De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I l c u r a t o r e

commedietta

Michelangelo Buonarroti il Giovane

PERSONE DELLA FAVOLA

IL PROLOGO

ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

ATTO TERZO

LICENZA

NOTA AL TESTO

persone della favola

M(esser) Lattanzio curatore [17v]
Vincenzio |
> giovanetti
Alessandro |
Dianora fanciulla
M(adonna) Agnoletta zia
La favola, ancor che breve e senza alcun vi_lup_po, si divide in tre atti per dar cagione di al_lun_gar_la col canto e col suono drento_ fra at_to e atto e_ per render<la>_ più piacevole.
il prologo
1
La più difficil cosa che si faccia [18r]
qual credete, voi donne, ch'ella sia?
Molte di voi diran ch'è 'l condur l'accia prima ch'ordita al tessitor si dia.
Gli uomin che vivo(n) p(er) forza di braccia tutti risponderan: l'è l'arte mia.
Io per me credo ch'appostar cervelli
ogn(i) altra passi e 'l voler giugner quelli.
2
Vedete un là che pare un prudent'uomo
e che porta un barbon sino al ginocchio?
e 'l troverete ancor, non pur non domo, più d'una ruota volubil d'un cocchio.
Crede alcun, come in man si chiude un pomo, <d'>aver_ in pugno, ingannato dall'occhio, della sua donna il cuor, ch'una giornata
è lontano da lui, non ch'un'occhiata.
3
Una casa votar vedrete or ora
da due fratelli e da una sorella; votar non già che portin nulla fuora: votar di lor medesimi, ché quella
lascia chi l'ha allevata insi<n>o_ a ora per farsi, or ch'ell'è grande, damigella;
e ' frate', che dovrian darle marito, [18v] un se ne fa soldato e un romito;
4
non romito, anzi frate, e 'l precettore,
o pedagogo, o curator ch'e' sia, ch'ha lor portato insin a ora amore, gli lascia quasi in mezzo della via.
Si vuol partir, ma un certo che d'umore cre' che lo ratterrà d'una lor zia,
la qual, perdendo la nipote, penso
che per far un acconcio dia 'l consenso.
atto primo
scena prima
M(esser) Lattanzio curatore, Vincenzio e Alessandro giovani
Messer Lattanzio
1
L'obbligo in che mi tien ognor legato [19r]
l'amicizia de' vostri genitori
m'ha tenuto il pensier sempre svegliato perch'io vi giovi, v'accarezzi e onori, ch'ogni studio, ogni opra ho indirizzato
per trarvi sì dell'ignoranza fuori,
che per voi stessi, senz'altrui consiglio, potessi a' fatti vostri dar di piglio,
2
e potessi tra gli altri estimazione
acquistar con virtù e discipline
[...]_ e 'l tempo ch'a voi discrezione concede e a me di mie fatiche il fine; et essendo oramai la mia 'ntenzione
di tornare alla patria mia Figline
per posarmi già vecchio, udir da voi bramo qual il pensier sia d'ambidoi
3
e a qual ciascun di voi volga 'l desio
profession da gentiluomo onesta,
per porgervi dipoi 'l consiglio mio, lodando o biasimando o quella o questa.
E te primo,_ Vincenzio, udir vogl'io, [19v] che sei di mente più svegliata e desta. Dimmi liberamente il tuo concetto.
Vincenzio
Fate conto, signor, ch'io l'abbia detto,
4
perch'a seguir l'orme sicure avvezzo
degli ammaestramenti vostri, intendo seguirle senza torcer sin da sezzo.
Messer Lattanzio
Tu che di', Alessandro?
Alessandro
Et io volendo
sfuggirle non saprei.
Messer Lattanzio
Io vi accarezzo
e vi lodo e vi celebro e commendo
più che per altro per quest'osservanza; ma per or non ci ha luogo tal creanza.
5
Convien con libertà parlarmi e dire_
sicuramente a quel che voi inclinate,
perch'ogni ingegno ha 'l suo proprio desire e vuole ogn'intelletto libertate.
Ma voi tacete? Orsù! mi vo' partire, acciocché voi tra voi ne discorriate. Ritrovatemi dopo con pensiero
