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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

STORIA D'ITALIA

Di: Francesco Guicciardini

Libro 7

Capitolo 1

Indizi di prossimi turbamenti della pace. Politica di accordi del pontefice con la Francia e sua avversione al re ed al cardinale di Roano.

Queste cose erano succedute l'anno mille cinquecento cinque; il quale benché avesse lasciato speranza che la pace d'Italia, dappoi che erano estinte le guerre nate per cagione del regno di Napoli, s'avesse a continuare, nondimeno apparivano da altra parte semi non piccoli di futuri incendi. Perché Filippo, che già si intitolava re di Castiglia, non contento che quel regno fusse governato dal suocero, incitato da molti baroni, si preparava a passare contro alla volontà del suocero in Ispagna; pretendendo, come era verissimo, non essere stato in potestà della reina morta prescrivere leggi al governo del regno finita la sua vita: e il re de' romani, preso animo dalla grandezza del figliuolo, trattava di passare in Italia. E il re di Francia, se bene l'anno precedente si fusse sdegnato col pontefice, perché avea senza sua partecipazione conferiti i benefici vacati per la morte del cardinale Ascanio e d'altri nel ducato di Milano e perché, avendo creato molti cardinali, avesse recusato di creare insieme con gli altri il vescovo di Aus nipote del cardinale di Roano e il vescovo di Baiosa nipote del la Tramoglia, dimandati da lui con somma instanza (e perciò avea fatto sequestrare i frutti de' benefici i quali il cardinale di San Piero a Vincola e altri prelati grati al pontefice possedevano nello stato di Milano), nondimeno, avendo da altra parte cominciato a temere di Cesare e del figliuolo e perciò, desideroso della amicizia del pontefice, rimessi i sequestri fatti, mandò nel principio di questo anno il vescovo di Sisteron, nunzio apostolico appresso a sé, a proporgli vari disegni e fare varie offerte contro a' viniziani; contro a' quali sapeva perseverare la sua pessima intenzione per il desiderio di recuperare le terre di Romagna, con tutto che insino a quel dí fusse proceduto in tutte le cose con tanta quiete che aveva suscitato negli uomini ammirazione non mediocre che colui il quale, quando era cardinale, era sempre stato pieno di pensieri vasti e smisurati, e che a tempo di Sisto e di Innocenzio e poi di Alessandro pontefici era stato molte volte instrumento di turbare Italia, avesse ora, promosso al pontificato, sedia comunemente della ambizione e delle azioni inquiete, deposto quegli spiriti sí ardenti, e dimenticatosi della grandezza dell'animo della quale aveva sempre fatto ambiziosa professione, non facesse, non che altro, segno di risentirsi delle ingiurie e di essere simile a se medesimo.

Ma in Giulio era intenzione molto diversa; e deliberato di superare l'espettazione conceputa, aveva atteso e attendeva, contro alla consuetudine della sua pristina magnanimità, ad accumulare con ogni studio somma grandissima di pecunia, acciò che alla volontà che aveva di accendere guerra fusse aggiunto la facoltà e il nervo di sostenerla: e trovandosi in questo tempo già non poco abbondante di danari, cominciava a scoprire i suoi pensieri indiritti a cose grandissime. Però, raccolto e udito molto lietamente il vescovo di Sisteron, l'aveva espedito indietro con prontezza grande a trattare nuovo restringimento tra loro: al quale, per disporre meglio l'animo del re e del cardinale di Roano, promesse, per breve portato dal medesimo Sisteron, la degnità del cardinalato a' vescovi di Aus e di Baiosa. E nondimeno, in tanto ardore, si distraeva qualche volta l'animo suo in vari scrupoli e difficoltà. Perché, o per odio che occultamente avesse conceputo contro al re, nel tempo che fuggendo l'insidie di Alessandro stette in Francia, o perché sommamente gli dispiaceva l'essere quasi necessitato, per la potenza e per la instanza del re, conservare nella legazione di Francia il cardinale di Roano o perché avesse sospetto che il medesimo cardinale, gli andamenti del quale manifestamente tendevano al pontificato, impaziente d'aspettare la morte sua cercasse di conseguirlo per vie estraordinarie, non era del tutto deliberato di congiugnersi col re di Francia; senza la congiunzione del quale conosceva essere impossibile che per allora gli succedesse cosa alcuna di momento. Perciò da altra parte aveva mandato a Pisa Baldassarre Biascia genovese, capitano delle sue galee, ad armare due galee sottili che v'avea fatte fare Alessandro pontefice, per essere, secondo si credeva, piú preparato, in caso che 'l re di Francia molestato ancora non poco dalle reliquie della infermità morisse, a liberare Genova dal dominio de' franzesi.

Lib.7, cap.2

Fortunoso viaggio dell'arciduca Filippo in Ispagna; suoi accordi con Ferdinando d'Aragona. Progetto di Massimiliano di passare in Italia per ricevere la corona imperiale. Massimiliano si porta a' confini dell'Ungheria con speranze di successione per la malattia del re Uladislao.

In questo stato adunque e in tanta sospensione delle cose, fu il primo movimento dell'anno mille cinquecento sei la partita di Fiandra del re Filippo per passare per mare in Spagna, con grande armata. La quale andata per facilitare, temendo pure che 'l suocero non gli facesse con gli aiuti del re di Francia resistenza, si era, governandosi con l'arti spagnuole, convenuto con lui di rapportarsi nella maggiore parte delle cose al suo governo: che avessino a comune il titolo de' re di Spagna, come era stato comune tra lui e la reina morta; e che l'entrate si dividessino in certo modo: per il quale accordo il suocero, ancora che non bene sicuro dell'osservanza, gli aveva mandato in Fiandra per levarlo molto navi. Però imbarcato con la moglie e con Ferdinando suo secondogenito, prese con venti prosperi il cammino di Spagna; i quali essendo, in capo di due dí della sua navigazione, convertiti in venti avversissimi, travagliata da grandissima fortuna l'armata sua, dopo lunga resistenza fatta al furore del mare, si disperse in varie parti della costa d'Inghilterra e di Brettagna: ed egli con due o tre legni fu con grandissimo pericolo traportato in Inghilterra, nel porto d'Antona: la quale cosa intesa da Enrico settimo re di quella isola, che era a Londra, mandato subito molti signori a riceverlo con grandissimo onore, lo ricercò venisse a Londra; il che in potestà di Filippo, che si trovava quasi solo e senza navi, non era di negare. Soprastette appresso a lui insino che l'armata si riducesse insieme e riordinasse; e in questo mezzo fra loro furno fatte nuove capitolazioni. E nondimeno Filippo trattato in tutte l'altre cose come re fu in una sola trattato da prigione, che ebbe a consentire di dare in mano a Enrico il duca di Sufforth tenuto da lui nella rocca di Namur; il quale, perché pretendeva ragione al regno d'Inghilterra, Enrico sommamente d'avere in sua potestà desiderava: dettegli però la fede di non privarlo della vita; donde, custodito in carcere mentre Enrico visse, fu dipoi, per comandamento del figliuolo, decapitato. Passò dipoi Filippo con navigazione piú felice in Ispagna; dove concorrendo a lui quasi tutti i signori, il suocero, il quale per non essere da sé potente a resistergli, e che non giudicava essere sicuro fondamento le promesse de' franzesi, non aveva pensato mai ad altro che alla concordia, rimanendo abbandonato quasi da tutti, né avendo se non con molto tedio e difficoltà potuto avere il cospetto del genero, bisognò che cedesse alle condizioni che, sprezzato il primo accordo fatto tra loro, gli furono date: benché in questo non si procedé rigidamente, per la benignità della natura di Filippo e molto piú per i conforti di coloro che si erano dimostrati acerbissimi inimici a Ferdinando, perché dubitando continuamente che egli, con la prudenza e con l'autorità sua, non ripigliasse fede appresso al genero, sollecitavano quanto potevano la partita sua di Castiglia. Fu convenuto che Ferdinando, cedendo alla governazione lasciatagli per testamento dalla moglie e a tutto quello che perciò potesse pretendere, si partisse incontinente di Castiglia, promettendo di piú non vi tornare: che Ferdinando avesse proprio il regno di Napoli; non ostante che, con la medesima ragione con la quale era solito pretendere a quel reame allegando essere stato acquistato con l'armi e con le forze di Aragona, non mancasse chi mettesse in considerazione, e forse piú giustamente, appartenersi a Filippo per essere stato acquistato con l'armi e con la potenza del regno di Castiglia: furongli riservati i proventi dell'isole dell'India durante la sua vita, e i tre maestralghi di Santo Iacopo, Alcantara e Calatrava, e che delle entrate del regno di Castiglia avesse ciascuno anno venticinquemila ducati. La quale capitolazione fatta, Ferdinando, che da qui innanzi chiameremo o re cattolico o re di Aragona, se ne andò subito in Aragona, con intenzione di andarne, quanto piú prestamente potesse, per mare a Napoli; non tanto per desiderio di vedere quel regno e riordinarlo quanto per rimuoverne il gran capitano, del quale dopo la morte della reina aveva piú volte sospettato che non pensasse a trasferire quel regno in sé proprio o fusse piú inclinato a darlo a Filippo che a lui: e avendolo richiamato in Spagna invano, ed egli con varie scuse e impedimenti differita l'andata, dubitava, non vi andando in persona, avere difficoltà di levargli il governo, non ostante che, fatto l'accordo, il re Filippo gli facesse intendere che aveva totalmente a ubbidire al re d'Aragona.

Nel quale tempo erano nel petto del re di Francia, sollevato già molto della sua infermità, vari anzi contrari pensieri: inclinazione contro a' viniziani, per lo sdegno conceputo nel tempo della guerra di Napoli, per il desiderio di recuperare le appartenenze antiche dello stato di Milano e per giudicare che per molti accidenti gli potesse essere a qualche tempo pericolosa la loro potenza; la quale cagione trall'altre l'avea indotto a confederarsi col re de' romani e con Filippo suo figliuolo: da altra parte non gli era grata la passata di quel re in Italia, il quale si intendeva già che si preparava a passare con forze grandi; perché ne temeva piú che 'l solito, per la potenza che cresceva in Filippo successore di tanta grandezza, e dubitandosi che quando fu in Inghilterra avesse fatto con quel re nuove e strette congiunzioni; e perché era cessata, per la pace fatta col re cattolico (per la quale aveva deposto i pensieri del regno di Napoli) una delle cagioni principali per le quali si era confederato con loro. Nella quale varietà e fluttuazione di animo mentre stava vennono a lui imbasciadori di Massimiliano a significargli la deliberazione sua del passare in Italia e ricercarlo mettesse in ordine le cinquecento lancie che aveva promesso dare in suo favore, restituisse secondo la promessa fatta i fuorusciti dello stato di Milano, e a pregarlo anticipasse il pagamento de' danari che se gli dovevano pochi mesi poi: alle quali dimande ancorché il re non fusse inclinato a consentire fece dimostrazione di essere inclinato al contrario, non perciò se non a quelle che allora non ricercavano altro che parole; perché dimostrò desiderio grande che si mandassino a esecuzione le cose convenute, offerendosi prontamente a adempiere al tempo tutto quello a che era tenuto, ma negò con varie scuse l'anticipazione del pagamento. Da altra parte il re de' romani, non confidando piú dell'animo del re di Francia che 'l re si confidasse del suo, e desiderando con grande ardore il passare a Roma principalmente per prendere la corona dello imperio, per procurare poi l'elezione del figliuolo in re de' romani, tentava nel tempo medesimo di pervenire con altri mezzi allo intento suo. Perciò faceva instanza co' svizzeri di unirgli a sé; i quali dopo molte dispute fatte tra loro determinorno osservare l'accordo, che ancora durava col re di Francia per anni due; e a' viniziani aveva dimandato il passo per le terre loro: a' quali essendo molestissima la passata sua con esercito potente, dettono animo a rispondergli generalmente l'offerte del re di Francia, che gli confortò a apporsegli insieme con lui. E già il re, dimostrandosi alieno apertamente dalla confederazione fatta con lui e con Filippo, sposò Claudia sua figliuola a Francesco monsignore di Angulem, al quale dopo la morte sua senza figliuoli maschi perveniva la corona; simulando però farlo per i prieghi de' sudditi suoi, avendo prima a questo effetto ordinato che tutti i parlamenti e tutte le città principali del reame di Francia gli mandassino imbasciadori a supplicarnelo come di cosa utilissima al regno, poiché in lui mancava continuamente la speranza di procreare figliuoli maschi: la quale cosa significò subito per imbasciadori propri al re Filippo; escusandosi di non avere potuto repugnare al desiderio sí efficace di tutto 'l regno e di tutti i popoli suoi. Mandò ancora gente in aiuto al duca di Ghelleri contro a Filippo, per divertire Massimiliano dal passare in Italia. Ma aveva già da se medesimo interrotti questi pensieri; perché avendo inteso Uladislao re di Ungheria essere oppresso da gravissima infermità si era approssimato a' confini di quel regno, seguitando l'antico desiderio paterno e suo di insignorirsene, per le ragioni le quali affermavano d'avervi. Perché essendo morto moltissimi anni innanzi senza figliuoli Ladislao re di Ungheria e di Boemia, figliuolo di Alberto, che era stato fratello di Federigo imperadore, gli ungheri, pretendendo che morto il suo re senza figliuoli non avesse luogo la successione de' piú prossimi ma aspettasse a loro la elezione del nuovo re, avevano eletto, per la memoria delle virtú paterne, per loro re Mattia, quello che dipoi, con tanta gloria di regno sí piccolo, molestò tante volte lo imperio potentissimo de' turchi. Il quale, per fuggire nel principio del regno suo la guerra con Federigo, si convenne seco di non pigliare moglie, acciò che dopo la vita sua pervenisse quel reame a Federigo o a' figliuoli, il che benché non osservasse, morí nondimeno senza figliuoli. Né per questo adempié Federigo il desiderio suo, perché gli ungheri elessono in nuovo re Uladislao re di Pollonia: donde essendo ricominciate nuove guerre da Federigo e Massimiliano con loro, si erano finalmente convenuti, e statone prestato solennemente giuramento da i baroni del regno, che qualunque volta Uladislao morisse senza figliuoli riceverebbono per re Massimiliano. Onde egli aspirando a questa successione, intesa la infermità di Uladislao, si approssimò a' confini della Ungheria, omettendo per allora i pensieri del passare in Italia.

Lib.7, cap.3

Aspirazioni del pontefice al pieno dominio di Perugia e di Bologna. Il re di Francia risponde favorevolmente alle richieste d'aiuto del pontefice. Richiesta di Massimiliano ai veneziani di passare armato per il loro territorio per recarsi a Roma, e risposta de' veneziani. Accordi del pontefice con Giampaolo Baglione. Il pontefice a Imola. I Bentivoglio abbandonano Bologna, ove entra il pontefice.

Le quali cose mentre che tra i príncipi oltramontani si trattano con tanta varietà, il pontefice, conoscendosi inabile a offendere senza gli aiuti del re di Francia i viniziani, né potendo piú tollerare di consumare ignobilmente gli anni del suo pontificato, ricercò il re che lo aiutasse a ridurre sotto l'ubbidienza della Chiesa le città di Bologna e di Perugia; le quali, appartenendo per antichissime ragioni alla sedia apostolica, erano tiranneggiate l'una da Giampaolo Baglione l'altra da Giovanni Bentivoglio: i maggiori de' quali, fattisi di privati cittadini capi di parte nelle discordie civili, e cacciati o ammazzati gli avversari, erano diventati assoluti padroni; né gli aveva ritardati a occupare il nome di legittimi príncipi altro che il rispetto de' pontefici; i quali nell'una e nell'altra città ritenevano poco piú che 'l nome nudo del dominio, perché ne pigliavano certa parte benché piccola dell'entrate, e tenevonvi governatori in nome della Chiesa i quali, essendo la potenza e la deliberazione di tutte le cose importanti in mano di coloro, vi erano quasi per ombra e per dimostrazione piú che per effetti. Ma la città di Perugia, o per la vicinità sua a Roma o per altre occasioni, era stata molto piú continuamente sottoposta alla Chiesa. Perché la città di Bologna aveva nelle avversità de' pontefici spesse volte variato, ora reggendosi in libertà ora tiranneggiata da' suoi cittadini ora sottoposta a príncipi esterni ora ridotta in assoluta subiezione de' pontefici, e ultimatamente ritornata, a tempo di Niccolao quinto pontefice a ubbidienza della Chiesa, ma con certe limitazioni e comunioni di autorità tra i pontefici e loro, che restando in progresso di tempo il nome e le dimostrazioni a' pontefici, l'effetto e la sostanza delle cose era pervenuta in potestà de' Bentivogli. De' quali quel che al presente reggeva, Giovanni, avendo a poco a poco tirato a sé ogni cosa, e depresse quelle famiglie piú potenti che erano state favorevoli a' maggiori suoi e a lui nel fondare e stabilire la tirannide, grave ancora per quattro figliuoli che aveva, la insolenza e le spese de' quali cominciavano a essere intollerabili, e però diventato odioso quasi a tutti, lasciato piccolo luogo alla mansuetudine e alla clemenza, conservava la sua potenza piú con la crudeltà e con l'armi che colla mansuetudine e benignità. Incitava il pontefice a queste imprese principalmente l'appetito della gloria, per la quale, pretendendo colore di pietà e zelo di religione alla sua ambizione, aveva in animo di restituire alla sedia apostolica tutto quello che in qualunque modo si dicesse essergli stato usurpato; e lo moveva piú particolarmente alla recuperazione di Bologna odio nuovo contro a Giovanni Bentivoglio, perché essendosi, mentre non ardiva stare a Roma, fermato a Cento terra del vescovado suo di Bologna, se n'ebbe di notte subitamente a fuggire perché ebbe avviso (o vero o falso che e fusse) che egli ordinava, a instanza del pontefice Alessandro, di farlo prigione.

Fu grata molto al re questa richiesta del pontefice, parendogli avere occasione di conservarselo benevolo, perché sapendo essergli molto molesta la congiunzione sua co' viniziani cominciava a temere non poco che egli non facesse qualche precipitazione; e già non era senza sospetto che certa pratica tenuta da Ottaviano Fregoso per privarlo del dominio di Genova fusse con sua partecipazione: e oltre a questo riputava che il Bentivoglio, se bene fusse sotto la sua protezione, avesse maggiore inclinazione a Cesare che a lui. Aggiugnevasi lo sdegno suo contro a Giampaolo Baglione per avere ricusato, ricevuti che ebbe quattordicimila ducati, di andare a unirsi coll'esercito suo in sul fiume del Garigliano; e il desiderio di offendere, con l'occasione di mandare genti in Toscana, Pandolfo Petrucci, perché né gli aveva mai pagato i danari promessi, e si era del tutto aderito alla fortuna degli spagnuoli. Però prontamente offerse al papa di dargli aiuto; e all'incontro il papa gli dette brevi del cardinalato d'Aus e di Baiosa, e facoltà di disporre de' benefici del ducato di Milano, come già ebbe Francesco Sforza.

Le quali pratiche essendo conchiuse per mezzo del vescovo di Sisteron, nuovamente promosso all'arcivescovado d'Ais, che per questa cagione andò piú volte dall'uno all'altro di loro, nondimeno non fu sí pronta la esecuzione. Perché avendo il pontefice differito qualche mese a fare la impresa, accadde che Massimiliano, il quale, avendo rotto guerra al re d'Ungheria, aveva allentato il pensiere di passare in Italia, si pacificò di nuovo con lui, rinnovato il patto della successione: e ritornò in Austria, facendo segni e apparati che dimostravano volesse passare in Italia. Alla quale cosa desiderando di non avere avversi i viniziani, mandò a Vinegia quattro oratori a significare la deliberazione sua di andare a Roma per la corona dello imperio; ricercandogli concedessino il passo a lui e al suo esercito, offerendosi parato ad assicurargli di non dare allo stato loro molestia alcuna, anzi desiderare di unirsi con quella republica, potendosi facilmente trovare modo di unione, che sarebbe non solo con sicurtà ma eziandio con augumento ed esaltazione dell'una parte e dell'altra: volendo tacitamente inferire che e' sarebbe utilità comune il congiugnersi insieme contro al re di Francia. Alla quale esposizione, dopo lunga consulta, fu fatto risposta con gratissime parole: dimostrando quanto era grande il desiderio del senato viniziano di accostarsi alla volontà sua, e sodisfargli in tutte le cose che potessino senza grave loro pregiudicio; il quale in questo caso non poteva essere né maggiore né piú evidente, conciossiaché Italia tutta, disperata per tante calamità che aveva sopportate, stava molto sollevata al nome della passata sua con esercito potente, con intenzione di pigliare l'armi per non lasciare aprire la via a nuovi travagli; e il medesimo era per fare il re di Francia per assicurare lo stato di Milano. Dunque, il venire egli con esercito armato in Italia non essere altro che cercare potentissima, opposizione, e con grandissimo pericolo loro; contro a' quali si conciterebbe tutta Italia, insieme con quel re, se gli consentissino il passo, come se agl'interessi propri avessino posposto il beneficio comune. Essere molto piú sicuro per tutti, e alla fine piú onorevole per lui, venendo a uno atto pacifico e favorevole appresso a ciascuno, passare in Italia disarmato; dove, dimostrando non meno benigna che potente la maestà dello imperio, arebbe grandissimo favore da ciascuno, sarebbe con somma gloria conservatore della tranquillità d'Italia, andando a incoronarsi in quel modo che innanzi a lui era andato a incoronarsi il padre suo e molti altri de' suoi predecessori; e in tal caso il senato viniziano farebbe verso di lui tutte quelle dimostrazioni e officii che egli medesimo sapesse desiderare.

