| I.
Introduzione |
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| Fra i molti uomini d'ingegno e di cuore, i quali hanno
scritto contro la pratica criminale della tortura e contro l'insidioso raggiro de'
processi che secretamente si fanno nel carcere, non ve n'è alcuno il quale abbia fatto
colpo sull'animo dei giudici; e quindi poco o nessuno effetto hanno essi prodotto. Partono
essi per lo più da sublimi principj di legislazione riserbati alla cognizione di alcuni
pochi pensatori profondi, e ragionando sorpassano la comune capacità; quindi le menti
degli uomini altro non ne concepiscono se non un mormorìo confuso, e se ne sdegnano e
rimproverano il genio di novità, la ignoranza della pratica, la vanità di voler fare il
bello spirito, onde rifugiandosi alla sempre venerata tradizione de' secoli, anche più
fortemente si attaccano ed affezionano alla pratica tramandataci dai maggiori. La verità
s'insinua più facilmente quando lo scrittore postosi del pari col suo lettore parte dalle
idee comuni, e gradatamente e senza scossa lo fa camminare e innalzarsi a lei, anzi che
dall'alto annunziandola con tuoni e lampi, i quali sbigottiscono per un momento, indi
lasciano gli uomini perfettamente nello stato di prima. |
| Sono già più anni, dacché il ribrezzo medesimo che ho per
le procedure criminali mi portò a volere esaminate la materia ne' suoi autori, la
crudeltà e assurdità de' quali sempre più mi confermò nella opinione di riguardare
come una tirannia superflua i tormenti che si danno nel carcere. Allora feci molte
annotazioni sul proposito, le quali rimasero oziose. Parimenti già da più anni
riflettendo io al fatto, che fece diroccare la casa di un cittadino e piantarvi per
pubblico decreto la colonna infame, dubitai da principio se fosse possibile il
delitto, per cui vennero condannati molti infelici, indi decisamente fui persuaso essere
impossibile e in fisica e in morale che si diano unzioni artefatte maneggevoli impunemente
dall'autore, le quali al solo tatto esterno, dopo essere state all'aria aperta sulle
pareti delle strade, cagionino la pestilenza, e che possano più uomini collegarsi affine
di dare la morte indistintamente a tutta la loro città. Mi venne a caso fra le mani il
voluminoso processo manoscritto che riguardava quel fatto, e dall'attenta lettura mi trovo
convinto sempre più nella mia opinione. Questo libro è nato dalle osservazioni fatte e
sugli autori criminalisti e sul fatto delle unzioni venefiche. |
| Cerco che il lettore imparziale giudichi se le mie opinioni
sieno vere o no. Io mi asterrò dal declamare, almeno me lo propongo; e se la natura mi
farà sentir la sua voce talvolta, e la riflessione mia non accorrerà sempre a
soffocarla, ne spero perdono: procurerò di reprimerla il più che potrò, giacché non
cerco di sedurre né me stesso né il lettore, cerco di camminare placidamente alla
verità. Non aspetto gloria alcuna da quest'opera. Ella verte sopra di un fatto ignoto al
resto dell'Italia; vi dovrò riferire de' pezzi di processo, e saranno le parole di poveri
sgraziati e incolti che non sapevano parlare che il lombardo plebeo; non vi sarà
eloquenza o studio di scrivere: cerco unicamente di schiarire un argomento che è
importante. Se la ragione farà conoscere che è cosa ingiusta, pericolosissima e crudele
l'adoperar le torture, il premio che otterrò mi sarà ben più caro che la gloria di aver
fatto un libro, avrò difesa la parte più debole e infelice degli uomini miei fratelli;
se non mostrerò chiaramente la barbarie della tortura, quale la sento io, il mio libro
sarà da collocarsi fra i moltissimi superflui. In ogni evento, sebbene anche ottenga il
mio fine, e che illuminatasi la opinione pubblica venga stabilito un metodo più
ragionevole e meno feroce per rintracciare i delitti, allora accaderà del mio libro come
dei ponti di legno che si atterrano, innalzata che sia la fabbrica, e come avvenne al sig.
marchese Maffei, che distruggendo la scienza cavalleresca e annientandone gli scrittori,
annientò pure il suo libro, che ora nessuno più legge perché non esiste l'oggetto per
cui era scritto. |
| La maggior parte de' giudici gradatamente si è incallita
agli spasimi delle torture per un principio rispettabile, cioè sacrificando l'orrore dei
mali di un uomo solo sospetto reo, in vista del ben generale della intiera società.
Coloro che difendono la pratica criminale, lo fanno credendola necessaria alla sicurezza
pubblica, e persuasi che qualora si abolisse la severità della tortura sarebbero impuniti
i delitti e tolta la strada al giudice di rintracciarli. Io non condanno di vizio chi
ragiona così, ma credo che sieno in un errore evidente, e in un errore di cui le
conseguenze sono crudeli. Anche i giudici che condannavano ai roghi le streghe e i maghi
nel secolo passato, credevano di purgare la terra da' più fieri nemici, eppure immolavano
delle vittime al fanatismo e alla pazzia. Furono alcuni benemeriti uomini i quali
illuminarono i loro simili, e, scoperta la fallacia che era invalsa ne' secoli precedenti,
si astennero da quelle atrocità e un più umano e ragionevole sistema vi fu sostituito.
Bramo che con tal esempio nasca almeno la pazienza di esaminar meco se la tortura sia
utile e giusta: forse potrò dimostrare che è questa una opinione non più fondata di
quello lo fosse la stregheria, sebbene al par di quella abbia per sé la pratica de'
tribunali e la veneranda tradizione dell'antichità. |
| Comincierò dal fatto della colonna infame, poscia passerò a
trattare in massima la materia; ma prima conviene dare un'idea della pestilenza che
rovinò Milano nel 1630. |
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| II.
Idea della pestilenza che devastò Milano nel 1630 |
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| Il Ripamonti, cattivo ragionatore, buon latinista, cronista
inesatto, ma sincero espositore delle cose de' suoi tempi, ha scritta la storia della
pestilenza accaduta al tempo appunto in cui viveva, e fa una vivissima compassione la sola
idea dell'esterminio, a cui soggiacque la nostra patria in quel tempo. Si tratta niente
meno che della distruzione di due terze parti de' cittadini. La crudelissima pestilenza fu
delle più spietate che rammemori la storia. Alla distruzione fisica si accoppiarono tutti
i più terribili disastri morali. Ogni legame sociale si stracciò; niente era più in
salvo, né le sostanze, né la vita, né l'onestà delle mogli; tutto era esposto alla
inumanità, e alla rapina di alcuni pessimi uomini, i quali tanto ferocemente operavano
nel seno della misera lor patria spirante, come appena un popolo selvaggio farebbe nel
paese nemico. I Monati, classe di uomini trascelta per assistere gli ammalati.
invadevano le case; trasportavano le robe che vi trovavano; violavano le figlie e le
consorti impunemente sotto gli occhi dell'agonizzante padre o marito; obbligavano a
redimersi colla somma di danaro che lor piaceva i parenti, colla minaccia di trasportare i
figli o le spose, benché sani, al lazzaretto. I giudici tremanti per la propria vita
ricusavano ogni ufficio. Varj ladroni, fingendosi Monati, invadevano e saccheggiavano ogni
cosa: tale è lo spettacolo che ci viene descritto dal Ripamonti, che pianse siccome egli
attesta, più e più volte in vista di sì orrende calamità. Tali erano i costumi, tale
era lo spirito che agitò i nostri antenati in quel tempo, che forse troppo incautamente
taluni vorrebbero far ritornare coi loro voti. |
| La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un
dispaccio, che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il
dispaccio era firmato dal re Filippo IV. Rara cosa assai era in que' tempi la venuta di un
dispaccio, ed era questo un avvenimento che occupava tutta la città, poiché non si
partiva dalla corte un reale rescritto se non per gravissime cagioni. Il dispaccio
avvisava il governatore essere stati osservati in Madrid quattro uomini, che avevan
portati degli unguenti per recare la pestilenza in quella reale città, essere costoro
fuggiti, non sapersi in qual parte si fossero essi rivolti per recarvi le malefiche
unzioni; quindi se ne avvisava il governatore, acciocché attentamente vegliasse in difesa
anche del Milanese. Hae litterae, dice il Ripamonti, quia majestatis ipsius
chirographo subsignatae fuerunt, grande sane momentum inclinandis ad pessima quaeque
credenda animis facere potuerunt. [Queste lettere, essendo firmate di propria mano dal
re, furono di gran peso sugli animi de' cittadini, già proclivi a credere ogni più
nefando delitto]. In que' tempi l'ignoranza delle cose fisiche era assai grande. Taluno
avrà pensato allora: è egli possibile il formare una materia che toccandosi dia la
pestilenza? Se anche sia possibile, potrà un uomo portarla seco senza caderne vittima?
Quattro uomini collegansi per un tale viaggio, e girano il mondo colla pestilenza nelle
ampolle per divulgarla! A qual fine? Per quale utilità? Ma i pochi che avranno così
pensato, non avranno avuto ardire di palesarlo; l'autorità di un dispaccio, l'opinione
popolare erano terribili contrasti che esponevano a troppo grave pericolo l'uomo che
avesse annunziata questa verità. Si sparse adunque l'opinione e il sospetto generalmente
di queste malefiche unzioni. |
| Sappiamo dalla storia come fossero allora governati i popoli
sotto Filippo IV. La pestilenza della Germania per la Valtellina liberamente entrò nel
Milanese, portatavi dalle truppe imperiali che transitarono per innoltrarsi a Mantova,
poco dopo la vociferazione del dispaccio. Ma l'opinione comune del popolo volle
ostinatamente piuttosto credere essere la vociferata pestilenza un'artificiosa invenzione
de' medici per acquistar lucro, anzi che esaminare e chiarire il fatto. Era forse una tal
diffidenza l'effetto della lunga serie d'inganni sofferti dalla classe superiore.
Inutilmente i medici più istruiti divulgavano le prove degli ammalati che avevano veduti
morire di pestilenza, che la plebe sempre li risguardava come autori di una malignamente
immaginata diceria. Celebre è il fatto accaduto al venerabile nostro Ludovico Settala,
uomo sommo per que' tempi, non tanto per l'erudizione, la coltura, la scienza medica e le
cognizioni di stona naturale di cui il nostro museo ebbe fra i contemporanei d'Europa il
primato, quanto per la nobiltà e virtù del suo animo, che disinteressatamente e
instancabilmente usò dei talenti a beneficio del popolo. Questi mentre cavalcava, siccome
allora era costume de' medici, venne attorniato tumultuosamente da una folla di uomini,
donnicciuole, fanciulli, ed ogni classe di plebaglia, indi villanissimamente insultato
quale principale autore della opinione che nella città vi fosse la pestilenza, che le
turbe esclamavano essere unicamente ne' peli della di lui barba: Ita gravissimus
optimusque senex, et antistes sapientiae Septalius, qui innumeris pene mortalibus vitam
excellentia artis, quique multis etiam liberalitate sua subsidia vitae dederat, ob
petulantiam, stoliditatemque multitudinis periculum adiit [In tal guisa l'ottimo
vecchio. che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia dell'arte e
col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza
del volgo]. Così il Ripamonti. |
| Convenne finalmente col crescere della peste e il
moltiplicarsi giornalmente il numero de' morti disingannare il popolo, e persuaderlo che
il malore purtroppo era nella città, e laddove i discorsi nessun effetto producevano, si
dovettero far manifesti sopra gran carri gli ammassi de' cadaveri nudi aventi i bubboni
venefici, e così per le strade dell'affollata città girando questo spettacolo portò
infine la convinzione negli animi, e forse propagò più estesamente la pestilenza. Allora
fu che il popolo furiosamente si rivolse ad ogni eccesso di demenza. Nei disastri pubblici
l'umana debolezza inclina sempre a sospettarne cagioni stravaganti anzi che crederli
effetti del corso naturale delle leggi fisiche. Veggiamo i contadini attribuir la
gragnuola non già alle leggi delle meteore, ma piuttosto alle streghe. Veggiamo i saggi
Romani istessi al tempo, in cui erano rozzi, cioè l'anno di Roma 423 sotto Claudio
Marcello e Cajo Valerio, attribuire la pestilenza, che gli afflisse a' veleni apprestati
da una troppo inverosimile congiura di matrone romane: come Livio lib. VIII, cap. XII,
Dec. I: Proditum falso esse venenis absumptos, quorum mors infamem annum pestilentia
fecerit [Falsamente si disse che erano morti avvelenati coloro la cui morte invece fu
provocata, in quel terribile anno, dalla pestilenza]. Veggiamo in Napoli, pure nel secolo
scorso, cioè nel 1656, attribuita la pestilenza agli Spagnuoli o allo stesso viceré per
rovinare il popolo con polveri pestifere, e si credette "che per la città andavano
girando persone con polveri velenose e che bisognava andar di loro in traccia per
isterminarle; così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed
avendo incontrati due soldati del torrione del Carmine, affin di attaccar brighe che poi
finissero in tumulti, avventaronsi sopra di essi, imputandoli di aver loro trovato addosso
la sognata polvere. Al rumore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò
ancora un uomo dabbene, il quale con soavi parole e moderati consiglj li persuase che
dassero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplizio
che di lor si sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tale
industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che quei due soldati uno era di
nazione Francese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce che cinquanta persone con
abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini; poiché
tutti coloro che andavan vestiti con abiti forastieri, e con scarpe o cappelli o altra
cosa differente dal comune uso de' cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar
dunque la plebe bisognò far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci reo per altro di
altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminatore di polveri, ma
nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola, molti di
essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato
sulle forche perderono ignominiosamente la vita, e in cotal guisa furono i rumori
quietati": così Giannoneal lib. XXXVII, cap. VII. Non è dunque da meravigliarsi se
anche in Milano, in mezzo a tanta e sì crudele sciagura, sotto un così maligno flagello,
se ne sospettasse volgarmente la cagione nella rnalignità degli uomini, e si credesse
verificato il danno predetto del reale dispaccio e prodotto lo sterminio dalle malefiche
unzioni. Simili opinioni, quanto sono più stravaganti, tanto più trovano credenza;
perché appunto di uno stravagante effetto se ne crede stravagante la cagione, e più si
gode nel trovarne l'origine nella malizia dell'uomo, che si può contenere, anzi che nella
implacabile fisica che si sottrae alle umane istituzioni. In quel secolo poi sappiamo
quale fosse la coltura degli studj, unicamente rivolti alle parole ed ai delirj della
immaginazione. L'opinione quindi delle unzioni malefiche divenne generalmente la
trionfante: ogni macchia che apparisse sulle pareti era un corpo di delitto: ogni uomo che
inavvedutamente stendesse la mano a toccarle era a furore di popolo strascinato alle
carceri, quando non fosse massacrato dalla stessa ferocia volgare. Il Ripamonti riferisce
due fatti, dei quali è stato testimonio oculare. Uno, di tre Francesi viaggiatori i quali
esaminando la facciata del duomo toccarono il marmo, e furono percossi malamente e
strascinati in carcere assai mal conci; l'altro dun povero vecchio ottuagenario di
civile condizione, il quale prima di appoggiarsi alla panca nella chiesa di S. Antonio
levò, col passarvi il mantello, la polvere: quell'atto, credutosi una unzione, inferocì
il popolo nella casa del Dio di mansuetudine, e presolo pe' pochi capegli e per la barba a
pugni, calci ed ogni genere di percosse, non l'abbandonò se non poiché lo rese cadavere.
