De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Il Sacco di Roma

descritto

da Luigi Guicciardini

   [LIBRO PRIMO]

[LIBRO SECONDO]

[NOTA AL TESTO]

 Allo Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore,

il Signor Cosimo de' Medici, duca ii della Repubblica Fiorentina,

Luigi Guicciardini salute.

 

Solevano molti degli antichi istorici, Illustrissimo Duca, quando qualche azione dei tempi loro volevano mandare alla memoria delle lettere, ingegnarsi, per satisfare al gusto de' lettori, eleggere quella era insino allora successa o più dilettevole o più gloriosa; e per lasciare maggiore fama di loro medesimi, sforzarsi ornarla con quella eleganza che concedeva loro e la natura e l'arte. Imperò che, poi che si partì dalle umane menti la volontaria povertà con la naturale giustizia, dua principali e vere virtù che al tempo dell'antichissimo [4] Jano mantenevono gli uomini nell'aureo secolo e lieti e securi; e che in luogo di questa e di quella, per la superbia e ferocia di Nino re degli Assirii, primo sturbatore della quiete umana (se alle greche istorie fede prestare dobbiamo), entrò ne' petti de' mortali l'ambizione e la cupidità del dominare. Dalle quali dipoi essendo nato l'odio, la guerra, la crudeltà e l'avarizia, accompagnata con ogni altro maligno e vilissimo appetito, a poco a poco si causorono tanti pessimi modi di vivere negli uomini, che spesso fecero sentire e provare a' miseri mortali la superbia di Briareo, la crudeltà di Falari, l'avarizia di Mida, e la lussuria di Sardanapalo: onde per questi mostruosi defetti de' prencipi e de' popoli, la vita dell'uomo si condusse finalmente a termine, che non era altro (come al presente) che sudori, angustie ed infinite miserie. Per le quali cagioni non pareva allora maraviglia, gustando e assaggiando ogni giorno il genere umano più amaritudine assai che dol- [5] cezza, che i lettori desiderassino, per rallegrare e alleggerire alquanto l'animo loro da' sopportati tormenti, leggere più volentieri le cose da porgere diletto, che quelle che fossino per aggiugnere dolore sopra dolore. E se mai questo naturale appetito è stato per l'addietro nell'animo di ciascuno, al presente è necessario, non meno che nelli preteriti secoli, si trovi, essendo, dalla passata di Carlo VIII, e re di Francia, insino alla prossima ruina di Roma, stata continua e crudelissima guerra, e più volte inaudita fame, con eccessiva pestilenzia in questa infelice Italia, e successo, per tanti vari flagelli, morte violente d'innumerabile multitudine di popoli, subite mutazioni, insaziabili saccheggiamenti con irreparabili ruine delle prime città, e di tutti i prencipi, i quali avanti la mossa del Gallo re, in potente e felice stato si trovavono. Talmente che per tanti travagli non solo Italia si vede al presente essere ridotta in pessimo termine, ma ancora quasi tutto quello [6] che resta dell'Europa, non poco partecipa della nostra ruina: la quale similmente (per esser la natura del male andare sempre, come il fuoco, nella disposta materia, crescendo ed ampliando, quando non è con prestezza annullato e spento) sarà in breve ridotta all'ultimo suo esterminio, se già tosto (come ne' passati secoli in tanti universali frangenti è successo) non sorgerà qualche nuovo legislatore, o nuovo monarca, per la potenza e giustizia del quale non solo si raffrenino e si rimettano nel centro della terra tante sfrenate e diaboliche furie, quante si veggono in questi ultimi anni quasi in ogni provincia crudelmente scorrere; ma ancora, per la bontà e virtù sua, facilmente ritorni il vivere de' mortali in tal essere, quale dalla semplicissima natura gli fu ne' primi secoli ordinato. E benchè, fra tante nostre miserabili calamità, Illustrissimo ed Eccellentissimo Duca, considerassi allora quanto era necessario seguitare il costume di quelli savi scrittori, e [7] avere narrato solamente quelle cose che fossero per porgere qualche recreazione nell'animo di qualunque leggere le volessi, ponendo da parte l'altre, che non meno spaventono li audienti che coloro che le provorono; nondimeno, più volte, conosciuto non aver potuto in questa parte imitarli, sono stato dipoi sospeso, se io dovessi sotto il vostro felicissimo nome publicare la più mesta, la più spaventevole e la più vergognosa tragedia che la onnipotente Sapienza abbi ancora sopra questa infortunata Italia, e quasi mondana scena, dimostro; la quale, benchè in quelli infelicissimi giorni scrivessi, non per pigliare allora piacere con la penna discorrendo fra tante e tante miserabili crudeltà, ma per aver continuamente avanti agli occhi miei un manifesto esempio di quanto male sia cagione la superbia e immoderata ambizione, e quanto temere si debba, gravemente errando, la divina [8] giustizia. Imperò che, qualunque diligentemente considererà da quello procede il continuo variare delle repubbliche e delli regni, comprenderà facilmente, con la misura e con lo esemplo della famosa Roma, quali cause siano state quelle che a poco a poco hanno condotto le città e gl'imperii a quell'altezza quale a molti è noto, e come da essa declinando sempre e discostandosi, si veggono finalmente essere pervenuti all'ultimo male e ruina. Conciosiachè, con questi diversi ed oppositi costumi, di necessità le umane imprese da questo a quello estremo (con poco riposo e meno salute di ciascuno) continuamente girando e ritornando, non mutano altro che luogo e nome. Per la qual cosa coloro che con acuto e pio occhio riguardono questa mirabile circolazione mondana, già vicina a settemila anni (secondo le sacre istorie), sono costretti confessare, la perfezione dell'uomo non poter consistere in questa terrestre, miserrima e brevissima vita, ma solamente [9] nella ultramondana, eterna e felicissima. Ancora, Illustrissimo Duca, da non minor cagione sono stato insino a questo giorno ritenuto: perchè, essendo in essa particolarmente narrata l'acerbissima e dannosissima morte del vostro illustre e bellicoso genitore, desideravo (come sendo io suo deditissimo) col mio scrivere dilettare il vostro generosissimo animo, e non gli porgere materia di contristarlo. Pur finalmente [m'indussi] considerato la morte, in ogni età comune a ciascuno, non dovere dipoi de' suoi medesimi a' vivi dolere, quando gloriosamente trapassono all'altra vita, come apertamente quella del famosissimo padre di Vostra Eccellenza a ciascuno apparisce. Imperò che nel maggiore ardore di quella guerra, e in quel tempo che la vita sua, e meritamente, per le sue valorosissime opere, era da' suoi collegati sommamente desiderata, e dalli avversarii suoi eccessi- [10] vamente temuta, e che nel colmo della speranza e del timore che di lui regnava nell'uno e nell'altro esercito, lasciando di sè immortale fama, fu rapito al cielo. Imperò che, volendo la Divina Maestà che la famosa Roma fosse preda delli Cesarei, bisognava che di tanto eccellente virtù, e non con umana, ma con diabolica forza, lo esercito della lega ne privassi, acciò che senza alcuno ostacolo gl'Imperiali (come dipoi chiaramente si vidde) scorrendo per tutta Italia, si accostassino alle romane mura. Ed oltre a questo, l'Eccellenza Vostra, leggendola, comprenderà quanto Iddio favorisca le debite e generose imprese dello imperatore, e a poco a poco scuopra a ciascuno, averlo disegnato monarca dell'universo, acciò che con la sua rara bontà ed unica prudenza riordini il guasto mondo. Materia certamente da ricreare e fare lieto il vostro nobilissimo animo, e a spronarlo a non essere indegno di tanto glorioso padre nè della servitù quale debitamente tiene [11] con la grandezza della Cesarea Maestà, benchè per molti e molti indizii apertamente apparisca, a chi le vostre virtuose opere in tanta iuvenile età discorre, quella dovere non altrimenti la paterna fama superare, che insin a ora abbi la fortuna di esso trapassata; come un giorno spero con altra penna a ciascuno, senza adulazione scrivendo, facilmente dimostrare. E se l'Eccellenza Vostra giudicasse, questa miseranda tragedia, in dua libri ristretta e divisa, non essere stata da me narrata con quello ordine, nè con quella eleganza ed arte che si conviene a chi vuole molti e molti anni fare durabili le sue composizioni; procede da non aver fatto professione di eloquente, nè di avere seguitato quelli studii nè quelle regole, le quali a tanto lodevole e dilettevole grado fanno altrui pervenire. Nondimeno, con quelle semplici e naturali parole mi ha la natura concesse, la scrissi, e con quella nuda verità meritava essere composto tanto esemplare [12] flagello: essendomi massime molto più facile lasciare indrieto molti particulari delle miserie e crudeltà sue, sentendosi allora di quella infelice città ogni giorno nuovi tormenti e nuovi tormentati, che, per farla parere più efferata e più orribile, andare investigando e immaginando cose aliene alla verità, come già costumarono gli antichi poeti e oratori nelle loro immaginate tragedie. Per la qual cosa, avendola sotto l'ombra del vostro clarissimo nome collocata, non sia all'Eccellenza Vostra molesto nè noioso (quando dalle gravissime cure della repubblica sarà meno occupata) con diligenza considerarla ed esaminarla, perchè a lei satisfacendo, mi persuado si potrà difendere facilmente da qualunque riprendesse la mia prosunzione: massime avendo notato gli errori di questo e di quello, e tanto liberamente manifestato i nomi di ciascuno; non ostante che, qualunque istoria scrive, sia obbligato con sincero animo narrarla; non tanto per insegnare col vero [13] esempio d'altri vivere a coloro che sono preposti a consigliare le repubbliche e li principati; quanto ancora per incitare e spronare i generosi animi de' posteri, leggendola ad imitare le nobilissime virtù e gli ottimi costumi di quelli che sopra gli altri debbono essere dagl'istorici meritamente celebrati, e fuggire le dannose qualità di coloro che hanno pessimamente consigliato e operato per la propria patria. E quando altrimenti l'Eccellenza Vostra ne judicassi, la getti nel fuoco: stimando che al vostro pellegrino ingegno non piacendo, non possa nè debba ad altri piacere. Ma a che fine mi sforzo in crescere più la lunghezza di questa epistola con parole tanto cerimoniose e superflue, sapendo massimamente, essere molto inimiche della verità? Onde seguitarà ora il proemio e la narrazione della nostra verissima tragedia, all'Eccellenza Vostra promessa e dedicata.

[14-15]

LIBRO PRIMO.

PROEMIO.

Essendo seguito in questi prossimi giorni, nella più nobile e nella più ricca città d'Europa, la più facile, abbondante e vituperosa preda, e quale non mai simile ne' passati secoli è stata veduta, fatta dalle più efferate e meno religiose nazioni che ne' tempi nostri si trovino; mi son messo a scriverla particularmente, quanto comporterà il mio debole ingegno, acciò che per questo unico e miserabile esempio facilmente si conosca, quanto sia gravissimo e dannosissimo errore non stimare il nimico; persuadersi, un popolo non unito, non [16] consueto all'armi, privo di proprio capitano, nudrito nell'ozio e nelle lascive delizie, possa resistere alli ostinati, esperti e necessitati eserciti: oppenione falsissima, ed al presente potissima causa d'aver fatto provare all'antichissima e bellissima Roma quello che non mai tanto vilmente niun'altra città sopportò. Imperò che, se la superba ed ambiziosa Cartagine fu presa e distrutta da Scipione Minore con maggiore ferocia e con maggiore crudeltà, non si conosce che in lei albergassi l'ignoranza nè l'ignavia: e benchè la populosa e fortissima Jerusalem fussi desolata ed arsa da Vespasiano e Tito imperadori, nondimeno provorno in quattr'anni, con mille difficultà e mille pericoli, la virtù ed ostinazione de' Judei: e se la effeminata e disunita città di Costantinopoli a' tempi de' nostri padri fu soggiogata da Mahumet re de' Turchi, e da [17] lui interamente spento il dominio e l'autorità dell'ultimo Costantino imperadore greco, quale allora l'orientale imperio governava, non furno morti, nè egli nè tutti i suoi, in sì poche ore, nè da sì poco numero d'inimici; e se cinque anni sono fu debellata e per forza presa la inespugnabile isola di Rodi da Sultan Soliman bisnepote del predetto Mahumet; non senza lungo tempo, nè senza grandissima strage del suo esercito, per accordo finalmente ne divenne signore. La medesima Roma, tante altre volte predata ed arsa da barbare nazioni, non mai fu con tanta facilità, nè brevità di tempo, nè con sì poche forze presa e saccheggiata. E così, chi andrà discorrendo le ruine delle altre famose città, e come siano pervenute nelle mani dei loro avversarii, confesserà, in lei ora solo essere concorso tanta viltà e pigrizia a ruinarla, con tanto poco pensiero di fare nel debito tempo le pro- [18] visioni necessarie alla difesa sua, che facilmente ha dimostro a ciascuno, quanto l'avaro, ambizioso ed oziosissimo governo de' moderni prelati sia a' populi pernizioso. Nè è da dubitare, che qualunche per questo rarissimo esempio non solamente affermi, l'umana felicità essere sopra ogn'altra cosa fragilissima, considerando quanto (pochi giorni avanti) in Roma erono eccessive le vane e ridicule pompe, con le lascive ed oziose delizie de' reverendissimi cardinali, prelati e cortigiani della romana corte; essendo al presente, per tanto vilissimo ozio, sopra gli altri mortali, miseri e infelici; ma ancora conosca e comprenda apertamente, con quali costumi, con qual prudenza sia ciascuno necessitato continuamente procedere nelle umane azioni, volendo (quanto è però a' mortali concesso) conservare e prorogare nel tempo le facoltà, la vita, gli onori, insieme con la patria; come, con diligenza leggendola, mi per- [19] suado abbi a qualunque a parere manifesto.

Benchè io conosca quanto sarebbe conveniente, avanti la narrazione di quest'ultima ruina di Roma, discorrere prima tutte le proprie cause dell'origine di tanta guerra, acciò si potessi meglio considerare e vedere come e donde nascono e procedono le violenti azioni degli uomini e l'ordine delle loro dependenze; nondimeno, non essendomi in questi turbolentissimi giorni di Roma, per i quali la nostra patria ancora si trova al presente in travaglio grandissimo, preposto nell'animo di metter mano in cose tanto per lo adrieto successe, ma solamente notare succintamente i principali casi seguiti dal principio di questa lega insieme con la sua ruina, le porrò da parte; massimamente conoscendo, come si potrà apertamente comprendere, quanto i disegni delle grandi imprese male si colorischino, quando da' principi e dalle repubbliche [20] non sono prima con diligenza misurati e molto maturamente ponderati. Come si può affermare, essere stati questi della presente lega, essendo cominciata senza danari, senza proprio capitano, necessario a tanto grave impresa, e priva di quella celerità, unione e di quel fine conveniente a reprimere la grandezza dello imperadore, e liberare l'Italia dagli avarissimi e crudelissimi modi de' suoi ministri; la infedeltà e rapacità dei quali, insieme con la potenza di Cesare, per essere in tanto tempo, e con tanto comune danno, notissime a ciascun italiano, non le replicherò altrimente; ma, seguitando, scriverò l'ordine ed il successo di questa ultima lega: lo infelice e miserando esito della quale doverrebbe dare quel terrore, debbe avere qualunque procede in tanto gravi imprese con poca considerazione della fortuna, virtù ed animo del nimico, e con troppa opinione e confidenza delle proprie forze, accompagnata da non misura- [21] ta volontà di conseguire quanto desidera.

Per la qual cosa porrò da parte quali e quante pratiche tenessino il papa, Inghilterra e i Veneziani col governo di Francia, dopo il vituperoso e dannoso conflitto del Cristianissimo re, successo due anni sono a Pavia, per voler impedire la maravigliosa fortuna di Cesare; e lascerò ancora indrieto quello tennono dipoi col Gallo re, subito che fu restituito nella sua libertà, per persuadergli e mostrargli, non essere nè sicuro nè onorevole mantenere l'accordo fatto, mentre era in Ispagna prigione, con l'imperadore; ma essere necessario con le armi in mano sforzare la Cesarea Maestà a rendergli (senza la consegnazione della Borgogna) i suoi primogeniti; e che a volerla tenere nei termini antichi e consueti al tedesco imperio, bisognava privarla delli stati d'Italia. Nè ancora dirò, con quali ragioni o speranze il Cristianissimo re mostrava a Cesare volerlo osservare; nè [22] come poi finalmente la Cesarea Maestà, conosciuto l'errore suo e l'inganno del Gallo re, fece subito partire di Spagna con pochissimo numero di fanti monsignor di Borbona, acciò che per mare tosto si conducessi in Italia, avuto nondimeno da lei l'investitura del ducato di Milano e ancora il titolo di suo luogotenente. Nè scriverò, con quanta diligenza, nè con quali dimostrazioni Cesare s'ingegnava persuadere al papa, a Inghilterra ed altri potentati sopra ogni cosa desiderare la pace, non ostante che con evidente sollecitudine (vedendo non concludere) si sforzassi ragunare e gente e denari, e ritenessi, contro alla voglia de' padroni, tutti i navilii che si trovavono ne' porti di Spagna, per poter mandare, bisognando, con essi tosto gagliardi aiuti a' suoi agenti in Italia. Ancora pretermetterò, come papa Clemente, per temere che Francesco Sforza duca di Milano, per la grande penuria del vitto e per parergli essere da ciascuno abbandonato, non concedesse in [23] breve alli Spagnoli il castello, fu costretto, contro alla natura e voglia sua, dichiararsi manifesto inimico di Cesare. Nè finalmente mosterrò, con quanta arte ed inganno, da quelle poche forze cesaree (quali allora si trovavono in Lombardia) fu avvilito e dominato il popolo di Milano, e quanto facilmente e vituperosamente restorono preda delli Cesarei le ricchezze e le gentildonne erono in quell'infelice città; perchè, quando narrassi per ordine questi e molti altri andamenti, successi prima che si dessi principio a tanta guerra, e per conoscere meglio l'origine d'essa, cominciassi (come dice l'antico proverbio) dall'uovo, mi discosterei troppo dal presupposto mio; perchè sarei necessitato dipoi, per maggior dichiarazione di quelli che io ora pretermetto, farmi ancora più adrieto, e per la medesima causa finalmente molto e molto più discostarmi da questo principio, per essere (come a ciascuno è noto) le paci e le guerre, simulate o vere, connesse talmente in- [24] sieme tra i principi e le repubbliche, che l'una dall'altra di necessità dipende; delle quali chi volessi dare intera notizia, sarebbe costretto scrivere l'istoria universale; impresa al tutto (ingenuamente parlando) sopra le forze e sopra la notizia mia. Laonde solamente narrerò, come avanti si pubblicassi la lega, si trovavono per l'imperatore in Lombardia circa a 10000 fanti fra Italiani, Spagnoli e Tedeschi, con 2000 cavalli, distribuiti fra Alessandria, Pavia, Cremona, Lodi e Milano, sotto la custodia (dopo la morte di Pescara) del marchese del Vasto suo nipote e del signor Antonio da Leva; i quali, dopo la famosa vittoria acquistata a Pavia, non solamente avevono facilmente tenuto e tenevono il dominio di quel ducato, ma ancora (per non esser pagati dallo imperadore) taglieggiavano licenziosamente qualunque città e castello, e li paesani e gli agricoltori erono da loro tanto crudelmente trattati, ed in modo spaventati, che pochissimi da pagar de- [25] nari vi si trovavono. Solo la fortezza di Cremona, ed il castello di Milano si teneva per Francesco Sforza, dove si rinchiuse, non molto dopo la cattura del Cristianissimo re; ogni altro luogo era in potestà de' Cesarei, parte de' quali con grandissima diligenza teneva continuamente guardato il Castello, per avere nelle mani il duca, e perchè non vi fussi portato da vivere. Avendo ancora a loro devozione Genova, con la maggior parte della riviera e dominio suo, i Veneziani allora, benchè si avessino le loro principali città fortificate e munite molto, nondimeno, mostrando aver posto da parte la loro immoderata ambizione, affermavono voler fedelmente concorrere alla liberazione di Italia; nè mancavono offerire l'esercito loro con quella porzione della spesa che nella futura lega si concludessi, acciò si facessi tosto prova d'impedire e diminuire la potenza cesarea. Il duca di Ferrara in quel tempo (veduto non poter convenire con Clemente VII) teneva [26] appresso di Cesare ambasciatori per capitolare con quella Maestà. Mantova mostrava non potere con suo onore interamente scoprirsi contro l'imperadore, per essere in feudo seco, ma come soldato del papa e confaloniere di santa Chiesa, non mancherebbe di favorire la lega. I Lucchesi (come è stato molti e molti anni loro costume) non si scoprendo in cosa alcuna, si mantenevono con denari l'amicizia de' principi oltramontani. L'universale di Firenze in questo tempo, per trovarsi malissimo contento del governo de' Medici, desiderava più la guerra che la pace, stimando per quella potere facilmente nascere occasione da liberarsi dalla Medica servitù. Siena ancora, per vedere il sommo pontefice inclinato al rimettere in stato Fabio Petrucci, aveva popolarmente e violentemente cacciato molti cittadini della fazione sua, ma ancora si era al tutto dichiarata e scoperta imperiale. In Roma, per l'avarizia del cardinale Ermellino, e per vari modi di [27] chi consigliava Clemente, e per vedersi la parte ghibellina e colonnese in pericolo, essendo tanto dal pontefice perseguitato il cardinal Colonna, vi erono molti mal disposti verso Sua Santità. Nel regno di Napoli, essendo fuggito il cardinale Colonnese con la sua fazione, mostrava continuamente volere molestare papa Clemente, per la nuova inimicizia aveva contratta seco: nè erano in quel regno altre forze che le ghibelline, le quali facilmente tenevono la parte guelfa sbattuta ed oppressa. Trovavasi allora tutta Italia, e massimamente Lombardia, ma più che altrove Milano e Genova, in grande penuria di ogni sorte vettovaglia, causata dalla continua guerra e dalle triste ricolte passate; vedevasi ancora dover essere in futuro maggiore, perchè il nuovo anno non si mostrava abondante.

In questi termini adunque trovandosi li stati d'Italia e le forze de' Cesarei con li popoli del ducato di Milano, furono causa di fare, per non perdere più [28] tempo, pubblicare la santa lega (che con tanto venerando titolo fu bandita) contro all'imperadore: il che non si sarebbe fatto, se in altro grado fussino trovate. Imperò che la speranza che dava la mala contentezza, e le dimostrazioni de' popoli lombardi, e sopra ogni altra cosa la necessità del vivere s'intendeva essere nel castello, con l'opinione di poter facilmente privare li Cesarei della nuova ricolta, fece che solo con le forze della Chiesa e de' Veneziani si scoperse allora la guerra, aspettando nondimeno d'ora in ora 10000 Svizzeri, per essere stato mandato dal papa (benchè sotto nome del duca di Milano) il vescovo di Lodi con danari a farli con celerità scendere; e ancora sperando che il Cristianissimo mandassi subito gli aiuti promessi. Le convenzioni della quale essendo pubblicate di maggio nel XXVI, furono molte; ma le potissime, obbligarsi il papa, re di Francia, re d'Inghilterra, Veneziani[,]* duca di Milano, con altri aderenti, di concorrere ciascuno [29] per certa rata a tutta la spesa della guerra; la quale tanto avessi a perseverare, quanto si tardassi a condurre l'imperadore a un accordo universale; e che la Lombardia, acquistandola, restassi a Francesco Sforza, e li due re dovessino muovere in breve la guerra in Fiandra; e che per mare con grossa e comune armata si assediassi Genova, e si assaltassi dipoi il Regno; e che il Cristianissimo mandassi tosto uno dei suoi primi capitani con grosso esercito in Italia, sotto la custodia del quale si mantenessi unite le forze della lega.

Ma, mentre si univono insieme le genti pagate dalla Chiesa, che avevono a far testa a Piacenza per congiungersi a Chiari, castello di là dal Po, con quelle de' Veneziani, passò per Lombardia don Ugo di Moncada, mandato (come si giudicava allora), con arte nondimeno e sotto colore di voler accordo da Cesare, al papa; poichè per altra più coperta cagione non poteva quella Maestà fare in quel tempo (per animare i suoi) pas- [30] sare altri personaggi in Italia. Il quale, fatto il cammino per Francia, si fermò alquanti giorni in Milano, dove lasciato grande speranza di soccorso, si dirizzò dipoi per il cammino di Roma, scontrato vicino a Bologna il conte Guido Rangoni, il signor Vitello Vitelli, ed altri capi della Chiesa con assai numero di fanti e di cavalli: e inteso, dovunque passava, parte delle grandi preparazioni si facevono contro a Cesare. Essendo, poichè passò per Firenze, arrivato a Siena, e confortato quel popolo, non mancò di scrivere più lettere alla Cesarea Maestà, per dare a quella non solamente notizia de' pericoli che si portavono i suoi in Lombardia e per tutta Italia, ma ancora per persuaderla a fare accordo con la lega; non conoscendo nè vedendo allora altra salute a' suoi agenti, nè con altro modo poter conservare in Italia li stati conquistati. Per le quali lettere (che furono dipoi intercette con altre ancora dei primi capitani spagnoli di Milano) aperta- [31] mente si conobbe il gran timore era in quel tempo nelli Cesarei, benchè quelli capitani dell'imperadore che si trovavono in Lombardia, come conobbono la futura guerra, non mancassino di ridurre subito insieme tutte le loro forze che in diversi luoghi erano sparse, intorno a Pavia e Milano, e lasciassino ben guardata Alessandria e Cremona, ed in Lodi mettessino circa 800 fanti italiani, e con ogni celerità possibile facessino condurre più vettovaglie potevono ne' sopraddetti luoghi, nè mostrassino ancora in quale città si volessino rinchiudere, quando l'esercito inimico si trovassi superiore in campagna. Nondimeno nel segreto loro, oltre alle lettere intercette, per molti altri segni eziandio si comprese allora, che molto desideravono l'accordo. Ma conosciuto non avere commessione da Cesare di tentarlo, non mancorono (come è delli Spagnoli usanza), nel timore di mostrare grande ardire, ed a poco a poco, con arte e men dimostrazione poterono, [32] ridurre più forze che altrove, in Milano, con animo di far testa in quella città, e ancora affrenare li spessi e vari tumulti causati dalla mala contentezza del popolo Milanese; il quale finalmente (per non volere scrivere, come ho detto, i successi particulari di quelli tempi), fu costretto, non si sapendo come poteva e doveva allora difendere e liberarsi da tanta crudele servitù, cedere dipoi alle insolentissime voglie de' suoi inimici.

Non molto tempo dopo che li disordini di Milano cominciorono, arrivò a Piacenza messer Francesco Guicciardini, mandato a quell'impresa dal sommo pontefice per suo luogotenente; dove essendo ancora il signor Giovanni de' Medici, e altri capitani ecclesiastici, con 600 lance e 8000 fanti, aspettava la risposta da Francesco Maria duca d'Urbino, per sapere quando e dove s'avevono seco a congiungere. La persona del quale trovandosi alloggiata a Chiari con tutte le genti de' Veneziani, affermava, [33] volervi aspettare, avanti se ne partissi, 3000 Svizzeri, poichè non era ancora a Belinzona arrivato il numero promesso, perchè il vescovo di Lodi mandato, come è detto, a levarne 10000, trovato in loro la solita avarizia ed insolenzia, non ne aveva di tutta la somma insino allora potuto più di questi muovere.

In questo tempo, il signor Malatesta Baglioni, condottiere de' Veneziani, entrò di notte in Lodi, per trattato tenuto con messer Lodovico Vistarini gentiluomo di quella città; dove avendo, nell'entrata, morti circa a 60 delli deputati alla guardia d'una porta, finalmente del resto divenne signore; onde gli fu facile svegliare tutti gli altri fanti italiani. Solamente ritenne seco i capi prigioni; e benchè non restassi nelle mani de' Cesarei se non la fortezza sola, nondimeno parte di quelli di Milano, inteso il trattato, si trasferì subito col marchese del Vasto alle mura, per vedere se poteva ricuperarlo: [34] nè essendoli fatto nel principio molta resistenza, già erono parte de' suoi cavalli entrati drento, e avevono cominciato a ributtare i fanti veneti, e li costringevono a ritirarsi verso la principale piazza. Nondimeno, paresse al marchese ed agli altri suoi capitani che il ricuperarlo riuscissi più difficile e più lungo non si erono persuasi; e dubitando di non rimanere rinchiusi, se Francesco Maria si accostassi (come allora pareva da credere) con velocità a quelle mura, se ne ritornorono salvi verso Milano: dopo la ritirata de' quali la fortezza a patti si dette. Caso certamente, che suole spesso intervenire nell'arte militare, e in molte altre umane azioni; perchè non sempre il nemico opera quello doverebbe nè quanto vuole la ragione, o per timore o per non vedere tanto avanti. Ma chi governa le cose che molto importano, debbe seguitare la parte più sicura con quella prudenza si conviene, e non sempre stimare l'avversario suo procedere [35] con difetto nell'imprese e azioni sue, se non scuopre prima con qualche esperienza la propria natura di quello. Però in questa parte li Cesarei non feciono quello errore che molti allora si persuasono, giudicando dagli effetti e non dalle cause; benchè si comprendessi dipoi, che se avessono seguitato lo assalto cominciato, con quella facilità avevono perduto Lodi, con quella medesima lo arebbono riacquistato. Imperò che il duca d'Urbino soprastette due giorni dipoi ad andarvi; nè vi sarebbe ancora comparso, se non fosse stato più volte spronato dal proveditore veneziano. La causa della sua tardità, benchè allora manifestamente non apparissi, per l'avvenire nondimeno nell'altre sue azioni meglio si scoprirà.

