De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA IN LINGUA ITALIANA

ARABELLA

di

EMILIO DE MARCHI

 PARTE QUARTA
I LIETO MAGGIO
II I CONTI DI FERRUCCIO
III AMORE?
IV IN QUESTURA
V PREPARATIVI PER LA PARTENZA
VI LA MORTE È BUONA

PARTE QUARTA
I
LIETO MAGGIO
Il mese di maggio venne avanti col suo bel verde.
Una serie di giornate calde e ventilate aiutò la campagna a fiorire. Gli alberi erano già folti, i viali ombrosi e le siepi mandavano il buon odore della robinia.
Arabella, che da quindici giorni trovavasi alle Cascine in casa de' suoi a rifare le forze, non cercava altro, per il momento, se non che la lasciassero tranquilla.
Tutti parlavano intorno a lei di perdono, di pace, di conciliazione. Parenti, avvocati, sacerdoti si dimostravano disposti ad accettare una transazione, che mentre divideva in tre parti la sostanza Ratta e assegnava ad Arabella il fondo di San Donato, offriva alle istituzioni di carità e ai parenti poveri, in base al testamento del '78, dei compensi che valevano di più d'ogni grassa causa.
L'ostinarsi a pretendere di più sarebbe stato per i parenti un compromettere una buona condizione, o fare quel tal buco nell'acqua. Comunque fosse, la pace e la conciliazione non potevano fermarsi qui: e a rigore di coscienza essa non avrebbe potuto accettare nemmeno questa parte dell'eredità, se non avesse stesa la mano a Lorenzo, che da quindici giorni aspettava una parola di perdono. Suo suocero l'aveva beneficata per rimunerarla d'essere tornata in casa. I benefici fatti alla famiglia Botta dal defunto (benefici che Lorenzo irritato poteva trasformare in altrettanti crediti) presupponevano un buon accordo fra i coniugi. Il non accettare la pace con suo marito, dopo essere tornata in casa, quando questa era voluta e desiderata da tutti e in essa soltanto era il bene di tutti, sarebbe stata per parte sua una condotta illogica e crudele. E Dio non l'aveva fatta crudele, se anche la sua testa stentava a capire e a ragionare.
Ora invocava un po' di quiete. La lasciassero stare. Facessero e disponessero pure degli interessi suoi come meglio credevano, ma per carità concedessero al suo cervello e al suo spirito il tempo di raccogliersi. E a poco a poco andava abituandosi a quel dolce far niente. Dalla finestra della sua cameretta di fanciulla stava volentieri collo sguardo ozioso a contemplare la stesa verde dei prati, riscaldati dal sole di maggio, il tremolare allegro che fanno le frasche dei pioppi scossi dall'aria, il rimescolarsi veloce delle rondini sul far della sera intorno alla bruna guglia dell'abbazia, o colle mani inerti sopra un lavoruccio, o colle mani morte in grembo, come una persona che aspetta un avviso per riprendere di nuovo un viaggio non lieto per un paese lontano, che si rivede mal volentieri.
"Tu hai ben diritto di riposare," le diceva qualche volta la mamma, che meglio di lei era in grado di giudicare del valore delle cose, "basta per ora che dimostri della buona volontà. Intanto ti conviene accettare, non mostrarti contraria ai nostri progetti. Anche Lorenzo ora è molto occupato e non pretende nemmeno che tu l'abbia ad aiutare. Poiché a Milano non si può andare, ci vuol tempo per mettere in ordine San Donato e per cercare un'altra casa. Hai tempo fino al Corpus Domini di riposare e di vedere che il diavolo non è poi così brutto come lo dipingono. Accettando però quel che ti dicono di accettare, ti metti in posizione di far del bene a tutti, e specialmente a noi, a' tuoi fratelli, al tuo benefattore. Tu diventi nostra creditrice, e non vorrai farci gli atti, non è vero? Se invece irriti e disgusti Lorenzo, o supponiamo il caso che tuo padre e tua madre dovessero rifondergli un capitale che non hanno, nessuno approverebbe la tua ostinazione. Del resto, duecentomila lire, cara te, valgono un bel perdono. Non sai che San Donato diventa tuo? Son ottocento pertiche milanesi, quasi tutti prati, oltre la casa e le bestie, che solamente in latte mettono in grado il padrone di pagare l'affitto. Coi soli interessi di un anno puoi far tanto bene ai poveri, da guadagnarti non una, ma tre sedie d'oro in paradiso... E non devi mica" proseguì la mamma "aver certi scrupoli, perché se il sor Tognino ha fatto una sostanza, è pur vero che pochi uomini hanno lavorato come lui. E quando uomini onesti come un avvocato Baruffa, un mezzo santo che porta il baldacchino a Sant'Ambrogio, quando lo zio don Giosuè e il prevosto Vittuone, un ladro del paradiso, ti dicono che tu puoi accettare con tutta coscienza questa eredità, io non capirei la ragione de' tuoi scrupoli. In quanto a Lorenzo, credi che è pentito e strapentito. Mi ha parlato un pezzo. La morte di suo padre gli ha fatto senso. In fondo non è mica un animo cattivo, ve'... E ti vuol bene, l'ha detto a me, e quasi piangeva nel dirmelo. È un giovane un po', diremo così, volage, e suo padre forse coll'idea di volerlo dominare faceva peggio. Egli mi ha detto non solo che ti vuol bene e che è pentito, e che non pensa più a quella donna e che vuol far giudizio, eccetera, eccetera; mi ha detto ancora che, se non ti dispiace la sua idea, egli lascia addirittura Milano, e viene a stabilirsi a San Donato a fare l'affittaiolo de' suoi fondi, sotto la guida di papà Botta, che per agricoltura bisogna dargli la patente. È sempre stato il suo ideale questo, lo sai anche tu: e io ho sempre visto che gli uomini son buoni o cattivi, secondo che sono a posto o fuori di posto. Un buon prete è un cattivo soldato e viceversa. E c'è ancora un altro vantaggio, cioè che tu potresti prendere con te Mario, che di studiare non ha molta voglia, e invece fa bene qualunque mestiere di campagna. Mi sarebbe un bel sollievo e mi avvieresti un poco questo figliuolo, che somiglia tanto al tuo povero papà..." gli occhi di mamma Beatrice si inumidirono a questa memoria. "Così, la mia figliuola, tu sollevi un poco anche la tua povera mamma dalle fatiche e dai pensieri di questi benedetti figliuoli, che mi stancano ve'... Non sono più giovine, e comincio anche io a sentire il bisogno di una mano che mi aiuti. San Donato è a due passi, ci potremo vedere spesso, tu aiuti me, io aiuto te. Se ho un bambino malato posso fare un conto sopra qualcuno, va bene? In quanto a papà Botta, non dico nulla. Oltre al vantaggio pecuniario, tu gli puoi, diremo così, restaurare il morale. Da una settimana è già diventato più grasso. Ma ne abbiamo passate di notti dolorose, la mia figliuola! Tu non volevi credere alle mie lettere, quando ti scrivevo che quasi non si aveva più denaro da comperare la tela di una camicia. A te non mancava nulla laggiù, e quando si è nell'abbondanza, non si sanno nemmeno immaginare certe angustie e certe mancanze. Amen, tutto questo è passato, e Dio ci ha voluto bene. Adesso riposa un poco, la mia figliuola, non pensare a tante cose, piglia qualche cucchiaino di magnesia, che fa bene, in quanto il corpo aiuta l'anima. Un giorno andremo insieme a San Donato a vedere quel che c'è da fare... e il Signore benedica te e quel povero uomo che ti ha fatto del bene."
Papà Botta a parole non diceva nulla, ma si vedeva dagli occhi, si vedeva dal modo in cui moveva le braccia e le gambe che in lui camminava un morto risuscitato. Ora le Cascine e San Donato avrebbero fatto una cosa sola; il mio è tuo, il tuo è mio. Una mano di biglietti da mille è sempre il miglior concime per i fondi della Bassa... La sua casa era salva, i suoi figliuoli eran salvi, e l'avvenire, grazie ai meriti e alla virtù di quella povera figliuola, poteva dirsi assicurato. Quando la ricondusse alle Cascine nel suo vestito di lutto, a papà Botta parve di tirarsi dietro un angelo fatto prigioniero. Pensò a mettere in ordine la stanza, sbarazzandola dei centomila attrezzi, che il disordine e la malavoglia avevano ammucchiato in mezzo alla polvere e alle ragnatele.
Se fosse venuta in casa la Madonna, papà Botta non avrebbe potuto usare un maggior riguardo. Essa aveva bisogno di riposo e di quiete? dunque non si doveva né strillare, né far rumore, né cicalare sotto la sua finestra. Mandò lontano le oche e le galline e per alcuni giorni fece condurre le bestie a un'altra stalla. Intanto egli stesso colla scopa in mano eccitava gli uomini a far netto, raccontando a tutti quel che Arabella veniva a ereditare dal defunto signor Tognino.
"Se ho un piacere e una soddisfazione a questo mondo" soggiungeva, indicando le gelosie verdi della finestra "è che io le ho voluto bene anche prima, quand'era una bambina alta così, quando di suo non aveva che il vestito e un paio di scarpe stracciate. È giusta la legge che bene fa bene; ma il Signore m'è testimonio che, se mi fosse tornata in casa logora e senza scarpe, io non le avrei voluto meno bene."
E tutti gli credettero, essendo uno dei molti privilegi dei buoni d'essere creduti degni anche del bene che non fanno.
Arabella, nella quiete delle belle giornate calde, nella cura e nella benevolenza de' suoi, e, più ancora di tutto, nella persuasione che la sua vita non potesse essere diversa, a poco a poco si avviò a perdonare e a dimenticare. La giovinezza vuol vivere. In queste condizioni, anziché ribellarsi a un destino maggiore alle nostre forze, è meglio condurre queste a smuovere e ad aiutare il nostro destino. Le acque grosse che rompono i ponti, ben incanalate, muovono molini e gualchiere. Un coscritto malcontento non ha che un rimedio contro la sua disgrazia, ed è di prendere il servizio con quel coraggio affaccendato e irragionevole, che da un coscritto cava spesso un eroe.
Ritrovava dei momenti di intero riposo e di smemoratezza quando poteva, come una volta, rinchiudersi a disegnare e a ricamare nella fresca chiesuola della Colorina. Vi si rifugiava colla foga della bimba che ha portato via e nascosta in tasca una piccola merenda, o una ghiottoneria dolce, che vuol gustare e assaporare un pezzo, da sola, senz'essere vista. Vi si rifugiava meno a pregare che a sentire la sua vita scorrere lentamente, in attesa di qualche cosa di chiaro, che tardava ad accendersi in lei e senza di cui sarebbe stato troppo pericoloso continuare per una strada buia.
Essa poteva perdonare e dimenticare; ma non basta. Per vivere bisogna amare. Ora il pensiero che tra quindici o venti giorni essa avrebbe dovuto cadere nel dominio del suo vecchio padrone, non era per lei così semplice e giocondo come pareva alla mamma. Qualche cosa della vecchia monachella soffriva ancora nel suo spirito. Nei suoi lunghi e pensosi silenzi, mentre la mano copiava un gruppo d'alberi o un pezzo di casa in rovina, la voce della monachella sorgeva a predicare, non tanto a lei, per cui le parole erano inutili, quanto a tutte le buone ragazze, che si affidano alla vita colla lieta poesia dei diciott'anni: "Non credete alle lusinghe della vita: fatevi monache. Il mondo, sotto uno strato di rose, vi prepara dei dolorosi letti di spine: fatevi monache. E se Dio vi chiama a sé prima del tempo, benedite il Signore che vi vuol bene. Meglio morte a quindici anni sotto una coperta d'erba fresca e di fiori di prato, che sentirsi sepolte vive nel fango del mondo vecchio e corrotto".
Per isfuggire alla seduzione di queste malinconie, usciva a correre qualche volta in mezzo ai prati, univasi alle donne che sotto il raggio caldo del sole agitavano e ammucchiavano il fieno maggengo, dava di mano a un rastrello, e mentre le ragazze intonavano un'aria di soldati, nel bagliore della luce aperta, cercava anche lei di attaccarsi alla vita e alla terra collo sforzo di un lavoro affaticante.
