema, perisce e quasi sempre di sÚ lascia inimistÓ. NÚ anche ti negherei la vera amicizia star legata d'uno amore bene intero e ben forte. Ma non credo per˛ ivi sia maggiore, nÚ pi˙ officiosa e ardente affezione d'animo che quella la quale da essa vera natura nelle menti de' padri tiene sua radice e nascimento, se giÓ a te altro non paresse.
LIONARDO A me non acade giudicare quanto ne' padri verso de' suoi nati sia l'animo affezionatissimo, perchÚ io non so questo avere figliuoli, Adovardo, che piacere o che dolcezza e' si sia. Ma quanto da lungi compreenda per coniettura, ben mi pare giustamente potere essere di questa tua sentenza, e dire che l'amore del padre per pi˙ rispetti sia troppo grandissimo; come d'altronde, cosÝ vedendo da ora con quanta opera e con quanta tenerezza Lorenzo testÚ ci racomandava questi suoi, non perchÚ essistimasse necessario rendere a noi pi˙ grati costoro, e' quali conosce ci sono gratissimi, ma credo quel fervore del paterno amore lo traportava, e non gli parea che uomo alcuno, per sollecitissimo, curiosissimo, prudentissimo che sia, possa abastanza negli altrui figliuoli avere quanto riguardo e consiglio l'amore de' padri vi desidera. E dicoti el vero, quelle parole di Lorenzo testÚ movevano me non pi˙ lÓ se non quanto mi pareva giusto e ragionevole avere pensiero e buona diligenza de' pupilli e della giovent˙ di casa. Pure io non poteva alle volte ritenere le lacrime. Te vedevo io stare tutto astratto; parevami pensassi fra te stesso molto pi˙ oltre che io in me forse non faceva.
ADOVARDO Or cosÝ era. Ogni parola di Lorenzo premeva me parte a pietÓ, parte a compassione. Conoscermi ancora me essere padre, a' figliuoli d'un amico, parente buono amorevole, a quelli che per sangue mi debbono essere cari, e tanto pi˙ poichÚ e' sono a noi stati racomandati, non far quel medesimo loro che a' miei, non essere inverso di loro animato come a' propri miei figliuoli, veramente, Lionardo, sarei non buono parente nÚ vero amico, anzi mi giudicaresti spiatato, fraudulento e bene di cattivissima condizione, sare'ne biasimato, infame. E chi non dovesse de' pupilli avere piatÓ? E chi non dovesse avere sempre inanzi agli occhi quel padre di questi orfani, quel medesimo tuo amico, e quelle ultime parole inscritte nel cuore, quali coll'ultimo spirito quel tuo, quel parente e amico ti racomanda la pi˙ carissima cosa sua, e' figliuoli, fidasi di te, lasciali nel grembo, nelle braccia tue? Quanto io, Lionardo mio, sono di questo animo, che inanzi che io lasci costoro qui avere minimo disagio alcuno, prima patir˛ che a' miei proprii ogni cosa manchi. Delle necessitÓ de' miei io solo n'ho a conoscere, ma de' mancamenti in chi m'Ŕ racomandato n'arÓ ogni buono, ogni piatoso, ogni discreto a giudicare. E cosÝ a noi Ŕ debito satisfarne alla fama, allo onore, al ben vivere e a' costumi. E stimo cosÝ: chi o per avarizia, o per negligenza lascia uno ingegno atto e nato a conseguire pregio e onore perire, costui merita non solo riprensione, ma ben grandissima punizione. S'egli Ŕ poco lodo non custodire, non tenere pulito e in punto el bue, la giumenta; e s'egli Ŕ biasimo, per inutile ch'ella sia, lasciare la bestia per tua negligenza perire, chi uno umano ingegno terrÓ sommerso fra le necessitati e malinconie, disonorato, arallo a vile, patirÓ per sua inerzia e strettezza che manchi e perisca, non sarÓ costui degno di grandissima riprensione? SarÓ egli da nollo stimare ingiusto e inumanissimo? Ah! guardisi di tanta crudeltÓ, tema la vendetta d'Iddio, oda quel publico espertissimo e verissimo proverbio quale si dice: "chi l'altrui famiglia non guarda, la sua non mette barba".
LIONARDO Ben veggio in parte quanto sia sollecita cosa l'essere padre. Le parole di Lorenzo mi pare abbino te pi˙ a lungi tutto commosso che io non istimava. Questo tuo ragionamento mi tira lÓ, credo, dove sta l'animo a te sopra a' fanciulli tuoi. E mentre che tu ragionavi, testÚ mi parse dubitare fra me stessi qual fusse pi˙ o la cura e sollecitudine de' padri verso e' figliuoli, o il piacere e contentamento in allevare e' nati. Della fatica non dubito io, ma credo per˛ essa sia non ultima cagione a voi padri farvi e' figliuoli pi˙ carissimi. Veggo da natura quasi ciascuno ama l'opere sue, el pittore e il scrittore, e il poeta; el padre molto pi˙, stimo, perchÚ pi˙ vi dura richiesta e pi˙ lunga fatica. Tutti cercano l'opere sue piaccino a molti, sieno lodate, stiano quanto sia possibile eterne.
ADOVARDO SÝ bene, quello in che tu se' affaticatoti pi˙ t'Ŕ caro. Ma pure egli Ŕ da natura ne' padri non so come una maggior necessitÓ, uno tale appetito d'avere e allevare figliuoli, e apresso prenderne diletto di vedere in quelli espressa la imagine e similitudine sua, dov'elli aduni tutte le sue speranze, e indi aspetti nella sua vecchiezza averne quasi uno presidio fermo, e buono riposo alla giÓ stracca e debole sua etÓ. Ma chi vorrÓ tutto ripensare seco e considerare, troverrÓ che in allevare e' figliuoli sono sparse molte e varie malinconie, e vederÓ come stanno e' padri sempre sospesi coll'animo, qual faceva apo Terrenzio quel buono Mizio perchÚ il figliuolo suo non era tornato ancora. Che pensieri erano e' suoi? Che sospetti gli scorrevono per l'animo? Quante paure lo premevano? Temea che il figliuolo non si trovassi caduto ove che sia, o rotto o fiaccatosi qualche cosa. Va! ha! che alcuno uomo si metta in animo a sÚ cosa cara pi˙ che sÚ stesso, e cosÝ c'interviene. Stiamo sempre coll'animo al presente sollicito e timoroso, o col pensiero innanzi molto a lungi desto e pauroso a scoprire ogni via per la quale noi pensiamo guidare e' nostri a buona fortuna. E se la natura non richiedesse da' padri questa sollicitudine e cura, credo sieno pochi e' quali non si pentissino avere figliuoli. Vedi l'uccello e gli altri animali che fanno solo quanto in loro comanda la natura, durano fatica in finire il nido, le cove, il parto, e stanno obligati e faccendosi a guardare, difendere e conservare quello che Ŕ nato, aggirano solleciti per pascere e nutrire que' deboli suoi picchini, e cosÝ tutti questi e molti pi˙ altri affanni in sÚ grandi e gravi el debito della natura ce gli alleggerisce. E quello che a te sarebbe spiacere e sconcio incarco, pare che a noi padri sia grata, condecente e lieta soma, essendoci quasi naturale necessitÓ. E che per˛ pi˙ de' figliuoli che d'ogni altra cosa? Io nella vita de' mortali non so in che non sia tanto di male quanto di bene. Le ricchezze sono riputate utili e da volerle, pur si pruova quanto sieno piene di pensieri e malinconie. E sono le signorie riverite e temute, e pur si vede manifesto quanto sieno cariche di sospetti e paure. E pare che ad ogni cosa corrisponda il suo contrario; alla vita la morte, alla luce le tenebre; nÚ puossi avere l'uno senza l'altro. CosÝ acade de' figliuoli, ne' quali sta niuna speranza non accompagnata di molto desperare, nÚ ivi truovi dolcezza alcuna o letizia senza qualche tristezza e amaritudine. Quanto e' ti pi˙ crescono in etÓ, non nego, tanto e' ti portano allegrezza e' figliuoli, ma insieme altretante maninconie ti s'aumentano. E negli animi umani si sentono pi˙ le miserie che la felicitÓ, meno le voluttÓ e letizie che e' dolori e acerbitÓ, per˛ che queste pi˙ veementi pungono e premono, quelle pi˙ soavi ti solleticano. E convienti avere de' figliuoli in ogni etÓ pensiere e persino dalle fasce; ancora e vie maggior sollecitudine quando e' ti crescono, e molta, infinita pi˙ diligenza quando e' vengono pi˙ grandicelli, e molto pi˙ ancora e pi˙ cura e opera quando e' vengono di pi˙ etÓ. Per˛ non dubitare, Lionardo, che l'essere padre non sia cosa non solo sollicita, ma pienissima di maninconia.
LIONARDO Io posso in voi padri credere cosÝ sia come altrove. Sempre veggo la natura da ogni parte sollecita a provedere che ogni cosa procreata sÚ stessi conservi, ricevendo da chi la produsse nutrimento e aiuto a perseverare in vita e a porgere le sue utilitati in luce. Veggo nelle piante e arbuscelli quanto le radici attraggono e distribuiscono alimento al tronco, el tronco a' rami, e' rami alle frondi e a' frutti. CosÝ forse sarÓ da stimare naturale a' padri che nulla lascino adrieto per nutrire e mantenere quelli che sono di sÚ usciti e per sÚ nati. E confesso a voi padri essere non se non debito avere cura e sollecitudine per bene allevare i vostri nati. NÚ ora ti domando se quella cosÝ fatta sollecitudine a' padri sia naturale necessitÓ, o pure quasi come nato e cresciuto amore da que' piaceri e da quelle speranze, quali si pigliano e' padri dagli atti e presenza de' figliuoli; giÓ che non rarissimo si vede uno amerÓ questo pi˙ che quello suo figliuolo, e di cui forse gli parerÓ possa pi˙ sperarne, in questo tale sarÓ pi˙ curioso a ornarlo, pi˙ liberale e facile a compiacergli. E ancora si vede tutto il dÝ chi poco cura il suo figliuolo vada in lontani e strani paesi stracciato fra le stalle, fra' disagii, in mezzo a' pericoli, e dove, qual pi˙ gli debba dispiacere, forse diventi vizioso e incorrigibile. Ma non sia per ora nostra contenzione investigare che principii, crescimenti o fini in sÚ abbia ciascuno amore. NÚ anche cerchiamo onde ne' padri verso i suoi nasca alcuna disparitÓ d'amore, chÚ mi potresti rispondere l'essere vizioso viene da corrotta natura e depravato ingegno. Per˛ la natura medesima, la quale in tutte le cose cerca convenienza e perfezione, disiunge e priva e' viziosi figliuoli dal vero amore e dalla intera caritÓ de' padri. E anche forse hanno e' padri una o un'altra lode pi˙ cara ne' figliuoli che tenersegli in mezzo a' domestichi ozii e vezzi, o quello ti paresse rispondermi credo sarebbe lungo ragionamento.
E qui, non per contradirti, ma solo per certificarmi ove tu dicevi che sino dalla fascia e' padri truovano ne' figliuoli sÝ gravissime maninconie, non mi persuade che uno savio padre debba pigliarsi ad animo nonchÚ tristezza, ma nÚ incarco alcuno di molte altre cose, e di questo in prima quale s'appartiene alle femmine, alla nutrice, alla madre pi˙ troppo che al padre. Stimo tutta quella etÓ tenerina pi˙ tosto devuta al riposo delle donne, che allo essercizio degli uomini. E quanto io, sono di quelli che vorrei mai nÚ trassinare e' picchini, nÚ vederli troppo da' padri, come talora li veggo, palleggiare. Stolti, che poco stimano con quanti infiniti pericoli e' puerelli stiano nelle dure braccia de' padri, a' quali piccola cosellina sconcia e distorce quelle ossicine tenerucce, e raro si pu˛ stringerli o maneggiarli senza grandissimo modo che non si gli travolga e disvolghi qualche membro, come per questo talora si ritruovano bistorti e bilenchi. Adunque sia questa prima etÓ in tutto fuori delle braccia de' padri, riposisi, dorma nel grembo della mamma.
Quella etÓ poi che a questa segue, ne viene con molto diletto, col riso di tutti, e giÓ cominciano a proferire e con parole in parte dimonstrare le voglie sue. Tutta la casa ascolta, tutta la vicinanza riferisce, non manca ragionarne con festa e giuoco, interpetrando e lodando quel fece e disse. E giÓ si vede gemmare e apparire in quella come primavera di quella etÓ, nel viso, nell'aria, nelle parole e ne' loro modi infinite buone speranze, grandissimi segni di sottilissimo intelletto e di profondissima memoria, e cosÝ per tutti se ne dice ch'e' putti sono conforto e giuoco a' padri e a' suoi vecchi. NÚ credo si truovi sÝ obligato di faccende, nÚ sÝ carco di pensieri padre alcuno a chi non sia la presenza de' fanciulli suoi molto sollazzosa. Catone, quel buono antico, qual fu per sopranome savio chiamato, e riputato quanto era in tutte le cose constantissimo e severissimo, si dice spesso interlassava l'altre grandissime e publice e private sue faccende el dÝ, tornando molte volte a rivedere que' suoi piccinini, tanto gli parea non acerbo e doglioso avere figliuoli, ma dolce e dilettoso vedere el riso, udire le parole, godere di tutti que' vezzi pieni di molta simplicitÓ e suavitÓ, quali sono sparti nella fronte di quella pura e dolce prima etÓ. Se adunque cosÝ Ŕ, Adovardo, se le sollecitudine de' padri sono e piccolissime e con molto diletto, tutte piene d'amore e di buona speranza, di riso, di festa e giuoco, queste vostre maninconie in che sono elle? Gioverammi saperne ragionare.
ADOVARDO A me sarebbe molto caro tu, come in parte so io, per pruova sapessi ragionarne. Ben mi duole di voi non pochi giovani Alberti, e' quali vi trovate senza eredi, senza avere quanto potresti accresciuta la famiglia e fattola molto populosa. Che Ŕ questo a dire? - che io annoverava pochi dÝ fa non meno che venti e due giovani Alberti vivere soli senza compagna, non aver moglie, niuno manco che sedici, niuno pi˙ che anni trenta e sei. Duolmene certo e veggo quanto sia danno grandissimo alla famiglia nostra se tanto numero di figliuoli, quanto da voi giovani si richiede, mancherÓ; chÚ giudico da volere prima sostenere ogni sconcio e ogni dispiacere che patire qui la famiglia rimanga sola, senza vedere chi succeda nel luogo e nome de' padri. E perchÚ io vorrei che tu in prima fra gli altri fussi uno di quelli el quale, come fai di fama e nome, cosÝ di figliuoli simili a te riempiessi e aggrandissi la famiglia Alberta, per˛ mi ritemo persuaderti cosa alcuna onde tu avessi da dubitare e ritrarti. ChÚ credo assai da presso ti monstrerrei le maninconie de' padri per ogni etÓ essere non poche, nÚ poco acerbe e dure, e vederesti negli affezionatissimi padri da quella prima etÓ nascere non sempre giuoco e riso, ma spesso tristezza e lacrime. E anche non negheresti a' padri stare grande affezioni, grande sollecitudini, molto prima ch'e' figliuoli ci portino riso o sollazzo alcuno. Convienci pensare molto innanzi a ritrovare buona balia, cercarne con molta opera per averla a tempo, investigare ch'ella non sia inferma nÚ scostumata, e porvi mente e diligenza ch'ella sia vacua, libera e netta di que' vizii e di quelle macule quali infettano e corrompono il latte e il sangue; e pi˙ abbiamo da procurarla tale che in casa seco porti nÚ scandolo nÚ vergogna. Sarebbe lungo racontare quanto riguardo qui sia a noi padri necessario, quanta fatica per ciascuno in tempo vi si duri prima che truovi quanto si conviene onesta, buona e faccente balia. NÚ forse crederresti quanto sia maninconia, ripetio e rimordimento d'animo nolla trovare a tempo, o nolla avere poi sufficiente, le quali cose pare che ne' maggiori bisogni pi˙ sempre manchino. E sai quanto sia nella inferma e scostumata balia pericolo come di lebra, epilenzia, e cosÝ di tutte quelle gravissime infermitati, quali si dice possono venire dalla poppa; e anche sai quanto siano rare le buone nutrice e da molti richieste.