Questo acquisto di Lodi fu di tanto momento, che fece passare con più celerità il Po al luogotenente con tutti i capitani della Chiesa, e senza altrimenti aspettare la risposta di Francesco Maria, trasferirsi con tutte le sue [36] forze vicino a tre miglia a Sua Eccellenza: con la quale abboccatosi, essendo capitano generale de' Veneziani, posto solo sopra le spalle sue (insino che non arrivava il capitano promesso dal Cristianissimo re) il pondo di tanta impresa. Dove, dopo molti discorsi, consultorono che non si dovessi consumare più tempo a presentarsi alle mura di Milano, stimando che voluntariamente gl'inimici l'abbandonerebbono, non vi essendo drento, fra Spagnuoli e Tedeschi più che 7000 fanti e 400 cavalli, o se pure vi stessino ostinati, che difficilmente potessino difendere tanto circuito di fossi e di mura: volendo difendersi dagli assalti di fuora, e poter tenere in freno il popolo milanese; il quale si stimava, che quando si dessi la battaglia da più bande (come avevono consultato), avessi, tumultuando, a dare ogni favore a chi [37] si sforzassi liberarlo da tanta servitù.

Queste ragioni mossono facilmente tutto lo esercito, e lo condussono con buona speranza a Marignano, castello vicino a Milano a dieci miglia, con animo di marciare l'altro giorno più avanti. Il numero del quale benchè fussi 20000 fanti, e fra loro si trovassino 8000 scoppiettieri e archibusieri, 1500 lance, nè minore quantità di cavalli armati alla borgognona, con assai artiglieria grossa e da campagna, e ben provviste di munizioni e vettovaglie, nondimeno il duca si fermò, con animo di volere aspettare i 3000 Svizzeri, affermando, non essere sicuro partirsi di quel luogo senza loro; dicendo esser mosso dalla esperienza aveva più volte veduto della ferocia degli Spagnoli, e massime quando con poco numero di loro, contro a grosso esercito italiano, aveva ricuperato il suo ducato: dove allora aveva apertamente conosciuto, la fanteria italiana esser di niun valore contro all'ispana. Della [38] qual cosa quanto Sua Eccellenza pigliassi fallacia, è facile giudicare per coloro che si ricordono aver letto o sentito, dall'animosità e prudenza del capitano dipendere non solamente la perfezione dell'esercito, ma il vincere la giornata; essendosi moltissime volte compreso, le medesime legioni con li medesimi inimici aver fatto egregie e poltrone prove e interamente corrispondenti alle qualità di quelli che le guidavano e comandavano. Oltre a questo, se niuna nazione merita essere lodata nel mestiero dell'armi, o per destrezza ed astuzia, o per animosità e tolleranza, o per l'egregie prove ne' passati secoli fatte da lei; non si troverrà alcuna pareggiare l'italiana, non che superarla. E benchè a' tempi nostri si vegga sbattuta e sbigottita, non procede tanto dallo avere smarrita la buona educazione militare, quanto per non si trovare sotto capitano che la istruisca e gli facci scoprire la sua naturale ed antica ferocia. Che di quanto momento [39] sia la virtù ed ignavia del capitano in uno esercito, facilmente l'hanno dimostrato con molte ragioni tutti quelli che dell'arte militare hanno scritto: e massimamente con questa similitudine fondata in su la lunga esperienza, dicendo, che miglior prova sempre farà quello esercito che somiglierà la proprietà de' cervi, disciplinato nondimeno e corretto da chi somigli il leone, che coloro i quali saranno feroci come leoni, e per quida si troveranno chi arà qualità conforme alla natura del cervio. Ma Francesco Maria essendo, o per troppa prudenza o per natura, inimico de' pericoli e delle difficultà, per non volere camminare avanti, dava la colpa a chi non la meritava. Pur finalmente, persuaso e spronato dalle ragioni del luogotenente e dalla ferocia del signor Giovanni, che sopra gli altri il marciare innanzi sollecitava, si trasferì a Castello San Donato, più vicino a Milano quattro miglia, nella qual città molti giorni innanzi era entrato monsignore di [39] Borbona con circa 300 fanti spagnoli, malissimo contento, per non avere inteso prima che in Genova, in qual termine si trovavono le forze di Cesare in Lombardia. Pure, costretto a fare della necessità virtù, simulato il dispiacere (come debbono sempre fare quelli che agli altri sono preposti), misse animo a tutti i suoi, facendo a ciascuno fede, aver lasciato ne' porti in Spagna grossa armata in ordine, e doversi partire subito che il vento fussi per servirla, e come per via di Genova era data commissione, che in breve nuovi tedeschi dovessino in loro soccorso venire dall'Alamagna. E perchè era stato da Cesare deputato di prossimo nuovo duca di quella città, molto confortò il popolo insieme coi nobili, dando loro gran speranza d'essere in futuro da lui benignamente e giustamente governati. Nè ancora pretermesse di ringraziare ciascuno, per parte dell'imperadore, della fede mantenuta a quella Maestà, affermando che da lei tosto ne sareb- [41] bono copiosamente remunerati. D'altra parte, non lasciava indrieto di mettere ad effetto con ogni celerità ogni cosa alla difesa opportuna, e da tenere facilmente in timore tutti quelli che avessino più spirito e più virtù che li altri, cavando ancora voce di voler dare danari ai fanti italiani che vi andassino.

Mentre che Borbona non perdeva tempo a eseguire le provisioni necessarie a mantenere lo stato dalla Cesarea Maestà in dono ricevuto, l'esercito della lega partito da San Donato, arrivò a San Martino presso a Milano a tre miglia e mezzo. La causa del marciare tanto poco spazio per giorno, era perchè il duca d'Urbino (benchè da tutti i capi dell'esercito fussi riscaldato doversi trasferire alle mura di Milano) voleva in ogni modo, prima che s'accostassi a quelle, avere i 3000 Svizzeri. Onde dipoi essendovi arrivate di loro cinque bandiere, ed in breve aspettandone altre cinque, intervenne che Francesco Maria, per avere ritratto da certe sue particu- [42] lari spie, che, come s'accostava con tutte le sue forze a quelle mura, gl'inimici usavono dire, volere subito per la parte opposta ritirarsi a Pavia, e che solamente per questo effetto, tenevono ordinate le loro bagaglie e cariaggi, acciò si potessino muovere a loro piacimento. Onde, prestando fede a quelle, restò in modo persuaso dalla loro relazione, che, benchè avessi sempre affermato insino allora, non si volere accostare a Milano senza i 3000 Svizzeri; subito nondimeno si mosse, senza conferire a' capi dello esercito la cagione di tanta sua mutazione. Ed accostatosi con tutte le sue genti alle mura, dalla banda del borgo di porta Tosa, non si fermò nell'alloggiamento disegnato nelle consulte fatte più volte, nè seguitando l'ordine prima deliberato con tutti i condottieri; ma trasportato da quella sua speranza, si presentò, come ho detto, alle mura di Milano, senza provedimento, nondimeno, o ordine alcuno di dare, quando bisognassi, la battaglia o [43] tenere modi da spaventare i nemici, credendo massime subito non sortissi quello effetto che, per l'avviso delle sue spie, si era con troppa credulità persuaso. Dove essendo stato invano più ore, con tutto l'esercito armato e digiuno: veduto non si colorire ancora i suoi disegni, fece finalmente, passato mezzogiorno, piantare alquanto discosto quattro cannoni verso i borghi di porta Tosa e Romana, per mostrare di volervi dare la battaglia. La quale per non essere ordinata prima, come era necessario in tanta impresa, fece nello esercito maggior confusione, e crebbe molto l'animo a gl'inimici. I quali quel giorno non mancorono d'ogni dimostrazione di volere non solo la città, ma ancora i borghi animosamente defendere, come quelli che giudicavono essere sempre a tempo a poter ritirarsi in Pavia, quando la necessità pure li constringessi; sapendosi che qualunque volta gl'inimici entrono per forza nelle città acquistate, sono solamente occupati e intenti tutti [44] alla preda, e non a perseguitare qualunque abbandonandola ne fugge: la qual cosa aveva il duca prima a persuadersi, ed ordinarsi in modo, che li Spagnoli non si mettessino con questa speranza di far prima ogni possibile resistenza. Onde trovandosi Sua Eccellenza, in su la sera, confuso, e con l'esercito stracco e disordinato, fu costretta pigliare quell'alloggiamento che la necessità allora gli porgeva, promettendo a ciascuno, con migliore ordine, la mattina seguente, all'alba, dare la battaglia. E benchè si alloggiassi la notte confusamente, allo scoperto e a canto alle mura, con grandissimo disagio e travaglio di ciascuno; nondimeno la speranza di avere, all'apparire del giorno, a tentare di sforzar Milano, era causa che l'esercito sopportava pazientemente tanto disordine.

I Cesarei, veduto la timida ed inconsiderata prova degl'inimici, condotti che ebbono certi sacri in luoghi più alti della città, non mancorono di tirare [45] molte botte verso il campo, e non invano; e facendo con l'uscir fuora parte di loro, dare più volte la notte all'armi, per non lasciar riposare l'esercito, spaventorono per modo il duca, che avanti la mezzanotte deliberò con tutte le sue forze partirsi, e solamente ritirarsi (come allora Sua Eccellenza a ciascuno affermava) a San Martino. Onde il proveditore veneto, conosciuto la deliberazione sua, nè lo poter più ritenere, andò subito a trovare il luogotenente, per manifestargli la volontà del duca. Il quale, quando intese di Sua Eccellenza tanta mutazione, con celerità si partì dal suo alloggiamento insieme col signor Giovanni ed altri capi, per provare se poteva rimuovere dall'animo di quella sì inopinata fuga. E benchè non solamente la trovassi deliberata a muoversi e armata, ma già avessi fatto inviare l'artiglierie con i suoi cariaggi, e dato ordine che ciascuno dello esercito dovessi con celerità partire; nondimeno non mancò di usare [46] ogni arte da persuaderla con quelle ragioni e modi che la dovevono ritenere. Conosciuto finalmente non la potere piegare, cominciò a dolersi, ed a protestare a quella, che a ciascuno de' collegati farebbe fede, sì vituperosa ritirata essere non tanto fuori d'ogni ragione, quanto per dover partorire in futuro infiniti disordini. Per le quali parole non si mutò Francesco Maria d'animo, ma con più efficacia che prima fece sollecitare la fanteria e cavalli a tornare adrieto ancora; nè si fermò insino non fu arrivato a Marignano: dove ancora non si sarebbe fermato (essendo già innanzi una lega passate di sua commissione le artiglierie), se di nuovo le doglianze del luogotenente e il dispiacere degli altri signori e capitani, non gli avessino fatto mutare proposito; perchè il disegno suo, per quanto allora si comprese, era di tornare a Lodi, per tanto poco confidare (come usava spesso dire) nelle fanterie italiane: parole e modi certamente poco [47] considerati, togliendo per quelle, massime, a' suoi l'animo, ed accrescendolo agli inimici; imperocchè fu allora comune opinione che se Sua Eccellenza soprastava qualche giorno intorno alle mura di Milano, ed in quello alloggiamento disegnato più volte nelle passate consulte, che gli Spagnoli per il continuo timore arebbono avuto del popolo, del castello e degl'inimici di fuora, e per l'eccessiva necessità del vivere, si sarebbono in breve per loro medesimi transferiti a Pavia. Per la qual cosa quelli che prima dubitavono o dell'animo o della prudenza del duca, si poterono per quella ritirata sola chiarire interamente, perchè, o non vi doveva per sì leggiera cagione andare, non confidando, come spesso affermava, nelle forze sue: o, poichè vi si trovava, era tenuto a soprastarvi qualche giorno: massime potendo (come molti indubitatamente affermorono) fermarvisi sicuramente. Ma Sua Eccellenza, per qual causa dunque si volesse, disordinatamente la [48] notte si condusse, fuggendo, a Marignano; e se non fussi restato a canto alle mura (benchè contro al parere del duca) per retroguardia il signor Giovanni solo con la sua Banda Nera, arebbe l'esercito della lega con suo gravissimo danno provato l'ardire degl'inimici; de' quali non poco numero, inteso il tumulto e la levata del campo, uscì fuora: nondimeno facilmente fu ritenuto e ributtato dalla ferocia sua. Nè prima si volle discostare da Milano, che nel giorno chiaro: donde con grand'ordine e generoso ardire seguitò le pedate dello spaventato esercito, volendo manifestamente mostrare a ciascuno la timidità del duca; il quale, non dopo molti giorni che fu ritornato a Marignano (per esservi in più volte arrivati in favore della lega 5000 Svizzeri), stimando riguadagnarsi in qualche parte l'onore perduto, massimamente non avendo più scusa alcuna, e potendo con queste cresciute forze stare sicuramente dove voleva, e soccorrere ancora il ca- [49] stello, che allora si trovava in estrema necessità del vitto, faceva ogni giorno nuove consulte per risolvere il modo che era da tenere a dare aiuto alli assediati e liberare Milano di tanta servitù.

Ma mentre che in questi continui e inutili discorsi l'esercito soprastava, e consumava senza frutto alcuno il tempo, comparsono a Marignano circa 400 bocche disutili, ma la maggior parte donne, mandate, per non potere più vivere, fuori del castello da Francesco Sforza duca di Milano; le quali, fatto piena fede a Francesco Maria ed agli altri signori capitani, in quanta penuria avevono lasciato assediato il duca loro, e mostrato come facilmente se gli poteva dar soccorso, per non esser circondato se non da una trinciera, passata da loro senza impedimento alcuno, benchè di notte e in tempo piovoso; e protestato finalmente da parte del duca, se desideravono preservarli quel castello, era necessario non tardare quattro giorni a [50] mettervi vettovaglia, se non che sarebbe forzato pigliare quelli partiti ai quali la necessità stringeva; onde, col consiglio e con la voglia di tutti i condottieri, si trasferì un'altra volta presso a due miglia alle mura di Milano, a un luogo chiamato Cassaretto. Dove soprastato più che non doveva, e mettendo troppo tempo in mezzo in voler prima riconoscere il paese e far nuove consulte; e benchè avessi deliberato, fra due giorni non solamente provare di porgere vettovaglia nel castello, ma ancora, per divertire gl'impedimenti gli potessino essere allora fatti, assaltare i borghi di Milano; nondimeno, non l'avendo subito (come doveva) fatto intendere a Francesco Sforza, il quale finalmente veduto più e più volte avere aspettato il soccorso invano, nè trovando drento più cosa alcuna da vivere, nè sapendo il disegno dell'esercito della lega, nè dove si trovassi, fu costretto consegnarlo a monsignor di Borbona, salvo l'avere e le persone, con altre [51] condizioni ancora non di molto momento (benchè dipoi non gli furono osservate), e subito con quelli che l'avevono fedelmente e sempre accompagnato in tanto assedio, trasferirsi a Cassaretto. Perdita senza dubbio importantissima, e non per altra cagione successa, se non per la tardità del duca; benchè, secondo la oppenione di molti, per troppa timidità; considerato massime le parole da lui in sull'avviso pubblicamente usate. Imperò che, quando alli orecchi di Sua Eccellenza pervenne, il castello essere stato accordato, e come fra poche ore doveva venire nelle mani delli Spagnoli, quella disse in presenza del luogotenente e di molti condottieri, che seco ancora consultavono il modo e il tempo di soccorrerlo: questa perdita del castello importa assai al duca di Milano, ma all'impresa nostra fa più benefizio che danno, veduto come eravano forzati far prova di mettervi vettovaglia, la quale senza manifesto e grandissimo pericolo non si poteva con- [52] durvi, onde senza dubbio sarebbe stato la rovina nostra. Parole certamente demostrative con quale speranza si potessi in futuro stare della vittoria. Nè gli bastò in sì poche parole aver al tutto scoperto l'animo suo, che anche gli parve onesto, il giorno medesimo poter domandare esser fatto capitano generale di tutta la lega; nè altrimenti mostrò con la domanda sua meritar quel grado, che se per sua virtù avessi acquistato non che il castello, ma tutta la Lombardia: affermando che se non era compiaciuto, non voleva procedere più avanti. La qual domanda quanto al papa ed ai Veneziani, per l'avviso del luogotenente e del proveditore veneto, paressi conveniente, è facile giudicare a ciascuno; essendo certi, per suo difetto solo essere pervenuta nelle mani degli inimici tanto importante fortezza; e sapendo che non mai gli era bastato l'animo tentar non che di sforzar Milano, ma di soccorrerla. Nondimeno, per non lo esasperare, essendo per molte [53] cagioni impossibile subito allora trovare chi avessi a succedere nel luogo suo, gli feciono rispondere dal luogotenente, che per stare la lega in speranza che Ferrara s'accordassi, o che di Francia venissi tosto qualche grande personaggio con le forze del Cristianissimo, a' quali bisognando dare qualche grado, non se ne poteva pigliare partito prima: ma quando nè l'uno nè l'altro effetto seguissi, non si mancherebbe di contentarlo.

Queste egregie prove di Francesco Maria apertamente possono e debbono dimostrare a ciascuno, quanto importi nelle grandi imprese avere un simile guidatore di eserciti, e come sopra ogni cosa sia necessario, avanti si comincino, eleggere uno capitano eccellente; nè lo potendo avere, per le difficultà che molte volte nascono, essere più savio partito non si mettere in tanto manifesto pericolo, ma con altri modi (se è possibile) che con la guerra, sforzarsi prolungare o la voglia o la ruina sua, aspettando [54] migliore occasione; o veramente, non potendo trovarlo, persuadersi poter ricevere minor male dalli suoi inimici, non si opponendo con la forza, che, per confidarsi in su vane speranze, provocarli senza frutto verso di sè con maggior odio; nè trovando modo da placarli, aspettar quelli mali con più speranza di minor pena, che porta seco tanta dolorosa fortuna, quanta si vede essere quella di coloro che non trovono rimedio alla propria salute.

Nel medesimo giorno che pervenne nelle mani di Borbona il castello di Milano, successe la vilissima prova di quelle genti, che per ordine e commissione del papa, e di chi lo consigliava a Roma (benchè fosse contro al parere delle consulte di Firenze), si trovavono con le nostre artiglierie a canto alle mura di Siena, per tentare di rimetter drento i fuorusciti; perchè furono da pochissimo numero di Sanesi fugate e rotte, mercè degli egregi capi della Chiesa, che vi furono presenti; i quali, [55] per non stimare il nimico, e per fidarsi interamente della fede de' fuorusciti, e per lasciare ciascuno a suo piacere scorrere e predare ogni giorno quel contado, e condurre le prede intorno alle mura a vendere, come quelli che avevono interamente posto da parte (se li sapevono però) gli ordini e le regole militari, non fu maraviglia vituperassino loro medesimi e quelli che ve gli aveano mandati.

Dopo la perdita del castello, avendo il duca d'Urbino fortificato molto l'alloggiamento di Cassaretto, e circundato con gagliardi argini e ripari, non vi fece altro che starvi invano cinquanta giorni. E se in tanto tempo il popolo milanese non si mosse, nè dimostrò volere uscire di tanta servitù, non debbe esserne imputato nè vilipeso, vedendo dalle forze della lega non essere altrimenti aiutato. Imperò che avendo avuto gli Spagnoli assai tempo a batterlo, si trovava spaventato in modo, che non ardiva uscire dalle proprie case, non [56] che correre con l'armi in mano per le strade per liberarsi. Nè questa moltitudine milanese sola, come non è per il passato, così non sarà per l'avvenire ancora unico esemplo di mostrare a ciascuno, quanto un popolo disarmato, senza esperienza, e senza capitano, possa o facci resistenza a quegli che si truova in casa sua, con tutte quelle parti che sono necessarie avere a chi vuole per forza ad altri comandare. Solo la Banda Nera (nominata dal colore delle insegne sue), per la virtù e animo del signor Giovanni, essendo da lui guidata e disciplinata, mostrò continuamente vedere volentieri il nimico in viso, perchè spesso scorreva animosamente insino alle mura, scaramucciando con li Cesarei, e sempre (benchè più volte si urtassi con gli Spagnoli e Tedeschi, di pari o minor numero) restò superiore per modo, che solo ella dava terrore a quelli di drento: de' quali non poco numero (come molti affermono) uscirono fuori con li archibusi, delibe- [57] rati o di morire o di ammazzare il signor Giovanni. Il quale in quelli assalti non solo fece singulari prove di eccellente capitano, ma ancora di ferocissimo e gagliardissimo soldato: qualità che rarissime volte insieme in un solo concorrono, perchè, dove suole essere maggior prudenza, si scuopre ancora maggiore il timore, per la quantità dei pericoli che lei antivede; e con l'animosità (parendo in molti causata quasi sempre dal poco conoscimento) si vede spesso congiunta la temerità. Nè per queste sue egregie pruove giovò al singor Giovanni mostrare allora più volte nelle consulte il modo di sforzare e pigliare Milano, nè di offerirsi (per fare la strada innanzi agli altri) voler essere il primo con la sua Banda Nera a darvi battaglia, e entrare nella città assediata; tanto era ostinato e deliberato Francesco Maria a non combattere, nè a tentare pericolo alcuno: usando spesso dire, essere più prudente modo [58] vincere con la spada nella guaina, e ancora mostrando, quanto li Cesarei, per la difficoltà del vivere, fossino forzati in pochi giorni abbandonarlo: sentenza, se dagli antichi qualche volta celebrata, non savia nè sicura in quel caso; conoscendo allora manifestamente, nel lungo assedio poter venire soccorso agli assediati, e poter mancare facilmente danari alla lega, e nascere, fra tante diverse volontà e nature de' collegati, molti altri accidenti, atti ad impedire tanta occasione, quanta allora si dimostrava. Imperò che era più conveniente con tante forze tentare in più luoghi la battaglia, che stimare la perdita di qualche cento de' suoi soldati; perchè acquistando Milano, si terminava, se non interamente, in gran parte la guerra; e non la guadagnando, non rimaneva la lega in peggior termine, che lei restassi senza farne esperienza. Ma il persuadersi, che o la lunghezza del tempo avessi a straccare e infastidire [59] gl'inimici, non essendo pagati da Cesare, o che le difficultà del vivere li dovessi costringere a uscirne, era troppo errore: imperò che alli Spagnoli e Tedeschi non poteva mancare ancora cosa alcuna, avendo in preda tanto ricca e tanto abbondante città, nella quale abbondavono d'ogni bene e comodità, per esser proviste dal popolo in qualunque modo poteva; e se, per soprastarvi tanto, la moltitudine milanese sopportava e pativa del vivere assai, era nondimeno costretta per forza stare paziente, e giornalmente provare l'eccessiva avarizia, libidine e crudeltà degl'inimici. Oltre a questo, Francesco Maria, benchè fussi accampato vicino a due miglia a Milano, non faceva forza, nè usava diligenza d'impedire le vettovaglie, che continuamente da molte bande vi entravono, come era tenuto fare, se voleva acquistarlo per assedio.

In questo tempo, essendo Genova stata [60] assediata più mesi dall'armata del papa, Franzesi e Veneziani, e avendo più volte i Genovesi perduto molte navi e altri legni che vi portavono da vivere; era ridotta in termine, che se non fussi stata sovvenuta per via di terra, bisognava mandassi il foglio bianco a messer Andrea Doria, generale capitano di quell'armata. Onde nell'esercito della lega si era per questo consultato mandarvi quel numero di fanti, che potessi sicuramente dalla banda di terra impedire a' Genovesi il vitto: e Francesco Maria affermava, mandarveli ogni volta che i nuovi svizzeri, quali giornalmente si aspettavono, vi arrivassino.

Ma, mentre soprastavono con questi disegni e speranza a Cassaretto, parve in questo tempo a' Veneziani di tentare l'impresa di Cremona, mostrando la facilità dell'acquistarla, e quanto ardire e comodità si torrebbe agl'inimici, massime difficultanto la passata de' nuovi [61] lanzi, de' quali non poco allora si cominciava a dubitare; e come da quella banda le terre della Chiesa e le loro resterebbono più sicure. Questa impresa fu molto confortata da Francesco Maria, non tanto per satisfare alle voglie di chi lo pagava, quanto forse per poter liberarsi con questo nuovo disegno da ogni altra fazione, come quello che con troppi rispetti ne' pericoli si metteva. Onde giudicando l'acquisto di quella città facile, per trovarsi la fortezza alla devozione della lega, e per non vi essere drento più che 2000 fanti e 200 cavalli fra spagnoli e tedeschi, inimici del popolo, vi mandò il signor Malatesta Baglioni con circa 5000 fanti e 600 cavalli. Il quale non avendo in molti giorni fatto altro effetto, che con più batterie mostrare a gl'inimici i luoghi della città più deboli, e dato loro tempo (benchè li avesse tentati colle artiglierie) a fortificarli, nè parendogli potere dipoi dare sicuramente l'assalto [62] alle mura, scrisse al duca, non trovarsi tante forze, con le quali potessi conseguire la vittoria. Onde non facendo frutto ancora (benchè molti altri fanti avesse dipoi avuti di nuovo dal duca); finalmente, per non perdere Sua Eccellenza più tempo, fu costretta con assai numero di fanti andarvi in persona. La quale, per aver fatto in più luoghi trincee e cavalieri, e dato ordine da più bande combattere le mura, quelli Tedeschi e Spagnoli che insino allora si erano valorosamente difesi, furono costretti a rendersi con condizione di salvare l'avere e le persone, e con obbligo di trasferirsi i Tedeschi per la più corta strada nella Magna, e li Spagnoli per il cammino di Romagna nel Regno. Il quale accordo fu ragionevolmente da molti molto ripreso: imperò che trovandosi gl'inimici poco numero e con poca munizione, col popolo inimico e la fortezza cavaliere a molte loro difese, non era possibile in un medesimo tempo fa- [63] cessino a tanti assalti resistenza: che quando la lega avessi riguadagnato l'onore perduto, quando una tanta città si fussi acquistata da lei per forza, e, come richiedeva l'ordine militare, tagliato a pezzi sì ostinati e sì crudelissimi inimici del nome italiano, è facilissimo a ciascuno giudicarlo. Ma non parendomi necessario continuamente (come Momo) biasimare e riprendere quelli errori i quali da qualunque mediocre ingegno possono essere facilmente conosciuti, mi voglio persuadere che la dolorosa sorte d'Italia facessi a quel duca pigliare sempre i più dannosi partiti; perchè quelli Spagnoli di Cremona, condotti che furono a Carpi, e dando intenzione di volersi avviare verso il Regno, se ne insignorirono in pochi giorni: donde poi feciono molto danno al paese della lega; e i Tedeschi, ritornati salvi e ricchi nella provincia loro, messono più animo a quelli che disegnavono e si ordinavono venire in [64] Italia, offerendo la maggior parte d'essi volere con loro ritornare a vendicarsi dell'ingiurie ricevute.

Mentre questo accordo si trattava a Cremona, comparse finalmente in Astignano il marchese di Saluzzo, mandato dal Cristianissimo re con 500 lance e 6000 fanti; e di nuovo a Cassaretto arrivorono 2000 Svizzeri, ed in breve se n'aspettava altri 2000. Per li quali aiuti essendo le forze della lega tanto cresciute, il duca d'Urbino mostrava (espedito l'impresa di Cremona) volere con tutto l'esercito subito mettersi in mezzo tra Pavia e Milano, per impedire con più facilità agl'inimici le vettovaglie, e per potere tentare in più luoghi la battaglia, nè ancora mancare di fare l'impresa di Genova: disegni onorevoli ed utilissimi, quali sicuramente poteva subito colorire. Nondimeno prolungava, o per natura o con arte, l'espedizione di questi e molti altri partiti, che ogni giorno erono [65] da tutti i condottieri nelle consulte unitamente ricordati, non sollecitando (come doveva) li Cesarei a uscire di Cremona.