Tra un ritornello e l'altro della canzone sonava dal casolare vicino la voce argentina della povera Angelica, che dal suo letto salutava le compagne colle litanie della Madonna.
Arabella ponevasi a sedere nel fieno e colle mani abbandonate sui ginocchi, ora incantavasi a contemplare la schiera delle ragazze, splendenti sotto la luce viva nei chiari vestiti rossi, e così tenacemente attaccate alla terra e agli affetti della terra: ora il pensiero volava ad Angelica così lieta negli affetti del cielo. Essa non sapeva cantare. Anche in chiesa la sua voce, avvilita, non aveva più la forza di seguire le litanie. Soffriva non più per non saper rinunciare, ma come chi ha rinunciato troppo, e muore di rincrescimento in un'inedia morale.
Poco doveva durare questo suo riposo. Passati dieci, dodici, quindici giorni, la gente avrebbe cominciato a meravigliarsi una seconda volta di trovare in lei della resistenza, l'avrebbe accusata una volta ancora di egoismo e di freddezza di cuore, perché dove trattavasi di una fortuna grande e cara a tutti, essa ostinavasi a non vedere che il suo orgoglioso sacrificio. Respingere l'eredità non poteva senza mostrarsi ingrata, incoerente, irragionevole, per non dire pazza del tutto: e non poteva accettarla senza stendere la mano a suo marito. E se questi era veramente pentito, se prometteva di diventare un uomo onesto e laborioso, se aveva bisogno d'un erede per restaurare la sua casa, se tutti facevano voti per questa benedetta assoluzione, di cui essa aveva il merito maggiore, perché ostinarsi a non credere alla virtù di questa misericordia? perché rinchiudersi in una reazione arcigna e sterile? perché non innovare un dolce sistema di moglie paziente, di massaia casalinga, di donna come ce ne son mille, che ingrassano lentamente nella pratica delle modeste virtù, tra la casa, la messa e il pollaio? Questo miracolo doveva essere compiuto per il Corpus Domini. Papà Paolino, dopo vari abboccamenti coll'avvocato e con Lorenzo, d'accordo colla mamma e colla figliuola, aveva stabilito per quel giorno solenne un gran pranzo alle Cascine, al quale sarebbero intervenuti oltre agli zii Borrola e a Lorenzo, l'avvocato, il notaio, lo zio canonico: e si sarebbe messa una pietra sul passato. Il Pirello prometteva per quel giorno una panna degna del paradiso.
Per quel tempo sarebbe stata pronta ed abitabile la casa padronale di San Donato, un avanzo viscontesco, che sotto le rappezzature e le corrosioni conservava ancora la forte ossatura del suo buon tempo. La parte centrale di quel vecchio caseggiato di robusta costituzione architettonica conteneva ancora qualche ampia sala, qualche segno di vecchi dipinti, molte guardarobe e mobili rococò guasti dall'umido, dal tempo e dalla trascuratezza degli ultimi padroni, che vi avevano abitato nei primi anni del secolo.
Mentre il tempo era bello, papà Botta, coll'aiuto di Ferruccio, fece venire imbiancatori e tappezzieri, mandò a Milano un carro a prendere il mobilio, perché di tornare in via Torino, dopo i tristi avvenimenti, non si parlava nemmeno.
Ferruccio, in questo tramestìo, ebbe il suo da fare. Il signor Lorenzo dovette in molte faccende fidarsi di lui che divenne un personaggio importante, il confidente e il segretario di tutti gli interessati nella conciliazione. Rianimato quasi da una nuova energia attese al trasporto dei mobili, che accompagnò a San Donato, facendo e rifacendo la strada da Milano alle Cascine due tre volte la settimana. Portò molte carte a firmare alla signora, secondo le indicazioni del notaio, e cercò di spiegarle lo stato degli affari, come eran rimasti sul tavolo del povero signor Tognino: raccolse gelosamente la corrispondenza, i valori e le cartelle di rendita, che scaturivan quasi per incanto dai cassetti e dai mobili dell'ammezzato.
II
I CONTI DI FERRUCCIO
Se ad Arabella il denaro avesse potuto portare una consolazione, c'era da ringraziarne la Provvidenza; ma questa sovrabbondanza di fortuna e di ricchezza la rendeva annoiata, stanca, disgustata, e solamente per non parer cattiva rassegnavasi a leggere e a passare dei mucchi di carte, e a stendere coll'aiuto di papà Paolino dei prospetti e dei bilanci meravigliosi. Quanti denari aveva lasciato dietro di sé il vecchio! che se avessero potuto parlare... ma Arabella, socchiudendo gli occhi, cercava di cacciare questi pensieri come si caccia lontano una tentazione. A che pro' indagare l'origine delle cose che non cangiano? a che pro' logorarsi la coscienza in una filosofia che non serve a nulla? non erano tutti contenti e soddisfatti?
La prima volta che Ferruccio venne alle Cascine, essa lo tirò in disparte, e, consegnatogli un biglietto di cento lire, gli disse:
"Provveda ai primi bisogni di suo padre, e mi porti un prospetto di quel che posso fare per i poveri della parrocchia, per la povera Stella, e in suffragio del defunto. Poiché abbiamo sofferto tanto per colpa di questo denaro non tardiamo a cavarne quel bene che si può. Lei pure avrà avuto delle spese in questi giorni. Ho bisogno d'essere istruita e di nessuno mi fido più che di lei. Se può stendermi un minuto rapporto di tutta l'azienda col reddito e cogli obblighi relativi, cercherò di entrare anch'io in questa selva di numeri, per quel poco di bene che posso fare. Ne parli anche con mio marito. Spero che lei vorrà restare con noi, finché ne avremo bisogno, o almeno finché non abbia trovato da collocarsi meglio..."
"Non so, vedremo..." balbettò il giovane facendosi rosso in viso.
"Non si cacciano via i galantuomini" soggiunse la signora sorridendo.
E dopo un momento di riflessione riprese a dire:
"Noi abbiamo patito insieme..."
"Oh sì, e devo a lei se non ho commesso del male..." continuò Ferruccio con sincero entusiasmo.
"Il male non fa mai bene, come ha visto. Ne abbiamo sofferto tutti, colpevoli e innocenti, e chi sa se avremo finito! Il male è un numero sbagliato, che rende falsi tutti gli altri numeri e falsa la somma totale. Uso un paragone d'aritmetica per farle vedere che comincio anch'io a far pratica coi numeri e cogli affari."
Ferruccio se ne partiva sempre, dopo questi discorsi, colla mente turbata, ansioso di tornare a Milano come chi, sognando una colpevole compiacenza, è tratto dal naturale rimorso a svegliarsi e a cercare la luce. Ma una volta a Milano, i ciottoli della città diventavano per lui carboni accesi, gli pareva di vivere colla testa, ma senza cuore. Il cuore era là, alle Cascine, che sanguinava, che lo chiamava.
Non gli era mai sembrata così serenamente bella, così in colore, così calma e padrona di sé, così forte, di una fortezza dolce e terribile. I pretesti per tornare alle Cascine non gli mancavano. E nell'attesa lusingava e faceva tacere la morbosa inquietudine, lavorando faticosamente a redigere il rapporto della situazione finanziaria della casa, un'azienda che, se era ordinata e scritta nella testa del signor Tognino come in un libro, offriva molte lacune e molti gruppi non facili a essere sciolti. Nella selva del bilancio e delle cifre, Ferruccio penetrò con una specie di voluttà, come chi sfonda arbusti spinosi e ortiche per arrivare a cogliere un mesto ciclamino sull'orlo di una roccia.
A questo turbamento doloroso non osava più dare un nome. Ha la lingua umana le parole per questi misteri così profondi? vi può essere una definizione dell'infinito? Possono gli occhi leggere ciò che una mano misteriosa scrive nel buio?
Qualche volta usciva di casa la mattina per portare delle carte all'avvocato, o per recarsi allo studio; e mentre il pensiero seguiva l'oggetto o la pratica, come si suol dire nel gergo del mestiere, il tram di Lodi lo trasportava alle Cascine, come una forza che lo sottraesse e lo rapisse a un còmpito noioso, per avvicinarlo a un dolce spettacolo.
Capiva però che questo giuoco non poteva durar molto. Era necessario ch'egli se ne ritraesse prima che diventasse crudele, come ogni bel giuoco tirato in lungo. E siccome sentiva parlare del Corpus Domini come di un giorno stabilito per mettere una gran pietra sul passato, stabilì anche lui e si abituò a considerare quel giorno come l'estremo termine di una gioconda "ferie" giovanile, come la chiusa d'un fantastico poema ch'egli aveva scritto solamente per sé. Che cosa sarebbe stato di lui dopo quel giorno non andava a cercare. A che pro? Chi può essere indovino del domani? Ma ad ogni modo egli doveva ritrarsi da una strada erta e pericolosa, dove molti più forti e più temerari di lui lasciano spesso la vita e l'onore. Non osava guardare in faccia ai pazzi pensieri che gli passavano pel capo. C'era da farsi compatire, da farsi fischiare da tutto Milano. C'era da morir dalla vergogna, se lei avesse potuto leggergli nel cuore.
Il ragazzo che non aveva saputo trovar la sua strada nel mondo, il figlio del portinaio, il mezzo chierico, il commesso a sessanta lire, in certi sogni esaltati correva a immaginare ch'egli potesse salvare o almeno difendere la buona signora dagli oltraggi della gente, rapirla, fuggire con lei in un paese lontano, al di là dei mari, contrastarla alla violenza e all'egoismo, come gli antichi cavalieri dell'Ariosto, che contro cento mostri combattevano da soli, vestiti d'armi lucenti e incantate.
Ma eran sogni: forse era meglio voltare le spalle alla tentazione. Da qualche tempo il padre Barca andava discorrendo di un posto di compilatore e redattore di un giornaletto cattolico, che una pia associazione di Genova voleva impiantare coll'aiuto di una ditta libraria di là. E insisteva presso la Colomba perché persuadesse il nipote ad accettare. Da cosa nasce cosa: il giornale poteva condurre la bottega, e colla buona volontà, cogli studi fatti, con buoni appoggi, Ferruccio era sicuro di farsi una posizione nobile e indipendente.
Bisognava aver del coraggio e decidersi: ma non osava dirlo a lei. Tutte le volte che il discorso rasentava questo argomento, egli affrettavasi a confondere le parole, per paura di dir troppo.
Un giorno il signor Lorenzo lo incaricò di consegnarle una lettera che aveva messo insieme coll'aiuto letterario e filosofico della zia Sidonia. Chiedeva perdono, si dichiarava pentito, prometteva una vita nuova; la morte di suo padre era stato un tremendo castigo per lui; sentiva il bisogno di rifugiarsi in campagna, di mettersi a lavorare, di fare il contadino, e pregava Arabella di scrivergli una parola di perdono prima del Corpus Domini, tanto che egli avesse coraggio a presentarsi e potesse accettare l'invito della mamma.
Ferruccio aveva finita la lunga e bella relazione finanziaria, a cui aggiunse un prospetto riassuntivo, scritto con due inchiostri e con molti bei fregi e svolazzi calligrafici: un capolavoro. Intendeva con questo bilancio di chiedere il suo congedo... e di non lasciarsi più vedere. Dalle parole del signor Lorenzo aveva capito che egli era mandato ambasciatore di pace: e anche lui aveva bisogno di pace.
Arrivò alle Cascine che non aveva ancora messe insieme le quattro parole necessarie per dare alla signora le sue dimissioni: e si affrettò a cambiar idea. Le avrebbe scritto da Genova. Quel suo fuggire improvviso, non giustificato, o confusamente giustificato, avrebbe dovuto far senso, ed era appunto in questo non so che di strano e di violento che essa avrebbe cercato delle ragioni; e forse tra le molte avrebbe trovata quell'una, che egli non poteva dire; e l'avrebbe compatito... sorridendo; ma l'avrebbe compatito, povero ragazzo!