Tale era lo spirito di que' tempi. |
| La pestilenza andava sempre più mietendo vittime umane, e si
andava disputando sulla origine di quella anziché accorrervi al riparo. Gli uni la
facevano discendere da una cometa che fu in quell'anno osservata nel mese di giugno truci
u1tra solitum etiam facie [d'aspetto più spaventevole ancora dell'usato], come scrive
il Ripamonti. Altri ne davano l'origine agli spiriti infernali, e v'era chi attestava
d'avere distintamente veduto giungere sulla piazza del duomo un signore strascinato da sei
cavalli bianchi in un superbo cocchio, e attorniato da numeroso corteggio. Si osservò che
il signore aveva una fisonomia fosca ed infuocata; occhi fiammeggianti, irsute chiome e il
labbro superiore minaccioso. Entrato questi nella casa, ivi furono osservati tesori,
larve, demonj e seduzioni d'ogni sorta, per adescare gli uomini a prendere il partito
diabolico: di tali opinioni se ne può vedere più a lungo la storia nel citato Ripamonti.
Fra tai delirj si perdevano i cittadini anche più distinti e gli stessi magistrati; e in
vece di tenere con esatti ordini segregati i cittadini gli uni dagli alti, in vece
d'intimare a ciascuno di restarsene in casa, destinando uomini probi in quartieri diversi
per somministrare quanto occorreva a ciascuna famiglia, rimedio il solo che possa impedire
la comunicazione del malore, e rimedio che adoperato da principio avrebbe forse con meno
di cento uomini placata la pestilenza; in vece, dico, di tutto ciò. si è comandata con
una mal'intesa pietà una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de'
cittadini, e trasportando il corpo di S. Carlo per tutte le strade frequentate della
città, ed esponendolo sull'altar maggiore del duomo per più giorni alle preghiere
dell'affollato popolo, prodigiosamente si comunicò la pestilenza alla città tutta, ove
da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno. In una parola,
tutta là città immersa nella più luttuosa ignoranza si abbandonò ai più assurdi e
atroci delirj, malissimo pensati furono i regolamenti, stranissime le opinioni regnanti,
ogni legame sociale venne miseramente disciolto dal furore della superstiziosa credulità;
una distruttrice anarchia desolò ogni cosa, per modo che le opinioni flagellarono assai
più i miseri nostri maggiori di quello che lo facesse la fisica in quella luttuosissima
epoca; si ricorse agli astrologi, agli esorcisti, alla inquisizione, alle torture, tutto
diventò preda della pestilenza, della superstizione, del fanatismo e della rapina;
cosicché 1a proscritta verità in nessun luogo poté palesarsi. Cento quaranta mila
cittadini Milanesi perirono scannati dalla ignoranza. |
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| III.
Come sia nato il processo contro Guglielmo Piazza commissario della sanità |
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| Mentre la pestilenza inferiva più che mai, dopo la
processione già detta, la mattina del giorno 21 giugno 1630 una vedova per nome Caterina
Troccazzani Rosa, che alloggiava nel corritore che attraversa la Vedra de'
cittadini, vide dalla finestra Guglielmo Piazza che dal Carrobio entrò nella
contrada, e accostato al muro dalla parte dritta entrando, passò sotto il corritore, indi
giunto alla casa di S. Simone, ossia al termine della casa Crivelli che allora aveva una
pianta grande di lauro, ritornò indietro. Lo stesso fu osservato da altra donna per nome
Ottavia Persici Boni. La prima di queste donne disse nell'esame, che il Piazza "a
luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro": l'altra dice, che alla muraglia del
giardino Crivelli "aveva una carta in mano, sopra la qual mise la mano dritta, che mi
pareva che volesse scrivere, e poi vidi che levata la mano dalla carta la fregò sopra la
muraglia". |
| Attestano che ciò accadde alle ore otto, che era giorno
fatto, che pioveva. Le due donne sparsero nel vicinato immediatamente il sussurro di aver
veduto chi faceva le unzioni malefiche, le quali in processo poi la Troccazzani Rosa disse
"aveva veduto colui a fare certi atti attorno alle muraglie, che non mi piacciono
niente". La vociferazione immediatamente si divulgò da una bocca allaltra,
come risulta dal processo; si ricercò se le muraglie fossero sporche, e si osservò che
dall'altezza di un braccio e mezzo da terra vi era del grasso giallo, e ciò singolarmente
sotto la porta del Tradati, e vicino alluscio del barbiere Mora. Si abbruciò paglia
al luogo delle unzioni, si scrostò la muraglia, fu tutto il quartiere in iscompiglio. |
| Prescindasi dalla impossibilità del delitto. Niente è più
naturale che il passeggiare vicino al muro allorché piove in una città come la nostra,
dove si resta al coperto della pioggia. Un delitto così atroce non si commette di chiaro
giorno, nel mente che i vicini dalle finestre possono osservare; niente è più facile che
lo sporcare quante muraglie piace col favore della notte. Su di questa vociferazione il
giorno seguente si portò il capitano di giustizia sul luogo, esaminò le due nominate
donne, e quantunque né esse dicessero di avere osservato che il muro sia rimasto sporco
dove il Piazza pose le mani, né i siti ne' quali si era osservato l'unto giallo
corrispondessero ai luoghi toccati, si decretò la prigionia del commissario della sanità
Guglielmo Piazza. |
| Se lo sgraziato Guglielmo Piazza avesse commesso un delitto
di tanta atrocità, era ben naturale che attento all'effetto che ne poteva nascere e
istrutto del rumore di tutto il vicinato del giorno precedente, non meno che della solenne
visita che il giorno 22 vi fece ai luoghi pubblici sulla strada il capitano di giustizia,
si sarebbe dato a una immediata fuga. Gli sgherri lo trovarono alla porta del presidente
della sanità, da cui dipendeva, e lo fecero prigione. Visitossi immediatamente la casa
del commissario Piazza, e dal processo risulta che non vi si trovarono né ampolle, né
vasi, né unti, né danaro, né cosa alcuna che desse sospetto contro di lui |
| Appena condotto in carcere Guglielmo Piazza fu immediatamente
interrogato dal giudice, e dopo le prime interrogazioni venne a chiedergli se conosceva i
deputati della parrocchia, al che rispose che non li conosceva. Interrogato se sapesse che
siano stato unte le muraglie, disse che non lo sapeva. Queste due risposte si giudicarono
"bugie e inverosimiglianze". Su queste bugie e inverosimiglianze fu posto ai
tormenti. L'infelice protestava di aver detta la verità, invocava Dio, invocava S. Carlo,
esclamava, urlava dallo spasimo, chiedeva un sorso di acqua per ristoro; finalmente per
far cessare lo strazio disse: "Mi facci lasciar giù che dirò quello che so".
Fu posto a terra, e allora nuovamente interrogato rispose: "Io non so niente: V. S.