Onde, mentre Sua Eccellenza perdeva inutilmente tanta occasione, successe a Roma cosa più dannosa e vituperosa che alcun'altra stata insino allora. Imperò che il papa, benchè fussi stato avvertito e consigliato più volte da chi desiderava la sua salute, dovere stare armato, e ricordatogli non dovessi fidarsi della poca fede de' Colonnesi, nè dell'astuzia delli Spagnoli; nondimeno, o persuaso in contrario da chi poteva più che gli altri in Sua Santità, e mostratogli con molte parole, che non bisognava tanto temere, nè spendere senza bisogno; non facendo provisione alcuna, fu sopraggiunto in Roma dal cardinale Colonnese e da don Ugo di Moncada con 400 cavalli; e benchè subito fuggissi nel Castello, con molti suoi partigiani, spronato più per ricordi e importunità d'altri, [66] che per timore di sè medesimo; nondimeno, essendovi disarmato e, secondo si diceva, senza vettovaglia, e sprovisto (come sono le fortezze della Chiesa) d'ogni cosa necessaria alla difesa sua, nè si movendo il popolo romano in suo favore, fu necessitato cedere alle insolenti voglie di tanto poco numero d'inimici, con promettere sospensione d'arme per sei mesi, e di far ritirare di qua dal Po tutte le sue forze. E perchè gl'inimici uscissino tosto di Roma, offerse dare allora per istatici Iacopo Salviati, o uno de' suoi figliuoli, insieme con Filippo Strozzi, acciò che i Colonnesi e gli Spagnoli non potessino dubitare, non volessi mantenere quanto aveva (benchè forzatamente) con loro allora capitolato. I quali avendo spogliato vituperosamente, e senza riverenza alcuna della religione, San Pietro, il palazzo del papa, e le case di qualche cardinale, si partirono carichi di preda, ma con Filippo Strozzi solo, per aver preso sicurtà da Iacopo Salviati di [67] trentamila scudi, e si condussero subito a certe loro castella vicine a Roma: cosa veramente inaudita, ed ombra e presagio della maggiore ruina sua, ed interamente dimostrativa, quanto sempre la Cesarea Maestà o, per dir meglio, Cesarea Fortuna conduce gl'inimici di Carlo V in speranza di dover tosto e facilmente restare superiori; dipoi, per cosa inaspettata e nuova, li riduce, più che più, un'altra volta in maggiore disordine e pericolo. Imperò che que' tanti disegni di sopra narrati dell'esercito della lega, per questo inopinato e strano caso, riuscirono tutti vani, avendo, per commissione del pontefice (che voleva mantenere la fede promessa), il luogotenente mandato con celerità il signor Vitello Vitelli con li suoi cavalli e 2000 Svizzeri a Roma, e ancora egli trasferitosi personalmente, con le altre forze pagate dalla Chiesa e da' Fiorentini, a Piacenza. Per le quali dimostrazioni furono costretti gli animi degli altri [67] condottieri della lega restare sospesi della futura mente de' loro superiori, e massimamente, in tanta necessità, non accelerando Francesco Maria partirsi da Cremona, ma essere (come molti affermorno allora) andato a trovar la duchessa sua consorte insino a Mantova: talmente che molti di quelli capitani che erano a Cassaretto con il resto dell'esercito della lega, vedendo la tardità di Francesco Maria, mormoravano molto della sua tanta negligenza. Pur finalmente, per esservi arrivato il marchese di Saluzzo e que' 2000 Svizzeri che vi s'aspettavano, deliberorno i Franzesi e i Veneziani, confortati massimamente molto dal signor Giovanni de' Medici, seguitar l'impresa, nè mutare per allora (se altra necessità non li sforzava) alloggiamento, sperando che il papa, da tanto tradimento sforzato, non avesse ad osservare l'accordo fatto di prossimo. Benchè già fossino ravviati verso Roma i 2000 Svizzeri col signor Vitello, e ritiratosi tutte le [69] forze della Chiesa e nostre, col luogotenente del pontefice a Piacenza, donde egli avea poi mandato il conte Guido a Parma; nondimeno fecero tornare il duca d'Urbino a Cassaretto, per aspettare tutti uniti le risoluzioni di Francia e da Vinegia, di quanto avessino a seguire. E mentre che l'esercito soprastava, senza deliberazione e senza far cosa alcuna, e che il pontefice procedeva con scomuniche e censure solamente contro a' Colonnesi, per avere quelli mancato con tanto tradimento della fede data nell'accordo fatto, poco avanti il caso, con quella fazione; massimamente avendo i capi di quella comportato che i satelliti e seguaci loro predassino tanti luoghi sacri, e spogliassino tante reverende reliquie; s'intese la venuta di 12000 luterani, mossi e guidati in favore dell'imperatore dal capitan Giorgio Frondesberg, di sangue nobile, e pratico nelle passate guerre di Lombardia, ed amicissimo di Borbona, i quali avevano ricevuto uno scudo per [70] uno della borsa propria del capitano, ed uno de' capi della luterana setta; nè si sapendo che cammino avessino a tenere, per condursi a Milano, ancor che fussino guardati molti passi da' Grigioni in favor della lega, che per suo ordine già vi erono andati con arme, stimando che per quelle strade solamente, e non per altra via, potessino facilmente più grossi condursi in Italia. Laonde, per tanto importantissimo accidente, si partì di campo il signor Giovanni con la sua Banda Nera, con animo di fare con quelli, potendo, giornata. Il duca d'Urbino ancora lo seguì con parte dell'esercito, drizzandosi verso Cremona, per potere più facilmente aiutare, bisognando, non tanto la Banda Nera quanto lo stato veneziano.

La causa perchè non arrivorono prima in Italia (come la necessità de' Cesarei richiedeva) fu non tanto la difficultà del pagare, quanto l'assalto del Gran Turco in persona, e con grandissimo esercito, fatto due mesi innanzi in [71] Ungheria; per il quale aveva messo terrore all'arciduca fratello dell'imperatore. Imperò che, non solamente scorsero per l'Ungheria quelli infedeli, saccheggiando e ardendo quasi tutta quella privincia, massimamente poi che ebbero rotto e dissipato l'esercito unghero a Mogac, dove si era fatto loro incontro, e annegato in un fosso grandissimo, ch'è vicino al Danubio, Ludovico loro re, quando fuggendo con pochi de' suoi, si mise a guadarlo; ma ancora si avvicinò a poche miglia a Vienna, ricchissima e principal città dello stato suo. Onde la Maestà di don Ferrando fu costretta stimare e pensare più alla difesa propria, che alle cose d'Italia. Ma veduto finalmente l'esercito turchesco, carico d'inestimabil preda e quantità incredibile di prigioni, essersi, o per li eccessivi freddi che allora cominciorno, o per nuova e grande infermità venuta nel suo esercito, ritirato con celerità verso Costantinopoli, lasciato nondimeno ben guardato Coroy, [72] Strem e Belgrado, da lui in quella guerra facilmente acquistati, luoghi di loro natura fortissimi, e molto comodi a poter di nuovo molestare l'Ungheria: laonde, dopo la partita dell'esercito turchesco, l'arciduca attese dipoi con grandissima diligenza e celerità (volendo ristorare il tempo perduto) che i Tedeschi si trasferissino, come è detto, subito in Italia col capitan Giorgio. De' quali non prima s'intese la mossa che l'arrivo loro a Castiglione delli Strivieri sul Mantovano, facendo al tutto diverso cammino da quello che molti assai volte nel campo della lega e altrove avevono giudicato. E così interviene a coloro che si persuadono poter ritenere, dove sono più i passi stretti, il transito a' inimici; non considerando in quant'altri luoghi quelli possino passare, quando vegghino in qualcuno essere fatto loro resistenza: perchè o non molto lontano, o dove viene loro più a comodo e sicuro, con le fanterie spedite si veggiono andare e salire sopra i repenti e [73] inaccessibili monti, e scendere per le profonde e non guardate valli, E tanto più è impossibile l'impedirli, quanto meno si può o debbe distribuire, per colui che si oppone, le proprie forze in tutti i luoghi difficili e stretti: perchè quando ne abbi poche, non bastano, e con le assai, è più sicuro e più lodevole farsi con tutte insieme incontro all'inimico, per poter venir seco, volendo, alla giornata. I paesi difficili a passare, servono più a quelli che, non avendo cavalli nè tanto esercito quanto l'avversario, essendo costretto far la zuffa, fermarvisi, per non esser da essi, combattendo circondato, o ridurvisi camminando, per più sua sicurtà. Molti esempli o di profondi e larghi fiumi, o di alpestri e dirupati monti e valli, potrei narrare, essendone piene l'istorie antiche: per le quali si mostra apertamente, quanto sia vana questa moderna opinione, molto indurata nelle menti di coloro che sono a' tempi nostri riputati savi; nondimeno, solamente [74] metterò un esempio. La passata delle Alpi fatta nel XV dall'esercito francese, guidato dal re Cristianissimo che oggi vive, copiosissimo di cavalli ed artiglierie grosse, traino difficilissimo a condurre per li spaziosi e popolati piani, non che per le strette, disabitate ed impedite Alpi, le quali, benchè fussero allora con estrema diligenza guardate da Svizzeri (molto atti a difenderle, per esser nati in luoghi montuosi), non poterono nientedimanco a tanta moltitudine di piene carra, ed altri impedimenti maggiori ovviare il transito de' Franzesi (per luoghi nondimeno inaspettati) in Lombardia. Ma, per non fare ora digressione troppo violenta, serberò, con altro subietto, a più comodo tempo, molte ragioni ed esempli, che si potrebbono addurre per riprovare questa moderna opinione: perchè al presente basta in qualche parte avere accennato, quanto sia dannosa e quanto falsa la speranza di coloro che fanno il principal fondamento per la [75] propria difesa il tenere i passi a gl'inimici.

Però, ritornando, dico, che il signor Giovanni, come intese dove erano scesi i lanzi, subito si volse con la sua banda nera verso di loro con animo d'urtarli; sapendo massimamente essere senza artiglieria da campagna, e malissimo armati. Lasciando Francesco Maria molto addietro, si mosse, ed avendogli trovati nel Serraglio di Mantova li perseguitava virtuosamente e con tanto ardire, che continuamente li stringeva a ritirarsi, fuggendo inverso Governo, castello dove mette il Mincio in Po. E ancora che li avesse ridotti in termine da poterne sperare in futuro la vittoria, nondimeno ritornando al suo alloggiamento presso a Borgoforte, fu in una gamba, vicino al ginocchio, da una moschettata mortalmente ferito, per modo che, condotto in Mantova, in pochi giorni per quella crudelissima ferita morì di spasimo: morte tanto dannosissima, per la quale (sia detto con riverenza di tutti altri [76] capitani italiani) rimase questa nostra povera Italia a discrezione degli oltramontani; e la patria nostra fu allora liberata da un ragionevole timore avuto qualche anno della sua bravura e ferocità. E ancora che egli fosse superbo, e molto dedito alle cose veneree, nondimeno senza comparazione era maggiore la liberalità, la tolleranza, l'animosità, con la perizia del mestier dell'armi: talmente che, se avesse avuto per padre il re Filippo o Amilcare, o fosse nato in Roma in quelli tempi che l'educazione delli uomini militari era perfetta, senza dubbio non sarebbe stato nè ad Alessandro, nè ad Annibale, nè a Scipione, nè a qualunque altro di quelli antichi capitani romani (ancor che ferocissimi ed eccellentissimi) inferiore: poichè in un tempo tanto corrotto, ed in una milizia tanto disordinata e timida, si aveva per sua propria virtù, nell'età d'anni ventotto, arrogato sopra gli altri tanto nome. La morte del quale, subito che fu nota alli Spagnoli e Tedeschi, [77] che per Italia in diversi luoghi militando, erano sparsi, mostrarono manifestissimi segni di maravigliosa letizia, come quelli che per lunga esperienza conosciutolo (per essere stato amico ed inimico loro), lo proponevano eccessivamente ad ogni altro capitano.

I collegati adunque, per tanta ed inaspettata morte, cominciarono molto a temere; nè minore fece parere tanto spavento, l'essere ancora in quelli giorni arrivata a Porto Santo Stefano, vicino a Siena, parte dell'armata di Carlo V, condotta di Spagna da Carlo di Lannoi vicerè di Napoli, ancor che poco avanti fusse stata disordinata da Andrea Doria, quando prima di Corsica provò di trasferirsi a Genova; dove poco dimorata, per paura del Doria, il quale di nuovo si preparava nel porto senese andare ad investirla, si gittò con celerità a Gaeta. Il numero de' fanti, condotti di Spagna, non arrivava a 6000; fra' quali erano circa 2000 Tedeschi, che per aver più anni milita- [78] to fra' confini di Spagna e Francia, si reputavano il nervo di quell'armata: la quale se avea tanto tardato a venire in Italia, n'era stato causa il volere l'imperatore prima debellare certi Mori di Granata, essendosi da quella alienati, per non volersi ribattezzare, nè disporsi a pagare buona somma di denari fuora della consuetudine loro. Come il vicerè arrivò a Gaeta, fece smontare in terra la sua fanteria; della quale, o per il travaglio del mare, o per mutazione d'aria, o per qualunque altra più occulta cagione, ammalò la maggior parte, e massimamente de' Tedeschi: e benchè non ne morissero molti, era talmente indebolita e, per modo di parlare, scarmanata, che non la poteva muovere.

In questo tempo, benchè [non]* si mancasse per il papa e per gli altri collegati d'Italia, far intendere con molta instanza al re Cristianissimo ed al re d'Inghilterra, in che termine si trovavano allora le forze della lega, e quanto era necessario, per la venuta de' nuovi lanzi, per la morte [79] del signor Giovanni, e per l'armata smontata a Gaeta, provederla con celerità di nuovi Svizzeri, non potendo gli altri soccorsi essere a tempo e di tanto numero, che potessino resistere a tanto impeto di fortuna, quanto era successo in sì brevi giorni; mostrando all'una ed all'altra Maestà con molte ragioni, che, se non mandavano con celerità soccorso, e grande, che poi non si sarebbe a tempo, perchè la guerra si ridurrebbe tosto nel dominio e nello stato loro, dove non arebbono a disputar più della grandezza di Cesare, ma sì bene della salute propria. Questi accidenti, ancora che e all'uno e all'altro re paressino importantissimi, e facessino efficacemente promettere voler mandar subito nuovi e gagliardissimi aiuti, per i quali facilmente si potessino per la lega assicurare li stati d'Italia; nondimeno non se ne vedde per allora effetto alcuno. Le cause donde procedesse tanto errore e tanta negligenza, molti assai ne allegorno; [80] ma le potissime furono: ne' Franzesi l'inconsiderata loro confidenza, con la difficultà del denaro; negli Inglesi l'opinione di condurre l'imperatore a un accordo universale, perchè la Cesarea Maestà con grande arte teneva in speranza il cardinale d'Inghilterra, mostrando volere la pace, ma che egli medesimo ne fosse autore, per non venire ad ultima rottura seco: esempio da mostrare apertamente a ciascuno, in che grado si trovano quelli stati e quelli governi, che nelle loro grandi necessità hanno ad aspettare i soccorsi dagli amici o da i collegati lontani, o da coloro che si persuadono, poter trovarsi nel medesimo pericolo.

Poco dopo la ferita del signor Giovanni il capitano Giorgio Frondsberg fatto passare con grandissima letizia e sicurtà il Po alli suoi tedeschi, li condusse finalmente per le terre di Ferrara e della Chiesa, lungo il fiume, con incredibili disagi, causati dall'eccessive pioggie e dalla grandissima penuria di vittovaglie, ma [81] senza pericolo alcuno, di là da Piacenza, e in Castello San Giovanni e San Donnino si fermorono quattro mesi: dove non fecero altro danno, che guastare le imagini ecclesiastiche, e gittare per terra le sante reliquie, insieme con tutti i sacramenti, benchè l'eucarestia solo mostrassino venerare quei luterani; ma le altre cose che la moderna Chiesa ha ragionevolmente in riverenza, come reprobate dalla luterana setta, spezzorono e vituperosamente calpestorno; le opinioni, costumi ed origine della quale scriverò particularmente in altro tempo ed in luogo più conveniente. Questi nuovi Tedeschi, benchè del continuo vivessino a discrezione del paese, e facessino lieta dimostrazione a quelli che portavano loro da vivere, e praticassino ogni giorno di unirsi insieme con li Cesarei di Milano, acciò potessino più sicuramente passare tutti in Toscana, poichè non acconsentirono, su la morte del signor Giovanni, unirsi con li nuovi lanzi, non ostante che fussino stati da [82] i loro capitani spagnoli allora molto persuasi, e mostrato con vive ragioni, che non si doveva perdere l'occasione manifesta della vittoria; nondimeno, tanta diligenza, e prima e poi, fu ed era usata invano, perchè quei fanti di Milano affermavano volere, avanti partissero, essere satisfatti delle molte paghe restavano avere sopra le due poco avanti ricevute. E certamente, se, come richiedeva l'ordine militare (il quale principalmente consiste in saper pigliare con celerità l'occasioni, che rarissime volte si appresentono), quei di Milano si fossino uniti co' nuovi luterani, dopo la morte del signor Giovanni, e passati con celerità di qua dal giogo dell'Appennino, avrebbono facilmente ogni forza della lega in breve fugata e sottomessa, tanto era spaventato ciascuno: ma la tardità e divisione de' vincitori, come molte volte in altri tempi è intervenuto, dette spazio alli sbigottiti di pigliar animo e di riordinare le forze. Imperò che, dato subito il luogotenente [83] del papa danari a' fanti della Banda Nera, che già cominciava a sfilarsi, ne fece trasferire con celerità parte a Parma, dove molto prima era la persona sua arrivata, lasciata nondimeno ben guardata Piacenza, parte ne mandò verso Roma per il nuovo sospetto dell'armata a Gaeta, ed il resto delle altre forze pagate dalla Chiesa e da' Fiorentini, distribuì fra Bologna e Modena; ed ancor che per i prudenti si giudicasse allora essere molto meglio riunire un'altra volta tutte le genti della lega insieme, ed alloggiare vicino a' nimici, per tenerli con più difficultà e in più timore. Imperò che senza dubbio i nuovi lanzi sarebbono stati costretti ripassare il Po, per accostarsi a Milano; dove non avendo tante comodità del vivere, nè si trovando danari; per non esser pagati, pareva credibile dover nascere disordine fra loro, se già in quel caso li Cesariani di Milano non si fossero con essi congiurati; che quando l'avessino fatto, sarebbono stati in [84] ogni luogo signori della campagna. Ma la povertà de' nuovi lanzi, e l'esser tanto numero, metteva troppo terrore a quelli di Milano; i quali volendo ad ogni modo esser prima delle paghe corse pagati, e dubitando molti di loro, per essere ricchi ed inferiori di forze, si stimava per molti, non averebbono acconsentito tanta unione. Nondimeno Francesco Maria non mai volse unire insieme tutte le genti della lega, nè acconsentire di passare con esse il Po, per non essere costrette, contro l'animo suo, venire alla giornata; ma per ritenere le forze de' Franzesi e de' Svizzeri appresso di sè, mostrava dubitare che lo stato veneto da quella banda non fusse assaltato, promettendo volerlo passare, ogni volta che gl'inimici si voltassino o verso Bologna o verso Pontremoli. E perchè ne risultava a' Veneziani salvare le loro genti, e assicurare il loro dominio, discostando la guerra da casa loro, e per bramare (come è stato sempre lor costume) [85] d'indebolire e travagliare li stati d'Italia; desiderando che l'esercito nimico si gittasse verso Toscana, acconsentirono volentieri al parere del duca.

In Firenze, in tanto universale timore, si cominciò a fare provedimento di fanti. Per dubitare il cardinale di Cortona allora, che il popolo non tumultuasse contro allo stato e per il sospetto di fuora, ordinò si fortificassino le mura in più luoghi della città: e ancora si fusse avuto più pareri dal conte Pietro Navarro e da molti intendenti, di fortificare la città, che per questo effetto furono chiamati; nondimeno il cardinale, persuaso dal conte Pier Nofri da Montedoglio (fidandosi molto di lui, per averlo deputato capo della guardia della città), messe mano, contro alla voglia di quelli che se n'intendevano più che il conte, ad un'impresa più lunga, meno sicura, e di più spesa assai a guardarla, che non richiedeva il bisogno e la salute della città: come in un particolare discorso del modo di fortificare [86] Firenze, e ancora gli altri luoghi, apertamente con più comodo dimostrerò. Non voglio però mancare, in questa occasione de' provvedimenti che si facevano a Firenze, scrivere che nel principio di questa santa lega, quando furono richiesti dal papa i Fiorentini a dover nominatamente concorrere, ed obbligarsi alle condizioni che allora si conclusero, come a' più savi (che erano, come fu sempre, pochissimo numero) parlando di quelli che consigliano al presente lo stato, <non> pareva che Firenze non dovesse operare cosa alcuna, nè occulta nè palese, contro all'imperatore, per non si trovare in grado da poter reggere a tanta spesa, nè per esser mai stato costume della nostra città entrare in tanto gravi imprese; massimamente che, vincendosi, non si acquistava per lei cosa alcuna, e perdendosi, si vedeva la sua manifesta ruina; ma che quando il papa volesse pur valersene, affermavano essere molto necessario non si scoprire apertamente, e sopra- [87] tutto capitolare con Sua Santità la somma de' denari, che si aveva a sborsare il mese, e che per cosa alcuna non era da mettersi non tanto all'albitrio del pontefice, quanto alle nessità che corressino giornalmente, come interverrebbe; dubitando che la guerra non riuscisse difficile e lunga, ed allegando l'esempio dell'impresa opposita fatta nel XXI da papa Leone X contro a' Francesi: la spesa della quale per essere stata incomportabile e senza discrezione alcuna, doveva dare al presente molto più terrore a ciascuno, avendosi a combattere con più fortunato e con più potente inimico, e ancora trovandosi molto più Firenze che allora, di denari estenuata. Ma gli altri che consigliavano, essendo maggior numero, e volendo satisfare alle voglie del pontefice, senza considerare quanto importava sì grave partito, nè di quanto male poteva e a Sua Santità e alla nostra città esser cagione, confortarono apertamente a concorrere, come [88] e quanto veniva bene al pontefice. Onde, come le più volte avviene, il numero maggiore, tirato seco il minore, si prese allora per la nostra città la più perniciosa resoluzione. Della qual cosa alcuno non si deve maravigliare, perchè per lunga esperienza si è conosciuto, che, dove più cervelli insieme a consigliare si trovano, quasi sempre le deliberazioni loro si veggono esser peggiori: le quali non da altro procedono, che o per le diverse nature di quelli, o per troppa affezione ha ciascuno al parer suo, o per emulazione, non dico (onestamente parlando) per invidia, che nasce o suol'essere tra loro. E benchè molti si persuadino, doversi facilmente fare più retta risoluzione, quando tra quelli che consigliano, sieno, come il più delle volte interviene, le nature e i pareri diversi, stimando, che, quando più sia impugnato il miglior consiglio, più regga, come l'oro nel fuoco, al cimento; onde più manifesti e più scopra la bontà e la perfezione sua a quelli [89] che senza passione lo vogliano e lo sanno conoscere; nondimeno, se fra tanti savi non si trova chi per pubblica autorità o credito possa dire, l'opinione del tale mi va più per l'animo, e questa è quella che si deve mettere ad effetto; ne seguita le più volte, come allora si vedde, il peggiore consiglio succedere. Ma bisogna che colui che ha ad eleggere, sia più prudente degli altri, o almeno abbia in sè medesimo tanta capacità e tanto giudizio, che il miglior parere sappia discernere: però molto errano coloro che affermano, questo e quel prencipe non essere per sè medesimo savio nè tanto capace, o per l'età o per natura, quanto bisognerebbe, al governo suo, ma per aver valentuomini intorno che lo consigliano, procede prudentemente nelle sue azioni; perchè, quando egli non sapesse eleggere il meglio fra tante diverse opinioni, sarebbe facilmente da loro confuso ed aggirato, se forse per sua buona sorte non prestasse maggior fede [90] continuamente a un solo, che fosse più degli altri savio. E sia certo ciascuno, per quanto più prudente si trova il principe, più deve volere intendere l'opinione di quelli che sono consueti considerare il procedere delle umane imprese; perchè rarissime volte la natura dona a un solo le principali parti necessarie al perfetto consigliero, avendo a chi concesso il temperato animo, a chi l'eccedere gli altri nell'ingegno e nella memoria, a certi non discorrere tanto sottilmente, ma meglio sapersi risolvere. E nel numero di quattro o sei eletti si compone un corpo, nel quale tutte le considerazioni che causano l'ottimo consiglio, più agevolmente concorrono, con le quali il prencipe prudente non può errare; ma quando questo numero, o maggiore, si trova insieme senza capo o motore savio, si confonde per le ragioni narrate: e si vede per esperienza, che colui che ha più grazia o più conformità con la natura de' circostanti, o approva la non [91] ragionevole voglia del prencipe o del popolo, o ha più eloquenza o più audacia che ciascuno, persuade facilmente al maggior numero l'opinione sua. E per queste cagioni, rarissime volte ne risulta (come allora) la deliberazione migliore. Per la qual cosa, non per altro solevano gli antichi Romani, che prudentissimamente molti e molti secoli si governarono, negli eminenti e gravissimi pericoli della loro repubblica, creare il dittatore, e solamente nella prudenza e volontà sua totalmente commettere la fortuna loro e della patria. E benchè allora in quella città non mancasse eccellentissimi capitani, e molto atto ciascuno a liberarla da ogni grave ed estremo pericolo; nondimeno per esperienza que' savi patrizi conoscendo quanto importava per la salute universale la celerità, con la elezione migliore (che, per le cagioni narrate, nel maggior numero non succede), si sottomettevano volentieri in quelli gravissimi accidenti alla obbe- [92] dienza e al governo d'un solo. Onde in questo tempo trovandosi la nostra patria scoperta contro a Cesare, quanto alcuno degli altri collegati, ed avendo speso non solamente incomportabile, ma incredibil somma di danari per satisfare all'indiscreto consiglio di quelli che continuamente erano alle orecchie di Clemente VII, stava di malissima voglia; e ancora che il cardinale di Cortona seguitasse di fortificare la città (come ho detto) in più luoghi, si trovava nondimeno ciascuno in grandissimo timore. Il pontefice in questo tempo non mancava (come molte volte aveva per il passato fatto) di praticare accordi con li agenti di Cesare; o perchè, come comune pastore, voleva mostrare a quella Maestà essere offizio suo mettere pace fra' principi cristiani, per potere, sendo uniti, facilmente resistere ed opporsi alle forze degli infedeli, o per aver finalmente conosciuto, quanto poteva confidare nelle forze della lega, e fondarsi su le promesse e modi del [93] duca d'Urbino e de' Franzesi, o per mostrare di satisfare in qualche parte alla voglia ed al timore di quei di Firenze, massimamente quei pochi che avevano contradetto l'obbligare la città loro a così grave impresa; nondimeno Sua Santità, non concludendo nè escludendo, seguitava freddamente la guerra. Nè partorivano questi suoi ragionamenti altro effetto, che crescere animo agl'inimici, diminuire la riputazione sua appresso i collegati, pascere di speranza vana sè medesimo, persuadendosi potere a suo piacimento trovare accordo. Delle quali pratiche non poco si era il governo di Francia con li suoi nunzi doluto, perchè li oratori veneti e franzesi ne avevano fatto in Roma più volte querele appresso Sua Beatitudine: la quale nondimeno affermava a ciascuno de' collegati, tener simili ragionamenti con gl'inimici a beneficio comune, e non per volersi dalla lega spiccare, perchè conosceva apertamente qual era l'animo di Cesare in verso la [94] Chiesa e di tutta Italia, e quanta era la sete ed ambizione de' suoi agenti.