"È uscita" disse il Pirello. "Se vuol parlarle, la troverà presso la Colorina a pitturare."
Ferruccio prese la stradicciuola che costeggiando il canale, mena alla chiesetta in mezzo ai campi. Le siepi mandavano un acuto profumo di robinia fiorita. La strada molle ancora per un'allegra pioggerella notturna, sentendo il caldo del sole, esalava anch'essa il buon odore della terra umida, correndo tortuosa tra il canale e un'alta siepe fino al ponticello dei mattoni, coperto da un bel gruppo di piante. Seduta sopra una delle basse sponde del ponte, Arabella stava schizzando sull'albo quella parte dell'abbazia, che usciva nell'apertura della stradicciuola, tra due pioppi che facevano da cornice sopra lo sfondo sereno del cielo.
Essa non si accorse del giovine, se non quando questi le fu vicino; e per un istante egli rimase dietro di lei in silenzio, non vedendo innanzi a sé che il bagliore della luce diluita nel verde dei prati.
"Oh..." esclamò per la prima, e non poté nascondere un improvviso turbamento. "Mi ha fatta una paura..."
"Sono così terribile?" si sforzò di aggiungere per tenere il discorso allegro e indifferente.
"Che novità a Milano? non posso dirle di accomodarsi, ma se si mette là, sul muricciuolo, finisco questo disegno..."
"Non sapevo che ella fosse così brava..." riprese il giovine, meravigliandosi con se stesso di sentirsi così coraggioso stamattina.
Era il coraggio di chi perde gli ultimi quattrini in un gioco disgraziato, e che, sapendo di non poter più pagare, arrischia anche quello che non ha.
"So far di meglio, per sua regola..." rispose Arabella ridendo, senza togliere mai gli occhi dal disegno.
Vestita di un abito scuro di lutto, con in testa un cappelluccio tondo di paglia scura, il collo e l'ovale del viso spiccavano d'una bianchezza di smalto. Qualche fiamma di sole, passando attraverso le foglie degli alberi che facevan testa al ponte, accendeva di tenero splendore i capelli accomodati colla massima semplicità. A un soffio d'aria cento fiammelle d'oro l'investivano dando alla sua gentile persona una bellezza spirituale. Questa almeno fu l'impressione che Ferruccio, seduto in faccia sull'altro muricciuolo rosicchiato del ponte, ne ricevette, mentre ardiva contemplarla, quasi senza paura, per tutto il tempo che rimasero soli sulla strada deserta, nel dolce silenzio dei campi. L'acqua molle e verdognola del canale passava silenziosa sotto i loro piedi, scendendo a dare a bere ai prati. Tratto tratto un frullo d'ale. Un passero scendeva a saltellare sulla strada come se non ci fosse nessuno, e volava via.
"Ho una lettera del signor Lorenzo per lei."
"Lo vede spesso?"
"Quasi tutti i giorni."
Arabella sollevò gli occhi sull'abbazia e parve dimenticarsi.
"Lei sa come sono stata offesa."
"Lo so, poverina. Son cose che non si capiscono."
"Eppure dicono che è una storia così comune. I romanzi non parlano che di tradimenti e di vittime. Legge lei dei romanzi?"
"Non ne ho mai letti. Finché studiavo da prete era proibito; e poi ho dovuto pensare alle mie tragedie."
"Ora è guarito..."
"Sì, per grazia di Dio; ma per poco quel cane di uno sbirro non mi rompeva la testa. Vede ancora il segno?" Ferruccio indicò una lunga cicatrice sulla fronte, alla radice dei capelli tagliati corti. "Ma credo che il maggior male non sia la ferita: la morte vien sempre dal cuore. Per fortuna ci sono delle anime buone a questo mondo..."
"Ci sono?" provò a chiedere Arabella, con un leggerissimo tono di scetticismo.
"Sì, ci sono. Guai a noi se non ci fossero. Che conforto avrebbero le anime che soffrono? Crede che nessuno abbia avuto compassione di lei? Quel giorno che ho aiutato a portarla in casa, pensando che fosse morta, ho pianto; quasi ho pregato che fosse morta davvero."
"Perché?"
"Non so spiegarmi. Mi pareva allora che a una morta si potesse voler bene più che a una viva."
Arabella tornò a fissare gli occhi lontano, e mormorò, rispondendo quasi a una lunga questione che ella facesse dentro di sé:
"Può essere."
Ferruccio, colpito dalla gravità delle parole che gli erano uscite di bocca, quasi venisse meno a un tratto l'esaltazione dolente che l'aveva fatto parlare, si curvò sul muretto, e fissò gli occhi nell'acqua, provando la vertigine d'essere anche lui trascinato lentamente col ponticello e colle piante verso i prati. Chi aveva parlato per lui? La Colomba avrebbe potuto dire che aveva parlato in lui la sua mamma. Ma a Ferruccio era sconosciuta questa legge, per la quale lo spirito dei morti parla nei vivi. Si sentì a un tratto meschino e colpevole. Non osava più sollevare gli occhi in faccia a lei, che, chiusa in un freddo silenzio, continuava a giudicarlo, e a castigarlo, tacendo. Essa gli pareva lontana lontana: non la vedeva quasi più.
"Non so se mio marito abbia pensato anche all'Augusta. Gli faccia memoria. Se l'Augusta vuol rimanere ancora con noi, potremo combinarci. Di tornare a Milano non si parla, per ora, né io lo desidero. Mi ha preparata la relazione?"
Furono queste parole così fredde e precise, di una importanza così pratica, pronunciate con grave lentezza, che richiamarono Ferruccio alla realtà della sua sorte e gli dimostrarono quel ch'egli era di fronte alla signora. Arrossì come il fuoco: si mosse, balbettò qualche parola sconnessa, e, presentando la lettera e la relazione, disse:
"Se lei mi comanda..."
Arabella gli stese la mano, ch'egli strinse nelle sue, e portò alle labbra come l'altra volta, mentre grosse lagrime di dolore e di pentimento gli solcavano le gote
III
AMORE?
"Dio solo sa quel che è bene e quel che è male" scriveva Arabella qualche giorno dopo a Maria Arundelli "e tutte le volte che entriamo a giudicare delle cose di questo mondo siam tratte a sbagliare o dalla paura o dall'orgoglio. Al Corpus Domini ritornerò con mio marito, in una casa nuova, con animo nuovo, in campagna. Appena sia messa in ordine questa nostra casa, celebreremo le nozze d'oro del perdono. Dio provvederà al resto. La morte di mio suocero ha precipitato gli avvenimenti e rende utili e necessarie delle risoluzioni che prima mi parevano assurde. Non vi può essere che del bene in ciò che si fa con coraggio e con fede. Risponderò domani con una lunga lettera a mio marito e questa estate spero che verrai a trovarmi nella nuova casa di San Donato, una fattoria sul genere di quelle che troviamo descritte nei romanzi della Bremer. Se avrò altri figliuoli, spero di ritrovare anche quel resto di vita che m'è sfuggita e d'intessere ancora il mio idillio casalingo in un vecchio avanzo di castello viscontesco, in mezzo al chiocciare delle galline e al buon odore del fieno.
"La mamma è felicissima e va ripetendo a tutti che io avrò cavalli e carrozze e una proprietà di non so quante pertiche milanesi: e pare che potrò godermi questa abbondanza senza rimorso al mondo, perché lo stesso monsignor arcivescovo ha approvato e benedetto i nuovi accordi. Le figlie di Maria furono così soddisfatte del modo in cui è stata risolta o sarà risolta la intrigata questione dell'eredità Ratta, che, attribuendomi un merito che non ho, mi hanno regalata una copia della Madonna in trono, del Morelli.
"Vuoi sentirne un'altra? Mio zio Borrola, che era solito mangiare un chierico a colazione e un prete a pranzo, mi scrive tutto commosso del modo con cui fu ricevuto da monsignore e vuole ad ogni costo avere il piacere e l'onore di presentarmi al venerando prelato.
"O Maria, io non so perché pianga, mentre ti scrivo queste cose così liete e così belle. Ci sono forse delle fortune che come le fiamme c'inseguono perché fuggiamo?"
Se durante il giorno, tra il molto scrivere e il dare udienza e il rispondere e il comandare, Arabella poteva illudersi d'aver ricuperata la pace, o almeno la forza d'accettarla, non era così verso sera, quando pare che la malinconia esca dalla terra oscura; non era così di notte, quando si trovava sola sola co' suoi pensieri e col suo cuore.
Il cuore di notte si sente di più, come senti battere più forte l'orologio che hai deposto vicino al capezzale. Ora le capitava di non poter dormire mai, quantunque non avesse che a rallegrarsi di sé e della sua coscienza.
Rimaneva le lunghe ore cogli occhi spalancati, pieni di un mite incantesimo, fissi al biancore della finestra, colle mani sotto la testa, non provando che un caldo peso sul cuore.
Non era un dolore, o lo era quel poco che basta a mantenere nel corpo una dolce eccitazione morbosa, una febbrile sofferenza non ingrata, e nella fantasia un immaginare continuo di cose diverse, remotissime dalla realtà, nelle quali la mente poteva navigare mollemente senza urtare negli scogli.
Nel suo casto rigore il pensiero non osava dare alle immagini forme e contorni troppo determinati. Non osava nemmeno rispondere alle questioni che insorgono così curiose e tumultuose durante i momenti di maggior ribellione. Le lasciava gridare, conservando un assoluto dominio sopra se stessa. Era possibile? no: era forse una momentanea ebrezza, un'indulgenza concessa a se stessa, in compenso del suo lungo soffrire: no, essa non poteva, non doveva lasciarsi amare da quel ragazzo. Tutto sarebbe passato, al primo rientrare nel sacro tabernacolo del dovere, non lasciando che una leggiera striscia di dolore al capo, come fa ogni gioia che passa.
A quel ragazzo non poteva non volere un po' di bene. Anche la compassione ha i suoi doveri. Eran cresciuti un pezzo insieme, lui povero, lei disgraziata. S'eran ritrovati dopo molti anni, lui più povero, lei più disgraziata. In mezzo alla gente che aveva congiurato a' suoi danni, anche tra quelli che le volevano più bene, egli solo aveva sentito per lei una pietà pura e disinteressata. Quel povero Ferruccio non si era mosso dalla sua timida e scontrosa mediocrità, se non per soffrire atrocemente dell'ingiustizia umana. E se non aveva perduta la fede nella Provvidenza e nella vita, lo doveva a lei, che aveva lasciato cadere a tempo una dolce parola nel suo cuore.
Cresciuto anche lui insieme a' suoi fratelli, non era per lei che il più grande e il più disgraziato de' suoi fratelli, un ragazzo di poco spirito, un buon giovine cristiano, che la corruzione e lo scetticismo non avevano ancora corrotto. Toccava a lei salvare questa preziosa giovinezza dal contagio plebeo delle passioni, dai cattivi esempi, sostenere il coraggio nelle battaglie della vita, come già gli aveva insegnato il catechismo quando era piccina, come l'aveva preparato alla prima comunione da giovinetta.
Non c'è nessuno che si lasci persuadere più facilmente come un cuore che ha bisogno d'essere persuaso. Acchetata con queste dimostrazioni la coscienza, essa poteva chiudere gli occhi e dormire; ma le lunghe dimostrazioni stancavano le sue veglie, sentivasi soffocare nella chiusa stanza, balzava dal letto, e, spalancata la finestra, stava a contemplare estatica nel tepore della notte chiara la fila nera dei pioppi ondeggianti in fondo ai prati, su cui brillavano le sparse stelle del Carro, o cercava in capo alla strada l'ombra densa dell'abbazia, che raccoglievasi anch'essa in una specie di sonno profondo, mentre i grilli mandano l'acuto fischio dalle tane e il vento porta qua e là, strappandolo a cascinali, il buon odore del fieno
Le parole di un discorso umano son troppo rigide e pesanti a confronto di quelle con cui essa cercava di giustificarsi e usarsi indulgenza. Il cuore parla a colpi come fanno i prigionieri.