intanto di dovermi dire 'l vero.
scena seconda
Vincenzio e Alessandro
Vincenzio
1
Dubbio tra 'l sì e 'l no s'io gliel dovessi
dire, non m'è poi l'animo bastato.
Ma, Alessandro, se tu nol sapessi, [20r] a dirti 'l vero, io voglio esser soldato.
Alessandro
Soldato?
Vincenzio
Sì.
Alessandro
Credei che tu volessi_
studiar per venir poi al dottorato.
Vincenzio
E poi perché negar? Non mi dà 'l cuore ste(n)tar cinqu'anni per farmi dottore;
2
e poi veder ch'i giovani miei pari
si dian bel tempo e sguazzin co' compagni;
e studi studi, e nulla non impari,
com'avvien a tant'altri, e non guadagni in capo all'anno pur tanti danari
ch'io possa poi ricoprirmi i calcagni.
Alessandro
Sì che l'esser soldato è un util grande!
Vincenzio
Chi è soldato sempre spende e spande:
3
di qualche luogo egli escon.
Alessandro
Poveretto!
Vincenzio
E a farsi soldato non accade
tante faccende, perché s'io mi metto
la spada al fianco e vo fra l'altre spade in piazza a San Giovanni, e m'intrometto
in questo e in quell'intrigo, e per le strade urto ques(t)'e quell'altro, e metto mano,
o son soldato quanto Pippo Spano.
Alessandro
4
Sì sì, soldato senz'ir alla guerra!
Vincenzio
Andrò pur se verran l'occasioni.
Alessandro
Non la 'ntendo così: Vincenzio l'erra. [20v] Lascia andar quei ch'a altro non son buoni. Quegli stioppi che fan quel serra serra
son altro che le canne de' panioni,
che 'n villa a maneggiar siamo usitati.
Vincenzio
Orsù, che tu staresti ben tra ' frati!
Alessandro
5
E frate mi vo' fare, e questo è 'l mio
pensier, se ben né io nol palesai, facendo appunto come te anch'io,
ché dirlo al curator non m'arristiai.
Vincenzio
Frate, eh?
Alessandro
Ben sai.
Vincenzio
Sia 'n nome d'Iddio! Orsù, tu star rinchiuso eleggerai,
e io di travagliar e ir attorno. Noi ci riparlerem [...]orno,_
6
e possiam ritornare ora cercando
messer Lattanzio nostro curatore per venirli a un tratto dichiarando
tu qual sia 'l tuo, io qual sia 'l mio umore. Sentirem quel che dice.
Alessandro
Immagina(n)do
mi vo ch'egli abbia a far di te romore,
ché gli sarà la tua risoluzione
interamente fuor d'espettazione.
7
Ma la mia, perch'e' m'ha veduto spesso
volentier pe' conventi a spasso andare,
forse manco improvvisa udirà adesso, [21r] sentendo ch'io mi voglia frate fare.
Vincenzio
Questo non basta, p(er)ché per un fesso
ti può anche aver visto là giocare,
ch'e' c'è di quei che fanno i collitorti e per giocar vanno a spasso per gli orti:
8
per gli orti de' conventi e in una vigna
o in un boschetto con le carte in mano mostran di contemplar; ma con la cigna vien poi o con le chiavi un_ sagrestano
e dà attraverso, sì che ognuno svigna, carte e danar si seminan pel piano.
E' non ti ricord'e' di quel flagello
[...]bbattemmo_ entrando un dì in Cestello?
Alessandro
9
Giucar non mi diletto, e tu lo sai.
Vincenzio
Basta. I' vo' dir che per ir pe' conventi non si fan gli uomin frati sempre mai.
Alessandro
Io credo che tu abbia miglior denti,
soldato mio, che lingua non hai.
Vincenzio
Tu non mi dara' a creder altrimenti di farti frate per gran divozione, ma perché ti piac'ir a pricissione.
scena terza
Mona Agnolella sola
1
Nel tempo ch'udir messa io ho penato, [21v]
la mia sorella alla nostra nipote,
ch'io lasciai seco, avrà 'l consiglio dato che 'n così fatti casi dar si puote.
Sebbene ell'è di cervello ostinato,
che se la incapa e poi i consigli scuote (altro non ha di mal). Ma a quest'ora