Mentre che con questa sospensione d'animi tra' collegati si procedeva, parve a' Veneziani mandare a Firenze oratore messer Marco Foscari, uno de' primi loro gentiluomini, acciò che con la presenza sua, e con le promesse della repubblica, tenesse fermo l'animo di quelli che erano più inclinati all'accordo che alla guerra. Onde i Fiorentini, per mostrare la medesima disposizione d'animo, mandarono a Venezia loro oratore Alessandro de' Pazzi, giovane litterato e di leggiadro ingegno, commettendogli che oltre all'offerire quanto desideravano, spronasse il doge e gli altri senatori a spingere in Toscana il duca d'Urbino, ed animarlo a farsi incontro a' nimici. In questo tempo ancora il vicerè di Napoli, avendo ridotte tutte le forze del Regno insieme con quelle che avea condotto per mare, era andato a campo a Frusolone, castello della Chiesa in campagna, vicino a Roma a [95] trenta miglia, dove inopinatamente si trovorono rinchiusi circa a 2000 fanti di quelli della Banda Nera, che militorno sotto il signor Giovanni: i quali, benchè avessino dentro pochissima vettovaglia, e che vi mancassino moltre altre cose necessarie alla difesa, nondimeno erano disposti difenderlo francamente, e con facilità ributtorno molto gli assalti che li Cesariani li dettero più volte, subito che ebbero gettate con le batterie gran parte delle mura per terra. Onde il papa mandatovi subito il signor Vitello a soccorrerli con buona banda di cavalli e fanti italiani, e 2000 Svizzeri, e trovandosi ancora il cardinal Trivulzio, milanese, legato di quell'esercito; non solamente fecero discostare il vicerè dalle mura, liberando gli assediati, ma parte delle sue fanterie ruppero facilmente [96] in una zuffa particolare buon numero de' suoi tedeschi nuovamente venuti in Italia, e spaventorono il resto dell'esercito talmente, che se avessino subito (come dovevano) seguitato la vittoria, l'arebbono fugato interamente e rotto, e fatto dipoi gran mutazione nel regno. Ma, o per non conoscere quella occasione, o per esser naturalmente troppo timore in colui che guidava quell'esercito, si fermorono con animo di volere (secondo affermorono) il giorno seguente accostarsi a' loro alloggiamenti. Per la qual cosa il vicerè, conosciuto il pericolo suo, si partì con le sue forze la notte medesima molto secretamente, e si condusse con prestezza a Ceperano, castello molto forte e posto lungo il fiume dello stesso nome, per modo che non poteva facilmente essere sforzato, avendo nondimeno ne' propri alloggiamenti, per voler essere più spedito, e per tenere occupati i nimici, quando avessino presentito la sua fuga, lasciato molte bagaglie e due pezzi [97] d'artiglieria grossa; dove, dipoi, discostatosi dagl'inimici, ed alloggiato a Ponte Castello, situato in su un poggio, il legato Trivulzio mostrava voler loro impedire le vettovaglie. Il signor Renzo ancora, pochi giorni prima, per mezzo della fazione guelfa, avendo preso l'Aquila, e con quel crudel furore che suol regnare verso la parte inimica, con inaudita crudeltà vendicando l'ingiurie ed offese antiche, faceva dipoi alterazioni grandi per le deboli castella e villaggi degli Abruzzi. Nè il capitan Doria allora con l'armata, nè il signor Orazio Baglioni (liberato poco avanti dal papa dalle carceri) restavano di molestare arditamente i porti vicini a Napoli: perchè questo aveva digià preso Salerno, e quello si trovava con assai fanti a Gaeta. Onde vedutosi il vicerè circondare da tante forze, e crescere ogni giorno nuovi pericoli, e conoscendo la sua fanteria esser molto sbigottita, ed intendendo ancora, la fazione guelfa tumultuare nel Regno, cominciò a moderare [98] le condizioni dell'accordo praticato più volte col pontefice per mezzo del generale dell'Ordine di san Francesco, chiamato frate Fancesco degli Angeli, e parente stretto di Cesare, mandato molti mesi innanzi in Italia da quella Maestà per simile effetto. Le quali finalmente, dopo molte repliche, parendo al papa, e a chi lo consigliava, assai tollerabili, e trovandosi ancora Sua Santità, come affermava, senza danari ed in estrema penuria di vettovaglie, concluse col vicerè accordo di marzo nel XXVI con queste condizioni, benchè senza notizia o commissione dei collegati: Che l'armi e le forze cesaree, insieme con i lanzi ultimamente venuti in Italia, si ritraessino e si riducessino dove erano avanti si cominciasse la guerra, restituendo nondimeno a Francesco Sforza, come a legittimo duca, il Castello e Milano con tutto il suo ducato. Dall'altra parte, il regno napoletano rimanesse libero all'imperatore, dove ancora si trasferissino tutte le fanterie sue; e che li Te- [99] deschi, ricevute tre paghe da Sua Santità, ritornassino subito al paese loro; e finalmente, si dovessi per l'una parte e per l'altra fare a spese comuni l'impresa gagliardamente contro agl'infedeli, e che s'intendesse riservato tre mesi di tempo a tutti i collegati di ratificare, piacendo. Agli orecchi de' quali quando pervenne, fu biasimato molto, e da ciascuno per diverse cagioni ripreso: da' cardinali e da' prelati, perchè si persuadevano certa la vittoria, e che la grandezza e la pompa loro dovesse assai per tale accordo diminuire: da Francia e da Inghilterra, per dubitare che Cesare, non essendo stati autori loro, e restando il pontefice inclinato ed obbligato alla voglia sua, avesse in futuro di ciascuno re a tenere poco conto: da' Veneziani, per giudicare che la sedia della guerra dovesse in breve ridursi nel dominio loro: dal duca di Milano, per perdere intieramente la speranza del suo ducato: dal governo di Firenze, ancor che gran parte de' suoi cittadini [100] l'avesse prima molto persuaso al papa, nondimeno avendo tardato tanto, dubitavano molto allora dell'astuzia del vicerè; massime tenendo per cosa certa che Borbona, trovandosi tanto innanzi in campagna, e con tante forze, aggiunto il persuadere egli ad ognora a quelle il condurle in Toscana, nè essendo stato per ordine suo concluso, non l'avesse a confermare; ne stavano tutti li amici di Sua Santità di malissima voglia. Questi diversi fini de' collegati facevono concorrere unitamente ciascuno a biasimare l'accordo fatto senza loro consenso; ma il pontefice, ch'era menato dal tristo consiglio suo, e dal suo pessimo e miserabil fato, per cammino molto contrario alla salute sua e di tutta l'infelice Italia, lo concluse e fermò, senza voler prima intendere la mente de' collegati, o se Borbona era per impedirlo; allegando aver capitolato forzatamente per l'estrema penuria del danaro e della vettovaglia, ed ancora per la tardità e strani modi del duca d'Urbino, e per [101] la lunghezza e tardità de' Franzesi; ed oltre a queste cagioni, molto, affermava, l'animo e la volontà di Cesare esser volta alla pace universale, alla quale facilmente con l'opera sua stimava condurre quella Maestà. Nè bastò al papa, come molti giudicarono, a far quest'errore, che ne fece un altro poco dipoi più manifesto e gravissimo; perchè, per troppo confidare nell'accordo fatto, e per troppa avarizia, non molto dopo licenziò i 2000 Svizzeri, e quei fanti ancora della Banda Nera, che senza dubbio li doveva ritenere insino a tanto che fussi certo e della mente di Borbona e del suo esercito, e dell'osservanza della capitolazione, perchè si avevono arrogato nome de' migliori d'Italia.

Mentre che le cose del Regno erano nel travaglio di sopra narrato, e che l'accordo si praticava a Roma, monsignor di Borbona, avendo più e più volte tentato di cavare li Spagnoli di Milano per unirli con li Tedeschi e [102] soccorrere il vicerè, non gli riuscendo senza danari; fu costretto, dopo molte difficultà, dar loro finalmente due altre paghe cavate con grandissima fatica da' nobili e dal popolo di quella città. Onde lasciata la metà di quelli in Milano sotto la custodia del signor Anton Leiva, si condusse con gli altri vicino a' lanzi, lungo la riva del Po, dalla banda nondimeno di Lombardia. E benchè li Spagnoli e Tedeschi di Milano molto temessino, per le cause predette, congiungersi con li luterani venuti di nuovo; pure, dopo molte pratiche, fatto lor passare il Po, e avere massimamente e a questi e a quelli promesso efficacemente di dar loro a sacco Fiorenza e Roma, li mosse tutti unitamente verso Piacenza, non mostrando ancora che cammino dovessino tenere, nè se voleva far prova d'acquistare prima qualche terra della Chiesa. Passato finalmente Piacenza, e drizzatosi verso Modana, lasciò la strada di Pontremoli, della quale non [103] era prima (come molti credevano) da dubitare, per esser più lungo, più alpestre e più povero cammino, e privo di infinite altre comodità, che in quel di Bologna abbondantemente si trovano. Non pareva ancora da dubitare, volesse sforzare Piacenza e Parma, terre della Chiesa, essendo ben proviste e molto munite, trovandosi gl'inimici con poche artiglierie e munizioni da battere non solamente le terre, ma da campagna. I quali, poichè furono passati Piacenza, il luogotenente essendosi trasferito subito col marchese di Saluzzo a Bologna con le sue ed altre forze, avendo lasciato ben guardato Parma, e fatto ritirare subitamente, con molti archibugieri e cavalli, a Modana il conte Guido Rangoni, stava con gli altri capitani a considerare i disegni di Borbona; il quale con piccole giornate, senza molestare terra alcuna, consumando e distruggendo nondimeno ogni cosa dovunque passava, si condusse a Castel San Giovanni, vicino a Bologna dieci miglia, con 20,000 com- [104] battenti, atti a fare ogni brava e feroce giornata.

Il duca d'Urbino, in questo mezzo, ancora con le forze de' Veneziani si accostava lentamente al Po, affermando (benchè dagli agenti della lega fusse caldamente pregato ad avvicinarsi con prestezza a Bologna) non lo voler passare prima, se non vedeva gl'inimici pigliare il cammin di Toscana e di Romagna, mostrando ancora dubitare, non si gittassino nel Polesine, per assaltare da quella parte, con le vettovaglie del duca di Ferrara, lo stato de' Veneziani. Aveva in questo tempo più volte Francesco Maria accennato con qualche amico suo, sopra ogni cosa desiderare la restituzione di San Leo con tutto lo stato di Montefeltro; affermando, che se i Fiorentini e Sua Santità non lo contentavono, nelle loro maggiori difficoltà sarebbono da lui abbandonati. Onde essendo pervenuto agli orecchi del luogotenente, sapendo quanto per ogni piccola occasione fug- [105] giva i pericoli, e quanto era necessario che egli passasse (come spesso prometteva) il giogo dell'Appennino, ogni volta che Borbona mostrasse volere trasferirsi in Toscana, ed essendogli noto, quanto in Firenze era poco stimato il possesso di San Leo; facilmente convenne col duca di restituirgli tutto lo stato di Montefeltro: per la qual promessa Francesco Maria allora di dispose passare il giogo, quando Borbona s'avvicinasse a Bologna. La qual risoluzione da quelli che maneggiavano lo stato di Firenze, facilmente fu acconsentita: nondimeno senza saputa di Sua Santità, la quale mostrò dipoi scopertamente averne avuto troppo dispiacere, o per l'odio antico aveva col duca, o perchè desiderasse più che la guerra ed i pericoli si mantenessino in Toscana, o perchè ella non ne fussi prima richiesta. Nondimeno non voglio ancora più pretermettere, come quando 12,000 lanzi arrivarono in Mantovano, il papa fece ogni sforzo d'accordare con Ferrara, offerendo quelle [106] condizioni che meritamente dovevano muovere quel duca; alle quali ancora che mostrasse prestare orecchie, tanto che il luogotenente, per le mani del quale si praticava l'accordo (stimando concluderlo), si accostò con speranza a poche miglia da Ferrara; donde il duca, come vi fu vicino, gli fece intendere, che per conto dell'accordo non andasse più avanti, affermando, il giorno dinanzi aver avuto di Spagna dal suo oratore la capitolazione fatta con Cesare, e di tal sorte, che non poteva nè doveva se non confermarla, avendo massimamente ad essere reintegrato delle cose perdute, e facendo parentado con quella Maestà: onde il luogoteneute se ne ritornò con poco onore subito a Parma. Questo esempio, con molti altri simili di sopra narrati, dimostrano, quanto i disegni de' principi, conducendosi nella cattiva fortuna, volendosi poi colorire, rieschino vani, e di quanto danno, non riuscendo, sieno dipoi cagione; perchè, se nel principio dell'impresa il papa avessi, come do- [107] veva, offerto, non che le medesime condizioni, ma alquanto minori, al duca di Ferrara, senza dubbio avrebbe seco capitolato; perchè Sua Signoria, come savia, allora arebbe ceduto a molto meno, per non si discostare dagli altri italiani, nè alienarsi da Francia: ma considerato l'ostinazione di Clemente con l'ambizione de' ministri della Chiesa, si scoperse contro Sua Santità in quel tempo che lei e la lega ne avevano necessità grandissima; perchè, trovandosi l'esercito imperiale fermo a Castel San Giovanni, e sopportando infiniti disagi nello alloggiare e nel vivere, per le continue e copiose acque e nevi, che, contro alla stagione che allora correva, erano eccessive, non vi sarebbe potuto soprastare due giorni, se non fusse stato sovvenuto di danari e di vettovaglia da Ferrara, oltre alle altre comodità che nel principio della passata de' lanzi il duca occultamente a quella nazione fece. Laonde in questi giorni, senza rispetto non mancava di sovvenire e consigliare Borbona [108] e dare animo e favore a' fuorusciti di Firenze che si trovavano in Ferrara. E mentre che Borbona con l'esercito suo si metteva in ordine di vettovaglie e d'altre cose necessarie, per gittarsi presto in Toscana per la via di Bologna e del Sasso, li Spagnoli per non avere avuto danari, come i Tedeschi, si ammutinarono contro Borbona; talmente che, se egli non si ritraeva nel campo de' lanzi, l'arebbono senza dubbio morto. Pure dipoi riconciliatisi seco e disposti a muoversi, sopravvenne al capitano Giorgio un'apoplessia ed un catarro di tal sorte, che per morto fu condotto a Ferrara. Questi impedimenti, un dopo l'altro successi in quell'esercito, lo soprattennero, qualche giorno, contro al desiderio di chi lo guidava; pure finalmente, superate tante difficultà, ed essendo di nuovo provisti di farine, avendo deliberato muoversi il giorno seguente, e disegnato far la strada da Barberino, per arrivare in Mugello, e poi gittarsi dove l'occasione lo chia- [109] masse, fu ritenuto un'altra volta da incredibile copia di neve, che la notte venne non solamente sul giogo dell'Appennino e negli altri monti circostanti, ma ancora copiosamente si distese sopra alla pianura che avevano a passare; e dipoi seguirono tanto rovinose piogge, che lo sforzarono di soprastare qualche giorno più non aveva disegnato, consumando inutilmente gran parte delle farine ragunate. In questa difficoltà dell'esercito cesareo il luogotenente aveva mandato parte delle sue fanterie a Pianoro, e le altre aveva distribuite ed ordinate in modo che, come i Cesarei pigliavano il cammino del Sasso, subito quelle conducessino a Firenze innanzi agl'inimici, dove ancora sarebbe la persona sua insieme al marchese di Saluzzo ed altri capitani, e con molti fanti e cavalli innanzi a loro. E benchè avesse confortato con molte sue lettere ciascuno della città a far buon animo, e non dubitare d'essere sforzati; nondimeno quelli che [110] consigliavano allora la città, non dubitando di Firenze, ma del contado e de' casamenti vicini alla città, male vedendo il modo di salvare che non andassino tutti a fuoco e fiamma, e per consequenza avessino a essere presto causa dell'ultima rovina, stavano di malissima voglia, massimamente vedendo molti cittadini, e non ignobili, disperati e disposti più a sopportare ogni gravissimo male, che esser governati in futuro da Clemente.

Mentre che Borbona aspettava a San Giovanni il tempo comodo a movere le sue genti, intese l'accordo conchiuso a Roma per un mandato del vicerè, chiamato il Fieramosca; il quale, avendogli significata la commissione di Cesare, e la necessità che l'aveva stretto ad accordare col papa, finalmente lo pregò e confortò a ritornare con tutto l'esercito suo di là dal Po, per avere così concluso nell'accordo maneggiato insieme con più altri mandati in Italia per questo effetto da Cesare. Per la qual cosa Bor- [111] bona di questo avviso inaspettato si alterò assai: pure, come astuto, mostrò dipoi averlo carissimo, con approvare efficacemente quanto il vicerè per ordine di Sua Maestà aveva capitolato, promettendo che da lui non resterebbe fare ogni opera, che da tutto il suo esercito fosse osservato l'accordo concluso in Roma. Dall'altro canto, segretamente persuase alli capi tedeschi e spagnoli, che non dovessino acconsentire di tornare in Lombardia, per non lasciarsi torre di mano tanto facilmente il sacco di Roma e di Firenze. E con questa simulazione governandosi, al Fieramosca mostrava, non poco dubitare che l'esercito suo non avesse a consentire senza essere interamente pagato delle paghe restava ad avere; ma che forse si disporrebbe, quando si duplicasse la somma del danaro nominata nell'accordo, e si numerasse subito a quelle fanterie; altrimenti, affermava non le poter maneggiare. Queste e molte altre cagioni allegava Borbona con arte, per addor- [112] mentare con tale speranza il papa e gli altri agenti di Cesare. Perchè in Sua Eccellenza non era altro desiderio, che condursi con quell'esercito, come più volte gli aveva promesso, a Firenze ed a Roma; ma per non mostrarsi alieno dalla volontà di Cesare, dava la colpa a quella moltitudine, i capi della quale, e per natura loro e come persuasi segretamente da lei, affermavano, che, se non erano prima satisfatti di tutti li stipendii corsi, cominciando il tempo quando d'Alemagna si mossero per venire in Italia; con aggiungere anco da parte qualche donativo a' capi dell'esercito; non cederebbono a quanto s'era senza loro consenso deliberato a Roma. Onde intendendo il vicerè surgere questo difficultà, e desiderando senz'indugio per l'onor suo, che quanto aveva capitolato, fusse osservato, si partì dal papa, e si condusse velocemente a Firenze, per poter con più comodità e prestezza rispondere alle difficultà di Borbona, e da' capi dell'esercito suo allegate. [113] Donde avendo più e più volte rimandato a quelli suoi personaggi, finalmente, dopo molte dispute, concluse con uno de' capi di Borbona venuto a Firenze un altro accordo, che fra sei giorni si dovessi pagar più centomila scudi, che nell'altro accordo non si erano promessi: le altre condizioni fossino le medesime. Alla qual somma bisognando che con celerità la città nostra ascendesse, fu necessario, per non avere altro modo da far subito tanti danari, essendo estenuato le borse e le facoltà de' cittadini, ed esser pericoloso sforzarli, in tanto frangente, a pagarli, disfare i vasi ed altre cose d'argento, che erano nel palazzo pubblico, e nelle più ricche chiese e conventi che fossino in Firenze. La qual cosa benchè a molti paresse empia e profana e con poco rispetto della religione, nondimeno quei che la persuasero, veggendo l’estrema necessità della patria, affermavano, non essere nè contro le umane nè contro le divine leggi, permettendo [114] quelle e queste apertamente, per la salute pubblica non solo il potere, ma il dovere, qualunque governa le città e li principati, valersi delle immagini, vasi, ed altri ornamenti d'argento e d'oro, dedicati, o per pompa o per voto o per divozione, al culto divino, con animo nondimeno, nella miglior fortuna, di restituire ne' medesimi luoghi la medesima bellezza e valuta.

Mentre che s'attendeva in Firenze a raunare con prestezza tanta quantità di denari, monsignor di Borbona, mostrando che si tardasse troppo, e che a' suoi capitani paresse esser tenuti in parole, e che cominciassino a tumultuare, mosse il suo esercito; e partito da Castel San Giovanni, prese il cammino di Romagna, poichè dall'eccessive nevi e piogge fu impedito e fu costretto pigliare non quel di Bologna, nè del Sasso (come aveva disegnato); e con piccole giornate camminando li Tedeschi lungo la strada battuta e dall'altra di sotto, più vicina al Po, li Spagnoli, [115] guastando nondimeno l'una e l'altra nazione, e ardendo continuamente qualunque casa e villaggi trovavano, e senza tentare azione alcuna con le castella e città, che essi vedevano, si condussero non dopo molti giorni a Cotignola, luogo forte e della Chiesa: il popolo della quale, ancora che avesse prima fatto l'animoso, ricusato più volte quelle forze, che per sua salute da' capi della Chiesa e della lega vi erano state mandate, nondimeno, come vedde gl’inimici in viso, subito se gli dette (costume de' superbi e timidi) a patti. Onde non stimando quelli la fede promessa, subito messo quel castello a bottino, attesero (trovandolo abbondante di vettovaglie) dipoi qualche giorno a rinfrescarsi, non mostrando ancora Borbona, che cammino volesse per l'avvenire tenere, ancor che la comune opinione fusse, o per la Marecchia in Toscana, o per la via della Marca, condursi a Roma. E massimamente faceva stare sospesa Sua Eccellenza sapere, che avanti che si mo- [116] vesse da San Giovanni, molti capitani e signori della lega erano partiti di notte con gran parte delle loro compagnie da Bologna, e distribuitele con celerità per tutte le città di Romagna; e ancora, come li agenti del papa, dopo l'aver finalmente superato, con l'industria e diligenza loro, molte gravi difficultà, mosse nella maggior necessità della nostra città, da' capitani franzesi e dal duca d'Urbino, contradicendo senza rispetto alcuno l'accordo fatto di prossimo in Firenze; nondimeno si erano in modo con le lor genti ordinati, che in brevissimo tempo le potevano, bisognando, spignere per la valle del Montone o di Lamona, e trovarsi prima de' nimici a Firenze. Sapeva Borbona ancora, che Francesco Maria s'accostava (benchè lentamente) a Bologna, per trasferirsi subito, quando fusse necessario, per la via del Sasso in Toscana. Oltre a questo gli era noto, il vicerè in persona venire a trovarlo: pure poi, quando gli parve tempo, lasciato [117] tre pezzi d'artiglieria grossa a Cotignola, per esser più spedito, con grandissima celerità mosse tutto l’esercito e lo condusse a Meldola, castello del signor Alberto da Carpi, vicino a Forlì; e preso subito quello per trattato e arso, si gittò a Civitella, debole e picciol castello della Chiesa: il quale avuto a patti e saccheggiato, per la medesima valle seguitando il cammino, e con la medesima furia e crudeltà passò Galeata, Pianetto, Santa Sofia, e San Piero in Bagno, piccioli e debolissimi luoghi e borghi di Firenze, ardendoli e predandoli tutti. Dipoi, arrivato vicino alla Pieve di Santo Stefano, e datovi certi de' suoi fanti invano alla sfilata qualche scaramuccia, si distese per il piano di Anghiari e d'Arezzo; e finalmente arrivato a Montevarchi a' XXII d'aprile nel MDXXVII, si fermò alquanto con tutto l'esercito; molto stracco, avendo sopportato continuamente tante difficultà nel vivere, che parevano incredibili a sentirle; imperò che molti [118] giorni non visse d'altro la maggior parte di quelle genti, che d'erbe e carni d'ogni sorte, fino d'asini, senza gustare nè pane nè vino: la qual cosa non fu maraviglia, considerato l'asprezza e la povertà di tanto lungo e sterile cammino, e dalli abitatori spogliato.

In questo tempo che i Cesarei si discostarono dal Po, il cardinale di Cortona (senza parlare con quelli che qualche volta costumava conferire le cose importanti della città) comandò agli Otto di Balìa, che pigliassino di giorno, e fuori delle loro case, tre cittadini di nobili famiglie; non tanto per scoprire col mezzo di quelli la mente de' cittadini, quanto per sbigottire con questo esempio gli altri mal disposti verso lo stato. Della qual cosa non solo l'universale della città molto si dolse, ma ancora talmente dispiacque a certi che erano deputati primi del governo, che una parte di loro andò subito al cardinale, e lo ripresero vivamente, mostrandogli con efficaci ra- [119] gioni, che avvicinandosi a Firenze così grande esercito inimico, era gravissimo errore tener modi tanto violenti, potendosi per essi causare molti fuorusciti, e quelli, come disperati della salute lor persuadere Borbona ad accostarsi alle mura di Firenze, e mostrargli, il popolo esser molto disposto a favorirlo. Alle quali ragioni Cortona (come era suo costume), essendo di natura dura, non replicava altro, che essere stata così la mente del papa; e che coloro che dannavano tal cattura, volessero inferire, Sua Santità essere non savia e maligna. Risposta senza dubbio di quella sorte che costumano quelli che violentemente tengono altrui sottoposto; perchè, chi ha in mano il governo, non confessa mai d'essere, nè vuol essere consigliato, se non di quelle cose che stima abbino ad essere confermate in quel modo le desidera; e se pur qualche volta mostra volere intendere il parere di quelli che meritamente debbono essere stimati, lo fa o [120] per cerimonia, o per condurli a poco a poco in tale necessità, che finalmente conoschino, la salute consistere insieme con la sua. Dopo che furono presi que' tre, certi altri nobili cittadini, per timore, sconosciuti si trasferirono a Ferrara, ed alcuni a Roma, per parlare col papa: e ogni giorno si dubitava che non poco numero facesse il medesimo. Onde la mala disposizione della città certamente crescendo contro allo stato, faceva crescer più l'animo a quei che se ne trovavono fuori, e dava speranza non piccola agli altri di dentro, che desideravano la libertà.

Dopo la partita dei Cesariani da Cotignola, subito il luogotenente, trovandosi a Forlì, scrisse a Firenze e a Roma la mossa degl'inimici, con diligenza; e con celerità partito con tutte le forze si trovava in Romagna, per la via di Marradi si trasferì con esse in Firenze, confortando ancora il duca d'Urbino a fare il medesimo. Ma trovandosi allora a Castrocaro col vicerè, lo dispose a andare a tro- [121] vare in persona Borbona, veduto che aveva voluto aspettare a Cotignola: il quale stimando che la presenza sua avesse a commuovere i Tedeschi e gli Spagnoli che si trovavano in Galeata; acciò non si estendessino più pel dominio fiorentino, si mosse subito, bene accompagnato, a quella volta. Ed essendo trovato vicino a Santa Sofia da certi paesani, riputandolo inimico, ancora che seco fussino alcuni per più sua sicurtà mandati a’ commissari fiorentini che l'accompagnavono, fu villanamente assaltato. Onde veduto il vicerè parte de' suoi feriti, e parte presi; per velocità e bontà del suo cavallo, si discostò da loro, e col favore d'altri paesani, fu condotto all'eremo di Camaldoli. Donde di quivi fatto intendere a Borbona, che allora si trovava vicino alla Pieve a Santo Stefano, il desiderio aveva abboccarsi seco; deputato il giorno seguente, si trovarono insieme presso alla Vernia; dove dimorati alquanto, n'andarono poi su la sera al campo [122] de' Cesarei; i capi del quale, come intesero la venuta del vicerè, se gli fecero incontro, e con parole e con cenni mostrarono vederlo mal volentieri: nè vi mancò di quelli che fecero non piccola dimostrazione di volerlo offendere; pure la presenza di Borbona li ritenne e raffrenò. Queste difficultà e pericoli sopportati dal vicerè fuori della dignità sua, oltre a quello manifestarono le lettere intercette che Borbona scriveva al signor Antonio Leiva, dimostrarono facilmente a molti, che il vicerè desiderava che l'accordo da lui concluso a Roma, avesse effetto, e non che con quest'arte (come certi ancora si persuadono) volesse aggirare il papa: perchè, oltre a questi evidenti segni, chiaramente si conosce che a Sua Eccellenza non sarebbono mancati modi più cauti, più sicuri e più onorevoli per lei, da condurre con facilità il pontefice alla sua voglia, quando quella fosse stata d'altro animo, che quanto dimostrava con le sue parole. Per la [123] qual cosa, seguitando il vicerè persuadere con molta istanza, l'accordo fatto a Roma, e confermato dipoi in Firenze, andasse avanti, di nuovo con Borbona concluse, prima che arrivasse nel piano d'Arezzo con quell'esercito, un'altra convenzione, non molto difforme dalle altre due concluse prima, salvo che la somma del danaro che s'aveva in breve a pagare, era molto maggiore; della quale se n'aveva fra sei giorni avere la ratificazione del papa. Onde il vicerè avendo per più staffette, spacciate con somma diligenza, scritto a Sua Santità, ne aspettava a Montevarchi la risposta. E da quest'ultimo accordo procedè, che i Tedeschi e gli Spagnoli, poichè si partirono dalla Pieve, non fecero tanto danno per il paese, quanto negli altri luoghi avevan fatto prima, benchè Laterina e Rondine, essendo castella debolissime, per la loro temeraria resistenza, crudelmente saccheggiassino, e vi ammazzassino molti.