mi facci dare un poco d'acqua"; su di che nuovamente fu alzato e tormentato, e dopo
una lunghissima tortura nella quale si voleva che nominasse i deputati, egli esclamava
sempre: "Ah Signore, ah S. Carlo! se lo sapessi lo direi"; poi disperato dal
martirio gridava: "Ammazzatemi, ammazzatemi"; e insistendo il giudice a
chiedergli "che si risolva ormai di dire la verità per qual causa neghi di conoscere
i deputati della parrocchia, e di sapere che siano state unte le muraglie", rispose
quell'infelice: "La verità l'ho detta, io non so niente, se l'avessi saputo l'avria
detto; se mi vogliono ammazzare che mi ammazzino": e gemendo e urlando da uomo posto
allagonia persisté sempre nello stesso detto, sinché submissa voce ripeteva
di aver detta la verità, e perdute le forze cessò d'esclamare, onde fu calato e riposto
in carcere. |
| Qual'inverosimiglianza vi era mai nelle risposte del
disgraziato Guglielmo Piazza? Egli abitava nella contrada di S Bernardino, e non alla
Vedra, poteva benissimo ignorare un fatto notorio a quel vicinato. Che obbligo aveva quel
povero uomo da saper chi fossero i deputati della parrocchia? Che pericolo correva mai
egli, se gli avesse conosciuti, nel dirlo? Che pericolo correva mai se diceva pure di aver
saputo che fossero state unte le muraglie alla Vedra? |
| Venne riferito al senato l'esame fatto e il risultato dei
tormenti dati a quell'infelice: decretò il senato che il presidente della sanità e il
capitano di giustizia, assistendovi anche il fiscale Tornielli, dovessero nuovamente
tormentare il Piazza acri tortura cum ligatura canubis, et interpollatis vicibus,
arbitrio etc. [con aspra tortura, con legami di canapa e viti intercalate, ad
arbitrio]; ed è da notarsi che vi si aggiunge, abraso prius disto Gulielmo et vestibus
curiae induto, propinata etiam, si ita videbitur praefatis praesidi ct capitaneo, potione
expurgante [dopo aver provveduto a rasare il capo al sunnominato Guglielmo, a vestirlo
con abiti curiali e, se sembrava opportuno al presidente e al capitano predetti, a
somministrargli una pozione purgativa]: e ciò perché in quei tempi credevasi che o ne'
capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino negli intestini tranguggiandolo, potesse
avere un amuleto o patto col demonio, onde rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse
disarmato. Nel 1630 quasi tutta l'Europa era involta in queste tenebre superstiziose. |
| Fa commovere tutta l'umanità la scena della seconda tortura
col canape, che dislocando le mani le faceva ripiegare sul braccio, mentre l'osso
dell'omero si dislocava dalla sua cavità. Guglielmo Piazza esclamava, mentre si
apparecchiava il nuovo supplizio: "Mi ammazzino che l'avrò a caro, perché la
verità l'ho detta"; poi, mentre si cominciava il crudelissimo slogamento delle
giunture, diceva: "Che mi ammazzino, che son qui". Poi aumentandosi lo strazio
gridava: "Oh Dio mi, sono assassinato, non so niente, e se sapessi qualche cosa non
sarei stato sin adesso a dirlo". Continuava e cresceva per gradi il martirio, sempre
s'instava e dal presidente della sanità e dal capitano di giustizia, perché rispondesse
sui deputati della parrocchia e sulla scienza d'essere state unte le muraglie. Gridava lo
sfortunato Guglielmo: "Non so niente! fatemi tagliar la mano, ammazzatemi pure: oh
Dio mi, oh Dio mi!". Sempre instavano i giudici, sempre più incrudelivano, ed egli
rispondeva esclamando e gridando: "Ah Signore, sono assassinato! Ah Dio mi, son
morto!". Fa ribrezzo il seguire questa atroce scena! A replicate istanze replicava
sempre lo stesso, protestando di aver detto la verità, e i giudici nuovamente volevano
che dicesse la verità; egli rispose: "Che volete che dica?". Se gli avessero
suggerito un'immaginaria accusa, egli si sarebbe accusato; ma non poteva avere nemmeno la
risorsa d'inventare i nomi di persone che non conosceva. Esclamava; "Oh che
assassinamento!". E finalmente dopo una tortura, durante la quale si scrissero sei
facciate di processo, persistendo egli anche con voce debole e sommessa a dire: "Non
so niente, la verità l'ho detta, ah! che non so niente", dopo un lunghissimo e
crudelissimo martirio fu ricondotto in carcere. |
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| IV. -
Come il commissario Piazza si sia accusato reo delle unzioni pestilenziali, ed abbia
accusato Gian Giacomo Mora |
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| Il Ripamonti riferisce una crudelissima circostanza, ed è,
che terminata la tortura del Piazza, i giudici ordinassero di ricondurlo in carcere colle
ossa slogate, quale era, senza rimetterle a luogo, e che l'orrore di continuare nello
spasimo abbia allora cavato di bocca l'accusa a se stesso del Piazza; ma nel processo, che
ho nelle mani, di ciò non vedo alcun vestigio. Appare da questo, che fosse promessa al
Piazza l'impunità qualora palesasse il delitto e i complici. È assai verosimile che nel
carcere istesso si sia persuaso a quest'infelice, che persistendo egli nel negare, ogni
giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente
non esservi per lui fuorché l'accusarsene e nominare i complici, così avrebbe salvata la
vita e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque
chiese ed ebbe l'impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco
perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia
d'avere unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a
dire che l'unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull'angolo della Vedra
(ove attualmente sta la colonna infame) che questo unguento era giallo, e gliene diede da
tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose: "È amico,
signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì". Quasi che le confidenze di un
misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti, "amico di buon dì,
buon anno". Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. I1
barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega "Vi ho poi
da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed
io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi". Questo è il
principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione
vi erano "tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però
m'informerò da uno che era in mia compagnia chiamato Matteo che fa il fruttarolo e che
vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano
quelli che erano con detto barbiere". Chi mai crederà, che in tal guisa alla
presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: |
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| I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse
opera di veleni fabbricati in Milano |
| II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati
all'aria aperta, al solo contatto diano la morte. |
| III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente
maneggiarli. |
| IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di
uccidere gli uomini così a caso. |
| V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera,
resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. |
| VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di
sporcarne da sé le muraglie, cercasse superfluamente de' complici. |
| VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione,
gettasse l'occhio sopra un uomo appena conosciuto. |
| VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di
quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l'incarico senza conoscerli, e colla vaga
speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! |
|
| Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della
bilancia. Dallaltra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de' spasmi
sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle
due parti contiene più inverosimiglianza. Anche nella Francia in que' tempi fu bruciata
1a marescialla d'Ancre, come strega, per sentenza del parlamento di Parigi: tutta l'Europa
era assai più nelle tenebre, di quello che ora vi sia. È da osservare che anche in
quest'orribile disordine vi si immischiò il sortilegio, la fattucchieria; e l'infelice
Piazza, per trovare la scusa perché non avesse fatto questo racconto, o come diceva
allora il giudice, "detta la verità", in prima rispose di attribuirlo a
un'acqua che gli diede da bere il barbiere, la qual'acqua perché poi non operasse nel
terzo esame, siccome aveva fatto ne' due primi, nessuno lo ricercò. |
| Su questi fondamenti si passò a far prigione il barbiere
Gian-Giacomo Mora; e quello che pure meritava osservazione fu, che lo colsero in sua casa
fra la moglie e i figli (in quella casa poi che venne distrutta per piantarvi la colonna
infame). Dal primo esame del Mora risulta che eragli stata nota la vociferazione
dell'unto fatto nel quartiere il giorno di venerdì 21 giugno; che parimenti eragli nota
la prigionia del commissario Piazza, seguita il giorno 22 che fu sabato: e al mercoledì,
giorno 26, si sarebbe lasciato cogliere in sua casa se fosse stato reo? Tutto ciò che
avvenne all'atto dell'arresto conferma l'innocenza, non meno che la sorpresa di
questinfelice. Egli aveva preparato pel commissario un unguento che fabbricava per
preservarsi dal mal contagioso, ugnendosi le tempia e le ascelle; unguento, di cui
descrisse poi la ricetta, che in que' tempi si conosceva sotto il nome di "unguento
dell'impiccato". Il commissario diede l'ordine al barbiere di prepararglielo, e fu
fatto prigione prima che glielo consegnasse. Credette il Mora che la cattura fosse per
aver egli fabbricato l'unguento che era di pertinenza degli speziali. Si lagnava di esser
legato per un simile motivo: "Se per sorte", (dice egli mentre è arrestato in
casa, prima di condurlo prigione) "sono venuti in casa, perché io abbia fatto
quell'elettuario e non l'abbia potuto fare, non so che farci, l'ho fatto a fine di bene e
per salute de' poveri"; poi allo sbirro diceva: "Non stringete la legatura alla
mano, perché non ho fallato"; indi sospirando e battendo un piede, esclamò:
"Sia lodato Iddio!". |
| Nella minutissirna visita fatta alla casa in presenza del
Mora egli rese conto de' barattoli d'unguenti, d'elettuarj e d'altre polveri e pillole che
gli si ritrovarono in bottega. Poi nel cortile della sua piccola casetta vi si osservò
"un fornello con dentro murata una caldaja di rame, nella quale si è trovato dentro
dell'acqua torbida, in fondo della quale si è trovato una materia viscosa, gialla e
bianca, la quale gettata al muro, fattane la prova, si attaccava" Chi mai crederebbe
che un potentissimo veleno, che al toccarlo conduce alla morte, si tenesse in un aperto
cortile, in una caldaja visibile a tutti, in una casa dove v'erano più uomini, perché i
Mora aveva figlj e moglie, come consta anche dal processo? Le tenere fanciulle e la figlia
per la quale risulta che aveva fatto un unguento per i vermi, potevano elleno essere
partecipi del secreto? Potevasi lasciare in libertà di ragazzi un veleno che uccide col
tatto, riponendolo in una caldaja fissata nel muro del cortile? Dopo che era tanto solenne
il processo da sei giorni, era poi egli possibile che il fabbricatore e distributore
dell'unto conservasse placidamente quel corpo di delitto alla vista, riposto nel cortile?
Nessuno di tai pensieri venne in capo al giudice. Interrogato il Mora cosa contenesse
quella caldaja, rispose nell'atto della visita: "L'è smoglio", cioè ranno.
Nuovamente poi interrogato nel primo esame, rispose: "Signore, io non so niente,
l'hanno fatto far le donne: che ne dimandino conto da loro che lo diranno; e sapeva tanto
io che quel smoglio vi fosse, quanto che mi credessi d'esser oggi condotto prigione: e
quello è mestiero che fanno le donne, del quale io non mi impedisco". Su di questo
proposito interrogata la moglie dello sventurato Mora per nome Chiara Brivia, risponde
d'aver fatto il bucato quindici giorni prima, e d'aver lasciato del ranno "nella
caldara, quale è là nel cortino". |
| Questo ranno doveva essere il corpo del delitto. Si
esaminarono alcune lavandaje. Margarita Arpizzanelli prima di visitare il ranno propala la
sua teoria dicendo al giudice: "Sa V. S. che con il smoglio guasto si fanno degli
eccellenti veleni che si posson fare?". Si vede che il fanatismo era al colmo, e che
le persone che si esaminavano, a costo d'inventare nuove e sconosciute proprietà,
volevano sacrificare una vittima, e credevano di servir Dio e la patria inventando un
delitto. Si visita il ranno da questa Arpizzanelli lavandaja, e questa giudica:
"Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle furfanterie, perché il smoglio
puro non ha tanto fondo, né di questo colore, perché lo fa bianco, bianco, e non è
tacchente come questo, il quale ha brutto colore, ed è tacchente, e sta a fondo, e pare
cosa grassa; ma quello del vero smoglio, in movendosi il vaso in che si trova, si move
tutto il detto fondo". Presso poco diè lo stesso giudizio l'altra lavandaja
Giacomina Endrioni, che disse: "Mi pare che vi sia qualche alterazione, ed il smoglio
si vede che quanto più se gli ruga dentro diventa più negro e più infame. Con lo
smoglio marzo, cattivo, si fanno di gran porcherie e tossichi". Non credo che verun
chimico saprebbe fare un veleno coll'acqua del bucato. In una bottega poi di un barbiere,
dove si saranno lavati de' lini sporchi e dalle piaghe e da' cerotti, qual cosa più
naturale che il trovarvi un sedimento viscido, grasso, giallo dopo varj giorni d'estate? |
| Né fu meno funesto il giudizio de' fisici. Il fisico
collegiato Achille Carcano concluse con quella opinione: "Io non ho osservato troppo
bene che cosa facci lo smoglio, ma dico bene che per rispetto alla ontuosità, che si vede
in quest'acqua può essere causata da qualche panno ontuoso lavato in essa, come sarebbe
mantili, tovaglie e cose simili; ma perché in fondo di quell'acqua vi ho vista ed
osservata la qualità della residenza che vi è, e la quantità in rispetto alla poca
acqua, dico e concludo non potere in alcun modo a mio giudizio essere smoglio". Le
due lavandaje lo giudicano smoglio "con delle furfanterie" e con qualche
"alterazione"; il medico dice che in alcun modo "non è smoglio", e lo
asserisce perché a proporzione del sedimento vi è poca acqua, quasi che dopo quindici
giorni che stava a cielo scoperto nel mese di giugno non potesse l'acqua essere svaporata
per la maggior parte! Fa ribrezzo il vedere con quanta ignoranza e furore si procedesse e
dagli esaminatori e dagli esaminati, e quanto offuscato fosse ogni barlume di umanità e
di ragione in quelle feroci circostanze. Due altri, cioè il fisico Giambattista Vertua e
Vittore Bescapé decisero presso poco come il fisico Carcano, e conclusero di non saper
conoscere che composto fosse quello della caldaja. |
| Su questo giudizio e sulla deposizione del commissario
Piazza, che anche al confronto col barbiere Mora sostenne l'accusa datagli, esclamando
sempre il Mora e dicendo: "Ah Dio misericordia! non si troverà mai questo",
andò progredendo il processo. |
| Terminato il confronto si pose al secondo esame il Mora. Il
Piazza aveva detto di essere stato a casa del Mora, aveva citati Baldassare Litta e
Stefano Buzzi come testimonj del fatto. Esaminato il Litta il giorno 29 giugno, "se
mai ha visto il Piazza in casa o bottega del Mora", rispose: "Signor no".
Esaminato il Buzzi nel giorno istesso, "se sa che tra il Piazza e il barbiere passi
alcuna amicizia", rispose: "Può essere che siano amici e che si salutassero, ma
questo non lo saprei mai dire a V. S.". Interrogato, "se sa che il detto Piazza
sia mai stato in casa o bottega del detto barbiere", rispose: "Non lo saprei mai
dire a V. S.". Tali funno le deposizioni de' due testimonj, che il Piazza citò per
provare di essere stato a casa del barbiere. Il barbiere negava che fosse mai stato il
Piazza a casa di lui. Su questa negativa il barbiere fu posto a crudelissima tortura col
canape. Ciò si eseguì il giorno 30 di giugno. Il povero padre di famiglia Gian-Giacomo
Mora, uomo corpulento e pingue, a quanto viene descritto nel processo, prima di prestare
il giuramento si pose ginocchioni avanti il Crocifisso ed orò, indi baciata la terra si
alzò e giurò. Quando cominciarono i tormenti esclamò: "Gesù Maria sia sempre in
mia compagnia, son morto". Il tormento cresceva, ed egli esclamava, protestava la sua
innocenza e diceva: "Vedete quello che volete che dica che lo dirò". Fa troppo
senso all'umanità il seguitare questa scena, che non pare rappresentata da uomini, ma da
que' spiriti malefici che c'insegnano essere occupati nel tormentare gli uomini. Per
sottrarsi l'infelice Mora promise che avrebbe detta la verità se cessavano i tormenti; si
sospesero. Calato al suolo disse: "La verità è che il commissario non ha pratica
alcuna meco". Il giudice gli rispose che "questa non è la verità che ha
promesso di dire, perciò si risolva a dirla, altrimenti si ritornerà a far levare e
stringere". Replicò lo sgraziato Mora: "Faccia V. S. quello che vuole". Si
rinnovarono gli strazj, e il Mora urlava "Vergine santissima sia quella che
m'ajuta". Sempre se gli cercava la verità dal giudice, egli ripeteva: "Veda
quello che vuole che dica, lo dirò". Leccesso dello spasimo attuale era quello
che l'occupava, e finalmente disse il Mora: "Gli ho dato un vasetto pieno di brutto,
cioè di sterco, acciò imbrattasse le muraglie, al commissario". Con tal espediente
fu cessato il tormento, quindi per non essere nuovamente ridotto alle angoscie viene a
dire: "Era sterco umano, smojazzo, perché me lo dimandò lui, cioè il commissario
per imbrattar le case, e di quella materia che esce dalla bocca dei morti". Vedesi la
produzione forzata dalla mente di un miserabile oppresso dallo spasimo. Lo sterco e il
ranno non bastavano a dar la morte: egli inventa la saliva degli appestati; poi
proseguendo le interrogazioni e le risposte, dice il Mora che ebbe dal commissario Piazza
per il peso di una libbra di quella materia della bocca degli appestati e la versò nella
caldaja, e che gliela diede per fare quella composizione onde si ammalassero molte
pelsone, e avrebbe lavorato il commissario, e col suo elettuario avrebbe guadagnato molto
il barbiere. Conclude col dire che questo concerto fu fatto, "trattandosi così tra
noi ne discorressimo". |
| Il Piazza che aveva levata l'impunità non diceva niente di
tutto ciò. Anzi diceva di essere stato invitato dal Mora. Come mai raccogliere
clandestinamente tanta bava per una libbra? Come raccoglierla senza contrarre la peste?