in corte entrar non fa per Dianora,
2
la Dianora, ch'è avvezza d'uno stile
casalingo, pacifico e posato,
che è semplice, timida e gentile,
che s'ella parla par le caschi_ il fiato. A metterl'ora in sur un campanile,
farle mutar natura, vita e stato
(sia l'amor che m'inganni o che si sia)
e porla in corte è un gettarla via.
3
Quelle che vi son ite da piccine
son astute, viziate e maliziose:
gli è un por fra le golpi le galline, o ricci di castagno fra le rose, ch'elle l'uccelleranno senza fine, perch'ella dice spesso certe cose, per la sua natural semplicità, ch'ognuna poi ne la scorbacchierà.
4
Ritornerò p(er) lei (Dio di buon mandi) [22r]
e sentirò quel ch'ella ha risoluto.
I suoi fratelli ormai son grossi e grandi, lascerò far a lor com'è dovuto.
Poich'e' dicon ch'e cenni_ son coma(n)di de' padron, replicar non ho voluto;
ma fra lei e fra me vo' farne ancora un'altra guerra. Ma che fo dimora?
Il fine del<l'>atto primo
atto secondo
scena prima
M(esser) Lattanzio, Vince<n>zio
e Alessandro
Messer Lattanzio
1
Così tu 'l frate e così tu 'l soldato
volete elegger per professione.
L'uno e l'altro è pensier molto onorato, ma 'l fatto sta che dove l'uom si pone non bisogna mutarsi poi di lato,
perché si perde di riputazione.
E l'andare alla guerra è cosa oscura,
e 'l farsi frate la sta poi se dura.
2
Ch'e' bisogna pensar, chi va alla guerra,
di doversi tirar con gloria innanzi,
perché chi in una guarnigion si serra_ [22v] mi par cosa da Svizzeri o da Lanzi.
Chi fa poltroneria l'uom si sotterra
e chi, fatto uffizial, sta su gli avanzi in danno de' soldati è un soldato
da esser con ragione svaligiato.
3
E chi va là sol per l'archibusate
e se le fa pagar tre scudi il mese, ell'è ben una gran semplicitate
non si saper con altro far le spese. E così dico a te: se 'l farsi frate ti credi ben perché senza contese,
senza noie, senza brighe e senza affanni credi passar la vita, tu t'inganni.
Vincenzio
4
Io penso voler far l'ufizio mio
per riportarne un tratto onore e gloria.
Messer Lattanzio
Se tu sei risoluto, orsù, addio!
Va' in pace, va' felice, abbi vittoria. Se 'n cuor tu porti sì nobil desio
ti lodo sì; ma tientelo in memoria,
che quando poi tu vieni a certe strette strane, non dica poi l'andò, la stette!
5
E tu, Alessandro, vacci un po' più piano,
ché molti mutan panni e non il pelo.
E' convien che lo sguardo abbia ben sano[23r] dell'intelletto_ e senza macchia o velo
chi fa tal elezion, ché non è piano
anche pe' chiostri, no, 'l cammin del Cielo. Là dentro a quelle mura è ogni bene,_
ma non l'intende ognun quanto conviene,
6
ché n'entra alcun per ritrovar riposo
e fugge il mondo p(er) fuggir fatica
e pensa spesso in un boschetto ombroso trovar la quiete al suo desire_ amica, ma 'l miser lo ritrova aspro e spinoso e l'anima malcauta vi s'intrica
e 'n quegli orti guardati dal silenzio
d'erba non v'è più copia che d'assenzio.
7
Ma chi sol v'entra per far penitenza
e di fé s'arma e di speranza pasce,
e s'accinge a salir di pazienza
un sentier duro tra sudori e ambasce,
di carità infiammato all'eminenza,
senza che giammai caggia o ch'ei s'accasce, d'ogni contento vien, d'ogni diletto,
perché 'l mondo fuggir fa l'uom p(er)fetto.
8
Ma chi lo fugge non si volga indietro
a riguardar le sue vaghezze amate:
amate, che riescon poi di vetro [23v] e 'n breve crollo sen van dissipate.
Seguir convien sempre un medesmo metro, e pèra il mondo e sue speranze ingrate! Se spalle credi aver per tanto pondo