Le pareva che potesse concedersi questa momentanea ebrezza, mentre ancora durava la sua libertà, come la mamma anche più rigorosa concede alle sue ragazze un festino la sera prima d'entrare in collegio.
Era amore questo bene?
Essa lo aveva trattato forse troppo rigidamente l'ultima volta, non rispondendo nulla a una tenera confessione, che era traboccata dal suo cuore come sgorga l'acqua limpida e pura da una fontana abbondante.
La paura l'aveva resa superba. Eppure quanta bontà, quanta poesia, quanta freschezza d'animo nelle sue parole!
"Mi pareva che a una morta si potesse voler bene più che a una viva..." Chi aveva insegnato a questo povero figlio del popolo a dir parole così belle e così commoventi? Non certamente il poco latino studiato in Seminario. No, era un'anima giovine che parlava; e le anime giovani sono ancora piene di cielo: e quando parlano fanno provare emozioni che sembrano reminiscenze di un altro mondo. Tutti veniamo da un luogo che non è questo e tutti aspiriamo a tornarvi. E il cuore batte ed esulta tutte le volte che ascolta una voce che gli parla della patria...
Eran sogni di questa natura ch'essa ricamava intorno a una stella, ripetendo una nenia funebre sopra se stessa.
"A una morta si può voler bene..."
E fra pochi giorni invece essa avrebbe dovuto essere più viva di prima.
La mattina, appena una riga di luce bianca venata di carminio rompeva dietro i tronchi la lunga oscurità della notte, vestivasi in fretta e scendeva, quando cominciano le gallinette a muoversi, prima ancora che sonasse l'Ave Maria alla chiesa.
È così bello uscire all'alba e mettersi per un viale di piante nella frescura mattutina, sotto il cielo bianco che si specchia nelle acque oscure! Le vaste campagne sono ancora deserte, non ancor sveglie di sotto alle coltri di nebbia: o non escono dai viottoli che le prime ombre dei lavoratori, colle vecchierelle che vanno alla messa, chiuse nello scialle nero, nella pia tranquillità del corpo che ha riposato e dell'animo che non desidera più nulla.
Essa invece trascinata dall'inquietudine giovanile, che desidera anche ciò che non conosce, andava a rifugiarsi in un angolo oscuro della chiesa, sotto la vòlta gotica, si prostrava sul marmo freddo d'un altare e assisteva alla messa, pregando or sì or no, dimenticandosi o guardando come straniera di un'altra fede la gente, le immagini, i lumi dell'altare. Come chiedere a Dio ciò che non è giusto desiderare? come chiedere ch'egli ti spenga nel cuore l'unica fiamma che lo scalda? perché invocare che altri ti calchi sulla fronte la corona di spine che ti è toccato in sorte di portare?
Dopo la messa usciva colle donnicciuole e colle altre spose della sua età, con alcuna delle quali soffermavasi a discorrere di bambini e delle piccole peripezie che riempiono, come le ragnatele, la casa della povera gente. Parlavano di malanni, di stenti, di malattie croniche, di pellagra e di morti, colla placidezza lenta e rassegnata dei contadini che riferiscono tutto a quel lassù, sul quale la fede dei poveri scarica, insieme alla responsabilità, tre quarti dei propri fastidi.
E le pareva, sentendole parlare, che appartenessero a un altro mondo o un'altra razza. L'inquietudine sua la portava a camminare un pezzo per le strade di campagna, finché sentiva il sole caldo sulla testa. Andava un pezzo a razzolare nel verde, a cogliere fiori di siepe, a cercare le ultime mammolette della stagione rimpiattate nei luoghi più oscuri, qualche volta fin verso la stazione di Regoredo, o fin dove il canale si affossa e si allarga in un laghetto di acque sorgive.
Il cielo lucido, che si riflette nell'acqua di un color di acciaio, dà agli occhi l'illusione di due lucidi infiniti che si baciano. Arabella fissavasi nel limpido specchio fino all'incanto e lasciavasi trasportare a naufragare deliziosamente in una vertiginosa accondiscendenza.
Forse il suo povero papà era passato di lì.
Qualche volta spingevasi fino al passaggio della strada ferrata presso la stazione, che rompeva con una tinta rosea il verde delle messi e delle piantagioni.
I bambini del cantoniere impararono presto a conoscerla, perché essa non vi andava mai colle tasche vuote. La loro madre, una donna pienotta e sana, la intratteneva di cose comuni, di suo marito, di sé, dei suoi figli. Dopo sette anni di matrimonio, vissuti un po' dappertutto nei quattro muri d'un casello, essa era per mettere al mondo il suo quinto figliuolo e nascevano tutti sani, ingordi, con nessuna voglia di morire. Tratta a discorrere di questa faccenda, la donna nel linguaggio più naturale dimostrava come ciò possa accadere ai poveretti, che non hanno il teatro della Scala. Le parole della cantoniera suscitavano nel segreto dolore di Arabella improvvisi turbamenti.
Vedendola arrossire, la donna allungava il discorso alle solite celie, cercando di dimostrarle che in tre cose i poveri sono eguali ai ricchi, nel nascere, nel morire e nel fare all'amore, una parola quest'ultima che in bocca alla bassa gente, è più chiara che nei dialoghi di Platone.
Una mattina - due giorni prima del Corpus Domini - mentre ciarlavano di queste cose, il suono della cornetta interruppe a tempo certe confidenze, nelle quali la più giovine di quelle due donne provava una specie di malsana seduzione: subito dopo s'intese il rombo del treno proveniente da Milano.
Arabella, camminando lungo la siepe, aspettò che il treno, dopo la breve sosta alla stazione, ripigliasse la sua corsa. Il convoglio qualche momento dopo venne ansando, rombando, e passò al di là della siepe colla veloce imponenza che ha sempre un treno in viaggio. Essa lo seguì cogli occhi, rapita da uno spettacolo che non invecchia mai e del quale non abbiamo ereditata l'abitudine.
Nell'uscir dalla sua contemplazione, si trovò davanti Ferruccio pallido come un cadavere.
"Lei a quest'ora? che cosa c'è?"
"Son venuto a consegnarle le ultime carte, perché... perché... scusi, non posso parlare. Mi è capitata una cosa, o Dio, Dio!"
Il giovine si tolse il cappello e si asciugò la fronte madida di sudore.
"Che cosa?"
"Sono chiamato in Questura... cioè, peggio... domani posso essere arrestato anch'io."
"Ma no: per qual motivo?"
"Per ribellione alla forza pubblica."
"Lei? quando? o Gesù..."
"È stato ieri sera da noi il signor Galimberti, un delegato che conosce da un pezzo le mie zie e ha detto che c'è ordine d'arresto contro di me. Le guardie hanno deposto ch'io mi son ribellato: dicono che io le ho ferite. Il signor Galimberti vorrebbe che io mi presentassi spontaneamente."
"Ciò è impossibile."
"Io non so d'aver ferito. La zia Colomba giura che non ero armato. Una delle due guardie mostra una mano slogata. Il signor Galimberti ha promesso d'interessarsi in mio favore, ma non garantisce nulla, perché gli ordini sono rigorosi..."
Il giovane disse tutto ciò con una grande freddezza, come se non si trattasse di lui.
"E voi, Signore, permettete anche questo?..." scoppiò a dire, con disperazione, Arabella, parlando irritata cogli occhi al cielo.
"Se mi presento da me," riprese Ferruccio, cercando di rassicurare la sua voce, "il signor Galimberti ha detto che potranno usarmi dell'indulgenza, altrimenti... Quale indulgenza? se è vero che ho battuto le guardie, se è vero che ho slogata una mano, dovrò scontarla per forza con cinque o sei mesi di carcere, con tutta l'indulgenza del mondo..."
Egli finì con un sorriso ironico e amaro.
"Che, che..." esclamò essa duramente, con accento soffocato.
"A meno che non ne faccia una più grossa" balbettò coi lineamenti irrigiditi, portando le nocche della mano alla bocca come se volesse mordere.
"Fuggire? che cosa puoi fare, povero ragazzo? tu non devi andare in prigione. Tu non hai fatto nulla di male, non sei un ladro, tu non hai ammazzato nessuno. Hai difeso tuo padre e non si condanna un povero figliuolo per questa colpa. Ora vengo io a Milano. Andremo insieme dai giudici; parleremo a questo signor Galimberti. Capisci che se questa è giustizia noi potremmo, in nome della giustizia, dar fuoco alle case. No, no: non è possibile. Ah, mi diceva il cuore che non avevamo finito di patire. Era qui dentro il presentimento. Io porto la maledizione... Ora vengo a Milano. Tu non devi andare in prigione..."
Parlava quasi inconsciamente, per abbandono, trattando Ferruccio come un vero figliuolo affidato alle sue cure, sconvolta improvvisamente da una ribellione di spirito, che rompeva argini e dighe, non sostenuta che da una irritazione fiera, cieca, audace, che aveva la forza di non lasciarla piangere. Accesa nel viso, fremendo in tutte le potenze più segrete dell'anima, passò sopra al suo stesso patimento e non si accorse che in mezzo ai dolori trionfava un sentimento più forte di tutti e due.
La stradicciola per la quale scendevano era perfettamente deserta, affondata, perduta tra due cigli alti, nella grande solitudine dei campi, e permetteva ai due infelici di parlar forte, di gridare e di piangere senza soggezione sulla loro disgrazia.
Andavano a piccoli passi, soffermandosi spesso, incerti dove menasse la strada, occupati dal doloroso caso.
"Io credo che, se parliamo a qualche persona autorevole, possiamo evitare questa disgrazia. Sto pensando a chi potrei rivolgermi. Andiamo a Milano. Intanto il dottore potrà testimoniare che tu eri esaltato, che ti sentivi male. Anche tu sei stato ferito. Ecco, ci hai ancora il segno..." così dicendo, rimosse i capelli del giovine. "Offriremo un bel compenso alle guardie. Denaro non manca. La zia Colomba potrà condurmi da questo signor delegato. Dimostrerò da chi è derivata la cosa, e che non è giusto che si seguiti a soffrir tutti per colpa di un morto. Parleremo anche all'avvocato; faremo scrivere, se occorre, da monsignor arcivescovo; e se ciò non basterà ancora ti darò i mezzi di andar via, Ferruccio; ma tu non ti lascerai mettere le mani addosso, non è vero?"
"No, no..."
"Non lo voglio..."
"O cara signora, se lei mi salva da questa vergogna..."
"Sì, sì, vedrai che ti salveremo. Ora, fatti coraggio; caccia i pensieri cattivi. Credi che fai dispiacere a me a pensar certe cose."
"Vedesse la povera zia Colomba, fa pietà ai sassi..."
Ferruccio s'intenerì all'idea della povera donna e singhiozzò, per quanto un impeto furioso di sdegno cercasse di soffocare le lagrime. Arabella, tocca da quella voce così piena di corruccio, gli pose le due mani sulle spalle. Un fitto velo di lagrime li nascose l'uno all'altra.
"È la Madonna che mi ha messo in cuore di venire da lei..."
"Che essa ci benedica..." e lo segnò colla croce.
Gli accomodò la cravatta, e ripigliando il tono normale di voce, come se il grave pericolo fosse scongiurato, soggiunse:
"Perdona se ti ho dato del tu. Mi sei tornato davanti così bisognoso e così spaventato, che non ho visto in te che il povero ragazzo di una volta. Ora senti. Piglia questo viottolo e in dieci passi sei al camposanto. Va ad aspettarmi laggiù e intanto puoi fare un po' di bene. Una mamma in paradiso l'hai anche tu... Intanto io torno alle Cascine; non dico nulla per non propalare la cosa. Piglio un po' di denaro e con un pretesto parto subito. Credo che fra un'ora passi il treno di Genova, per mezzodì siamo a Milano. Prima di sera avremo aggiustata anche questa: e per il Corpus Domini verrai anche tu a fare un brindisi... Dio ascolta i voti".
Parlava ancora e già i piedi la portavano verso le Cascine, di cui vedevansi i tetti neri e disuguali uscir di mezzo al verde.