Ma che vado io pure racontando ogni minima cosa? PoichÚ m'Ŕ pi˙ caro stimi e' figliuoli siano, come a dire il vero sono, a' padri grandissimo sollazzo, que' piccini vederli lieti atornoti, maravigliarti d'ogni loro atto e parola, riputarla da grande sentimento, prometterti fra te stesso assai buona speranza. Una cosa forse pu˛ far piccole queste dolcezze e renderti molto maggiori e pi˙ cocente cure all'animo. Stima tu a chi duole vederli piangere se forse cadendo un poco si li percuotono le mani, quanto gli sarÓ molesto pensare che pi˙ fanciulli di quella etÓ che d'ogni altra periscono. Pensa quanto gli sia acerbitÓ aspettare d'ora in ora essere privato di tanta voluttÓ. Anzi mi pare questa etÓ prima esser quella che da ogni parte sparge le molte e grandissime maninconie, e quasi solo questa si vede piena di vaiuoli, fersa e rosolia, nÚ mai sta senza crudezze di stomaco, al continuo giace deboluzza, e sempre langue carca di molte altre infermitÓ, quali nÚ tu conosci, nÚ quelli picchini ti sanno dirle, onde in te stimi ogni loro piccolo male essere grandissimo e tanto maggiore quanto ti sfidi come a non conosciuta malattia vi si possa dare vero e utile rimedio. Per˛ ogni minima dogliuzza de' figliuoli nell'animo de' padri tiene grandissimo tormento.
LIONARDO Troppo aresti tu caro, Adovardo, ch'io non potessi pi˙ come colui dire quello che si riputa felicissima cosa: "mai ebbi moglie". Ben sai tu se io vi sono di buono e ardente animo, e credo non fastidia te che a me siano da molti, quanto troppo spesso sono, l'orecchie riscaldate. E veggo non t'Ŕ a odio che chi non ha che dirmi, chi altrimenti si truova povero di parole, mancandogli ogni altra trama a ragionare, entri a cinguettare a darmi moglie, e qui effunda grandissimi fiumi d'eloquenza in demonstrarmi e lodarmi el coniugio, la societÓ constituta da essa primeva natura, la procreazione de' successori eredi, l'accrescimento e amplificazione della famiglia, comandandomi "to' questa o quella nella quale non hai da disiderarvi o pi˙ dota, o maggior bellezze, o migliore parentado". E cosÝ spesso con troppa loro presunzione, ove cercano incendermi volontÓ di non starmi libero come mi sto, incendono in me qualche iusta indegnazione. E pur vorrei anch'io testÚ non trovarmi senza moglie, e arei caro aver figliuoli, acci˛ che in te non fusse tanto avantaggio pi˙ che a me che io non potessi refutare l'autoritÓ tua per pruova quanto con argomenti. E sallo Dio e anche tu quanto io vi sia d'animo fervente, e come spesso e teco e con altri abbiamo ricercato trovare cosa ci s'affaccia. Ma che disaventura sia la nostra certo mi pesa. Quelle vergine quale gusterebbono a te dispiaceno a me. Quelle che a me forse non sarebbono moleste, a voi altri mai pare si condicano, e cosÝ mi si rimane l'animo ardentissimo, non tanto d'avere nella famiglia el luogo e il nome mio doppo me non ispento e anullato, ma anche molto pi˙ mi sta el volere omai uscire di tanta seccaggine di tutti gli amici e conoscenti a chi, non so per che invidia, la libertÓ mia del starmi senza femmina dispiace. Ma io temo a me non intervenga come si scrive apo gli antichi di quel fonte sacro in Epiro, nel quale un legno infiammato si spegne, e uno spento e freddo vi si raccende. Per˛ forse sarÓ il meglio voi lasciate me da me stesso infiammato satisfarvi, o se pure credete il vostro dire in me faccia utile opera alcuna, consigliovi aspettiate questo mio ardente desiderio del t˘r donna si rafreddi.
Ma noi abbiamo riso assai. Quanto se io avessi fanciugli, io non mi piglierei quella fatica di cercare altra nutrice che la loro medesima madre. E' mi ramenta Favorino, quel filosofo d'Aulo Gelio, e tutti gli altri antichi quanto e' lodan pi˙ el latte della madre che alcuno altro. Forse questi medici appongano che dare el latte le indebolisce e falle talora sterile. Ma pure io posso credere dalla natura sia bene a tutto proveduto, e debbasi stimare non sanza cagione, ma bene con gran ragione quanto si vede insieme colla grossezza ivi nascere in copia e multiplicarsi el latte, quasi come la natura stessa ci apparecchi al bisogno e dicaci quanto a' figliuoli dalle madri aspetti. Piglierei questa licenza se la donna per sinistro alcuno fusse diventata debole: io provederei, come tu di', d'avere balia buona, esperta e costumata, non per lasciar pi˙ ozio alla donna, non per torgli quella verso de' figliuoli devuta faccenda, ma per dare meno tristo nutrimento al fanciullo. E credo il vero che, oltre a quelle infermitÓ, quali tu dicevi potevano dal corrotto latte venire, ancora pi˙ la nutrice non onesta, non costumata, sarÓ sufficiente ne' costumi del fanciullo nuocere e inclinallo a' vizii ed empierli l'animo di furiosi e bestiali passioni come d'iracundia, timiditÓ, spaventi e simili mali. E credo se la balia o da sÚ fia, o per uso di vini troppo fumosi e pretti, o per altri riscaldamenti d'animo focosa, e arÓ il sangue suo infiammato e riarso, forse sarÓ facile in colui, el quale arÓ da costei preso nutrimento cosÝ acceso e adusto, conseguirli l'animo proclive e incitato ad ira, immanitÓ e bestialitÓ. E cosÝ ancora pu˛ la lattatrice male contenta, piena di rancore e gravezza d'animo, rendere quel fanciullo pigro ed enervato e timido, e cosÝ tali simili cagioni possono assai ne' primi tempi. Vedesi uno arborcello non avendo donde e' pigli nutrimento appropriato a sÚ e ne' primi bisogni quanto si doveva copia d'aere e umiditÓ, lo fa di poi stare sempre languido e seccuccio. E pruovasi che piccola piagolina a uno tenero rampollo pi˙ nuoce che due grandi squarciature a uno annoso tronco. Pertanto si vuole molto provedere che a quella tenerina etÓ sia nutrimento quanto si pu˛ ottimo. Per˛ si proccuri al bisogno avere la balia lieta, netta, senza alcuno riscaldamento o turbazione di sangue o d'animo; faccia vita modesta, nÚ sia immoderata in cosa alcuna, nÚ scostumata; le quali cose sÝ, come tu dicevi, raro si truovano nelle nutrice, per˛ ti resta da consentirmi che certo le proprie madri sono come pi˙ che l'altre baliacce modestissime e costumatissime, cosÝ pi˙ atte e molto pi˙ utili a nutrire e' suoi proprii figliuoli. NÚ star˛ raccontando qui quale con pi˙ amore, con pi˙ fede, diligenza e assiduitÓ governerÓ el fanciullo, o quella condutta per pregio, o la propria madre. NÚ ancora mi stender˛ a provarti quanto l'amore verso del figliuolo si conservi e confermi alla madre quando el figliuolo sarÓ nel suo seno cresciuto e nutrito. E quando pure bisognasse, che raro non mancando la madre accade, cercare la balia e avere in queste tali dette cose sollecitudine, non pare a me faccenda troppo grave. E forse veggo molti uomini con diletto affaticarsi in utilitati minori che non Ŕ per salute de' figliuoli, cosa lodevole e molto devuta.
Ma ben sai, stare in paura come tu mi parevi e dubitare di quella prima etÓ periscano molti, a me questo non pare da lodare. E' si vuole, mentre che ne' fanciulli si sente spirare qualche anima, pi˙ tosto sperarne meglio che dubitarne. NÚ sono talora sÝ grande le dogliuzze de' fantini quanto elle paiono. Vedevilo ieri giacere languido e tutto quasi fuori di vita: oggi tutto vivo, tutto forte ti s'apresenta, per tutto transcorre. E quando a Dio fusse in qualche etÓ piaciuto che a' figliuoli tuoi el corso de' giorni suoi fusse finito, stimo sia officio de' padri pi˙ tosto ramentarsi e rendere grazia de' molti piaceri e sollazzi, quali e' figliuoli hanno loro dati, che dolersi se chi te gli prest˛ se gli ha in tempo rivoluti. Lodasi quella antiqua risposta d'Anassagora, el quale come prudente e savio padre udendo la morte del figliuolo, quanto dovea con paziente e ragionevole animo disse, sapea sÚ avere generato un uomo mortale, e non gli parea intollerabile se chi era nato per morire giÓ fusse morto. Ma qual si truova rustico sÝ imperito e sciocco, el quale in sÚ non sia certissimo come nulla cosa pu˛ dirsi morta qual prima fusse stata non viva, cosÝ nulla essere in vita che non aspetti quanto era dovuta a morte?
E forse ti dir˛ tanto, Adovardo, ch'e' padri lo dovrebbono avere, non voglio dire caro, ma certo molto meno a molestia s'e' figliuoli muoiono senza maggior vizii e senza sentire quanti molti affanni siano in questa vita de' mortali. Niuna cosa si truova pi˙ faticosa che 'l vivere; e beati coloro che uscirono di tanti stenti e finirono i dÝ suoi giovinetti in casa de' padri nella patria nostra! Felici loro che non sentirono le miserie nostre, non sono iti errando per le terre altrui senza dignitÓ, senza autoritÓ, dispersi, lontani da' parenti, dagli amici e da' cari suoi, sdegnati, spregiati, scacciati, odiati da chi riceveva onore e cortesia da noi! O infelicitÓ nostra per tutte le terre altrui trovare nelle avversitÓ nostre aiuto e qualche riposo, in tutte le genti strane la nostra calamitÓ trovare pietate e compassione, solo da' nostri proprii cittadini giÓ tanto tempo non potere impetrare misericordia alcuna! Senza cagione proscritti, senza ragione perseguiti, senza umanitÓ negletti e odiati!
Ma che volevo io dire? A ogni etÓ non mancano spesse infermitÓ grandi e gravi non meno che nella prima infanzia, se giÓ e' grandi e atempati ti paressino colle sue gotti, scese, fianchi e sciatiche pi˙ che gli altri leggieri e liberi, o vero giudicassi che le febbri, dolori e morbi non potessero a' robusti e fermi giovani nuocere quanto a' fanciulli. E quando ben qualche etÓ fusse pi˙ percossa dall'ultime infermitÓ, sarae per˛ da non biasimare quel padre, el quale non tenga sÚ quanto si richiede moderato e prudente? E part'egli poca stultizia pure averti coll'animo pauroso e sollicito dove a te non sia licito prendervi altro alcuno rimedio?
ADOVARDO Io non voglio per˛ contender teco, nÚ disputare le cose sÝ a sottile. Sono contento giudichi poco savio chiunque teme quello a che non si pu˛ rimediare. Con questo o tu non riputare me pazzo, benchÚ io in molte cose non sia e inverso de' fanciulli miei sanza paura, o tu ditermina che tutti i padri sieno stoltissimi, poichÚ niuno si truova el quale non molto procuri e tema di non perdere que' che gli sono carissimi. La qual cosa se alcuno biasima, insieme vitupera l'essere padre. E qui me conduco, Lionardo. Sieno, s'egli Ŕ possibile, e' padri certi ch'e' figliuoli persino all'ultima vecchiezza rimarranno in sanitÓ e prosperitÓ; aspettino e' padri veder e' nipoti de' suoi nipoti, qual si scrive vidde a sÚ nati divo Augusto Cesare; non temano in loro alcune gravissime malattie, le quali talora sono non meno che la morte acerbe e intollerabili, e speri ciascun padre sÚ essere simile a Dionisio tiranno siracusano, quale in etÓ d'anni sessanta nÚ de' figliuoli di tre sue mogli, nÚ de' molti suoi nipoti, mai acadde farne essequie alcuna; e stia in arbitrio de' padri la vita e la morte de' figliuoli, la lunga etÓ e la breve vita, come stette ad Altea, alla quale concessero gli dii che tanto il suo figliuolo Meleagro vivesse, quanto durava salvo e intero quel tizzone quale essa gitt˛ crucciata in mezzo il fuoco, onde consumato il legno fu la vita a Meleagro finita: dico ch'e' figliuoli non sarebbono per˛ a' padri se non pieni di maninconia.
LIONARDO A me cotesto pare pi˙ da confessarlo a te, el quale non vuoi contendere, che da crederlo a uno altro da cui mi paresse a quel che dice domandarne ragione. Ma forse io scorgo dove tu potresti riuscire, come interviene a molti pochi savi padri che si straccano e scalpestano la sua vita tutta in arti faticosissime, in viaggi e travagli grandissimi, e vivono in disagii e servit˙ per lassare gli eredi suoi abondanti d'ozio, delizie e di pompa.
ADOVARDO Tu so non riputi me di quelli cosÝ fatti che io stia molto tempo pe' miei figliuoli occupato a congregare quello che in uno minimo momento pu˛ la fortuna, nonchÚ a chi e' si lascia, ma a chi l'acquista, torlo. Ben dico che mi sarebbe caro lasciare e' miei ricchi e fortunati pi˙ che poveri, e molto desidero, e molto, quanto in me sta, m'adopero lasciarli in tale fortuna che poco abbino ad arivare alle merzŔ d'altrui, chÚ non sono ignorante quanto sia miseria ne' suoi bisogni non potersi aiutare senza le mani d'altrui. Non credere per˛, s'e' padri non temono morte e povertÓ ne' figliuoli, che siano senza maninconia. E dove sta il peso di fargli costumati? Apresso il padre. Dove sta la soma di fargli imparare lettere e virt˙? Appresso il padre. Dov'Ŕ quel carico smisurato di fargli apprendere una e un'altra dottrina, arte, scienza? Pure appresso il padre, ben sai. Agiugni a queste la grandissima sollecitudine che hanno i padri in scegliere quale arte, quale scienza, qual vita pi˙ si confaccia alla natura del figliuolo, al nome della famiglia, al costume della terra, alle fortune, a' tempi e condizione presenti, alle occasioni, alle espettazioni de' cittadini. Non patisce la terra nostra che de' suoi alcuno cresca troppo nelle vittorie dell'armi. Savia, perchÚ sarebbe pericoloso alla nostra antichissima libertÓ, se chi have adempiere nella republica le sue voluntÓ con favore e amore degli altri cittadini, potesse con minacce e forza d'arme aseguire quanto l'animo il traporta, quanto la fortuna si gli porge, quanto il tempo e condizioni delle cose gli accede e persuade. NÚ anche fa la terra nostra troppo pregio de' litterati, anzi pi˙ tosto pare tutta studiosa al guadagno e cupida di ricchezze. O questo il paese che lo dia, o pure la natura e consuetudine de' passati, tutti pare crescano alla industria del guadagno, ogni ragionamento pare che senta della masserizia, ogni pensiero s'argomenta ad acquistare, ogni arte si stracca in congregare molte ricchezze. Non so se in noi Toscani questo fusse o da' cieli, come diceano gli antichi che, perchÚ Atene avea il cielo puro e leggiero, per˛ ivi erano uomini sottili e d'ingegni acuti; Tebe avea il cielo pi˙ grasso, per˛ erano e' Tebani pi˙ tardi e meno astuti. Alcuni affermavano perchÚ i Cartaginesi si trovavano il paese sterile e arido, per questo a loro era forza ne' suoi bisogni avere conversazione e ospizio con molte vicine ed estranee genti, onde riveniano esperti e dotti in molta astuzia e inganni. E anche forse si pu˛ credere ne' cittadini nostri l'uso e consuetudine de' passati abbia amminicolo e possanza. Come scrive Platone, quel principe de' filosofi, che ogni costume de' Lacedemoniesi era infiammato di cupiditÓ di vincere, cosÝ stimo alla terra nostra il cielo produce gl'ingegni astuti a discernere el guadagno, el luogo e l'uso gl'incende non a gloria in prima, ma ad avanzarsi e conservarsi roba, e a desiderare ricchezze, colle quali e' credono meglio valere contro alle necessitÓ, e non poco potere ad amplitudine e stato in fra i suoi cittadini. E se cosÝ fusse, quanto saranno solliciti e' padri quali stimeranno il figliuolo pi˙ atto alle lettere o arme che a racogliere o coadunare denari! Non gli combatterÓ egli nell'animo uno volere seguire el costume della terra contro a uno desiderare d'adempiere le sue grandissime speranze? SarÓ egli poco stimolo a' padri cosÝ avere a posporre l'utile e onore de' figliuoli e della famiglia sua? Non gli sarÓ egli gravissimo all'animo, per schifare odio e invidia de' suoi cittadini, esserli non licito quanto vorrebbe e gioverebbe, dirizzare il figliuolo a una o un'altra virtude o lode? E testÚ non occorrono a me in mente tutte le nostre doglie, e forse sarÓ troppo lunga opera e troppa esquisita fatica volertele a una a una tutte racontare. Basti a te quinci vedere ch'e' figliuoli sono a' padri pieni di lagni e maninconie innumerabili.