Questi vari e gravi effetti, seguiti [124] dal principio di tanto santa e veneranda lega, insino all'arrivo de' Cesariani in Valdarno di sopra, se fussero stati da me narrati più particularmente, e scritti con quell'ordine che interamente si richiede alle regole dell'istoria, mostrerebbono più apertamente a qualunque, quanto la fortuna abbia sempre accompagnato gl'Imperiali e quanta tardità e timore sia stato sempre nell'esercito della lega. Nondimeno, stimando che saranno da altri, più di me diligenti, e composti e scritti, volentieri gli ho pretermessi, e lasciato a loro questa intera descrizione. Perchè l'animo mio non è stato disposto a narrare la maggior parte delle cose seguite nei giorni miei (come molt'altri istorici lodevolmente ne' loro hanno scritto), ma solamente contare questo vituperoso sacco di Roma, acciò che in qualche parte apparisca, in che ruina ed esterminio pervengano quelli stati e quelli governi, che sono male consigliati, e peggio nelle loro imprese am- [125] ammaestrati. Forse per l'avvenire mi sforzerò molto particularmente porre innanzi agli occhi di ciascuno che leggerà, le rapine, li strazi, i sacrilegii e le crudeltà usate continuamente in questi lagrimevoli giorni, ne' quali ora scrivo, da' perfidi Tedeschi e dalli Spagnoli, in tanto fiera e così nobile città; sarà perchè meglio si conosca per ciascuno in futuro la giusta ira di Dio. Per la qual cosa, coloro che le repubbliche e li principati governano e consigliano, doverebbono imparare a esser savi alle spese d'altri, perchè nelle proprie ruine difficilmente si può più d'una volta farne esperienza.

FINE DEL PRIMO LIBRO.

[126]

LIBRO SECONDO.

Tanti, diversi e insopportabili accidenti seguiti dal MCCCCXCIV insino a questo presente giorno, con tanta vituperosa ruina di tutta Italia, doverebbono non solo a' prudenti governatori de' principi e delle repubbliche, ma ancora all'ignorante moltitudine fare ormai confessare, nessun ordine, nessun’educazione esser di tanta sicurtà nè di tanto valore, quanto trovarsi dentro alle sue fortificate mura delle proprie armi armato. E benchè con tanto comune e gravissimo danno assai comprendino, qual sia la potissima causa di tante nostre mortali ferite, vegghino in breve preparato a loro e alla patria la [127] morte manifesta; nondimeno, ritenuti da una lunga e vilissima consuetudine, non sanno loro medesimi disporre, nè ad altri persuadere a entrare per la strada che dalle antiche e ben costituite repubbliche fu lungamente, con tanta gloria di ciascuna, tenuta e osservata: apparendo manifestamente, che non per altra cagione si conservono lungo tempo sicure, nè per altra via in brevi secoli si condussero a quell'altezza che a molti è nota, se non per avere severamente mantenuto i civili e lodevoli costumi sotto l'ombra e refugio della disciplina militare; senza la perfezione della quale non è possibile gustare alcun riposo, nè alcuna grandezza, nè possedere molto. Ma trovandosi in questi tempi ciascuno confuso e sbigottito, con lagrimosi occhi vilmente risguardiamo l'un l'altro, non altramente che le spaventate pecorelle nel macello rinchiuse, aspettando ad ogni ora vedere le proprie facultà, la propria famiglia insieme con la sua diletta e ca- [128] rissima patria nelle mani di così barbare ed efferate nazioni, sopramodo del sangue e delle ricchezze nostre sitibonde. E tanto più merita riprensione questo incomparabile errore de' moderni, quanto manco si vede tentare il rimedio (benchè facilissimo) a tanto male. Perchè qualunque ben considera a quanto numero d'oltramontani basti l'animo scorrere ogni giorno per la misera Italia, e come intrepidamente assalti questa e quella città, e quanto facilmente ora nell'una ora nell'altra entri, e con poca perdita di sè medesimo crudelmente saccheggi, e sicuro e lieto vi dimori quanto gli torna comodo ed utile; certamente non tanto si vergognerà della viltà sua, non facendo a quell'armato resistenza, quanto ancora affermerà, non mai aver trovato nelle passate istorie in altre nazioni tanta ignoranza nè tanta ignavia, quanta in questa infelice Italia, già per trentatrè anni si è veduta e vede. La quaale, benchè molte volte per l'addietro sia stata da diverse e gran- [129] dissime popolazioni oltramontane corsa, predata, ruinata, occupata e come da un rapido torrente inondata e ricoperta; nondimeno si legge che a quelle barbare nazioni allora successe molto sanguinosa la vittoria e la gloria. Laonde l'esempio de' nostri antenati molto ci vitupera, considerato che, quando quattro, quando sei, e quando 12,000 oltramontani poco esperti, male armati, e privi di proprio capitano travaglino, consumino e sottomettino questa nostra provincia, talmente, che i savi s'abbandonino e con gl'ignoranti affermino dicendo, non restare a noi rimedio alcuno, per procedere tanto flagello dall'ira di Dio, e che per i nostri gravissimi errori meritiamo tanto male e peggio: querele e rammarichi (secondo il giudizio mio) di uomini troppo abbandonati, interamente privi di quella generosità, che è naturale all'uomo. Perchè qual'esperienza o qual religione c'impedisce che, se noi vogliamo, noi possiamo con li buon costumi e colle virtuose [130] opere, mutare, quando verso di noi irata sia (cristianamente parlando) la divina sentenza? perchè senza dubbio la somma bontà si piegherebbe facilmente ogni volta vedesse negli animi nostri l'amore della povertà e della giustizia, ed esser pronti e disposti volere con le proprie e ordinarie armi ostinatamente difendere e la vita e la patria, o valorosamente morire. Ma se, per le persuasioni e promissioni di qualche moderno profeta, stimiamo, nella copia di tanti effeminati e abbominandi vizi, e in tanta pigrizia e pusillanimità costituiti, esser da Dio massimo aiutati e liberati; certamente con troppa ignoranza erriamo, e invano aspettiamo il celeste aiuto: perchè, se non muteremo modo, non muterà sentenza, ma più l'un giorno che l'altro, si mostrerà sopra le teste nostre gravissima: e se a noi medesimi le nostre ruine (come sarebbe ragionevole) non saranno efficace esempio, non mancheremo ai posteri scoprire la nostra viltà, [131] insieme forse con la salute loro. Imperò che (come naturalmente veggiamo) quando le azioni umane sono ridotte all'infimo grado del male, non potendo più declinare, cominciano di nuovo a poco a poco, spronate dalla necessità, madre della virtù, a salire per la scala della felicità; tanto che, virtuosamente operando, all'ultimo e più alto grado di quella si perviene: dove non molto sogliono dimorare coloro che si lasciano occupare e vincere dall'ozio, propria cagione d'ogni disordine e d'ogni distruzione. Il quale di nuovo per necessità fa scendere e sdrucciolare ogni impresa al basso talmente, che l'umana generazione, per trovarsi in continuo moto e del salire e dello scendere, trapassa dal bene al male e dal male al bene. Ma dove si conserva più la virtù e l'unione con l'armi proprie, più si perseveri nella felicità e grandezza acquistata; e dove più dimora l’ozio e la discordia con la timidità, più tosto si perviene all'ultimo esterminio. Ne' quali difetti [132] trovandosi al presente Italia, più che nelli passati secoli, immersa, insieme con altri infiniti vizi ed errori, che da questi tre principali disordini dependono (mercè de' capi, non tanto secolari, quanto ecclesiastici, che l'hanno continuamente guidata e comandata); non è maraviglia, se in questi giorni solamente da 12,000 oltramontani sia tanto facilmente, e quasi correndo, calpestata e depredata, e se per l'avvenire in breve quelli la condurranno all'ultima ruina sua, come nel fine di questo secondo libro apertamente per ciascuno, leggendolo, si confesserà.

Trovavasi dunque, a' xxii d'aprile nel MDXXVII (come nel precedente libro abbiamo brevemente narrato), monsignor di Borbona a Montevarchi, e con più copioso esercito che non aveva a Bologna; imperò che molti e molti fanti italiani, per la voglia di trovarsi a qualche espugnazione e preda notabile, si erono (come è usanza de' nostri corretti soldati) con quelli oltramon- [133] tani in diversi luoghi congiunti, senza aver rispetto, non dico alle difficoltà del vivere e del cammino o di non esser pagati, ma di voler trovarsi con li comuni inimici all'estrema distruzione d'Italia: cosa certamente di pessimo esempio e da far risentire ed irritare, dopo il fine di questa guerra, ciascun principe e qualunque repubblica (se saranno però a tempo) crudelmente contro di quelli che avranno con li oltramontani in questa impresa militato. Ma gli Cesarei conoscendo che li levavono agli inimici, e che diventavono più gagliardi, mostravono riceverli volentieri. Aveva il papa, in questi giorni che li Cesarei soprastavano in sul dominio fiorentino, rotta l'ultima conclusione dell'accordo, e fatto più volte rispondere al vicerè (il quale già si era trasferito, malissiino contento, e con poca riputazione, a Siena) non volere si ragionasse più di convenzione alcuna, se prima lo esercito inimico non ritornava dove si trovava quando prima [134] seco in Roma lo concluse; non tanto per conoscere oramai Sua Santità la poca fede di Borbona, quanto per persuadersi, che le difficultà sopportavano allora gl'inimici, dovessino in breve costringerli a domandare accordo più tollerabile: e massime faceva stare Sua Santità in questa speranza, il trovarsi vicino alle mura di Firenze quasi tutte le forze della lega, e credere che la nostra città, per essere munita in molti luoghi, potessi e dovessi facilmente resistere a ogni bravo assalto; e benchè a Sua Beatitudine fussi noto, l'universale della città esser malissimo disposto verso di lei, e che senza freno o rispetto alcuno sparlava del governo suo e delli suoi agenti; e ancora le fussi noto, molti, come disperati (benchè ricchi e nobili) non che non volessino fare resistenza, ma desiderassino che li Tedeschi pigliassino e saccheggiassino Firenze, stimando non con altro (benchè dannoso e vituperoso) modo poter liberarsi dalla servitù e dal governo di Sua Santi- [135] tà: disperazione certamente non utile in simil caso nè lodevole, potendo, massime con molti altri generosi modi, in tempo più conveniente, uscire delle sue mani. Ma quanto questa disperazione apparisce maggiore, tanto più debbe essere considerata da coloro, che imperiosamente comandino a chi è solito massime vivere in libertà, vedendo molti nobili, che avevono grosse facoltà, desiderare piuttosto vedersi preda di sì crudeli inimici, che sopportare contro all'animo loro essere per forza governati. Nondimeno Sua Santità, stimando pure che la maggior parte de' nobili e ricchi, in tanto manifesto pericolo (come pareva credibile) avessi non solamente a raffrenare qualunque volessi dar favore alli luteriani, ma ancora non fussino per mancare di concorrere virtuosamente alla difesa e conservazione delle facultà, de' figliuoli e della patria. E perchè si levassi interamente il timore a' cittadini di non aver più a essere sforzati pagare nella futura guerra tanti da- [136] nari, quanti insino allora con tanta difficultà e dispiacere avevano pagati; affermava, volere fra pochi giorni per grossa somma di danari pubblicare più cardinali. Ma come gli altri disegni di quest’impresa erono a Sua Beatitudine riusciti vanissimi, così ancora questo successe fallacissimo. Imperò che quelli prelati e personaggi che a Sua Santità avevono per il passato dato ferma intenzione sborsare quaranta mila o cinquanta mila scudi per ciascuno, ogni volta che fussino pubblicati cardinali; conosciuto la Chiesa trovarsi in gravissimo pericolo, nè potendo i mercanti, in sì brevi giorni e in tanti frangenti, numerare sì grosse somme di dinari, gli mancorono fra le mani. E così interviene a qualunque si conduce nell'ultima stremità a far le provisioni necessarie; quelle, dico, che può e debbe sicuramente fare molto prima.

In Firenze ancora la maggior parte dei giovani nobili, desiderando sopramodo che il cardinale di Cortona conce- [137] desse le armi a ciascuno cittadino, come più giorni prima a quelli ne aveva dato più volte intenzione, e ordinato, volendo sapere il numero si trovava in Firenze da' sedici anni insino a' quaranta, fussino scritti; nondimeno, vedendo la gioventù della città prolungare, contro alla sua intenzione, il desiderio suo, per ottenerla più tosto e più facilmente, n'avea più d'una volta la maggior parte de' più nobili parlato al gonfaloniere di giustizia, che allora sedeva; sapendo massime essere molto inclinato ad armare la giovetù, stimando ne risultassi, oltre a molti altri buoni effetti, che con più sicurtà e meno spesa, si potessi difendere la patria con le proprie armi bene ordinate, quando fussino mescolate con le mercenarie, che con le pagate solamente. Onde il gonfaloniere, per fuggire il maggior disordine, conoscendo la metà de' giovani ostinata, nè volere più tardare a pigliar forzatamente le armi, aveva il giorno xxvi aprile nel XXVII finalmente ot- [138] tenuto dal cardinale, concederle a ciascuno. Per la qual cosa aveva ordinato, col consenso del cardinale insieme con la Signoria, che i gonfalonieri di compagnia ragunassino il giorno medesimo, nelle più comode chiese, gli uomini de' loro propri gonfaloni, e ordinati li conducessero, senza fare tumulto, in piazza de' Signori, dove poi si aveva a dare l'ordine ed i capi a ciascun gonfalone, insieme con il modo avessino in futuro a tenere per difesa della città. E mentre li gonfalonieri nei luoghi deputati facevono quest'offizio, si sentì, a ore diciannove, vicino a Mercato Nuovo, Rinaldo Corsini, rumoreggiando, esclamare contro a chi allora governava la città, non per altro, che per liberarsi dalla Medica servitù; nondimeno, senza modo e senza ordinata intelligenza, pensando che tutto il popolo, per essere la maggior parte, per la medesima cagione, dell'animo e voglia sua, subito si avessi a risentire, e pigliare le armi contro allo stato, talmente che questo [139] romore (estendendosi con celerità in molti luoghi della città) fu causa, che quelli medesimi giovani che facevono prima instanza grande d'avere le armi, inteso il sollevamento popolare, e persuadendosi (come ora da credere) che l'origine del tumulto avessi più fondamento non apparve poi; subito armati corsono verso il palazzo de' Signori, dove poco avanti vi erano entrati parte di quelli vecchi che governavano col cardinale, vedendo in qual pericolo si trovava allora la città, e sapendo, Cortona e il signor Ippolito essere cavalcati per incontrare il duca d'Urbino, che per consultare cose importantissime, veniva la sera in Firenze. Ma in palazzo, essendo prima i giovani entrati, per essere poco guardato, lo tennono facilmente più ore a loro divozione, senza pensare o ricordare alli più maturi e alli più vecchi, che vi erono, dopo li primi, al romore popolare concorsi, che consultassino quanto era da seguire, e se era necessario serrare le porte della [140] città, insignorirsi delle artiglierie, e cacciare di casa i Medici coloro che per lo stato allora vi si trovavono, e subito correre per tutte le strade a sollevare ciascuno in nome della libertà e del popolo: modi molto necessari in simil movimento. Ma solamente attendendo a far sonare la campana a martello, stimando che al suono di quella (come altre volte era successo) tutto il popolo arditamente pigliassi le armi; perderono per queste cagioni, non essendo l’universale (come doveva) corso armato al palazzo pubblico, senza frutto alcuno tutto quel tempo vi stettero rinchiusi, e si lasciorono strappar di mano tanto desiderata occasione. Perciò che, se il duca d'Urbino, quando arrivò alla porta a San Gallo, l'avesse trovata serrata, e che avesse inteso, tutto il popolo esser disposto a non volere più obbedir al papa, senza dubbio non arebbe tentato di sforzarla, come più volte dipoi soleva affermare, tanto era pregno d'odio verso la casa de' Medi- [141] ci. I’ non voglio pretermettere, come, dopo quelli primi nobili, vi corsono ancora molti altri giovani di minor qualità, tra' quali vi furono non pochi di più matura età, ma con molto più furore e più passione, non era allora conveniente: talmente che essendo il palazzo alla devozione del popolo, e pieno di popolani armati, pregni d'odio contro a' Medici, il supremo magistrato fu costretto fare quanto agli armati piaceva; parte dei quali, come arrivorono, senza considerar perchè, ferirono due de' signori. E fra gli altri Iacopo Alamanni, benchè tenuto al battesimo dal sopra nominato gonfaloniere di giustizia, e da lui più volte beneficato; nondimeno, con pessima e furiosa collera, menò di punta con una daga acutissima dirieto alle spalle, e a tradimento, al collo (benchè in fallo) al gonfaloniere, quanndo sedeva con li compagni suoi nella pubblica udien- [142] za, per vincere i partiti che li armati forzatamente sollecitavono. Per la qual percossa subito per tutto il palagio e per la città si sparse la fama, il gonfaloniere essere stato morto, essendo massimamente veduto prima gittar fuori delle finestre della camera sua molte delle sue proprie vesti. Onde questi disordini, insieme con molti altri, furono non piccola cagione di dar molto impedimento a quelli che con più ordine e più pensiero arebbono considerato quanto era da seguire; perchè tanta eccessiva confusione e tumultuoso furore confondeva ciascuno, nè lasciava colorire cosa alcuna, dalli più prudenti disegnata. Potrei ancora particolarmente narrare, quanto il gonfaloniere, in tanto confuso e pericoloso travaglio (essendo massime più intorno alla persona sua, che alle altre del palazzo si vedeva), mantenessi sempre la degnità del grado suo, e quanto animosamente [143] confortassi, consigliassi, ritenessi, scacciassi e riprendessi quando questi e quando quelli, secondo che i modi e la furia allora di ciascuno richiedeva, se non sapessi quanto sia riprensibile, senza molto necessaria cagione, serivere di sè medesimo; però ad altri, che questa istoria più particolarmente scriverà, lascierò questi effetti narrare. Onde, mentre questo tumulto continovava nella città, trovandosi fuori delle mura il cardinale di Cortona, Cibo, Ridolfi ed il signor Ippolito, per essere andati (come di sopra è detto) ad incontrare il duca d'Urbino, il quale per consultare dove avessi alloggiare presso alla città l'esercito della lega, per la vicinità de' lanzi, veniva quel giorno in Firenze, come per più mandati apposta da chi si trovavano allora in casa i Medici, Cortona intese il palazzo dei Signori essere nelle mani d'altri, e come gran parte del popolo tumultuava continuamente contro allo stato, subito segretamente, e senza conferire ad altri tanto disordine, comandò [144] a certi capi della guardia, che con quelle forze quali per allora potevono, pigliassino la porta a Faenza; e ad altri capi ancora intendere, che con ogni celerità possibile si conducessino a casa i Medici, e subito vi ragunassino le loro fanterie e le tenessino a ordine in modo non potessero dal popolo essere sforzate. Dove tosto con gli altri cardinali e con il duca d’Urbino, arrivato con assai numero di fanti e di cavalli e qualche falconetto, senza perder tempo si mossono tutti con celerità verso il pubblico palazzo; e senza essere in alcun luogo impediti da chi tanto vociferava (come è il popolare costume) amare, più che la propria vita, la libertà, si condussono facilmente a Or San Michele. E benchè intendessino da qualche capo della loro fanteria, che già si era sparsa per la piazza, come i giovani di drento spesso tiravono verso di loro, e che avessino con gli scoppi morto qualcuno, nondimeno quivi si fermorono, giudicando esser più prudenza [145] avanti si usassi l'ultima forza, tentar l'animo e la mente di chi vi si trovava rinchiuso. Mandorono il signor Federigo da Bozzoli in palazzo, non tanto per scoprire l'animo loro, quanto ancora per vedere l'ordine vi si trovava drento, e se gli pareva fussino da potere resistere, quando non lo volessino volontariamente rendere. Il quale, avendo trovati quelli di drento molto ostinati a mantenere la libertà e voler perseverare nell'impresa cominciata, conosciuto non fare più frutto alcuno, nè poter più persuadere agli armati del palazzo, che lo rendessino liberamente al signore Ippolito; benchè avesse offerto, come sarebbe a ciascuno indubitatamente perdonato; ritornava senza conclusione al cardinale, con animo di riferire quanto aveva veduto e sentito, e mostrargli ancora il modo d'acquistarlo facilmente; e riscontrato messer Francesco Guicciardini, luogotenente del papa, prima che arrivassi a Or San Michele, donde egli si era studiosamente partito, per [146] provare col mezzo di quel signore, se poteva quel giorno rimovere dalla propria patria tanta ruina; poichè con altro verso non gli era stato con altri possibile, avendo compreso il cardinale volere usare subito la forza, quando per accordo non potessi riavere il palazzo; e sapendo, Francesco Maria aver già mandato con celerità per le sue fanterie, che erono alloggiate vicino alle mura, ed avere in sua presenza a Cortona detto, non si voler condurre in su la sera a menare le mani, perchè, quando si vedeva la moltitudine in timore, era allora molto facile superarla, e che per questo [non]* si doveva dargli più tempo a ripigliar l’animo, ed unirsi (come disperata) insieme, per esser poi troppo difficile a vincerla, e massime in casa sua: onde messer Francesco, parlato con il signor Federigo all’uscir di piazza, e inteso da sua signoria l'ostinazione di quelli di drento, e come giudicava facilissimo sforzarli, non restò di pregare quel signorc più volte, con quanta [147] efficacia gli fu possibile, non volessi esser causa di tanto male, ma salvare il palazzo con tutta la città insieme: mostrando, in simili casi non fermarsi il furore dove l'uomo disegna; perchè la paura di peggio, o la disperazione, conduce spesso le cose in luogo interamente contrario all'opinione di chi si reputa vittorioso. Tanto che finalmente, e per essere amicissimo suo, e per istimare far opera (come dal Guicciardino gli fu mostrato) più grata al Papa, con la clemenza riacquistarlo, che con la ferocia superarlo, lo dispose a seguitare il desiderio e l'ordine suo. Onde riferendo al cardinale il caso più leggiero, che non l'aveva trovato, e che solo il timore di non esser puniti aveva ritenuto e riteneva quelli di drento a non gli rendere liberamente il palazzo; dall'altra parte, mostrato ancora non poca difficultà nel tentare la forza per la fortezza sua e per gli assai difensori, e perchè era da dubitare, non fussi, quando si combattessi, dall'univer- [148] sale della città soccorso, massime cominciando avvicinarsi la notte; queste ragioni (benchè contro la voglia di molti) mossono Cortona a mandare il signor Federigo con messer Francesco un'altra volta in palazzo, acciò che largamente offerissino perdonare a ciascuno. I quali, insieme col gonfaloniere suo fratello, e alla presenza de' più vecchi cittadini, non mancarono di dimostrare a' capi del tumulto il pericolo manifesto, nel quale (non si accordando) si trovavano, e come non potevano sperare nell'universale, essendo stati abbandonati da lui, quando erano superiori; e ora che la città sbigottita si trovava, e già piena delle genti del duca d'Urbino, molto meno era per moversi ad aiutare la parte del popolo rinchiuso: ma quando volontariamente rendessino a' Medici il palazzo, si terrebbe modo che tutti potrebbono restare con l'animo sicuro. Onde, dopo molte persuasioni, finalmente li disposono uscirne, e lasciarlo nel termine [149] lo avevano trovato quando armati entrarono, pur che la convenzione stessi in modo, che se le dovessi e potessi prestare fede. Per la qual cosa, veduto la risoluzione di tutti, si mandò subito a Or San Michele per la capitolazione soscritta di mano del cardinale di Cortona, di Cibo, d'Ippolito ancora, e dipoi del duca, benchè con difficultà vi ponessi la sua mano; allegando, non potere promettere l'osservanza per quelli che non erano sotto la custodia sua. Soscrissonsi dipoi il marchese di Saluzzo ed il proveditore veneziano. La quale essendo pervenuta alle mani del gonfaloniere, e satisfacendo in quel caso a ciascuno, i giovani e gli altri vi si trovavano armati, si ritirorono dolenti finalmente alle lor case.

Questa restituzione fu dall'una parte e dall'altra saviamente acconsentita; imperò che, quando i Modici avessino preso per forza il palazzo, e privati molti che vi si trovavano drento della vita, rimaneva la casa dei Medici in più odio e [150] più pericolo, col resto della città, che non era prima. La quale per la vicinità de' lanzi non si doveva stimare poco; perchè, quando Borbona avessi inteso, il popolo e i Medici combattere insieme, si sarebbe subito accostato alle nostre mura, o voluntariamente, o sollecitato da' fuorusciti, o chiamato allora dall'universale, dal quale poteva persuadersi d'esser favorito e aiutato a entrare nella città, più tosto che lasciarsi superare dalli soldati propri: potendo inoltre più negli uomini lo sdegno verso i suoi, che il timore degl'inimici. E i giovani che si trovavono in palazzo, vedutosi rinchiusi con poche armi e meno vettovaglie, e il popolo non si essere (come stimavono prima) mosso, arebbono con troppo loro danno errato non consentire all'accordo, e massime che con la ruina manifesta loro si tiravono drieto ancora quella della patria: la quale potevono sperare, con altra occasione più sicura e più lodevole, vedere un giorno libera, quando dal presente [151] furore la salvassino; altrimenti, la conducevono, per tanta violenza e rapina, di necessità in più lunga e in più crudele servitù. Usciti adunque, come è detto, tutti i giovani dal palazzo pubblico, e avendolo subito i Medici ripreso, e messo in più luoghi di quello e della città guardie grossissime, e massime all'abitazione loro e nella piazza pubblica, le quali non altrimenti stavono continuamente vigilanti (benchè molto più la notte che il giorno), che se aspettassino a ogni ora combattere col popolo. Ma egli, tardi pentito della sua negligenza, per non avere preso le armi quando dal suono della campana era chiamato, e vedendo a ogni ora crescere i nemici suoi nella città, e trovarsi tanto numero d'oltramontani nel dominio sparsi, nè temendo meno questi che quelli, si trovava tutto confuso e disperato; in modo che non pochi di coloro che si travagliorono nel pigliare il palazzo, e degli altri ancora che non avevono fatta dimostra- [152] zione alcuna, veduto per ogni verso tanto pericolo, si erono trasferiti, per più loro securtà, chi a Lucca, e chi più lontano; massime intendendo, gli agenti o ministri de' Medici sputare spesso parole da metter terrore a chi si conosceva essere loro non che manifesto, ma occulto inimico.

Mentre questa confusione e timore era nella città, monsignore di Borbona, trovandosi con tutto l'esercito sparso per le castella di Valdarno, come intese per lettere del vicerè, il papa avere ricusato l'ultima conclusione dell'accordo, e intorno a Firenze esser tutte le forze della lega, nè vedendo modo allora con le sue fanterie, stracche e affammate e prive di tutte le cose necessarie, accostarsi alle nostre mura; si era partito da Montevarchi, e trasferitosi nel dominio di Siena. E benchè affermassi, volere prima nel Sanese pascere e riposare alquanto il suo esercito, per potere poi con più facilità e con più ordine scorrere il contado nostro e con [153] l'artiglierie e munizioni sanesi tentare l'impresa di Firenze; nondimeno, considerando Sua Eccellenza le difficultà e i pericoli si tiravono drieto questi disegni, ragunato che ebbe nel suo allogiamento tutti i signori e capitani spagnoli e tedeschi, si sforzò di mostrare loro con lunga orazione (discorso che ebbe prima con quelli, in quale termine si trovava lo esercito), come de' tre partiti si potevano allora pigliare, non conosceva il migliore, che marciare con celerità verso Roma. Imperò che il soggiornare troppo nel dominio di Siena riuscirebbe sopra ogni altro dannoso massime che farebbe disperare quel popolo amico, per li danni causarebbe tanto esercito nel contado loro, e per non essere possibile potessino somministrare molti giorni le vettovaglie e le altre cose necessarie a tanto esercito; e oltre a questo, darebbe troppo tempo agl'inimici ad ordinarsi e prepararsi alla difesa. L'andare verso Firenze, o per accostarsi alle mura, o per scorrere e predare il suo [154] contado, si dimostrava impresa difficile e pericolosa, trovandosi la città munita e con assai difensori; e nel dominio, per essere spogliato delle vettovaglie, essendo ridotto ne' luoghi più forti e la maggior parte del paese nostro essendo montuoso e difficile a correrlo, non si poteva troppo sperare: ma il gittarsi con ogni possibile velocità verso Roma, affermava essere partito sicuro, glorioso e utilissimo; sapendo, il papa essere allora sprovisto d'ogni cosa opportuna alla difesa, come apertamente gli aveva scritto il cardinal Colonna, e sollecitatolo marciare, senza perder più tempo, innanzi, massimamente trovandosi in Roma la sua fazione essere al tutto disposta in favor di Cesare, e massime non essendo possibile che l'esercito inimico vi potesse essere quando loro, essendo alloggiato più lontano, e sparso in molti luoghi, e comandato da diversi capitani, e costretto a tenere (volendo seguitarli) cammino più lungo; e che tanto più riuscirebbe lo acqui- [155] sto di tanto ricca città facilissimo, quanto più ciascuno si sforzassi con celerità, fuori d'ogni opinione del papa e de’ cardinali, arrivarvi; perchè stimando Sua Beatitudine, il nostro glorioso esercito non potere andare a trovarla, per la vicinità delle forze della lega, non fa provedimento alcuno, e si persuade che la necessità nella quale ci troviamo, ci abbia a costringere dimandare quell'accordo si ha predisposto nell'animo, come più volte per il vicerè ci ha fatto intendere. E benchè la necessità nostra si vegga essere grandissima, nondimeno non si può negare, che quanto maggiore la veggiamo, più ci debba sforzare a pigliare quel partito che sia per diminuirla e annullarla interamente, come senza dubbio succederà, andando subito alle mura di Roma; dove i Sanesi ci porgeranno (discostandoci da loro) più volentieri le vettovaglie, e in breve ci troverremo intorno a quella famosissima città senza impedimento di fuora e con [156] poca resistenza di quelli di drento; occasione rarissima, e da spronare ogni timido, non che sì feroce esercito; il quale, poi che per tante ragioni vede tanto facile e tanto desiderata vittoria, per acquistarla non debbe tenere conto delle difficultà passate, nè delle altre che per condurci con celerità a quelle mura, dobbiamo ancora per questo poco resto del cammino (benchè facilissimo) sopportare.