fia più d'ogni altro il tuo stato giocondo.
9
Tu frate e tu soldato. Bene sta.
Ma dite un po': della vostra sorella,
dite per cortesia, che se ne fa?
Vi parrà dunque ch'egli stia ben ch'ella, s'un si racchiude e l'altro se ne va, rimanga a cura di Monna Agnolella
sua zia, senza pigliarne alcun partito
di monacarla o di darle marito?
Vincenzio
10
Vossignoria sa che risoluto
s'è ch'ella vadia in corte.
Messer Lattanzio
Io no(n) sapeva questa conclusion, ch'ho sol saputo
che fra i parenti se ne discorreva.
Vincenzio
Par che ciascun se ne sia compiaciuto, e io l'ho caro.
Alessandro
A noi, signor, si leva
un gran pensier.
Messer Lattanzio
Di certo che da frati
cure queste non son, né da soldati.
Vincenzio
11
Sarà ben di cercar di rincontrarla,
perch'ell'andò con la zia alla messa, acciocché voi possiate interrogarla [24r] e 'l suo concetto saper da lei stessa.
Messer Lattanzio
Andiam. Quella Agnolella ha una gran ciarla: vo' giucar ch'ell'è quella che l'ha messa
in questo umor.
Vincenzio
No, la c'è stata chiesta.
Messer Lattanzio
Ella chieder_ l'arà fatta, che mesta.
Vincenzio
12
Vossignoria s'inganna, mi perdoni.
Messer Lattanzio
Poco importa.
Vincenzio
Vogliam noi trovar loro?
Messer Lattanzio
Tu ti dèi voler metter già gli sproni e quest'altro vestirsi e ire in coro.
Vincenzio
Perché voi udissi le risoluzioni
da lei e non da noi per istraforo,
né avessi un'altra volta un tal disagio.
Messer Lattanzio
Orsù via, andiamo là, ma a bel<l'>agio.
scena seconda
La Dianora e Mona Agnolella sua zia
Dianora
1
Poiché si porge questa occasione
che da' nostri signor,_ p(er) lor mercede, pigliar volendo di me protezione,
luogo al servizio lor mi si concede, essendo ciò mia gran riputazione,
vo' acconsentir di porre in corte il piede, né vo' abusare una sì fatta grazia,
per cui molto da me Dio si ringrazia.
Mona Agnolella
[24v] 2 L'ha sciolta oggi la lingua! Entrando in
[corte ti converrà d'avere assai cervello, perché chi passa dentro a quelle porte oro esser vuol che ben regga a martello
e le scale vi son ripide e torte
e a salir dure; e poi beato_ a quello che giù per esse può la pinta darti. Pensaci prima e non voler legarti.
2
E va' considerando di una avvezza
in casa sua a pigliare i suo agi, dove ciascun la serve e l'accarezza: difficilmente sostien poi i disagi. Se tu sapessi quant'è l'amarezza ch'apportan le grandezze de' palagi
benché i signori e i principi sian buoni, non correresti a tai risoluzioni.
Dianora
3
Non so. Veggo le dame tuttavia
allegre e ben servite e onorate,
né so pensar ch'alcuna cosa sia
dond'io non creda ch'elle sian beate.
Mona Agnolella
Mettiten'una sola in fantasia: ch'elle son prive della libertate.
Dianora
L'altre fanciulle che libertà hanno?
Che piacer, che bel tempo mai si danno?
4
Quelle son sempre con la lor signora, [25r]
che_ par che senza lor non mova i passi. S'ella sta, s'a diporto ella va fuora, alle feste son seco_ e agli spassi.
Oggi una, una domani ella n'onora
di qualche grazia.
Mona Agnolella
Or qui l'intoppo dassi,_ ché chi più merta acquista più favore (sebben non sempre) e qui nasce il romore.
5
Ché se tu sei veduta favorita,
o per fortuna o_ merito, egualmente
vieni altrui in odio e si morde le dita chi guarda il tuo favor sinistramente, onde tu sei poi sempre perseguita;
e se ti giugne della inuidia il dente
a lacerar davver, tu sei 'n periglio
che da te_ la tua donna torca_ il ciglio.
Dianora
6
So ch'io sarò fedele, e segua poi