LIONARDO Quanto, Adovardo, se io ti dicessi ch'e' padri non avessino a sofferire delle fatiche, sendo ogni vita, come dicea Crisippo, grieve e laboriosa. Nessuno si truova mortale a chi el dolore non tocchi. Le infermitÓ, la paura e le maninconie lo premano; sotterrare figliuoli, amici e parenti; perdere e di nuovo rifare; aspettare e proccurare quanto bisogna ad infinite nostre necessitati. E questa pena pare data a chi ci vive, che reiterate le piaghe della fortuna, nelle case s'invecchi con lacrime, merore, e in veste nera. SÝ che, se i padri fussero pi˙ che gli altri mortali sciolti da queste leggi a noi date dalla natura, e securi da queste incursioni e impeti delle cose, e liberi da tante a tutti gli uomini necessarie cure e pensieri, quali al continuo l'animo di chiunque si sia non stolto avolgono, credo sarebbono e' padri pi˙ che gli altri felici e beati. Non ti niego per˛ ch'e' padri sopratutto pi˙ che gli altri debbano colle mani e co' piedi, con tutti e' nervi, con ogni industria e consiglio, quanto possono sforzarsi ch'e' figliuoli sieno costumati e onestissimi, sÝ perchÚ fanno l'utile de' suoi, - il costume in uno giovane si stima certo non meno che la ricchezza, - sÝ <I>etiam</I> perchÚ rendono ornamento e pregio alla casa e alla patria sua e a sÚ stesso. I figliuoli costumati sono testimoni e lodo della diligenza de' loro padri. E stimasi meglio essere alla patria, s'i' non erro, e' cittadini virtudiosi e onesti che i ricchi molto e possenti. E di certo e' figliuoli non costumati debbono essere a' padri non insensati e stolti grandissimo dolore, non tanto perchÚ a loro dispiacciono le bruttezze e spurcizie de' figliuoli, quanto chÚ niuno dubita ogni scorretto figliuolo rendere al padre in molti modi non piccola vergogna, ove certo ciascuno conosce e giudica quanto stia ne' padri delle famiglie fare la giovent˙ sua onesta, costumata e virtudiosa. NÚ credo sarÓ chi nieghi questo, che tanto possono e' padri ne' loro figliuoli quanto e' vogliono. E come uno buono e sollecito scorgitore farÓ uno puledro mansueto e ubidiente, quale un altro men destro e negligente non arÓ potuto imbrigliarlo, cosÝ e' padri ne' suoi con diligenza e modo gli renderanno civilissimi e modestissimi. Onde non senza grandissimo biasimo di negligenza saranno e' padri quali aranno e' figliuoli non corretti, ma disviati e scelerati.
Per˛ in questo sarÓ la prima cura e pensiere de' maggiori, come dianzi diceva Lorenzo, in provedere che la giovent˙ sua quanto si pu˛ sia ornatissima di virt˙ e costume. Del resto consiglierei io e' padri che ne' figliuoli seguissero piuttosto il ben della famiglia che il giudicio del volgo, giÓ che si vede questo, alla virt˙ mai quasi manca ricetto e luogo, per tutto truova dove essere lodata la virt˙ e amata. Per˛ farei come faceva quello Apollonio alabandese retorico quale, se i giovani non gli pareano bene atti alla eloquenza, gli traduceva a quegli mestieri da natura pi˙ si gli afaceano, e non se gli lasciava apresso perdere tempo. E scrivesi di quelli Ginnosofiste, populi orientali, riputati fra gl'Indii savissimi, che allevavano e' nati non a voglia e desiderio del padre, ma secondo el ditto e sentenza di que' publici savi, a' quali era officio notare il nascimento e l'effigie di ciascuno. Indi giudicavano quanto e a che cosa fussero meglio atti, e in quelle come da questi prudenti vecchi era commendato, sÚ essercitavano. E se fussero stati a' buoni essercizii deboli e disadatti, non era chi volesse perdervi nÚ spese nÚ fatiche: dicesi gli gittavano e talora gli anegavano. CosÝ facciano e' padri a quello ch'e' figliuoli sono atti, ascoltino l'oraculo d'Apolline, quale rispuose a Cicerone: "segui coll'opera e colla industria lÓ dove la natura e lo 'ngegno tuo ti tira". E s'e' figliuoli sono pronti e accomodati alle virt˙, a' fatti virili, alle scienze e arti prestantissime, alla vittoria e gloria delle armi, ponganvisi, faccianvisi essercitare e apprenderle, e diesi opera che insino dalla prima etÓ vi si avezzino. Qualunque uso pigliano e' minori, con esso crescono. E se forse non fussero o per ingegno, o per intelletto, o per fermezza o prosperitÓ, sufficienti alle cose maggiori, diesi loro minori e pi˙ leggieri essercizii, e sempre se gli preponga essercitazioni quanto a loro sarÓ possibile essequirle, magnifice, virili e onorate. E se non fussero idonei e abili a quelle lodatissime, e se fussero inutili ad altro, facciano e' padri simile a que' Ginnosofiste, aneghino i figliuoli nelle cupiditÓ, facciangli cupidenarii, incendino ne' giovani volontÓ non ad onore e gloria, ma all'auro, ricchezza, al quattrino.
ADOVARDO E questo ci duole ancora, Lionardo, che noi non sappiÓno il certo, qual via sia pi˙ a' nostri facile, nÚ bene scorgiamo a quale buon corso la natura gl'invii.
LIONARDO Quanto io, stimo a uno padre diligente e desto non sarÓ questo molto difficile, conoscere a che essercizio e a che laude e' figliuoli suoi sieno proclivi e disposti. Quale pi˙ sempre fu incerto e dubbioso che il ritrovare quelle cose, le quali in tutto voleano starsi nascose, le quali la natura si serbava molto entro coperte sotto la terra? Pur questo si vede, gl'industriosi artefici l'hanno ritrovate e agiunte. Chi disse all'avaro e cupido lÓ sotto fussero metalli, argento e auro? Chi gl'insegn˛? Chi gli aperse la via sÝ difficile e ambigua ad andarvi? Chi lo fÚ certo fussino minere pi˙ tosto di preziosi metalli che di piombo? Furono gl'indizii, furono e' segni per li quali si mossono ad investigare, e co' quali investigando conseguirono, e addussorli in notizia e uso. E tanto potette la industria e diligenza degli uomini che nulla cosa di quelle occultissime pi˙ a noi sta non conosciuta. Ecco ancora gli architetti vorranno edificare el pozzo o la fonte. Prima cercano gl'indizii, nÚ per˛ cavano in ogni luogo, perchÚ sarebbe inutile spesa cavare dove non fusse buona, netta e presta vena. Per˛ pongono mente sopra terra onde possano conoscere quello che sta sotto, entro, dalla terra nascoso. E dove e' veggono el terreno tuffoso, arido e arenoso, ivi non perdono opera, ma dove surgano virgulti, vinci e mirti, o simile verzure, ivi stimano porre sua opera non indarno. E cosÝ non, senza indizio, si danno a seguire quanto allo edificio sarebbe accommodato, ma dispongono lo edificio a meglio ricevere quel che gl'indizii gli prescrivono.
Simile adunque faccino e' padri verso de' figliuoli. Rimirino di dÝ in dÝ che costumi in loro nascono, che volontÓ vi durino, a che pi˙ spesso ritornino, in che pi˙ sieno assidui, e a che peggio volentieri s'induchino. ImperochÚ di qui aranno copiosi e chiari indizii a trarne e fermarne perfetta cognizione. E se tu credessi nell'altre cose ascosissime avere e' segni manco fallaci che ne' costumi e nel viso degli uomini, e' quali sono da essa natura congregabili, e volentieri e con studio si congiungono, e fra gli uomini lieti convivono, fuggono, spiacegli e attristagli la solitudine; se tu in costoro credessi trovare meno indizio e meno certezza che in quell'altre cose copertissime e in tutto dal necessario uso, presenza e giudicio de' mortali rimotissime, certo erreresti. La natura, ottima constitutrice delle cose, volle nell'uomo non solo che viva palese e in mezzo degli altri uomini, ma certo ancora pare gli abbia imposto necessitÓ che con ragionamento e con altri molti modi comunichi e discopra a' medesimi uomini ogni sua passione e affezione, e raro patisce in alcuno rimanere o pensiero o fatto ascoso, e non da qualcuno lato saputo dagli altri. E pare che la natura stessa dal primo dÝ che qualunque cosa esce in luce abbia loro iniunte e interserte certe note e segni patentissimi e manifesti, co' quali porgano sÚ tale che gli uomini possano conoscerle quanto bisogna a saperle usare in quelle utilitÓ sieno state create. E pi˙ nell'ingegno e intelletto de' mortali have ancora inseminato la natura e inceso una cognizione e lume di infinite e occultissime ragioni di ferme e propinque cagioni, colle quali conosca onde e a che fine sieno nate le cose. E agiunsevi una divina e maravigliosa forza di sapere distinguere ed eleggere di tutte qual sia buona e qual nociva, qual mala, qual salutifera, quale accommodata e qual contraria. E vedi sÝ tosto come la pianta si scopre sopra della terra, cosÝ allora il pratico e diligente la conosce, e chi meno fusse pratico, colui alquanto pi˙ tardi la conoscerebbe.
Ma certo ogni cosa prima Ŕ conosciuta che scemata, prima redutta ad uso che mancata. E cosÝ stimo la natura negli uomini faccia il simile. NÚ a' fanciulli diede sÝ coperte e oscure operazioni, nÚ a' padri sÝ rozzi e inesperti iudicii che non possano di molti luoghi compreendere a che i figliuoli suoi pi˙ s'adirizzino. E vederai dal primo dÝ che 'l fanciullo comincia a dimonstrare suo alcuno appetito, subito si scorge a che la natura lo 'nchina. Ramentami udire da' medici ch'e' parvuli, quando e' ti veggono cosÝ grillare colle mani, allora se vi badano, se vi si destano, dimonstrano essere composti alli essercizii virili e all'arme. E se pi˙ loro piace que' versi e canti co' quali si sogliono ninnare e acquietare, significa che sono nati all'ozio e riposo delle lettere e alle scienze. E un diligente padre di dÝ in dÝ compreenderÓ e penserÓ per meglio iudicare ne' figliuoli ogni piccolo atto, ogni parola e cenno, come si scrive fece quel ricco agricoltore Servio Oppidio canusino: perchÚ e' vedea uno de' suoi figliuoli sempre avere el seno suo pieno di noci, giucare e donare a questo e a quello, l'altro vedea egli tutto quieto starsi e tristerello, anoverandole e per le bucherattole transponendole, conobbe per questo solo indizio in ciascuno di loro che ingegno e animo vi fussi. Per˛, morendo gli chiam˛, e disse dividea loro la ereditÓ, perchÚ e' non volea, se alcuna pazzia toccasse loro, avessero insieme materia d'adirarsi. E feceli certi come e' vedea non erano di una natura, ma l'uno sarebbe stretto e avaro, l'altro prodigo e gittatore. E non voleva dove in loro fusse tanta contrarietÓ d'ingegno e di costumi, ivi fussero simili e' loro animi oppositi e contrarii. E dove nella masserizia e spese non fussero d'una opinione e volere, provedeva fra loro venisse ira niuna, nÚ vi cadesse dissidio alcuno di ferma benivolenza e amore. In costui adunque fu buona e lodata diligenza. Fece come Ŕ officio a' padri di fare: stare curioso e cauto a provedere ogni atto ne' figliuoli e ogni indizio, e con questi misurare che volontÓ e che animi si scuoprono, e a quel modo scorgere a che ciascuno pi˙ sia da natura cinto e pronto.
E possono di molti luoghi e' padri assai bene scorgere a che ciascuno fanciullo s'adirizzi. Nessuno uomo Ŕ di cosÝ compiuta e pratica etÓ, nÚ di tanta malizia, nÚ di sÝ artificioso e astuto ingegno a occultare e' suoi appetiti, voglie e passioni d'animo, che se tu pi˙ dÝ v'arai l'intelletto e l'occhio desto a mirare suoi cenni, atti e maniere, nel quale tu non compreenda ogni suo vizio per occulto che sia. Scrive Plutarco per solo un guardo quale a certi vasi barbari fÚ Demostene, che subito Arpallo conobbe quanto e' fusse avaro e cupido. E cosÝ un cenno, uno atto, una parola spesso ti scuopre e apre a vedere per tutto dentro l'animo d'uno uomo, e molto pi˙ facile ne' fanciulli che ne' pi˙ saggi per etÓ e per malizia, giÓ che questi non sanno coprirsi bellamente con fizioni o simulazioni alcune. E ancora credo cosÝ che uno gran segno di buono ingegno ne' fanciulli sia quando raro si stanno ociosi, anzi vogliono fare ci˛ che fare veggono; uno grande segno di buona e facile natura quando presto si rachetano e la ricevuta iniuria si dimenticano, nÚ sono nelle cose ostinati, ma rimettono e cedono senza troppa durezza e senza vendicarsi, e senza vincere ogni voluntÓ. Uno grande segno d'animo virile sta in uno fanciullo quando egli Ŕ a risponderti desto e pronto, presto, ardito a comparire tra gli uomini, e senza salvatichezza e sanza rustico alcuno timore. E in questo molto pare l'uso e consuetudine gl'aiuti. Per˛ sarebbe utile, non come alcune madri usano sempre tenerseli in camera e in grembo, ma avezzargli tra le genti e ivi costumargli essere a tutti riverenti, nÚ mai lasciargli soli, nÚ sedere in ozio femminile, nÚ ridursi covando tra le femmine. Platone solea riprendere quel suo Dione di troppa solitudine, dicendo che la solitudine era compagna e coniunta alla pertinacia. Catone vedendo un giovane ozioso e solo, lo domand˛ quello che facesse. Questo gli rispose, favellava da sÚ a sÚ. "Guarda", disse Catone, "che tu non parli testÚ con uomo alcuno cattivo". Prudentissimo, che sapea e per uso e per etÓ quanto ne' giovenili intelletti umani pi˙ possa la volontÓ incesa e corrotta di libidine, iracundia, o malvagia alcuna opinione e pensiere che la vera e intera ragione. E per˛ conoscea che a costui, occupato ad ascoltare e rispondere a sÚ stessi, pi˙ era facile consentire all'apetito e volontÓ che alla onestÓ, e manco credere alla continenza e fuga delle cose voluttuose che a' desiderati e aspettati suoi piaceri e diletti. Diventasi adunque cosÝ per solitudine coniunta con ozio, pertinace, vizioso e bizzarro.