Come riporla nella caldaja, onde la moglie, i teneri incauti figli si appestassero? Come
conservarla dopo le solenni procedure, e lasciarsi un simil corpo di delitto? Come sperar
guadagno vendendo l'elettuario: mancavano forse ammalati in quel tempo? Non si può
concepire un romanzo più tristo e più assurdo. Pure tutto si credeva, purché fosse
atroce e conforme alle funeste passioni de que' tempi infelici. Il giorno vegnente, cioè
il primo di luglio fu chiamato il Mora all'esame per intendere "se ha cosa alcuna da
aggiungere all'esame e confessione sua che fece jeri. dopo che fu omesso da
tormentare", ed ei rispose: "Signor no, che non ho cosa da aggiungervi, ed ho
più presto cosa da sminuire". Che cosa poi avesse da sminuire lo rispose
all'interrogazione: "Quell'unguento che ho detto non ne ho fatto mica, e quello che
ho detto, l'ho detto per i tormenti" A tale proposizione fugli minacciato, che se si
ritrattava dalla verità detta il giorno avanti. "per averla si verrà contro di lui
a tormenti": a ciò rispose il Mora: "Replico che quello che dissi jeri non è
vero niente, e lo dissi per i tormenti". Postea dixit: "V. S. mi lasci un
poco dire un' Ave Maria, e poi farò quello che il Signore mi inspirerà": postea
genibus flexis se posuit ante imaginem Crucifixi depictam, et oravit per spatium unius
miserere deinde surrexit, mox rediit ad examen. Et iterato juramento, interrogatus
[indi si pose in ginocchio dinanzi all'immagine de Crocefisso e disse un miserere: si
alzò e ritornò all'esame. Ripetuto il giuramento, alla domanda]: "che si risolva
ormai a dire se l'esame che fece jeri, e il contenuto di esso è vero", respondit
"In coscienza mia, non è vero niente". Tunc jussum fuit duci al locum
tormentorum [Allora si comandò che fosse condotto al luogo del supplizio], con quel
che segue, ed ivi poi legato, mentre si ricominciava la crudele carnificina, esclamò che
lo lasciassero, che non gli dessero più "tormenti, che la verità che ho deposto la
voglio mantenere"; allora lo slegarono e il ricondussero alla stanza dell'esame, dove
nuovamente interpellato, "se è vero come sopra ha detto, che l'esame che fece jeri
sia la verità nel modo che in esso si contiene", rispose: "Non è vero
niente". Tunc jussum fuit iterum duci ad locum tormentorum etc.: e così con
questa alternativa dovette alfine soccombere, e preferire ogni altra cosa alla disperata
istanza de tormenti. Ratificò il passato esame e si trovò nel caso nuovamente di
proseguire il funesto romanzo. Ecco quanto inverosimile sia il racconto. Dice egli adunque
che quel Piazza che appena egli conosceva di figura, e col quale anche dal processo
risulta che non aveva famigliarità, quel Piazza adunque "la prima volta che
trattassimo insieme mi diede il vaso di quella materia, e mi disse così: accomodatemi un
vaso con questa materia, con la quale ungendo i catenacci e le muraglie si ammalerà della
gente assai, e tutti due guadagneremo". Che verosimiglianza! Se aveva la materia il
Piazza in un vaso, perché consegnarla al barbiere acciocché "gli accomodasse un
vaso?". Mancavano forse ammalati in quel tempo, mentre morivano 800 cittadini al
giorno? Che bisogno di far ammalare la gente? Perché non ungere immediatamente? Non vi è
il senso comune. Come poi componeva il barbiere questo mortale unguento? Eccolo. "Si
pigliava", prosegue l'infelice Mora, "di tre cose, tanto per una; cioè un terzo
della materia che mi dava il commissario, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo
dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, né vi entrava altro
ingrediente, né bollitura". Lo sterco e l'acqua del bucato non potevano che
indebolire l'attività della bava degli appestati. |
| Tessuto così questo secondo romanzo contradittorio del
primo, si richiama all'esame il Piazza, che aveva l'impunità a condizione che avrebbe
detta la verità intiera, e interrogato se sapesse di qual materia fosse composto o in
qual modo fabbricato l'unguento datogli dal barbiere, rispose di non saperlo. Replicò il
giudice, se almeno sapesse che alcuno avesse data al barbiere materia per fabbricare
quell'unguento, e rispose il Piazza: "Signor no, che non lo so". Se il Piazza
avesse data la bava degli appestati, poiché aveva l'impunità dicendo esattamente il
tutto e doveva aspettarsi il supplizio non dicendolo esattamente, come mai avrebbe
mutilata la circostanza principale nel tempo in cui il complice supposto, cioè il
barbiere Mora, co' tormenti l'avrebbe scoperta? Se dunque non si verifica che il Piazza
abbia somministrato la bava, si vede inventata la forzata istoria del Mora. Questo
ragionamento poteva pur farlo il giudice; ma sgraziatamente la ragione non ebbe parte
veruna in tutta quella sciagura. Il giudice allora disse al Piazza, che dal processo
risultava che egli avesse somministrato la bava de' morti al barbiere, e su di ciò
nuovamente il giudice l'interrogò così: "Che dica per qual causa nel suo esame e
confessione, qual fece per godere l'impunità, non depose questa particolarità, sostanza
del delitto, siccome era tenuto di fare?". E a ciò rispose il Piazza: "Della
sporchizia cavata dalla bocca dei morti appestati io non l'ho avuta, né portata al
barbiere, e del resto che ho confessato, adesso che sono stato interrogato, non me ne sono
ricordato, e per questo non l'ho detto". Allora gli venne intimato, che per non aver
egli mantenuta la fede di palesare la verità, e per aver "diminuita la sua
confessione" non poteva più godere della impunità, a norma ancora della protesta
fattagliene da principio. A questa minaccia il Piazza si rivolse subito ad accordare di
aver somministrato la bava e di averne data al barbiere, non già una libbra, come disse
il povero Gian-Giacomo Mora, ma "così un piattellino in un piatto di terra".
Obbligato poi dall'interrogazione a dire come seguisse tutto ciò, eccone la risposta, di
cui l'assurdità abbastanza da sé sola si manifesta. Così dunque rispose lo sgraziato
Piazza: "Io mi mossi instato e ricercato dal detto barbiere, il quale mi ricercò a
così fare con promessa di darmi una quantità di danari, sebbene non la specificò,
dicendomi che aveva una persona grande che gli aveva promesso una gran quantità di danaro
per far tal cosa, e sebbene fosse ricercato da me a dirmi chi era questa persona grande,
non me lo volle dire, ma solamente mi disse di attendere a lavorare ed untare le muraglie
e porte, che mi avrebbe dato una quantità di danari". Conviene ricordarsi che il
barbiere era un povero uomo, e basta vedere lo spazio che occupava la sua povera casetta.
Egli poi era un padre di famiglia con moglie e figli, e non un ozioso e vagabondo, del
quale si potesse far scelta per un simile orrore. Sin qui a forza di tormenti e di minacce
si è trovato modo di far coincidere i due romanzi, e costringere il contraddicente a
confermare la favola di chi aveva parlato prima. Vengono ora in campo da questa risposta
due cose affatto nuove. Una si è che il barbiere promettesse "una quantità di
danari"; l'altra si è che in questo affare vi entrasse "una persona
grande": né l'una né l'altra era stata detta dal Mora. Si pose dunque nuovamente
all'esame il Mora. Interrogato se egli avesse promesso una quantità di danari al Piazza,
rispose il Mora nel quinto esame del giorno 2 luglio 1630: "Signor no; e dove vuole
V. S. che piglimi questa quantità di danari?". Allora gli venne detto dal giudice
quanto risultava in processo e sui danari e sulla persona grande, e si redarguì perché
dicesse la verità. Rispose il Mora queste parole: "V. S. non vuol già se non la
verità, e la verità io l'ho già detta quando sono stato tormentato, e ho detto anche
d'avvantaggio"; dal quale fine si vede come l'infelice avrebbe pure ritrattata tutta
la funesta favola pronunziata, se non avesse temuto nuovi tormenti: "e ho detto anche
d'avvantaggio"! Questo "anche" più chiaramente lo disse allorché ai due
di luglio furongli dati i reati, e stabilito il breve termine di due soli giorni per fare
le sue difese; sul qual proposito si legge in processo che il protettore de' carcerati
disse al notajo così: "Per obbedienza sono stato dal signor presidente, e gli ho
parlato; sono anco stato dal Mora, il quale mi ha detto liberamente che non ha fallato, e
che quello l'ha detto per i tormenti; e perché io gli ho detto liberamente, che non
voleva, né poteva sostenere questo carico di difenderlo, mi ha detto che almeno il sig.
presidente sia servito di provvederlo di un difensore, e che non voglia permettere che
abbia da morire indifeso": da che si vedono più cose, cioè che il Mora teneva per
certo di dover morire, e tutta la ferocia del fanatismo che lo circondava doveva averlo
bastantemente persuaso; che, sebbene tenesse per certa la morte, liberamente diceva di
avere mentito per i tormenti; e che finalmente il furore era giunto al segno, che si
credeva un'azione cattiva e disonorante il difendere questa disgraziata vittima, posto che
il protettore diceva di non volere, né potere assumersene l'incarico. Il termine poi per
le difese venne prorogato. |
|
|
| V.
Delle opinioni e metodi della procedura criminale in quella occasione |
|
| Acciocché poi si possa concepire un'idea precisa e originale
del modo di pensare in quel tempo, credo opportuno di trascrivere un esame, che sta nel
corpo di quest'orribile processo; veramente serve egli di episodio alla tragedia del
Piazza e del Mora; ma siccome originalmente vi si vedono la feroce pazzia, la
Superstizione, il delirio, io lo riferirò esattamente, ponendo in margine distintamente
le osservazioni che mi si presentano. Ecco l'esame: |
|
| Die suprascripto, octavo Julii. |
| Vocatus ego notarius Gallaratus, dum discedere vellem a
loco suprascripto appellato la Cassinazza, juvenis quidam mihi formalia dixit
[Il giorno suindicato, 8 luglio: Mentre io, notaio Ga1larati, stavo allontanandomi dal
luogo soprascritto, chiamato la Cassinazza, un giovane mi rivolse queste testuali parole]
"Io voglio che V. S. mi accetti nella sua squadra, ed io dirò quello che so". |
| Tunc ei delato juramento etc. [Allora, fattogli
prestare giuramento]. |
| Interrogatus de ejus nomine, cognomine, patria
[Interrogato del suo nome, cognome, luogo di nascita] |
| Respondit: "lo mi chiamo Giacinto Maganza, e sono
figliuolo di un frate, che si chiama frate Rocco, che di presente si trova in S. Giovanni
la Conca, e sono Milanese, e molto conosciuto in porta Ticinese". |
| Int.: "Che cosa è quello che vuol dire di quello
che sa". |
| Resp. titubando: "Io dirò la verità, è un
cameriere, che dà quattro dobble al giorno". - Deinde obmutuit stringendo dentes
[Indi tacque, stringendo i denti]. |
| Et institus denuo [Sollecitato nuovamente] a dir
l'animo suo, e finire quanto ha cominciato a dire. |
| Resp. "È il Baruello padrone dell'osteria di S.
