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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

ARABELLA

di

EMILIO DE MARCHI

 

PARTE TERZA
I AVVOCATO CONTRO AVVOCATO
II ARABELLA ROMPE LA SUA CATENA
III UN'ALTRA BATTAGLIA
IV UN UOMO TRA DUE DONNE
V LA SCHIAVA È RIPRESA
VI TRE UOMINI
VII TIRANNI E VITTIME
VIII LA VITA È UNA TRAPPOLA
IX I FIORI DEL BENE

 

PARTE TERZA
I
AVVOCATO CONTRO AVVOCATO
Gli affari, gli intrighi, il bisogno di preparare una difesa e forse, più d'ogni altro motivo, la vergogna di ricomparire innanzi a sua nuora senza una buona giustificazione, tennero il signor Tognino occupatissimo per cinque o sei giorni. Intanto la questura per conto suo arrestava il Berretta. Era un primo esempio e ne sarebbero venuti degli altri.
Più volte ebbe lunghe conferenze col notaio Baltresca.
Costui, che da lontano spiava i passi del nemico e che forse era interessato anche per la parte sua a vincere, andava suggerendo al cliente di non lasciarsi cogliere alla sprovvista, ma di opporre avvocato ad avvocato, prima, per risparmio di seccature e di amarezze, e in secondo luogo, perché tutte le più belle ragioni del mondo contano un bel nulla davanti a una sentenza che ti capita tra capo e collo.
Per guarire da un avvocato non c'è che un rimedio: pigliare un altro avvocato forte come lui, similia cum similibus.
Per il buon Baltresca non c'era che un uomo al mondo capace di far paura anche al Codice; e mise innanzi il nome d'un onorevole deputato della maggioranza parlamentare, suo vecchio camerata di collegio, nativo anche lui di Vigevano, un liberale di vecchia data, uomo di grande capacità, di grande influenza, che gli amici chiamano il Gambetta di Vigevano, non solamente per la naturale e focosa eloquenza, ma anche per una certa somiglianza fisica che il buon Peppino aveva col grande democratico francese, specialmente nella barba.
Il signor Tognino non ebbe fatica ad afferrare il valore prezioso di questo consiglio, ma tentennò un pezzo il capo ripugnandogli di aver a che fare con avvocati. I suoi interessi li aveva sempre curati da sé, senza bisogno d'intermediari: e ora l'inaspriva l'idea di dover mettere nelle mani d'un leguleio i suoi pensieri, la sua coscienza, come si dà, per un paragone, il fazzoletto sporco alla lavandaia. Ma visto e considerato che se un avvocato ti pianta un chiodo in testa, non c'è che un altro della sua razza capace di tirartelo fuori; visto e considerato che tra due bestie feroci è meglio star dalla parte della più ringhiosa, persuaso anche lui che la giustizia di questo mondo è precisamente come la ragnatela descritta dal Porta in una canzonetta, dopo più matura riflessione, si lasciò persuadere a incontrarsi con questo signor avvocato.
Il caso volle che l'onorevole di Vigevano fosse chiamato a Como come arbitro legale in una intricatissima questione tra la Süd-Bahn e le nostre strade ferrate, una faccenduzza in cui era in giuoco qualche milione. Il nostro affarista colse quest'occasione per andare col Botola sul lago a veder la villa, sempre colla speranza che al primo raggio di bel tempo potesse persuadere Arabella a lasciare Milano.
Andò coll'amico fino a Tremezzo, vide la casa e il sito; gli piacquero, combinarono il prezzo e se ne tornò solo a Como, dove la mezza eccellenza democratica, a cui il Baltresca aveva scritto in prevenzione, gli aveva dato convegno al Grand Hôtel Volta, sulla piazza del lago.
Verso le quattro si presentò e si fece annunziare. Fu prima un gran correre di camerieri, un gran sonar di campanelli elettrici, un gran via vai di personaggi barbuti e grassi, di banchieri e di pezzi grossi dell'amministrazione ferroviaria; e finalmente, quando piacque alla mezza eccellenza, venne chiamato anche lui.
Trovò un grassotto non troppo alto, con la barba alla Gambetta, che gli venne incontro in aria confidenziale, che gli prese la mano, che lo fece sedere in un gran seggiolone, e, mostrando d'avere i minuti contati, entrò subito in argomento, riassumendo quel che aveva scritto il vecchio amico Baltresca...