Voglionsi adunque e' garzoni dal primo dÝ usarli tra gli uomini ove e' possino imparare pi˙ virt˙ che vizio, e fino da piccioli cominciarli a fare virili usandogli ed essercitandogli in cose quanto nella loro etÓ si possa magnifice e ample, storli da tutti i costumi e maniere femminile. E' Lacedemoniesi facevano andare e' fanciulli loro la notte al buio sopra e' sepulcri per asuefarli a non temere nÚ credere le maschere e favole delle vecchie. Conoscevano, quanto uomo prudente niuno dubita, l'uso in tutta l'etÓ valere assai, e nella prima adolescenza pi˙ quasi avere forza che in tutte l'altre. Chi da piccolo sarÓ allevato nelle cose virili e ample, a costui ogni lode non supprema e di pi˙ peso che alla etÓ sua non s'appartenga, parrÓ se non leggiere, e stimeralla non difficile ad intraprenderla. Per˛ si vuole cominciare usare e' fanciulli in cose laboriose e ardue, ove con industria e fatica cerchino e sperino vera laude e molta grazia. E in questo giova essercitargli la persona e l'ingegno; nÚ si potrebbe facilmente lodare quanto sia in ogni cosa l'essercizio utile e molto necessario. Dicono e' fisici, e' quali lungo tempo hanno con diligenza notato e conosciuto quanto ne' corpi umani vaglia, l'essercizio conserva la vita, accende il caldo e vigore naturale, schiuma le superflue e cattive materie, fortifica ogni virt˙ e nervo. Ed Ŕ l'essercizio necessario a' giovani, utile a' vecchi; e colui solo non faccia essercizio, el quale non vuole vivere lieto, giocondo e sano. Solea Socrate, quel padre de' filosofi, per essercitarsi non rarissimo e in casa e, come lo descrive Senofonte, in conviti ballare e saltellare, tanto stimava licito e onesto per essercitarsi quello che certo altrove sarebbe lascivo e inetto. Ed Ŕ l'essercizio una di quelle medicine naturali, colle quali ciascuno pu˛ sÚ stesso senza pericolo alcuno medicare, come il dormire e il vegghiare, saziarsi e astenere, star caldo e fresco, mutare aere, sedersi quieto ed essercitarsi pi˙ e manco ove bisogna. E soleano gl'infermi, uno tempo, solo colla dieta e collo essercizio purgarsi e rafermarsi. A' fanciulli che sono per etÓ sÝ deboli che quasi sostengano sÚ, pi˙ si loda el giacere in quiete molta e in lungo ozio, per˛ che costoro stando troppo ritti e sofferendo fatica s'indeboliscono. Ma a' fanciulletti pi˙ forteruzzi e agli altri tutti troppo nuoce l'ozio. Empionsi per l'ozio le vene di flemma, stanno acquidosi e scialbi, e lo stomaco sdegnoso, i nerbi pigri e tutto il corpo tardo e adormentato; e pi˙ l'ingegno per troppo ozio s'apanna e ofuscasi, e ogni virt˙ nell'animo diventa inerte e straccuccia. E per contrario molto giova l'essercizio. La natura si vivifica, i nervi s'ausano alle fatiche, fortificasi ogni membro, assottigliasi il sangue, impongono le carni sode, l'ingegno sta pronto e lieto.
NÚ acade per ora referire quanto sia l'essercizio utilissimo e molto necessario a tutte l'etÓ, e in prima a' giovani. Vedilo come sieno e' fanciulli allevati in villa alla fatica e al sole robusti e fermi pi˙ che questi nostri cresciuti nell'ozio e nella ombra, come diceva Columella, a' quali non pu˛ la morte agiugnervi di sozzo pi˙ nulla. Stanno paliducci, seccucci, occhiaie e mocci. E per˛ giova usarli alle fatiche, sÝ per renderli pi˙ forti, sÝ ancora per non lassarli summergere dall'ozio e inerzia, usargli a ogni cosa virile. E anche lodo coloro e' quali costumano e' figliuoli sofferire col capo scoperto e il piÚ freddo, molto vegghiare adrento alla notte, levare avanti el sole, e nell'avanzo dar loro quanto richiede la onestÓ, e quanto bisogna a imporre e confermarsi la persona; assuefarli adunque in queste necessitadi, e cosÝ farli quanto si pu˛ virili, per˛ che le giovano pi˙ molto non nocendo che elle non nuocono non giovando. Scrive Erodoto, quello antico greco nominato padre della istoria, che doppo la vittoria di Cambise re de' Persi avuta contro agli Egizii, furono l'ossa de' molti morti ivi ragunate, le quali poi a tempo benchÚ mescolate insieme, facile si conosceano, per˛ che e' teschi de' Persi con minima percossa si sgretolavano, quegli vero degli Egizii erano durissimi e a ogni gran picchiata reggevano; e dice di questo esserne cagione ch'e' Persi pi˙ dilicati usavano el capo coperto, quelli Egizii persino da fanciulli sÚ adusavano a star sotto la vampa del sole e sotto le piove, e la notte al vento e sereno sempre col capo discoperto. Certo adunque molto da considerare quanto questo uso vaglia, che dice de' Persi per questo mai quasi niuno si vede esser calvo. CosÝ volse Licurgo, quello prudentissimo re de' Lacedemoni, ch'e' cittadini suoi s'ausassino da piccoli non con vezzi, ma nelle fatiche, non in piazza co' sollazzi, ma nel campo coll'agricultura e colli essercizii militari. E quanto bene conoscea potere assai l'essercizio in ogni cosa! Non sono eglino pure tra noi alcuni destri e forti diventati, quali prima erano deboli e disadatti, e alcuni per veemente essercizio sono riusciti ottimi corridori, saltatori, lanciatori, saettatori, quali prima a tutte queste cose erano rozzissimi e inutilissimi? Demostene ateniese oratore, non fec'egli collo essercizio la lingua agile e versatile, il quale avendo le parole da natura pigre e agroppate, si empieva la bocca di calculi, e apresso de' liti con molta voce declamava? Giov˛gli questo essercizio tanto che niuno poi era pi˙ di lui soave a udirlo, niuno quanto lui netto e spiccato a proferire.
Pu˛ adunque di certo l'essercizio assai non solo nel corpo, ma nell'animo ancora tanto potrÓ quanto vorremo con ragione e modo seguire. E potrÓ certo l'essercizio non solamente d'uno languido e cascaticcio farlo fresco e gagliardo, ma pi˙ ancora d'uno scostumato e vizioso farlo onesto e continente, d'un debole ingegno possente, d'una inferma memoria farla tenacissima e fermissima. Nessuno sarÓ vezzo sÝ strano nÚ sÝ indurato che in pochi dÝ una ferma diligenza e sollecitudine nollo emendi tutto e rimuti. Scrivono che Stifonte megaro filosofo da natura era inclinato ad essere ubriaco e lussurioso, ma con essercitarsi in scienza e virt˙ vinse la sua quasi natura, e fu sopra gli altri costumatissimo. Virgilio, quello nostro divino poeta, da giovane fu amatore, e cosÝ di molti altri si scrive, e' quali prima in sÚ avevano qualche vizio, poi con studio essercitandosi in cose lodatissime sÚ corressero. Metrodoro, quel filosofo antiquo, el quale fu ne' tempi di Diogene cinico, tanto acquist˛ con uso ed essercitazione della memoria, che non solo referiva cose insieme dette da molti, ma ancora con quel medesimo ordine e sito profferiva le medesime loro parole. Che diremo noi di quel sidonio Antipar, el qual soleva per molta essercitazione e uso essametri e pentametri, lirici, comici, tragedi e ogni ragion di versi, ragionando di qualunque proposta materia, esprimere e continuato proferirgli senza punto prima avergli pensato? A costui, per molto avervi l'ingegno essercitato, fu possibile e facile fare quello quale a' meno essercitati eruditi oggi con premeditazione e spazio si vede essere fatigoso. Se in costoro in cose difficili l'essercitarsi tanto valse, chi dubita quanto sia grandissima la forza dell'essercizio? Ben lo conoscevano e' Pitagorici, e' quali fermavano con essercizio la memoria riducendosi ogni sera a mente qualunque cosa fatta il dÝ. E forse questo medesimo giovarebbe a' fanciulli, ascoltare ogni sera quello che il giorno avessono imparato. E' mi ramenta che nostro padre spesso non bisognando ci mandava con imbasciate a pi˙ persone, solo per essercitarci la memoria, e spess'ora di molte cose voleva udire il parere nostro per acuirci e destarci l'intelletto e l'ingegno, e molto lodava chi meglio avesse detto per incenderci a contenzione d'onore.
E cosÝ sta bene, anzi debito a' padri in molti modi provare l'ingegno de' suoi, star sempre desto, notare in loro ogn'atto e cenno, quelli che sono virili e buoni trargli innanzi e lodarli, quelli che sono pigri e lascivi emendarli, farli essercitare secondo e' tempi quanto bisogna. Essercitarsi colla persona subito drieto al pasto si dice che nuoce. Muoversi innanzi al cibo e afaticarsi alquanto non nuoce, ma straccarsi non giova. Essercitare l'ingegno e l'animo in virt˙ in qualunque ora, in ogni luogo, in tutte le cose mai fu se non lodatissimo. Piglinsi e' padri questa faccenda, adunque, none a maninconia, ma pi˙ tosto a piacere. Tu vai alla caccia, alla foresta, affatichiti, sudi, stai la notte al vento, al freddo, el dÝ al sole e alla polvere per vedere correre, per pigliare. Ett'egli manco piacere vedere concorrere due o pi˙ ingegni ad attingere la virt˙? Ett'egli manco utile con tua lodatissima e iustissima opera vestire e ornare il tuo figliuolo di costumi e civilitÓ, che tornare sudato e stracco con qualunque salvaggiume? Adunque e' padri con piacere incitino e' figliuoli a seguire virt˙ e fama, confortingli a concorrere ad attignere onore, festeggino chi vince, godano d'avere e' figliuoli presti e avidi a meritare lode e pregio.
ADOVARDO Dilettami certo, Lionardo, questa tua copia, e piacemi ogni tua sentenza, e lodo assai questo essercitarsi, e confesso che lo essercizio emenda e' vizii e conferma la virt˙. Ma per certo, Lionardo, o io non so dirlo, o io non posso bene esprimere quello che io sento in me. In questo essere padre non sono e' pensieri e le fatiche nÚ sÝ rare, nÚ sÝ leggieri, nÚ sÝ grati e dilettosi quanto tu forse credi. E che so io? E' fanciugli crescono; segue il tempo di fargli, quanto di', apprendere virt˙. E' padri non sanno, forse per maggiori occupazioni non possono, hanno el pensiero e l'animo occupato altrove, non gli Ŕ licito lasciare l'altre cose publice e private per dirozzare e instruire e' fanciulli. E cosÝ bisogna il maestro, bisˇgnati udirli stridire, vedili lividi, vergheggiati, e spesso se' necessitato tu stessi darli, gastigarli. Ma queste so ti paiono nulla, che non sai l'amore e la pietÓ de' padri quanto ella sia tenera e condogliosa. Apresso poi e' fanciulli possono riuscire golosi, capresti, bugiardi e viziosi. NÚ ora voglio, nÚ potrei senza dolore ricordarmi d'ogni nostro incarco.
LIONARDO Tu forse per far ch'io pi˙ ti creda quanto mi di' che 'l troppo lungo mio ragionare non ti dispiace, per˛ testÚ mi porgi nuova trama ove io pigli licenza ad estendermi in un altro pi˙ molto lungo favellare. Accetto questa occasione, chÚ per ora non so come meglio usufruttare questo ocio che conferendo di simili cose utilissime. E piacerammi o dilettarti, se cosÝ aspetti, o trarti dell'animo questa mala opinione, se cosÝ forse bisogna. E dimmi, Adovardo, quale dee pesare pi˙ al padre, o la bottega, lo stato, la mercatantia, o il bene e salvamento del figliuolo? Solea dire Crates, quello antiquo e famosissimo filosofo, se a lui fusse licito, salirebbe in sul pi˙ alto luogo della terra e griderebbe: "O cittadini stolti, dove ruinate voi? Seguite voi con tante fatiche, con tanta sollecitudine, con tante innumerabili arte e infinito afanno questo vostro coadunare ricchezze, e di quelli a cui avete e le volete lasciare non vi curate, non ne avete pensiero alcuno nÚ diligenza?"
De' figliuoli adunque si vuole avere cura in prima, e poi delle cose le quali noi proccuriamo perchÚ siano utile e commode a' nostri figliuoli. E sarebbe non sanza stultizia non far che questi, per chi tu acquisti roba, meritino d'averla e possederla, e sarebbe poca prudenza volere ch'e' figliuoli tuoi avessero a trassinare e governare cose quali e' non conoscessero, nÚ sapessino quanto si debba maneggiare. NÚ sia chi stimi le ricchezze se non faticose e incommode a chi non sa bene usarle, e sarÓ se non dannosa ogni ricchezza a colui el quale nolla saprÓ bene usare e conservare. NÚ a me piacerebbe chi donasse un cavallo gagliardissimo e generosissimo a un che non bene lo sapesse cavalcare. E chi dubita gl'impedimenti e istrumenti da far il vallo, da contenere l'essercito, da sostenere gl'impeti ostili, l'arme da propulsare e seguire fugando gl'inimici, e cosÝ simili altre molte cose essere allo essercito non meno utili che necessarie? Ma quale isciocco non conosce lo essercito ivi essere inutile, ove o d'arme o d'impedimenti sia troppo grave? E qual prudente non giudica tutte quelle medesime cose le quali moderate giovano, allora nuocere quando sian immoderate? Sono l'arme quanto basta utilissime a difendere la salute propria e a offendere el nimico. Le troppe armi certo ti convien o gittarle per vincere, o perdere per serbarle. Adunque era meglio venire a vincere sanza quello pericoloso incarco, che dubitando perdere convenirtene iscaricare. NÚ mai nave alcuna stimo io si potrÓ riputare sicura, quando di cose benchÚ al sicuro navigar utilissime, remi, sartie, e vele, sia superchio carica. Suol in ogni cosa non meno essere dannoso quel che v'Ŕ troppo, che utile quel che basta.
NÚ sarÓ poca ricchezza a' figliuoli nostri lasciarli che da parte niuna cosa necessaria alcuna loro manchi. E sarÓ di certo ricchezza lasciare a' figliuoli tanto de' beni della fortuna, che non sia forza loro dire quella acerbissima e agli ingegni liberali odiosissima parola, cioŔ: "io ti prego". Ma certo sarÓ maggiore ereditÓ lasciare a' figliuoli tale instituzion d'animo che sappino pi˙ tosto sofferire la povertÓ, che indurse a pregare o servire per ottenere ricchezze. Assai ti sarÓ grande ereditÓ quella la qual satisfarÓ, non tanto a tutte le tue necessitati, ma e alle voglie. Chiamo qui io voglia sol quella che sia onesta. Le voglie inoneste a me sempre parsero pi˙ tosto furore di mente e vizio d'animo corrotto che vera volontÓ. CioŔ che tu lasci troppo a' figliuoli rimane loro incarco. Non Ŕ amore paterno caricare i suoi di fatica, ma alleggerirli. Ogni superchio carco sta difficile a reggere. Quello el quale non si pu˛ reggere, facile cade, nÚ cosa alcuna pi˙ si pruova fragile quanto la ricchezza. NÚ chiamer˛ dono degno dal padre verso el figliuolo quello dono el quale porti seco molestia e servit˙ a servarlo. Daremo le cose moleste e gravi a' nostri inimici. Agli amici daremo letizia e libertÓ. NÚ confesser˛ sia ricchezza quella la qual abbia in sÚ servit˙ e maninconie, come per certo hanno le superchie ricchezze. Manco nuocerÓ a' figliuoli procacciarsi al bisogno, che insieme col superfluo e isconcio incarco perdere quella parte la qual era utile e commoda, come sanza dubbio aviene a chi non sa reggere e usufruttare e' beni della fortuna. Tutto quello el qual e' tuoi figliuoli non sapranno maneggiare e governare, tutto quello sarÓ loro superfluo e incommodo. Per˛ si vuole insegnare a' tuoi virt˙, farli imparare reggere sÚ in prima ed emendare gli apetiti e le volontÓ sue, instituirli che sappino acquistare lodo, grazia e favore molto pi˙ che ricchezze, ammaestrarli che sieno dotti come nell'altre cose civili, cosÝ a conservarsi onore e benivolenza.