Queste preparazioni di armi, e queste cose che si trattavano per Cesare, furono cagione che ricercando il pontefice, determinato di fare di presente la impresa di Bologna, al re le genti promesse, egli, parendogli non essere tempo da simili movimenti, lo confortava amichevolmente a differire a tempo che per questo accidente non s'avesse a commuovere tutta Italia; movendolo a questo eziandio il sospetto che i viniziani non si sdegnassino, perché gli avevano significato avere deliberato di pigliare l'armi per la difesa di Bologna se il pontefice non cedeva prima loro le ragioni pertinenti alla Chiesa in Faenza. Ma la natura del pontefice, impaziente e precipitosa, cercò contra tutte le difficoltà e opposizioni, con modi impetuosi, di conseguire il desiderio suo. Perché chiamati i cardinali in concistoro, giustificata la causa che lo moveva a desiderare di liberare da' tiranni le città di Bologna e di Perugia, membri tanto nobili e tanto importanti a quella sedia, significò volervi andare personalmente; affermando che oltre alle forze proprie arebbe aiuto dal re di Francia da' fiorentini e da molti altri d'Italia, né Dio giusto Signore essere per abbandonare chi aiutava la Chiesa sua. La quale cosa significata in Francia parve tanto ridicola al re (che il pontefice si promettesse, senza esserne certificato altrimenti, l'aiuto delle sue genti) che ridendo sopra la mensa, e volendo tassare la ebrietà sua nota a ciascuno, disse che il papa la sera innanzi doveva essersi troppo riscaldato col vino; non si accorgendo ancora che questa impetuosa deliberazione lo costrigneva o a venire in manifesta controversia con lui o a concedergli contro alla propria volontà le genti sue. Ma il papa, non aspettata altra resoluzione, era con cinquecento uomini d'arme uscito di Roma; e avendo mandato Antonio de Monte a significare a' bolognesi la sua venuta, e a comandare che preparassino di riceverlo e di alloggiare nel contado cinquecento lancie franzesi, procedeva innanzi lentamente; avendo in animo di non passare Perugia se prima non era certificato che le genti franzesi venissino in aiuto suo. Della venuta del quale temendo Giampaolo Baglione, confortato dal duca d'Urbino e da altri amici suoi, e sotto la fede ricevuta da loro, andò a incontrarlo a Orvieto: dove, rimettendosi totalmente alla volontà sua, fu ricevuto in grazia; avendogli promesso andare seco in persona e menare cento cinquanta uomini d'arme, lasciargli nelle mani le fortezze di Perugia e del perugino e la guardia della città, e dando statichi per la osservanza due figliuoli al duca d'Urbino.

Entrò in Perugia senza forze, e in modo che era in potestà di Giampaolo di farlo prigione con tutta la corte, se avesse saputo fare risonare per tutto il mondo, in cosa sí grande, quella perfidia la quale aveva già infamato il nome suo in cose tanto minori. Udí in Perugia il cardinale di Nerbona, venuto in nome del re di Francia a confortarlo che differisse ad altro tempo la impresa, ed escusare che, se bene il re desiderava mandargli le genti, non poteva, per i sospetti grandi che aveva di Cesare, disarmare il ducato di Milano. Della quale imbasciata commosso maravigliosamente, né mostrando per questo di volere mutare sentenza, cominciò a soldare fanti e accrescere tutte le provisioni: e nondimeno fu creduto da molti che, attese le difficoltà che si dimostravano e la natura sua non implacabile a chi gli cedeva, che se il Bentivoglio, che per suoi imbasciadori aveva offerto di mandargli tutti a quattro i figliuoli suoi, si fusse disposto ad andarvi come aveva fatto Giampaolo personalmente, arebbe trovato qualche forma tollerabile alle cose sue. In che mentre non si risolse per se stesso, o, secondo dicono alcuni, mentre è tenuto sospeso dalla contradizione della moglie, ebbe avviso che il re di Francia avea comandato a Ciamonte che andasse personalmente in aiuto suo con cinquecento lancie: perché il re, se bene, trovandosi allora il cardinale di Roano assente dalla corte, fusse stato inclinato a non le concedere, nondimeno confortato poi al contrario da lui, e considerando quanta offesa sarebbe al papa il denegargli quel che non solo da principio gli aveva promesso ma eziandio stimolato a volerlo usare, mutò sentenza; indotto ancora a questo piú facilmente perché le dimostrazioni di Massimiliano erano già, secondo la sua consuetudine, cominciate a raffreddare, e il pontefice, per sodisfare in qualche parte al re, era stato contento promettergli, benché non per scrittura ma con semplici parole, che per causa delle terre di Romagna non molesterebbe mai i viniziani. E nondimeno, non volendo astenersi da dimostrare essergli fisso nell'animo questo desiderio, andando da Perugia a Cesena prese la via de' monti; perché se fusse andato pel piano era necessitato passare per quello di Rimini, che gli occupavano i viniziani. A Cesena, ammoní sotto gravissime censure e pene spirituali e temporali il Bentivoglio a partirsi di Bologna, estendendole a chi aderisse o conversasse con lui; nel quale luogo avendo avuto avviso Ciamonte essere in cammino con secento lancie e tremila fanti, i quali si pagavano dal pontefice, ripieno di maggiore animo continuò senza dilazione il cammino; e sfuggendo, per la medesima cagione per la quale aveva sfuggito Arimini, di passare per il territorio di Faenza, presa la via de' monti, benché difficile e incomoda, per le terre possedute di là dallo Apennino da' fiorentini, andò a Imola, dove si raccoglieva l'esercito suo: nel quale, oltre a molti fanti che avea soldati, erano quattrocento uomini d'arme agli stipendi suoi, Giampaolo Baglione con cento cinquanta, cento prestatigli sotto Marcantonio Colonna da' fiorentini, cento prestatigli dal duca di Ferrara, molti stradiotti soldati nel regno di Napoli, e dugento cavalli leggieri menatigli dal marchese di Mantova, deputato luogotenente dell'esercito.

Da altra parte in Bologna non avevano i Bentivogli cessato di fare molte preparazioni, sperando se non di essere difesi almeno di non essere offesi da' franzesi; perché il re, ricercato di sussidio da loro secondo gli oblighi della protezione, aveva risposto non potere opporsi con l'armi alle imprese del pontefice, ma che non darebbe già né gente né aiuto contro a loro: donde si confidavano di potere facilmente resistere all'esercito ecclesiastico. Ma mancò loro ogni speranza per la venuta di Ciamonte; il quale benché per il cammino avesse dato agli uomini loro varie risposte, nondimeno, il dí che arrivò a Castelfranco nel bolognese, che fu il medesimo dí che 'l marchese di Mantova con le genti del Pontefice occupò Castel San Piero, mandò a significare a Giovanni Bentivogli che il re, non volendo mancargli di quello a che era tenuto per i capitoli della protezione, intendeva conservargli i beni suoi e operare che, lasciando il governo della città alla Chiesa, potesse sicuramente godendo i suoi beni abitare co' figliuoli in Bologna; ma questo, in caso che infra tre dí avesse ubbidito a' comandamenti del pontefice. Donde il Bentivoglio e i figliuoli, che prima con grandissime minaccie avevano publicato per tutto di volersi difendere, caduti interamente d'animo, e dimenticatisi della increpazione fatta a Piero de' Medici che senza effusione di sangue si fusse fuggito di Firenze, risposono volere rimettersi in arbitrio suo, supplicandolo che fusse operatore che almanco ottenessino condizioni tollerabili. Però egli, che era già venuto al Ponte al Reno vicino a Bologna a tre miglia, interponendosi col pontefice, convenne che fusse lecito a Giovanni Bentivogli e a' figliuoli e a Ginevra Sforza sua moglie partirsi sicuramente da Bologna, e fermarsi in qualunque luogo volessino del ducato di Milano; avessino facoltà di vendere o di cavare di Bologna tutti i mobili loro, né fussino molestati ne' beni immobili che con giusto titolo possedevano: le quali cose conchiuse si partirono subito da Bologna, ottenuto da Ciamonte, al quale dettono dodicimila ducati, amplissimo salvocondotto, con promessa per scrittura di fargli osservare quanto si conteneva nella protezione del re, e che potessino sicuramente abitare nello stato di Milano. Partiti i Bentivogli, il popolo di Bologna mandò subito oratori al pontefice a dargli liberamente la città né dimandare altro che l'assoluzione delle censure, e che i franzesi non entrassino in Bologna. I quali, mal pazienti di regola alcuna, accostatisi alle mura, feciono forza d'entrare; ma essendo fatto loro resistenza dal popolo si alloggiorono appresso alle mura tra le porte di San Felice e di Saragosa, in sul canale il quale, derivato dal fiume del Reno, passando per Bologna, conduce le navi al cammino di Ferrara; non sapendo essere in potestà de' bolognesi con l'abbassare, nel luogo ove l'acqua del canale entra nella città, una graticola di ferro, inondare il paese circostante: il che avendo fatto, il canale gonfiato d'acque inondò il luogo basso dove alloggiavano i franzesi; i quali, lasciate nel fango le artiglierie e molti carriaggi, si ritirorono tumultuosamente al Ponte al Reno, dove stetteno insino all'entrata del pontefice in Bologna: il quale con grandissima pompa e con tutte le cerimonie pontificali vi entrò molto solennemente il dí dedicato a san Martino. Cosí con grandissima felicità de' bolognesi venne in potestà della Chiesa la città di Bologna, città numerata meritamente, per la frequenza del popolo per la fertilità del territorio e per la opportunità del sito, tra le piú preclare città d'Italia. Nella quale benché il pontefice, costituiti i magistrati nuovi a esempio degli antichi, riservasse in molte cose segni e imagine di libertà, nondimeno in quanto allo effetto la sottomesse del tutto all'ubbidienza della Chiesa: liberalissimo in questo che, concedendo molte esenzioni, si sforzò, come medesimamente fece in tutte l'altre città, di fare il popolo amatore del dominio ecclesiastico. A Ciamonte, che se ne ritornò incontinente nel ducato di Milano, donò il pontefice ottomila ducati per sé e diecimila per le genti, e gli confermò per bolla la promessa fattagli prima di promuovere al cardinalato il vescovo d'Albi suo fratello, e nondimeno, volto con tutto l'animo alle offese de' viniziani, per lasciare piú stimoli al re di Francia e al cardinale di Roano di sovvenirlo, non volle, secondo l'instanza che gli era fatta e i brevi conceduti da sé, publicare allora cardinali Aus e Baiosa.

Lib.7, cap.4

Venuta di Ferdinando d'Aragona in Italia. Morte dell'arciduca Filippo. Concorrono ambasciatori di príncipi e di governi a Napoli presso Ferdinando. Scoperta d'una congiura contro il duca di Ferrara. Fuga del Valentino in Navarra e sua fine.

Passò in questo tempo per mare in Italia il re d'Aragona. Al quale, innanzi si imbarcasse a Barzalona, venne un uomo del gran capitano a offerirsegli pronto a riceverlo, e a esibirgli la ubbidienza: al quale il re riconfermò non solo il ducato di Santo Angelo, il quale gli aveva già donato il re Federigo, ma ancora tutti gli altri che, per entrata di piú di ventimila ducati, possedeva nel reame di Napoli. Confermogli l'offizio del gran conestabile del medesimo regno, e gli promesse per cedola di sua mano il maestralgo di San Iacopo. E però, con maggiore speranza imbarcatosi a Barzalona, e onoratamente ricevuto per ordine del re di Francia, insieme con la moglie, in tutti i porti di Provenza, fu col medesimo onore ricevuto nel porto di Genova, dove lo aspettava il gran capitano andato, con ammirazione di molti, a rincontrarlo; perché non solo negli uomini volgari ma eziandio nel pontefice era stata opinione che egli, conscio della inubbidienza passata e de' sospetti i quali il re, forse non vanamente, aveva avuti di lui, fuggendo per timore il cospetto suo, passerebbe in Ispagna. Partito da Genova, non volendo con le galee sottili discostarsi da terra, stette piú giorni, per non avere i venti prosperi, in Portofino; dove mentre dimora gli sopragiunse avviso che il re Filippo suo genero, giovane d'anni e di corpo robusto e sanissimo, nel fiore della sua età e costituito in tanta felicità (dimostrandosi bene spesso maravigliosa la varietà della fortuna), era, per febbre duratagli pochi dí, passato, nella città di Burgus, all'altra vita: e nondimeno il re, che per molti si credette che, per desiderio di ripigliare il governo di Castiglia, volgesse subito le prue a Barzalona, continuando il cammino di prima, entrò quel medesimo giorno nel porto di Gaeta che il pontefice, andando a Bologna, era entrato in Imola. Onde condotto a Napoli, fu ricevuto in quella città, assueta a vedere re aragonesi, con grandissima magnificenza e onore, e con molto maggiore desiderio ed espettazione di tutti; persuadendosi ciascuno che, per mano d'uno re glorioso per tante vittorie avute contro agli infedeli e contro a' cristiani, venerabile per opinione di prudenza, e del quale risonava fama chiarissima che avesse con singolare giustizia e tranquillità governato i reami suoi, dovesse il regno di Napoli, ristorato di tanti affanni e oppressioni, ridursi in quieto stato e molto felice, e reintegrarsi de' porti che, con dispiacere non piccolo di tutto il reame, vi tenevano i viniziani. Concorsono a Napoli prontamente oratori di tutta Italia, non solo per congratularsi e onorare uno tanto principe ma eziandio per varie pratiche e cagioni; persuadendosi ciascuno che con l'autorità e prudenza sua avesse a dare forma e a essere il contrappeso di molte cose. Però che e il pontefice, benché mal sodisfatto di lui perché non aveva mai mandato imbasciadori a dargli secondo l'usanza comune l'ubbidienza, cercava di incitarlo contro a viniziani, pensando che per recuperare i porti della Puglia avesse desiderio della bassezza loro: e i viniziani si ingegnavano di conservarselo amico; e i fiorentini e gli altri popoli di Toscana trattavano diversamente con lui per le cose di Pisa: molestate, questo anno, meno che il solito dall'armi de' fiorentini, perché non aveano impedito le loro ricolte, o stracchi dalle spese o perché la giudicassino per l'esperienza degli anni passati cosa vana, sapendo che i genovesi e i lucchesi si erano insieme per uno anno convenuti di sostentare con spesa certa e determinata quella città. Alla qual cosa gli aveva prima confortati Pandolfo Petrucci, offerendo che i sanesi farebbono il medesimo; ma da altra parte, manifestando con la sua consueta duplicità quel che si trattava a' fiorentini, ottenne da loro, perché si separasse dagli altri, che si prorogasse per tre anni la tregua che ancora durava tra i fiorentini e sanesi, ma con patto espresso che a' sanesi e a Pandolfo non fusse lecito dare aiuto alcuno a' pisani: colla quale scusa astenendosi da spendere per loro, non cessava nell'altre cose, quanto poteva, di consigliargli e favorirgli.

Succedette, nell'anno medesimo, dalla tragedia cominciata innanzi a Ferrara nuovo e grave accidente. Perché Ferdinando, fratello del duca Alfonso, e Giulio, al quale dal cardinale erano stati tratti gli occhi, ma riposti senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura de' medici, si erano congiurati insieme contro alla vita del duca; mossi, Ferdinando, che era il secondogenito, per cupidità di occupare quello stato, Giulio per non gli parere che Alfonso si fusse risentito delle ingiurie sue, e perché non poteva sperare di vendicarsi contro al cardinale con altro modo: a' quali consigli interveniva il conte Albertino Buschetto gentiluomo di Modona. E avendo corrotto alcuni di vile condizione che per causa di piaceri erano assidui intorno ad Alfonso, ebbono molte volte facilità grandissima d'ammazzarlo; ma ritenuti da fatale timidità lasciorno sempre passare l'occasione, in modo che, come accade quasi sempre quando si differisce la esecuzione delle congiure, venuta la cosa a luce, furono incarcerati Ferdinando e gli altri partecipi; e Giulio, che scoperta la cosa si era fuggito a Mantova alla sorella, fu per ordine del marchese condotto prigione ad Alfonso, ricevuta da lui promessa di non gli nuocere nella vita; e poco dipoi, squartato il conte Albertino e gli altri colpevoli, furono amendue i fratelli condannati a stare in perpetua carcere nel castel nuovo di Ferrara.

Né è da passare con silenzio l'audacia e la industria del Valentino; il quale in questi tempi medesimi, con sottile modo calatosi per una corda della rocca di Medina del Campo, fuggí nel regno di Navarra al re Giovanni fratello della sua moglie. Dove, acciò che di lui non s'abbia a fare piú menzione, dimorato alquanti anni in basso stato, perché il re di Francia, il quale prima gli aveva confiscato il ducato di Valenza e toltogli la pensione de' ventimila franchi consegnatagli in supplemento dell'entrata promessa, non gli permesse, per non fare cosa molesta al re di Aragona, l'andare in Francia, fu finalmente, essendo con le genti del re di Navarra a campo a Viana castello ignobile di quel reame, combattendo contro agli inimici che si erano scoperti

Lib.7, cap.5

Discordie tumulti e ribellione in Genova. I genovesi deliberano di espugnare Monaco, e il re di Francia si prepara a ridurli a ubbidienza. Il pontefice delibera improvvisamente di tornare a Roma sdegnato col re per le vicende di Genova.