con l'innocenza mia quel che si pare. Nessuna se n'andò senza ch'i suoi
fatti non si vedesse migliorare. Madre io non ho e pover sì siam noi, né mi sento a far monaca chiamare, ché non è questa la mia vocazione,
e far convien di me risoluzione.
Mona Agnolella
7
Non so più contraddirti. Tu aspiri
a aver la dote, e tua la dote sia.
Se stare in corte sono i tuoi desiri, [25v] non vo' che tu abbia a dir che la tua zia
in discontento tuo te ne ritiri,
ch'ogni tuo bene, ogn<i> util tuo desia.
Io t'ho voluto aprire un po' la mente
perché tu serva più prudentemente.
8
Prudentemente servirai se pronta
al servir la signora tua sarai;
se temeraria non sarai né impronta
e nulla con ardir domanderai;
se sei modesta e umíl, né ingiuria od onta a niuna compagna non farai.
La lingua soprattutto tieni a freno,
ché delle corti quella è un rio veleno.
9
Sai tu, figliuola mia? Mormorazioni
non ti girin per bocca né novelle,
o villane e maligne detrazioni
non riportar giammai. Queste son quelle (oltre che Dio ne dà gran punizioni)
che fan col tempo le lingue ribelle di tutte le persone in vèr colui
che sparse la zizzania in danno altrui.
Dianora
10
Io vi ringrazio e de' precetti vostri,
zia mia, son per far quel capitale [26r] ch'ho fatto sempre, e spero che vi mostri l'effetto il pensier mio puro e leale,
ch'ho sol di ben servir i signor nostri in onor mio, né cosa altra mi vale, povera e sventurata giovanetta,
che la mercede lor vera e perfetta.
Mona Agnolella
11
Converrà senza indugio or dar risposta
al cortigian che ci ha di ciò parlato
e dirli che servir tu sei disposta
sì come da' padron fia ordinato
e che ringrazi lor della proposta ch'han sì benignamente a te pensato
e dica che 'l lor cenno e 'l lor comando per presentarti lor starai aspettando.
Dianora
12
Bisognerà pensare intanto, zia,
per non aver a farmele poi 'n fretta,
a tagliarmi due veste, ch'una sia
ricamata e un'altra di teletta.
Mona Agnolella
Orsù, la tua sarà stata albagia,
tu mi riuscirai una fraschetta.
La non è stata tutta carità l'entrare in corte tuo, ma vanità.
13
Due veste a un tratto? E di che sorte veste!
Di telett'una e un'altra ricamata!
Le vuo' tu quelle pel dì delle feste, [26r] o forse per portarle alla giornata?
Dillo, Dianora. Che pazzie
fa a me?
Mona Agnolella
Non burlar! Tu vedrai
che 'l mio consiglio fia lodato assai.
14
Infatti, dove altrui volto ha l'umore
fuor dell'uso, si sforza la natura.
(Costei parlando dà nel suo maggiore, ch'aver suole a parlar tanta paura.
L'ha preso già della corte l'odore, [28r] ch'ogni dappoco pugne e rassicura.
Orsù, ch'ella potrebbe farla bene).
Dianora
Ecco messer Lattanzio che 'n qua viene.
Fine dell'atto secondo
atto terzo
scena prima
M(esser) Latt(anzi)o,
Mona Agnolella e la Dianora
Messer Lattanzio
1
Lasciar guidarsi ai giovani è pazzia.
Di qua di là m'hanno aggirato un'ora, né sorella s'è vista mai né zia.
Le vo' cercar da me. Vèlle, in malora! V'aveva appunto nella fantasia.
Be', la Dianora è risoluta ancora?
Mona Agnolella
Io aveva car di vedervi p(er) questo.
Messer Lattanzio
E` ella risoluta? Dite presto!
Mona Agnolella
2
Ell'è risolutissima accettare
il partito propostole.
Messer Lattanzio
Ella vuole infin pur cortigiana diventare?
Dianora
Sig(no)rsì.
Messer Lattanzio
Qui si fan poche parole
e molti fatti, e spesse volte fare pochi fatti e parole assai si suole.
Una 'n corte e un frate, un alla guerra. Così in punto la casa si serra.
Mona Agnolella
3