GiÓ per˛ chi non sarÓ ignorante in questo modo ad essornarsi di fama e dignitÓ, per certo sarÓ saputo e dotto a conquistare e conservare ogni altra minor cosa.
E se i padri da sÚ non sono atti, o per altri maggior faccendi (se alcuna n'Ŕ maggiore che avere cura de' figliuoli) saranno troppo occupati, abbino ivi persona dalla quale e' figliuoli possano imparare dire e fare le cose lodate bene e prudentemente, come diceano di Pelleo, el quale ad Achille suo avea dato in compagnia quello Fenix prudentissimo ed eloquentissimo, a ci˛ che da questo el figliuol suo Achilles imparasse essere buono oratore di parole e buono fattore delle cose; o vero darlo a chi pi˙ sappia, porlo apresso di chi e' possa apprendere buone instituzioni al vivere, e buoni erudimenti al conoscere e sapere le pregiate cose. Marco Tullio Cicerone, quel nostro principe degli oratori, fu dal suo padre dato a Quinto Muzio Scevola iurisconsulto, che mai si gli partisse dal lato. Prudente padre. Voleva che 'l figliuolo fusse apresso di chi lo potea rendere dotto ed erudito molto pi˙ che lui forse non potea. Ma chi pu˛ e' suoi con sua opera ornarli di virt˙, lettere e scienza, come puoi tu Adovardo, perchÚ non debb'egli lasciare ogn'altra faccenda per averseli pi˙ litterati, costumati, savi e pi˙ civili? Catone, quel buono antiquo, non si vergognava, nÚ gli pareva fatica insegnare al figliuolo, oltre alle lettere, notare, schermire, e simili tutte destrezze militari e civili, e stimava in sÚ officio de' padri insegnare a' figliuoli tutte le virt˙ qual fusse degno sapere a liberi uomini, nÚ gli pareva giustamente da chiamare libero alcuno in chi si disiderassi virt˙ alcuna; per˛ di tutte volle a' figliuoli non altri che lui stesso ne fusse instruttore, nÚ gli parse da preporsi alcuno in simile opera, nÚ stimava si trovasse chi dovesse essere nelle cose sue pi˙ che lui stesso sollicito, nÚ giudicava e' figliuoli con quello amore imparassino da altri quanto e' faceano dal proprio padre. E pi˙ giova la fede, lo studio e la cura del padre in fare e' figliuoli suoi virtuosissimi, che non farebbe ogni maggior dottrina di qualunque altro litteratissimo. E quanto a me in questo piacerebbe seguire Catone e gli altri buoni antiqui, e' quali erano a' figliuoli in quello che sapeano maestri e dottori, e sopratutto volevano essere quelli che a' suoi emendassero ogni vizio rendendogli molto virtuosi; e pi˙ agiugnevano e' figliuoli apresso di quelli savi e litterati, ove con maggiore uso e dottrina e' divenissero d'ingegno espertissimi e di virt˙ ornatissimi.
CosÝ farei io, se io fussi padre. Ogni mia prima e propria cura sarebbe fare e' figliuoli miei molto costumati e riverenti; e se pure e' fanciulli sdrucciolassino in qualche vizio, penserei che l'errare qualche volta si Ŕ cosa comune della fanciullezza. E vogliono e' fanciulli essere corretti con modo e ragione, e anco talora con severitÓ. Non vi si acanire per˛ suso, come alcuni rotti e furiosi padri fanno; ma lodo io gastigarli sanza ira, senza passione d'animo, fare come si dice fece Archita, quel tarentino el quale disse: "Se io non fussi crucciato, io te ne pagherei". Savio detto. Non gli parea da pigliarne punizione in altrui, se prima non deponeva in sÚ la sua ira. NÚ pu˛ l'ira colla ragione bene stare insieme; e correggere senza ragione a me pare cosa da stoltissimi. E chi non sa con senno correggere, credo merita essere nÚ maestro, nÚ padre. Per˛ correggano e' padri coll'animo sedato e vacuo d'ogni iracundia, ma sempre piaccia loro pi˙ vedere e' figliuoli piangere e continenti, che ridere e viziosi. E de' loro vizii sopratutto a me pare si voglino emendare e gastigare di tutti, e prima di questi vizii communissimi a' fanciulli, ma pi˙ che gli altri nocivi e molto dannosi, e in questo pi˙ avervi che non sogliono e' padri cura e diligenza ch'e' fanciugli non creschino provani e caparbii, e che non sieno nÚ bugiardi nÚ fallaci. Suole chi Ŕ provano e ostinato in dire e fare l'oppinioni sue, mai dare orecchi ad altrui buoni consigli, sempre in sÚ stesso troppo fidarsi e pi˙ credere alle oppinioni sue che alla prudenza e ragione di qualunque altro approbatissimo ed espertissimo; e vedilo stare superbo, gonfiato, pieno di veneno e di parole odiose e incomportabili, onde leggiermente da tutti si rende malvoluto. Onde qui a me piace la sentenza di Gherardo Alberto, al quale ogni durezza troppo dispiaceva, uomo liberalissimo, facilissimo e umanissimo, a cui solea parer che 'l capo dello ostinato e provano uomo fusse non altrimenti che di vetro; e dicea come in sul vetro niuna punta, per acuta e forte ch'ella sia, pu˛ nÚ segnarlo nÚ penetrarlo cosÝ l'uomo duro e nelle sue opinioni confermato e immobile mai aconsente a niuna sottile e forte ragione che proposta gli sia, non consiglio d'amico, non certo e vero disegno d'alcuno, mai contro a' suoi duri propositi si ferma; e sÝ come el vetro medesimo per ogni minima picchiata si spezza e fracassa, cosÝ lo indurito e incaparbito sÚ stessi rompe ad ira, versasi con parole pazze e furiose, sparge e transcorre in cose ove dipoi gli Ŕ forza pentirsi e soffrire molta pena della durezza sua.
Per˛ proveggano e' diligenti e prudenti padri e maggiori, estirpino delle menti e consuetudini de' suoi sino dalla prima infanzia questo massime e ogni altro simile vizio, nÚ lassino nelle menti e uso de' suoi invecchiare alcuna mala radice, per˛ che il mal vecchio poi disteso e abarbicato sta con radici troppo grandi e troppe tenaci. E come a chi scamozza il tronco annoso e indurato per le radici, poi si vede rampollare pi˙ e pi˙ astili e rami, cosÝ el vizio negli animi degli uomini aradicato e per uso offirmato, che solea stendersi e ampliarsi quanto la volontÓ lo pingeva, ora circumstretto e rimesso dalle acerbitÓ de' tempi e dalle necessitÓ, pare che da molte parti rampolli altri assai vizii. Vedesi chi era prima in larga e libera fortuna vivuto prodigo e lascivo, poi per nuove avversitati impoverito, per cupido aseguire alcuna antica e a lui consueta voluttÓ; per satisfare a' suoi appetiti e voluntÓ diventa furone, decettore, rattore, e dassi a bruttissimi essercizii e a vilissime arti e infame, e bruttamente cerca riavere quelle ricchezze quali bruttamente perdette. CosÝ si truova chi giÓ in sÚ stesso abituato a non patire se non quanto gli agradi, e in ci˛ che a lui piace sarÓ consueto molto volersi contentare e di tutte le sue opinioni e imprese agli altri soprastare, costui, se caso alcuno se gli oppone e interrompe le voglie e concertazioni sue, pare non curi dare sÚ stessi in precipizii e ruine maravigliose; non stima robba, non onore, non amistÓ; ogni lodata e da' mortali desiderata cosa pospone alla opinione sua; solo per adempiere la sua impresa soffra rimanere e senza fortuna, ancora e senza vita. E cosÝ chi di sÚ stessi poco fa cura, molto manco curerÓ della quiete e bene della famiglia sua. Per˛ a' padri sta molto debito a buona ora cominciare a resecare e sverglier ne' suoi tanto e sÝ pericoloso vizio qual si vede questa provanitÓ essere, non solo a chi ne sia vizioso, ma a tutta la famiglia pestifero e mortale. Adunque in cosa alcuna, per minima che ella sia, mai patischino e' maggiori a' suoi fanciulli indurarvi alcuna ostinata volontÓ o proposito non onestissimo. E tanto loro pi˙ ogni gara dispiaccia quanto in sÚ la veggano men lodevole.
E cosÝ ancora molto proccurino che i suoi figliuoli sieno in ogni cosa molto veritieri, e stimino quanto egli Ŕ troppo pi˙ dannoso che brutto vizio essere bugiardo. Chi s'avezza a fingere e negare la veritÓ, leggiermente per onestarsi molte volte pergiura, e chi spesso giura con animo fitto e fallace, costui di dÝ in dÝ s'avezza a men temere Dio e a spregiare la religione. E chi non teme Dio, chi nell'animo suo have spenta la religione, questo in tutto si pu˛ riputare cattivo. Agiungi qui che uno bugiardo si truova in tutta la vita sua infame, sdegnato, vile, schifato ne' consigli, sbeffato da tutti, senza avere amistÓ, senza alcuna autoritÓ. NÚ sarÓ virt˙ alcuna, per grande ch'ella sia, in uno bugiardo riputata mai o pregiata, tanto sta sozzo e laido questo vizio che immacola e disonesta ogn'altro splendore di lode. E perchÚ noi qui toccammo della religione, si vuole empiere l'animo a' piccoli di grandissima reverenza e timore di Dio, imperochÚ l'amore e osservanza delle cose divine tiene mirabile freno a molti vizii. E se a' padri duole quella cura di correggere e gastigare e' figliuoli, facciano come diceva Simonides poeta ad Ierone apresso Senofonte: "Le cose grate a' figliuoli facciangli loro, e le ingrate lascinle fare ad altri; onde sia benivolenza prendansela, onde nasca odio deferÝscallo ad altri". Abbino e' figliuoli tuoi chi e' temano, el maestro da chi e' siano gastigati pi˙ tosto con paura che con busse. E sia il precettore pi˙ sollicito a non lasciare e' suoi discepoli errare che a gastigarli. Ma e' sono molti padri che per troppa ignavia pi˙ che per piatÓ perdonano ogni cosa a' figliuoli, e pare loro che basti dire: "non lo fare pi˙". E, sciocchi babbi, se 'l fanciullo arÓ scalfito il piŔ, subito si manderÓ per lo medico, tutta la casa s'infaccenda, ogni altra cosa si lascia adrieto; ma se el fanciullo cade coll'animo in quella superbia di fare e rispondere se non quello che gli pare, se ruina in quella golositÓ, se profonda in quella ostinata e caparbia pruova, onde nÚ con ragione, nÚ con argomento alcuno si pu˛ cavarlo, perchÚ non volere el medico che gli emendi e guarisca l'animo tanto corrotto, e che gli rassetti la mente malcomposita, che gli fasci e leghi gli apetiti e volontÓ bestiali con ragioni, ammonimenti e correzioni, che a lui con onestate e tema saldi quella piaga e apertura di licenza, onde e' riusciva cosÝ dissoluto e disubbidiente, e cosÝ a sua voglia scelerato? Quale stolto padre dirÓ non volere udire el suo figliuolo piangere, non gli patire l'animo vederlo gastigato, o non potere attendere a tanto suo officio? Saresti tu di quegli che stimassi essere pi˙ officio del maestro gastigare e' tuoi figliuoli che tuo? Saresti tu di quegli a chi manco dispiacesse el vizio de' figliuoli tuoi che ogni altra fatica? Certo stimo no, per˛ che ti sarebbe scritto a grande errore, ove conosci quanto da' vizii e lascivia di chi per tua negligenza sia fatto vizioso aresti aspettare, oltre alla vergogna, dolori assai, come si vede un vizioso figliuolo essere l'ultimo tormento de' padri.
Adunque gastigarli, averne cura e opera in farli dotti e virtuosi sarÓ proprio debito al padre. E vuolsi come suole nel campo fare l'ortolano. Non si cura di calpestrare qualche buona e fruttifera erba per isverglierne le triste e nocive. CosÝ el padre non curi, facendo il figliuolo migliore, aspreggiare un poco pi˙ che la natura e tenerezza non gli patisce. Ma sono forse alcuni non che gli svegliano da' giovani e' sozzi costumi, ma e' vi seminano mille vizii. Che credi tu quanto a' minori nuoca vedere il padre scostumato e nel parlare e ne' fatti altiero e bestiale, a ogni parola salire in voce e in superbia, iurare, garrire sanza fine, bestemiare, furiare? E' pare a' minori ne' costumi quanto a' maggiori o dovere o potere. E siamo venuti a tanto, colpa, vizio e negligenza di chi regge la giovent˙, ch'e' fantini prima ghiotti domandano el cappone e la starna che sappino come le cose abbiano nome, prima richieggano rari cibi ed eletti che possano con tutti e' denti masticargli. El padre adunque in sÚ stesso goloso e lascivio, e per questo alle voluttÓ de' suoi cari piatoso e facile, gliele consentirÓ. Costoro cosÝ fatti, cosÝ dissoluti padri, arei io per iscusati se per fare e' suoi onesti e costumati non s'attentassino di fargli piangere, perchÚ aspettano, come poi acade, che' figliuoli facciano piangere loro. E se pure truovi di questi a chi non piace in altri quel vizio che a sÚ in sÚ non dispiace, questi essendo lecconi aodiano e' ghiotti, essendo pergiuri sdegnano e' cianciatori, essendo in ogni cosa ostinati biasimano e' gareggiatori, e per questo troppo severi gastigatori, correggendo ne' suoi figliuoli que' vizii in quali sentano sÚ essere quasi infami, battono, picchiano e' figliuoli, e sfogano altri suoi crucci e sdegni sopra de' suoi. Iniustissimi, che non emendano sÚ prima di quello che tanto gli spiace in altri! A costoro si pu˛ dire: "O stolti, o pazzi padri, come volete voi che quelli picchini non abbino imparato quello che la vostra canuta gola gl'insegna?". Siano adunque solleciti e' padri in ogni modo; prima con essemplo di sÚ stessi insegnando, e con parole ammonendo, e colla scopa gastigando, al tutto cavino e' vizii degli animi che ora verziscono, sementingli di buone virt˙, rendano e' figliuoli suoi da ogni parte culti e ornati di fioritissimi costumi, stolgangli dagli ozii, dalla cucina, facciangli essercitare in cose lodate e magnifice, e sappino che poco altro merita laude se non quello che sia faticoso a fare.