Alla fine di questo anno, acciò che l'anno nuovo non cominciasse senza materia di nuove guerre, seguitò la rebellione de' genovesi dalla divozione del re di Francia; non mossa principalmente da altri che da loro medesimi, né cominciato il fondamento da desiderio di ribellarsi ma da discordie civili che traportorono gli uomini piú oltre che non erano state le prime deliberazioni. La città di Genova, città veramente edificata in quel luogo per lo imperio del mare, se tanta opportunità non fusse stata impedita dal pestifero veleno delle discordie civili, non è come molte dell'altre d'Italia sottoposta a una sola divisione ma divisa in piú parti; perché vi sono ancora le reliquie delle antiche contenzioni de' guelfi e de' ghibellini. Regnavi la discordia, dalla quale furono già in Italia e specialmente in Toscana conquassate molte città, tra i gentiluomini e i popolari: perché i popolari, non volendo sopportare la superbia della nobiltà, raffrenorno la potenza loro con molte severissime e asprissime leggi; e infra le altre, avendo lasciata loro porzione determinata in quasi tutti gli altri magistrati e onori, gli esclusono particolarmente dalla degnità del doge, il quale magistrato, supremo a tutti gli altri, si concedeva per tutta la vita di chi era eletto: benché, per la instabilità di quella città, a niuno forse o a pochissimi fu permesso continuare tanto onore insino alla morte. Ma non è divisione manco potente quella tra gli Adorni e i Fregosi, i quali di case popolari diventati cappellacci (cosí chiamano i genovesi coloro che sono ascesi a molta grandezza) contendono insieme la degnità del doge, continuata molti anni quasi sempre in una di loro. Perché i gentiluomini, guelfi e ghibellini, non potendo essi per la proibizione delle leggi conseguirla, procuravano che la fusse conferita ne' popolari della fazione medesima, e favorendo i ghibellini [gli Adorni] i guelfi [i Fregosi] si feciono in progresso di tempo queste due famiglie piú illustri e piú potenti di quegli il nome de' quali e l'autorità solevano prima seguitare. E si confondono in modo tutte queste divisioni che spesso quegli che sono d'una medesima parte, contro alla parte opposita, sono eziandio tra se medesimi divisi in varie parti, e per contrario congiunti in una parte con quegli che seguitano un'altra parte. Ma cominciò questo anno ad accendersi altercazione tra i gentiluomini e i popolari; la quale, avendo principio dalla insolenza di alcuni nobili e trovando per l'ordinario gli animi dell'una parte e dell'altra male disposti, si convertí prestamente da contenzioni private in discordie publiche, piú facili a generarsi nelle città, come era allora Genova, molto abbondanti di ricchezze: le quali trascorsono tanto oltre che 'l popolo, concitato tumultuosamente all'armi e ammazzato uno della famiglia d'Oria e feriti alcuni altri gentiluomini, ottenne, piú con la violenza che con la volontà libera de' cittadini, che ne' consigli publici, ne' quali intervennono pochissimi della nobiltà, si statuisse il dí seguente che degli uffici, i quali prima si dividevano tra i nobili e i popolari in parte eguale, se ne concedessino per l'avvenire due parti al popolo rimanendone una sola alla nobiltà: alla quale deliberazione, per timore che non si facessino maggiori scandoli, acconsentí Roccalbertino Catelano che invece di Filippo di Ravesten, governatore regio allora assente, era preposto alla città. E nondimeno i popolari non quietati per questo, suscitato fra pochissimi dí nuovo tumulto saccheggiorno le case de' nobili; per la qual cosa la maggiore parte della nobiltà, non si tenendo piú sicura nella patria, se n'uscí fuora. Ritornò di Francia a Genova subitamente, intese queste alterazioni, il governatore con cento cinquanta cavalli e settecento fanti, ma non potette, né con la autorità né con le persuasioni né con le forze, ridurre in parte alcuna le cose a stato migliore; anzi bisognandogli spesso accomodarsi alle volontà popolari, comandò che alcune altre genti che lo seguitavano ritornassino indietro. Da' quali princípi diventando la moltitudine continuamente piú insolente, ed essendo, come comunemente accade nelle città tumultuose, il reggimento, contro alla volontà di molti popolari onesti, caduto quasi interamente nella feccia della plebe, e avendo creato da se stessa per capo del suo furore uno magistrato nuovo di otto uomini plebei con grandissima autorità (i quali, acciò che il nome gli concitasse a maggiore insania, chiamavano tribuni della plebe) occuporno con l'armi la terra della Spezie e l'altre terre della riviera di levante, governate per ordinazione del re da Gianluigi dal Fiesco. Querelossi di queste insolenze al re in nome di tutta la nobiltà e per l'interesse suo proprio Gianluigi; dimostrandogli il pericolo manifesto di perdere il dominio di Genova, poiché la moltitudine era trascorsa in tale temerità che oltre a tanti altri mali aveva ardito, procedendo direttamente contro alla autorità regia, occupare le terre della riviera: essere facile, usando con celerità i rimedi convenienti, il reprimere tanto furore mentre che ancora non aveano fomento o sussidio da alcuno; ma tardando a provedervi, il male metterebbe, ogni dí piú, maggiori radici, perché la importanza di Genova per terra e per mare era tale che inviterebbe facilmente qualche principe a nutrire questo incendio tanto pernicioso allo stato suo, e la plebe, conoscendo quel che da principio era forse stato sedizione essere diventato ribellione, si accosterebbe a qualunque gli desse speranza di difenderla. Ma da altra parte si ingegnavano gli oratori mandati al re dal popolo di Genova di giustificare la causa loro, dimostrando non altro avere incitato il popolo che la superbia de' gentiluomini, i quali, non contenti degli onori convenienti alla nobiltà, voleano essere onorati e temuti come signori. Avere il popolo tollerato lungamente le insolenze loro, ma ingiuriati finalmente, non solo nelle facoltà ma nelle persone proprie, non avere potuto piú contenersi; e nondimeno non essere proceduti se non a quelle cose senza le quali non poteva essere sicura la libertà loro, perché partecipando i nobili negli uffici per parte eguale non si poteva, per mezzo de' magistrati e de' giudici, resistere alla tirannide loro: tenendosi per Gianluigi le terre delle riviere, senza il commercio delle quali era come assediata Genova, in che modo potere i popolari sicuramente usarvi e conversarvi? Il popolo essere stato sempre divotissimo e fedelissimo della Maestà regia, e le mutazioni di Genova essere in ogni tempo procedute piú da' gentiluomini che da' popolari. Supplicare il re che, perdonati quei delitti che contro alla volontà universale erano stati nell'ardore delle contenzioni commessi da alcuni particolari, confermasse la legge fatta sopra la distribuzione degli uffici, e che le terre della riviera fussino governate col nome publico. Cosí godendo i gentiluomini onoratamente il grado e la degnità loro, goderebbono i popolari la libertà e la sicurtà conveniente, per la quale non si faceva pregiudicio ad alcuno; e ridotti per l'autorità sua in questa tranquillità, adorerebbono in perpetuo la clemenza la bontà e la giustizia del re.

Erano stati molestissimi al re questi tumulti, o perché gli fusse sospetta la licenza della moltitudine o per la inclinazione che hanno comunemente i franciosi al nome de' gentiluomini, e perciò sarebbe stato disposto a punire gli autori di queste insolenze e a ridurre tutte le cose nel grado antico; ma temendo che se tentava rimedi aspri i genovesi non ricorressino a Cesare, di cui non essendo ancora morto il figliuolo molto temeva, e perciò deliberato di procedere umanamente, perdonava tutti i delitti fatti, confermava la nuova legge degli uffici, pure che riponessino in mano sua le terre occupate della riviera: e per disporre a queste cose il popolo piú facilmente mandò a Genova Michele Riccio, dottore e fuoruscito napoletano, a confortargli che sapessino usare l'occasione della sua benignità, piú tosto che moltiplicando la contumacia e gli errori lo mettessino in necessità di procedere contro a loro con la severità dello imperio. Ma negli animi acciecati dalle immoderate cupidità la prudenza, soffocata dalla temerità, non aveva parte alcuna: non solo la plebe e i tribuni, con tutto che i magistrati legittimi fussino di contraria sentenza, non accettata la mansuetudine del re, dinegorno di restituire le terre occupate ma procedendo continuamente a cose peggiori deliberorno di espugnare Monaco, castello posseduto da Luciano Grimaldo, o per l'odio comune contro a tutti i gentiluomini genovesi o perché, per essere situato in luogo molto opportuno in sul mare, importa assai alle cose di Genova, o movendosi pure per odio particolare, conciossiaché chi ha in potestà quel luogo, invitato dal sito comodissimo a questo effetto, soglia difficilmente astenersi da' guadagni marittimi, o perché, secondo diceano, apparteneva giuridicamente alla republica: e però, benché contradicendo invano il governatore mandorno per terra e per mare ad assediarlo molte genti. Onde Filippo di Ravesten, conoscendo stare quivi inutilmente e, per gli accidenti che potevano nascere, non senza pericolo, lasciato in luogo suo Roccalbertino, se ne partí; e il re disperato che le cose si potessino ridurre a forma migliore e giudicando che 'l consentire che le stessino cosí non fusse con degnità e con sicurtà sua, ed essere maggiore pericolo se si lasciassino trascorrere piú oltre, cominciò scopertamente a prepararsi con forze terrestri e marittime per ridurre i genovesi alla sua ubbidienza.

La quale deliberazione fu cagione che si interrompessino le cose le quali tra 'l pontefice e il re di Francia si trattavano contro a' viniziani; desiderate molto dal re, liberato per la morte del re Filippo del sospetto avuto delle preparazioni di Massimiliano, ma molto piú desiderate dal pontefice, indegnatissimo contro a loro per l'occupazione delle terre della Romagna, e perché senza alcuno rispetto della sedia apostolica conferivano i vescovadi vacanti nel loro dominio, e si intromettevano in molte cose appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica: onde inclinato del tutto alla amicizia del re, oltre allo avere publicato cardinali i vescovi di Baiosa e di Aus, chiesti innanzi con grande instanza, aveva ricercato il re che passasse in Italia e venisse a colloquio seco: il che il re aveva consentito di fare: ma intendendo poi la sua deliberazione di muovere l'armi in favore de' gentiluomini contro al popolo di Genova, ne ricevé grandissima molestia, essendo, per la inclinazione, antica delle parti di Savona sua patria, contrario a' gentiluomini e favorevole al popolo. Però fece instanza col re che si contentasse di avere, non alterando lo stato popolare, quella città a ubbidienza, e lo confortò efficacemente ad astenersi dalle armi, allegandone molte ragioni; e principalmente essere pericolo che, suscitandosi in Italia per questo moto qualche incendio, non si turbasse il muovere la guerra disegnata contro a' viniziani: alle quali ragioni vedendo che il re non acconsente, o traportato dallo sdegno e dal dolore o veramente essendosi rinnovato in lui, o da se stesso o per sottile artificio d'altri, l'antico sospetto della cupidità del cardinale di Roano, e perciò dubitando di non essere ritenuto dal re in caso si riducessino in uno luogo medesimo, e forse concorrendo l'una e l'altra cagione, publicò all'improviso, nel principio dell'anno mille cinquecento sette, contro all'espettazione di tutti, volere ritornarsene a Roma; non allegando altre cagioni che l'aria di Bologna essere nociva alla sua salute e l'assenza di Roma fargli non piccolo detrimento nell'entrate. Dette questa deliberazione ammirazione assai a ciascuno, e specialmente al re, che senza alcuna causa lasciasse imperfette le pratiche che tanto aveva desiderato, interrompendo il colloquio del quale egli medesimo l'aveva ricerco; e turbatosene molto, non lasciò indietro opera alcuna perché variasse da questo nuovo pensiero: ma era piú tosto nociva che vana l'opera sua, perché il pontefice, pigliando dalla instanza che se gli faceva maggiore sospetto, si confermava tanto piú nella sua deliberazione; nella quale stando pertinace, partí alla fine di febbraio da Bologna, non potendo dissimulare lo sdegno conceputo contro al re. Fondò, innanzi partisse di quella città, la prima pietra della fortezza che per ordine suo, con infelici auspici, vi si faceva appresso alla porta di Galera che va a Ferrara, in quello luogo medesimo ove altra volta co' medesimi auspici era stata edificata da Filippo Maria Visconte duca di Milano: e avendo per lo sdegno nuovo col re di Francia mitigato alquanto lo sdegno antico contro a' viniziani, non volendo incomodarsi dal cammino diritto, passò per la città di Faenza. E sopravenivano a ogn'ora nuove altercazioni tra il re di Francia e lui: perché aveva instato che i Bentivogli fussino cacciati dello stato di Milano, con tutto che di consentimento suo fusse stata concessa loro la facoltà di abitarvi; né aveva voluto restituire al protonotario, figliuolo di Giovanni, la possessione delle chiese sue, promessagli con la medesima concordia e consentimento. Tanto spesso poteva in lui piú la contenzione dell'animo che la ragione! La quale disposizione non con arte o diligenza alcuna tentava di mitigare il re di Francia; ma sdegnato di tanta variazione e insospettito che, come era la verità, non desse occultamente animo al popolo di Genova, non si asteneva da minacciarlo palesemente, tassando con parole ingiuriose la sua ignobilità: perché non era dubbio il pontefice essere nato vilissimamente e nutrito per molti anni in umilissimo stato. Anzi, confermato tanto piú nella prima sentenza delle cose di Genova, preparava con somma diligenza l'esercito per andarvi personalmente, avendo, per l'esperienza delle cose accadute nel regno di Napoli, imparato che differenza fusse ad amministrare le guerre per se proprio a commetterle a' capitani.

Lib.7, cap.6

Continuano i tumulti in Genova; prevalenza del popolo contro i francesi. Il re di Francia sotto Genova. Successo de' francesi ed accordi di resa. Entrata del re in Genova, e condizioni imposte alla città.

Non movevano queste preparazioni i genovesi, intenti alla occupazione di Monaco, ove aveano intorno molti legni, e semila uomini di gente raccolta tumultuariamente della plebe e del contado, sotto il governo di Tarlatino capitano de' pisani, il quale insieme con Piero Giambacorta e alcuni altri soldati era stato mandato da loro in favore de' genovesi. E a Genova, perseverandosi e moltiplicando continuamente negli errori, il castellano del Castelletto, che insino ad allora era stato quietissimo né aveva avuto dal popolo molestia alcuna, o per comandamento del re o per cupidità di rubare, fece all'improviso prigioni molti del popolo, e cominciò a molestare con l'artiglierie il porto e la città; per il che Roccalbertino entrato in timore di se medesimo si partí, e i fanti franzesi che erano alla guardia del palagio publico si rifuggirno nel Castelletto. Ebbe poco dipoi fine l'assedio stato molti mesi intorno a Monaco: perché intendendo quegli che vi erano accampati che per soccorrerlo s'approssimavano Ivo d'Allegri e i principali de' gentiluomini con tremila fanti soldati da loro e con altre genti mandate dal duca di Savoia, non avendo avuto ardire di aspettargli, se ne levorono. E già divulgava la fama passare continuamente in Lombardia l'esercito destinato dal re: per la qual cosa accendendosi il furore di quegli ne' quali doveva essere cagione di migliori consigli, la moltitudine, che insino a quel dí, avendo dissimulato con le parole quella ribellione che esercitava con l'opere, gridava il nome del re di Francia né avea rimosso de' luoghi publici i segni suoi, creò doge di Genova Paolo di Nove tintore di seta, uomo della infima plebe; scoprendosi per questo in manifestissima ribellione, perché con la creazione del doge era congiunta la dichiarazione che la città di Genova non fusse sottoposta a principe alcuno. Le quali cose eccitando l'animo del re a maggiore indegnazione, ed essendogli significato da' nobili che in luogo de' segni suoi aveva posto i segni di Cesare, augumentò le provisioni prima ordinate: commosso ancora piú perché Cesare, stimolato da' genovesi e forse occultamente dal pontefice, l'avea confortato a non molestare Genova come terra di imperio, offerendo di interporsi col popolo perché si riducessino alle cose che fussino giuste. Nutrirno qualche poco l'audacia del nuovo doge e de' tribuni i successi prosperi che ebbono nella riviera di levante: perché avendo Ieronimo figliuolo di Gianluigi dal Fiesco con dumila fanti e alcuni cavalli recuperato Rapallo, e andando di notte per prendere Recco, scontrandosi con le genti che vi venivano in soccorso da Genova, si messono, senza combattere, disordinatamente in fuga; la fuga de' quali venendo agli orecchi di Orlandino nipote di Gianluigi, che con un'altra moltitudine di gente era disceso a Recco, si messe medesimamente in fuga. Onde diventati il doge e i tribuni piú insolenti assaltorno il Castellaccio, fortezza antica ne' monti sopra Genova edificata da' signori di Milano quando dominavano quella città acciò che, quando fusse necessario, le genti mandate da loro di Lombardia potessino accostarsi a Genova e soccorrere il Castelletto; nel quale essendo piccola guardia lo occuporono facilmente, perché quegli pochi franzesi che vi erano si arrenderono sotto la fede di essere salva la vita e la roba loro: la quale fede fu incontinente violata, gloriandosi quegli che avevano fatto tale eccesso, per segno del quale tornorono in Genova con le mani sanguinose e con allegrezza grande. E nel tempo medesimo cominciorno a battere con l'artiglierie il Castelletto e la chiesa di San Francesco contigua a quello.

Ma era già passato il re in Italia, e l'esercito si andava continuamente raccogliendo per assaltare Genova senza indugio. E nondimeno i genovesi, abbandonati di ogni sussidio, perché il re cattolico benché desideroso della conservazione loro non voleva separarsi dal re di Francia, anzi l'aveva accomodato di quattro galee sottili, né il pontefice ardiva dimostrare con altro che con occulti conforti e speranze l'animo suo, avendo solo trecento fanti forestieri, non capitani esperti di guerra, carestia di munizione, persistevano nella ostinazione; confidandosi d'avere, per la strettezza de' passi e difficoltà e asprezza del paese, facilmente a proibire che gli inimici non si accostassino a Genova: per la quale vana speranza disprezzavano i conforti di molti, e specialmente del cardinale dal Finale; il quale seguitando il re gli confortava, con spessi messi e lettere, a rimettersi nella volontà sua, dando loro speranza di conseguire facilmente venia e tollerabili condizioni. Ma camminando già l'esercito per la via del Borgo de' Fornari e di Serravalle, cominciorono ad apparire vani i disegni de' genovesi, non discorsi né misurati dagli uomini periti della guerra ma co' clamori e con la iattanza vana della vile e imperita moltitudine. Però, non corrispondendo gli animi degli uomini nel pericolo presente a quello che temerariamente, quando il timore era lontano, si erano promessi, seicento fanti de' loro che erano a guardia de' primi passi, accostandosi i franzesi, vilmente si fuggirono; onde perduto l'animo tutti gli altri che erano alla guardia de' passi si ritirorono in Genova, lasciandogli liberi a franzesi: l'esercito de' quali, avendo già passato senza ostacolo alcuno il giogo de' monti, era sceso nella valle di Pozevera appresso a Genova miglia sette, con grandissima ammirazione de' genovesi, che contro a quello che si erano scioccamente persuasi ardisse di alloggiare in quella valle circondata da monti asprissimi, e in mezzo di tutto il paese inimico. Nel quale tempo l'armata del re di otto galee sottili otto galeoni molte fuste e brigantini, presentatasi innanzi a Genova, era passata verso Portovenere e la Spezie, seguitando l'armata genovese di sette galee e sei barche; la quale non avendo ardire di fermarsi nel porto di Genova si era ritirata in quegli luoghi. Di val di Pozevera andò l'esercito ad alloggiare nel borgo di Rivarolo distante da Genova due miglia, e presso alla chiesa di San Piero della Rena, che è contigua al mare; e benché camminando scontrassino a piú passi fanti de' genovesi, nondimeno tutti, non dimostrando maggiore virtú che avessino fatto gli altri, si ritirorono. E il dí medesimo arrivò all'esercito la persona del re, il quale alloggiò nella badia del Boschetto a rincontro del borgo di Rivarolo, accompagnato dalla maggiore parte della nobiltà di Francia, da moltissimi gentiluomini dello stato di Milano e dal marchese di Mantova: il quale il re aveva pochi dí innanzi dichiarato capo dell'ordine di San Michele, e donatogli lo stendardo il quale dopo la morte di Luigi undecimo non era mai stato dato ad alcuno: ed erano nell'esercito ottocento lancie (perché il re avea, rispetto all'asprezza del paese, lasciate l'altre in Lombardia) mille ottocento cavalli leggieri seimila svizzeri e seimila fanti di altre nazioni.