Queste e molte altre ragioni, dette con efficacia da Borbona, disposono facilmente quelli signori e capitani subito a preporre a qualunque altro disegno la impresa di Roma: per le persuasioni e risoluzioni de’ quali, fu dipoi molto facile farne capace il resto dell’esercito. Per la qual cosa, veduto la buona disposizione di ciascuno, fece Borbona allora condurre alla presenza sua tutti i prigioni, che in diversi paesi erano stati per il cammino presi, e che insino allora, legati, gli avevano seguitati; a’ quali (nondimeno sciolti e libe- [157] rati, benchè numero grande fussi) usò con lieta fronte verso di loro queste brevi parole: Se voi volete ritornare alle vostre case, o venire con questo glorioso esercito alle mura di Roma, sia posto in votra libertà; perchè o il partirvi, o il rimanere in compagnia con questi oltramontani, non vi sarà negato; e vi prometto sopra il petto mio, se ci seguirete fedelmente, sarete compagni nostri e ad ogni vittoria e al sacco di Roma.

Per le quali parole la maggior parte di quelli più giovani volentieri seguitorno l’esercito, e gli altri ritornorono senza difficultà alle loro case. Onde, senza perder tempo, il dì medesimo, che era il giorno xxvii d’aprile, essendo convenuti col governo di Siena della quantità di vettovaglie che giornalmente bisognavono, per la più corta strada e senza artiglierie si messono a cammino; ed arrivati al fiume della Paglia, essendo a guadarlo più vol- [158] te, con difficultà e perdita di qualcuno, lo passorono in questo modo. La fanteria si messe in fila 30 o vero 50 insieme, e presa per mano e per le braccia l'una l'altra, attraversavono arditamente la corrente del fiume; la quale dando a chi al petto, e a non pochi alla gola, quando sforzava sopramodo questo e quello, era lasciato traportare via da lei. Ma ristringendosi subito gli altri con il medesimo ordine, aiutati molto da i più robusti e più animosi, si condussono con poco danno di loro alle ripe opposite, dove la cavalleria era con minore pericolo arrivata, benchè non pochi fanti con essa ancora passassi, chi in groppa e molti a' crini e alle code de' cavalli appiccati. Dipoi, confortatisi e riordinatisi alquanto, seguitorono con la medesima celerità e ordine il viaggio disegnato, saccheggiando per il cammino solamente Montefiasconi e Ronciglione, per non avere a quell'esercito voluto dare passo nè vettovaglia. Agli altri castelli e luo- [159] ghi, che li sovvenivano (per non perder tempo) non feciono danno alcuno. L'inopinata partita de' quali quando a Firenze s’intese, e donde sarebbono provisti di vettovaglie, subito dal luogotenente fu spinto verso Arezzo buona parte della Banda Nera, che allora si trovava in San Casciano, ed avvertito il conte Guido Rangoni, che a gran giornate si trasferissi per la via di Perugia con quei fanti e con li suoi cavalli a Roma, dove era sopra ogni cosa necessario arrivare avanti agl'inimici; essendogli noto come il papa, per non aspettare ancora Borbona, si trovava interamente sprovisto di quelle forze che gli bisognavono in tanto suo grave pericolo. Dipoi con gli altri agenti del Pontefice avendo il luogotenente per più staffette notificato a Sua Santità la mossa e la celerità dell'esercito cesareo, e l'ordine aveva delle vettovaglie, e con quali forze il conte Guido prometteva essere a Roma, prima che gli inimici. Non mancorono dipoi ancora con [160] ogni estrema diligenza sollecitare il duca d’Urbino, il marchese di Sailluzzo e Provveditore veneziano, che allora si trovavono in Firenze, a farli subito spingere a quella volta il resto delle genti della lega acciò che gl’inimici non potessino soprastare un giorno soli intorno alle mura di Roma. Ma tanta sollecitudine era dalli ministri della Chiesa usata invano; imperò che questa volta il duca scoperse interamente l’animo suo a chi ancora ne stava dubbioso, mettendo più tempo non richiedeva tanta necessità, a partirsi di Firenze, e sopportando, che dove le sue genti passavono, per il paese nostro, facessino molto peggio non feciono li Tedeschi; e allungando ora per ora per un’altra cagione il cammino quanto poteva: onde non fu maraviglia, se ancora non si trovava vicino al lago di Perugia a dieci miglia, quando Borbona arrivò alle mura di Roma a’ iv di maggio nel MDXXVII, a ore ventuna, con tutto l’esercito, ma con tanta penuria del vitto, [161] che non era possibile vi potessino soprastare due giorni. Dove essendo subito arrivato, fece (come è militare cerimonia) per un trombetto domandare al papa, che gli dessi il passo per mezzo la città, dicendo voler condurre le forze di Cesare nel Regno. Ed essendogli (secondo il consueto costume) negato, nè vedendo modo da passare avanti, per avere molti de’ suoi tentato, con loro gravissimo danno, passare con certe barche il Tevere, e dato invano qualche scaramuccia alle mura: onde apertamente conoscendo le difficultà e pericoli dell’esercito suo, fatto subito chiamare i capitani delle fanterie e de’ cavalli, si sforzò a ciascuno persuadere (scoperto che ebbe a tutti, in quale estremità di vettovaglie, di munizione e di danari si trovava) come non era da differire all’altro giorno d’accostarsi con bravo assalto alle mura, con ogn’industria ed impeto sforzarsi subito di saltare in Roma. Imperò che, non essendo allora aspettati nè dal pontefice nè dal po- [162] polo romano, era ragionevole persuadersi, che drento ciascuno fussi non tanto dell'animo, quanto delle forze, e d'ogni ordine da combattere, spogliato: ma che, se si tardava insino all'altro giorno, quelli di drento, aspettando l'assalto, non perderebbono, la notte, tempo per ordinarsi e provedersi di sorte, che dove ora combattendo, gli sarebbe facile e sicura la vittoria, domani riuscirà difficile e pericolosissima. Occasione da non essere differita da ciascuno prudente, la cognizione de' quali non li fa differenti dagl'ignoranti, se non a sapere per i capelli pigliarla, quando con la sua velocità si dimostra e si appresenta all'uomo. E benchè confessi, l'esercito essere molto stracco, e che abbi non poco bisogno di riposo; nondimeno, conoscendo la facilità della vittoria, doveva ciascuno spronare allora di fare di sè l’ultimo conato, massime stimando, che per le persuasioni de' suoi capitani, facilmente si dovessi disporre la fanteria a non [163] perder tempo a ridurre al fine tanta gloriosa impresa. E con questo ed altre persuasioni, si sforzava spronare quelli signori e colonnelli, che con più celerità potessino, eccitassino l'animo e la voglia di ciascuno. Ma poi conosciuto, le persuasioni sue non aver potuto disporre i capitani dell'esercito a dare subito una brava battaglia alle mura, nè conoscendo altro rimedio (poichè così erono quelli capitani inclinati), che tentare la mattina seguente in su l'apparire dell'alba la forza di quelli di drento, e fare, come si poteva senza artiglierie, ogni sforzo di saltare in Roma; simulato il dispiacere, fece subito, avanti l'occaso del sole, ragunare quasi tutto l'esercito, e salito in luogo alquanto eminente, usò verso di lui questa orazione.

"Se io non conoscessi, signori e commilitoni miei carissimi, la virtù e la ferocia vostra, insieme con il modo d'entrare facilmente in Roma, userei al presente verso di voi quelle parole, che [164] più volte costumorono per molto minori difficultà molti imperadori a' loro eserciti: per le quali avendo instrutto ed animato l’esercito, dipoi acquistorono facilmente la vittoria. Ma perchè sono certissimo, che sarebbe un aggiugnere senza bisogno fuoco al fuoco, le porrò da parte; massime sapendo, gli uomini nelle armi eccellenti non aver bisogno di sprone; e conoscendo che molto maggiori travagli e pericoli delli presenti non potrebbono darvi terrore nè spavento: benchè, quali possino essere maggiori di quelli sono stati insino a ora da voi animosamente tollerati, certamente non so conoscere, considerato con quanta pronta e virtuosa ostinazione avete, commilitoni miei, in tanti mesi superata tanta intollerabile fatica, povertà e fame, per condurvi a queste mura, e come lietamente sopportate al presente gl'incredibili travagli, ne' quali in questo punto vi trovate, essendo in luogo, dove non è più vettovaglia, nè speranza da banda alcuna, [165] subito (come siamo necessitati) averla. Di tornare adrieto, non possiamo nè dobbiamo disegnare: di passare il Tevere, se non per mezzo Roma, non si vede verso alcuno: troviamci con poca munizione e senza artiglieria, e se non siamo circondati dall'esercito inimico, non procede solamente dal non essere in quello tanta virtù nè tanto animo, ma ancora da persuadersi chi lo guida, che le nostre difficultà sieno per farlo, senza insanguinare le proprie spade, vittorioso. E benchè questi nostri pericoli sieno gravissimi, e interamente dimostratovi niuno famoso esercito essersi per lo adrietro trovato in tanti frangenti; nondimeno ancora per voi medesimi apertamente comprender potete, non mai essersi a niuna nazione appresentato la più facile, la più giusta nè la più ricca preda. Facilissima dico, perchè, dove vi condurrò a dare l'assalto, le artiglierie non vi sono necessarie, ma per la destrezza e fierezza vostra, potrete agevolmente salire sopra i ripari e ba- [166] luardi, massime non essendo drento a quelle mura più che 3000 fanti, non consueti vedere le morti e le ferite degl'inimici. Oltre a questo, per avermi il cardinal Colonna, poche ore sono (per queste lettere che io qui al presente vi mostro), di nuovo scritto, la parte ghibellina non poter essere più disposta a porgerci ogni suo favore, come desiderosa molto della vittoria nostra. Ricchissima, per qualunque di voi facilmente si può comprendere, essendo drento a quelle mura, che voi ora avete a sforzare, rinchiusi col papa tanti cardinali, prelati, signori, cortigiani, mercanti con li baroni e popolo romano, insieme con le loro innumerabili ricchezze; per non avere alcuno di quelli prima stimato che a questo felicissimo esercito bastassi l'animo accostarsi a Roma; o che le genti della lega non dovessino seguitare di farci insino a ora (come in ogni altro luogo hanno perseverato) compagnia. Onde non si potrebbe esprimere, quanto dolore e sbi- [167] gottimento sia nell'animo di ciascuno, non tanto per essere per natura e per educazione vilissimi, quanto per aspettare, e meritatamente, dal magno e giustissimo Iddio (vedendosi dal proprio esercito abbandonati) quella punizione e quel flagello, che i loro pessimi costumi ed irreligiosa vita hanno tanto tempo meritato; riserbato nondimeno insino a questo felicissimo giorno alla spagnola e tedesca nazione con somma giustizia da colui che a tutte le cose dona l'essere e mantiene il moto. E benchè tanta inestimabile copia d'oro e d'argento, sia in parte premio conveniente alle vostre generose fatiche; nondimeno confesso, non esser corrispondente all'insuperabile audacia dell'animo vostro: perchè, quando, signori e commilitoni miei, vi guardo in viso, apertamente veggo, che vi sarebbe molto più grato che in Roma ora si trovassino parte di quelli imperadori, che con le loro elette legioni, con le quali arrogantemente già si attribuirono il nome ger- [168] manico, e con mille inganni e tradimenti sparsono molte volte, e nella provincia vostra e in Italia ancora, il sangue de' vostri innocenti antecessori: desiderio senza dubbio generoso, e conforme alla grandezza e nobiltà vostra. Ma per aver la natura in tanto tempo variato molto le umane cose, si trova introdotta al presente in quella città tanto vilissima educazione, che non è maraviglia, se in Roma ora sono rinchiusi non uomini giusti nè virtuosi, non atti a mostrare la fronte ed il ferro al nimico, non consueti generosamente dominare (come già solevano) questa e quella provincia; ma tutti immersi in libidinoso ed effeminatissimo ozio, e totalmente dediti a ragunare con fraude, rapine e crudeltà, sotto la pietà della cristiana religione, e l'argento e l'oro di ciascuno. Per la qual cosa, non potendo al presente, signori e commilitoni miei, vendicare le passate ingiurie ricevute, nè in parte alcuna mostrare verso gli antichi romani quella fierezza e perfezio- [169] ne militare, che in questo insuperabile esercito si trova, avete ora a fare quella vendetta vi è possibile, acciò che come al nostro imperadore sarà noto, essere nelle mani vostre il papa e Roma, con celerità si trasferisca in questo luogo, non solamente per premiare abbondantemente le vostre virtù, ma ancora per condurvi (come arà acquistato Italia e Francia) a debellare gl'Infedeli, e scorrere vittoriosi per tutta l'Asia e Affrica ancora, dove allora arete mille occasioni di far manifesto a tutto l'universo, aver facilmente superata la gloria e le ricchezze degl'insuperabili eserciti di Dario, del Magno Alessandro e di qualunque altro famoso monarca. [170] E certamente, quando vi penso, mi pare già vedervi tutti ornati con le armi d'oro, tutti signori e principi delle province acquistate e ricevute in dono dal nostro liberalissimo imperadore, come e del presente acquisto di Roma e d'ogni altra provincia e regione, vi ha più volte promesso il nostro infallibile profeta Martino Lutero. Ricordatevi, signori miei, come una parte di voi si è trovata a pigliare il re di Francia, e a distruggere il suo esercito, e a tenere per forza alla presenza di tante fanterie della lega tutto il popolo di Milano. Pensino quelli che nuovamente sono venuti in Italia, che avendo vinto e morto il signor Giovanni, e superato tanto virtuosamente le difficultà causate dall'asprezza de' paesi e dalle continue piove e nevi, che il ristoro di tanti stenti e povertà abbia (a chi non vorrà procedere con le armi più avanti) a essere al presente per patria sua la ricchissima Roma. Persuadetevi tutti, che qualunque famosa vittoria ed egregie opere da voi [171] fatte per lo adrieto, abbino a risultare a questo felicissimo esercito, infelici e dannosissime, se, quando vi sarà dato il cenno di combattere Roma, non vi sforzerete fare quanto la necessità grande de' presenti pericoli vi costringe, e quanto la speranza certa di tanti futuri beni vi persuade".

Non era ancora Borbona al fine del suo parlare pervenuto, che si cominciava a sentire in quell'esercito un certo lieto ed animoso mormorio, per il quale si conosceva facilmente, a quella moltitudine parere ogni ora cento di cominciare lo assalto. Onde veduto Borbona ciascuno benissimo disposto, commendato di nuovo che li ebbe con poche parole tutti, e ricordato lietamente dovessino pigliar quel riposo e quel ristoro, che potevano in quella notte, acciò che in sul chiarire del giorno si trovassino più gagliardi a dar l'assalto alle mura; e poichè ebbe deputato e ordinato gli alloggiamenti loro, si ristrinse di nuovo con li colonnelli e al- [172] tri capi dello esercito, con li quali gran parte della notte discorrendo, dopo molti ragionamenti conclusono in che modo e dove in su l'aurora si dovessi dar la battaglia; e avanti li licenziassi, gli esortò molto a dover sopra ogni cosa istruire ciascuno del suo colonnello, con presupporre massime la vittoria certa.

Mentre che tra li Cesarei di fuora non si perdeva tempo, in Roma ancora, veduto che, contro alla comune opinione, era comparso alle mura tanto numero di nimici, per non avere inteso di loro prima la partita da Siena, che quando arrivorono a Viterbo; benchè in Roma fussino molti che affermassino, quello essere l'esercito della lega; si pensava al modo col quale si potesse metter riparo a tanto imminente pericolo. Per la qual cosa, trovandosi il papa in questi giorni interamente sprovisto e disarmato, nè avendo tempo a poter cavare fanti de' luoghi che naturalmente li producono animosi e buoni, fu costretto sol- [173] dare furiosamente circa 3000 tra artigiani, servitori, e altre vilissime persone, non consuete a sentire, con le armi in mano, non dico le artiglierie, ma i tamburi. Onde in tanta necessità chiaramente conobbe, quanto era stato gravissimo errore avere non molto prima licenziato li Svizzeri e quelli 2000 fanti della Banda Nera, per volere avanzare (come allora usava dire Iacopo Salviati) trentamila scudi il mese. Nondimeno, in tanta difficultà, non mancava di ricordare spesso fussino con quella celerità era possibile, restaurati i ripari altre volte fatti, condotte le artiglierie a' luoghi deputati, distribuite con ordine le munizioni, e si dovessi compartire alle mura e nelle parti più deboli quelli fanti potevono, e ancora collocare in luogo comodo grossa banda, acciò che potessino facilmente soccorrere, bisognando, questa e quella parte della città; nè si mancassi deputare chi avessi a ministrare le vettovaglie, e altre cose necessarie, a' combattenti; e che si fa- [174] cessino con celerità molti fuochi lavorati, e altre misture da pigliare e multiplicare velocemente la fiamma, per gettarli tra li inimici, quando più stretti fussino a canto le mura, e dove bisognava. Non mancava ancora, in tanta confusione, il Santo Padre di confortare e di persuadere quando questi e quando quelli, mostrando le difficultà del vivere e de' danari degl'inimici; e come trovandosi senza artiglierie da battere le mura, non potevano sforzare un piccolo castello (come insino allora per tutto il cammino avevano dimostro), non che Roma; e che, quando fussino ributtati nel primo assalto, sarebbono dipoi costretti e per la fame e per il timore dell'esercito inimico, già vicino alle mura, rompersi fra loro medesimi. Mostrava ancora, che per esser li nimici luterani, Iddio averli, non senza misterio, condotti nel principale luogo della sua santa religione, per farli con più notabile esempio tagliare tutti a pezzi. Nè pretermesse finalmente (come [175] è ridicolo costume in simili accidenti de' pontefici) promettere con molta efficacia a chi si portassi nel combattere valorosamente, e fussi morto, oltre al concedere gli offizi e benefizi ecclesiastichi loro a' propri eredi e propinqui, plenaria remissione di tutti i suoi peccati. E benchè Sua Santità fussi, come quella che molto bene conosceva la qualità de' suoi capitani, insieme coll'ignavia de' fanti tumultuosamente pagati, più disposta abbandonare Roma (vedendo tanta confusione) che a difenderla; nondimeno, persuasa e ritenuta da' suoi savi, metteva con queste parole animo agli altri. E se a Sua Santità fussi stato lecito andare personalmente rivedendo le mura e i ripari, le artiglierie e le altre cose necessarie per la difesa di Roma, senza dubbio all'arrivo di Borbona sarebbero state altrimenti condotte, che non furono per le mani del signor Renzo e degli altri che ne ebbono la cura. Ma per rispetto di essere stimato e tenuto vicario di Cristo [176] in terra, fu costretto fidarsi degli occhi e del cervello de' suoi capitani. Onde lo esemplo di Sua Beatitudine doverebbe insegnare a qualunque principe, quanto poco de' suoi ministri nelle cose importantissime debbe confidare.

Il popolo romano con li forestieri, avendo pochi giorni prima fatta la mostra di sè medesimo, e trovatosi essere circa 30,000 persone da combattere, si reputava, avanti vedessi il pericolo in viso (come è popolare usanza), inespugnabile; e ancora perchè, molto sopra ogni altro capitano di Nostro Signore, il signor Renzo da Ceri affermava, gl'inimici non poter soprastare due giorni intorno alle mura per l'estrema penuria di vettovaglie, e come per tutto il dì seguente l'esercito della lega entrerebbe in Roma; stava quel popolo con l'animo molto sicuro. E il Datario e Iacopo Salviati, insieme con molti altri, stimavono tanto certa la vittoria, che non solamente non permessono che il pontefice si partissi, ma ancora, che li [177] mercanti fiorentini, e di molte varie nazioni, potessino mettere in un galeone, e altre diverse barche, per questo effetto già da essi ordinate, tutte le robbe di più valuta, insieme con le donne loro, per mandarle subito verso Civita Vecchia. Ma dipoi feciono subito serrare le porte, dicendo, essere superfluo e ridicolo tanto timore, per non essere tempo da permettere modi che porgessino terrore a quelli restassino drento, o che facessino crescere la speranza a gl'inimici, ne' quali, per vedere fuggire e sgombrare ciascuno, si causerebbe più ostinazione. Onde per queste persuasioni pareva, che in Roma la maggior parte aspettassi senza timore lo assalto alle mura.

Non lascerò indrieto come, molti giorni avanti, uno di vilissima condizione del contado di Siena, d'età matura, di pelo rosso, nudo e macilento e, per quanto si dimostrava allora, molto religioso, aveva più volte pubblicamente predetto a tutto il popolo romano la [178] ruina certa de' preti e di tutta la città, con la rinnovazione della Chiesa; e spesso ricordato con spaventevol voci a ciascuno, esser venuto il tempo della penitenza, per vedere manifestamente propinquo il flagello: e al papa senza rispetto detto in presenza di molti parole molto ingiuriose e villane, e protestatogli da parte di Dio la ruina sua. Onde, per tanto annunzio, si trovava rinchiuso in questi giorni in carcere, dove con più efficacia che quando n'era fuori, affermava il medesimo: al quale da pochissimo numero (come suole intervenire in simili accidenti) era prestato fede.

Potrei narrare ancora qualche portento accaduto non molto tempo innanzi in Roma, significante la ruina grande e propinqua: come il partorire di una mula nel palazzo della Cancelleria, e spontaneamente pochi giorni avanti esser ruinata una gran parte di quelle mura, che congiugnevano il palazzo con il castello, se non mi ritenessi il cono- [179] scere, appresso di molti, simili straordinari segni non essere giudicati di momento alcuno; benchè le antiche istorie, e le moderne ancora, si trovino piene di queste sorti portenti, intervenuti avanti gli orrendi casi e distruzioni di città; e come per il timore di essi, quando apparivono, si legga, molti popoli cristiani, non che gentili, non aver mancato con sacrifizi e devote cerimonie placare la giusta ira del sommo Giove; la benignità del quale pare voglia istruire i mortali innanzi al flagello con diversi e spaventovoli segni, per tentare prima di ridurre con tali terrori, più tosto che con la giustizia, le umane menti a miglior vita. Nondimeno non resterò di scriverne due sopra gli altri evidentissimi, successi non molti mesi innanzi in Roma. Il primo, una saetta avere levato dal braccio di una devotissima Nostra Donna, collocata nella chiesa di Santa Maria Traspontina, il suo Bambino, e averne fatti molti pezzi, e la corona ancora [180] di lei, in quella furia percossa e divisa in più parti, gittato per terra. Il secondo, l'eucarestia riposta il Giovedì santo preterito, come si costuma in tal giorno, in un tabernacolo della cappella del papa, la mattina seguente si trovò, senza sapere come nè da chi, sospinta per terra. Segni certamente efficacissimi da spaventare ragionevolmente ciascun cristiano, avendo il celeste fuoco tocco e guasto l’immagine della umana origine del Nostro Salvatore, e lacerato e spezzato indegnamente il glorioso premio della sua santissima Madre; e circa due mesi avanti, quello che noi cristiani meritamente tanto adoriamo, avere ricusato dimorare dove molti e molti anni prima in simil giorno stare soleva. Ma troppo in quella città era indurato il cuore delli scribi e farisei, per esser totalmente accecati e immersi nella voluttà, avarizia e ambizione, poichè per questo tante divine dimostrazioni non si commossero.

Mentre che le provisioni e drento e [181] fuori di Roma si facevono, si approssimava l'alba del sesto giorno di maggio, e già era tutto quasi in ordine l'esercito cesareo, e una parte di esso si accostava verso quella banda delle mura vicina a Santo Spirito, e monsignor di Borbona, tutto armato, con sopravvesta bianca, si vedeva continuamente andare or qua or là a cavallo, confortando e animando quando questi e quando quelli, dicendo alli Spagnoli e Tedeschi di Milano: Ora è necessario mostrare la terza volta quella virtù e ferocia abbiamo per il passato due volte in voi veduto: imperò che il nome e le ricchezze nelle altre vittorie acquistate, mancando del vigore vostro in questo punto, le perderesti insieme con la vita. Agl'ltaliani mostrava, non essere al presente meno necessario scoprire il valor loro, che nelle altre imprese: imperò che non vincendo in questo giorno, saresti costretti, insieme con questi altri nostri oltramontani, per non venire vivi in potestà de' nimici, con le [182] proprie mani (non avendo dove voltarvi altrove) darvi la morte; trovandovi in questo felicissimo esercito contro agli bandi di tutta la lega. Oltre a questo, offeriva di nuovo l'osservanza di quanto tante volte aveva loro largamente promesso, affermando che sarebbono, oltre alla porzione della preda, ancora signori e padroni delle proprie native città e castella. Alli luterani, venuti col capitan Giorgio, ricordava i duri disagi, l'intollerabil fame con l'estrema penuria di danari, non avere sopportato per altro, che per condursi alle mura di Roma; dove mostrando l'ardire che sapeva essere in loro, era certissimo che in poche ore vi sarebbono drento ricchissimi e sicurissimi, insieme con le loro donne e figliuoli, e potrebbono senza difficultà godersi le incredibili ricchezze di tanto viziosi e poltroni prelati. E così continuamente cavalcando per il campo, dove vedeva numero grande insieme armato, accostandovisi, confortava e animava ciascuno a dovere [183] farsi innanzi, promettendo voler essere de’ primi a salire sopra quelle famose mura, solamente per mostrare con quella sua prontezza e animosità a tutto l'esercito, quanto reputava certa la vittoria. Onde per tanta sollecitudine e conforti suoi, si trovava in su l'alba non solamente tutta la fanteria, insieme con la cavalleria, in ordine, non meno lieta, che disposta a dare animosamente la battaglia. E già aveva cominciato la banda spagnuola (come è sua usanza) con molta bravura l'assalto in diverse bande della città; ma con meno strepito ora possibile, non poco numero di quella si sforzava di tentare l'entrata da quella parte che si trovava verso Santo Spirito, sopra l'orto del cardinale Ermellino, per essere le mura quivi più basse che altrove; imperò che in quel luogo il circuito delle mura si vede continuato con il muro principale di una piccola casa privata, in modo che di drento, a chi non vi aveva posto cura, nè di fuori ancora, appariva la sottigliezza e [184] la debolezza sua; nel quale muro si trovava una cannoniera più larga assai che le solite misure, usata allora per finestra di quella casa. Oltre a questo, nella sottigliezza di quel muro era, rasente il terreno, ma ricoperta di fuori con terra e letame, una piccola finestra, qual già serviva alla cantina o cella di quell'abitazione: non ferrata, ma con traverse di legname chiusa talmente che per essa potessi solamente entrarvi il lume necessario. E benchè in questo tempo non servissi per tale effetto, e che per essere ricoperta e nascosta, non apparissi a chi non aveva particulare notizia, nondimeno non si può negare, non fussi errore sopra ogni altro gravissimo, nè possibile escusarlo per verso alcuno dal signor Renzo, o da Giuliano Leno, o da chi ebbe per rivedere le mura e luoghi pericolosi, commissione: tanto era facile a chi ha punto, non dico, d'esperienza ma d'ingegno, averlo conosciuto, non che da coloro che nel fortificarè la città sopra [185] gli altri si reputavono intendenti. Imperò che, veduta quella piccola casa congiunta con le principali mura di Roma, doveva essere con grandissima diligenza da' capitani romani ricerca e drento e fuora, per potere scoprire i predetti disordini, e non inconsideratamente, come feciono allora, trapassarla. Per questo esemplo si potrebbe apertamente affermare, non solamente tali essere li ministri e gl'istrumenti, quali sono chi gli elegge e comanda; e che a conoscere, se il motore di loro è savio, facilmente scopresi per le qualità di chi esequisce quanto egli ordina e dispone, per non essere ragionevole, che il cervello dello inferiore ministro non sia a quello del superiore padrone corrispondente; ma ancora quanto poco fidare si debbe colui delle cose importantissime, della diligenza e degli occhi de' suoi ministri; perchè gli errori fatti da quelli non si possono poi nella estrema necessità ricorreggere; massime che la vergogna col danno si posa tutto in su le spalle [186] di chi dagli agenti suoi comporta essere interamente governato. Nondimeno, in questa parte non si debbe interamente imputare papa Clemente; perchè, benchè benissimo Sua Santità conoscessi la virtù e i difetti de' suoi capitani, e che molto poco nella diligenza loro confidassi; nondimeno fu costretta Sua Beatitudine, non potendo (rispetto al supremo grado suo) personalmente vedere le mura, i ripari o l'altre cose necessarie alla difesa, rapportarsi al poco sapere di quelli.