"A rigore non potrei assumere altri impegni, caro signore, perché devo presto tornare a Roma per la importantissima discussione sulle Opere Pie, della quale Sua Eccellenza il Ministro di Grazia e Giustizia" (tutte queste maiuscole si sentivano nel respiro pesante del grand'uomo, che colle mani sotto la giubba sforzavasi di sfibbiare il panciotto) "s'è compiaciuto di affidarmi la relazione. Una bella briga! Adesso ho sulle spalle anche questa faccenda colla Süd-Bahn, e prevedo che non ne usciremo né in un anno né in due. Però... però... se il signor Maccagno, di cui l'amico Baltresca mi parla così bene, si trova nella necessità, noi avvocati siamo come i medici: non possiamo rifiutarci, e nel caso potrò fare una scappata a Milano, dove ho dei vecchi amici e dei commilitoni. È un pezzo che non vedo Milano, quel Milano birbone che vuol resistere a Crispi, come ha saputo resistere al Barbarossa. Ma vedrete, vedrete; romperemo la crosta! Forse il signor Maccagno è una colonna della Costituzionale, ma non fa nulla: noi saremo lo stesso buoni amici. Solamente io ho bisogno di saper bene le cose come stanno, anche se stanno male, perché non si va in cerca d'un consulente specialista né per un raffreddore, né per un piccolo mal di denti... Mi spiego? Tra noi ci dobbiamo intendere subito come due amanti, non aver segreti l'un per l'altro, caro cavaliere..."
E il bravo Gambetta di Vigevano batté dolcemente colla mano tre colpetti sul ginocchio del cliente. Poi, abbandonatosi nelle braccia della poltrona, portò l'occhialino al naso, e scorrendo la lettera del Baltresca, riepilogò:
"L'affare è grosso: quattrocentomila lire! il Baruffa è una vecchia volpe; preti e frati non badano a spendere e hanno ancora la mano lunga. Ci sono interessate delle pie istituzioni, lato debole e delicato! c'è un testamento del '78, che si può disprezzare, ma si può anche non disprezzare. Queste benedette cause di successione fanno degli scherzi improvvisi, sono capricciose e traditore come le belle donne. Non bisogna mai fidarsene. L'interesse ci soffia dentro da tutte le parti, e ciò che ieri pareva una vescica, domani può diventare una bomba. Se poi vi si mescola il fanatismo, il paolottismo, il beghinismo, la tonaca e la corona del rosario, si può avere gli occhi d'Argo e non si arriva mai a veder tutto. L'insidia è nell'indole dei nostri avversari, i quali non furono mai così potenti come in questi tempi così detti di liberalismo. Lo so io che ho tra le mani quella poca matassa delle Opere pie!" l'onorevole di Vigevano tornò a sfibbiare qualche altra cosa sotto la giubba. "Vedesse, caro signore, che pressioni! che ingerenze! che intimidazioni! e non da una parte sola: da tutte le parti, e specialmente dall'alto, sicuro, dall'alto, da molto in alto! e mi si viene a parlare di laicizzare le istituzioni!" L'avvocato rise di gran cuore, pigliandosi in mano un piede ben calzato in una scarpetta di panno a due file di bottoni d'osso. "Ma comunque sia, ne ho vinto delle più difficili, alla garibaldina, s'intende, pam, pam! e vinceremo anche questa. Spenderemo forse un po' di denaro, ma vedo che c'è del margine, un bel margine, e faremo presto. Vedrà, sei mesi, un anno al più. Se non sarà in prima istanza andremo in appello, dove conto dei forti appoggi dappertutto, purché i miei colleghi non mi facciano il tiro di mandarmi alla Consulta, nel qual caso passerei le carte a un alter ego, che farà ancor meglio di me."
La campana della table d'hôte interruppe a tempo un discorso che minacciava di non finir più. L'onorevole competenza si alzò, promise di scrivere per combinare una seconda seduta, strinse nelle sue la mano magra e dura del bravo signor Maccagno e lo accompagnò gentilmente all'uscio.
Il vecchio affarista, sangue dei Valsassina, non abituato alle circonlocuzioni parlamentari, uscì da quel colloquio col viso rosso, l'anima gonfia di bile, i denti stretti e con una voglia indosso di strozzar qualcheduno. Quando fu nel mezzo della piazza, presso la famosa fontana asciutta, quel malumore concentrato nel fegato scoppiò in una parola sonora, che riassumeva nella sua concisione tutto un trattato di filosofia politica:
"Buffoni!"
Non gli riuscì di dir altro fino alla stazione, dove cercò di far passare il dispetto con un buon pranzo e con una bella bottiglia di vin di Valtellina.
"Che buffoni!"