Paolo in compito"., mox dixit [subito rispose], "è anche parente
dell'oste del Gambaro". |
| Int.: "Che dica come si chiama detto
Baruello". |
| Resp.: "Si chiama Gian-Stefano". |
| Int.: "Che dica cosa ha fatto detto
Baruello". |
| Resp.: "Ha confessato già, che si è trovato
delle biscie e de' veleni nella sua canepa". |
| Int.: "Dica come sa lui esaminato queste
cose". |
| Resp.: "Il suo cognato mi ha cercato a voler
andar a cercare delle biscie con lui". |
| Int.: "Che dica precisamente che cosa gli disse
detto cognato, e dove fu". |
| Resp.: "Me lo ha detto con occasione che in porta
Ticinese mi addimandano "il Romano", così per sopra nome, e mi disse andiamo
fuori di porta Ticinese, lì dietro alla Rosa d'oro ad un giardino che ha fatto fare lui,
a cercare delle biscie, dei zatti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi
mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le
olle sotto terra e fanno gli unguenti e li danno poi a quelli che ungono le porte; perché
quell'unguento tira più che non fa la calamita". |
| Int.: "Dica se lui esaminato ha visto tal
unto". |
| Resp.: "Signor si, che l'ho visto". |
| Int.: "Dica dove ed a chi ha visto l'unto". |
| Tunc obmutuit, labia et dentes stringendo [Allora
tacque, stringendo le labbra e i denti], et institus [e sollecitato] a rispondere
allegramente alla interrogazione fattagli: |
| Resp.: "Io l'ho visto nella osteria della Rosa
d'oro". |
| Int.: "Dica chi aveva tal unto, e in che vaso
era". |
| Resp.: "L'aveva il Baruello". |
| Int.: "Dica quando fu che aveva tal unto il
Baruello". |
| Resp.: "Saranno quindici giorni, ed era un
mercoledì, se non fallo, e l'aveva il detto Baruello in un'olla grande, e l'aveva
sotterrato in mezzo dell'orto nella detta osteria della Rosa d'oro con sopra
dell'erba". |
| Int.: "Dica se lui esaminato ha mai dispensato di
quest'unto". | |
| Resp.: "Se io ne ho dispensato due scattolini mi
possa essere tagliato il collo". |
| Int.: "Dica dove ha dispensato tal unto". |
| Resp.: "lo l'ho dispensato sopra il
Monzasco". |
| Int.: "Dica in che luogo preciso del Monzasco ha
dispensato tal unto". |
| Resp.: "lo l'ho dispensato sopra le sbarre delle
chiese, perché questi villani subito che hanno sentito messa si buttano giù e si
appoggiano alle sbarre, e per questo le ungeva". |
| Int.: "Dica precisamente dove sono le sbarre da
lui esaminato unte, come ha detto". |
| Resp.: "lo ho unto in Barlassina, a Meda ed a
Birago, né mi ricordo esser stato in altro luogo". |
| Int.: "Dica chi ha dato a lui esaminato
l'unto". |
| Resp.: "Me l'ha dato il detto Baruello, e
Gerolamo Foresaro in un palpero [papiro, cioè carta] sopra la ripa del fosso di porta
Ticinese vicino la casa del detto Foresaro, qual sta vicino al ponte de' Fabbri". |
| Int.: "Dica che cosa detti Foresè e Baruello
dissero a lui esaminato quando gli diedero tal unto". |
| Resp.: "Quando mi diedero tal unto fu quando io
fui se non venuto dal Piemonte, e mi trovarono dietro il fosso di porta Ticinese; il
Baruello mi disse: o Romano, che fai? Andiamo a bevere il vin bianco, mi rallegro che ti
vedo con buona ciera: e così andai all'osteria (mox dixit [subito si corresse]),
all'offelleria delle Sei-dita in porta Ticinese, e pagò il vin bianco e un non so che
biscottini, e poi mi disse, vien qua Romano, io voglio che facciamo una burla a uno, e
perciò piglia quest'unto, quale mi diede in un palpero, e va all'osteria del Gambaro, e
va là di sopra dove è una camerata di gentiluomini; e se dicessero cosa tu vuoi, di'
niente, ma che sei andato là per servirli, e poi che gli ungessi con quell'unto e cosi io
andai, e gli unsi nella detta osteria del Gambaro, qual erano là, io era dissopra della
lobbia a mano sinistra; e m'introdussi 1à a dargli da bevere mostrando di frizzare un
poco, cioè per mangiare qualche boccone; e così gli unsi le spalle con quell'unguento, e
con mettergli il ferrajuolo gli unsi anco il collaro e il collo con le mani mie, dove
credo sono poi morti di tal unto". |
| Int.: "Dica se sa precisamente che alcuno di
quelli che furono unti da lui esaminato, come sopra, siano poi morti, o no". |
| Resp.: "Credo che saranno morti senz'altro,
perché morono solamente a toccargli i panni con detto unto: non so poi a toccargli le
carni come ho fatto io". |
| Int.: "Dica come ha fatto lui esaminato a non
morire, toccando questo unto tanto potente, come dice". |
| Resp.: "El sta alle volte alla buona complessione
delle persone". |
| Quo facto cum hora esset tarda fuit dimissum examen
[Ciò fatto, essendo tardi, fu sospeso l'inteuogatorio]. |
|
| Da questo esame solo ne ricaverà chi legge l'idea precisa
della maniera di pensare e procedere in quei disgraziatissirni tempi. Ho creduto bene di
riferire fedelmente un esame, acciocché si vedano le cose nella sorgente, e non resti
dubbio che mai l'amore del paradosso, il piacere di spargere nuova dottrina, o la vanità
di atterrare una opinione comune, mi facciano aggravare le cose oltre l'esatto limite
della verità. Il metodo, col quale si procedette allora, fu questo. Si suppose di certo
che l'uomo in carcere fosse reo. Si torturò sintanto che fu forzato a dire di essere reo.
Si forzò a comporre un romanzo e nominare altri rei; questi si catturarono, e sulla
deposizione del primo si posero alla tortura. Sostenevano l'innocenza loro; ma si leggeva
ad essi quanto risultava dal precedente esame dell'accusatore, e si persisteva a
tormentarli sinché convenissero d'accordo. |
| Altra prova di pazzia di que' tempi è l'esame lunghissimo
fatto il 12 settembre a Gian-Stefano Baruello, il quale ebbe la sentenza di morte dal
Senato il giorno 27 agosto (morte, che dopo le tenaglie, il taglio della mano, la rottura
delle ossa e l'esposizione vivo sulla ruota per sei ore, terminava coll'essere finalmente
scannato), e fu sospesa proponendogli l'impunità se avesse palesato complici e esposto il
fatto preciso. Questi dunque tessé una storia lunghissima e sommamente inverosimile, per
cui il figlio del castellano di Milano compariva autore di quest'atrocità, affine di
vendicarsi di un insulto stato fatto in porta Ticinese, e si voleva che il signor D.
Giovanni Padilla figlio del castellano avesse lega col Foresè, Mora, Piazza, Carlo
Scrimitore, Michele Tamburino, Giambattista Bonetti, Trentino, Fontana ecc. e varj simili
uomini della feccia del popolo. Redarguito poi, come avendo egli il mandato per la
uccisione di porta Ticinese, ne facesse spargere in altre porte, e convinto
d'inverosimiglianza somma nel suo racconto, ecco cosa si vede che rispondesse esso
Gian-Stefano Baruello nel suo esame 12 settembre 1630. |
| Et cum haec dixisset, et ei replicaretur haec non esse
verisimilio, et propterea hortaretur ad dicendam veritatem [Avendo ciò detto ed
essendogli stato replicato che le cose da lui dette non erano verosimili, fu esortato a
dire la verità] |
| Resp.: "Uh! uh! uh! Se non la posso dire", extendens
collum et toto corpore contremiscens, et dicens [tendendo il collo e scuotendo tutto
il corpo]: "V. S. m'ajuti, V. S. m'ajuti". |
| Ei dicto [Essendogli stato detto]: "Che se io
sapessi quello vuol dire potrei anco ajutarlo, che però accenni, che se s'intenderà in
che cosa voglia essere ajutato, si ajuterà potendo". |
| Tunc denuo incepit se torquere, labia aperire, dentes
perstringendo, tandem dixit [Allora nuovamente cominciò a torcersi, ad aprire le
labbra, a stringere i denti e finalmente disse]: "V. S. mi ajuti; signore, ah Dio
mio! ah Dio mio!". |
| Tunc ei dicto: "Avete forse qualche patto col
Diavolo? Non vi dubitate e rinunziate ai patti, e consegnate l'anima vostra a Dio che vi
ajuterà". |
| Tunc genuflexus dixit [Allora inginocchiatosi disse]:
"Dite come devo dire, signore". |
| Et ei dicto: "Che debba dire: io rinunzio ad ogni
patto che io abbia fatto col Diavolo, e consegno l'anima mia nelle mani di Dio e della B.
Vergine, col pregarli a volermi liberare dallo stato nel quale mi trovo, ed accettarmi per
sua creatura". |
| Quae cum dixisset, et devote et satis ex corde, ut videri
potuit, surrexit, et cum loqui vellet, denuo prorupit in notas confusas porrigendo collum,
dentibus stringendo volens loqui, nec valens, et tandem dixit [Dette queste cose,
devotamente e abbastanza sinceramente, come si poté vedere, si alzò e, volendo parlare,
emise dei suoni confusi, sporgendo il collo, stringendo i denti, volendo parlare e non
riuscendovi, tuttavia disse]: "Quel prete Francese". |
| Et cum haec dixisset statim se projecit in terram, et
curavit se abscondere in angulo secus bancum, dicens [E, pronunziate queste parole, si
gettò immediatamente a terra, tentando di nascondersi in un angolo sotto il banco, e
disse]: "Ah Dio mi! ah Dio mi! ajutatemi, non mi abbandonate". |
| Et ei dicto: "Di che temeva?". |
| Resp.: "È 1à, è là quel prete Francese con la
spada in mano, che mi minaccia, vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra". |
| Et ei dicto: "Che facesse buon animo, che non vi
era alcuno, e che si segnasse e si raccomandasse a Dio, e che di nuovo rinunziasse ai
patti che aveva col Diavolo, e si donasse a Dio ed alla Beata Vergine". |
| Cum haec verba dixissem, dixit iterum [Avendo io detto
queste parole, esclamò nuovamente]: "A signore, ei viene, ei viene colla spada nuda
in mano": quae omnia quinquies replicavit, et actus fecit quos facere solent
obsessi a Daemone, et spumam ex ore sanguinemque e naribus emittebat, semper fremendo et
clamando [e ripeté queste parole cinque volte, e fece quegli atti che sono soliti
fare gli ossessi dal demonio, emettendo bava dalla bocca e sangue dal naso, sempre
tremando ed esclamando]: "Non mi abbandonate, ajuto, ajuto, non mi abbandonate". |
| Tunc jussum fuit afferri aquam benedictam, et vocari
aliquem sacerdotem, quae cum allata fuisset, ea fuit aspersus: cum postea supervenisset
sacerdos, eique dicta fuissent omnia suprascripta, sacerdos, benedicto loco et in specie
dicta fenestra ubi dicebat dictus Baruellus extare illum praesbiterum cum ense nudo prae
rnanibus et minantem, variis exorcismis tamen usus fuit, et auctoritate sibi uti sacerdoti
a Deo tributa, omnia pacta cum Daemone innita, irrita et nulla declarasset, immo ea
irritasseti et annullasset, interim vero dictus Baruellus stridens dixit [Allora venne
ordinato di portare dell'acqua benedetta e di chiamare qualche sacerdote; come arrivò
l'acqua, ne fu asperso. Sopraggiunse un sacerdote al quale vennero riferite le cose
suddette e il sacerdote, dopo aver benedetto il luogo e in special modo la finestra dove
il Baruello diceva essere il prete con la spada in mano e minaccioso, fece vari esorcismi
e, con lautorità concessagli da Dio quale sacerdote, dichiarò annullato ogni patto
col Diavolo, anzi lo annullò e lo rese vano; frattanto il detto Baruello urlando disse]:
"Scongiurate quello Gola Gibla", contorquendo corpus more obsessorum, et
tandem finitis exorcismis sacerdos recessit [contorcendo il corpo al modo degli
ossessi e infine, terminati gli esorcismi, il sacerdote se ne andò]. |
| Excitatus pluries ad dicendum, tamen in haec verba
prorupit [Più volte invitato a parlare, disse infine con foga]: "Signore, quel
prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bacchettina nera,
lunga circa un palmo che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano
a un libro lungo in foglio, come di carta piccola da scrivere, ma era grossa tre dita, e
l'aperse, ed io vidi sopra i fogli dei circoli e lettere attorno, e mi disse che era la
Clavicola di Salomone, e disse che dovessi dire, come disse queste parole: "Gola
Gibla"; e poi disse altre parole ebraiche, aggiungendo che non dovessi uscir fuori
del cerchio perché mi sarebbe succeduto male, e in quel punto comparve nello stesso
circolo uno vestito da Pantalone, allora detto prete, ecc.". Cade la penna dalle
mani, e non si può continuare a trascrivere un tessuto simile di pazzie troppo serie e
funeste in que' tempi. Il risultato di un lunghissimo cicalìo di questo disgraziato, che
sperava la vita e l'impunità con un romanzo di accuse, fu di far credere autore il