Verso questa parte adunque delle mura li Spagnoli (essendo forse a qualcuno nota la debolezza sua, e ancora quella entrata) facevano estrema forza d'accostarsi per saltare drento, massime cominciando ad apparire un'eccessiva nebbia, la quale, allora in sul chiarire dell'alba si elevava copiosamente sopra la terra, e surgeva di mano in mano (come spesso nel mezzo del verno si vede) più oscura e più densa, talmente che non lasciava scorgere altrui due braccia lontano. Onde [187] le artiglierie di Castello e degli altri luoghi di Roma, non potevono offendere gi'inimici, se non a caso, perchè bisognava in tanta oscurità adoperare più l'orecchio che l'occhio, e tirare verso lo strepito dei combattenti. Per la quale cagione la maggior parte de' tiri di quelle di drento offendevono non meno i propri difensori che gli avversari, o riuscivono vani. Ma, mentre che lo esercito combatteva arditamente le mura, e si sforzava senza intermissione di tempo (non stimando i pericoli manifesti) saltare in Roma; intervenne che monsignor di Borbona, per essere tra' primi combattitori, volendo animare più ciascuno, e tenendo con la sua sinistra mano (come molti affermono) una delle scale appoggiate alle mura, e con la destra accennando o spingendo questi e quelli a salirvi, trapassato il fianco da banda a banda da un archibuso, cadde subito morto, benchè altri altrove [188] e in altro modo affermino della morte sua. Capitano certamente egregio, e da non essere, per la liberalità, astuzia e animosità sua, connumerato fra gli infimi. Onde la fama di tanto inaspettato accidente, sparsa nei capi dell'esercito, li fece travagliare talmente, che alquanto il furore e l'impeto fermorono; e benchè giudicassino avere fatto grandissima perdita, e da dovere dare manifesto impedimento alla vittoria; nondimeno, conosciuto non restare ai vinti altra salute, che non sperare salute alcuna, subito tra loro fatto consiglio, conclusono, non aver altro rimedio che tentare un'altra volta con maggior audacia la fortuna. E come disperati, si confermarono più nella loro naturale ferocia, e con maggiore dimo- [189] strazione e animosità che prima, s’accostarono di nuovo con grande impeto alla medesima parte delle mura, facendo estrema forza di espugnarla, massime continuando in lor favore l'eccessiva nebbia. Nè li faceva ritirare indrieto un palmo, nè raffrenare in parte alcuna la ferocia nè l’impeto la difesa di quelli di drento. I quali in tanta necessità non restavono però di gittare spesso fuochi lavorati, sparare falconetti e altre artiglierie, e continuamente tirare con gli archibusi e con gli scoppi verso lo strepito e romore inimico. E così combattendosi da ogni parte circa un'ora, senza riposo alcuno, ma con poca difficultà delli Cesarei, i quali per essere assai numero, scambiavono l’un l'altro. Imperò che, come una compagnia di loro aveva sparato gli archibusi, o si vedeva affaticata in modo che avessi bisogno di riposo, succedeva nel luogo suo un'altra fresca squadra, che faceva la medesima fazione. Onde quelli di drento, conosciuto [190] quanto agl'inimici cresceva continuamente l’ardire e le forze, nè li vedendo o sentendo in luogo alcuno allentare il furore (benchè gli avessino più volte dalle mura ributtati e tolto a quelli qualche bandiera), già cominciavono avere non poco timore, e dubitare in quel giorno della vittoria; quando una piccola banda spagnuola (o per avere allargato con pali e picconi il ferro della cannoniera, o per quella finestra della cantina predetta, saltata drento), alle 13 ore fu veduta in Roma, senza averne ancora notizia il resto dell'esercito. E benchè non pochi si persuadino che li primi entrassino per quella parte di Roma che è da Porta Torrione verso Santo Spirito, per esservi le mura più basse che altrove, allora mal guardate e debolmente difese; nondimeno, per qual modo sia successo così facilmente l'entrata di sì poco numero di Spagnoli, lascerò fra tanti vari pareri farne giudizio ad altri: solamente dirò, che per non si [191] vedere in terra mura, se non quelle poche della cannoniera e la finestra della cantina allargata e fracassata, inclina l'animo di molti a credere, essere stata per quella finestra la prima e certa origine dell'entrata loro, essendo massime seguita con tanta facilità e celerità. Il primo adunque che vidde li Spagnoli entrati (secondo che affermono molti) si fu il signor Renzo, perchè subito con alta voce disse: Gli inimici sono drento; ciascuno pensi di salvarsi e ritirarsi nei luoghi e sicuri e più forti. Parole (se da lui però usate) poco convenienti ad un tanto capitano: imperò che doveva subito con ogni velocità possibile fare dei suoi maggior testa poteva in tanta necessità, e urtare con essa arditamente gl’inimici, nè mancare di quella virtuosa ferocia bisognava in quel repentino frangente a spingerli e ributtarli per forza fuori delle mura, come molte volte a molti in tanto estremo pericolo è intervenuto. Ma non prima ebbe tanto timide e spaventevoli parole mandate fuora (come [192] chi si trovò alla presenza sua allora mi ha affermato), che si ritirò fuggendo verso Ponte Sisto, seguitato da ciascuno che gli era intorno, con quella confusione e timore suole avvenire in tanto impetuoso disordine. Dove arrivato con molti fanti e popolo romano, che già dalli ripari, inteso la fuga sua, si erono gittati, massime sentendo continuamente dagl'inimici ad alta voce gridare: Spagna, Spagna, ammazza, ammazza, il quale con molta fatica passato il Tevere, si mescolò con l'altra turba sbigottita. Ma coloro che non poterono passare il Tevere, o per il timore che li aveva avviliti, o per la grande moltitudine che continuamente or qua or là confusamente correndo, impediva ciascuno, si ridussono verso il Castello. Dove di poco essendo con furia entrato Nostro Signore, nè vi trovando (come ricordato molto prima Sua Santità aveva), vettovaglia, nè l'altre cose comode a ributtare i nemici, e al vivere massime necessarie; subito vi fece dalle case e [193] botteghe vicine condurre quelle che in tanta confusione fu allora possibile avere. Ma mentre che in Castello con tanto terrore si facevano simili provedimenti, era già comparso alla entrata sua principale tanti prelati, nobili, cortigiani, donne con soldati, mescolati e stretti insieme, che non era per la calca grande possibile serrare. Ma, finalmente, lasciato cadere la saracinesca, benchè con difficultà cadessi e si serrassi, per non essere stata prima considerata, nè netta dalla ruggine, si mostrò con danno di tutti coloro che se ne trovorono di fuora, che volendosi salvare, bisognava gettarsi altrove. Nondimeno già vi era drento più che 3000 persone, e tra essi buon numero di personaggi, prelati e altri uomini qualificati, con tutti i cardinali, salvo che Valle, Araceli, Ceserino, Siena e Encouorth; i quali credendosi stare più sicuri nelli propri palazzi, per esser capi della fazione ghibellina, non si vollono nel Castello rinchiudere. Il cardinale [194] de' Pucci, mentre si accostava correndo al Castello, trovandosi nella calca e furia del ponte, fu malamente calpesto e ferito, ma casualmente, nel capo e nelle spalle; e dopo molte difficultà da' suoi servitori più che mezzo morto e da una finestra ferrata, allora sbarrata, vi fu condotto. Il cardinale Ermellino non vi potendo, come gli altri primi, prima entrare, vi si fece tirare per la parte di sopra in uno corbello con le fune: dove ancora si trovava Iacopo Salviati, l'arcivescovo di Capua, il Datario, il signor Alberto, il signor Orazio, e molti altri nobili, con tanto travaglio e spavento, quanto si può stimare, essendo da loro ogni altro accidente aspettato, che tanta ruina. Ma il resto del popolo romano, con i mercanti, prelati, cortigiani e forestieri, andavono con molta furia e timore or qua or là, cercando della salute loro; e correndo per diverse strade, come smarriti, nè potendo uscir di Roma, per essere serrate le porte, en- [195] travono nei luoghi più forti e reputati più sicuri. Onde alcuni in casa de' Colonnesi, altri in quelle di Spagnoli, Fiaminghi e Tedeschi, abitati molti anni in Roma, e molti nei palazzi dei d'Encouorth, Araceli, Siena, Ceserino e Valle, si rinchiusono.

Non voglio pretermettere, essendo massime certamente cosa notabile, come niuno di quelli nominati capitani della Chiesa, in tanta calamità, in quanta vedevono le proprie persone insieme con quell'infelice città, non facessino prova o di tagliare i ponti, o disporsi e isforzarsi difendere il circuito delle mura di Trastevere, per resistere, quanto fosse stato a loro possibile, all'impeto di tanto crudeli inimici, e risolversi più tosto volere virtuosamente morire, difendendosi con le proprie armi in mano, che, tanto vilmente e tanto meschinamente pervenire nelle mani di sì efferati vincitori. Ma fuggendo con gli altri confusamente, facevano crescere continuamente per Roma più lo spavento, e davono [196] agli avversari certa speranza dell'intera vittoria. Fra li quali capitani da ciascuno è molto più dannato il signor Renzo; avendo prima molto più che gli altri affermato la vittoria, ed essendo il principale della fazione guelfa, e trovandosi molto popolo romano armato intorno; per non avere con celerità preso quelli espedienti che si potevono con facilità mettere ad effetto: per i quali senza dubbio si salvava la maggior parte di Roma; perchè, senza fare conclusione alcuna col popolo o con li capi vi si trovavono, si ridusse subito con grandissima furia e spavento, come gli altri, in Castello. Ma di tanto gravissimo errore non è da imputarne solamente il signor Renzo; ma ancora tutti quelli che potevono comandare, dovevono allora, in tanto frangente, insieme con celerità unirsi, e deliberare del modo, e con generosa ostinazione disporsi a difendere la robba di ciascuno, insieme con la patria. La qual cosa facilmente sarebbe riuscita, se avessino subito, con [197] quella prontezza e animosità si conveniva, ripieno la maggior parte del ponte di legname, e appiccatovi dipoi il fuoco, tagliarlo: non altrimenti che li Romani, ritiratisi di là dal ponte, quando viddono Orazio Cocle solo ritenere arditamente l'impeto degl'inimici che passare lo volevono. Per la tagliata del quale i Cesarei in brevissimi giorni nella parte di Trastevere erono costretti a ritornare nelle medesime difficultà nelle quali si trovavono avanti entrassino in Roma: massime potendo essere continuamente battuti dall'artiglieria di Castello, vi sarebbono restati con molto più pericolo che fuori delle mura. Ed oltre a questo, perchè, poche ore dopo l'entrata degl'inimici, arrivò a Monte Rotondo il conte Guido Rangoni con li suoi cavalli e fanti della Banda Nera, con li quali facilmente in Roma sarebbe per la porta del Popolo entrato, e arebbe con molta facilità cresciuto la molestia e li impedimenti a gl'inimici, e messo animo alle forze della lega, che [198] si trovavono ancora a cammino, d'accostarsi e appresentarsi alle mura di Roma. Onde con più facilità e sicurtà arebbero per la medesima via potuto liberare il pontefice: la Santità del quale se più di loro che di sè medesima si debbe dolere, essendo stati gravissimi gli errori de' suoi capitani, nè essendosi, come più volte aveva voluto fare, partito, lascio nel giudizio d'altri.

Ma ritornando all'entrata de' Cesarei, dico che quando gli Spagnoli viddono fuggire tanto timidamente il signor Renzo, con tutti quelli che seco erono deputati alla difesa delle mura e dei ripari; chiamato con celerità degli altri spagnoli, che ancora la maggior parte se ne trovava fuora, con i quali fatto insieme testa, stretti e ordinati, seguitavono arditamente la vittoria, non attendendo ad altro, che ammazzare quanti ne giugnevono, in modo che qualche soldato e capo della Chiesa, essendo dagl'inimici con tanta furia sopraggiunto, per non essere stato, per [199] viltà, de’ primi a fuggire; conosciuto non avere altro remedio a salvare la vita, si mescolava astutamente in quel furore con li vincitori, e mostrato d'essere de' loro medesimi, perseguitava insieme con gli altri quelli che fuggivono. Onde in brevissimo tempo i Cesarei con pochissima perdita presono i borghi di Roma: dove morto circa 1000 di quelli vi trovorono a difenderli, facilmente ritennono gli altri che ne' borghi abitavono: ne' quali borghi era già con molto impeto entrato quasi tutto il resto dell'esercito per li ripari e per le mura più basse, abbandonati, e per la porta San Brancazio, stata subito spezzata e fracassata da loro; attesono a rinfrescarsi e ricrearsi alquanto con la copia delle vettovaglie vi trovorono. E benchè mostrassino nella prima entrata (secondo dicevono), per la perdita di Borbona e per altri loro disordini, volere accordare col papa; e che a questa fama Sua Santità prestando nondimeno quella fede che si suole fare nelle ne- [200] cessità e nelle cose che sopramodo si desiderono, vi avessi mandato subito lo imbasciatore del Portogallo, col quale i capi spagnoli praticassino le convenzioni dell’accordo. I quali capitani benchè mostrassino non procedere simulatamente, come si persuadevono prima molti rinchiusi nel Castello, essendo già gl’inimici signori di una parte della città, nè si opponendo a loro alcuno; nondimeno i Cesarei, non potendo sapere in che termine si trovava la città, e se erono per potere passare il Tevere o no, mostravono con arte all'accordo essere inclinati. Ma dopo qualche pratica simulata, tenuta col mandato del papa, finalmente li Spagnoli e Tedeschi, fatto tra loro consiglio, conclusono, non volere più perdere tempo, nè curarsi d'essere molto affaticati e stracchi a pigliare subito il resto della città, avendo scoperto essere tanto sbigottita e confusa.

Per la qual cosa con molto strepito di trombe e di tamburi, insieme con altri suoni militari da spaven- [201] tare qualunque non è solito sentirli, si dirizzorono animosamente, a ore ventidue, verso il portone, dove prima con gran silenzio erano corsi de' loro archibusieri circa 1000, per sopraggiugnere imprevisti quelli che ragionevolmente giudicavano dovervi essere a difenderlo. Ma trovatolo molto abbandonato e con pochissimi difensori, per essere ogn'uomo confuso e spaventato, lo presono senza difficultà, e dipoi, senza perder tempo, arrivatovi ancora il resto dell'esercito, si dirizzorono verso Ponte Sisto, e quello con grande ordine e ferocia, ma con poco impedimento, passato, essendosi subito per diverse strade divisi e compartiti, qualunque trovavono, crudelmente uccidendo, facevono per tutto spaventevole strage. Ma non essendo chi facessi alla loro furia resistenza, divennono in breve signori di sì antica e di sì nobile città, piena di ogni sorte di ricchezze, quali si potessino da qualunque cupidissimo e avarissimo esercito desiderare. Della quale come vid- [202] dono, per la fuga di ciascuno, esserne veri padroni, cominciò la nazione spagnola a pigliare questa casa e quella prigione, insieme con quelli vi trovavono; e coloro che confusamente per le strade fuggivano, giungendoli, riteneva senza ammazzare. Onde i Tedeschi veduto le bande spane non osservare, come loro, l'ordine della guerra, perchè tagliavono a pezzi (come è necessario molto nel principio della vittoria) qualunque potevano giugnere, cominciorono a dubitare di tradimento. Ma subito persuasi da' capitani spagnoli, che essendo la città presa e abbandonata da chi ragionevolmente la doveva difendere; e sapendo, molte ricchezze essere occultate, era grave errore non ritenere vivi coloro che le potessero dipoi manifestare, oltre a quelle che non fussino in Roma, che loro pagherebbono per liberarsi.

Cominciorono ancora i lanzi a pigliare questo e quello scontravono, e a entrare furiosamente nelle più belle abitazioni vedevono: talmente che, in [203] brevissimo tempo fu fatto prigione ciascuno, non avendo rispetto a' luoghi sacri, dove molte donne e fanciulli e timidi uomini (come si costuma in simili pericoli) erono rifuggiti, perchè da loro non erono altrimenti trattate le cose divine che le profane; e continuamente, come furie infernali, or qua or là scorrendo, con spaventevole furore qualunque luogo sacro cercavono, e in questo palazzo e in quello, come a loro piaceva, entravono, e dove trovavono resistenza, ferocemente combattevono, e non lo potendo avere, vi attaccavono il fuoco: in modo che non poche ricchezze nè poche persone, per non volere vive venire in tanto efferate mani, furono arse e consumate. Oh quanti cortigiani, quanti gentili e delicati uomini, quanti vezzosi prelati, quante devote monache, quante vergini, quante pudiche matrone con li loro piccoli e figliuoli vennono preda di tanto crudeli nazioni! Oh quanti calici, croci, figure e vasi di argento e d'oro, fu- [204] rono con furia levati dagli altari, sacrestie e altri luoghi devoti, dov'erono riposti! Oh, quante rare e venerande reliquie, coperte d'oro e d'argento, furono con le mani sanguinose e micidiali spogliate, e con derisione della religione buttate per terra! La testa di San Piero, di San Pagolo, di Sant'Andrea e di molti altri Santi, il legno della Croce, le Spine, l'Olio Santo, e insino all'ostie consacrate, erono da loro in quella furia vituperosamente calpeste. Per le strade non si vedeva altro, che dalli saccomanni e da vilissimi furfanti portare gran fasci di ricchissimi paramenti e ornamenti ecclesiastici, e gran sacca piene di più sorte vasi d'oro e d'argento, dimostrativi più delle superbe ricchezze e vane pompe della romana corte, che della umile povertà e vera devozione della cristiana religione. Vedevasi ancora grandissimo numero di prigioni di ogni qualità, urlando e stridendo, da questi e da quelli oltramontani con gran celerità essere [205] condotti alle stanze guadagnate. Vedevasi per le strade molti morti e molti nobili tagliati a pezzi, dal fango e dal proprio sangue ricoperti, e molti mezzi vivi giacere miseramente in terra. Vedevasi ancora qualche volta in quella furia da questa e da quella finestra saltare, per forza o volontariamente, fuora fanciulle, uomini e fanciulli, per non restare vivi preda di tanto efferate azioni, e crudelmente poi per le strade finire la propria vita. Nè giovava alli Colonnesi e ghibellini essere di quella fazione, perchè non avevano più riguardo i vincitori a quella parte che a questa; nè trattavono meglio li Spagnoli, Tedeschi e Fiaminghi abitati lungo tempo in Roma, che si facessino alli cortigiani e prelati italiani. Nè a quelli cardinali che non erono, come gli altri, rifuggiti in Castello, fu avuto rispetto o reverenza alcuna; benchè avanti si persuadessino, per le loro dignità, accompagnate massime con tanti loro egregi costumi, e per trovarsi non me- [206] no maligni che gli altri capi della parte imperiale, dover essere riguardati. Nondimeno rimason subito vilmente ne' propri palazzi prigioni, insieme con tutti coloro che vi erano, per salvarsi, rifuggiti. La fallacia e semplicità de' quali apertamente dimostra, quanto possa negli animi de' parziali la fede verso la parte medesima; poichè, contro ad ogni ragione e esperienza, si messono alla discrezione di chi è tanto nimico del nome italiano, e sopramodo cupidissimo della robba di ciascuno. Pensi qualunque che furore, che tempesta e che rapina fussi in quella misera città, essendo in preda di tanto affamati ed efferati vincitori, i quali a gara facendo di rubbare e di mostrare la loro ferocia, è da credere che questa volta l'avarizia spagnola e la rabbia tedesca si sfogassi.

Se io volessi particularmente al presente narrare i vari e strani casi successi fra li vincitori in tanto rabbioso furore, sarebbe un volere scrivere, non [207] una ma molto spaventevoli tragedie: e benchè meglio si conoscessi quanto possa l'avarizia e crudeltà nelli soldati, quando per forza entrono nelle città, col sangue e col pericolo proprio acquistate; nondimeno, per non esser tanto prolisso, ne narrerò solamente uno, non meno ridicolo che crudele, massime potendosi per esso facilmente conietturare la pessima qualità degli altri casi in quel furore successi. Imperò che, mentre tante diverse nazioni scorrevono or qua or là, predando e ammazzando, e che furiosamente in questa e in quella bottega e fondaco entravono; intervenne che circa dieci Spagnoli trovandosi insieme a mettere a sacco una stanza piena di merce, fra le quali vedendo qualcuno di loro in un sacco grandissimo numero di quarteruoli, e stimando (accecato dalla furia) fussino ducati d'oro; fatto subito intendere alli compagni la quantità ne aveva trovati, vi si serrorono tutti con celerità drento; e per non voler essere più numero alla por- [208] zione di tanto tesoro, quanto pareva loro aver trovato, facevono ogni forza che altri non vi entrassi. Dove essendo già un'altra compagnia di Tedeschi arrivata, veduta tanto diligente resistenza in quelli vi erono rinchiusi, nè vi potendo così facilmente entrare; stimato (come era) ne fosse causa la copia della preda, per non perdere il tempo, allora carissimo, vi attaccorono il fuoco, dicendo non esser giusto che li lanzi vincessino la guerra, e li Spagnoli soli, rubbando, la godessero. E avanti che di quivi partissino, viddono arsa la bottega con quasi tutti coloro vi erono drento: pena convenientissima non solamente a tanto insaziabile avarizia, ma ancora non meno corrispondente a sì rabbioso furore. E così seguitando i [209] vincitori oltramontani, non attendendo ad altro che ad empiere e saziare, con danno spesso, nondimeno, di loro medesimi, la ingorda voglia loro, innanzi agli occhi del Santo Padre, di Iacopo Salviati, del cardinale Ermellino, del signor Renzo, del Datario e del signor Alberto, stati tutti per diverse cagioni (che ora non è tempo a narrarle) mera e propria causa di tanto vituperosa e tanto dannosa preda. Alla quale in capo di tre giorni, non per lassitudine delle proprie persone, o per l'abbondanza di robba o quantità di prigioni, posero fine: ma perchè cominciando i vincitori (essendo mancato il rubbare e pigliare più prelati forestieri e terrazzani) a predare e sforzare con la medesima furia loro medesimi, fu necessario subito a' più prudenti capi dell'esercito porre fine a tanta insaziabile rapina (conosciuto massime, quanto facilmente sì sfrenata licenza e rapacità [210] verso di loro medesimi, poteva in breve causare grandissimo disordine), essendo i prigioni più numero, e sentendo continuamente le forze della lega avvicinarsi a Roma. Onde, deputato chi tenessi particularmente fra tanti latrocinii ragione, e punissi atrocemente chi non stessi a' termini suoi; con questo modo fermorono tosto gli assassinamenti fra loro nuovamente cominciati. Per la qual provisione si ridussono finalmente, per riposarsi e godersi la ricca preda, alle stanze guadagnate. E perchè si trovava il papa con tredici cardinali e con molti altri signori e nobili insieme, con incredibili ricchezze, rinchiusi in Castello: conosciuto li Spagnoli che per allora non potevono sforzarlo, vi posero grandissima guardia intorno, acciò che il pontefice non pottessi essere, una notte furtivamente con li cardinali cavato. E per poterne stare con l'animo più sicuro, cominciorono a disegnarvi e ordinarvi le trincee, e farvi subito alli più vili prigioni, e [211] agli altri simili dell'esercito, mettere mano.

Quando in Firenze (benchè sopratenuta fussi qualche giorno) si pubblicò la fama di tanta ruina del papa, subito si vidde grandissima mutazione degli animi di chi reggeva lo stato. Imperò che il cardinale con il signor Ippolito cominciorono molto a temere, e allora apertamente a conoscere, quanto sia e difficile e pericoloso tenere nell'avversa fortuna un popolo pieno di sdegno e di offese, e persuadersi vanamente (come avevono fatto sempre) poterlo maneggiare senza rispetto in qualunque avverso evento, come ne' prosperi solevono. E benchè si trovassino nella città cinque mila fanti buoni, per loro ordine pagati e bene armati, e potessino con celerità farne comparire degli altri, e mostrassino (come da qualcuno erano consigliati) volere con la violenza e crudeltà mantenere il governo; nondimeno, oltre al non volere concorrere a procedere contro al palazzo pubblico il [212] signor Vitello, per essere stipendiato da quello, furono ancora molto dissuasi da chi non poco stimavono, per essere desiderato da loro più la quiete e la salute della patria, che lo interesse e li onori propri, e mostro con vive ragioni, non essere riuscibile con lo esilio e con la morte di molti potere più conservare lo stato, ma con modi umani e civili tentare, se era possibile placare l'universale popolo, o d'accordo conservando le proprie facultà alla casa de' Medici, rendere la libertà al popolo; stavano sospesi e confusi, massime sapendo, quasi tutti i cittadini per tanto inaspettata nuova essere sollevati, e senza riguardo e timore alcuno, molti e molti pubblicamente sparlare contro al pontefice, e contro a chi per lui teneva in mano il freno della città: e già non pochi mostravono segni manifesti di non volere più dimorare sotto tanto da loro odiato governo, ma sopra ogni altra cosa bramare di ritornare nella sua naturale e antica libertà.