"Dio ascolta i voti" tornò a ripetere a se stessa, camminando frettolosamente senza sentire la strada.
E ripeté con chiarezza quel che aveva confusamente promesso nel suo cuore. Avrebbe perdonato sinceramente, se Dio salvava il povero figliuolo dal disonore. E come se avesse già ricevuto un affidamento di grazia, asciugò gli occhi, entrò in casa non vista, andò a preparare il denaro che papà Paolino aveva messo in disparte per lei, salì in camera, scrisse due righe alla mamma, scusandosi con un pretesto di dover andare improvvisamente a Milano, e consegnò la lettera al Pirello. La mamma fin dalle prime ore del giorno era occupata a San Donato e non tornava che a sera. Papà Paolino il martedì andava sempre a Melegnano.
Uscì col mantello piegato sul braccio, col velo in mano, e andò a raggiungere Ferruccio.
Questi s'era lasciato cadere sul praticello davanti al camposanto come se le gambe gli mancassero sotto. E rimase alcun tempo colla testa nelle mani, accoccolato nella piena solitudine, sotto gli occhi dei morti a gemere, a soffrire, a languire, come se perdesse il suo il giovane sangue da una ferita aperta.
Sul suo capo cinguettavano i passeri tra i rami di un vecchio noce. Con rapidi frulli d'ale stormi di uccelli scendevano e uscivano dal recinto, posandosi sulle povere croci avviluppate d'erba, quasi inghiottite dalla terra, in una pace dolce e profonda che abbiamo torto di temere.
A poche miglia da quelle croci lo aspettavano i più feroci dolori, una condanna, la reclusione, una macchia, la vergogna per tutta la vita. E il dolore delle due povere donne? Allo strazio si mescolavano non meno feroci impeti di sdegno. No, non l'avrebbero preso. Si sarebbe ammazzato prima.
A questi gridi della maggior disperazione sottentrava, quasi chiamata, l'immagine di lei. Come una così dolce figura potesse muoversi in mezzo a così grandi torture morali, non arrivava a capire; ma sentiva per istinto che la libertà e la salvazione dell'anima erano nelle mani di lei.
Non era più amore, il quale non deriva che da qualche idea che uno ha di sé; ed egli era nulla, peggio di nulla. Era la prosternazione di un uomo umiliato davanti a una divina e infinita misericordia.
"O mamma, o la mia povera mamma!" andava ripetendo, e non gli usciva altro di bocca.
IV
IN QUESTURA
Si scosse al rumore di un passo. Essa con voce rinfrancata e autorevole gli disse:
"Andiamo, non abbiamo molto tempo".
E lo precedette, camminando verso la stazione.
Non ebbero molto da aspettate. Essa acquistò i biglietti e lo precedette ancora, entrando in uno scompartimento affollato, dove la presenza di altri viaggiatori impedì loro di parlare. In silenzio arrivarono a Milano. Salirono in una vettura che li accompagnò a casa, in via San Barnaba.
Non scambiarono quattro parole lungo il viaggio. Arabella, chiusa in un duro risentimento, se lo tirava dietro come un ragazzo che ella avesse ritrovato perduto in mezzo a una strada.
La zia Colomba, che stava in sentinella, scese un pezzo di scala, abbracciò la signora e le sussurrò prima di entrare:
"Nunziadina non sa nulla. È un po' malata e l'ho persuasa a rimanere a letto. In ogni caso le diremo che Ferruccio ha dovuto partire."
"Mi ha detto questo figliuolo che voi conoscete un delegato."
"Sì, è stato lui... Signore!... è stato lui che ci ha avvertiti."
"Accompagnatemi subito da lui. Sentiremo."
"Sentiremo" ripeté macchinalmente la povera donna, che tremava tutta e non sapeva quel che dicesse e facesse in questo mondo. Prese lo scialle e raccomandata Nunziadina a Ferruccio, scese le scale, ripetendo:
"Sentiremo."
"Alla Questura!" ordinò Arabella al cocchiere che aspettava abbasso.
Ferruccio andò a sedersi sulla seggioletta della zia Nunziadina, davanti al telaio sul quale era steso un gran pizzo. E rimase in contemplazione dei ricami tutto il tempo, meravigliandosi di non sentir nulla, come se non si trattasse più di lui.
Le due donne scesero davanti la Questura e chiesero a una guardia di poter parlare al delegato Galimberti. Fu loro indicato un lungo corridoio, mezzo cieco, che metteva ai piedi di una scaletta umida e sporca.
Salirono a un portico superiore, dov'erano molti usci con delle scritte sopra, che Arabella non ebbe gli occhi per decifrare.
Sentiva e vedeva, come in sogno, quasi per una visione interna.
Sulla soglia d'una di quelle porticine molta gente mal vestita, dalle faccie slavate, tra cui molte donne piangenti, si addossava per spiare quel che si faceva di dentro, mentre altre guardie passeggiavano lentamente in su, in giù, per il lungo del portico.
Un usciere, a cui la Colomba si rivolse timidamente a chiedere di nuovo del signor Galimberti, rispose con voce seccata: "Dabbasso" e scomparve, sbattendo furiosamente un usciolino.
Si rassegnarono a tornar giù. Allo svolto del pianerottolo furono quasi brutalmente urtate e respinte da un corteo di guardie, che tenevano in mezzo un ragazzaccio a sbrendoli, colle mani legate, una figura smilza e imbozzacchita dai vizi e dalle prigioni, che all'incontrare una signora sulla soglia di casa sua, tese il collo, sgranò gli occhi, e urlò con voce rauca e sguaiata:
"Viva l'Italia, bella bionda!"
La Colomba, vedendo la signora diventar smorta e tremare, le fece scudo col corpo, ma tremava anche lei come un coniglio. Rimasero due respiri in silenzio, incapaci di muoversi, sostenendosi a vicenda cogli occhi, sforzandosi di sottrarsi al pensiero che la vista del ragazzotto arrestato veniva naturalmente a suggerire.
"Se Dio tien conto di quel che lei fa..." balbettò la Colomba.
Arabella fe' segno di tacere, stringendole forte la mano, e scesero insieme gli ultimi scalini quasi correndo. Un vecchio portiere, che veniva su portando con fatica un secchiolino d'acqua, indicò loro l'ufficio del delegato Galimberti, a man sinistra, sotto il portico, e stette sulle gambe arrembate a contemplare la bella figurina. Ne càpitano molte in Questura, di brutte e di bionde.
Il Galimberti, riconosciuta la Colomba, capì di che si trattava e le fece passare in uno stanzino contiguo alla sala d'ufficio, dove c'era un gran puzzo di sigaro, sbarazzò due sedie dalle carte, le invitò a sedere chiudendo per precauzione la porta.
La Colomba colla foga della passione cominciò a dire che la signora era pronta a dare delle testimonianze per Ferruccio.
"La signora è forse una parente?"
"È la padrona di Ferruccio" rispose la vecchia, che lì per lì non seppe trovare una parola migliore.
"Ho capito" disse il delegato, fissando uno sguardo paterno su Arabella, mentre andava a pescare in una scatoletta di cartone una pastiglietta di poligala. "È la nuora di quel povero signor Tognino? povero uomo, morto giovine anche lui. Ma...! nido fatto gazza morta..."
"E questo nostro figliuolo?" chiese la Colomba.
"Le testimonianze non fanno male, e non fanno male nemmeno le raccomandazioni delle buone signore. Ma, ma, ho di nuovo esaminato il caso, la mia donna, e non so come potremo cavarcela. È una disgrazia, capisco, il ragazzo non è cattivo, è tutt'altro che un socialista e un anarchico: ma i tempi son cattivi sotto questo rispetto, e gli ordini superiori son chiari. C'è stata ribellione alla pubblica forza... L'avrà fatto per imprudenza, per buon cuore, ma la legge è legge, cara la mia donna, e non guarda in faccia a nessuno. La ribellione è diventata quasi un tratto di spirito per questi giovinotti della giornata, che credono, chi sa?, di cambiare il mondo come si cambia un paio di scarpe vecchie. E naturalmente l'autorità stringe i freni e manda delle istruzioni categoriche, precise, che non scherzano. Si sa che chi va di mezzo siam sempre noi poveri agenti. Se si fa troppo, gridano che si fa troppo; se si fa poco gridano che non si fa nulla. I giornali ci mordono ai polpacci, la Prefettura ci picchia sulla testa, il Ministro ci trasloca, ci destituisce, talché si può dire che i nostri migliori amici sono ancora i birbanti... Questo per darvi un'idea che anche noi abbiamo le mani incatenate. Nel caso nostro poi c'è un aggravante serio, serio, serio..." Il delegato socchiuse gli occhi e tentennò un poco la testa. "Oltre alla ribellione c'è la deposizione di una guardia, che è stata sbattuta in terra e ha dovuto rimanere dieci giorni fuori di servizio per una slogatura alla mano. Caso grave! Una mano per una guardia di questura è come l'archetto per un suonatore di violino. C'è stato del danno..."
"La signora è pronta a dare un indennizzo."
"Anche il denaro è un bel rimedio che guarisce molte slogature. Protezioni, alte testimonianze, denaro, potranno esser tant'olio per far correre le ruote e per non lasciarle stridere; ma voi, la mia Colomba, domandate troppo. Mi par già di essere compromesso per quel che ho fatto, avvisandovi del pericolo e offrendo al ragazzo i modi di accomodare i suoi cenci in famiglia. Mi rincresce anche per questa buona signora, alla quale non vorrei proprio dir di no; ma c'è una deposizione, Dio benedetto! c'è la legge."
Arabella, che stava ad ascoltare colla faccia impassibile, mosse due o tre volte le palpebre per asciugare un leggero velo di lagrime. Il delegato se ne accorse, e fece qualche passo nella stanza. Non poteva veder piangere le donne. Era il suo debole. Dopo uno sforzo riprese a dire:
"Ho già parlato col ragazzo e gli ho fatto capire che gli conviene fidarsi di me. Mi sta a cuore anche a me, povero figliuolo, perché ho conosciuta la sua mamma e con queste donne siamo amici vecchi. Ci sono delle circostanze attenuanti, che non gli fanno disonore... Quindi gli conviene mettersi nelle mie mani".
"O povero martire!" scoppiò a dire lagrimando la Colomba.
"Non esagerate il male, benedette! Anzi fategli coraggio e persuadetelo a seguire il mio consiglio. Credete forse che lo si abbia a caricare di catene e a far marcire in un tetro carcere come si diceva una volta? Saranno due o tre mesi, al più, di ritiro, una specie di esercizi spirituali, che a un giovane un po' vivo non faranno male."
"O signore..." balbettò la Colomba. "Quel ragazzo mi muore."
Arabella aggrottò la fronte in un pensiero doloroso.
"Benedetta gente!" riprese dopo un istante il povero Galimberti, che non aveva il cuore di sasso. "Tutto quello che io posso fare è di tirar in lungo la pratica, per lasciargli il tempo, va bene?, di preparare terreno. Così nessuno si accorge nemmeno ch'egli sia scomparso. Dà ad intendere d'aver trovato un posto, che so io? a Bergamo, a Como, a Melegnano... va bene? e tra quindici, venti giorni, una mattina, dietro un mio biglietto, viene da me, quieto quieto, noi lo esaminiamo in camera caritatis, lo trattiamo con indulgenza. Se poi si comporta bene, io lo farò accettare negli uffici d'amministrazione, dove, tranne il catenaccio, è come esser qui. Vedete dunque che in realtà si riduce a una commedia, mentre se invece vuol suscitare rumori, scandali, o pretende che la legge si abbia a cangiare pe' suoi begli occhi, allora si taglia la strada sotto i piedi, lega le mani a noi, ci compromette e da un maluccio fa nascere un malaccio."
"Posso quasi assicurare che il giovane non sopporterà il suo disonore" prese a dire Arabella con accento che aveva in sé qualche cosa di tagliente e di sprezzante. "A ogni modo non possiamo sopportarlo noi, non è vero, Colomba?"
Il Galimberti aprì le due braccia come se volesse dire: "Non c'è rimedio..." e voltò la faccia verso il muro per non saper che cosa rispondere.