ADOVARDO Quanto m'Ŕ caro che noi, non so come, siamo entrati in questi ragionamenti certo giocondi e utili. Molto mi piace, Lionardo, faccia meco come alcuna volta alle nozze in villa mi ramenta che uno si traina drieto due rami di persone che ballano. CosÝ fai tu, Lionardo; a uno suono di parole tu insieme mi pruovi l'essere padre sia cosa dilettosa e dolce, e anche m'insegni come sieno fatti i veri buon padri. E sino a qui, s'i' t'ho bene inteso e nel ragionar ben compreso, tu vuoi ch'e' padri siano pi˙ diligenti che piatosi; e molto mi piace questa tua sentenza, e molto m'Ŕ a grato questo nostro ragionamento. NÚ mai si vorrebbe ragionare se non di cose buone e mature, come Ŕ tua usanza, quanto facciamo testÚ noi. Seguiamo adunque questa tua incominciata, come dissi, danza. E io voglio, Lionardo, essere teco un poco malizioso, e come quegli che ne' cerchi voglino essere pi˙ che gli altri riputati, ogni non netto e atto detto apuntano. Ecco testÚ, Lionardo, tu dicevi ch'e' figliuoli si voglino giudicare lÓ dove la natura gli chiamava; dipoi dicesti che giovava collo essercizio svolgergli altrove, e con uso guidargli a una virilitÓ maggiore e a una tale fermezza d'animo quanto si pu˛ intera e ampla. Tutte queste cose a te paiono forse leggieri, e se quegli filosafi tanto in sÚ stessi poterono, tu forse credi che ancora per nostra opera e aiuto a' nostri fanciugli quel medesimo sia non difficilissimo, o a noi padri molto ne' nostri possibile? E se quegli maturi tanto poterono in sÚ statuire e seguire, stimi tu ora che a noi non sia molta difficultÓ e quasi impossibile prima scorgere l'ambigue e oscure inclinazioni de' nostri, poi emendargli e intorcergli ad altra nuova via contraria a quella per la quale incitati e tratti seguivano sua natura? E quando tutto fusse a noi aperto a intrarvi colla industria e sollecitudine, e non oscuro a provedervi colla discrezione e vigilanza, credi tu sia poco affanno a' padri ove non sanno de' due propositi beni nel figliuolo deliberare, e pigliarne il migliore? E non dubitare ch'e' padri sofferrano grandissimo dolore de' conosciuti mali ne' suoi, ove loro non sia quanto vorrebbono licito schifargli e discacciarli. Chi desidera che sieno in prima ben litterati, chi solo si contenta sappiano scrivere e contare quanto nel vivere civile sia utile e necessario, chi goderebbe vedergli robusti, forti in arme ed essercitati. Io ne' miei so bene assai quello che me ne fare, ma io odo spesso degli altri padri in questa maninconia, che non sanno in molte cose deliberarsi, e temono troppo non pigliare partito non utile.
LIONARDO CosÝ mi fa, Adovardo: segui, assettami queste mie mal composite parole, come se noi in presenza di molti nelle pubblice e famose scuole disputassimo, ove sogliono non meno curare di parere sottili e acuti d'ingegno, che copiosi di lettere e di dottrina. Qui tra noi sia licito questo parlare pi˙ libero, non tanto pesato, non ridutto a sÝ ultima lima quanto forse altri desidererebbe. GiÓ questo fra noi Ŕ stato uno ragionare domestico e familiare, non per insegnarti cosa in che tu pi˙ di me se' esperto e dotto; ma non per˛, poichÚ tu mi tiri, mi vergogner˛ seguirti ragionando quanto vorrai. Fiemi piacere qui come altrove averti compiaciuto.
Dicono, come tu sai, e' litterati che la natura in tutte le cose molto sÚ adopera quanto sia dovuto e conveniente produrle compiute di membra e potenza, sanza mancamento o vizio, tali che le possino sÚ stessi in sua etÓ conservare e all'altre procreate cose in molta parte giovare; e dimonstrano quel si vede in ogni animante da essi primi naturali suoi principii tanta forza, ragione e virt˙ in lui essere innata, quanta basti per conseguire sue necessitati e riposo, e quanta giovi per fuggire e propulsare quel che a sÚ fusse contrario e nocivo. Vedesi questo, quasi da innata ragione a ciascuno uomo non stultissimo in altrui dispiace, e biasima ogni vizio e disonestÓ, nÚ si truova chi non riputi in uno vizioso esservi mancamento. Pertanto, se la sentenza di costoro non Ŕ da biasimare, e' quali con ancora molte altre ragioni pruovano ogni cosa da prima intera natura venire quanto per sÚ possa perfetta, a me certo parrÓ potere affirmare questo, che tutti e' mortali sono da essa natura compiuti ad amare e mantenere qualunque lodatissima virt˙. E non Ŕ virt˙ altro se none in sÚ perfetta e ben produtta natura.
Pertanto stimo mi sarÓ licito potere dire el vizio nelle menti e animi de' mortali sia scorretta consuetudine e corrotta ragione, la quale viene da vane opinioni e imbecillitÓ di mente. Ben forse confesserei qualche stimolo pi˙ e meno da natura fusse congiunto alle cupiditÓ e appetiti degli uomini, come, se ben mi ramenta, giÓ intesi che e' sanguinei sono naturalmente pi˙ ch'e' maninconici amatori, e' collerici subiti ad ira, ne' flemmatici sta una desidia e pigrizia, e sono e' malenconici quasi pi˙ che gli altri timidi e sospettosi, e per questo avari e tegnenti. Se adunque ne' tuoi apparirÓ naturale alcuna ottima disposizione d'ingegno, intelletto e memoria, sarÓ da seguire in loro con ogni industria dove la natura la dirizza, alle scienze suttilissime, alle lettere e dottrine elegantissime e prestantissime. E se gli vedrai robusti, altieri d'animo, volenterosi e pi˙ atti ad essercizii militari che all'ozio delle lettere, in questo ancora sarÓ da seguire la natura, usarli in prima a cavalcare, armare, saettare, e nelle altre destrezze lodate negli uomini d'arme, e cosÝ in ogni buona disposizione seguire amaestrando quanto e' giovi, ma nelle male inclinazioni vincerle con studiosa cura e assidua diligenza. E qui giudicano e' prudenti pi˙ nel vizio possa l'uso e consuetudine lascivo e immoderato, che naturale alcuno appetito o incitamento. Tutto il dÝ si pruova questo, per disonesta compagnia, per trovarsi non rarissimo ne' luoghi poco casti, e' giovani, e' quali da natura erano riposati, rimessi e vergognosi, ivi diventano immodestissimi, sbardellati e avventatacci. E cosÝ nell'altre simile cose si vede qualche consuetudine pi˙ valere in noi che e' naturali nostri appetiti a farci viziosi, come abondare di troppi apparecchiati cibi fa l'uomo libidinoso. Onde nacque lo antiquo proverbio: "Senza Cerere e Bacco giace fredda Venere".
CosÝ adunque statuiremo, el male uso corrumpe e contamina ogni bene atta e bene composita natura: la buona consuetudine a tempo vince ed emenda ogni appetito non ragionevole e ogni ragione non perfetta. Pertanto a me pare officio a' padri, se il fanciullo declina a desidia, a troppa iracundia, ad avarizia e simili, trarlo su a virt˙ con studio ed essercizio di buone e lodate cose; e se da sÚ il figliuolo fusse nella via adritto a virt˙ e lode, confirmarvelo e reggervelo con documenti ed essempli. E come benchÚ uno sia per la buona e dritta via a 'ndare al tempio, al teatro pure pu˛ fermarsi e badare e perdere tempo, cosÝ benchÚ la via ad acquistare fama e laude li sia da natura aperta e facile, pure in molti modi pu˛ ritardarsi e smarrirla. Per˛ saranno e' padri desti e previdenti in conoscere l'animo e volontÓ de' figliuoli, nelle laudevoli aiutarli, e contrario storgli da ogni dissoluta maniera e brutto vezzo. NÚ credo io a' padri diligenti e maturi sia molto difficile conoscere quanto e' figliuoli sieno bene animati e volontorosi a farse valere e pregiare. NÚ stimo troppo gran fatica, se in parte alcuna sono scorretti, emendarli, nÚ giudico molto spesso acaggia che ti s'aparecchi pi˙ cose utili, alle quali tu non abbia qualche disparitÓ da preporne qualcuna. E io son di quelli che sempre desidererei ne' miei prima l'onore, poi quanto con onore si potesse utile.
ADOVARDO Sono anche io in questa tua sentenza, Lionardo, ma parmi forse da stimare per˛ pur difficile questo conoscere ed emendare e' vizii nella giovent˙. Segue la giovent˙ sempre volubile le voluntati; gli appetiti dei giovani sono infiniti, sono instabilissimi, e credo io sia quasi impossibile in un animo giovenile fermare certa alcuna instituzione. E chi potrebbe in tanto mutamento d'animo affermare qual sia buono e qual non buono? Chi potrebbe in tanta incertezza tenere certo ordine e modo a correggere ed emendare e' vizii innumerabili quali d'ora in ora nella giovent˙ ti pare vedere?
LIONARDO E chi potrebbe essere teco buon massaio del ragionare, Adovardo? A me qui teco interviene come a coloro che ricevono in dono qualche picciola ma molto preziosa cosa, e quella sÝ a tempo e sÝ in luogo atta, che volendoli satisfare convien chi ricevette esponga molto e molto delle copie sue domestice. CosÝ testÚ sento a me teco in questo nostro conferire acade. Tu con poche brevi parole a me dÓi molta o necessitÓ o cagione di risponderti forse prolisso troppo e ampio. Ma cosÝ veggo el mio molto favellar a te pur piace, ove cosÝ attento e volentieri me ascolti.
Dico adunque che io riputerei assai buono essere colui in cui non fusse manifesto vizio alcuno, e chiamerei costui perfetto in cui si vedesse molta virt˙ sanza minimo alcuno vizio. Manco che mezzani in virt˙ a me sogliono parere coloro in quali sono le virt˙ con qualche scelerato e manifesto vizio. E' vizii si fanno chiaro conoscere, e sono di natura che sempre fanno come solea dire Vespasiano Cesare: "La volpe muta il pelo ma nonne il colore". El vizio sempre a tutti parerÓ pur vizio, sempre sarÓ presto a scoprirsi e monstrarsi pi˙ noto. E ponvi mente, benchÚ sopravenga o maninconie, o povertÓ, o altri disagii, pe' quali el ghiotto e lascivo non pu˛ empiere le brutte sue volontÓ, pure quando gli sia permesso satisfarsi, ivi le voglie sue rinascono, e cosÝ lui subito torna al primo suo ingegno. Per˛ lodava io stare desto e preveduto, e non aspettare che 'l vizio si fermi all'animo de' giovani. E in questo si vuole seguire il consiglio qual si dice diede Annibal ad Antioco re di Siria. Disseli ch'e' Romani non si potevano vincere pi˙ facile se non in Italia colle medesime armi e terre latine. E come dal fonte prima si vuole svolgere el rivo, chi cerca dirivarlo altrove, e non aspettare che a lungo corso sia fatto maggiore, cosÝ facciano e' padri. Subito ogni gorellina d'indizio vizioso che a' suoi surge, ristagnino emendando, ricoprendola di virt˙; non patiscano che 'l vizio si sparga in pi˙ amplo rivo, per˛ che poi quando fosse aumentato, molto pi˙ gli sarebbe fatica a disvolgerlo, e in lui sarebbe non minimo biasimo starsi o cieco a nollo scorgere, o pigro a non aver con miglior cura emendatolo. E se pure il vizio abbonda, vuolsi dirivare il corso delle giovinili volontÓ non per mezzo il campo dove si semina la virt˙, non interrompere gli ordinati virili essercizii, ma da lato concederli qualche loco, in modo che quelle abbino il corso suo senza nuocere alla cultura tua. E cosÝ coll'arme medesime, co' viziosi stessi giova molto vincere l'animo fermato giÓ nel vizio, vorrassi porgli la vita degli altri viziosi avanti quasi come uno specchio ove e' si rimiri e vegga la bruttezza e spurcizia de' scelerati, onde a quel modo impari avere a odio ogni cosa non onesta e pregiata. E stimo io gioverÓ molto monstrargli e aricordargli quanto siano e' non virtuosi e inonesti sviliti, odiati da ogni buono, e schifati da qualunque onesto, e quanto e' lascivi mai non sieno nÚ apresso gli altri con grazia riceuti, nÚ in sÚ stessi contenti, non lieti, mai senza affanni, sempre pieni di stimoli e molestie d'animo. L'animo de' viziosi sempre sta disordinato e infermo: e niuna pena si truova alla mente maggiore che quella quale a sÚ stessi prieme l'animo non regolato e ragionevole.
TestÚ m'acade in memoria udire da messer Cipriano Alberti quanto poi ponendovi pi˙ mente veggo per effetto: in chi sono e' vizii, mai nell'animo sentano requie nÚ riposo. Che credi tu stia in mente degli omicidii, latroni e sceleratissimi uomini? Credo certo ogni ora che si racolgono a ripensare in che infamia, in che peccato e' siano caduti, tristi non ardiscano da terra levare gli occhi, temeno meschini la vendetta di Dio, hanno a vergogna la presenza degli uomini, sempre pensano il loro maleficio da tutti essere biasimato, sempre stimano sÚ essere dagli altri uomini odiati, spesso desiderano la morte. Ma diciamo degli altri forse minori, perchÚ men rari vizii negli uomini. Uno giucatore, uno barattiero mai pare si possa riposare coll'animo. Vedilo, se vince, stare in agonia e bramare pi˙ di vincere almeno tanto che basti per riscuotere el vestire, per comprare il cavallo, per satisfare al creditore; sempre allo spendere pi˙ sono le voglie ch'e' danari; e cosÝ, se perde, si consuma di dolore, e arde di voglia di riscuotersi. Simile uno goloso ancora mai si sente nell'animo lieto, sempre gli rode quel goloso pensiero, nÚ infra 'l vino e l'ubbriachezze si reputa contento, ma vergognasi d'essere veduto disonesto, e teme le sue lascivie non si risappiano, e poi molto si pente aversi disonestato. Demostene oratore rispuose a quella meretrice che in premio domandava diecimilia denari: "Io non compero tanto il pentirmi". CosÝ ogni vizio e ogni lascivia, ogni cosa fatta e detta senza ragione e modestia lascia l'animo pieno di pentimento. E come diceva Archita tarentino filosofo, niuna pestilenza si truova pi˙ capitale che la voluttÓ. Questa in sÚ conduce e' tradimenti inverso la patria, produce eversione della republica; de qui sono e' colloqui colli inimici.
Simili e molti altri ricordamenti a' giovani giovano a mettere in odio el vizio. Ma insieme si vogliono inanimare i giovani ancora alla virt˙, in ogni ragionamento lodargli e' virtuosi, monstrar loro come ciascuno bene ornato di virt˙ da tutti merita molto essere amato, in molti modi gloriare i virtuosi, e fare sÝ che s'e' nostri non possono essere in suppremo luogo virtuosi, almanco desiderino agiungere in alto e preclarissimo grado di lode e dignitÓ, e insieme molto stimino in sÚ stessi e onorino in qualunque sia la virt˙. Soleano gli antichi ne' conviti solenni e nelle feste rinumerare cantando le lode de' fortissimi uomini ne' quali erano state virt˙ singularissime e utilissime a molti populi, onde fu Ercules, Esculapio, Mercurio, Ceres e gli altri simili concelebratissimi e chiamati dii; e questo sÝ per rendere premio a' meriti loro, sÝ ancora per incendere agli uomini uno ardore a virt˙ e a meritare in sÚ stesso pari lode e gloria. Vedi prudentissima e utilissima consuetudine! Vedi essemplo ottimo da seguitare! Non restino i padri in ogni loro ragionamento in presenza de' figliuoli estollere la virt˙ degli altri, e cosÝ molto vituperare qualunque sia vizio in altrui. Pare a me che in ciascuno non in tutto freddo e tardo d'intelletto, da natura sia immessa molta cupiditÓ di laude e gloria, e per questo e' giovani animosi e generosi pi˙ che gli altri desiderano essere lodati. E pertanto molto gioverÓ e con parole incendere ne' figliuoli molto amore alle cose lodate, e in loro confermare odio grandissimo contro alle cose disoneste e brutte. Ma se ne' figliuoli nostri fussero alcuni vizii, vorrei vedere e' padri con ogni modestia biasimarli, monstrando condolersi de' loro errati come di proprii figliuoli, e non come inimico vituperarli, o con parole acerbissime perseguitarli, per˛ che chi si sente svilire indurisce con sdegno e odio, o vero sÚ stessi abandona, disfidasi e casca in una servit˙ d'animo ove pi˙ non cura onestarsi; e cosÝ, se ne' figliuoli sono virt˙, bellamente lodarli, per˛ che pelle troppe lode spesso si diventa superbo e contumace. E posso arbitrare che a niuno padre non inerte e supino doverÓ questa parere ambigua o incerta ragione a rendere il suo figliuolo emendatissimo, ove con simili facilissimi e ottimi modi subito purgherÓ ogni minimo vizio quale scorgerÓ ne' figliuoli insurgere, apresso e instituiralli di buone lode e di molti ornamenti d'animo e di virt˙.