cavaliere D. Giovanni di Padilla delle unzioni venefiche, sparse coll'opera di certi
Fontana, Mora, Piazza, Vaccarìa, Licchiò, Saracco, Fusaro, un barbirolo di porta
Comasina, certo Pedrino daziaro, Magno Bonetti, Baruello, Girolamo Foresaro, Trentino,
Vedano e simili infelici della più bassa plebe. |
| Quanto poi alle vociferazioni pubbliche, alcune attribuivano
queste unzioni ai Tedeschi, altre ai Francesi che tentavano di distruggere l'Italia, altre
agli Eretici e particolarmente Ginevrini, altre al duca di Savoja, altre, non si sa poi
ben come, ad alcuni gentiluomini Milanesi, fatti prigionieri dal papa e rnandati in
Milano; altre finalmente al conte Carlo Rasini, a D. Carlo Bossi, più che ad ogni altro
si attribuirono al cavaliere di Padilla. Si diceva che per ogni quartiere della città vi
fossero due barbieri destinati a fabbricare gli unti, e che più di cento cinquanta
persone fossero adoperate a spargere l'unzione. Che varj banchieri pagassero largamente
questi emissarj, e fra questi Giambattista Sanguinetti, Gerolamo Turcone e Benedetto
Lucino, e che questi sborsassero qualunque somma, senza ritirarne quitanza, a qualunque
uomo si presentasse loro in nome del cavaliere Padilla. Sopra simili assurdità, sebbene
esaminati minutamente i libri de' negozianti suddetti non si trovasse veruna annotazione
nemmeno equivoca, si passò a crudeli torture contro di essi. Il cavaliere Padilla si
trovò che nel tempo, in cui si diceva che in Milano avesse formato e diretto questo
attentato, egli era a Mortara e altre terre del Piemonte, ove combatteva alla testa della
sua compagnia in difesa di questo stato. Merita di essere trascritta la risposta ch'ei
fece in processo quando fu costituito reo di queste unzioni. Così egli dice: "Io mi
maraviglio molto che il senato sia venuto a risoluzione così grande, vedendosi e
trovandosi che questa è una mera impostura e falsità fatta non solo a me, ma alla
giustizia istessa". Ed aveva ben ragione di dirlo, perché dalla narrativa istessa
del reato appariva la grossolana impostura. "Come", proseguì esso cavaliere,
"un uomo di mia qualità, che ho speso la vita in servizio di S. M., in difesa di
questo stato, nato da uomini che hanno fatto lo stesso, avevo io da fare, né pensare cosa
che a loro e a me portasse tanta nota di infamia? E torno a dire che questo è falso, ed
è la più grande impostura che ad uomo sia mai stata fatta." Questa risposta, detta
nel calore di un sentimento, è forse il solo tratto nobile che si legga in tutto
l'infelice volume che ho esaminato. Il delitto non parla certamente un tal linguaggio, e
il cavalier Padilla era sicuramente assai al dissopra del livello de' suoi giudici e del
suo tempo. |
| La serie del delitto contestato al cavaliere di Padilla Si
ricava dalla narrazione medesima del reato, e vi si scorge il sugo de romanzi
forzatamente creati colla tortura: io ne compilerò l'estratto semplicemente, giacché
troppo riuscirebbe di tedio l'intiera narrazione, e porrò in margine le osservazioni
opportune. Risultò adunque la diceria seguente: |
| Circa al principio del mese di maggio il cavaliere di Padilla
vicino alla chiesa di S. Lorenzo parlò al barbiere Giacomo Mora, ordinandogli che facesse
un unto da applicare ai muri e porte onde risultasse la morte delle persone, assicurandolo
che danari non ne sarebbero mancati, e non temesse, perché "avrebbe trovato molti
compagni". Indi altra volta, pochi giorni dopo, gli diede delle dobble perché
ungesse, e vi era presente un gentiluomo, Crivelli; e il trattato fu fatto da certo D.
Pietro di Saragozza; indi il barbiere allora fu avvisato che i banchieri Giulio
Sanguinetti e Gerolamo Turcone avevano ordine di somministrare tutto il danaro occorrente
a chiunque andava da essi in nome di D. Giovanni di Padilla. Carlo Vedano poi maestro di
scherma fu il mezzano per indurre Gian-Stefano Baruello a fare di queste unzioni, e
condusse il Baruello sulla piazza del castello, ove ritrovavansi Pietro Francesco Fontana,
Michele Tamburino, un prete e due altri vestiti alla francese, ove dal cavaliere furongli
dati dei danari, perché il Baruello ungesse e facesse parimenti ungere le forbici delle
donne da Gerolamo Foresaro, e gli consegnò un vaso di vetro quadrato dicendogli:
"Questo è un vaso d'unguento di quello che si fabbrica in Milano, ed ho a centinaia
de' gentiluomini che mi fanno questi servizj, e questo vaso non è perfetto"; quindi
gli ordinò di prendere de' rospi, delle lucertole ecc., e farle bollire nel vino bianco e
mischiare tutto insieme. Poi temendo il Baruello di proprio danno col toccarlo, gli fece
vedere il cavaliere a toccarlo senza timore. Poi viene il circolo fatto dal prete e il
Pantalone, del quale ho già data notizia. Indi si vuole che il cavaliere dicesse al
Baruello di non dubitare, che se la cosa andava a dovere, esso cavaliere sarebbe stato
"padrone dl Milano, e voi vi voglio fare dei primi"; soggiungendo di nuovo
"che se per sorte fosse pervenuto nelle mani della giustizia, non avrebbe in alcun
tempo confessato cosa alcuna". Tale è la serie del fatto deposto contro il figlio
del castellano, la quale sebbene smentita da tutte le altre persone esaminate (trattine i
tre disgraziati Mora, Piazza e Baruello che alla violenza della tortura sacrificarono ogni
verità, servì d base a un vergognosissimo reato. |
|
|
| VI.
Della insidiosa cavillazione che si usò nel processo verso di alcuni infelici |
|
| Soffoco violentemente la natura, e superato il ribrezzo che
producono tante atrocità, io trascriverò per intiero l'esame fatto al povero maestro di
scherma Carlo Vedano. La scena è crudelissima, la mia mano la strascrive a stento; ma se
il raccapriccio che io ne provo gioverà a risparmiare anche una sola vittima, se una sola
tortura di meno si darà in grazia dell'orrore che pongo sotto gli occhi, sarà ben
impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa. Ecco
l'esame. |
|
| 1630 die 18 septembris etc. |
|
| Eductus e carceribus Carolus Vedanus [18 settembre
1630, ecc. Tradotto dalle carceri Carlo Vedano]. |
| Int.: "Che dica se si è risolto a dir meglio la
verità di quello ha sin qui fatto circa le cose che è stato interrogato, e che gli sono
state mantenute in faccia da Gio Stefano Baruello". |
| Resp.: "Illustrissimo signore, non so
niente". |
| Ei dicto: "Che dica la causa perché interrogato
se aveva mangiato in casa di Gerolamo cuoco, che fa l'osteria là a S. Sisto di compagnia
del Baruello, non contento di dire una volta di no, rispose: "Signor no, signor no,
signor no"". |
| Resp.: "Perché non è la verità". |
| Ei dicto: "Che per negare una cosa basta dire una
volta di no, e che quel replicare signor no, signor no, signor no, mostra il calore con
che lo nega, e che per maggior causa lo neghi che perché non sia vero". |
| Resp.: "Perché non vi sono stato". |
| Ei dicto: "Che occasione aveva di scaldarsi
cosi?". |
| Resp.: "Perché non vi sono stato, illustrissimo
signore". |
| Ei denuo dicto: "Perché interrogato, se aveva
mai mangiato col detto Baruello all'osteria sopra la piazza del castello, rispose:
"Signor no, mai, mai, mai"" |
| Risp. "Ma, signore, vi ho mangiato una volta, ma
non solo, ma in compagnia di Francesco barbiere figliuolo d'Alfonso, e quando ho risposto:
"Signor no, mai, mai, mai' mi sono inteso d'avervi mangiato col Baruello
solamente". |
| Ei dicto: "Prima, che esso non era interrogato se
avesse mangiato là col Baruello solo o in compagnia d'altri, ma semplicemente se aveva
mangiato con lui alle dette osterie, e però se gli dice che in questo si mostra bugiardo,
poiché allora ha negato e adesso confessa; di più se gli dice che si ricerca di saper da
lui, perché causa con tanta esagerazione negò di avervi mangiato; né gli bastò di dire
di no, che anco vi aggiunse quelle parole "mai, mai, mai"". |
| Resp.: "Ma, signore, perché io non vi ho mai
mangiato, altro che quella volta, ed intesi l'interrogazione di V. S. se aveva mangiato
con lui solo; e quanto al secondo, dico che mi sfogava così perché non vi ho mai
mangiato". |
| Ei denuo dicto: "Perché, interrogato se mai ha
trattato col Baruello di far servizio al signor D. Giovanni, rispose di no, ed essendogli
replicato che ciò gli sarebbe stato mantenuto in faccia, aveva risposto che questo non si
sarebbe trovato mai, ed essendogli di nuovo replicato che di già si era trovato, rispose
con parole interrotte: "Sarà, uh! uh! uh!"". |
| Resp.: "Perché non ho mai parlato con lui" |
| Int.: "Chi è questo lui?". |
| Resp.: "È il figliuolo del signor
castellano". |
| Ei dicto: "Perché questa mattina, interrogato se
si è risoluto a dire la verità meglio di quel che fece jeri sera, ha prorotto in queste
parole: "Perché io ne sono innocente di quella cosa che mi imputano", le quali
parole, oltreché sono fuori di proposito, non essendo mai stato interrogato sopra
imputazione che gli sia stata data, mostrano ancora che esso sappia d'essere imputato di
qualche cosa; e pure interrogato che imputazione sia questa, ha detto di non saperlo: onde
se gli dice, che oltreché si vuol sapere da lui perché ha detto quella risposta fuori di
proposito, si vuol anche sapere che imputazione è quella, che gli vien data". |
| Resp.: "Io ho detto così perché non ho
fallato". |
| Ei dicto denuo: "Perché, interrogato se quando
passò sopra la piazza del castello col detto Baruello videro alcuno, ha risposto prima di
no, poi ha soggiunto: "Ma, signore, vi erano della gente, che andavano innanzi e
indietro"; e dettogli perché dunque aveva detto "signor no", ha risposto:
"Io m'era inteso se aveva veduto dei nostri compagni": soggiungendo: "No,
signore, siano per la Vergine santissima, che non ho fallato"; le quali parole
ultime, come sono state fuori di proposito, non essendo egli finora stato interrogato di
alcun delitto specificatamente, così mettono in necessità il giudice di voler sapere
perché le ha dette, e però s'interroga ora perché dica, perché ha detto quelle parole
fuori di proposito con tanta esagerazione". |
| Resp.: "Perché non ho fallato". |
| Ei dicto: "Che sopra tutte le cose che è stato
interrogato adesso si vuole più opportuna risposta, altrimenti si verrà ai tormenti per
averla". |
| Resp.: "Torno a dire che non ho fallato, ed ho
tanta fede nella Vergine santissima che mi ajuterà, perché non ho fallato, non ho
fallato" |
| Tunc jussum fuit duci ad locum Eculei, et ibi torturae
sujici, adhibita etiam ligatura canubis ad effectum ut opportune respondeat
interrogationibus sibi factis, ut supra, et non aliter etc., et semper sine praejudicio
confessi et convicti ac aliorum jurium etc.; prout fuit ductus, et ei reiterato juramento
veritatis dicendae, prout juravit etc. fuit denuo [Allora fu comandato di condurlo al
luogo del cavalletto ed ivi sottoporlo a tortura, usando anche la legatura con la canape
affinché rispondesse in modo opportuno alle interrogazioni fattegli, come sopra e non
altrimenti, ecc. e sempre senza pregiudizio del diritto del reo confesso e convinto degli
altri diritti, ecc.; fu pertanto ivi condotto e, ripetutogli il giuramento di dire la
verità, egli giurò ecc. e fu quindi]: |
| Int.: "A risolversi a rispondere a proposito alle
interrogazioni già fattegli, come sopra, altrimenti si farà legare e tormentare". |
| Resp.: "Perché non ho fallato, illustrissimo
signore". |
| Tunc semper sine praejudicio; ut supra, ad effectum
tantum, ut supra, et eo prius vestibus Curiae induto jussum fuit ligari, prout fuit per
brachium sinistrum ad funem applicatus, et cum etiam ei fuisset aptata ligatura canubis ad
brachium dexferum fuit denuo [Allora, sempre senza pregiudizio, come sopra, agli
effetti di quanto sopra, e dopo avergli fatto indossare abiti talari, si comandò che
fosse legato, quindi venne sospeso ad una fune per il braccio sinistro, dopo che anche al
braccio destro fu adattata una legatura di canape. Indi fu nuovamente]: |
| Int.: "A risolversi di rispondere a proposito
alle interrogazioni dategli, come sopra, che altrimenti si farà stringere". |
| Resp.: "Non ho fallato, sono cristiano, faccia V.