"Il signor delegato che dice di voler bene a queste povere donne vorrà, come ha promesso, tirar le cose in lungo."
"È tutto quello che posso fare, cara la mia signora: e lo farò volentieri, perché non solo voglio bene a queste povere donne, ma il figliuolo mi ricorda la sua povera mamma. La Colomba sa che... che... che..."
E con una scossa del capo si sforzò d'inghiottire un grosso stranguglione di reminiscenze.
Arabella si alzò, e trasse in un angolo vicino alla finestra il delegato, mentre la Colomba pareva diventata sulla sedia un sacco di stracci. Prese famigliarmente le mani del pacifico tiranno e gli mosse una serie di questioni, alle quali egli rispose benevolmente, fissando con crescente meraviglia gli occhi negli occhi di questa cara donnina, che gli parlava con tanto calore e con tanta seduzione. Il mestiere non gli aveva ancora fasciato il cuore d'una corazza di bronzo; e posto in mezzo tra una povera vecchia che gli risuscitava il passato, e una simpatica bellezza che lo pregava cogli occhi bagnati, si lasciò trascinare a promettere, non solo che avrebbe cercato di mandar la pratica in lungo, ma che avrebbe anche rilasciato un foglio di via per Ferruccio, una patente netta... Al resto avrebbero pensato le donne.
"Le donne, le donne, le donne..." seguitò un gran pezzo a ripetere il povero uomo, quando rimase solo, rotto e sfasciato anche lui sotto l'emozione e sotto il peso della responsabilità che gli addossavano.
Quantunque vedesse di non far nulla di male a tirar la pratica in lungo, quantunque una dichiarazione di buona condotta la potesse sempre rilasciare a un giovane non ancora giudicato, tuttavia nella sua coscienza di onesto impiegato sentiva di servir male la sua padrona, questa volta. Il giovinotto avrebbe preso il volo... Oh le donne; vive e morte, son sempre le più forti...
V
PREPARATIVI PER LA PARTENZA
Arabella promise alla Colomba che si sarebbe lasciata vedere più tardi e andò a fare una visita allo zio Borrola per chiedergli un consiglio.
Gli zii l'accolsero colla gioia con cui avrebbero ricevuta la regina Margherita. Sidonia l'abbracciò un gran pezzo e se la scaldò sul seno, mentre lo zio Mauro faceva mettere una posata di più in tavola. La zia, dopo averla carezzata come un micino, si congratulò di trovarla bene in salute, le parlò del povero Lorenzo che faceva pietà, si rallegrò con lei che tutto fosse finito colla pace di tutti. Arabella aveva fatto un gran bene, ma poteva farne dell'altro. I buoni zii erano disposti a transigere, e a contentarsi di poco; ma Arabella avrebbe dovuto persuadere Lorenzo a tener conto che la zia Sidonia non aveva ancor ricevuto l'ultimo residuo della sua dote, causa di vecchi rancori tra lei e suo fratello Tognino, il quale era morto senza aver regolata la posizione. Poiché da tutte le parti si parlava di conciliazione e di amichevoli accomodamenti, la zia sarebbe stata contenta di aggiustare anche questo arretrato (un'inezia di dieci o dodici mila lire), una cosa subito fatta, quando Arabella suggerisse una parolina all'avvocato.
Essa rispose tre volte di sì senza afferrare una sola parola di tutto questo grande discorso. Lo zio Mauro si offrì di presentarla all'arcivescovo, un venerando prelato che... ma Arabella gli troncò le parole in bocca per raccontargli il caso di Ferruccio. Bisognava fare in modo che quel povero ragazzo potesse lasciare il paese. Era un dovere di tutti i parenti di proteggere un giovine onesto, che scontava le conseguenze di colpe non sue. Ai mezzi avrebbe provveduto essa stessa, ma bisognava indirizzarlo...
"È il caso nostro" esclamò lo zio Borrola. "Vado subito a parlarne all'amico Vicentelli, che sta per inviare in America tutto il materiale della Forza del destino. Se siamo ancora in tempo, non saprei trovare una più bella occasione per un giovine che vuol cambiar aria e tentare la sua fortuna."
Anche la zia Sidonia prese vivo interesse a questo caso doloroso, in cui vedeva coll'anima dell'artista un non so che di drammatico e di avventuroso. La ribellione all'autorità, costituita già nell'indole sua, era cresciuta il giorno che a Parigi alcuni gardiens de la paix avevano battuto e maltrattato un caro suo cagnolino terrier, mentre l'imperatrice Eugenia passava in carrozza sulla piazza Vendôme.
Arabella uscì collo zio Mauro, e non si dette riposo finché non ebbe parlato col signor Vicentelli. C'era ancora l'occasione, ma non bisognava perder tempo. Il piroscafo doveva lasciar Genova ai quindici del mese e bisognava trovarsi sul posto qualche giorno prima. Il giovane avrebbe viaggiato col direttore della compagnia, uomo pratico che aveva fatto più volte la traversata dell'Oceano. Una volta a Buenos Aires, avrebbe giudicato lui stesso della convenienza o di restare colla compagnia in qualità di contabile, o di cercarsi un altro posto. Chi ha qualche soldo in tasca è sempre padrone del mondo.
Arabella verso sera tornò a veder Ferruccio e la Colomba in via San Barnaba. Sedettero nell'apertura della finestra, dopo aver socchiuso l'uscio della stanza per non farsi sentire dalla Nunziadina malata.
"Ciò che importa maggiormente adesso è che lei salvi il suo onore" cominciò a dire la signora, volgendosi al giovine, e parlandogli col tono rispettoso, che aveva sempre usato con lui, come se passato il pericolo, ciascuno ricuperasse il suo posto. "Per quante giustificazioni noi potremo dare a noi stessi e alla gente, è inutile, non potremo impedire che il suo nome resti su quei registri e che la giustizia umana faccia di lei un brutto arnese. Non è così, Colomba?"
"Meglio morire che andar là dentro" soggiunse la vecchia.
"Ferruccio non deve nemmeno morire. Egli è giovane, è buono, è onesto, vero, Ferruccio? sa meglio di noi che nell'onore è il coraggio, è la vita: sa che noi gli vogliamo bene."
Essa gli prese una mano e lo guardò negli occhi.
"Che cosa devo fare?" sillabò il giovane a testa bassa.
"Partire. C'è una buona occasione. Guardi." Essa presentò una lettera con un piccolo manifesto stampato. "Mio zio assicura che Vicentelli è un galantuomo e che il direttore è persona prudente. Ella non avrà che d'aiutarlo a tenere i conti della compagnia, e intanto si vedrà quel che si potrà fare. Ma bisogna partir subito sabato..."
"Dopodomani?" chiese la Colomba, sbarrando gli occhi e alzando le due mani in aria. "Ed è lontana questa città... come si dice?"
"È un poco lontana, ma noi gli procureremo delle raccomandazioni. Le mie monache vi devono avere una casa. Gli daremo del denaro abbastanza perché non abbia a soffrire. Ferruccio ha del coraggio e saprà fare laggiù quella fortuna che non gli lasciano fare a casa sua. Non c'è più nulla di buono da raccogliere in questo vecchio paese. Il signor delegato ha promesso di aiutarci e farà avere stasera un buon attestato. Niente lo lega al suo paese. Vorrei esser libera come lui! veder del mondo, veder della gente nuova..."
E poiché la Colomba chinava la testa avvilita, Arabella si chinò verso di lei e le disse piano:
"Non aspetterete che ve lo maltrattino, come avete visto fare a quel ragazzaccio..."
E a Ferruccio, che la contemplava con occhio fisso e brillante, disse:
"Lei non si lascerà mettere le mani addosso".
Il giovine scattò dalla sedia e mosse alcuni passi sul ballatoio, colla testa bassa, colla mano dentro i capelli. Quando tornò nel vano della finestra esclamò:
"Va bene, son pronto".
"Tu, tu non lo dirai a quella povera donna" singhiozzò la zia Colomba, indicando l'uscio della malata. "Basterebbe a farmela morire, e allora resterei qui sola come un cane. A lei e a tuo padre diremo che hai accettato il posto che ti ha offerto il padre Barca, che parti per qualche tempo per Genova."
La povera donna, portatosi il grembiule agli occhi, cercò di soffocarvi dentro il gran pianto e la passione che rompevale lo stomaco. Ferruccio le circondò la testa col braccio e vi posò le labbra un pezzo senza piangere.
Toccava all'Arabella di far cuore a tutti e due. In quanto alle spese non vi dovevano pensare: essa lasciò subito del denaro per i primi bisogni. Non occorrevano grandi preparativi. Bastava una valigia colle cose più necessarie; perché Buenos Aires è paese civile e ci si trova tutto. Per non dar sospetto alla zia Nunziadina era bene che Ferruccio preparasse le sue quattro robe nell'ammezzato, dove all'indomani essa avrebbe portato il denaro del viaggio. In quanto alle donne e a suo padre, Ferruccio non doveva aver pensieri. Casa Maccagno era in obbligo di dare una riparazione, e non per nulla essa aveva perdonato il male che le avevano fatto.
In questi discorsi venne la sera. Prima che fosse buio del tutto Arabella si alzò, e accompagnata dal giovine, andò a cercare ospitalità in casa dell'Arundelli, che per farle posto dovette mandare il marito a casa della nonna.
Le due compagne di Cremenno passarono tutta la notte a discorrere di questi grandi avvenimenti, che tenevano la Pianelli in uno stato di febbrile orgasmo. Si vedeva dalla sua inquietudine e dalle sue parole eccitate e nervose che aveva nel cuore una grande ribellione, qualche cosa che non vi doveva essere. La buona e pia Arabella non solo parlava male della giustizia umana, ma parlava troppo di quel benedetto giovine. Temeva che il delegato non avesse a mantenere la promessa: che lo avessero ad arrestare a tradimento: che avesse a commettere un atto di disperazione. E in queste spine si voltò cento volte nel letto, sospirando, rompendo il sonno della compagna, ritornando cento volte su delle discussioni che finirono coll'impensierire l'Arundelli.
Appena giorno fu subito in piedi.
Si vestì, uscì con un pretesto, promettendo di tornare, corse a San Barnaba per accertarsi che non lo avevano arrestato. Lasciò detto alla Colomba che verso mezzodì li avrebbe raggiunti in via Torino, nello studio, e appena le parve un'ora conveniente, si recò in piazza di Sant'Ambrogio in cerca dell'avvocato. Questi l'accolse cortesemente e non esitò a consegnarle tremila lire, di cui essa lasciò una ricevuta; e stava per andarsene, quando il Mornigani venne ad annunciare il signor Lorenzo.
"Bravo non avrebbe potuto arrivare più a tempo" esclamò l'avvocato; "e poiché domani dobbiamo trovarci tutti insieme alle Cascine a benedire col vino bianco questa bella conciliazione, permetta, cara signora, che io ne pregusti le primizie. Brava, eccolo qua..."
Lorenzo, nel rivedere sua moglie, abbassò la testa e si fermò sulla soglia, come un ragazzo timido e pentito che aspetta il perdono della mamma.
"Avanti, e stringiamoci la mano, cari figliuoli" declamò l'avvocato con un tono paterno e religioso. "Così, bravi! e non si parli più di quel che è stato."
Arabella prese la mano che Lorenzo, commosso fino alle lagrime, le stese, e parlando a monosillabi, accettò, acconsentì a tutto quello che l'avvocato credette utile di aggiungere, come se in fondo non si trattasse di lei. E le parve di intendere che Lorenzo si sarebbe recato alle Cascine quel giorno stesso, col tram delle quattro, per accondiscendere all'invito della mamma, che aveva preparata una dolce congiura.
Avrebbero potuto tornare insieme e fare ai parenti una bella improvvisata.
Mentre un'Arabella rassegnata e indulgente diceva di sì e rimettevasi alla volontà degli altri, un'Arabella più nervosa, meno buona, quasi straniera alla prima, usciva da lei a combattere una battaglia in cui aveva bisogno di restar vinta.