ADOVARDO Non ti niego, Lionardo, ch'e' padri quanto tu vorresti diligentissimi potranno in gran parte giovare a' costumi de' suoi, e con suo cura e studio potranno emendarli e farli migliori. Ma non so come uno infinito amore vela e offusca gli occhi de' padri, per modo che rari veggono ne' figliuoli e' vizii se non poi che sono ben scoperti e ampli. Ivi pensa tu quanto sia difficile sbarbicare uno giÓ per uso confirmato vizio. E anche pure in quegli che sono modesti e ben costumati figliuoli, pare ch'e' padri non sappiano in tutto da che si principiare per condurli ove e' desiderano lode e fama.
LIONARDO E chi non sa la prima cosa ne' fanciugli utile debbono essere le lettere? Ed Ŕ in tanto la prima, che per gentiluomo che sia, sanza lettere sarÓ mai se non rustico riputato. E vorrei io vedere e' giovani nobili pi˙ spesso col libro in mano che collo sparviere. NÚ mai mi piacque quella commune usanza d'alcuni, e' quali dicono assai basta sapere iscrivere il nome tuo, e sapere asommare quanto a te resti di ritrarre. Pi˙ m'agrada l'antica usanza di casa nostra. Tutti e' nostri Alberti quasi sono stati molto litterati. Messer Benedetto fu in filosofia naturale e matematice riputato, quanto era, eruditissimo; messer Niccolaio diede grandissima opera alle sacre lettere, e tutti e' figliuoli suoi non furono dissimili al padre: come in costumi civilissimi e umanissimi cosÝ in lettere e dottrina ebbono grandissimo studio in varie scienze. Messer Antonio ha voluto gustare l'ingegno e arte di qualunque ottimo scrittore, e ne' suoi onestissimi ozii sempre fu in magnifico essercizio, e giÓ ha scritto l'<I>Istoria illustrium virorum</I>, insieme e quelle contenzioni amatorie, ed Ŕ, come vedete, in astrologia famosissimo. Ricciardo sempre si dilett˛ in studii d'umanitÓ e ne' poeti. Lorenzo a tutti Ŕ stato in matematici e musica superiore. Tu, Adovardo, seguisti buon pezzo gli studii civili in conoscere quanto in tutte le cose vogliano le leggi e la ragione. Non ramento gli altri antichi litteratissimi, onde la nostra famiglia giÓ prese il nome. Non mi stendo a lodare messer Alberto, questo nostro lume di scienza e splendore della nostra famiglia Alberta, del quale mi pare meglio tacere poichÚ io non potrei quanto e' qui merita magnificarlo. E nÚ dico degli altri giovinetti, de' quali io spero alla famiglia nostra qualche utile memoria. E sonci io ancora il quale mi sono sforzato essere non ignorante.
Adunque a una famiglia, massime alla nostra la quale in ogni cosa, imprima e nelle lettere sempre fu eccellentissima, mi pare necessario allevare e' giovani per modo che insieme coll'etÓ crescano in dottrina e scienza, non manco per l'altre utilitati quali alle famiglie danno e' litterati, quanto per conservare questa nostra vetustissima e buona usanza. Seguasi nella famiglia nostra curando che i giovani con opera e ricordo de' maggiori acquistino in sÚ tanto grandissimo contentamento, quanto loro porgono le lettere a sapere le cose singularissime ed elegantissime; e godano e' padri rendere i giovani suoi molto eruditi e dotti. E voi, giovani, quanto fate, date molta opera agli studii delle lettere. Siate assidui; piacciavi conoscere le cose passate e degne di memoria; giovivi comprendere e' buoni e utilissimi ricordi; gustate el nutrirvi l'ingegno di leggiadre sentenze; dilettivi d'ornarvi l'animo di splendidissimi costumi; cercate nell'uso civile abondare di maravigliose gentilezze; studiate conoscere le cose umane e divine, quali con intera ragione sono accomandate alle lettere. Non Ŕ sÝ soave, nÚ sÝ consonante coniunzione di voci e canti che possa aguagliarsi alla concinnitÓ ed eleganza d'un verso d'Omero, di Virgilio o di qualunque degli altri ottimi poeti. Non Ŕ sÝ dilettoso e sÝ fiorito spazio alcuno, quale in sÚ tanto sia grato e ameno quanto la orazione di Demostene, o di Tullio, o Livio, o Senofonte, o degli altri simili soavi e da ogni parte perfettissimi oratori. Niuna Ŕ sÝ premiata fatica, se fatica si chiama pi˙ tosto che spasso e ricreamento d'animo e d'intelletto, quanto quella di leggere e rivedere buone cose assai. Tu n'esci abundante d'essempli, copioso di sentenze, ricco di persuasioni, forte d'argumenti e ragioni; fai ascoltarti, stai tra i cittadini udito volentieri, miranoti, lodanoti, amanoti.
Non mi stendo, chÚ troppo sarebbe lungo recitare quanto siano le lettere, non dico utili, ma necessarie a chi regge e governa le cose; nÚ descrivo quanto elle siano ornamento alla republica. Dimentichianci noi Alberti, - cosÝ vuole la nostra fortuna testÚ -, dimentichianci le nostre antiche lode utili alla republica e conosciute e amate da' nostri cittadini, nelle quali fu sempre adoperata molto la famiglia nostra, solo per la gran copia de' litterati, prudentissimi uomini quali sopra tutti gli altri al continovo nella nostra famiglia Alberta fiorivano. Se cosa alcuna si truova qual stia bellissimo colla gentilezza, o che alla vita degli uomini sia grandissimo ornamento, o che alla famiglia dia grazia, autoritÓ e nome, certo le lettere sono quelle, senza le quali si pu˛ riputare in niuno essere vera gentilezza, senza le quali raro si pu˛ stimare in alcuno essere felice vita, senza le quali non bene si pu˛ pensare compiuta e ferma alcuna famiglia. E' mi giova lodare qui a questi giovani, Adovardo, in tua presenza, le lettere, a cui quelle sommamente piacciono. E per certo, Adovardo, cosÝ stimo le lettere sono come piacevole a te, cosÝ grate a' tuoi, utili a tutti, e in ogni vita troppo necessarie.
Facciano adunque e' padri ch'e' fanciulli si dieno alli studi delle lettere con molta assiduitÓ, insegnino a' suoi intendere e scrivere molto corretto, nÚ stimino averli insegnato se none veggono in tutto e' garzoni fatti buoni scrittori e lettori. E sarÓ forse quasi simile qui mal sapere la cosa e nolla sapere. Apprendano dipoi l'abaco, e insieme, quanto sia utile, ancora veggano geometria, le quali due sono scienze atte e piacevoli a' fanciulleschi ingegni, e in ogni uso ed etÓ non poco utile. Poi ritornino a gustare e' poeti, oratori, filosofi, e sopratutto si cerchi d'avere solleciti maestri, da' quali e' fanciulli non meno imparino costumi buoni che lettere. E arei io caro che e' miei s'ausassero co' buoni autori, imparassino grammatica da Prisciano e da Servio, e molto si facessino familiari, non a cartule e gregismi, ma sopra tutti a Tullio, Livio, Sallustio, ne' quali singularissimi ed emendatissimi scrittori, dal primo ricever di dottrina attingano quella perfettissima aere d'eloquenza con molta gentilezza della lingua latina. Allo intelletto si dice interviene non altrimenti che a uno vaso: se da prima tu forse vi metti cattivo liquore, sempre da poi ne serba in sÚ sapore. Per˛ si vogliono fuggire tutti questi scrittori crudi e rozzi, seguire que' dolcissimi e suavissimi, averli in mano, non restare mai di rileggerli, recitarli spesso, mandarli a memoria. Non per˛ biasimo la dottrina d'alcuno erudito e copioso scrittore, ma ben prepongo e' buoni, e avendo copia di perfetti mi spiace chi pigliassi e' mali. Cerchisi la lingua latina in quelli e' quali l'ebbono netta e perfettissima; negli altri togliÓnci l'altre scienze delle quali e' fanno professione.
E conoscano e' padri che mai le lettere nuocono, anzi sempre a qualunque si sia essercizio molto giovano. Di tanti litterati quanti nella casa nostra sono stati certo singulari, niuno per le lettere mai all'altre faccende fu se none utilissimo. E quanto la cognizione delle lettere sia a tutti sempre nella fama e nelle cose giovata, testÚ non bisogna proseguire. NÚ credere per˛, Adovardo, che io voglia ch'e' padri tengano e' figliuoli incarcerati al continuo tra' libri, anzi lodo ch'e' giovani spesso e assai, quanto per recrearsi basta, piglino de' sollazzi. Ma sieno tutti e' loro giuochi virili, onesti, senza sentire di vizio o biasimo alcuno. Usino que' lodati essercizii a' quali e' buoni antichi si davano. Gioco ove bisogni sedere quasi niuno mi pare degno di uomo virile. Forse a' vecchi se ne permette alcuno, scacchi e tali spassi da gottosi, ma giuoco niuno senza essercizio e fatica a me pare che a' robusti giovani mai sia licito. Lascino e' giovani non desidiosi, lascino sedersi le femmine e impigrirsi: loro in sÚ piglino essercizii; muovano persona e ciascuno membro; saettino, cavalchino e seguano gli altri virili e nobili giuochi. Gli antichi usavano l'arco, ed era una delicatezza de' signori uscire in publico colla faretra e l'arco, ed era loro scritto a laude bene adoperarli. Truovasi di Domiziano Cesare che fu sÝ perito dell'arco che, tenendo uno fanciullo per segno la mano aperta, costui faceva saettando passare lo strale fra tutti gl'intervalli di que' diti. E usino e' nostri giovani la palla, giuoco antichissimo e proprio alla destrezza quale si loda in persona gentile. E solevano e' suppremi principi molto usare la palla, e fra gli altri Gaio Cesare molto in questo uno degnissimo giuoco si dilett˛, del quale scrivono quella piacevolezza, che avendo con Lucio Cecilio alla palla perduto cento, davane se non cinquanta. Adunque disseli Cecilio: "Che mi daresti tu, se io con una sola mano avessi giucato, quando io mi sono adoperato con due, e tu solo a una satisfai?". Ancora e Publio Muzio, e Ottaviano Cesare, e Dionisio re di Siracusa, e molti altri de' quali sarebbe lungo recitare nobilissimi uomini e principi usoro colla palla essercitarsi. NÚ a me dispiacerebbe se i fanciulli avessero per essercizio il cavalcare e imparassino starsi nell'arme, usassino correre e volgere e in tempo ritenere il cavallo, per potere al bisogno essere contro gl'inimici alla patria utili. Soleano gli antichi, per consuefare la giovent˙ a questi militari essercizii, porre que' giuochi troiani quali bellissimi nelle Eneida discrive Virgilio. E trovossi tra' principi romani miracolosi cavalcatori. Cesare, si dice, quanto poteva forte correva uno cavallo tenendo le mani drieto relegate. Pompeo in etÓ d'anni sessantadue, benchÚ el cavallo quanto potea fortissimo corresse, lanciava dardi, nudava e riponeva la spada. CosÝ amerei io ne' nostri da piccoli si dessino e insieme colle lettere imparassino questi essercizii e destrezze nobili, e in tutta la vita non meno utili che lodate: cavalcare, schermire, notare e tutte simili cose, quali in maggiore etÓ spesso nuocono non le sapere. E se tu vi poni mente, troverrai tutte queste essere necessarie all'uso e vivere civile, e tali ch'e' piccoli senza molta fatica bene e presto l'imparano, e a' maggiori forse tra le prime virt˙ richieste.
ADOVARDO Io non con poca voluttÓ e diletto, in veritÓ, Lionardo, te ho ascoltato, e benchÚ qualche volta m'acadesse, non per˛ volsi interromperti, tanto da ogni parte a me piaceano e' tuoi ricordi. Ma guarda non avere a noi padri dato troppe faccende. Tutti e' giovani, Lionardo, non sono dello intelletto tuo. Pochi si troverebbono volesseno in sÚ avere tanta fermezza agli studi, e mai forse vidi altri che te uno tanto compiuto di tutte le virt˙ quali tu vuoi sieno ne' nostri giovani. E qual padre, Lionardo mio, potrebbe a tante cose provedere? E qual figliuolo mai s'inducerebbe apprendere ogni cosa qual ci disegni?
LIONARDO Io potrei facile stimare, Adovardo, esserti ogni mio ragionamento stato sollazzo e piacere, se io non vedessi testÚ che, dove prendesti poca voluttÓ ove io chieggo da voi padri tante quante certo sono necessarie faccende, tu per vendicarti a me dÓi nuova fatica, come se tu non sapessi quanto studio dell'uomo possa in ogni cosa. Se la sollecitudine d'uno mercennario insegna a una bestia far cose umane, a uno corvo favellare, come fu quello el quale in Roma disse: "<I>Kere Cesar</I>"; e perchÚ Cesare qui rispose: "A me stanno in casa molti salutatori", di nuovo ridisse: "<I>Operam perdidi</I>"; se questo in una bestia pu˛ el nostro studio, stimi tu che possa manco in uno umano intelletto, el qual si vede atto e sufficiente a qualunque difficilissima cosa? NÚ voglio io per˛ e' tuoi figliuoli sappiano se non quanto sia mestiere a liberi uomini sapere. E credo questo, in casa nostra siano pochissimi e' quali per ingegno e per intelletto a ogni cosa non molto pi˙ di me vagliano. Di tanta giovent˙ quanta vedi la casa nostra essere non poco gloriosa, a me non pare vedere alcuno non compariscente, non atto, non destro, non tutto gentile. Ma sempre cosÝ fu la famiglia Alberta copiosa e abondante di leggiadri ingegni e d'animi prestantissimi. E quando bene fusse il contrario, uno simile a te studioso e ben diligente padre pu˛ con sua opera rendere infinita utilitÓ. Scrive Columella, s'io ben mi ricordo, che uno chiamato Papirio veterense, avendo alla prima delle tre sue figliuole dato in dota el terzo d'un suo campo avignato, con tanta diligenza governava e' due restati terzi che ne traea quel medesimo frutto qual solea trarre di tutto el campo. Dipoi, ancora sopragiunto el tempo, marit˛ l'altra seconda sua figliuola, e dotolla della metÓ di questo campo a lui doppo la prima dota rimaso. E, Dio buono, quanto pu˛ la cura e diligenza! Quanto in ogni cosa vale cosÝ essere sollecito! Niuna cosa sarÓ tanto ardua e laboriosa che l'assiduitÓ non la convinca. Questo Papirio veterense con assidua cura e sollecita diligenza fece che questa terza parte di tutto il campo, quale doppo la seconda dota rest˛, a sÚ testÚ quanto prima tutto lo 'ntero campo rendea.
Non si potrebbe dire a mezzo quanto abbia grandissima forza lo studio, la sollerzia in ogni cosa massime quella de' padri inverso de' figliuoli, e' quali con amore e fede proccurando l'onore e il bene de' figliuoli si sentono in premio amare e pregiare, e godono rendere e' suoi migliori e aspettano maggiori lode. E pure piaccia a' padri ne' suoi meritare che tanto potranno quanto e' vorranno. Ma pare chi Ŕ desidioso in sÚ, chi non cura emendare e correggere sÚ stesso, si porge desidioso anche negli altri, e poco cura ove ne' suoi manchi virt˙. Ma tu, Adovardo, che se' quanto sia possibile sollecito, che mai fuor di casa ti vidi sÝ occupato che tu non avessi cura della famiglia, nÚ mai in casa ti vidi sÝ ozioso che tu non sollecitassi le cose di fuori, tutto il dÝ ti veggo scrivere, mandare fanti a Bruggia, a Barzalona, a Londra, a Vignone, a Rodi, a Ginevra, e d'infiniti luoghi ricevere lettere, e ad infinite persone al continuo rispondere, e fai sÝ che essendo tu coi tuoi, ancora t'inframetti in molti altri luoghi, e senti e sai quello che per tutto si fa; Adovardo, se tu puoi questo, quanto puoi nelle cose lontane, ben potranno e' padri sostenere quella minore e dilettosa faccenda alle cose quali loro sono al continuo inanzi agli occhi, a' figliuoli, a tutta la casa.