S. illustrissima quello che vuole". |
| Tunc semper sine praejudicio, ut supra, jussum fuit
stringi, et cum stringeretur, fuit denuo [Allora sempre senza pregiudizio, come sopra,
fu ordinato che si stringesse e, quando fu stretto, fu nuovamente]: |
| Int.: "Di risolversi a rispondere a proposito
alle interrogazioni dategli". |
| Resp.: "Ah Vergine santissima, acclamando
[gridando], non so niente". |
| lterum institus ad dicendam veritatem, ut supra [Di
nuovo sollecitato a dire la verità, come sopra]. |
| Resp. acclamando [rispose gridando]: "Ah Vergine
santissima di S. Celso, non so niente". |
| Ei dicto: "Che dica la verità, se no si farà
stringere più forte: cioè risponda a proposito". |
| Resp.: "Ah, signore, non ho fatto niente". |
| Tunc jussum fuit fortuis stringi, et dum stringeretur,
fuit pariter [Fu ordinato allora di stringere più forte, e mentre lo si stringeva,
gli fu chiesto ancora]: |
| Int.: "A risolversi a dir la verità a
proposito". |
| Resp. acclamando: "Ah, signore illustrissimo, non
so niente:". |
| Institus ad opportune respondendum, ut supra [Invitato
a rispondere a tono, come sopra]. |
| Resp.: "Son qui a torto, non ho fallato,
misericordia, Vergine santissima". |
| Inter.: Iterum ad opportune respondendum, ut supra [Di
nuovo invitato a rispondere a tono, come sopra] "che altrimenti si farà stringere
più forte". |
| Resp. acclamando: "Non lo so, illustrissimo
signore, non lo so, illustrissimo signore" |
| Tunc jussum fuit fortius stringi, et dum stringeretur fuit
denuo [Fu allora ordinato di stringere più forte, e mentre lo si stringeva gli fu di
nuovo]. |
| Int. ad opportune respondendum, ut supra [Intimato di
rispondere a tono]. |
| Resp. acclamando: "Ah Vergine santissima, non so
niente"; |
| Tunc postergatis manibus et ligatus, fuit in Eculeo
elevatus, deinde [Allora, postegli le mani dietro il dorso, fu sollevato sul
cavalletto]. |
| Int.:"A risolversi a rispondere opportunamente
alle interrogazioni già dategli". |
| Resp. acclamando: "Ah, illustrissimo signore, non
so niente". |
| Int. ad opportune respondendam, ut supra |
| Resp.: "Non so niente, non so niente. Che martirj
sono questi che si danno ad un cristiano! Non so niente" |
| Et iterum institus, ut supra. |
| Resp.: "Non ho fallato". |
| Tunc ad omnem bonum finem jussum fuit deponi et abradi,
prout fuit depositus; et dum abraderetur fuit iterum [Allora, ad ogni buon fine, fu
ordinato che fosse messo a terra e che gli fosse rasato il capo; fu quindi deposto e,
mentre lo si radeva, fu di nuovo]: |
| Int. ad opportune respondendam, ut supra |
| Resp.: "Non so niente, non so niente". |
| Et cum esset abrasus, fuit denuo in Eculeo elevatus,
deinde [E come fu rasato, lo fecero nuovamente salire sul cavalletto, indi]: |
| Int.: "A risolversi ormai a rispondere a
proposito". |
| Resp. acclamando: "Lasciatemi giù, che
dico la verità". |
| Et dicto: "Che cominci a dirla, che poi si farà
lasciar giù". |
| Resp. acclamando: "Lasciatemi giù che la
dico". |
| Qua promissione attenta fuit in plano depositus, deinde
[Ottenuta la promessa, fu deposto a terra indi]: |
| Int.: "A dir questa verità che ha promesso di
dire". |
| Resp.: "Illustrissimo signore, fatemi slegare un
pochettino, che dico la verità". |
| Ei dicto: "Che cominci a dirla". |
| Resp.: "Fu il Baruello che mi venne a trovare in
porta Ticinese, e mi domandò che andassi con lui per certo formento che era stato rubato,
e disse che avressimo chiappato un villano, che aveva lui una cosa da dargli per farlo
dormire, ma non vi andassimo". Postea dixit [indi disse]: "No signore, V
S. mi faccia slegare un poco, che dico che V S. avrà gusto" |
| Ei dicto: "Che cominci a dire, che poi si farà
slegare". |
| Resp.: "Ah signore fatemi slegare che sicuramente
vi darò gusto, vi darò gusto". |
| Qua promissione attenta jussum fuit dissolvi, et
dissolutus, fuit postea: |
| Int.: "A dire la verità che ha promesso di
dire". |
| Resp.: "Illustrissimo signore, non so che dire,
non so che dire; non si troverà mai che Carlo Vedano abbia fatta veruna infamità" |
| Institus: "A dire la verità che ha promesso di
dire, che altrimenti si farà di nuovo legare e tormentare, senza remissione alcuna". |
| Resp.: "Se io non ho fatto niente...". |
| Iterum institus, ut supra. |
| Resp.: "Signor senatore, vi sono stato a casa di
messer Gerolamo a mangiare col Baruello, ma non mi ricordo della sera precisa". |
| Et cum ulterius vellet progredi jussum fuit denuo ligari
per brachium sinistrum ad funem, et per brachium dextrum canubi et cum ita esset ligatus,
antequam stringeretur [E, poiché non voleva dire altro, fu comandato di legarlo per
il braccio sinistro alla fune e per il braccio destro al canape e, così legato, prima che
si stringesse]. |
| Int.: "Ad opportune respondendum, ut supra". |
| Resp.: "Fermatevi; V. S. aspetti, signor
senatore, che voglio dire ogni cosa". |
| Ei dicto: "Che dunque dica". |
| Resp.: "Se non so che dire". |
| Tunc jussum fuit stringi, et dum stringeretur acclamavit:
"Aspettate che la voglio dire la verità". |
| Resp.: "Che cominci a dirla". |
| Resp.: "Ah signore! se sapessi che cosa dire,
direi": et acclamavit: "ah, signor senatore!". |
| Ei dicto: "Che si vuole che dica la
verità". |
| Resp.: "Ah, signore, se sapessi che cosa dire la
direi". |
| Et etiam institus ad dicendam veritatem, ut supra |
| Resp. acclamando: "Ah signore, signore, non so
niente". |
| Et jussum fuit fortius stringi, et dum stringeretur, fuit
denuo: |
| Institus: "A risolversi a dire la verità
promessa, e di rispondere a proposito". |
| Resp. acclamando: "Non so niente, signore,
signore, non so niente". |
| Et cum per satis temporis spatium stetisset in tormentis,
multunque pati videretur, nec aliud ab eo sperari posset, jussum fuit dissolvi et
reconsignari, prout ita factum est [E, poiché era stato alla tortura per un tempo
sufficiente ed era evidente che soffriva molto e che d'altra parte non vi era altro da
sperare da lui, fu comandato di scioglierlo e di ricondurlo in prigione; ciò che fu
fatto] |
|
|
| VII.
Come terminasse il processo delle unzioni pestifere |
|
| Se volessi porre esattamente sott'occhio al lettore la scena
degli orrori metodicamente praticati in quella occasione, dovrei trascrivere tutto il
processo, dovrei inserire le torture fatte soffrire ai banchieri, ai loro scritturali ed
altre civili persone; torture crudelissime, date per obbligarli a confessare, che dal loro
banco si dava qualunque somma di danaro a chiunque anche sconosciuto, purché nominasse D.
Giovanni di Padilla; e danaro, che si sborsava senza averne alcuna quitanza e senza
scriversi partita ne' loro libri: e tutte queste assurde proposizioni emanate dal forzato
romanzo, che la insistenza degli spasimi fece concertare fra i miseri Piazza e Mora. Ma
anche troppo è feroce il saggio che di sopra ne ho dato, e troppo funesti alla mente ed
al cuore sono sì tristi oggetti. Dalla scena orribile che ho descritta si vede l'atroce
fanatismo del giudice di circondurre con sottigliezza un povero uomo che non capiva i
raggiri criminali, e portarlo alle estreme angosce, d'onde l'infelice si sarebbe sottratto
con mille accuse contro se medesimo, se per disgrazia gli si fosse presentato alla mente
il modo per calunniarsi. Colla stessa inumanità si prodigò la tortura a molti innocenti:
in somma tutto fu una scena d'orrore. È noto il crudele genere di supplizio che
soffrirono il barbiere Gian-Giacomo Mora (di cui la casa fu distrutta per alzarvi la
colonna infame), Guglielmo Piazza, Gerolamo Migliavacca coltellinajo, che si chiamava il
Foresè, Francesco Manzone, Caterina Rozzana e moltissimi altri; questi condotti su di un
carro, tenagliati in piú parti, ebbero, strada facendo, tagliata la mano; poi rotte le
ossa delle braccia e gambe, s'intralciarono vivi sulle ruote e vi si lasciarono
agonizzanti per ben sei ore, al termine delle quali furono perfine dal carnefice scannati,
indi bruciati e le ceneri gettate nel fiume. L'iscrizione posta al luogo della casa
distrutta del Mora, così dice: |
| HIC . UBI . HAEC . AREA . PATENS . EST |
| SURGEBAT . OLIM . TONSTRINA |
| JO . JACOBI . MORAE |
| QUI . FACTA . CUM . GULIELMO. PLATEA |
| PUB . SANIT . COMMISSARIO |
| ET . CUM . ALIIS . CONJURATIONE |
| DUM . PESTIS . ATROX . SAEVIRET |
| LAETIFERIS . UNGUENTIS . HUC . ET . lLLUC . ASPERSIS |
| PLURES . AD . DIRAM . MORTEM . COMPULIT |
| HOS . IGITUR . AMBOS . HOSTES . PATRIAE . JUDICATOS |
| EXCELSO . IN . PLAUSTRO |
| CANDENTI . PRIUS . VELLIICATOS . FORCIPE |
| ET . DEXTERA . MULCTATOS . MANU |
| ROTA . INFRINGI |
| ROTAQUE . INTEXTOS . POST . HORAS . SEX . JUGULARI |
| COMBURI . DEINDE |
| AC . NE . QUID . TAM . SCELESTORUM . HOMINUM |
| RELIQUI . SIT |
| PUBLICATIS . BONIS |
| CINERES . IN . FLUMEN . PROJICI |
| SENATUS. JUSSIT |
| CUJUS . REI . MEMORIA . AETERNA . UT . SIT |
| HANC . DOMUM . SCELERIS . OFFICINAM |
| SOLO . AEQUARI |
| AC . NUNQUAM . IMPOSTERUM . REFICI |
| ET . ERIGI . COLUMNAM |
| QUAE . VOCETUR . INFAMIS |
| PROCUL . HINC . PROCUL . ERGO |
| BONI CIVES |
| NE . VOS . INFELIX . INFAME . SOLUM |
| COMACULET |
| MDCXXX . KAL . AUGUSTI |
|
| [Qui dov'è questa piazza / sorgeva un tempo la Barbieria /
di Gian Giacomo Mora / il quale congiurato con Guglielmo Piazza / pubblico commissario di
sanità e con altri / mentre la peste infieriva più atroce / sparsi qua e là mortiferi
unguenti / molti trasse a cruda morte / questi due adunque giudicati / nemici della patria
/ il senato comandò / che sovra alto carro / martoriati prima con rovente tanaglia / e
tronca la mano destra / si frangessero colla ruota / e alla ruota intrecciati / dopo sei
ore scannati / poscia abbruciati / e perché nulla resti d'uomini così scellerati /
confiscati gli averi / si gettassero le ceneri nel fiume / a memoria perpetua di tale
reato / questa casa officina del delitto / il senato medesimo ordinò spianare / e giammai
rialzarsi in futuro / ed erigere una colonna / che si appelli infame / lungi adunque lungi
da qui / buoni cittadini / che voi l'infelice infame suolo / non contamini / il primo
d'agosto MDCXXX.] |
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| Come poi subissero la pena, il canonico Giuseppe Ripamonti,
che era vivo in que' tempi, ce lo dice: Confessique isti flagitium, et tormentis
omnibus excruciati perseveravere confitentes donec in patibulum agerentur. Hi demum juxta
laqueum inter carnificis manus de sua innocentia ad populum ita dixere: mori se libenter
ob scelera alia, quae admisissent; caeterum unguendi artem se factitavisse nunquam, nulla
sibi veneficia aut incantamenta nota fuisse. Ea sive insania mortalium, sive perversitas,
et livor astusque daemonis erat. Sic indicia rerum, et judicum animi magis magisque
confundebantur. (Dopo di avere ne' tormenti confessato ogni delitto, di cui erano
ricercati, protestavano all'atto di subire la morte di morir rassegnati per espiare i loro
peccati avanti Dio, ma di non aver mai saputo l'arte di ungere, né fabbricar veleni, né
sortilegi.) Così dice il Ripamonti, che pure sostiene l'opinione comune, cioè che
fossero colpevoli. |
| Le crudeltà usate da più di un giudice in quel disgraziato
tempo giunsero a segno, che più di uno fu tormentato tant'oltre da morire fra le torture:
il Ripamonti lo dice, e invece d'incolpare la ferocia de' giudici, va al suo solito a
trovame la meno ragionevole cagione, cioè che il Demonio li strangolasse. Constitit
flagitii reos in tormentis a Daemone fuisse strangulatos [Constatava che alcuni reii
del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio]. |
| Il cardinale Federico Borromeo, nostro illustre arcivescovo
in que' tempi, dubitava della verità del delitto, e in una di lui scrittura inserita nel
Ripamonti cosi disse: Non potuisse privatis sumptibus haec potenta patrari. Regum,
principumque nullus opes authoritatemque comodavit. Ne caput quidem, authorve quispiam
unctorum istorum, furiarumque reperitur; et haud parva conjectura vanitatis est, quod sua
sponte evanuit scelus, duraturum haud dubio usque in extrema, si vi aliqua consilioque
certo niteretur. Media inter haec sententia, mediumque inter ambages dubiae historiae iter.