Lasciò suo marito ai grandi affari e se ne venne via col desiderio di trovarsi ancora collo zio Borrola, che aveva delle conoscenze in America e poteva dare delle buone lettere di presentazione per Ferruccio.
Passando dalla chiesa di San Giuseppe, un bisogno del cuore la condusse a pregare un istante ai piedi di un altare. S'inginocchiò, fissò gli occhi sopra un quadro in cui era dipinto il Transito del santo in mezzo a due schiere d'angeli, e pregò un pezzo cogli occhi, come se non avesse più la forza di formulare col pensiero un'aspirazione.
La chiesa raccolta, gelida, immersa in una luce squallida, le mise indosso dei brividi di freddo. Si scosse, venne via, traversò la piazza della Scala e le strade popolate, pensando a nulla, cedendo, più che obbedendo, alla necessità che la riconduceva a rivedere la sua casa. Non pioveva ancora, ma c'erano in aria dei brutti segni. Era una giornata bigia, malinconica, svogliata, col cielo chiuso.
Domandò alla portinaia la chiave degli ammezzati e per la scala di servizio entrò nello studio di suo suocero, ancora ingombro di carte e di mobili, che si rimpiattavano nell'uggia e nell'oscurità di quella giornata semipiovosa.
Passò nella seconda stanza e vi trovò della roba sparsa sulle sedie. C'eran dei libri, della biancheria. Ferruccio non aveva perduto tempo e stava preparando gli effetti di viaggio fuori dagli occhi della zia Nunziadina.
Una valigia nuova era aperta sul canapè. Il giovane era uscito per presentarsi al signor Vicentelli; ma aveva detto alla portinaia che sarebbe stato subito di ritorno.
Arabella raccolse alcune cosucce e cominciò a collocarle nella valigia, come aveva fatto molte volte pe' suoi fratelli alla vigilia del loro entrare in collegio.
I rumori della città viva e grande che agitavasi intorno venivano dalla viuzza a urtare contro la polverosa finestra di quell'antro offuscato, in cui l'odor di chiuso s'inaspriva nell'acredine del vecchio inchiostro. Un cappello molle di campagna dimenticato sull'attaccapanni, richiamò la memoria di un uomo, che aveva finito di combattere le sue battaglie. Dio può perdonare al peccatore, ma i frutti del male devono di necessità rigermogliare sulla terra.
Isolata nel suo dolore essa non viveva che di questo, come se ogni altro sentimento l'avesse abbandonata; e nel suo sentimento cercò d'immergersi, sperando di trovarvi l'attutimento dei sensi. Piangeva in silenzio, d'un pianto interno, su chi partiva e su chi restava, mentre le mani rimestavano macchinalmente nella sacca.
Tra le carte sparse sulla scrivania riconobbe dei foglietti scritti di sua mano. Erano alcune pagine della lettera, che in un momento di eloquente disperazione essa aveva scritta in casa della Colomba allo zio Demetrio e che non era stata mandata a destinazione. Ferruccio voleva portarsela con sé come una reliquia.
Arabella rilesse alcuni periodi colla dolente curiosità di chi rivede il proprio ritratto d'altri tempi, e si ritrova diverso, pur riconoscendo se stesso. Ora non avrebbe saputo scrivere così. Il suo cuore era più rassegnato: chi sa? forse più morto.
Sul rovescio d'una di quelle paginette, obbedendo a una pietosa ispirazione, scrisse queste sentenze:
"Il patimento avvicina e redime le anime, ci colloca in alto sul divino Calvario, da dove si domina la valle dei bassi egoismi.
"Vi è qualche cosa di più triste che l'esser soli: è il non poterlo essere quando lo si sospira.
"Morir soli è triste. Ma più triste è dare spettacolo della propria agonia in una fiera.
"Non vive inutilmente chi sa ispirare una vita onesta e generosa."
Scriveva queste idee non sue come per reminiscenza o per incantamento senza accorgersi che Ferruccio, entrato poco prima, aspettava timidamente sulla soglia.
Da tre giorni la vita del giovane Berretta non era più che un seguito di movimenti automatici, di corse, di sgomenti improvvisi, di occupazioni frettolose e materiali, ch'egli eseguiva in seguito a spinte più forti di lui.
Quando essa si accorse ch'egli era presente, gli disse senza turbarsi:
"Leggerà, è un mio ricordo. Le ho portato il denaro per il viaggio. Son tremila lire che potrà far cambiare in oro a Genova. Questo denaro è mio, e intendo che lei lo abbia a ricevere come un'indennità ai danni morali e materiali che abbiamo recato a lei e a suo padre..."
"Lei?..." balbettò il giovane, quasi protestando.
"Sì, noi tutti... via! non stia a distinguere. Spero che il signor Galimberti avrà mandato l'attestato promesso. Vada con coraggio: suo padre riavrà il suo posto e non mancherà di nulla. Queste son due lettere per un'agenzia teatrale di Montevideo: e se si ferma qualche giorno ancora a Genova, avrò tempo di farle pervenire qualche altra commendatizia per i padri Cappuccini di laggiù. Sono raccomandazioni che litigano un poco tra loro" soggiunse ridendo, per rompere la malinconia di quel discorso "ma in un paese lontano si può aver bisogno di tutti. Lei saprà distinguere, del resto. Ha parlato con Vicentelli?"
"Sissignora, pare che fino a lunedì non si possa partire."
"Avrei piacere che potesse partire più presto. Per fortuna abbiamo un buon angelo nel delegato: possiamo stare coll'animo tranquillo. Ho qualche obbligazione anche verso la buona zia Colomba. Se potessi vederla prima di andar via..."
"Verrà qui a momenti."
"Se non la vedo, la preghi di accettare questa spilla in memoria della carità che mi ha fatto..."
Si tolse dal petto una spilla d'oro e la consegnò al giovine, che mormorò qualche parola di ringraziamento.
"Mi mandi qualche volta le sue notizie. Intanto io non tralascerò dal far le pratiche, perché le sia levata anche questa piccola condanna. Farò parlare e andrò io stessa dall'arcivescovo, che dice di aver verso di me qualche obbligazione. Monsignore è in buoni rapporti colla Corte e so che in certe occasioni quando non si tratta di delitti comuni si concedono amnistie speciali. Intanto non è male vedere dei paesi nuovi."
Ferruccio, appoggiato colle spalle allo stipite dell'uscio, trasse un sospiro coperto come se patisse in sogno. Cogli occhi bassi, pareva tutto occupato a decifrare i disegni di un fazzoletto che teneva stretto e teso in uno sforzo nervoso colle due mani.
Arabella si mosse e toccò qualche libro di quelli che erano sparsi sul tavolo e sulle sedie.
"Questo è latino: bravo. Un Virgilio... Fa bene a tenersi in esercizio. Badi a non diventarmi un cappuccino anche lei..."
E si volse a ridere ancora per invogliare il giovine a uscire da una tristezza, che li avviliva entrambi schiacciandoli. Vedendo ch'egli non osava alzare gli occhi dopo aver accomodate alcune cosuccie nella valigia, la signora si aggiustò un lembo del velo sul capo e sulle spalle, guardò a lungo l'orologio per fissare l'animo e la volontà in uno sforzo supremo sopra un oggetto che la sostenesse, e quasi correndo verso di lui gli tese la mano con piglio soldatesco, esclamando:
"Dunque, addio!"
Ferruccio vacillò, appoggiò le braccia al muro, alle braccia appoggiò la testa per nascondere e per soffocare un pianto, che non era più capace di dominare.
Arabella si passò lievemente la sinistra sul volto per rimuoverne una nuvola oscura che l'avvolse, socchiuse gli occhi con un abbandono d'infinita stanchezza, si avvicinò, gli posò le mani sulle spalle, vi si appoggiò, e parlandogli nell'orecchio, ebbe ancora la forza di aggiungere:
"Senti, anch'io ho bisogno di coraggio. Il tuo piangere mi avvilisce. Anch'io devo partire tra pochi minuti. Mi aspettano... Se è vero, Ferruccio, che tu mi vuoi un poco di bene, non devi farmi soffrire così."
Il figlio della povera Marietta a quella voce che spasimava si rivolse, si drizzò sulla persona, e premendo il fazzoletto sugli occhi, cercò anche lui di essere forte: ma non poté dire che queste due parole:
"Madonna, aiutatemi..."
Era accecato dalle lagrime e dal dolore. Sarebbe forse stramazzato in terra, se le due braccia della signora non l'avessero stretto e sostenuto. Sentì il calore d'un viso ardente sul suo: sentì sulla fronte e sui capelli una furia di baci ardenti, sentì due mani gelide che gli serravano la testa: ma non osò, non poté aprire gli occhi.
La sua vita precipitava in un abisso vuoto, oscuro, senza fondo.
La Colomba, che entrata non vista, assisteva da mezzo minuto a quella scena, cercò di separarli.
"Certo che voi morirete e ci farete morire anche noi. O Madonna dell'afflizione, abbiate misericordia!"
E strappando Ferruccio per un braccio, gli disse con accento sconvolto misto di pietà e di rimprovero:
"Basta il patimento, Ferruccio. Basta per amore della tua mamma. E tu, figliuola vieni con me. Non sta bene. È una tortura per tutti: insieme al cuore si perde l'aiuto di Dio."
Con queste parole riuscì alla donna, inframmettendosi, di separarli. Ferruccio cadde su una sedia. Presa Arabella come una prigioniera, non senza qualche violenza toccò ancora alla Colomba di metterla fuori, nell'altra stanza, dove, carezzandola e persuadendola:
"Andiamo," le disse "non si faccia vedere così: non sta bene."
Chiuse l'uscio dietro a sé, le trasse di tasca il fazzoletto, con questo le asciugò gli occhi, le ravviò colle mani i capelli, le ricompose il velo, le pieghe, la rimproverò, la compatì cogli occhi.
"Non sta bene neanche per l'anima. Offra al Signore quest'altro patimento. Vada dalla sua mamma. Pensi a quel che soffriamo anche noi. Pensi alla notte che dovrò passare, quando sarà partito quel ragazzo. Dio la benedica per il bene che gli vuole, ma vada via, vada via."
E bel bello la spinse fin sull'uscio della scala. Sul punto di mettere il piede sul pianerottolo, Arabella con moto sdegnoso cercò di resistere ancora un poco, attaccandosi al battente dell'uscio. Sentendo uscire quasi un gemito dall'altra stanza, fece l'atto di gettarsi ancora verso la porta; ma la Colomba le si avviticchiò alla persona:
"No, lascialo stare, lascialo piangere..."
Arabella scese a precipizio le scale, mentre la Colomba serrava dietro di lei la porta con un giro di chiave.
VI
LA MORTE È BUONA
Uscì sospinta da una forza maggiore della sua volontà, nella fiducia che l'aria aperta avrebbe dissipata la fiamma che divoravale la testa.
Il tempo, che per chi soffre è il miglior elemento della vita, senza ch'ella se ne avvedesse, era volato durante quella giornata piovigginosa nelle varie corse attraverso alla città; talché, quando scese le scale, eran quasi le quattro.
Passò di nuovo in mezzo alla gente col passo rotto di chi non sa dove va, col cuore in tempesta, colla mente intorbidita da una violenta emozione, cacciata avanti dal pensiero che qualcuno l'aspettava alla stazione del tram di Lodi, e che alle Cascine, da dove era partita così improvvisamente, dovevano essere inquieti di non vederla ritornare. La mamma aveva preparata una dolce congiura, e domani, anzi stasera, essa doveva essere là al suo posto, ad una festa di perdono e di conciliazione. Il suo dovere era là: tutto il resto non era che passione inutile.
Questa idea a poco a poco divenne così netta e precisa, in mezzo alle mille altre che l'assalivano, che come una fiamma accesa in fondo a una landa oscura, aiutò a guidarla in mezzo alle varie strade della città e a condurla verso Porta Romana.