Avevano i genovesi, per non lasciare libero il cammino per il quale per i monti si va al Castellaccio, dipoi a Genova, per via piú corta che per la strada di San Piero della Rena contigua alla marina, edificato uno bastione in su l'altezza del monte che si dice la Montagna del promontorio, tra il borgo di Rivarolo e San Piero in Arena: dal quale bastione si andava al Castellaccio per la schiena del poggio. A questo bastione si indirizzò l'esercito, il dí medesimo che era alloggiato a Rivarolo; e da altra parte uscirno di Genova ottomila fanti guidati da Iacopo Corso luogotenente di Tarlatino, perché Tarlatino e i soldati de' pisani, fermatisi, quando il campo si levò da Monaco, in Ventimiglia, non aveano potuto, quando furno richiamati da' genovesi i quali mandorno la nave di Demetrio Giustiniano per condurgli, tornare a Genova, né per la via di terra per lo impedimento de' franzesi, né per mare per i venti contrari. Ma cominciando già i franzesi a salire scoperseno i fanti de' genovesi, i quali saliti in sul monte, per il colle per il quale si andava al bastione, e dipoi discesane la maggiore parte, aveva fatto testa in su uno poggetto che è a mezzo il monte: contro a' quali mandò Ciamonte a combattere molti gentiluomini e buono numero di fanteria: da' quali i genovesi, per la moltitudine e per il vantaggio del sito, si difendevano valorosamente, e con danno non piccolo de' franzesi perché, disprezzando gli inimici come raccolti quasi tutti di artefici e di uomini del paese, andavano volonterosamente, non considerando la fortezza del luogo, ad assaltargli; e già era stato ferito, benché non molto gravemente, la Palissa nella gola. Ma Ciamonte, volendo spuntargli di quello luogo, fece tirare ad alto due cannoni, i quali battendogli per fianco gli sforzorono a ritirarsi verso il monte, in sul quale era rimasta l'altra parte delle loro genti; dove seguitandogli ordinatamente i franzesi, quegli che erano a guardia del bastione, ancorché per il sito e per la fortificazione che vi era stata fatta potessino sicuramente aspettare l'artiglierie, dubitando che tra loro e la gente che era in sul monte non entrasse in mezzo qualche parte de' franzesi, l'abbandonorono con somma infamia; donde quegli che dal poggetto avevano cominciato a ritirarsi verso il bastione, vedutosi tagliato il cammino, presono fuori della strada consueta per balze e aspri precipizi la via di Genova, essendo nel ritirarsi morti di loro circa trecento. Dal quale successo essendo ripiena di incredibile terrore tutta la città, la quale governata secondo la volontà della infima plebe non si reggeva né con consiglio militare né con prudenza civile, mandorono due oratori nello esercito a trattare di darsi con capitoli convenienti; i quali, non ammessi agli orecchi del re, furono uditi dal cardinale di Roano, e da lui ebbono risposta che il re avea deliberato non accettargli se in lui non rimettevano senza altro patto assolutamente l'arbitrio di se stessi e di tutte le cose loro: ma mentre che trattavano con lui, una parte della plebe che recusava l'accordo, uscita tumultuosamente di Genova, si scoperse con molti fanti per i poggi e per il colle, che veniva dal Castellaccio, e si accostorono a uno quarto di miglio al bastione per recuperarlo; e avendo scaramucciato co' franzesi che erano usciti loro incontro, per spazio di tre ore, si ritirorono senza vantaggio di alcuna delle parti al Castellaccio. Nel quale tempo il re, dubitando di maggiore movimento, stette continuamente armato con molta gente a cavallo nel piano tra 'l fiume della Pozevera e l'alloggiamento dello esercito. E nondimeno la notte seguente, disperate le cose loro, ed essendo fama che i principali del popolo avevano composto occultamente col re insino quando era in Asti, lamentandosi la plebe di essere ingannata, il doge, con molti di quegli che per le cose commesse non speravano perdono e con quella parte de' pisani che vi era, si partí per andare a Pisa; e la mattina come fu dí, tornati in campo i medesimi imbasciadori, acconsentirono di dare la città alla discrezione del re: non avendo sostenuta piú che otto dí la guerra, con grandissimo esempio della imperizia e confusione de' popoli che, fondandosi in su speranze fallaci e disegni vani, feroci quando è lontano il pericolo, perduti poi presto d'animo quando il pericolo è vicino, non ritengono alcuna moderazione.

Fatto l'accordo, il re con l'esercito si accostò a Genova, alloggiati i fanti ne' borghi; i quali non ebbe piccola difficoltà a ritenere, massimamente i svizzeri, che non vi entrassino per saccheggiarla. Entrò dipoi in Genova con la maggiore parte delle altre genti, avendo prima messa la guardia nel Castellaccio, Ciamonte; al quale i genovesi consegnorono tutte le armi publiche e private che furono condotte nel Castelletto, e tre pezzi di artiglieria quali vi avevano condotti i pisani; che furono poi mandate a Milano: e il dí prossimo, che fu il vigesimonono d'aprile, entrò in Genova la persona del re con tutte le genti d'arme e arcieri della guardia, ed egli appiedi sotto il baldacchino, armato tutto con l'armi bianche, con uno stocco nudo in mano. Al quale si feciono incontro gli anziani con molti de' piú onorati cittadini; i quali essendosegli gittati innanzi a' piedi con molte lagrime, uno di loro, poiché alquanto fu fatto silenzio, in nome di tutti parlò cosí:

- Noi potremmo affermare, cristianissimo e clementissimo re, che se bene al principio delle contenzioni co' nostri gentiluomini intervenne quasi la maggiore parte de' popolari, nondimeno che l'esercitarle insolentemente, e molto piú la contumacia e la inubbidienza a' comandamenti regi, procedette solamente dalla feccia della infima plebe; la temerità della quale né noi né gli altri cittadini e mercatanti e artefici onesti potemmo mai raffrenare: e però, che qualunque pena si imponesse o alla città o a noi affliggerebbe gli innocenti senza detrimento alcuno degli autori e partecipi di tanti delitti; i quali, mendichi di tutte le cose e vagabondi, non sono tra noi in numero d'uomini non che di cittadini, né hanno essi questa infelice città in luogo di patria. Ma la intenzione nostra è, lasciate indietro tutte le scuse, non ricorrere ad altro che alla magnanimità e alla pietà di tanto re, in quella sommamente confidare, quella umilissimamente supplicare che, con quello animo col quale perdonò a' falli molto maggiori de' milanesi, si degni volgere quegli occhi pietosissimi verso i genovesi, pochi mesi innanzi felicissimi, ora esempio di tutte le miserie. Ricordatevi con quanta gloria del vostro nome fu allora per tutto il mondo celebrata la vostra clemenza, e quanto piú sia degno confermarla usando simile pietà che incrudelendo oscurarla. Ricordatevi che da Cristo, redentore di tutta l'umana generazione, derivò il cognome vostro di cristianissimo, e che però, a imitazione sua, vi si appartiene esercitare sopra ogni cosa la clemenza e la misericordia propria a lui. Siano grandissimi quanto si voglia i delitti commessi, siano inestimabili, non saranno giammai maggiori della pietà e della bontà vostra. Voi, nostro re, rappresentate tra noi il sommo Dio con la degnità e con la potenza (perché che altro che dii sono i re tra i sudditi loro?) e però tanto piú vi si appartiene rappresentarlo medesimamente con la similitudine della volontà e delle opere, delle quali nessuna è piú gloriosa nessuna piú grata nessuna fa piú ammirabile il nome suo che la misericordia. -

Seguitorono queste parole le voci alte di tutti gridando misericordia. Ma il re camminò innanzi non dando risposta alcuna; benché, comandando si levassino di terra e deponendo lo stocco che aveva nudo in mano, facesse segno di animo piú tosto inclinato alla benignità. Arrivò poi alla chiesa maggiore, dove si gli gittò innanzi a' piedi numero quasi infinito di donne e di fanciulli d'ogni sesso, i quali tutti vestiti di bianco supplicavano con grandissime grida e pianti miserabili la sua clemenza e misericordia. Commosse, secondo che si disse, questo aspetto non mediocremente l'animo del re; il quale, ancora che avesse deliberato di privare i genovesi di ogni amministrazione e autorità, e appropriare al fisco quelle entrate che sotto nome di San Giorgio appartengono a' privati e, spogliatigli d'ogni immagine di libertà, ridurgli a quella subiezione nella quale sono le terre dello stato di Milano, nondimeno, pochi dí poi, considerando che con questo modo non solo si punivano molti innocenti ma si alienavano eziandio gli animi di tutta la nobiltà, ed essere piú facile il signoreggiarla con qualche dolcezza che totalmente con la disperazione, confermò il governo antico, come era innanzi a queste ultime sedizioni. Ma per non dimenticare in tutto la severità, condannò la comunità in centomila ducati per la pena del delitto, i quali non molto poi rimesse; in dugentomila altri, in certi tempi, per rimborsarlo delle spese fatte e per edificare la fortezza alla torre di Codifà, poco lontana da Genova e che è situata in sul mare, sopra al borgo che va in val di Pozevera e a San Piero in Arena: la quale, perché può offendere tutto il porto e parte della città, è non immeritamente chiamata la Briglia. Volle ancora pagassino maggiore guardia che la solita e che continuamente tenessino nel porto armate tre galee sottili a sua ubbidienza, e che si fortificassino il Castelletto e il Castellaccio; annullò tutte le convenzioni fatte prima tra lui e quella città, riconcedendo quasi tutte le cose medesime ma come privilegi non come patti, acciò che fusse sempre in sua potestà il privarnegli; fece rimuovere delle monete genovesi i segni antichi, e ordinò che in futuro vi fusse impresso il segno suo per dimostrazione di assoluta superiorità. Alle quali cose si aggiunse la decapitazione di Demetrio Giustiniano, il quale manifestò nel suo esamine tutte le pratiche e le speranze avute dal pontefice; nel quale supplicio incorse, pochi mesi poi, Paolo da Nove ultimamente doge, il quale navigando da Pisa a Roma, ingannato da uno corso che era stato suo soldato, fu venduto a' franzesi. Fatto che ebbe il re queste cose, e ricevuto solennemente da' genovesi il giuramento della fedeltà e data venia a tutti, eccetto che a circa sessanta i quali rimesse alla disposizione della giustizia, se ne andò a Milano; avendo, subito che ebbe ottenuta Genova, licenziato l'esercito: col quale, essendo tutti gli altri male proveduti, gli sarebbe stato facile, continuando il corso della vittoria, opprimere chi gli fusse paruto in Italia; ma lo licenziò sí presto per certificare il pontefice il re de' romani e i viniziani, i quali stavano con grandissimo sospetto, che la venuta sua in Italia non era stata per altro che per la recuperazione di Genova.

Lib.7, cap.7

Malcontento del pontefice verso il re di Francia per la soluzione della questione di Genova. Discorso di Massimiliano alla dieta di Costanza contro il re. Effetti del discorso.

Ma nessuna cosa bastava a moderare l'animo del pontefice; il quale, interpretando tutte le cose in senso peggiore, si querelava di nuovo non mediocremente del re, come se per opera sua fusse proceduto che Annibale Bentivoglio, con secento fanti raccolti del ducato di Milano, aveva in quegli dí tentato di entrare in Bologna, affermando che quando gli fusse succeduto si sarebbe dimostrato piú oltre contro allo stato ecclesiastico: dalla qual cosa sdegnato, benché con grandissima difficoltà avesse prima publicati cardinali i vescovi di Aus e di Baiosa, recusava di publicare il vescovo d'Albi; lamentandosi che da Ciamonte suo fratello fusse permesso che i Bentivogli abitassino nel ducato di Milano. Ma quel che era di piú momento, traportato non meno dall'odio che dal sospetto, aveva, quando il re publicò di volere coll'armi ridurre a ubbidienza i genovesi, significato per suoi nunzi e con uno breve al re de' romani e agli elettori dello imperio che 'l re di Francia si preparava a passare in Italia con potentissimo esercito, simulando di volere raffrenare i tumulti di Genova, i quali era in potestà sua di quietare con la autorità sola, ma in verità per opprimere lo stato della Chiesa e usurpare la dignità dello imperio: e il medesimo, oltre al pontefice, gli significavano i viniziani, mossi dal medesimo timore della venuta del re di Francia in Italia con tanto esercito. Le quali cose intese, Massimiliano, cupidissimo per sua natura di cose nuove, essendo in quegli dí ritornato di Fiandra, dove invano tentò di assumere il governo del nipote, aveva convocato nella città di Gostanza i príncipi di Germania e le terre franche (chiamano terre franche quelle città che, riconoscendo in certi pagamenti determinati l'autorità dello imperio, si governano in tutte l'altre cose per se stesse, intente non ad ampliare il loro territorio ma a conservare la propria libertà). Dove concorsono i baroni e príncipi e i popoli di tutta Germania, forse piú prontamente e in maggiore numero che fussino, già lunghissimo tempo, concorsi a dieta alcuna: conciossiaché vi convennono personalmente tutti gli elettori, tutti i príncipi ecclesiastici e secolari della Alamagna, da quegli in fuora che erano ritenuti da qualche giusto impedimento, per i quali nondimeno vi vennono o figliuoli o fratelli o altre congiuntissime persone, che rappresentavano il nome loro; e similmente tutte le terre franche vi mandorono imbasciadori. I quali come furono congregati, Cesare fece leggere il breve del pontefice, e molte lettere per le quali gli era di vari luoghi significato il medesimo; e in alcuna delle quali era espresso essere la intenzione del re di Francia di collocare nella sedia pontificale il cardinale di Roano, e da lui ricevere la corona imperiale: per i quali avvisi essendo già concitati gli animi di tutti in grandissima indegnazione, Cesare, cessato che fu lo strepito, parlò in questa sentenza:

- Già vedete, nobilissimi elettori e príncipi e spettabili oratori, che effetti abbia prodotti la pazienza che abbiamo avuta per il passato; già, che frutto abbia partorito l'essere state disprezzate le querele mie in tante diete. Già vedete che il re di Francia, il quale non ardiva prima, se non con grandi occasioni e con apparenti colori, tentare le cose appartenenti al sacro imperio, ora apertamente si prepara non per difendere, come altre volte ha fatto, i ribelli nostri, non per occupare in qualche luogo le ragioni dello imperio, ma per spogliare la Germania della degnità imperiale, stata acquistata e conservata con tanta virtú e con tanta fatica da' nostri maggiori. A tanta audacia lo incita non l'essere accresciute le forze sue, non l'essere diminuite le forze nostre, non l'ignorare quanto sia senza comparazione piú potente la Germania che la Francia, ma la speranza, conceputa per l'esperienza delle cose passate, che noi abbiamo a essere simili a noi medesimi, che in noi abbia a potere piú o le dissensioni o la ignavia nostra che gli stimoli della gloria, anzi della salute; che per le medesime cagioni per le quali abbiamo con tanta vergogna tollerato che da lui sia occupato il ducato di Milano, che da lui siano nutrite le discordie tra noi, che da lui siano difesi i ribelli dello imperio, abbiamo similmente a tollerare che da lui ci sia rapita la degnità imperiale, trasferito in Francia l'ornamento e lo splendore di questa nazione. Quanto minore ignominia sarebbe del nome nostro, quanto minore dolore sentirebbe l'animo mio, se e' fusse noto a tutto il mondo che la potenza germanica fusse inferiore della potenza franzese! perché manco mi crucierebbe il danno che la infamia, perché almeno non sarebbe attribuito a viltà o a imprudenza nostra quel che procederebbe o dalla condizione de' tempi o dalla malignità della fortuna. E che maggiore infelicità, che maggiore miseria, essere ridotti in grado che ci sia cosa desiderabile il non essere potenti! che abbiamo a eleggere spontaneamente il danno gravissimo, per fuggire, poi che altrimenti non si può, la infamia e il vituperio eterno del nome nostro! Benché, la magnanimità di ciascuno di voi esperimentata tante volte nelle cose particolari, benché la ferocia propria e precipua di questa nazione, benché la memoria della virtú antica e de' trionfi de' padri nostri, terrore già e spavento di tutte l'altre nazioni, mi dànno quasi speranza, anzi quasi certezza, che in causa tanto grave s'abbino a destare i bellicosi e invitti spiriti vostri. Non si tratta della alienazione del ducato di Milano, non della ribellione de' svizzeri, nelle quali cause tanto gravi sia stata leggiera la mia autorità, per l'affinità che io avevo con Lodovico Sforza, per gli interessi particolari della casa di Austria. Ma ora, che escusazione si potrebbe pretendere? con che velame si potrebbe ricoprire la ignominia nostra? Trattasi se i Germani, possessori, non per fortuna ma per virtú, dello imperio romano, l'armi de' quali domorono già quasi tutto il mondo, il nome de' quali è anche al presente spaventoso a tutti i regni de' cristiani, hanno a lasciarsi vilmente spogliare di tanta degnità, hanno a essere esempio di infamia, hanno a diventare della prima e della piú gloriosa nazione l'ultima, la piú schernita, la piú vituperosa di tutto il mondo. E quali cagioni quali interessi quali sdegni giammai vi moveranno se questi non vi muovono? quali ecciteranno in voi i semi del valore e della generosità de' vostri maggiori se questi non gli eccitano? Con quanto dolore sentiranno, ne' tempi futuri, i vostri figliuoli e i vostri discendenti la memoria de' vostri nomi, se non conservate loro in quella grandezza, in quella autorità, il nome germanico, nella quale fu conservato a voi da' vostri padri? Ma lasciamo da parte i conforti e le persuasioni, perché a me, collocato da voi in tanta degnità, non conviene distendersi in parole ma proporvi fatti ed esempli. Io ho deliberato di passare in Italia, in nome per ricevere la corona dello imperio (solennità, come vi è noto, piú di cerimonia che di sostanza, perché la degnità e l'autorità imperiale depende in tutto dalla vostra elezione) ma principalmente per interrompere questi consigli scelerati de' franzesi, per scacciargli del ducato di Milano, poiché altrimenti non possiamo assicurarci dalla insolenza loro. Sono certo che niuno di voi farà difficoltà di darmi i sussidi soliti darsi agli imperadori che vanno a incoronarsi, i quali congiunti alle forze mie non dubito d'avere a passare vittorioso per tutto, e che la maggiore parte d'Italia supplichevole mi verrà incontro, chi per confermare i suoi privilegi, chi per conseguire dalla giustizia nostra rimedio alle oppressioni che gli sono fatte, chi per placare con divota sommissione l'ira del vincitore. Cederà il re di Francia al nome solo delle armi nostre, avendo i franzesi innanzi agli occhi la memoria quando giovanetto, e quasi fanciullo, roppi con vera virtú e magnanimità, a Guineguaste, l'esercito del re Luigi: dal quale tempo in qua, recusando di fare esperienza delle mie armi, non hanno mai i re di Francia combattuto meco se non con insidie e con fraudi. Ma considerate, con la generosità e magnanimità propria de' tedeschi, se e' conviene alla fama e onore vostro, in pericolo comune tanto grave, risentirsi sí pigramente, e non fare in caso tanto estraordinario estraordinarie provisioni. Non ricerca egli la gloria la grandezza del nome vostro, della quale è stato sempre proprio difendere la degnità de' pontefici romani l'autorità della sedia apostolica, che ora con la medesima ambizione ed empietà sono sceleratamente violate dal re di Francia, che per decreto comune di tutta la Germania si piglino a questo effetto potentissimamente l'armi? Questo interesse è tutto vostro, perché io ho adempiute assai le parti mie ad avervi convocato prontamente per manifestarvi il pericolo comune, ad avervi incitato con l'esempio della mia deliberazione. In me non mancherà fortezza di animo a espormi a qualunque pericolo, non corpo abile per la continua esercitazione a tollerare qualunque fatica; né il consiglio nelle cose della guerra, per la età e per la lunga esperienza, è tale che a questa impresa vi manchi capo capace di tutti gli onori: ma con quanta maggiore autorità il vostro re ornerete, con quanta maggiore potenza ed esercito lo circonderete, tanto piú facilmente, con somma gloria vostra, si difenderà la libertà della Chiesa romana, madre comune; esalterassi insino al cielo, insieme con la gloria del nome germanico, la degnità imperiale, grandezza e splendore comune a tutti voi, e comune a questa potentissima e ferocissima nazione. -

E alle parole di Cesare accresceva autorità la memoria che nelle altre diete non fussino state udite le querele sue; ed era facile aggiugnere negli animi già concitati nuova indegnazione. Però, essendo in tutti ardore grandissimo a non comportare che la maestà dello imperio fusse, per negligenza loro, trasferita in altre nazioni, si cominciorno con unione grande a trattare gli articoli necessari, affermandosi per tutti doversi preparare esercito potentissimo, e bastante eziandio, quando fussino oppositi il re di Francia e tutti gli italiani, a rinnovare e recuperare in Italia le antiche ragioni dello imperio, state usurpate o per impotenza o per colpa de' Cesari passati. Cosí ricercare la gloria del nome germanico, cosí il concorso di tanti príncipi e di tutte le terre franche; ed essere una volta necessario dimostrare a tutto il mondo che, se bene la Germania per molti anni non aveva avuto le volontà unite, non era però che non avesse la medesima possanza e la medesima magnanimità la quale aveva fatto temere gli antichi loro da tutto il mondo, donde e in universale era nata al nome loro grandissima gloria e la degnità imperiale, e in particolare molti nobili n'avevano acquistato signorie e grandezze. E quante case illustri avere lungo tempo regnato in Italia negli stati acquistati con la loro virtú! Le quali cose si cominciorono a trattare con tanta caldezza che è manifesto che, già moltissimi anni, non era stata cominciata dieta alcuna dalla quale si aspettassino maggiori movimenti: persuadendosi universalmente gli uomini che, oltre all'altre ragioni, farebbe gli elettori e gli altri príncipi piú pronti la speranza che aveano che, per l'età tenera de' figliuoli del re Filippo, la degnità imperiale, continuata successivamente in Alberto, Federigo e Massimiliano, tutt'a tre della casa d'Austria, avesse finalmente a passare in altra famiglia.