Che dite voi? Che? Ricominciate.
Messer Lattanzio
La Dianora non dite ch'entra in corte?
Mona Agnolella
Signorsì.
Messer Lattanzio
Alessandro si fa frate.
Mona Agnolella
Frate?
Messer Lattanzio
Frate! Mi par pur di dir forte.
Ve' come voi ve ne maravigliate.
Mona Agnolella
Io so: e' gli piacevan ben le torte!
Messer Lattanzio
E Vincenzio soldato o capitano.
Mona Agnolella
Oh, quel fu sempre un cervellaccio strano!
Messer Lattanzio
4
A me pareva giovan di timore.
Mona Agnolella
Io so ben, io, che fu sempre un cattivo, ma stando presso a voi, suo curatore,
non si dava a conoscer, ma gli è vivo.
Messer Lattanzio
Gli è che quando son presso a un maggiore i giovan fanno il gatto mezzo vivo,
ma lontano da quel non è poi male
che non ardiscan far.
Mona Agnolella
Gli è appunto tale.
Messer Lattanzio
5
Entriamo in casa, dove interamente
intenderete le loro intenzioni.
Mona Agnolella
La Dianora anche dirà la sua mente,
per venir doppo alle conclusioni
per vostra man, com'è conveniente.
N'è ver, Dianora?
Dianora
Né leva né poni:
dico quel ch'io ho detto a voi appunto.
Messer Lattanzio
Orsù, entra in casa.
Mona Agnolella
In questo punto
6
mi nasce in mente un certo mio pensiero,
restando sola senza la Dianora. [29r]
Messer Lattanzio
Mon'Agnolella, entrate.
Mona Agnolella
Egli è ancor nero,
non è canuto affatto.
scena seconda
M(esser) Lattanzio solo
Che fo ora?
S'io vo al paese, io non son più chi io
[v'ero, non v'ho parenti, son avvezzo fuora. Questa donna sarebbe il caso mio
per un po' di governo. Chieggol'io?
7
Chieggol'io? S'io la chieggo, torramm'ella?
Ella m'arebbe a tor. S'ella pensasse_ ch'ell'è una tapina vedovella
l'arebbe a chieder me. S'ell'ammalasse, sebben gli è ver ch'ell'ha quella sorella, non cre' che come me la governasse.
Altra cosa è un uomo. Ardiscom'io?
La non può dir di no, al parer_ mio.
8
La mi conosce e sa ben chi io mi sono.
L'ha già pratica meco. Bella cosa
tor chi si sappia a quel che si sia buono: per altro verso è ben pericolosa.
S'ella mi vòle io la vo' tòrre in dono. [29v] Lasciamo ir via Vincenzio e a Valembrosa l'altro o a Montasinaia e quella in corte, ch'ho voglia anch'io di tentar la mia sorte.
9
E se la gente se ne maraviglia
ch'al gennaio fiorir voglia far le rose, ognuno inarchi a sua posta le ciglia. L'occasioni hanno le man viscose:
bisogna andarne, s'alcuna ti piglia e ti tira e ti sforza. E fra le cose lodate, come insegnan mille esempi,
è 'l sapersi acconciar secondo i tempi.
licenza
1
Son quel che dianzi il prologo vi feci,
che son or qui per farvi la licenza, replicando ch'almen nove de' dieci uomin che son di senno e intellige(n)za riescon poi solenni lavaceci.
Se far voi ne vorreste esperienza, poffare 'l ciel, chi are' mai pensato veder colui 'n un punto sì mutato?
2
Di grazia, presto, andatevi con Dio, [29r]
ché se questa commedia s'allungasse
Messer Lattanzio nostro, al parer mio, di qui a poco è forza ch'impazzasse. Amor l'ha colto un po' per iscancío; s'un altro colpo a sorte gli tirasse non c'è rimedio gnuno al meschinello:
Ecco che 'n pezzi gli va giù 'l cervello.
Il fine
NOTA AL TESTO
La copia della "commedietta" Il curatore di cui ci serviamo è alle cc. 17r-30r del codice 76 del_l'Archivio Buonarroti (in deposito presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze). Nel codice (composito) il testo occupa quasi per intero (lasciando tre carte bianche) un fascicoletto in origine autonomo e di dimensioni nettamente inferiori a quelle medie della compagine.