[213] Mentre che in Firenze gli animi di ciascuno erano in tanto travaglio sollevati ed accesi, li cardinali pensavono al modo di soccorrere il papa: e benchè il duca d'Urbino fussi stato continuamente, poi che si partì di Firenze, dal luogotenente con molta istanza sollicitato cavalcare, con quella celerità si conveniva, drieto a gl'inimici; nondimeno Sua Eccellenza per non esser mai uscita di passo, si trovava, quando intese Roma essere con tanta facilità pervenuta alle mani de' Cesarei, presso al lago di Perugia, e il luogotenente col marchese di Saluzzo e il signor Federico da Bozzoli con li Svizzeri erono pure arrivati presso a Orvieto. Per la qual cosa con maggiore importunità che prima, dal luogotenente e da' cardinali era il duca pregato, e di nuovo stretto molto efficacemente a non volere, in tanta estremità del pontefice e della Chiesa, con colerità mancare di condursi alle mura di Roma. Imperò che, essendovi l'esercito cesareo occu- [214] pato in tanto ricchissima preda, e costretto guardare tanto numero di prigioni, non poteva ristringersi tosto insieme, nè disporsi a far subito, bisognando, giornata; ma che era forzato, come Sua Eccellenza con le sue genti vi apparissi, o difendere solamente la parte di Roma (tagliati i ponti) collocata di là dal Tevere, o ritirarsi con la preda guadagnata verso il Regno. Nondimeno, nè queste nè molte altre ragioni, replicate più volte dal luogotenente, dal marchese di Saluzzo e dal proveditore veneziano, poterono disporre contro alla natura e voglia sua quel duca, nè ancora le summessive e pietose lettere del pontefice e di molti cardinali, da commovere ogni ostinato animo, scritte a Sua Eccellenza, la fecero variare di quanto aveva disegnato. Imperò che quando doveva almeno drizzarsi per la più corta via [215] verso Roma, poichè pigliorono per forza e saccheggiorono Castello della Pieve, per avere fatto resistenza di dare all'esercito volontariamente vettovaglia, si volse verso Perugia; affermando, essere necessario rimettere prima in stato il signor Orazio Baglioni, e cacciarne il signor Gentile con li suoi partigiani, benchè vi fussi stato nondimeno messo più tempo innanzi dal papa. E dopo questa impresa, che gli successe facilmente, avendo allungato molto il cammino, allegando or una e or un'altra ragione, precedeva molto lentamente alla liberazione del Castello, tanto a Sua Eccellenza debita, e tante volte promessa a tutto lo esercito, il quale sommamente la desiderava e per liberare i rinchiusi nel Castello, e per la speranza aveva di ricuperare Roma. Pur finalmente, dopo qualche giorno essendo condotto a Orvieto, nè avendo [216] più luogo da poter mostrare le consuete difficultà e pericoli, si fermò, con animo di non passare più avanti, se prima non intendeva in che modo si poteva dar soccorso al pontefice, o alloggiare vicino e sicuro a Roma. Onde il signor Federigo da Bozzoli (come più animoso e più fiero degli altri) si offerse far prova, o di trarre il papa da tanta servitù, o di scoprire o di pigliare qualche alloggiamento secondo la intenzione del duca. Ma la fortuna (vulgarmente parlando) interamente contraria alla salute del pontefice, essendo già Sua Eccellenza coddotto vicino a Roma a poche miglia con circa 500 cavalli e 2000 fanti, gli fece, cavalcando con celerità innanzi, ruinare il cavallo addosso; per la qual caduta tanto malamente s'infranse, che per morto fu condotto a Viterbo. Il che come a Francesco Maria fu noto, mostrò apertamente avere al tutto persa la speranza di potere accostarsi agl'inimici, affermando, che per la reputazio- [217] ne avevono acquistata, e per trovarsi in Roma rinchiusi e sicuri, non si potevono sforzare; ma che volendo farne prova, era necessario condur di nuovo 15,000 fanti, e che bisognava fussino svizzeri, perchè con altre nazioni (come altre volte aveva affermato) non si prometteva potere urtare i Cesarei; che quanto fussi allora possibile al pontefice, non che soldarli ma aspettarli, trovandosi senza danari, senza credito, e sì miseramente rinchiuso, è facile a ciascuno comprenderlo. La resoluzione ed ostinazione del quale come da Clemente fu intesa, allora, se non prima, interamente conobbe quanto era stato gravissimo errore avere comportato che lo stato e l'onore suo fussi commesso nelle mani di tanto crudele inimico, o d'essersi persuaso, in Francesco Maria dover trovare quella pietà e quelli rispetti, che nè papa Leone nè il duca Lorenzo, nè Sua Santità avevono per lo adrieto dimostro verso di lui. Doveva il Santo Padre assolutamente prima credere, che [218] avendo i prossimi antecessori suoi tolto per forza lo stato al duca, e pagatolo con tanta ingratitudine e crudeltà degl'infiniti benefizi e comodità aveva fatte tanto amorevolmente Sua Eccellenza col predecessore suo al duca di Nemors e a tutta la stirpe sua; in quelli tempi, dico, quando andava mendicando il vitto; che essendo ritornato il duca nel proprio stato per forza, e contro la volontà di chi ne lo aveva cacciato, quando potessi mostrare lo sdegno verso la Medica famiglia conceputo, non lo avessi vivamente a scoprire, nè prima restare sazio, se non la vedessi interamente ruinata e distrutta. O quanti esempli potrei al presente narrare, che apertamente mostrerebbono, quanto i principi sieno vendicativi delle ingiurie ricevute, se non avessimo questo di Clemente in su gli occhi! E tanto più questo pontefice ha errato nel confidare l'onore e stato suo nel duca, quanto meno, poi che è papa, ha dimostro sempre non portare [219] minore odio a Sua Eccellenza che a quella dimostrassino Leone e Lorenzo; in modo che, se niuna crudele vendetta è lecito scusare, non saprei quale trovare più defensibile di questa, tanto per ogni verso ha del maligno dalla parte di Nostro Signore, e dello scusabile dalla banda del duca. E se altre persone che Sua Beatitudine, non avessino patito, nè per l'avvenire patissino, la chiamerei somma giustizia: acciò che questo esempio dessi quel terrore che sarebbe conveniente dare alle tanto ingiuste e crudeli voglie de' principi, quali sono senza dubbio quelle che, fuori di ogni ragionevole cagione, privano e della vita e dello stato non solamente qualunque viene loro in proposito, ma ancora quelli che da loro sono stati beneficati. Benchè non è dubbio, che se Francesco Maria avessi lasciato scorrere i disordini del papa in luogo che facilmente Sua Santità avessi confessato, essere in potestà del duca e la vita e la morte sua, e che poi, per [220] propria virtù e generoso animo, l'avessi liberata, che per questo notabile esemplo non si affermassi per ciascuno, quello essersi generosamente e giustamente vendicato. Ma non essendo in Sua Eccellenza sì eccellente virtù, come era in Fabio Massimo o in Sertorio: imperò che, quando quello conobbe Minuzio, maestro de’ cavalli, da Annibale essere quasi ruinato, non ostante che molte volte fussi stato da quello ingiuriosamente offeso ed infamato, lo soccorse e liberò; questo lasciando tacitamente scorrere i suoi soldati, quando, contro il comandamento suo, assaltavono gl'inimici, e che si trovavono in manifesto pericolo, ogni volta che voleva (come Plutarco afferma), li salvava e riduceva in luogo sicuro. Ma Francesco Maria non avendo in sè quella virtù, ha fatto solamente quanto ha voluto per vendicarsi, nè si è curato che apertamente sia stato conosciuto da ciascuno sì crudele e sì importante vendetta; stimando forse, che la grandezza di essa [221] gli abbia a dare molta gloria, come si persuase colui che, per volere sopra gli altri fama, mise fuoco nel maraviglioso tempio di Diana Efesia. Da questo sdegno, adunque, e quest'animo suo procederono tanti errori e tanti disordini, quanti dal principio di questa guerra insino al presente sono narrati. Per questo sdegno concesse all'esercito suo il saccheggiare e predare vilmente e contro all'ordine militare (essendo nella medesima lega) gran parte del nostro contado, come se fussino stati suoi propri inimici; massime comportando, che in molti luoghi dove passorono, lasciassino scritto per le mura di questo e di quello casamento: PER PARTE DI VENDETTA. Per questo sdegno non ha mai soccorso il papa, nè soccorrerà per lo avvenire ancora; ma dove potrà offendere e nuocere crudelmente la casa de' Medici, non si straccherà mai. Potrei con molte altre parole esprimere più efficacemente questo gravissimo errore di Clemente, e i modi cru- [222] delissimi tenuti da Francesco Maria, se non fussino le strida ed urla delli prigioni tormentati da' Tedeschi e Spagnoli, le quali risonandomi nelli orecchi continuamente, non mi lasciono pensare ad altro, che alla loro estrema miseria. Per la qual cosa avendo deliberato narrarle particularmente, benchè non sia stato costume de' passati istorici scrivere, se non generalmente, tutti i notabili infortunii e ruine successe nell'espugnate città; nondimeno, perchè più apertamente si comprenda la divina giustizia, li scriverò con quell'ordine che in tanto disordine mi sarà possibile, acciò che più manifestamente apparisca, in quanto doloroso ed infelicissimo termine si conducano que' governi, che più si reggono e si mantengono nella lasciva, avara ed ambiziosa educazione, che nella militare ferocia, insieme con l'amata povertà e mo- [223] derata giustizia. E benchè confessi non poter ritenere le lacrime, considerato quanti tormenti e quanti danni l'uomo solamente dall'uomo riceve, e come delle nostre miserie siamo noi medesimi, e non la fortuna (come di lei la maggior parte de' mortali si duole), cagione. Nondimeno mi sforzerò notare parte dei miserandi casi successi in questi prossimi giorni in Roma.

Onde seguitando dico, che, come li Spagnoli e Tedeschi furono alquanto ricreati e riposati dall'inestimabile fatica avevono, per tanto continuamente scorrere or qua or là, predando, sopportato; cominciorono con molti strazi e crudeli tormenti a ricercare i loro prigioni delle ricchezze occultate, e quanti danari volevano pagare per liberarsi. Per la qual cosa, essendo senza pietà e senza rispetto, come vilissime bestie straziati, le nascoste molti manifestarono e molti si posono taglie sì grandi, per fuggire i presenti tormenti, che non era dipoi a loro possibile pa- [224] garlo; e chi faceva resistenza e stava duro, con l'animo di non offerire al nemico la somma disegnata, non si può immaginare, oltre all'incomportabile paura di manifesto fine, le intollerabili pene sopportavono; perchè, dalla morte in fuora, ogn'incredibile dolore provavono: la quale, benchè da' tormentati fussi con alte strida continuamente chiamata, nondimeno l'avarizia e crudeltà spagnola riteneva con arte le anime degli afflitti in luogo, che molto minor pena senza dubbio nella separazione del corpo arebbono sentito. Chi fussi andato allora per le strade di Roma, o di notte o di giorno, avrebbe sempre sentito in ogni casa e in ogni ridotto, non sospiri nè lacrimosi lamenti, ma misere voci e urla delli sventurati prigioni; perchè non altrimenti si dolevano, urlando, che se si fussino trovati nel toro di Falari rinchiusi; e quanto più nobili, più ricchi e più vezzosi prelati, cortigiani, mercanti, terrazzani erono nelle mani loro, più [225] crudelmente e con meno rispetto e con più sete di maggior taglia li straziavono: per che la speranza di diventare ricchissimi li faceva più atrocemente tormentare. Imperò che molti erono tenuti più ore del giorno sospesi da terra per le braccia; molti tirati e legati stranamente per le parti vergognose; molti per un piè impiccati sopra le strade, o sopra l'acque, con minacci di tagliare le corde; molti villanamente battuti e feriti; non pochi incesi con ferro affogato in più luoghi della persona; certi patirono estrema sete; altri insopportabil sonno; a chi, per più crudele ma più sicura pena, fu cavato de' denti migliori; a chi fu dato mangiare i propri orecchi, o il naso, o i suoi testicoli arrostiti; e altri con stranii e [226] e inauditi martirii, che troppo mi commuovono a pensarli, non che a uno a uno scriverli; perchè continuamente si udiva e vedeva molti crudeli e pietosi esempli: come, fra gli altri, di messer Giuliano da Camerino, familiare del reverendissimo cardinal Cibo: non potendo reggere a tanti crudeli tormenti, mentre era ricerco da Spagnoli d'insopportabile taglia, non li potendo più tollerare, accostatosi a poco a poco alle finestre della stanza dove villanamente era tormentato, quando conobbe l'occasione, si gittò con furia indrieto, e col capo di sotto, fuora di una di quelle, in modo che per l'altezza sua, subito che percosse in terra, finì i tormenti e la vita insieme con la ingorda domanda di chi con tanta sete lo costringeva a confermarla. Ed ancora un Giovanni Ansaldi, chiamato il Bacato, benchè si fussi posto, per la forza de' tormenti, di taglia ducati mille, e che già li numerassi, nondimeno di nuovo con altre crudeltà costringendolo, perchè li volevono [227] di ducati d'oro, non potendo più a tanto dolore reggere, si gittò impetuosamente addosso a chi lo tormentava, e toltogli il proprio pugnale da lato, con le sue proprie mani furiosamente si dette la morte. Potrei ancora molte altre simili crudeltà narrare; ma, per non essere in cose tanto efferate più prolisso, le porrò da parte; massime essendo facilissimo a ciascuno con l'esemplo di questi due immaginarne assai. E quando quell'efferate nazioni volevano in tanta crudeltà pigliar qualche volta diletto, facevono confessare con simili tormenti alli prelati e cortigiani parte de' loro scellerati e nefandi costumi; la oscenità e bruttezza de' quali faceva non solamente ammirare e stupire gli oltramontani, ma affermare, non avere stimato prima che l'umano intelletto avessi potuto immaginare, non che mettere in atto, vizi tanto vituperosi e bestiali. E per maggior strazio e derisione, portarono un giorno, come morto, in una bara, per ogni strada di Roma il cardi- [228] nale Araceli, cantando continuamente l'esequie sue; e finalmente si fermorono col corpo suo in una chiesa, dove per più scherno suo, nella orazione funebre fu recitato con gran piacere di loro medesimi parte de' suoi egregi (non voglio dire, per reverenza, scellerati) costumi, insieme con quelli delli altri cardinali e prelati; e di poi alla propria abitazione ritornati, e alla presenza sua, si ricreorono con suavissimi vini beuti da loro voracemente con calici d'oro consacrati. E ancora fu veduto altre volte questo medesimo cardinale per Roma in più luoghi, come vile prigione, in groppa a qualche spagnolo, per potere più tosto trovare la somma delle taglie sue. Ma a Bernardo Bracci nostro fiorentino, mentre che da certi cavalli leggieri preso era menato al banco di Bartolommeo Velzieri, tedesco, dove voleva pagare settemila ducati si aveva posti, per fuggire la morte, di taglia, intervenne che riscontrando sopra Ponte Sisto monsignor della Motta, uno de' capi dello esercito, [229] dal quale essendo domandati, dove e perchè menavono il prigione, inteso la quantità della taglia, disse: poca taglia è questa; buttatelo subito in Tevere, se per mio conto ancora non ne paga cinquemila più. Onde per non vi esser gettato, che già l'avevono posto in su le sponde, se ne pose 5000 più; e tutti dal banco predetto furono pagati. Fu ancora, con grandissima ignominia e crudeltà, morto un sacerdote, per non avere voluto dare il Santissimo Sacramento (ah! dura terra perchè non ti apristi?) a uno asino vestito.

Non narrerò al presente quello seguissi delle nobili, belle e giovani matrone, vergini e monache, per non vituperare persona; essendo riscattate la maggior parte, e potendo massime immaginare ciascuno per se medesimo, quanto ne potessi intervenire, trovandosi in potestà di tanto libidinosa nazione, quanto è la spagnola, massime che allora fra essa erano molti marrani o giudei: onde è da credere, essendo [230] sopra ogni altra viziosissima, non pretermettessi industria, nè arte alcuna crudele e efferata, da sforzare i suoi prigioni pagare, per uscire dalle mani loro, incomportabile somma di danari; e che ancora in questa parte non lasciassi indrieto termine alcuno da sfogare con le donne prese la sua calda e intemperata libidine. E benchè molti si possino persuadere, che in tanto furioso travaglio fussi qualche nobile e pura vergine, per non venire in tanto libidinose mani, che spontaneamente o con ferro si ammazzassi, o da qualche alto luogo si precipitassi nel Tevere, o nelle strade; nondimeno non ho ancora inteso trovarsi, nè nominare alcuna di tanto virtuosa e costante onestà: la qual cosa a molti non doverebbe parere meraviglia, considerato quanto si trovi al presente quella città corrotta, e piena di abbominevoli vizi, e interamente alieni dalli costumi di quella sua tanto famosa antichità.

Conosco che ora dirò cosa che con difficultà da molti sarà forse creduta: [231] che la nazione luteriana e tedesca, benchè sia giudicata e stimata più inumana e più inimica del sangue italiano che la ispana; nondimeno, questa volta, dimostrò essere per natura più benigna, meno avara e più trattabile assai che la ispana e l'italiana; imperò che molti e molti tedeschi, poichè fermorono l’impeto e il furore militare, nel principio alli prigioni loro non feciono sopportare molti tormenti, ma restavono contenti e satisfatti a quella somma di danari che da essi era volontariamente offerta; e molti verso le gentildonne (quantunque molte giovani e bellissime) usorono molta umanità e discrezione, sovvenendole del vitto, e tenendole in luogo remoto, acciò non fussino iniuriate nè offese da altri. Onde molti prigioni, nel principio della loro cattura, offerendo piccola somma di scudi, rispetto a quella potevano pagare, si liberorono facilmente. Nè questa liberalità o facilità è da credere sia proceduta da non si essere più trovati a tanta preda, o che, [232] per essere poveri nella Magna, ogni piccola offerta di denari paressi loro assai; ma certamente da più umana e più moderata natura: perchè dalli Spagnoli, nelle prime prede in altri tempi fatte, benchè fussino, come sono la maggior parte, poverissimi, non s’intese mai, usassino verso li loro prigioni e donne prese, modi tanto discreti e pietosi; e se non fussi stato allora lo esemplo delle altre nazioni, senza dubbio, oltre alli prelati e religiosi (essendo principali nimici della luteriana setta), non avrebbono usato molta crudeltà verso li laici, terrazzani e forestieri. Ma sentendo e vedendo continuamente, che li prigioni delle altre nazioni pagavano, per non essere tormentati, le centinaia e migliaia di scudi, e che molti di quelli avevano già liberati, erano dalli Spani occultamente ripresi, e che dipoi, per non essere straziati, avevono sborsato grossa somma di danaro; ancora loro mutorono natura e modi: essendo cosa molto facile e co- [233] mune a tutti gli uomini, imparare più i mali costumi l'uno dall'altro, che i buoni; massime seguitandone comodità e propria utilità. Onde si sforzarono ancora loro superare ogni altra nazione nelle invenzioni e modi efferati. Per le quali cagioni non si può immaginare tormento alcuno tanto incomportabile, che, per crudele e insaziabile avarizia, dalli miseri ed infelici prigioni non fussi più volte provato e sopportato: chè quanto pazientemente li andassino tollerando i vezzosi e delicati prelati o li effeminati cortigiani, è facile a comprenderlo, sapendo quanto nella prospera fortuna difficilmente sopportavono, non dico i duri disagi del corpo, o i gravi dispiaceri dell'animo, ma, non che altro, i morsi delle mosche. E perchè molti di quelli barbari dubitavono, che li presi da loro non avessino manifestate tutte le robbe e danari occultati in luoghi puzzolenti, feciono allora alli prigioni, benchè graduati e nobili, votare con le proprie [234] mani le fogne e altri luoghi remoti e vilissimi, dove, non che altro, erono gittate le fecce e le superfluità dell'uomo; lo insopportabile e pessimo fetore delle quali, quanto affanno e fastidio dessi a coloro ehe continuamente costumavono prima farsi profumare con suavi e lascivi odori, non solamente le proprie abitazioni insieme con i panni e tutta la persona, ma, non ch'altro, gli stivali, facilmente ciascuno lo può stimare. Onde pare da credere, che quelle superfluità tanto puzzolenti e inimiche del vitale spirito, spargendosi quasi in ogni contrada, sieno per causare in pochi mesi, con gli altri mal disposti umori che di presente per tanti travagli vi si trovano, indubitata pestilenzia; che tanto più potente e più venenosa sarà, quanto più dal futuro caldo saranno fatte ribollire. La quale seguendo, sarà (come dice il popolare proverbio) arrogere alla dolorosa derrata una pessima giunta, e massime se non offenderà i vincitori. I quali allora [235] abbagliando in tanta bonaccia e copia eccessiva di ogni bene, nè si potendo con diligenza sempre guardare, nè conoscere la qualità di qualunque era pervenuto nelle loro mani, spesso avveniva, che non poco numero delli ricchi e nobili, fingendo o povertà o di essere servidori, pagando pochi danari o niuno, facilmente si liberavano; benchè, quando alli Spagnoli interveniva per simile modo essere ingannati, di nuovo, come astuti, se era loro possibile, li facevano ad altri della loro nazione ripigliare: per modo che molti pagarono per liberarsi più di una taglia. Onde per ogni verso premendo li prigioni, e trovando spesso in diversi luoghi grandissimo tesoro occultato e sotterrato, divennono in brevissimi giorni talmente ricchissimi, che non solamente le vesti, pitture, sculture, e altri ornamenti di casa, benchè preziosi e di molto valore, furono allora da essi poco apprezzati; ma ancora i vasi, le croci, le figure, e altre innumerabili cose di argento stimo- [236] rono assai meno che il prezzo della propria valuta. Solamente le bellissime gioie e l'oro puro, per occupare poco luogo, e per essere conosciuto da ciascuno, tennero sopra ogn'altra cosa caro, facendosi pagare (come molte volte si vidde), nel vendere le anella, la valuta del peso solo, per non stimare altrimenti quella delle perle, de' diamanti, rubini, smeraldi, e altre pietre fine, intagliate con antichi e perfetti intagli, che in quelli erano legate, benchè valessimo per sè sole molto più, che quanto per oro puro si facevono pagare. 0 quante antichissime e perfettissime sculture di marmo e bronzo, con medaglie di più sorte metalli, tanto dalli pontefici e prelati, per la perfezione loro, eccessivamente apprezzate, e con molta lunghezza di tempo adunate, pervennono subito nelle mani di chi non le stimava niente! 0 quante immense ricchezze delli nobili baroni di Roma, più secoli nelle loro famiglie perseverate, in un'ora ruinorono! 0 quanti incredibili guadagni, ingiusti e inonesti, [237] in molti anni per usure, rapine, simonie, e con altri crudeli e nefandi modi, moltiplicati da' cortegiani e mercatanti, in un istante furono di quelle inumane nazioni! Ma perchè mi sforzo io raccontare particularmente queste e quelle facultà e ricchezze, pervenute con tanta facilità e brevità di tempo nelle mani di quelli efferati oltramontani? essendo noto a ciascuno, che di tutta Europa, e di altre parti del mondo, correvano ad ogn'ora in quell'infelice città danari, mercanzie e delizie, per satisfare all'insaziabile appetito e nefande voglie di tanto sfrenati prelati e cortigiani: le quali per non vi essere stato prima timore di perderle, furono facilmente trovate, saccheggiate e straziate con incredibile furore e rapina. Chi avessi veduto [218] allora quelli tedeschi, quali poco prima arrivorono in Italia col capitano Giorgio, ornati di drappi e di broccati, e avere con grossissime catene d'oro circondato il petto, le spalle e il collo, con le braccia ricoperte di maniglie smaltate con pietre preziose di grandissima valuta, andare a sollazzo per Roma in su bellissime acchinee e mule, contrafacendo per derisione il papa e cardinali, e in loro compagnia essendo le mogli e concubine loro superbamente e riccamente adobbate, avendo il capo, la gola e il seno con le altre membra coperte di grossissime perle e di perfettissime gioie spiccate dalle mitere pontificali e dalle sante reliquie, e con li servidori e paggi loro intorno con varie fogge e gale lascivamente e militarmente vestiti, avendo le catenelle e cornetti d'archibusi d'oro massiccio, spiccato dagli altari e dalli più santi luoghi di Roma; non crederebbe essere possibile fussino stati quelli che passorono, pochi mesi sono, il Po, dopo [239] l'acerba e tanto dannosa morte del signor Giovanni, o quando entrorono nella provincia di Romagna; perchè allora si trovavono stracciati e scalzi e sì poveramente vestiti, che, non che altro, molti non potevano ricoprire parte delle loro vergognose membra. Dall'altro canto, non si riconoscerebbono i cardinali, i patriarchi, arcivescovi, vescovi, protonotari, generali, provinciali, guardiani, abbati, vicari, insieme con l'altra ridicola e infinita turba dei moderni titoli di religiosi, che non onoravono, ma oneravono (latinamente parlando) la cristiana religione: vedendo molti di loro in giubbone rotto e tristo, chi senza calze, quali in camicia stracciata e insanguinata, mostrare per tutta la persona i lividi e le ferite delle battiture e percosse indiscretamente ricevute: quale avere la barba pelata e svelta; quali sudici, scapigliati e rabbaruffati; quali suggellato il viso, e cavato qualche dente; quali senza naso e senza orecchi; quali senza testicoli, e in modo [240] mesti e spaventati, che non apparivono nè mostravono in parte alcuna quelle tanto consuete, vane ed effeminate cerimonie, delicatezze e lascivie, tanto eccessivamente e con ogn'industria nella felice fortuna prima da loro molti anni continuate. Massime che a non pochi di quelli si vedeva governare, come furfante, i cavalli; a chi, come guattero, volger gli arrosti e lavare le scodelle; a molti, come saccomanni, portar acqua, strame e legne a gl'inimici suoi, e fare infiniti altri vilissimi servizi, come facevano senza forse la maggior parte di loro, avanti che acquistassino con pessimi e vituperosi vizi quelle degnità che non avevono mai meritato. Vedevasi allora i sontuosi palazzi de' cardinali, le superbe abitazioni del pontefice, le tanto devote chiese di Pietro e Pagolo, la dilicata cappella di papa, Sancta Sanctorum, e li altri luoghi sacri, già pieni di tante plenarie indulgenze e reverende reliquie, essere al presente stalle di cavalli, postriboli di concubine [241] tedesche e spane; e in ricompenso delle simulate cerimonie e delle lascive musiche, vi si sente raspare e ringhiare cavalli, bestemmiare e maledire continuamente Iddio e i Santi, e fare spesso molti atti disonesti e nefandi, sopra li altari e luoghi più santificati, in dispregio della odierna religione. Vedevasi molte divote pitture e sculture, che prima erono dalla maggior parte, con simulate cerimonie adorate, essere con ferro e con fuoco guaste e abbruciate, e molti Crucifissi con gli archibusi spezzati, e per terra vilmente giacere, sparsi e mescolati tra letame e fecce degli oltramontani, le reliquie e calvarie di molti santi e sante. Vedevasi ancora tutti gli odierni Sacramenti non altrimenti scherniti e vilipesi, che se fussino stati preda dei Turchi e de' Mori, o di altra più barbara o più inimica o più infedele nazione.

[242] Non scriverò al presente che travaglio, nè quale confusione si trovi nel Castello, essendovi drento, col pontefice, tredici cardinali, tanti prelati, signori, nobili donne, mercanti, cortigiani e soldati, tutti spaventati e disperati della salute loro, per non avere ancora particulare cognizione di quanto drento vi sia successo, essendo circondato e con tanta diligenza guardato dagli inimici suoi: benchè ci possiamo persuadere non vi attendino ad altro [243] (conosciuto non poterne senza manifesto pericolo uscire), che a rimproverare con mordaci e venenose parole a Iacopo Salviati, al Datario, al signor Renzo, al cardinale Ermelliino, e forse al pontefice ancora, gli errori manifesti fatti da essi più volte, e senza frutto alcuno molti maladischino cordialmente la loro passata pazienza; e che non pochi vi siano di quelli che non si possino reprimere non faccino della maggior parte di loro, innanzi agli occhi del Santo Padre, crudele e funesta vendetta. Onde facilmente si può comprendere, che afflitto e che tormentato animo possa essere al presente quello del papa, sentendo e vedendo continuamente tanto flagello sopra di sè e sopra la sua Roma, massime non poco dubitando, insieme con gli altri rinchiusi, di pervenire tosto nelle mani di sì crudeli inimici, e tanto sitibondi del sangue suo: e che, se per il passato ha più volte gustato eccessivi onori e dolcissimi piaceri, li ricompensi continuamente con [244] tanta ignominiosa infelicità e miserrima amaritudine; e se, per essere arrivato in tanta altezza, abbi qualche volta sè reputato savio e glorioso principe, ora confessi essere il più sventurato e il più meschino pontefice stato per lo adrieto. Onde ci possiamo ragionevolmente persuadere, che considerando, per le cagioni sue, la Chiesa, la patria e l'Italia trovarsi in estremo pericolo, spesso guardi con gli occhi lacrimosi verso il cielo, e con amarissimi e profondissimi sospiri dica: Quare de vulva eduxisti me? qui utinam consumptus essem, ne oculus me videret.

Il fine dell’istoria del Sacco di Roma

di Luigi Guicciardini

NOTA AL TESTO

Fatta eccezione per qualche modestissimo adattamento tipografico, reso necessario da ragioni tecniche (come la numerazione continua delle note), si riproduce alla lettera il testo dato dal Milanesi (Il sacco di Roma del MDXXVII. Narrazioni di contemporanei scelte per cura di Carlo Milanesi, Firenze, G. Barbèra Editore, 1867, pp. 1-244), compreso l’uso non ortofonico degli accenti (sempre gravi). Si danno fra parentesi quadre i numeri di pagina dell’originale. Il Milanesi utilizza le parentesi quadre per integrare le lacune; a mia volta, per contraddistinguere le mie pochissime integrazioni, aggiungo alle parentesi quadre un asterisco; utilizzo invece le parentesi aguzze ( < > ) per le espunzioni strettamente necessarie.

  

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 21.23.56

Ricavato da:

Banca Dati "Nuovo Rinascimento"
http://www.meri.unifi.it/n-rinasc/pub/
immesso in rete il 28 maggio 1997

a cura di Carlo Milanesi

testo elettronico di Danilo Romei