Lib.7, cap.8

Desiderio del re di Francia d'abboccarsi con Ferdinando d'Aragona, che sta per riassumere il governo di Castiglia. Delusioni e malcontento nel reame di Napoli; il pontefice nega l'investitura a Ferdinando. Cordiale incontro a Savona de' due re. Ammirazione pel gran capitano. Accordi fra i due re; la questione di Pisa. Ira del pontefice contro i Bentivoglio.

Le quali cose pervenute agli orecchi del re di Francia lo avevano indotto a dissolvere, per rimuovere tale suspicione, subito che ebbe ottenuto Genova, l'esercito; e arebbe esso con la medesima celerità ripassato i monti se non l'avesse ritenuto il desiderio di essere a parlamento col re di Aragona, il quale si preparava per ritornare in Spagna, intento tutto a riassumere il governo di Castiglia. Perché, essendo inabile Giovanna sua figliuola a tanta amministrazione, non tanto per la imbecillità del sesso quanto perché, per umori melanconici che se gli scopersono nella morte del marito, era alienata dello intelletto, e inabili ancora per la età i figliuoli comuni del re Filippo e di lei, de' quali il primogenito non arrivava al decimo anno, era Ferdinando desiderato e chiamato a quel governo da molti, per la memoria di essere stati retti giustamente, e fioriti per la lunga pace quegli regni sotto lui: e accrescevano questo desiderio le dissensioni già cominciate tra' signori grandi, e l'apparire da molte parti segni manifestissimi di future turbazioni. Ma non meno era desiderato dalla figliuola, la quale, non essendo nell'altre cose in potestà di se medesima, stette sempre costante in desiderare il ritorno del padre, negando, contro alle suggestioni e importunità di molti, ostinatamente, di non sottoscrivere di mano propria in espedizione alcuna il nome suo, senza la quale soscrizione non avevano secondo la consuetudine di quegli regni i negozi occorrenti la sua perfezione.

Per queste cagioni partí il re d'Aragona del regno di Napoli, non vi essendo dimorato piú che sette mesi, né avendo sodisfatto alla espettazione grandissima che si era avuta di lui; non solo per la brevità del tempo, e perché difficilmente si può corrispondere a' concetti degli uomini il piú delle volte non considerati con la debita maturità né misurati con le debite proporzioni, ma perché se gli opposono molte difficoltà e impedimenti, per i quali né per il comodo universale d'Italia fece cosa alcuna degna di laude o di memoria, né fece utilità o beneficio alcuno nel regno di Napoli: perché alle cose d'Italia non lo lasciò pensare il desiderio di ritornare presto nel governo di Castiglia, fondamento principale della grandezza sua, per il quale era necessitato fare ogni opera per conservarsi amici il re de' romani e il re di Francia, acciò che l'uno con l'autorità di essere avolo de' piccoli figliuoli del re morto, l'altro con la potenza vicina e col dare animo a opporsegli a chi avea l'animo alieno da lui, non gli mettessino disturbo a ritornarvi; e nel riordinare o gratificare il regno napoletano gli dette difficoltà l'essere obligato, per la pace fatta col re di Francia, a restituire gli stati tolti a' baroni angioini, che, o per convenzione o per remunerazione, erano stati distribuiti in coloro che avevano seguitato la parte sua. E questi, non volendo egli alienarsi i suoi medesimi, era necessitato di ricompensare o con stati equivalenti, che s'avevano a comperare da altri, o con danari: alla qual cosa essendo impotentissime le sue facoltà, era costretto non solo a fare vivi in qualunque modo i proventi regi, e a denegare di fare, secondo il costume de' nuovi re, grazia o esenzione alcuna o esercitare specie alcuna di liberalità, ma eziandio, con querele incredibili di tutti, ad aggravare i popoli, i quali avevano aspettato sollevazione e ristoro di tanti mali. Né si udivano minori le querele de' baroni di ciascuna delle parti: perché a quegli che possedevano, oltreché malvolentieri rilasciassino gli stati, furono per necessità scarse e limitate le ricompensazioni, e a quegli altri si ristrigneva quanto si poteva, in tutte le cose nelle quali accadeva controversia, il beneficio della restituzione, perché quanto meno a loro si restituiva tanto meno agli altri si ricompensava. Partí con lui il gran capitano, ma con benivolenza e fama incredibile; e del quale, oltre alle laudi degli altri tempi, era molto celebrata la liberalità dimostratasi nel fare innanzi alla partita sua grandissimi doni; a' quali impotente altrimenti, vendé, per non mancare di questo onore, non piccola parte degli stati propri. Né partí il re da Napoli con molta sodisfazione tra il pontefice e lui: perché dimandandogli la investitura del regno, il pontefice denegava di concederla se non col censo con il quale era stato conceduto agli antichi re, e il re faceva instanza che gli fusse fatta la medesima diminuzione che era stata fatta a Ferdinando suo cugino e a' figliuoli e a' nipoti; dimandando l'investitura di tutto 'l regno in nome suo proprio, come successore di Alfonso vecchio, nel qual modo, quando era a Napoli, aveva ricevuto l'omaggio e i giuramenti, con tutto che ne' capitoli della pace fatta col re di Francia si disponesse che, in quanto a Terra di Lavoro e l'Abruzzi, si riconoscesse insieme il nome della reina. Credettesi che l'avere denegato il concedere l'investitura fusse cagione che 'l re recusasse di venire a parlamento col pontefice, il quale essendo stato nel tempo medesimo piú dí nella rocca d'Ostia si diceva esservi stato per aspettare la passata sua.

Quel che di questo sia la verità, dirizzò il re d'Aragona la navigazione a Savona, ove era convenuto di abboccarsi col re di Francia; il quale, essendo per questa cagione soprastato in Italia, subito che ebbe intesa la partita sua da Napoli, vi era venuto da Milano. Furono in questo congresso da ogni parte molto libere e piene di somma confidenza le dimostrazioni, e tali quali non era memoria degli uomini essere mai state in alcuno congresso simile; perché negli altri príncipi, tra' quali era o emulazione o ingiurie antiche o causa di sospetto, si riducevano insieme con tale ordine che l'uno non si metteva in potestà dell'altro, ma in questo ogni cosa procedette diversamente. Perché, come l'armata aragonese si accostò al porto di Savona, il re di Francia, che allo apparire suo nel mare era disceso in sul molo del porto, passò, per uno ponte fatto per questo effetto di legname, con pochi gentiluomini e senza alcuna guardia, in sulla poppa della galea del re; ove raccolto con allegrezza inestimabile dal re e dalla reina nipote sua, poiché vi furono dimorati con giocondissime parole per alquanto spazio, usciti della galea, per il ponte medesimo entrorono a piedi nella città, avendo fatica non mediocre di passare per mezzo di infinita moltitudine d'uomini e di donne concorsa di tutte le terre circostanti. Aveva la reina alla mano destra il marito all'altra il zio, ornata maravigliosamente di gioie e di altri suntuosissimi abbigliamenti: appresso a' due re, il cardinale di Roano e il gran capitano. Seguitavano molte fanciulle e giovani nobili della corte della reina, tutte ornate superbissimamente: innanzi e indietro, le corti de' due re con magnificenza e pompa incredibile di suntuosissime vesti e di altri ricchissimi ornamenti. Con la quale celebrità furono dal re di Francia accompagnati il re e la reina di Aragona al castello, deputato per suo alloggiamento, il quale ha l'uscita in sul mare, e assegnata alla sua corte la metà della città contigua a quello; alloggiando il re di Francia nelle case del vescovado, che sono di fronte al castello. Spettacolo certamente memorabile, vedere insieme due re potentissimi tra tutti i príncipi cristiani, stati poco innanzi sí acerbissimi inimici, non solo reconciliati e congiunti di parentado ma, deposti tutti i segni dell'odio e della memoria delle offese, commettere ciascuno di loro la vita propria in arbitrio dell'altro, con non minore confidenza che se sempre fussino stati concordissimi fratelli; onde si dava occasione di ragionamenti a quegli che erano presenti, quale de' due re avesse dimostrato maggiore confidenza; ed era celebrata, da molti, piú quella del re di Francia, che primo si fusse messo in potestà dell'altro, non sicuro con altro legame che della fede, perché non era congiunta in matrimonio a lui una nipote del re di Aragona, non aveva quell'altro maggiore cagione di vergognarsi perché prima fusse stata osservata la fede a lui, ed era piú verisimile il sospetto che Ferdinando desiderasse di assicurarsi di lui per stabilirsi meglio il reame di Napoli. Ma da molti altri era piú predicata la confidenza di Ferdinando, che non per tempo brevissimo, come il re di Francia, ma per spazio di piú dí si fusse rimesso in potestà sua; perché avendolo spogliato di uno regno tale, con tanto danno delle sue genti e con tanta ignominia del suo nome, aveva da temere che grande fusse l'odio e il desiderio della vendetta, e perché s'aveva a sospettare piú dove era maggiore il premio della perfidia. Del fare prigione il re di Francia non riportava Ferdinando molto frutto, per essere in modo ordinato, con le sue leggi e consuetudini, il reame di Francia che non per questo diminuiva molto di forze e di autorità; ma fatto prigione Ferdinando non era dubbio che, per avere eredi di piccolissima età, per essergli reame nuovo il reame di Napoli, e perché gli altri regni suoi e quello di Castiglia sarebbeno stati per vari accidenti confusi in se stessi, non arebbe il re di Francia, per molti anni, ricevuto dalla potenza e armi di Spagna ostacolo alcuno.

Ma non dava minore materia a' ragionamenti il gran capitano; al quale non erano meno volti gli occhi degli uomini, per la fama del suo valore e per la memoria di tante vittorie: la quale faceva che i franzesi, ancora che vinti tante volte da lui e che solevano avere in sommo odio e orrore il suo nome, non si saziassino di contemplarlo e onorarlo, e di raccontare a quegli che non erano stati nel reame di Napoli, chi la celerità quasi incredibile e l'astuzia quando in Calavria assaltò all'improviso i baroni alloggiati a Laino, chi la costanza dell'animo e la tolleranza di tante difficoltà e incomodi quando, in mezzo della peste e della fame, era assediato in Barletta; chi la diligenza e l'efficacia di legare gli animi, gli uomini, con la quale sostentò tanto tempo i soldati senza danari; quanto valorosamente combattesse alla Cirignuola, con quanto valore e fortezza d'animo, inferiore tanto di forze, con l'esercito non pagato e tra infinite difficoltà, determinasse non si discostare dal fiume del Garigliano; con che industria militare e con che stratagemmi ottenesse quella vittoria, quanto sempre fusse stato svegliato a trarre frutto de' disordini degl'inimici: e accresceva l'ammirazione degli uomini la maestà eccellente della presenza sua, la magnificenza delle parole, i gesti e le maniere piene di gravità condita di grazia. Ma sopra tutti il re, che aveva voluto che alla mensa medesima alla quale cenorono insieme Ferdinando e la reina e lui cenasse ancora egli, e gliene aveva fatto comandare da Ferdinando, stava come attonito a guardarlo e a ragionare seco. In modo che, a giudizio di tutti, non fu manco glorioso quel giorno al gran capitano che quello nel quale, vincitore e come trionfante, entrò con tutto l'esercito nella città di Napoli. Fu questo l'ultimo dí de' dí gloriosi al gran capitano, perché dipoi non uscí mai de' reami di Spagna, né ebbe piú facoltà di esercitare la sua virtú né in guerra né in cose memorabili di pace.

Stettono i due re insieme tre dí; nel quale tempo ebbono secretissimi e lunghissimi ragionamenti, non ammesso a quegli, né onorato se non generalmente, il cardinale di Santa Prassede, legato del pontefice; i quali, per quello che parte allora si comprese parte dappoi si manifestò, furono principalmente: promessa l'uno all'altro di conservarsi insieme in perpetua amicizia e intelligenza, e che Ferdinando si ingegnasse di comporre insieme Cesare e il re di Francia, acciocché tutti uniti procedessino poi contro a' viniziani. E per mostrare di essere intenti non manco alle cose comuni che alle proprie, ragionorono di riformare lo stato della Chiesa, e a questo effetto convocare uno concilio; in che non procedeva con molta sincerità Ferdinando ma cercava nutrire il cardinale di Roano, cupidissimo del pontificato, con questa speranza: con le quali arti prese in modo l'animo suo che, forse con non piccolo detrimento delle cose del suo re, si accorse tardi, e dopo molti segni che dimostravano il contrario, quanto fussino in quel principe diverse le parole dalle opere, e quanto fussino occulti i consigli suoi. Parlossi ancora tra loro della causa de' pisani, trattata tutto l'anno medesimo da' fiorentini con l'uno e con l'altro. Perché il re di Francia, quando si preparava contro a' genovesi, essendo sdegnato contro a loro per i favori davano a' genovesi, e parendogli opportuno alle cose sue che i fiorentini recuperassino quella città, aveva data loro speranza, ottenuto che avesse Genova, mandarvi l'esercito, nel quale e in tutta la corte era, per la medesima cagione, convertita in odio la benivolenza antica de' pisani; ma espedita la impresa di Genova mutò consiglio, per le cagioni che lo indussono a licenziare l'esercito, e per non offendere l'animo del re di Aragona, che affermava che disporrebbe i pisani a ritornare concordemente sotto 'l dominio de' fiorentini: dalla qual cosa il re di Francia sperava conseguire da' fiorentini quantità grande di danari. A questo medesimo, benché per diverse cagioni, si indirizzava l'animo del re di Aragona: al quale sarebbe stato piú grato che i fiorentini non recuperassino Pisa, ma conoscendo non si potere piú conservarla senza spesa e senza difficoltà, e dubitando non la ottenessino per mezzo del re di Francia, aveva sperato di potere con l'autorità sua, quando era a Napoli, indurre i pisani a ricevere con oneste condizioni il dominio de' fiorentini, i quali gli promettevano, succedendo questo, di confederarsi seco e di donargli in certi tempi cento ventimila ducati; ma non avendo trovata ne' pisani quella corrispondenza della quale gli aveano prima data intenzione, per interrompere che il premio non fusse solamente del re di Francia, aveva detto apertamente agli oratori de' fiorentini che, in qualunque modo tentassino di recuperare Pisa senza l'aiuto suo, farebbe loro manifesta opposizione; e al re di Francia, per rimuoverlo da' pensieri di tentare l'armi, ora mostrava di confidare di indurgli a qualche composizione ora diceva i pisani essere sotto la sua protezione: benché questo fusse falso, perché era vero i pisani averla piú volte dimandata e offerto di dargli assolutamente il dominio, ma egli, dando loro sempre speranza di ricevergli, e facendo fare il medesimo piú amplamente al gran capitano, non mai l'aveva accettato. Ma in Savona, discussa piú particolarmente questa materia, conchiusono essere bene che Pisa ritornasse sotto i fiorentini; ma che ciascuno di loro ne ricevesse premio. Le quali cose furno cagione che i fiorentini, per non offendere l'animo del re di Aragona, pretermessono di dare quello anno il guasto alle ricolte de' pisani: cosa nella quale avevano molta speranza, perché Pisa era molto esausta di vettovaglie, e tanto debole di forze che le genti de' fiorentini correvano per tutto il paese insino alle porte; e i contadini, piú potenti di numero d'uomini in Pisa che i cittadini, essendo loro molestissimo il perdere il frutto delle fatiche loro di tutto l'anno, cominciavano a rimettere assai della solita ostinazione. Né a' pisani concorrevano piú gli aiuti soliti de' vicini; perché ne' genovesi battuti da tante calamità non erano piú i medesimi pensieri, Pandolfo Petrucci recusava lo spendere, e i lucchesi, con tutto che sempre occultamente di qualche cosa gli sovvenissino, non potevano soli tanta spesa sostenere.

Partirono da Savona con le medesime dimostrazioni di concordia e di amore dopo quattro giorni i due re; l'uno per mare al cammino di Barzalona; l'altro se ne ritornò per terra in Francia, lasciate l'altre cose d'Italia nel grado medesimo, ma con peggiore sodisfazione dell'animo del pontefice. Il quale, di nuovo, presa occasione dal movimento fatto da Annibale Bentivoglio, avea per il cardinale di Santa Prassede fatto instanza in Savona che gli facesse dare prigioni Giovanni Bentivogli e Alessandro suo figliuolo, i quali erano nel ducato di Milano; allegando che, poi che avevano contravenuto alla concordia fatta per mezzo di Ciamonte in Bologna, non era piú il re obligato a osservare loro la fede data; e offerendo, in caso gli fusse consentito questo, mandare l'insegne del cardinalato al vescovo d'Albi. Negava il re costare della colpa di costoro: la quale perché era disposto a punire aveva fatto ritenere molti dí Giovanni nel castello di Milano, ma non apparendo indizio alcuno del delitto loro, non volere mancare della fede alla quale pretendeva di essere obligato; e nondimeno, per fare cosa grata al pontefice, essere disposto a tollerare che egli, con le censure e con le pene, procedesse contro a loro come contro a ribelli della Chiesa; cosí come non si era lamentato che in Bologna, in sulla caldezza di questo moto, fusse stato distrutto da' fondamenti il palagio loro.

Lib.7, cap.9

Minacce di Massimiliano contro il re di Francia; sospensione d'animi in Italia. Il contegno del pontefice. Raffreddamento degli animi de' príncipi tedeschi alla dieta di Costanza. Deliberazioni della dieta, e timori in Italia.

Procedeva nel tempo medesimo la dieta, congregata a Gostanza, con la medesima espettazione degli uomini con la quale aveva avuto principio. La quale espettazione Cesare nutriva con varie arti e con magnifiche parole, publicando d'avere a passare in Italia con esercito tale che forze molto maggiori di quelle del re di Francia e degli italiani uniti insieme non potrebbono resistergli. E per dare maggiore degnità e autorità alla causa sua, dimostrando essergli fisso nell'animo il patrocinio della Chiesa, aveva per sue lettere significato al pontefice e al collegio de' cardinali avere dichiarato il re di Francia ribelle e inimico del sacro imperio, perché era venuto in Italia per trasferire nella persona del cardinale di Roano la degnità pontificale e in sé la imperiale, e per ridurre Italia tutta in acerba soggezione; prepararsi per venire a Roma per la corona, e per stabilire la sicurtà e la libertà comune; e che a sé, per la degnità imperiale avvocato della Chiesa e per la propria pietà desiderosissimo di esaltare la sedia apostolica, non era stato conveniente aspettare d'essere richiesto o pregato di questo, perché sapeva il pontefice per paura di tanti mali essersi fuggito da Bologna, e la medesima paura impedire che né egli né il collegio non facessino intendere i loro pericoli e dimandassino d'essere soccorsi. Significate adunque in Italia per vari avvisi le cose che in Germania si trattavano, traportate ancora dalla fama maggiore che la verità, e accrescendo fede a quel che publicamente se ne diceva i preparamenti grandissimi che faceva il re di Francia, il quale si credeva che non temesse senza cagione, molto commossono gli animi di tutti, chi per cupidità di cose nuove chi per speranza chi per timore; in modo che il pontefice mandò legato a Cesare il cardinale di Santa Croce; e i viniziani, i fiorentini e, dal marchese di Mantova in fuora, tutti quegli che in Italia dependevano da se medesimi, gli mandorno, o sotto nome di imbasciadori o sotto altro nome, uomini propri. Le quali cose angustiavano molto l'animo del re di Francia, incerto della volontà de' viniziani, e incertissimo di quella del pontefice, sí per l'altre cagioni antiche e specialmente per l'avere eletto a questa legazione il cardinale di Santa Croce, desideroso molto per antica inclinazione della grandezza di Cesare. E certamente la volontà del pontefice non che fusse manifesta agli altri non era nota a se stesso; perché avendo l'animo pieno di mala sodisfazione e di sospetti del re di Francia, talvolta, per liberarsene, la venuta di Cesare desiderava, talvolta la memoria delle antiche controversie tra i pontefici e gli imperadori lo spaventava, considerando che ancora duravano le medesime cagioni: nella quale ambiguità differiva a risolversi, aspettando di intendere prima quel che si deliberasse nella dieta; e perciò, procedendo con termini generali, aveva commesso al legato che confortasse in nome suo Cesare a passare in Italia senza esercito, offerendogli maggiori onori che mai da pontefice alcuno fusseno stati fatti nella incoronazione degli imperadori.