La villa di Tremezzo gli aveva fatto una buona impressione. Non troppo alla riva, si appoggiava da una parte a un declivio molle e boscoso, dall'altra aprivasi con un terrazzo sul meraviglioso bacino di Bellagio, passando oltre colla vista sino a Varenna e più in su: un pezzo di cielo in terra. Era il luogo fatto apposta per sua nuora. Col lago di mezzo non c'era più pericolo che una masnada di mummie venissero a tormentarla. Quanti fiori in quella villa! Sua nuora era così innamorata dei fiori!... Si pentì di non averne portato via un mazzo; ma voleva scrivere al Botola che ne mandasse un cesto a Milano.
"Che razza di buffoni!"
Scrisse una cartolina, la buttò egli stesso nella buca, e rinforzato da un buon pranzetto, dato un bell'addio alla mezza eccellenza, si rincantucciò nell'angolo del vagone. Cominciava a imbrunire. Il sole colorava ancor le cime più alte, ma verso occidente andavano spandendosi per il cielo delle lunghe nuvole cenericcie e stracciate che il vento portava in su, gonfiandole come se ci soffiasse dentro.
Dopo qualche tempo la grossa nuvolaglia si raccolse in un nuvolone solo, livido e grosso, nel quale il lampo cominciò a dibattersi col moto nervoso di un sopracciglio irritato, mentre nella riga più bassa dell'orizzonte il crepuscolo ardeva come un immenso braciere.
Il nostro vecchietto, leggermente eccitato dal vino di Valtellina, fissò gli occhi su quel grande e magnifico spettacolo del cielo, che sfugge a chi vive da talpa nei muri d'una grande città e, come se un pensiero tirasse l'altro, tornò a rivedere la bella casa di Tremezzo, posta in un boschetto di lauri e di magnolie, un angolo verde che valeva da sé tutto Milano col Duomo per giunta. Se egli avesse potuto dare un calcio a tutte le brighe e ritirarsi lassù o almeno persuadere Arabella a partir subito la settimana prossima... Intorno alla causa e ai pettegolezzi e alla guerra dei parenti, una volta che Arabella fosse al sicuro, avrebbe forse potuto anche transigere... Chi sa?
Alle volte, a tirare troppo, la corda si rompe. In quanto a opporre avvocato contro avvocato, ne aveva già assaggiato abbastanza.
"Buffoni! e quel buon uomo di Baltresca crede che io possa credere a queste famose pancie democratiche, come i gonzi credono alle meravigliose virtù di Dulcamara! e io darò a mangiare il mio o mi lascerò dar del cavaliere da codesti nuovi frati della santa retorica, che spennano chi ci crede in nome dei grandi principii! Preferisco i preti, che almeno son più furbi! E come ha saputo toccare il tasto del liberalismo!... 'Già, dovremo spendere un po' di denari, ma abbiam del margine. Se non basterà la prima istanza, andremo in appello, se non basterò io, chiameremo in aiuto un'altra pancia: abbiamo degli appoggi... Siamo noi che facciamo la pioggia e il bel tempo; alla garibaldina, pam, pam'. Buffoni! non darò a rosicchiare a questi liberaloni il mio formaggio... Fossi bestia! Vedo, come in uno specchio, che se mi lasciassi pigliare, non me la caverei più in trent'anni. Di tribunale in tribunale, di rinvio in rinvio, dopo avermi fatto spendere un capitale in carta bollata e in ricorsi, avrei la grazia di salvarmi un paio di scarpe. Faccian pure la causa, se hanno gusto, gli altri; io non mi muovo. Io non ho nulla a dimostrare ai giudici. Son essi che devono dimostrare che il mio testamento non è un testamento. Intanto il Berretta è a posto."
Il treno lo portava nella crescente oscurità della sera verso la pianura e verso quel gran cittadone, che gli diventava ogni giorno più antipatico. Nella penombra, gli passavano davanti i casolari oscuri e raggruppati dei villaggi e dei cascinali, da cui usciva il fumo lento delle povere cene. Trasparivano i piccoli lumi delle stalle e i fuochi vivi dagli usci aperti. Qualche suono d'avemaria mescolavasi al rombo del treno, e nei pochi minuti di sosta alle stazioni vedeva dappertutto della gente felice, seduta in terra a fumar la pipa, o dei gruppi di ragazze che tornavano a casa dalla filanda, cantando come se avessero mangiato la felicità colla polenta. Quattro spanne di terra, quattro fagiuoli, una scodella di latte e questa gente è padrona del mondo. Più furba questa gente in fondo (se lo sapesse) di chi logora anima e scarpe dietro il quattrino o dietro la gloria, o a cavallo di un puntiglio, o in una continua e rabbiosa diffidenza, per non raccogliere in fine che odio e maledizioni.