Giunta sul piazzale, fuori di porta, dov'era una brutta stazione di legno, chiese ad alcuni uomini l'ora della prima partenza. Sentì che mancava una buona mezz'ora. Indecisa, se tornare indietro o se rifugiarsi nella baracca, parendole che il tempo fosse sicuro e che gli uomini la guardassero con sfacciata insistenza, spinta forse anche dal bisogno di rompere con una forte fatica e di domare un cattivo spirito che l'aizzava, prese a camminare avanti, verso le ultime case del sobborgo dove il tram fa di solito una breve sosta prima d'infilare la stradale. La tratta non è lunga, l'aria umida e fresca faceva bene, e più bene ancora il piacere di essere sola.
Passati gli ultimi casolari, che si distaccano dal corpo massiccio della città come rari e sparsi scogli alla punta di un promontorio, si trovò presto nella campagna aperta, senza un'anima viva intorno, perché le frequenti pioggerelle del giorno avevano spopolato i campi.
Credette di sentirsi meglio, quando fu sola e che le parve d'essere abbandonata. Se avesse ceduto alla tentazione del cuore, avrebbe lasciata anche la strada maestra per mettersi attraverso i campi e perdersi nei prati che affondano nel guazzo e nella nebbia.
"A che pro Dio le aveva fatto conoscere questo affetto, se anche questo doveva diventare nel suo cuore uno strumento di tortura? non era più sicura nella sua ignoranza? Ora comprendeva, e troppo tardi, che cosa sia per una donna amare. Ora solamente e inutilmente entrava nello spirito delle parole grandi e divine che amore ha ispirato in tutti i tempi. Se fino a ieri, per non dire fino a poche ore fa, essa non aveva amato che come una sorella, come una madre, come un'anima buona e pietosa, un poco per dovere, un poco per naturale compassione, un poco per incapacità ad amare diversamente; ora sentiva d'essere non più una collegiale, ma una donna. Il suo cuore ardeva... A che pro? chi l'aveva trascinata in questo fuoco? Perché invece di rifugiarsi alle Cascine, non tornava indietro a dividere con quel povero giovine i pericoli dell'esilio? Vivere, lavorare, patire insieme a lui, in una remota parte del mondo, amarsi sopra uno scoglio, morire con lui..."
Ah! non era lei che pensava queste cose. Era la febbre, era la gran sete che la faceva delirare.
Le gore che stagnavano all'orlo della strada, l'attiravano con malsani luccicamenti a gettarsi nell'acqua nerastra e livida, tanta era l'arsura.
"Perché doveva nutrire della sua vita fatta a brani il pacifico egoismo di tutti gli altri? perché vietare a sé stessa un'ora di follia? che cosa poteva fare per avere un'ora di felicità? che cosa aveva commesso nella sua vita, perché non potesse essere contenta mai, mai, mai?"
Le sue idee a un tratto si rischiararono. Si ricordò che aveva consacrata la sua esistenza a Dio in espiazione dell'anima di suo padre suicida. Dio l'aveva accettata: ma aveva scelto lui l'altare e la forma del sacrificio.
Non era lei che parlava, ma parlava la febbre che le abbruciava gli occhi, che le faceva veder rossa la strada e color del sangue le pozze d'acqua dentro le carreggiate.
Per quanto le repugnasse di tornare nelle braccia d'un uomo che non amava: per quanto il mentire fosse contrario alla sua natura, con tutto questo non poteva dire a' suoi parenti: "Pensate quel che volete voi, ma ogni conciliazione è impossibile. Io non resto più. Vado via, vado a morire in un paese lontano, tra altri barbari meno feroci di voi". Come dire queste orribili cose a sua madre, a suo marito, al suo benefattore? Son gridi che una esaltazione febbrile può strappare dal cuore: ma fin che resta in mezzo al male un filo di coscienza e di ragione, c'è sempre qualcuno dentro di noi che si ostina a ripetere: "Impossibile, impossibile!". Essa stessa andava avvertendo nel suo modo di ragionare un non so che di spezzato, d'intermittente, come se in lei dialogassero due persone, come se tutto il suo essere si sdoppiasse, come se due donne corressero di pari lungo i regoli del binario alla luce d'una vampa. La febbre suscitava in lei una nervosa energia di pensiero. La sete, il caldo, mandavano al cervello grosse e deformi le ombre fantastiche, congiuravano a rendere gigantesco e spaventoso il suo patimento, a sconvolgere il senso delle cose.
Quando dal cuore i mali salgono al capo, quando da ventiquattro ore ti pesa una brace sul petto, quando la sete ti divora le viscere, la vita diventa un sogno, i sogni ridiventano la vita: il vero e l'ombra si mescolano: non sai fin dove vaneggi e fin dove soffri davvero. Forse ti pare di correre sopra uno stradale lungo, interminabile, melmoso, in una bigia, interminabile giornata: e tutto ciò non è che lo sforzo impotente che tu fai nel tuo letto per rompere un vaneggiamento febbrile, per uscire da un fastidioso delirio.
A un certo punto lo schioccare d'una frusta la richiamò al senso della realtà. Essa aveva già oltrepassato il palo che segna la fermata. Le parve che un uomo dietro di lei le gridasse qualche cosa di seccante, di inafferrabile, e affrettò il passo, persuasa che il suo dovere fosse di correre sempre avanti per arrivare più presto alle Cascine, per salvarsi da una tentazione, per gettarsi a' piedi de' suoi a chiedere perdono.
Più camminava però e più sentiva le gambe farsi pesanti e le vesti intralciarsi al passo e avviticchiarsi come drappi umidi: e il piede sprofondare in un pantano di materialità ributtante e grossolana, in cui spiccicavano delle idee non meno ributtanti e grossolane.
Il rimorso, ritrovandola così debole e sconvolta, tornava a riprendere d'assalto la debole coscienza della monachella e diceva: "Vergognati! hai lasciata la tua casa, hai abbracciato e baciato vergognosamente un povero giovinetto, hai sgomentato la sua vergine coscienza, torna a casa, espia, espia..."
Non era meglio morire? non incalzava dietro di lei qualche cosa di fatale e di tremendo? Se invece di correre troppo presto verso la sua condanna, avesse rallentato il passo, si fosse sdraiata in terra...? Anche il povero papà era passato per queste spine, per questa strada melmosa, in cui l'anima affoga nel fango. E se non era lui vivo, era il suo fantasma inquieto, che camminava dall'altra parte, lungo il regolo del binario, e che le diceva: "A che giova il tuo sacrificio? tu non lo compi con rassegnazione, e il bene che si fa con rancore non giova né ai vivi né ai morti. Tu mordi la tua catena e imprechi contro di me: così siamo due anime perdute. Va a casa, Arabella, abbraccia la tua povera mamma e domanda perdono, perdona tu per la prima... corri, corri: non vedi che piove? corri, vien la macchina..."
Il tram a vapore, lasciate le ultime case, veniva veramente per la strada grossa con una crescente velocità, sbuffando e rompendo la nebbia grigia coi due fanali d'un rosso sanguigno.
Arabella nel suo delirio ne aveva più che il presentimento, lo sentiva, lo temeva: ma non sapeva distinguere quanto di vero entrasse nel sogno, e, come chi sogna, non sapeva risolversi. Ma il desiderio della vita la prese. Incapace di uscire dalle due guide, ch'essa vedeva alte come due muri di ferro, cominciò a correre, quanto poteva permettere la strada molle, ingombrata dalle traversine.
Perché non avrebbe lasciato venire la morte? Molti terrori s'illuminarono nel buio del suo pensiero delirante e vide dentro a un baratro di fuoco gli eterni spaventi del morire disperata. Perché non usciva dunque dal binario?
La macchina già poco lontana fischiava, la campanella sonava a stormo. Essa fece il segno della croce per resistere alla tentazione di sdraiarsi sul terreno. Era affranta, resa ottusa da un sonno di piombo. La sua fede ripugnava con energica resistenza al suicidio. "Oh no Madonna, no, morire a questo modo." Perché dunque non andava fuori di un passo? non poteva. C'eran quei due muri di ferro. Una volta incespicò, cadde sopra un ginocchio, si rizzò subito, prese a correre, a strillare; Gesù, Maria, che sogno!
Dietro di lei molte voci gridavano, infuriavano. Pareva un popolo insorto che l'inseguisse per farla a brani. C'era in quella folla l'Angiolina ortolana. Ne sentiva la voce inviperita. E le parve ancora una volta che papà cercasse di strapparla dal pericolo, tirandola pel lembo del vestito, che si sfilacciava in mano al fantasma. Poi qualcuno nero e duro la prendeva alla vita, la sollevava, la buttava nel fango della strada.
La macchina col treno si fermò a due passi di distanza.
Da un pezzo il macchinista aveva notato la donna che si ostinava a camminare sul binario, e col fischio, colla campana, aveva dato tutti i segnali. Una volta gli parve che la maledetta donna avesse capito, perché la vide uscire dalle guide, ma subito dopo tornò dentro col passo d'una ubbriaca. Dette il controvapore, strinse i freni. La gente, mettendo la testa dalle finestre, cominciò a urlare. Un giovine fochista balzò a terra, strabalzando, e presa la donna attraverso la vita, arrivò a tempo per un pelo a gettarla in disparte come un sacco di cenci. Molti discesero dai vagoni (c'era anche Lorenzo, che l'aveva cercata inutilmente alla stazione), circondarono la donna, la raccolsero. Venne a passare un carro delle Cascine, ve l'adagiarono, la portarono a casa più morta che viva.
Chiamato in fretta il dottore, giudicò un tifo, gravissimo, forse senza speranza.
Arabella per tre o quattro giorni non fece che delirare e chiamare con alti gridi Ferruccio, la Colomba, il suo papà morto, lo zio Demetrio, suor Maria Benedetta. La voce arrivava fino alla stanza di Angelica, oltre la Colorina. Nell'arsura infernale d'una febbre di quaranta gradi, balzava dal letto e guai se Lorenzo non era presto ad abbracciarla, a riporvela, a tenervela! Scarmigliata, cogli occhi distrutti e infossati, essa era più forte di lui, gli graffiava il viso, lo copriva di oltraggi volgari, finché rotta e sfinita in tutte le ossa, ricadeva in un profondo abbattimento.
Lorenzo, posando la testa sul suo guanciale, piangeva come un bambino.
Gli altri in casa non eran più gente. Eran morti in piedi.
Si chiamò con telegramma lo zio Demetrio, che aspettava d'essere invitato a battesimo.
Durante quei tre o quattro giorni la poverina rivisse in sogno delirando ora coi vivi, ora coi morti, finché le rimase un'oncia di forza.
Rivide la sua bella mamma ancor giovane andare alle feste con un vestito celeste orlato di un pizzo doré. Vide se stessa ancor fanciulletta in mezzo a' suoi fratellini, mentre frullava il sabaglione in una piccola cazzeruola lucente. Mario, Naldo e il piccolo Bertino, bello e biondo come un angelo, ridevano a veder la spuma gialla e profumata traboccare dall'orlo; e la malata rideva anche lei d'una gioia intera e traboccante, immaginando che quella spuma gialla e profonda montasse a ondate ad avvolgerla. Quindi usciva la sensazione della prima comunione, colla vista della chiesa lunga, chiara, tutta fiori e pizzi bianchi; ma non capiva perché Ferruccio fosse andato a porsi in mezzo alle ragazze. Che c'entrava lui colle ragazze? e perché tutti lo carezzavano con tanta tenerezza. Essa ne provava un'invidia amara, correva a strapparlo via, gridava: "È mio". Se non che altri fantasmi la conducevano a visitare le cameruccie sotto i tetti, dove abitava una volta lo zio Demetrio, un uomo buono come un santo, che aveva molte gabbie di canarini, che cantavano a stordire, svolazzando liberi intorno. Entrando nelle stanzuccie, ne vide più di cento volarle addosso, belli, vispi, bianchi e gialli posarsi sulle spalle, sulla testa, sul braccio. Se la pigliavano in mezzo, la portavano via, in alto in alto, in un volo delizioso, verso il campanile di Cremenno, che si disegnava sullo sfondo azzurro del cielo...
E in questa felicità la poverina finiva di patire.

 

FINE

 

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 18/07/05 01.28.18