(Non si sarebbe co' danari dun semplice privato potuto fare una così portentosa
cospirazione. Nessun re o principe ne somministrò i mezzi, o vi diè protezione. Non
apparve nemmeno chi fosse l'autore o il capo di tali unzioni e furiosi disegni; e non è
piccola congettura che fosse un sogno il vedere una tale cospirazione svanita da sé,
mentre avrebbe dovuto durare sino al totale esterminio, se eravi una forza, un disegno, un
progetto, che dirigessero una tale sciagura. Fra tali dubbietà e incertezze deve la
storia farsi la strada.) Né quel solo illuminato cardinale vi fu allora che ne dubitasse,
che anzi convien dire che la dubitazione fosse di varj, poiché tanto il Ripamonti che il
Somaglia e altri scrittori di que' tempi si estendono a provare la reità dei condannati;
cosa che non avrebbero certamente fatta, se non fosse stato bisogno di combattere
un'opinione contraria. Anzi lo stesso Ripamonti, che di proposito scrisse la storia di
quella pestilenza, per timidità piuttosto che per persuasione sostenne l'opinione degli
unti malefici, dolendosi egli del difficile passo in cui si trova di opinare se oltre
gl'innocenti, i quali furono di tal delitto incolpati, realmente vi fossero veri
spargitori dellappestata unzione, mostri di natura, obbrobrj della umanità e nemici
pubblici; né tanto gli sembra scabroso il passo per la dubbiezza del fatto, quanto
perché non trovavasi posto in quella libertà in cui uno scrittore possa spiegare i
sentimenti dell'animo suo, "poiché se io dirò (così il Ripamonti) che unzioni
malefiche non vi furono, tosto si griderà ch'io sia un empio e manchi di rispetto ai
tribunali. L'orgoglio de' nobili e la credulità della plebe hanno già adottata questa
opinione, e la difendono come inviolabile, onde cosa inutile e ingrata sarebbe se io
volessi oppormivi". Eccone le parole: Caeterum his ita expositis anceps atque
difficilis mihi locus oritur exponendi, praeter innoxio istos unctores, et capita honesta
quae nihil cogitavere mali et periculum adiere ingens, putemne veros etiam fuisse
unctores, monstra naturae, propudia generis humani, vitae communis inimicos, quales etiam
isti (cioè alcuno de' quali ha raccontato i casi) nimium injuriosa suspicione
destinabantur. Neque eo tantum difficilis ancepsve locus est, quia res etiam ipsa dubia
adhuc et incerta, sed quia ne illud quidem liberum solutumque mihi relinquitur quod a
scriptore maxime exigitur, ut animi sui sensum de unaquaque re depromat atque explicet.
Nam si dicere ego velim unctores fuisse nullos frustra caelestes iras et consilia divina
trahi ad fraudes artesque hominum, exclamabunt illico multi historiam esse impiam, meque
ipsum impietatis teneri, judiciorumque violatorem. Adeo sedet contraria opinio animis;
pariterque et credula suo more plebs, et superba nobilitas cursu in eam vadunt amplexi
rumoris hanc auram, quomodo qui aras et focos et sacra tueretur. Adversus hosce capessere
pugnam ingratum mihi nunc, inutileque est [Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e
difficile a svolgere; se oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla
macchinarono di male, e colsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì veri
untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con
troppo ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo è argomento arduo perché di
dubbioso in se stesso; ma altresì perché non mi è conceduta la libertà sì necessaria
allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun fatto. Ov'io
volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi ed alle
arti degli uomini i decreti della Provvidenza ed i celesti gastighi, molt griderebbero
tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi. L'opposta opinione
è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com'è suo stile, ed i superbi nobili essi
pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore come se avessero
a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il
combattere siffatta credenza]. Da ciò conoscesi qual fosse la opinione del troppo timido
Ripamonti, il quale dice: Quaestio multiplici torsit ambage dubitantes fuerintne venena
haec, et aliqua ungendi ars, an vanus absque re ulla timor, qualia saepe in extremis malis
deliramenta animos occupare consueverunt [Gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze
circa la questione se vi furono realmente unti ed un'arte di spargerli, ovvero se fu uno
di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti
nell'estremo de' mali]; perloché evidentemente si conosce, che malgrado l'infelicità de'
tempi vi era nella città nostra un ceto d'uomini che non si lasciarono strascinare dal
furore del volgo, e sentirono l'assurdità del supposto delitto e la falsità
dell'opinione. |
| Riepilogando tutto lo sgraziato amrnasso delle cose sin qui
riferite, ogni uomo ragionevole conoscerà, che fu immenso il disastro che rovinò in
quell'epoca infelicissima i nosti maggiori, e che quest'ammasso crudele di miserie nacque
tutto dallignoranza e dalla sicurezza ne' loro errori, che formò il carattere de'
nostri avi. Somma spensieratezza nel lasciare indolentemente entrare nella patria la
pestilenza; somma stolidità nel ricusare la credenza ai fatti, nel ricusare l'esame di un
avvenimento cosi interessante; somma superstizione nell'esigere dal cielo un miracolo,
acciocché non si accrescesse il male contagioso coll'affollare unitamente il popolo;
somma crudeltà e ignoranza nel distruggere gl'innocenti cittadini, lacerarli e
tormentarli con infernali dolori per espiare un delitto sognato. Insomma la proscritta
verità in nessun conto poté manifestarsi; i latrati della superstizione e l'insolente
ignoranza la costrinsero a rimanersene celata. Per tutto il passato secolo si risentì in
questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di
agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors'anche al giorno d'oggi abbiamo
de' terreni incolti, che prima di quell'esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì il
restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze,
e non si citerà una casa fabbricata per cinquant'anni dopo la pestilenza, che non sia
meschina. I nobili s'inselvatichirono; ciascuno vivendo in una società molto angusta di
parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si rípigliarono i costumi
sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al
principio del secolo presente. Tanti malori poté cagionare la superstiziosa ignoranza! |
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| VIII.
Se la tortura sia un tormento atroce |
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| Non può mettersi in dubbio, che nell'epoca delle supposte
unzioni pestilenziali la tortura non sia stata veramente atrocissima Ma si potrebbe anche
dire che i tempi sono mutati, e che fu allora un eccesso cagionato dalla estremità de'
mali pubblici da non servire di esempio. Io però credo che al giorno d'oggi la pratica
criminale sia diretta da quei medesimi libri che si consultavano nel 1630, e appoggiato su
questi parmi facile cosa il conoscere, che veramente la tortura è un infernale supplizio. |
| Col nome di tortura non intendo una pena data a un reo per
sentenza, ma bensì la pretesa ricerca della verità co' tormenti. Quaestio est
veritatis indagatio per tormentum, seu per torturam; et potest tortura appellari quaestio
a quaerendo, quod judex per tormenta inquirit veritatem [L'interrogatorio è
l'indagine della verità per mezzo dei tormenti, ovvero della tortura; e la tortura si
può chiamare interrogatorio, essendo questo un'inchiesta, poiché il giudice inquisisce
la verità per mezzo dei tormenti]. |
| I fautori della tortura cercano calmare il ribrezzo, che ogni
cuore sensibile prova colla sola immaginazione del tormento. Poco è il male, dicono essi,
che ne soffre il torturato; si tratta di un dolore passaggiero, per cui non accade mai
l'opera di medico o cerusico; sono esagerati i dolori che si suppongono. Tale è il primo
argomento, col quale si cerca di soffocare il raccapriccio, che alla umanità sveglia la
idea della tortura. Pure dai fatti accaduti nel 1630 viene delineato a caratteri di sangue
l'orrore di questi tormenti; le leggi, le pratiche sotto le quali viviamo sono le stesse,
siccome ho detto, ed altro non manca per ripetere le stesse crudeltà, se non che
ritornassero de' giudici simili a quelli d'allora. Si adopera attualmente per tortura la
lussazione dell'osso dell'omero; si adopera talvolta il fuoco a' piedi, crudeli operazioni
per se stesse, ma nessuna legge limita la crudeltà a questi due modi; i dottori che sono
i maestri di questi spasimi, i dottori che si consultano per regola e norma de' giudizj
criminali, non prescrivono certamente molta moderazione. Il Bossi Milanese, che tratta
della pratica criminale di Milano, al tit. De Torturis, n. 2 dice: "Non
chiamerò tortura ogni dolore di corpo: la tortura debb'essere più grave, che se si
tagliassero ambe le mani; e soffrir la tortura, egli è patire le estreme angosce dello
spasimo... E basta osservare i preparativi e i modi di tormentare per conoscerlo: niente
è mite, anzi tutto è crudelissimo; e perciò spesse volte si dà la tortura col fuoco, e
quel che dice l'uomo tormentato col fuoco si reputa la verità istessa". (Nec
quodlibet tormentum cum dolore corporis dicitur quaestio: hinc est quod gravior est
tortura, quam utriusque manus abscissio; et pati torturam est supremas angustias
sustinere, ut vidimus et audivimus, et de his tormentis loquitur totus titulas de
quaestionibus; sic etiam loquuntur doctores quod maxime patet dum congerunt instrumenta
et modos torquendi; quia nihil horum est leve, immo crudelissimun, et ideo etiam igne
saepe rei torquentur: igne defatigati, quae dicunt ipsa videtur esse veritas.) Dopo
ciò non saprei mai come possa dirsi, che la tortura per sé sia un male da poco. Non nego
che un giudice umano potrà temperare la ferocia di questa pratica, ma la legge non è
certamente mite, né i dottori maestri lo sono punto. Veggasi con qual crudeltà il Zigler
descrive questa inumanissima pratica "Oltre lo stiramento, con candele accese si
suole arrostire a fuoco lento il reo in certe parti del corpo; ovvero alle estremità
delle dita si conficcano sotto l'unghie de' pezzetti di legno resinoso, indi si appiccica
il fuoco a que' pezzetti; ovvero si pongono a cavallo sopra un toro o asino di bronzo
vacuo, entro cui si gettano carboni ardenti, e coll'infuocarsi del metallo acerbamente e
con incredibili dolori si cruciano." Tali sono i precetti che dà questo dottore, di
cui ecco le parole originali: Praeter expansionem, carnifices cutem inquisiti
cadentibus luminibus in certis corporis partibus lento igne urunt; vel partes digitorum
extimas immissis infra ungues piceis cuniculis, iisque postmodum accensis per adustionem
inquisitos excruciant; aut etiam tauro vel asino ex metallis formato, ut incalescenti
paullatim per ignes injectos, tandemque per auctum calorem nimium doloribus incredibilibus
insidentes urgeant, delinquentes imponunt. Farinaccio istesso parlando de suoi
tempi asserisce che i giudici, per il diletto che provavano nel tormentare i rei,
inventavano nuove specie di tormenti; eccone le parole: Judices qui propter
delectationem, quam habent torquendi reos, inveniunt novas tormentorum species. Tale
è la natura dell'uomo che superato il ribrezzo de' mali altrui e soffocato il benefico
germe della compassione, inferocisce e giubila della propria superiorità nello spettacolo
della infelicità altrui; di che ne serve d'esempio anche il furore de' Romani per i
gladiatori. Veggasi lo stesso Farinaccio, ove dà il ricordo al giudice di moderarsi ed
astenersi dal tormentare il reo colle sue proprie mani; e cita chi vide un pretore, che
prendeva il carcerato pe' capelli e gli orecchi, e fortemente lo faceva cozzare contro di
una colonna, dicendogli: "ribaldo, confessa"; cosi egli: abstineat etiam
judex se ab eo quod aliqui judices facere solent, videlicet a torquendo reos cum propriis
manibus... Refert Paris de Puteo se vidisse quemdam potestatem, qui capiebat reum per
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