Ma cominciò non molto poi a diminuire l'espettazione delle deliberazioni della dieta: perché, come in Germania si seppe che il re di Francia aveva subito dopo la vittoria de' genovesi licenziato l'esercito, e che poi quanto piú presto aveva potuto si era ritornato di là da' monti, si raffreddò molto l'ardore de' príncipi e de' popoli, essendo cessato il timore che egli tentasse di usurpare il pontificato e lo imperio, né essendo in tanta considerazione gli altri interessi publici che, come il piú delle volte accade, non fussino superati dagli interessi privati; perché, oltre all'altre cagioni, era desiderio inveterato in tutta Germania che la grandezza degli imperadori non fusse tale che gli altri fussino costretti a ubbidirlo. Né aveva il re di Francia mancato di diligenza alcuna alla causa sua: perché a Gostanza mandò occultamente uomini propri, i quali, non si dimostrando in publico ma procedendo secretissimamente, si sforzavano con occulto favore de' príncipi amici suoi di mitigare gli animi degli altri, purgando le infamie che gli erano state date con l'evidenza degli effetti; poiché, come ebbe ridotta Genova all'ubbidienza sua, aveva cosí subitamente licenziato l'esercito, ed egli, benché rimasto in Italia senza armi, essersene quanto piú presto aveva potuto ritornato di là da' monti; e affermando che non solo si era sempre astenuto con l'opere da offendere l'imperio romano ma, in qualunque confederazione convenzione o obligazione che avea fatta, avere sempre eccettuato di non volere essere tenuto a cosa alcuna contro alle ragioni del sacro imperio: e nondimeno, non confidando tanto di queste giustificazioni che non attendessino con diligenza grande, e con la mano molto liberale, a temperare la ferocia dell'armi tedesche con la potenza dell'oro, del quale quella nazione è avidissima.

Terminò finalmente il vigesimo dí di agosto la dieta, nella quale fu determinato, dopo molte dispute, che al re de' romani, per seguitarlo in Italia fussino dati ottomila cavalli e ventiduemila fanti pagati per sei mesi, e per la spesa dell'artiglierie e altre spese estraordinarie cento ventimila fiorini di Reno, per tutto il tempo: le quali genti fu statuito che il dí della festività prossima di san Gallo, che è circa a mezzo il mese di ottobre, si ritrovassino in campagna appresso a Gostanza. E si divulgò allora che arebbono forse deliberato maggiori sussidi se Massimiliano avesse consentito che la impresa, benché sotto il governo e consiglio suo, si facesse interamente in nome dell'imperio, che per ordine dell'imperio i capitani si eleggessino e sotto il nome medesimo le genti si comandassino, e che la distribuzione de' luoghi che si acquistassino si facesse secondo la determinazione della dieta; ma non volendo Massimiliano altro compagno o altro nome che il suo, né che di altri che suoi, benché sotto nome dello imperio, fussino i premi della vittoria, e contentandosi piú di questo aiuto, in questo modo, che, in altro modo, di maggiore, non fu fatta altra deliberazione. La quale benché non corrispondesse alla espettazione degli uomini prima conceputa, nondimeno non cessava perciò in Italia il timore che s'aveva della passata sua; perché si considerava che, aggiunti alle genti stabilite nella dieta gli aiuti che gli darebbono i sudditi suoi, e quel che egli poteva fare da se medesimo, arebbe esercito molto potente e di gente tutta feroce ed esperimentata alla guerra, e accompagnato con infinite artiglierie; il che faceva piú formidabile l'essere egli, per la disposizione della natura e per il lungo esercizio nell'armi, peritissimo nella disciplina militare, e bastante a sostenere con le fatiche del corpo e con la sollecitudine dell'anima qualunque gravissima impresa; e perciò in maggiore estimazione che già cento anni fusse stata alcuna imperadore. Aggiugnevasi che continuamente trattava di condurre agli stipendi suoi dodicimila svizzeri: alla qual cosa benché il baglí di Digiuno e gli altri mandati dal re di Francia, con grande instanza si opponessino, nelle diete di quella nazione, riducendo in memoria la confederazione continuata tanti anni co' re di Francia e confermata poco innanzi con questo medesimo re, l'utilità che ne era pervenuta negli uomini loro, e da altra parte l'inimicizia inveterata con la casa di Austria e la grave guerra avuta con Massimiliano, e quanto fusse perniciosa a loro la grandezza dello imperio, nondimeno mostravano non piccola inclinazione di sodisfare alle dimande di Cesare, o almeno di non pigliare l'armi contro a lui; avendo, secondo si credeva, rispetto a non offendere il nome comune della Germania, il quale pareva pure annesso a questo movimento. Onde molti dubitavano che il re di Francia, in caso fusse abbandonato da' svizzeri o non si unissino seco i viniziani, non avendo fanteria potente a resistere a' fanti degli inimici, e sperando che il furore tedesco, entrato in Italia come uno torrente, s'avesse per mancamento di danari prestamente a risolvere, farebbe ritirare le genti sue alla guardia delle terre. E già si vedeva che con grandissima celerità si fortificavano i borghi di Milano e gli altri luoghi piú importanti di quello ducato.

Lib.7, cap.10

Timori de' veneziani. Discussione intorno alla politica da seguire. Deliberazioni prese e risposta agli ambasciatori di Massimiliano.

Nelle quali agitazioni e apparati non era minore perplessità nelle menti del senato viniziano che negli altri, e per essere di grandissimo momento la loro deliberazione, grandissime erano le diligenze e l'opere che si facevano da ciascuno per congiugnergli a sé. Perché Cesare v'aveva insino da principio mandato tre oratori, uomini di grande autorità, a fare instanza che gli concedessino il passo per il territorio loro; anzi, non contento a questa dimanda, gl'invitava a fare seco piú stretta congiunzione con patto che partecipassino de' premi della vittoria, e per contrario dimostrando essere in facoltà sua di concordarsi col re di Francia, con quelle condizioni a pregiudicio loro che tante volte in diversi tempi gli erano state proposte: da altra parte il re di Francia, con gli imbasciadori suoi appresso a quel senato e con lo imbasciadore viniziano che risedeva appresso a lui, non cessava di fare ogni opera per disporgli a opporsi con l'armi alla venuta di Cesare, come perniciosa a l'uno e l'altro, offerendo al medesimo tutte le forze sue e di conservare con loro perpetua confederazione. Ma non piaceva al senato viniziano, in questo tempo, che la quiete d'Italia si perturbasse; né gli moveva a desiderare nuovi tumulti la speranza proposta della ampliazione dello imperio, avendo per la esperienza conosciuto che l'acquisto di Cremona non era contrapeso pari a' sospetti e pericoli ne' quali erano continuamente stati, poiché avevano avuto il re di Francia tanto vicino. Volentieri si sarebbano risoluti alla neutralità, ma stretti e infestati da Cesare erano necessitati a negargli o concedergli il passo: negandolo temevano di essere i primi molestati, concedendolo offendevano il re di Francia, perché nella confederazione che era tra loro espressamente si proibiva il concedere passo agli inimici l'uno dell'altro; e conoscevano che, cominciando a offenderlo, sarebbe imprudenza, passato che fusse Massimiliano, stare oziosi a vedere l'esito della guerra, e aspettare la vittoria di coloro de' quali l'uno sarebbe inimicissimo al nome viniziano, l'altro, non avendo ricevuto altra sodisfazione che d'essere lasciato passare, non sarebbe loro molto amico. Per le quali ragioni ciascuno di quel senato affermava essere necessario aderirsi scopertamente a una delle parti, ma a quale si avessino a aderire erano in causa tanto grave molto diverse le sentenze; e poiché ebbeno allungato il farne deliberazione quanto potevano, non si potendo piú sostenere la instanza che ogni dí ne era loro fatta, ridottisi finalmente a farne nel consiglio de' pregati ultima determinazione, Niccolò Foscarini parlò in questa sentenza:

- Se e' fusse in nostra potestà, prestantissimi senatori, di fare deliberazione mediante la quale, ne' movimenti e travagli che ora si apparecchiano, si conservasse in pace la nostra republica, io sono certissimo che tra noi non sarebbe varietà alcuna di pareri; e che nessuna speranza che ci fusse proposta ci farebbe inclinare a una guerra di tanta spesa e pericolo quanta si dimostra avere a essere la presente. Ma poiché, per le ragioni le quali in questi dí sono state tante volte allegate tra noi, non si può sperare di conservarsi in questa quiete, io mi persuado che la principale ragione in su la quale abbiamo a fondare la nostra deliberazione sia il fermare una volta in noi medesimi, se noi crediamo che tra il re di Francia e il re de' romani, disperato che sarà dell'amicizia nostra, sia per nascere unione, o se pure l'inimicizia che è tra loro sia sí potente e sí ferma che impedisca non si congiunghino: perché quando fussimo sicuri di questo pericolo, io senza dubbio approverei il non partire dall'amicizia del re di Francia, perché congiunte con buona fede le forze nostre con le sue alla difesa comune difenderemmo facilmente lo stato nostro, e perché sarebbe con piú onore continuare la confederazione che abbiamo seco che partircene senza evidente cagione, e perché con piú laude e favore di tutto il mondo sarebbe l'entrare in una guerra che avesse titolo di volere conservare la pace d'Italia che congiugnersi con quelle armi che manifestamente si conosce che si prendono per fare grandissime perturbazioni; ma quando si presupponesse pericolo di questa unione, non credo che sia nessuno che negasse che fusse da prevenire, perché sarebbe senza comparazione piú utile unirsi col re de' romani contro al re di Francia che aspettare che l'uno e l'altro si unisse contro a noi. Ma quale di questo abbia a essere è difficile fare giudicio certo, perché depende non solo dalle volontà d'altri ma ancora da molti accidenti e da molte cagioni che appena lasciano questa deliberazione in potestà di chi l'ha a fare: nondimeno, per quel che si può asseguire con le congetture, e per quello che del futuro insegna l'esperienza del passato, a me pare sia cosa molto pericolosa e da starne con grandissimo timore. Perché dalla parte del re de' romani non è verisimile che abbia avere molta difficoltà, per l'ardente desiderio che gli ha di passare in Italia; e poterlo difficilmente fare se non si congiugne o col re di Francia o con noi: e se bene desideri piú la congiunzione nostra, chi può dubitare che escluso da noi si congiugnerà per necessità col re di Francia? non gli restando altro modo da pervenire a i disegni suoi. Dalla parte del re di Francia appariscono a questa unione maggiori difficoltà, ma non però a giudicio mio tali che possiamo promettercene sicurezza alcuna; perché a questa deliberazione lo possono indurre il sospetto e l'ambizione, stimoli potentissimi, e soliti ciascuno per sé a fare movimenti molto maggiori. Ègli nota l'instanza che fa il re de' romani della nostra unione; e benché falsamente, pure misurando la mente e gli appetiti nostri da se stesso, può dubitare che la suspicione che noi abbiamo di non essere prevenuti da lui ci induca a prevenire, sapendo massime esserci noto quel che tanto tempo hanno trattato insieme contro a noi: può ancora temere che l'ambizione ci muova, perché non dubiterà esserci offerti partiti grandissimi; e da questo timore che mezzo è bastante ad assicurarlo? non essendo cosa alcuna naturalmente piú sospettosa che gli stati. Può oltre al sospetto muoverlo l'ambizione, per il desiderio che sappiamo che ha della città di Cremona, accendendolo a questo gli stimoli de' milanesi, e non meno lo appetito di occupare tutto lo stato vecchio de' Visconti, nel quale come nel resto del ducato di Milano pretende titolo ereditario; e a questo non può sperare di pervenire se non si unisce col re de' romani, perché la republica nostra è potente per se medesima, e assaltandoci il re di Francia da sé solo sarebbe sempre in potestà nostra congiugnerci con Massimiliano: e che questi pensieri possino essere anzi sempre sieno stati in lui, ne fa fede manifesta che mai ha ardito di tentare d'opprimerci senza questa unione; la quale essendo il cammino unico che può condurlo al fine desiderato, perché non dobbiamo noi credere che finalmente vi si abbia a disporre? Né ci assicuri da questo timore il considerare che a lui sarebbe inutile deliberazione, per acquistare due o tre città, mettere in Italia il re de' romani inimico naturale suo, e dal quale sempre alla fine arà molestie e guerre né mai amicizia se non incerta, e che cosí incerta gli bisognerà comperare e sostenere con somma infinita di denari: perché, se ha sospetto che noi non ci uniamo col re de' romani, gli parrà che il prevenire non lo metta in pericolo ma lo assicuri; anzi, quando bene non temesse di questa unione, giudicherà forse necessario confederarsi seco per liberarsi dai travagli e pericoli che potesse avere da lui, o con l'aiuto della Germania o con altre aderenze e occasioni; e con tutto che potessino succedergli maggiori pericoli se il re de' romani cominciasse a fermare piede in Italia, è natura comune degli uomini temere prima i pericoli piú vicini e stimare piú che non conviene le cose presenti, e tenere minore conto che non si debbe delle future e lontane, perché a quelle si possono sperare molti rimedi dagli accidenti e dal tempo. Dipoi, quando bene il fare questa unione non fusse utile per il re di Francia, non siamo però sicuri che egli non l'abbia a fare. Non sappiamo noi quanto ora la paura ora la cupidità acciecano gli uomini? non conosciamo noi la natura de' franzesi, leggieri a imprese nuove, e che non hanno mai la speranza minore del desiderio? non ci sono noti i conforti e l'offerte, bastanti ad accendere ogni animo quieto, con le quali è stimolato contro a noi da' milanesi dal papa da' fiorentini dal duca di Ferrara e dal marchese di Mantova? Gli uomini non sono tutti savi, anzi sono pochissimi i savi; e chi ha a fare pronostico delle deliberazioni d'altri debbe, non si volendo ingannare, avere in considerazione non tanto quello che verisimilmente farebbe uno savio quanto quale sia il cervello e la natura di chi ha a deliberare. Però, chi vuole giudicare quello che farà il re di Francia, non avvertirà tanto a quello che sarebbe ufficio della prudenza quanto che i franzesi sono inquieti e leggieri, e soliti a procedere spesso piú con caldezza che con consiglio. Considererà quali sieno le nature de' príncipi grandi, che non sono simili alle nostre, né resistono sí facilmente agli appetiti loro come fanno gli uomini privati; perché assuefatti a essere adorati ne' regni suoi, e intesi e ubbiditi a cenni, non solo sono elati e insolenti ma non possono tollerare di non ottenere quello che gli pare giusto (e giusto pare ciò che desiderano), persuadendosi di potere spianare con una parola tutti gli impedimenti e superare la natura delle cose; anzi si recono a vergogna il ritirarsi per le difficoltà dalle loro inclinazioni, e misurano comunemente le cose maggiori con quelle regole con le quali sono consueti a procedere nelle minori, consigliandosi non con la prudenza e con la ragione ma con la volontà e alterezza: de' quali vizi comuni a tutti i príncipi, non sarà già alcuno che dica che i franzesi non partecipino. Non vedemmo noi frescamente l'esempio del regno di Napoli? che dal re di Francia, indotto da ambizione e da inconsiderazione, fu consentita la metà al re di Spagna per avere egli l'altra metà; non pensando quanto indebolisse la sua potenza, unica prima tra tutti gl'italiani, il mettere in Italia un altro re, eguale a lui di potenza e d'autorità. Ma che andiamo noi per congetture in quelle cose delle quali abbiamo la certezza? Non è egli cosa notissima quel che trattò il cardinale di Roano, con questo medesimo Massimiliano, a Trento, di dividersi il nostro stato? non si sa egli che poi a Bles fu conchiusa tra loro la medesima pratica, e che 'l medesimo cardinale, andato in Germania per questo, ne riportò la ratificazione e il giuramento di Cesare? Non ebbono effetto questi accordi, io lo confesso, per qualche difficoltà che sopravenne; ma chi ci assicura, che poiché la intenzione principale è stata la medesima, che non si possi trovare mezzo alle difficoltà che hanno disturbato il desiderio comune? Però considerate diligentemente, dignissimi senatori, i pericoli imminenti, e il carico e infamia che appresso a tutto il mondo oscurerà il nome chiarissimo della prudenza di questo senato se, misurando male la condizione delle cose presenti, permetteremo che altri si faccia formidabile, a offesa nostra, di quell'armi che ci sono offerte a sicurtà e augumento nostro; e vogliate, in beneficio della patria vostra, considerare quanta differenza sia dal muovere la guerra ad altri ad aspettare che la sia mossa a noi, trattare di dividere lo stato d'altri o aspettare che sia diviso il nostro, essere accompagnati contro a uno solo o rimanere soli contro a molti compagni: perché se questi due re si uniscono insieme contro a noi gli seguiterà il pontefice per conto delle terre di Romagna, il re d'Aragona per i porti del reame di Napoli, e tutta Italia, chi per ricuperare chi per assicurarsi. È noto a tutto il mondo quel che tanti anni ha trattato il re di Francia con Cesare contro a noi: però se ci armeremo contr'a chi ci ha voluto ingannare niuno ci chiamerà mancatori di fede, niuno se ne maraviglierà, ma da tutti saremo riputati prudenti; e con nostra somma laude sarà veduto in pericolo chi si sa per ciascuno che ha cercato fraudolentemente mettervi noi. -

Ma in contrario fu per [Andrea Gritti] parlato cosí:

- Se e' fusse conveniente in una medesima materia rendere sempre il voto nel bossolo de' non sinceri, io vi confesso, clarissimi senatori, che io in altro bossolo non lo renderei; perché questa consultazione ha da ogni parte tante ragioni che io spesso mi confondo: nondimeno, essendo necessario il risolversi, né potendo farsi con fondamenti o presuppositi certi, bisogna, pesate le ragioni che contradicono l'una a l'altra, seguitare quelle che sono piú verisimili e che hanno piú potenti congetture. Le quali quando io esamino, non mi può in modo alcuno essere capace che il re di Francia, o per sospetto di non essere prevenuto da noi o per cupidità di quelle terre che appartenevano già al ducato di Milano, si accordi col re de' romani a farlo passare in Italia contro a noi, perché i pericoli e i danni che gliene seguiterebbono sono senza dubbio maggiori e piú manifesti che non è il pericolo che noi ci uniamo con Cesare, o che non sono i premi che e' potesse sperare di questa deliberazione; atteso che, oltre alle inimicizie e ingiurie gravissime che sono tra loro, ci è la concorrenza della dignità e degli stati, solita a generare odio tra quegli che sono amicissimi. Però, che il re di Francia chiami in Italia il re de' romani, non vuole dire altro che in luogo d'una republica quieta e stata sempre in pace seco, e che non pretende con lui alcuna differenza, volere per vicino uno re ingiuriato, inquietissimo, e che ha mille cause di contendere seco d'autorità, di stato e di vendetta. Né sia chi dica che per essere il re de' romani povero, disordinato e mal fortunato, non sarà temuta dal re di Francia la sua vicinità; perché per la memoria delle antiche fazioni e inclinazioni d'Italia, le quali ancora in molti luoghi sono accese, e specialmente nel ducato di Milano, non arà mai uno imperadore romano sí piccolo nidio in Italia che non sia con grave pericolo degli altri; e costui massimamente, per lo stato che ha contiguo a Italia, per essere riputato principe di grande animo e di grande scienza ed esperienza nelle cose della guerra, e perché può avere seco i figliuoli di Lodovico Sforza, instrumento potente a sollevare gli animi di molti: senza che, in ogni guerra che avesse col re di Francia può sperare d'avere l'aderenza del re cattolico, se non per altro, perché tutti due hanno una medesima successione. Sa pure il re di Francia quanto è potente la Germania, e quanto sarà piú facile a unirsi, tutta o parte, quando sarà già aperto l'adito in Italia, e la speranza della preda sarà presente. E non abbiamo noi veduto quanto egli ha temuto sempre de' moti de' tedeschi e di questo re, cosí povero e disordinato come è? il quale se fusse in Italia, sarebbe certo non potere avere altro seco che o guerra pericolosa o pace infedelissima e di grandissima spesa. Può essere che abbia desiderio di recuperare Cremona, e forse l'altre terre; ma non è già verisimile che per cupidità di acquisto minore si sottoponga a pericolo di danno molto maggiore, ed è piú credibile che abbia a procedere in questo caso con prudenza che con temerità: massimamente che, se noi discorriamo gli errori i quali si dice avere commessi questo re, non hanno avuto origine da altro che da troppo desiderio di fare le imprese sicuramente. Perché, che altro lo indusse al dividere il regno di Napoli, che altro a consentire Cremona a noi, se non il volere fare piú facile la vittoria di quelle guerre? Dunque è piú credibile che, medesimamente ora, seguiterà i consigli piú savi e la sua consuetudine che i consigli precipitosi; massime che per questo non resterà privato al tutto di speranza di potere ad altro tempo, con sicurtà maggiore e con occasione migliore, conseguire lo intento suo: cose che gli uomini sogliono promettersi facilmente, perché manco erra chi si promette variazione nelle cose del mondo che chi se le persuade ferme e stabili. Né mi spaventa quello che si dice essere stato altre volte trattato tra questi due re, perché è costume de' príncipi della nostra età intrattenere artificiosamente l'uno l'altro con speranze vane e con simulate pratiche; le quali, poiché in tanti anni non hanno avuto effetto, bisogna confessare o che siano state finzioni o che abbino in sé qualche difficoltà che non si possa risolvere: perché la natura delle cose repugna a levare la diffidenza tra loro, senza il quale fondamento non possono venire a questa congiunzione. Non temo adunque che per cupidità delle nostre terre il re di Francia si precipiti a sí imprudente deliberazione; e manco, a mio giudizio, vi si precipiterà per sospetto che abbia di noi, perché oltre alla esperienza lunga che ha veduto dell'animo nostro, non ci essendo mancati molti stimoli e molte occasioni di partirci dalla sua confederazione, le ragioni medesime che assicurano noi di lui assicurano medesimamente lui di noi; perché nessuna cosa ci sarebbe piú perniciosa che l'avere il re de' romani stato in Italia, sí per l'autorità dell'imperio, l'augumento del quale ci ha sempre a essere sospetto, sí per conto della casa d'Austria che pretende ragione in molte terre nostre, sí per la vicinità della Germania, le inondazioni della quale sono troppo pericolose al nostro dominio: e abbiamo pure nome per tutto di maturare le nostre deliberazioni, e peccare piú tosto in tardità che in prestezza. Non nego che queste cose possono succedere diversamente dalla opinione degli uomini, e però, che quando si potesse facilmente assicurarsene sarebbe cosa laudabile; ma non si potendo, senza entrare in grandissimi pericoli e difficoltà, è da considerare che spesso sono cosí nocivi i timori vani come sia nociva la troppa confidenza: perché, se noi ci confederiamo col re de' romani contro al re di Francia, bisogna che la guerra si cominci e si sostenga co' danari nostri, co' quali aremo a supplire eziandio a tutte le prodigalità e disordini suoi; altrimenti o si accorderà con gl'inimici o si ritirerà in Germania, lasciando a noi soli tutti i pesi e pericoli. Arassi a fare la guerra contro a uno re di Francia potentissimo, duca di Milano, signore di Genova, abbondante di valorose genti d'arme, e instrutto, quanto alcuno altro principe, di artiglierie; e al nome de' danari del quale concorrono i fanti di qualunque nazione. Come adunque si può sperare che tale impresa abbia facilmente ad avere successo felice? potendosi anche non vanamente dubitare che tutti quegli d'Italia che o pretendono che noi occupiamo il suo o che temono la nostra grandezza si uniranno contro a noi; e il pontefice sopra gli altri, al quale, oltre agli sdegni che ha con noi, non piacerà mai la potenza dello imperadore in Italia, per la inimicizia naturale che è tra la Chiesa e lo imperio, per la quale i pontefici non temono manco degli imperadori nelle cose temporali che e' temino de' turchi nelle spirituali. E questa congiunzione ci sarebbe forse piú pericolosa che non sarebbe quella di che si teme tra il re di Francia e il re de' romani, perché dove si accompagnano piú príncipi che pretendono d'essere pari nascono facilmente tra loro sospetti e contenzioni; donde spesso le imprese, cominciate con grandissima riputazione, caggiono in molte difficoltà, e finalmente diventano vane. Né è da mettere in ultima considerazione che, quando bene il re di Francia abbia tenute pratiche contrarie alla nostra confederazione, non si sono però veduti effetti per i quali si possa dire averci mancato: però, il pigliargli guerra contro non sarà senza nota di maculare la nostra fede, della quale questo senato debbe fare precipuo capitale per l'onore e per l'utilità de' maneggi che tutto dí abbiamo avere con gli altri príncipi; né ci è utile augumentare continuamente l'opinione che noi cerchiamo di opprimere sempre tutti i vicini, che noi aspiriamo alla monarchia d'Italia. Volesse Dio che per l'addietro si fusse proceduto in questo con maggiore considerazione! perché quasi tutti i sospetti che noi abbiamo al presente procedono dall'avere per il passato offesi troppi; né si crederà che a una nuova guerra contro al re di Francia, nostro collegato, ci tiri il timore ma la cupidità di ottenere, congiugnendoci col re de' romani, una parte del ducato di Milano contro a lui, come congiunti seco ottenemmo contro a Lodovico Sforza: al quale tempo se ci fussimo governati con piú moderazione, né temuto troppo i sospetti vani, non sarebbano le cose d'Italia nelle presenti agitazioni, e noi, conservatici con fama di piú modestia e gravità, non saremmo ora necessitati a entrare in guerra con questo o con quello principe piú potenti di noi. Nella quale necessità poiché siamo, credo sia piú prudenza non partire dalla confederazione del re di Francia che, mossi da timore vano o da speranza di guadagni incerti e dannosi, abbracciare una guerra la quale soli non saremmo potenti a sostenere, e i compagni che noi aremmo ci sarebbano alla fine di maggiore peso che profitto. -

Vari furono in tanta varietà di ragioni i pareri del senato; ma alla fine prevalse la memoria della inclinazione la quale sapevano avere sempre avuta il re de' romani di recuperare, come n'avesse occasione, le terre tenute da loro, quali pretendeva appartenersi o allo imperio o alla casa d'Austria: però fu la loro deliberazione di concedergli il passo venendo senza esercito, negargliene se venisse con armi. La quale conclusione, nella risposta feciono a' suoi oratori, si sforzorono di persuadere quanto potettono che fusse mossa piú da necessità, per la confederazione che avevano col re di Francia, e dalle condizioni de' tempi presenti che da volontà che avessino di dispiacergli in cosa alcuna: aggiugnendo essere sforzati dalla medesima confederazione di aiutarlo alla difesa del ducato di Milano col numero di gente espresso in quella, ma che in questo procederebbono con somma modestia, non trapassando in parte alcuna le loro obligazioni; ed eccettuato quello che fussino costretti di fare in questo modo per la difesa del ducato di Milano, non si opporrebbono ad alcuno altro progresso suo; come quegli che non erano, in quel che consistesse in potestà loro, per mancare mai di quegli uffici e di quella reverenza che convenisse al senato viniziano di usare verso uno tanto principe, e col quale non avevano mai avuto altro che amicizia e congiunzione. Né per questo procederono col re di Francia a nuove confederazioni e obligazioni, desiderando mescolarsi il meno potevano nella guerra tra loro, e sperando che forse Massimiliano, per non si accrescere difficoltà, lasciati stare in pace i confini loro, volterebbe l'armi sue o nella Borgogna o contro allo stato di Milano.

Lib.7, cap.11

Difficoltà di Massimiliano. I preparativi suoi, quelli del re di Francia e quelli dei veneziani. Fallita spedizione di fuorusciti genovesi contro Genova. Lamentele reciproche fra il re di Francia e il pontefice. Fallito tentativo de' Bentivoglio di ricuperare Bologna; morte di Giovanni Bentivoglio.

Ma al re de' romani, rimasto senza speranza d'avere i viniziani congiunti seco, cominciorono a succedere nuove altre difficoltà; le quali benché si ingegnasse superare con la grandezza de' suoi concetti, facili a promettersi sempre maggiori le speranze che gli impedimenti, nondimeno ritardavano grandemente gli effetti de' suoi disegni; perché né per se medesimo aveva danari che gli bastassino a condurre i svizzeri e fare tante altre spese che erano necessarie a tanta impresa, né il sussidio pecuniario che gli aveva promesso la dieta era tale che potesse supplire a una minima parte della voragine della guerra; e quello fondamento in sul quale, insino da principio, aveva sperato assai, che le comunità e i signori d'Italia avessino, per il terrore del nome e della venuta sua, a comporre seco e sovvenirlo di danari, si andava ogni dí piú difficultando. Perché se bene nel principio vi fussino stati inclinati molti, nondimeno, non avendo corrisposto le conclusioni della dieta di Gostanza alla espettazione che la impresa avesse a essere piú presto di tutto lo imperio e di quasi tutta la Germania che sua propria, e vedendosi le preparazioni del re di Francia potenti, e la nuova dichiarazione de' viniziani, ciascuno stava sospeso, né ardiva, aiutandolo di quella cosa della quale aveva piú di bisogno, fare offesa sí grave al re di Francia; né le dimande di Massimiliano erano, nel tempo che si ebbe maggiore spavento di lui, state tali, che con la sua facilità avessino indotto gli uomini a sovvenirlo. Perché e a ciascuno, secondo le sue condizioni, dimandava assai; e ad Alfonso duca di Ferrara, il quale pretendeva essere debitore a Bianca sua moglie della dote di Anna sua sorella, morta molti anni innanzi nel matrimonio di Alfonso, faceva dimande molto eccessive; e a' fiorentini intollerabili: a' quali il cardinale brissinense, che trattava a Roma le cose sue, essendogli da lui stata rimessa la pratica della loro composizione, aveva dimandato ducati cinquecentomila; la quale dimanda immoderata gli fece fermare in questa resoluzione di temporeggiare seco insino a tanto che de' progressi suoi non si vedesse piú oltre, e nondimeno, avendo rispetto a non l'offendere, scusarsi col re di Francia, che dimandava le genti loro, non potergliene dare perché erano occupate nel guasto che con grande apparato si dava quello anno a' pisani, e perché, avendo cominciato di nuovo i genovesi e gli altri vicini ad aiutargli, erano necessitati a stare continuamente preparati contro a loro. Però, non potendo Cesare aiutarsi, secondo aveva disegnato, de' denari degl'italiani, perché solamente ebbe da' sanesi seimila ducati, fece instanza col pontefice che almanco gli concedesse di pigliare centomila ducati i quali, riscossi prima in Germania sotto nome della guerra contro a' turchi, ed essendo a questo effetto custoditi in quella provincia, non si potevano senza licenza della sedia apostolica in altro uso convertire; offerendo, che se bene non poteva sodisfare alle dimande sue di non passare in Italia con esercito, nondimeno che, come avesse restituiti nel ducato di Milano i figliuoli di Lodovico Sforza, il patrocinio de' quali pretendeva, per farsi i popoli di quello stato piú favorevoli e manco esosa la passata sua, lasciate quivi tutte le genti, andrebbe senza armi a Roma a ricevere la corona dello imperio. Ma gli fu similmente negata questa dimanda dal pontefice, il quale non si vedeva inclinare in parte alcuna, dimostrandogli che in questo stato delle cose non poteva senza molto suo pericolo provocare l'armi del re di Francia contro a sé. Nondimeno Massimiliano costituito in queste difficoltà, come era sollecito, confidente, e che con fatica incredibile voleva eseguire da se medesimo, non ometteva alcuna di quelle cose che conservassino la fama della passata sua; inviando in piú luoghi a' confini d'Italia artiglierie, sollecitando la pratica del condurre i dodicimila svizzeri, i quali interponendo varie dimande e proponendo molte eccezioni non gli davano ancora certa resoluzione, sollecitando le genti promesse, e trasferendosi personalmente ogni dí da uno luogo a uno altro per diverse espedizioni: in modo che, stando gli uomini molto confusi, erano per tutta Italia, quanto mai fussino in cosa alcuna, vari i giudíci; avendo altri maggiore concetto che mai di questa impresa, altri pensando che andasse piú presto a diminuzione che ad augumento. La quale incertitudine accresceva egli, perché, segretissimo di natura, non comunicava ad altri i suoi pensieri; e perché fussino manco noti in Italia aveva ordinato che il legato del pontefice e gli altri italiani non seguitassino la persona sua, ma stessino appartati in luogo fermo fuori della corte.

Già era venuta la festività di san Gallo, termine destinato alla congregazione delle genti, ma non se ne era condotta a Gostanza altro che piccola parte, né si vedevano quasi altri apparati di lui che movimenti d'artiglierie e l'attendere egli con somma diligenza a fare provisioni di danari per diverse vie. Onde essendo incerto con quali forze, e in quale tempo e da quale parte avesse a muoversi (o entrare nel Friuli o da Trento nel veronese, altri credendo che per la Savoia o per la via di Como assalterebbe il ducato di Milano essendo seco molti fuorusciti di quello stato, né standosi senza dubitazione che non facesse qualche movimento nella Borgogna), si facevano da quelli che temevano di lui potenti provisioni in diversi luoghi. Però il re di Francia aveva mandato nel ducato di Milano numero grande di genti a cavallo e a piedi, e soldato, oltre all'altre preparazioni, per difesa di quello stato, nel reame di Napoli, con permissione del re cattolico (contro a cui Cesare per questo gravissimamente si lamentò) dumila cinquecento fanti spagnuoli; avendo nel tempo medesimo Ciamonte, dubitando della fede del cavaliere de' Borromei, occupato all'improviso Arona, castello di quella famiglia in sul Lago Maggiore. In Borgogna avea mandato cinquecento lancie sotto la Tramoglia governatore di quella provincia; e per distrarre in piú parti i pensieri e le forze di Cesare dava continuamente aiuti e fomento al duca di Ghelleri, il quale molestava il paese di Carlo nipote di Cesare. Aveva oltre a questo mandato a Verona Giaiacopo da Triulzi, con quattrocento lancie franzesi e quattromila fanti, in soccorso de' viniziani; i quali aveano fermato, verso Roveré, per opporsi a' movimenti che si facevano di verso Trento, il conte di Pitigliano con quattrocento uomini d'arme e molti fanti, e nel Friuli ottocento uomini d'arme sotto Bartolomeo d'Alviano, ritornato piú anni innanzi agli stipendi loro.

Ma si dimostrò da parte non pensata il primo pericolo, perché Polbatista Giustiniano e Fregosino, fuorusciti di Genova, condusseno a Gazzuolo, terra di Lodovico da Gonzaga feudatario imperiale, mille fanti tedeschi, i quali passorno all'improviso con grandissima celerità per monti e luoghi asprissimi del dominio viniziano, con intenzione di andare, passato il fiume del Po, per la montagna di Parma verso Genova; ma Ciamonte, sospettandone, mandò subito a Parma, per opporsi loro nel cammino, molti cavalli e fanti: per la venuta de' quali i tedeschi, perduta la speranza che contro a Genova potesse piú succedere effetto alcuno, se ne ritornorono in Germania, per la medesima via ma non col medesimo timore e celerità, perché i viniziani, per beneficio comune, consentirono tacitamente il ritorno loro.

Erano nel tempo medesimo molti fuorusciti genovesi nella città di Bologna, e perciò il re ebbe dubitazione non mediocre che questa cosa fusse stata trattata con saputa del pontefice; dell'animo del quale molte altre cose gli davano sospetto: perché il cardinale di Santa Croce confortava, benché piú per propria inclinazione che per altra cagione, Cesare a passare; ed essendo accaduto che i fuorusciti di Furlí, movendosi da Faenza, avevano tentato una notte di entrare in Furlí, il pontefice si querelava essere consiglio comunicato tra 'l re di Francia e i viniziani. Aggiugnevasi che un certo frate incarcerato a Mantova avea confessato avere trattato co' Bentivogli di avvelenare il pontefice, e che per parte di Ciamonte era stato confortato a fare quanto avea promesso a' Bentivogli; onde il pontefice, ridotta in forma autentica la esamina, mandò con essa al re Achille de' Grassi bolognese, vescovo di Pesero che fu poi cardinale, a fare instanza che si ritrovasse la verità e si punissino quegli che erano in colpa di tanta sceleratezza: della qual cosa essendo sospetto piú che gli altri Alessandro Bentivogli, fu per commissione del re citato in Francia.

Con queste azioni e incertitudini si finí l'anno mille cinquecento sette. Ma nel principio dell'anno mille cinquecento otto, non potendo quietarsi gli ingegni mobili de' bolognesi, Annibale ed Ermes Bentivogli, avendo intelligenza con certi giovani de' Peppoli e altri nobili della gioventú, si accostorono allo improviso a Bologna; il quale movimento non fu senza pericolo perché i congiurati avevano già, per mettergli dentro, occupato la porta di san Mammolo: ma essendosi il popolo messo in arme in favore dello stato ecclesiastico, i giovani spaventati abbandonorono la porta, e i Bentivogli si ritirorno. Il quale insulto mitigò piú tosto che accendesse l'animo del pontefice contro al re di Francia; perché il re, dimostrando essergli molestissimo questo insulto, comandò a Ciamonte che qualunque volta fusse di bisogno soccorresse con tutte le genti d'arme alle cose di Bologna, né permettesse che i Bentivogli fussino piú ricettati in parte alcuna del ducato di Milano. De' quali era in quegli dí morto Giovanni per dolore di animo, non assueto, innanzi fusse cacciato di Bologna, a sentire l'acerbità della fortuna, essendo stato prima, lungo tempo, felicissimo di tutti i tiranni d'Italia ed esempio di prospera fortuna; perché in spazio di quaranta anni ne' quali dominò ad arbitrio suo Bologna (nel qual tempo, non che altro, non sentí mai morte di alcuno de' suoi) aveva sempre avuto, per sé e per i figliuoli, condotte provisioni e grandissimi onori da tutti i príncipi d'Italia, e liberatosi sempre con grandissima facilità da tutte le cose che se gli erano dimostrate pericolose: della quale felicità pareva che principalmente fusse debitore alla fortuna, oltre alla opportunità del sito di quella città, perché secondo il giudicio comune non gli era attribuita laude né di ingegno né di prudenza né di valore eccellente.

Lib.7, cap.12

Prime azioni di Massimiliano contro i veneziani. Castelli veneziani presi dalle sue milizie. Vittoria dell'Alviano sui tedeschi e suoi successi nel Friuli; presa di Trieste, di Fiume e di Postumia. Vicende della lotta nel Trentino. Tregua fra Massimiliano e i veneziani.

Nel principio dell'anno medesimo Cesare, non volendo piú differire il muovere delle armi, mandò uno araldo a Verona a notificare di volere passare in Italia per la corona imperiale, e dimandare alloggiamento per quattromila cavalli; alla qual cosa i rettori di Verona, consultata prima a Vinegia questa dimanda, gli feciono risposta che se la passata sua non avesse altra cagione che il volere incoronarsi sarebbe onorato da loro sommamente, ma apparire gli effetti diversi da quello che proponeva, poiché aveva condotto a' loro confini tanto apparato d'armi e d'artiglierie: però venuto a Trento per dare principio alla guerra, fece fare il terzo dí di febbraio una solenne processione, dove andò in persona, avendo innanzi a sé gli araldi imperiali e la spada imperiale nuda; nel progresso della quale Matteo Lango suo segretario, che fu poi vescovo Gurgense, salito in su uno eminente tribunale, publicò in nome di Cesare la deliberazione di passare ostilmente in Italia, nominandolo non piú re de' romani ma eletto imperadore, secondo hanno consuetudine di nominarsi i re de' romani quando vengono per la corona: e avendo il dí medesimo proibito che di Trento non uscisse alcuno, fatto fare quantità grande di pane, e di ripari e gabbioni di legname, e inviato per il fiume dello Adice molti foderi carichi di provisioni, uscí la notte seguente, poco avanti il giorno, di Trento con mille cinquecento cavalli e quattromila fanti, non di genti dategli dalla dieta ma delle proprie della corte e degli stati suoi; dirizzandosi al cammino che per quelle montagne riesce a Vicenza. E nel medesimo tempo uscí verso Roveré il marchese di Brandiborgo con cinquecento cavalli e dumila fanti pure de' medesimi paesi. Tornò il seguente dí Brandiborgo, non avendo fatto altro effetto che presentatosi a Roveré e dimandato invano d'essere alloggiato dentro; ma Cesare, entrato nella montagna di Siago, le radici della quale si approssimano a dodici miglia a Vicenza, pigliate le terre de' Sette Comuni, che cosí denominati abitano nella sommità della montagna con molte esenzioni e privilegi de' viniziani, e spianate molte tagliate che per difendersi e impedirgli il cammino avevano fatte, vi condusse alcuni pezzi d'artiglieria: donde, aspettandosi a ogn'ora piú prosperi successi, il quarto dí che era partito da Trento, ritornò subito a Bolzano, terra piú lontana che Trento da' confini d'Italia; avendo ripieno di sommo stupore, per tanta o inconsiderazione o incostanza, gli animi di ciascuno. Eccitò questo principio tanto debole gli animi de' viniziani; e però, avendo già soldato molti fanti, chiamorno a Roveré le genti franzesi che col Triulzio erano a Verona, e cominciate a fare maggiori preparazioni stimolavano il re di Francia a fare il medesimo: il quale venendo verso Italia inviava innanzi a sé cinquemila svizzeri pagati da lui e tremila che si pagavano da' viniziani; perché quella nazione, non avendo potuto Massimiliano dargli danari, si era senza rispetto voltata finalmente agli stipendi del re. E nondimeno non vollono i svizzeri, poiché furono mossi e pagati, andare nel dominio viniziano, allegando non volere servire contro a Cesare in altro che nella difesa dello stato di Milano.