ADOVARDO Da te mi lascio volentieri vincere, Lionardo. Tu m'hai condotto in luogo che mi pare vergogna omai dire ch'e' figliuoli sieno a' padri non dilettosi, e troppo ben veggo la ragione tua conchiude ch'e' padri negligenti sono quelli che hanno le molte maninconie. E confessoti ch'e' diligenti padri sono quegli e' quali de' loro figliuoli si truovano contenti e lieti. Ma dimmi, Lionardo, se tu avessi fanciugli, tu, quando e' fussero grandicelli e quanto tu volessi modesti e ubidienti, solo dubitassi, come spesso adiviene, ch'el figliuolo tuo non fussi quanto desideraresti cinto e destro a queste prime virt˙ e lodati essercizii ove, come diceva Lorenzo, possono rendere la famiglia ornata e fortunata, allora che pensieri sarebbono e' tuoi? Non pu˛ ciascuno essere Lionardo, o messer Antonio, o messer Benedetto. Chi pu˛ trovarsi del tuo intelletto a tutte le cose lodate atto e accommodato? Molte cose meglio si dicono che non si fanno. E credi a me, Lionardo, ne' padri stanno dell'altre maggiori. E questa forse pu˛ parere piccola, ma per certo ella ci Ŕ non leggiere maninconia e peso, perchÚ pare sempre ti sfidi di non eleggere e cappare piggior consiglio.
LIONARDO Se io avessi figliuoli, io di loro arei, sia certo, pensiero, ma sarebbono e' miei pensieri senza maninconia. Solo in me sarebbe prima opera fare ch'e' miei venissero crescendo con buoni costumi e con virt˙, e qualunque essercizio loro gustasse piacerebbe a me. Ogni essercizio che sia sanza infamia, a uno gentile animo sta non male. Sono gli essercizii quali acquistano onore e laude propri de' gentili e nobili uomini. Ben ti confesso che ciascuno non pu˛ quanto e' padri vorrebbono, ma chi segue quanto a lui sia lecito, a me pi˙ piace che chi cerca cosa, quale seguire non possa. Apresso credo sia pi˙ da lodare, benchÚ in tutto non se gli avenga, chi quanto in sÚ pu˛ s'adopera in qualunque cosa, che chi vive vacuo d'essercizii, inerte e ozioso. Antiquo detto e molto frequentato da' nostri: "l'ozio si Ŕ balia de' vizii". Ed Ŕ cosa brutta e odiosa vedere chi sempre istia indarno, come facea quel ocioso, el qual, domandato che cagione ti tiene tutto il dÝ quasi dannato a sedere e giacerti per le panche, rispose: "Io attendo a ingrassare". E chi costui udÝ lo biasim˛, e pregollo pi˙ tosto desse opera d'ingrassare un porco, per˛ che almeno ne ritrarrebbe qualche utile. CosÝ onestamente gli mostr˛ da quel che fusse un ozioso, da men che un porco.
E dicoti pi˙, Adovardo, per ricco e gentile che sia il padre, sempre si doverebbe ingegnare che il figliuolo oltre alle degne virt˙ sapesse qualche mestiero non servile, ma col quale, se maligna fortuna acadesse, potesse con sua industria e mani onestamente vivere. Le fortune di questo mondo son elle sÝ piccole o sÝ rare che noi possiamo de' casi avversi non dubitare? El figliuolo a Persio re di Macedonia non fu egli veduto in Roma sudare tutto tinto alla fabbrica, e cosÝ mercennario, delle proprie sue fatiche e a grande stento, a tutte le sue necessitati satisfacere? Se la instabilitÓ delle cose pu˛ cosÝ, uno figliuolo d'uno prestantissimo e potentissimo re tradurlo in una sÝ infima povertÓ e necessitÓ, ben sarÓ in noi privati quanto ne' superiori da provedere a ogni fortuna. E se in casa nostra mai fu chi a que' tali mestieri operarii si desse, ringraziÓnne la fortuna, e procuriamo per l'avenire che non bisogni. El nocchiero savio e proveduto, per potersi nella avversa tempesta sostenere, porta sarti, Óncore e vele pi˙ che alla bonaccia non si richiede. Adunque e' padri cosÝ proccurino che a' figliuoli piaccia qualche in prima lodato e utile essercizio. E in questo prima seguitino l'onestÓ, apresso s'adattino a quanto conoschino el figliuolo con opera meglio possa e con ingegno conseguire a molto lodo.
ADOVARDO E questo medesimo, Lionardo, Ŕ una delle cose la quale spesso a' padri perturba l'animo, che conoscono e' loro giovani e minori a quanti casi e pericoli sieno sottoposti, e vorrebbono a tutto avere compiuto e ottimo rimedio. Ma non raro interviene ch'e' figliuoli contro ogni opinione riescono contumaci e superbi, per modo che niuna diligenza de' padri giova. E molto spesso acade per subite avversitÓ, per povertÓ, ch'e' padri convengono di storre e' suoi da quelle buone arti ed essercizii in quali con lode e fama crescevano. E quindi al continuo a noi padri istÓ nell'animo tanta paura, o che il garzone giÓ non recusi seguire le buone dottrine per essere negli anni maggiori e nelle sue volontÓ pi˙ fermo e nelle cose desiderate pi˙ baldanzoso, o che la fortuna non interrumpa il corso loro incominciato ad acquistare lode e amplitudine. Chi adunque al continuo in sÚ soffra questi tanti sospetti, e chi sempre della fortuna instabile e de' costumi poco costanti ne' giovani dubita quanto fanno e' padri ne' figliuoli, costui come si potrÓ egli crederlo lieto, o chiamarlo non infelice?
LIONARDO Io non so vedere, Adovardo, a che modo uno diligente padre possa avere e' figliuoli contumaci e superbi, se giÓ tu non volessi che cominciasse non prima a essere diligente se non quando el figliuolo in tutto sia fatto vizioso. Se 'l padre serÓ sempre desto, e provederÓ prima a' vizii che sieno nati, e sarÓ officioso estirpandoli quando gli vederÓ nati, e serÓ preveduto e cauto in non aspettare che 'l vizio abbia a diventare tanto e sÝ sparso che colla infamia egli adombri e oscuri tutta la casa, certo costui credo non arÓ ne' figliuoli da dubitare alcuna contumacia o inobedienza. E bene per sua negligenza e inerzia sendo il vizio cresciuto e alcuno de' suoi rami steso, per mio consiglio el padre mai lo taglierÓ in modo che da parte alcuna ruini sopra le sue fortune o fama. Non dividerÓ el figliuolo da sÚ, nÚ lo scaccerÓ come alcuni rotti e iracundi fanno, in modo ch'e' giovani pregni di vizio, pieni di licenza, carichi di necessitati, si danno a far cose sozze, pericolose, infame a sÚ e a' suoi. Ma starÓ prima el padre della famiglia curioso e sollecito a scorgere ogni vizio quanto negli apetiti di ciascuno de' suoi s'incenda, e subito darÓ opera di spegnere le faville d'ogni viziosa cupiditÓ, per poi non avere con pi˙ fatica, dolore e lacrime a 'morzare le fatte maggiori fiamme.
Dicesi che la buona via si piglia dal canto. Cominci el padre in sul primo entrare della etÓ a discernere e notare dove il figliuolo s'invii, nÚ mai lo lasci trascorrere in strada poco lodata o mal sicura. Non patiscano seco i figliuoli vincere alcuna pruova, non assuefarsi a disonesto e lascivio alcuno costume. Facciano e' padri sempre riputarsi pur padri, porgansi non odiosi, ma gravi, non troppo familiari, ma umani. E ricordisi ciascuno padre e maggiore che lo imperio retto per forza sempre fu manco stabile che quella signoria quale sia mantenuta per amore. Niuna paura pu˛ troppo durare: l'amore dura molto assai. La paura in tempo scema: l'amore di dÝ in dÝ sempre cresce. Chi adunque sarÓ sÝ pazzo che stimi in ogni cosa necessario monstrarsi severo e aspro? La severitÓ senza umanitÓ acquista pi˙ odio che autoritÓ. L'umanitÓ quanto sarÓ pi˙ facile e pi˙ segiunta da ogni durezza, tanto pi˙ meriterÓ benivolenza e grazia. NÚ chiamo diligenza, quale par costume pi˙ di tiranni che de' padri, monstrarsi nelle cose troppo curioso. E fanno queste austeritati e durezze pi˙ volte diventare gli animi contro e' maggiori molto pi˙ sdegnosi e maligni che ubbidienti. E hanno e' gentili ingegni in sÚ per male ove siano non come figliuoli ma come servi trattati. E passino alcuna volta e' maggiori non volendo conoscere ogni cosa, pi˙ tosto che non correggendo quello qual monstrano di conoscere. E nuoce manco al figliuolo in qualche cosa stimar il padre ignorante, che provarlo negligente. Chi s'avezza a ingannare il padre, meno stima romper fede a qualunque altro si sia istrano. In ogni modo adunque si sforzino e presenti e assenti essere da' minori pure riputati padri. Alla qual cosa in prima gioverÓ la diligenza. SarÓ la diligenza quella che sempre el farÓ da' suoi amato e riverito. SÝ bene testÚ, s'e' padri per premio della passata negligenza loro si truovano avere uno cresciuto cattivo, dispongano l'animo pi˙ tosto non lo volere chiamare figliuolo che vederselo disonesto e scelerato. Le nostre leggi ottime, l'usanza della terra nostra, el giudicio di tutti i buoni in questo permetteno utile rimedio. Se il figliuolo tuo non ti vuole per padre, nollo avere per figliuolo. Se non ti ubbidisce come a padre, sia in lui alquanto pi˙ duro che in uno obbediente figliuolo. Piacciati prima la punizione d'uno cattivo che la infamia della casa. Dolgati manco avere uno de' tuoi rinchiuso in prigione e legato, che uno inimico in casa libero, o fuori una tua publica infamia. Assai a te sarÓ inimico chi ti darÓ dolore e maninconia. Ma certo, Adovardo, chi a tempo ne' suoi, come tu ne' tuoi, sarÓ diligentissimo, costui giÓ mai s'abbatterÓ in alcuna etÓ se non ricevere da' suoi molta riverenza e onore, sempre ne riceverÓ contentamento e letizia. Sta la virt˙ de' figliuoli nella cura de' padri; tanto cresce ne' figliuoli costumi e tema quanto vogliono e' maggiori e padri. NÚ stimi alcuno ne' suoi verso e' maggiori scemare osservanza e subiezione, se ne' maggiori non cresce desidia e ignavia.
ADOVARDO O Lionardo, se tutti e' padri ascoltassino a questi tuoi ricordi, di che figliuoli si troverebben essi contenti, quanto si troverrebbono felici e beati! Tutto, veggo, tutto, confesso, non pu˛ la fortuna t˘rci, nÚ dare costumi, virt˙, lettere o alcuna arte; tutto sta nella diligenza, nella sollecitudine nostra. Ma quello il quale si dice sottoposto alla fortuna, ricchezze, stati e simili cose commode nella vita, e quasi necessarie con esse ad acquistare virt˙ e fama, se la fortuna di queste serÓ con noi avara, se inverso de' padri diligenti la fortuna sarÓ ingiusta come spesso la proviamo, - e le pi˙ volte proviamo ch'ella pi˙ nuoce a' buoni che a' meno lodati, - allora, Lionardo, che affanno sarebbe il tuo, sendo tu padre, non potere satisfare a' principiati ed espettati onori, non esserti licito quanto vorresti e colla fortuna potresti, condurre e' tuoi in quella prestante fama e laude ove ti persuadevi e instituisti guidarli?
LIONARDO Domandimi tu se io mi vergognassi essere povero, o se io temessi che la virt˙ non sdegnasse e fuggisse la povertÓ nostra?
ADOVARDO Che non ti dorrebbe egli la povertÓ? Non ti sarebbe grave esserti interrutto ogni tua onesta trama? Lionardo, che nuovi pensieri sarebbono e' tuoi?
LIONARDO Che stimi? Di vivere quanto io potessi lieto. E non mi dorrebbe troppo con giusto animo, senza molestia sofferire quello che spesso, come tu dici, sofferano e' buoni. E non Ŕ egli giÓ sÝ brutta cosa essere povero che io me ne vergognassi, Adovardo. Credi tu che io pensi la povertÓ in me sÝ cattiva, sÝ perfida e inumana, ch'ella non dia qualche luogo alle virt˙, che ella non renda qualche premio alle fatiche dell'uomo studioso e modesto? E se tu annoverrai bene, pi˙ troverrai virtuosi poveri che ricchi. La vita dell'uomo si contenta di poco. La virt˙ Ŕ troppa di sÚ stessa contenta. Assai sarÓ ricco chi viverÓ contento.
ADOVARDO Or ben, Lionardo, non m'essere testÚ meco cosÝ in tutto stoico. Tu potresti ben dire, non per˛ che mai io ti confessi la povertÓ in ogni e pi˙ ne' padri non essere molto brigosa e misera. Ben son contento stare in quella tua sentenza ch'e' diligenti padri da' figliuoli ricevano vere allegrezze, ma questo pi˙ mi piacerÓ se io veder˛ che tu dia modo di tutte queste cose come con suttilissimi argomenti cosÝ ancora per lunga pruova poterne ragionare. E vuolsi, Lionardo, dare modo che tu e gli altri abbiate compagna e figliuoli, pigliate moglie, amplificate la nostra famiglia Alberta, e con questa tua ottima disciplina allevate con diligenza molta giovent˙, acci˛ che nella casa nostra cresca gran numero d'uomini, tali quali testÚ diceva Lorenzo, famosi e immortali. NÚ dubito, seguendo que' tutti tuoi quali hai insegnatomi erudimenti, la casa nostra di dÝ in dÝ si farÓ molto gloriosa e compiuta di prestantissima giovent˙.
LIONARDO In questo nostro ragionamento a nulla manco m'Ŕ stato l'animo che ad insegnarti essere padre. E qual sÝ pazzo si pigliasse questa gravezza di rendere in alcuna cosa te pi˙ dotto, il qual in ogni singular dottrina sopra agli altri sei perito, e in questa per pruova, e apresso degli antichissimi scrittori quanto hai veduto se' eruditissimo? Quale stolto cercasse questa ottima quale chiamano educazione de' liberi insegnarti, o di quella ragionando contrastarti? Ma tutta l'astuzia grande Ŕ stata tua, che biasimandomi l'avere figliuoli, tu hai condottomi ch'io ho gittato e perduto ogni mia antica scusa al non t˘r moglie, nÚ ora m'Ŕ rimaso con che pi˙ potere schifare questa molestia. Sono contento, Adovardo, poichÚ sÝ me hai convinto, a te stia licenza e arbitrio ove ti parerÓ d'amogliarmi. Ma sappi che a te starÓ debito rendermi opera. S'io a te ho levato dell'animo quelle malinconie quali dicevi essere a' padri, tu cosÝ inverso di me proccurerai non mi caricare di guai e di continua recadia, la qual cosa dubito non mi sarÓ facile nÚ ben licito fuggire, s'io per contentarti seguir˛ el tuo consiglio in farmi marito.
Sorrisono, e in queste parole sopragiunse uno famiglio dicendo che Ricciardo era lÓ fuori giunto colla barca, ove aspettava cavagli per subito venire a vedere Lorenzo suo fratello. Adovardo uscÝ per ordinare quanto bisognava. Era Ricciardo suocero d'Adovardo, per˛ gli parse ancora debito e deliber˛ cogli altri cavalcare. Partissi. Noi rimanemmo, se Lorenzo ci comandasse.

 

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