E` preceduto da un abbozzo pressoché illeggibile, vergato in un altro fascicoletto autonomo, che reca al verso della penultima carta (c. 14v) la minuta di una lettera, indirizzata evidentemente alla persona per la quale la commedia era stata scritta, che recita così: "L'essere stato aspettato sara una fortuna senza di che auendo distesa q(ues)ta favoletta cosi semplice non ha_urebbe saputo far meglio ne anche in lungo tempo. Conosce l'inue(n)tore_ in particolare quanto el_la possa mal seruire a quello p(er)che ella è stata fatta e gliene dispiace._ E si duole delle muse che stando anch'elle in su la lor riputazione, pregate non(n) uengono a posta altrui. Gradisca l'animo, e supplisca l'auer uoluto". L'ultimo periodo è cassato da un frego orizzontale.
Il testo, interamente autografo, è una copia a pulito, sulla quale l'autore è saltuariamente ritornato per qualche ritocco (si riportano la correzioni in nota). La grafia è databile alla maturità del Buonarroti. Non soccorrono ulteriori elementi di documentazione.
*
Nella costituzione del testo adotto una trascrizione ortofonica e un regime moderno per divisione delle parole, maiuscole, apostrofi, accenti, interpunzione e altri segni diacritici. In particolare:
- sciolgo tra parentesi tonde le abbreviazioni
- seguo abitualmente l'uso moderno per i raddoppiamenti e gli scempiamenti
- raccordo preposizioni articolate e congiunzioni e avverbi composti. - distinguo u da v
- risolvo in i la j (usata per lo più in fine di parola)
- elimino l'h etimologica o pseudoetimologica
- elimino l'y etimologica o pseudoetimologica
- risolvo in f il gruppo ph
- risolvo in tt i gruppi pt e ct
- risolvo c in q e viceversa secondo l'uso moderno
_ drento] di dubbia lettura
_ e] aggiunto in spazio insufficiente
_ render<la>] la parte finale della parola è coperta da una macchia _ <d'>aver] l'inizio del verso è illeggibile
_ insi<n>o] di dubbia lettura
_ [...] due parole illeggibili
_ primo] non si può escludere che sia scritto prima
_ parlarmi e dire] interlineato al posto di una litura
_ volessi] precede una litura
_ [...]orno] due parole illeggibili
_ un < il
_ [...]bbattemmo] l'inizio del verso è illeg_gi_bile
_ caschi] corretto su qualcosa di illeggibile
_ cenni] precede una litura
_ chi in una guarnigion si serra] soprascritto, in luogo di una litura
_ intelletto] la parte finale della parola è corretta su qualcosa di illeggibile _ bene] segue una cancellatura
_ desire] corretto su qualcosa di illeggibile
_ chieder] corretto su qualcosa di illeggibile
_ signor < padroni
_ beato] è preceduto da una cancellatura (si di_rebbe della stessa parola)
_ che < Que
_ seco] è seguito da una cancellatura
_ l'intoppo dassi] su rasura
_ o] segue cancellato per
_ da te] aggiunto in interlinea
_ torca] è preceduto da in cassato
_ avessino] corretto su qualcosa di illeggibile
_ Io mi contento... <sovr>ana] la lettura del_l'ot_tava, inserita in un secondo tempo nel mar_gine esterno, è com_promessa dall'usura del_la carta _ Mi] su correzione
_ suntuoso < sumtuoso
_ pensasse < sapesse
_ al parer < a un par _ inue(n)tore < autore
_ e gliene dispiace] aggiunto in interlinea _ lor] aggiunto in interlinea

 

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 18/07/05 01.28.11

Ricavato da:

Banca Dati "Nuovo Rinascimento"

http://www.unifi.it/istituzioni/nrin/

immesso in rete il 9 maggio 1996

a cura di Donata Paterna