Maggiore movimento, ma con evento piú infelice e destinato a dare principio a cose molto maggiori, fu suscitato nel Friuli, dove per ordine di Cesare passorono per la via de' monti quattrocento cavalli e cinquemila fanti, gente tutta comandata del contado suo di Tiruolo; i quali entrati nella valle di Cadoro presono il castello e la fortezza, ove era piccola guardia, insieme con l'offiziale de' viniziani che vi era dentro: la quale cosa intesa a Vinegia, comandorono all'Alviano e a Giorgio Cornaro proveditore, che erano nel vicentino, che andassino subito al soccorso di quel paese; e per travagliare ancora loro gl'inimici da quella parte, mandorno verso Triesti quattro galee sottili e altri navili. E nel tempo medesimo Massimiliano, che da Bolzano era andato a Brunech, voltatosi al cammino del Friuli, per la comodità de' passi e de' paesi piú larghi, con seimila fanti comandati del paese, scorse per certe valli piú di quaranta miglia dentro a' confini de' viniziani; e presa la valle di Codauro onde si va verso Trevigi, e lasciatosi addietro il castello di Bostauro che era già del patriarcato d'Aquilea, prese il castello di San Martino, il castel della Pieve e la valle Conelogo, dove erano a guardia i conti Savignani, e altri luoghi vicini: e fatto questo progresso, degno piú tosto di piccolo capitano che di re, lasciato ordine che quelle genti andassino verso il trevigiano, si ritornò alla fine di febbraio a Spruch, per impegnare gioie e fare in altri modi provisione di danari; de' quali essendo piú tosto dissipatore che spenditore, niuna quantità bastava a supplire a' bisogni suoi. Ma avendo per il cammino inteso che i svizzeri avevano accettati i danari del re di Francia, sdegnato contro a loro, andò a Olmo città de' svevi per indurre la lega di Svevia a dargli aiuto, come altra volta aveva fatto nella guerra contro a' svizzeri: instava ancora con gli elettori perché gli fussino prorogati per altri sei mesi gli aiuti promessi nella dieta di Gostanza. E nel tempo medesimo le genti degli stati suoi che erano restate a Trento, in numero di novemila tra cavalli e fanti, presono in tre dí a discrezione, avendolo prima battuto con l'artiglierie, castello Baioco, che è a rincontro di Roveré in su la strada diritta, a mano destra da andare da Trento in Italia, tramezzando quello e Roveré, che è in sulla mano sinistra, il fiume dello Adice.

Ma l'Alviano si mosse per soccorrere il Friuli con grandissima celerità, e avendo passato le montagne cariche di neve si condusse in due dí presso a Cadoro; ove aspettati i fanti, che non avevano potuto pareggiare la sua celerità, occupò uno passo non guardato da' tedeschi donde si entra nella valle di Cadoro: per la venuta del quale preso animo gli uomini del paese, inclinati a stare sotto lo imperio viniziano, occuporono gli altri passi della valle onde i tedeschi arebbano avuto facoltà di ritirarsi. I quali, vedendosi rinchiusi né avendo altra salute o speranza che nell'armi, e giudicando che l'Alviano fusse ogni dí per ingrossarsi, se gli feciono con grandissima animosità incontro, e non essendo recusato il combattere da lui si cominciò tra l'uno e l'altro di loro asprissima battaglia, nella quale i tedeschi, che combattevano ferocemente piú per desiderio di morire gloriosi che per speranza di salvarsi, si erano messi in uno grosso squadrone; e posto in mezzo di loro le donne combatterono con grande impeto per qualche ora, ma non potendo finalmente resistere al numero e alla virtú degli inimici restorno del tutto vinti, essendone morti piú di mille di loro e gli altri restati prigioni. Dopo la quale vittoria l'Alviano avendo assaltato da due bande la rocca di Cadoro la espugnò, ove morí Carlo Malatesta, uno de' signori antichi di Rimini, da uno sasso gittato dalla torre; e seguitando con lo esercito suo l'occasione, prese Porto Navone, dipoi Cremonsa situata in su uno alto colle: la quale presa, andò a campo a Gorizia situata nelle radici delle Alpi Giulie, forte di sito e bene munita e che ha una rocca ardua a salire; e avendo prima preso il ponte di Gorizia e poi piantate l'artiglierie alla terra, l'ottenne il quarto giorno per accordo, perché mancava loro armi acqua e vettovaglie; e presa la terra, il castellano e le genti che erano nella rocca, avuti quattromila ducati, la déttano: dove i viniziani feciono subito molte fortificazioni, perché fusse come uno propugnacolo e uno freno a' turchi a spaventargli a passare il fiume dell'Isonzio, perché con l'opportunità di quello luogo si poteva facilmente impedire loro la facoltà del ritirarsi. Presa Gorizia, l'Alviano andò a campo a Triesti, la quale città nel tempo medesimo era molestata per mare; e la presano facilmente, non senza dispiacere del re di Francia, il quale dissuadeva lo irritare tanto il re de' romani, ma per essere per l'uso del golfo di Vinegia molto utile a' loro commerci, ed enfiati dalla prosperità della fortuna, erono disposti a seguitare il corso della vittoria. Però, avuta che ebbono Triesti e la rocca, presano Portonon e dipoi Fiume, terra di Schiavonia che è a riscontro di Ancona; la quale terra abbruciorono, perché era ricetto delle navi che senza pagare i dazi posti da loro volevano passare per il mare Adriatico: e passate poi le Alpi, presono Postonia che è ne' confini della Ungheria.

Queste cose si facevano nel Friuli. Ma dalla parte di verso Trento, l'esercito tedesco che era venuto a Calliano, villa famosa per i danni de' viniziani (perché appresso a quella, poco piú di venti anni innanzi, era stato rotto e ammazzato Ruberto da San Severino, famosissimo capitano del loro esercito), assaltò tremila fanti de' viniziani, che sotto Iacopo Corso, Dionigi di Naldo e Vitello da città di Castello erano a guardia di Monte Brettonico; i quali, ancora che fussino assai bene fortificati, fuggirono subito in su uno monte vicino: e i tedeschi, deridendo e giustamente la viltà de' fanti italiani, arse molte case e spianati i ripari che erano fatti al monte, ritornorono a Caliano. Dal quale successo invitato il vescovo di Trento, andò, con dumila fanti comandati e parte delle genti che erano a Caliano, a campo a Riva di Trento, castello posto in sul lago di Garda, dove già il Triulzio aveva mandato sufficiente guardia; e avendo battuta due dí la chiesa di san Francesco, e fatta, mentre vi stavano, qualche correria nelle ville circostanti a Lodrone, dumila grigioni che erano nel campo tedesco, sollevatisi per discordia di piccola importanza nata ne' pagamenti, depredorno le vettovaglie del campo. Onde essendo ogni cosa in disordine, e partiti quasi tutti i grigioni, il resto dell'esercito, che erano settemila uomini, fu costretto a ritirarsi: per la levata de' quali scorrendo le genti viniziane per le ville vicine, e andando tremila fanti de' loro ad ardere certe ville del conte di Agresto, furono messi in fuga dai paesani e mortine circa trecento. Ma essendo per la ritirata de' tedeschi dalla Riva resoluta quasi tutta la gente, e i cavalli, che erano mille dugento, ritiratisi dallo alloggiamento di Caliano in Trento, le genti de' viniziani, la mattina di pasqua, assaltorono la Pietra, luogo lontano da Trento sei miglia; ma uscendo al soccorso delle genti che erano in Trento, si ritirorono: e dipoi assaltorono la rocca di Cresta, passo di importanza, che si arrendé innanzi vi arrivasse il soccorso che veniva di Trento. Però i tedeschi, che si erano riordinati di fanti, ritornorono con mille cavalli e seimila fanti allo alloggiamento di Caliano, distante per una balestrata dalla Pietra, ed essendosi partiti da loro dugento cavalli del duca di Vertimberg, i viniziani con quattromila cavalli e sedicimila fanti vennono a porsi a campo alla Pietra, e vi piantorono sedici pezzi di artiglierie. È la Pietra una rocca situata nella radice di una montagna in su la mano destra a chi va da Roveré a Trento, e da quella si parte uno muro assai forte, che camminando per spazio d'una balestrata si distende insino in su l'Adice, il quale muro ha nel mezzo una porta; e chi non è padrone di questo passo può con difficoltà offendere la Pietra. Stavano gli eserciti vicini l'uno all'altro a uno miglio, avendo ciascuno a fronte la rocca e il muro, e da uno de' fianchi il fiume dell'Adice dall'altro i monti, e ciascuno alle spalle i suoi ridotti sicuri; e perché i tedeschi aveano in potestà la rocca e il muro potevano a loro piacere sforzare l'esercito viniziano a combattere, a che non potevano essere sforzati loro, ma per essere di numero molto inferiori non ardivano commettersi alla fortuna; solamente attendevano a difendere la rocca dagli insulti degli inimici, i quali sollecitamente la battevano. Ma vedendo uno giorno l'occasione di non essere bene guardata l'artiglieria, usciti furiosamente ad assaltarla e rotti i fanti che la guardavano, ne tirorno con grande ferocia due pezzi agli alloggiamenti loro; donde i viniziani inviliti, e giudicando anche vana l'oppugnazione, nella quale avevano perduti molti uomini, si ritirorno a Roveré: e i tedeschi si ritornorono a Trento, e pochi dí poi se ne disperse la maggiore parte. E le genti della dieta, delle quali, per venire chi piú presto e chi piú tardi, non ne erano mai stati insieme quattromila uomini (perché quasi tutti quegli che si messono insieme a Trento e a Cadoro erano de' paesi circostanti), finiti i loro sei mesi se ne ritornavano alle case loro; e la maggiore parte de' fanti comandati facevano il medesimo. Né Massimiliano, occupato a andare da luogo a luogo per vari pensieri e provisioni, era mai stato presente a queste cose; anzi rimessa la dieta di Olmo a tempo piú comodo, confuso tra se medesimo e pieno di difficoltà e di vergogna, se ne era andato verso Colonia, essendo stato occulto piú dí dove si trovava la persona sua, né potendo resistere con le forze sue a questo impeto, avendo perduto tutto quello teneva in Friuli e l'altre terre vicine, abbandonato da ciascuno, e in pericolo le cose di Trento, se le genti franzesi fussino volute congiugnersi con l'esercito viniziano a offenderlo. Ma il Triulzio, per comandamento del re che aveva fisso nell'animo piú di placare che di provocare, non volle passare piú oltre di quel che fusse necessario per la difesa de' viniziani.

Aveva Cesare, vedendosi abbandonato da tutti e desideroso di levarsi in qualche modo dal pericolo, insino quando le genti sue furono rotte a Cadoro, mandato Pré Luca suo uomo a Vinegia a ricercare di fare tregua con loro per tre mesi; la quale dimanda era stata sprezzata da quel senato, disposto a non fare tregua per minore tempo di uno anno, né in modo alcuno se medesimamente non vi si comprendeva il re di Francia: ma crescendo i suoi pericoli, perduto già Triesti, e ogni cosa succedendo in peggio, il vescovo di Trento, come da sé, invitò i viniziani a fare tregua, proponendo che con questo fondamento si aveva da sperare di potere fare la pace. I viniziani risposono, che poiché la pratica non si proponeva piú a loro soli ma in modo che eziandio il re di Francia vi poteva intervenire, non averne l'animo alieno: dal quale principio introdotto il ragionamento, si convennono a parlare insieme il vescovo di Trento e il Serentano segretario di Massimiliano, e per il re di Francia il Triulzio e Carlo Giuffré presidente del senato di Milano, mandato da Ciamonte per questa pratica, e per i viniziani Zacheria Contareno, oratore destinato particolarmente a questo negozio. Convenivano facilmente nell'altre condizioni, perché del tempo concordavano durasse per tre anni, che ciascuno possedesse come possedeva di presente, con facoltà di edificare e fortificare ne' luoghi occupati; ma la difficoltà era che i franzesi volevano si facesse tregua generale, includendovi eziandio i confederati che aveva ciascuno fuora d'Italia, e specialmente il duca di Ghelleri, e a questo stavano molto ostinati gli agenti di Massimiliano, che aveva volto totalmente l'animo allo eccidio di quel duca, e allegavano che la guerra era tutta in Italia, però non essere né conveniente né necessario parlare se non delle cose d'Italia; in che i viniziani facevano ogni opera perché si sodisfacesse al desiderio del re di Francia, ma non sperando piú di potervi piegare i tedeschi erano inclinati ad accettare la tregua nel modo consentito da loro, inducendogli il desiderio di rimuoversi una guerra che tutta si riduceva nello stato loro, e la volontà anche di confermarsi, mediante la tregua de' tre anni, le terre che in questo moto avevano conquistate; e si scusavano a' franzesi, con verissima ragione, che non essendo l'uno e l'altro di loro tenuti se non alla difesa delle cose d'Italia e in su questo fondata la loro confederazione, non appartenere a loro pensare alle cose di là da' monti; le quali se non erano tenuti a difenderle con le armi non erano anche tenuti a pensare di assicurarle con la tregua. Sopra la quale contenzione avendo il Triulzio scritto in Francia e i viniziani a Vinegia, venne risposta dal senato che non potendo fare altrimenti conchiudessino solamente la tregua per Italia, riservando luogo e tempo al re di Francia di entrarvi: alla quale cosa né il Triulzio né il presidente volendo consentire, anzi lamentandosi gravemente che non che altro non volessino aspettare la risposta del re, e protestando il presidente che la impresa comune non si doveva finire se non comunemente, e del poco rispetto alla amicizia e congiunzione, non restorono i veneti per questo di non conchiudere; contraendo Massimiliano e loro, in nomi loro propri semplicemente, e con patto che per la parte di Massimiliano si nominassino e avessinsi per inclusi e nominati il pontefice, i re cattolici, di Inghilterra e di Ungheria e tutti i príncipi e sudditi del sacro imperio in qualunque luogo, e tutti i confederati di Massimiliano e de' prenominati re e stati dello imperio, da nominarsi infra tre mesi; e per la parte de' viniziani, il re di Francia e il re cattolico, e tutti gli amici e confederati de' viniziani del re di Francia e del cattolico, in Italia solamente costituti, da nominarsi infra tre mesi. La quale tregua, stipulata il vigesimo dí di aprile, essendo stata quasi incontinente ratificata dal re de' romani e da' viniziani, si deposono l'armi tra loro, con speranza di molti che Italia avesse a godere per qualche tempo questa quiete.

Lib.7, cap.13

Lamentele del re di Francia co' fiorentini e risposta di questi. Pratica fra il re di Francia, Ferdinando d'Aragona e i fiorentini riguardo a Pisa.

Posate che furono l'armi per la tregua fatta, il re di Francia, parendogli che l'animo de' fiorentini non fusse stato sincero verso lui, ma piú tosto inclinati a Cesare se alle cose sue si fusse dimostrato principio di prosperi successi, e sapendo non procedere da altro che dal desiderio di recuperare in qualunque modo Pisa, e dallo sdegno che egli, non attendendo né alla divozione né alle opere loro, non solo non gli avesse favoriti né con l'autorità né coll'armi ma tollerato che da' genovesi sudditi suoi fussino aiutati, deliberò di pensare che con qualche onesto modo ottenessino il desiderio loro. Ma volendo, secondo i disegni primi, farlo con utilità propria, e sperando essere migliore mezzo a tirargli a somma maggiore il timore che la speranza, mandò Michele Riccio a lamentarsi: che avessino mandato uomini propri per convenire con Cesare suo inimico; che avendo sotto colore di dare il guasto a' pisani congregato esercito potente senza avere rispetto alle condizioni de' tempi e de' sospetti e pericoli suoi, né avendo voluto in sí grave moto che si preparava dichiarare mai perfettamente l'animo loro, aveano dato a lui causa non mediocre di dubitare a che fine tendessino queste preparazioni; che a lui che gli aveva ricercati che con le genti loro gli dessino aiuti in pericoli tanto gravi avessino dinegato di farlo, fuora d'ogni sua espettazione: e nondimeno, che per l'amore che avea sempre portato alla loro republica, e per la memoria delle cose che per il passato aveano fatte in beneficio suo, era parato a rimettere queste ingiurie nuove, pure che, per rimuovere le cagioni per le quali si sarebbe potuta turbare la quiete d'Italia, non molestassino piú in futuro senza consentimento suo i pisani. Alle quali querele risposono i fiorentini: la necessità avergli indotti a mandare a Cesare, non con intenzione di convenire con lui contro al re ma per cercare di assicurare, in caso passasse in Italia, le cose proprie, le quali il re, nella capitolazione fatta con loro, non si era voluto obligare a difendere contro a Cesare, ma v'aveva espressa dentro la clausula: "salve le ragioni dello imperio"; e nondimeno, non avere fatta con lui convenzione alcuna: non essere giusta la querela dell'esercito mandato contro a' pisani, perché essendo stato secondo la consuetudine loro esercito mediocre, né per altro effetto che per impedire, come molte altre volte aveano fatto, le ricolte, non avere avuto alcuno causa ragionevole di sospettarne: questa cagione, insieme con gli aiuti dati da' genovesi e dagli altri vicini a' pisani, non avere permesso che al re mandassino le genti loro; alla quale cosa se bene non erano obligati, nondimeno che per la continua divozione loro al nome suo non arebbono pretermesso, quando bene non ne fussino stati ricercati, questo officio: maravigliarsi sopra modo che 'l re desiderasse non fussino molestati i pisani, i quali a comparazione de' fiorentini non aveva causa di stimare e di amare, se si ricordava quel che avessino operato contro a lui nella ribellione de' genovesi: né potere il re con giustizia proibire che non molestassino i pisani, perché cosí era espresso nella confederazione che aveano fatta con lui. Da questi princípi si cominciò a trattare che Pisa ritornasse sotto il dominio de' fiorentini, alla quale cosa pareva dovesse bastare il provedere che i genovesi e lucchesi non dessino aiuto a' pisani, ridotti in tale estremità di vettovaglie e di forze che non ardivano uscire piú della città; aggiugnendosi massime, per la perdita delle ricolte, la mala disposizione de' contadini, i quali erano maggiore numero che i cittadini: [in modo] che si credeva non si potessino piú sostentare se da' genovesi e lucchesi non avessino ricevuto qualche sussidio di danari, co' quali quegli che reggevano, tenendo in Pisa alcuni soldati e forestieri, e gli altri distribuendo nella gioventú de' cittadini e de' contadini, e con l'armi di questi spaventando coloro che desideravano concordarsi co' fiorentini, non avessino tenuta quieta la città.

A questa pratica, cominciata dal re cristianissimo, si aggiunse l'autorità del re cattolico, geloso che senza lui non si conducesse a effetto: però, subito che ebbe intesa l'andata di Michele Riccio a Firenze, vi mandò uno imbasciadore, il quale, entrato prima in Pisa, gli confortò e dette loro animo in nome del suo re a sostenersi; non per altro se non perché, stando piú ostinati a non cedere a' fiorentini, potessino essere venduti con maggiore prezzo. Trasferironsi poco dipoi questi ragionamenti, per volontà de' due re, nella corte del re di Francia ove, senza rispetto della protezione tanto affermata, la sollecitava molto il re cattolico, conoscendo che non essendo difesa era necessario cadesse in potestà de' fiorentini, e avendo l'animo alieno allora da implicarsi in cose nuove, e specialmente contro alla volontà del re di Francia: perché se bene, subito che ritornò in Spagna, avesse riassunto il governo di Castiglia non l'aveva però totalmente stabilito, e per le volontà diverse de' signori e perché il re de' romani non v'aveva, in nome del nipote, prestato il consentimento.

Edizione HTML a cura di: [email protected] Ultimo Aggiornamento:18/07/05 01.30