Qualche cosa come una maledizione sentiva che gli pesava addosso da qualche giorno, per quanto egli si sforzasse di non pensarci e di dissiparsi in cento faccende. Egli aveva bisogno di essere perdonato... Era partito bruscamente senza rivederla, dopo averla maltrattata, insultata. Aveva ruvidamente respinta la sua preghiera, per non ascoltare che le voci del suo risentimento e della sua vendetta.
Per quanto la passione o quel misto di puntiglio, di rabbia e di paura, ch'egli chiamava un diritto di legittima difesa parlasse ancor forte in lui, tuttavia sentiva, non senza sgomento, l'animo avviluppato da un sentimento che un altro uomo avrebbe riconosciuto ed accettato come un rimorso, ma che nella sua quasi ignoranza del bene e del male ostinavasi a tener indietro come un primo sintomo di debolezza e di senilità.
Che bisogno aveva egli d'esser perdonato da una monachina? quali soddisfazioni le doveva? tra loro due chi più in debito di gratitudine? Bastava che egli la mettesse al sicuro d'ogni altro oltraggio, questo sì: e a tal fine non aveva risparmiato passi e denari. Ma in quanto al resto non è stabilito che le donne non c'entrano negli affari degli uomini? Esse hanno la loro casa, la loro musica, le loro calze, i loro figliuoli; gli uomini hanno la banca, l'industria, il commercio, la politica, la guerra, le botte... Anche le botte, sì: la vita è una battaglia e vince chi pesta di più. Son come due amministrazioni con due libri mastri diversi che non hanno nulla a che fare l'un coll'altro; e di questo avrebbe dovuto capacitarsi quella benedetta ragazza.
E mentre un pensiero sofistico andava persuadendolo di queste verità così vecchie, un sentimento non meno ragionevole e forte gli faceva capire che bisognava far la pace subito, ad ogni patto, con Arabella. Non poteva star in collera, e non poteva vivere nel dubbio di non essere amato e stimato da lei come prima. Poesia o no, questa benedetta figliuola, dal dì ch'era entrata in casa, e forse anche prima, aveva ringiovanita una vita sterile, senz'affetto, aveva rinnovate e rinfrescate delle sensazioni che parevano morte e sepolte; gli aveva fatto del bene...
Per quanto procurasse e si sforzasse di richiamare le furie più scapigliate della sua natura e di affilare spade e coltelli in una guerra di diritto, non poteva sottrarsi a quel dolore vivo che prendeva nel venire innanzi la mesta figura di lei. E questa pallida e dolente figura, come lo spettro d'un morto offeso, non si rassegnava a partire. Al contrario, se la sentiva presente anche nei momenti in cui l'ira strillava di più e la mente sbandavasi di più, come una coscienza nuova fuori di lei, che esaminasse, giudicasse... aspettasse qualche cosa.
Non avrebbe osato dirlo, ma cominciava ad accorgersi, istintivamente, che se Arabella non fosse mai venuta in casa, la sua strada sarebbe stata molto più facile e diritta, sempre quella che aveva battuta dal quarantotto in giù, la strada dei mezzi semplici e dei pronti risultati.
Aveva voluto deviare, indugiare, fare della poesia, assaggiare prima di morire il sapore del bene e questo dolce ora facevagli male allo stomaco. Non si è mai abbastanza al riparo dalle tentazioni, e quelle che vengono dal bene non sono le meno pericolose. Che diavolo! colui che nelle cose del mondo aveva un piglio così lesto e sommario, che fin dall'adolescenza s'era abituato a stimar buono ciò che serve a qualche cosa, e ciarle inutili tutto il resto; colui che a preti, a frati, ad avvocati, a parenti, a deputati rideva tanto di gusto in viso, non era strano, inesplicabile che dovesse sgomentarsi all'idea d'una monaca a cui non doveva nulla, ma che s'era tirata in casa quasi per compassione? poesia, romanticismo! Ma non poteva cacciarla via. Una soddisfazione, una parolina di scusa doveva dirgliela. L'aveva offesa, dunque chi fa il male faccia la penitenza. Fra una mezz'ora sarebbe stato a Milano, l'avrebbe vista, le avrebbe parlato: forse avrebbe concesso oggi quel che non aveva osato promettere prima. Sì, sì, povero angiolo, bisognava che la vedesse prima di andare a dormire.
E battendo le palpebre, cercò di reprimere una improvvisa commozione di pietà, che riempì e sconvolse tutta la vita. Qualche cosa di forte e di misterioso si mosse al disotto di un oscuro risentimento, che lo afferrava da tutte le parti come un amico tre volte più grande, che lo disarmava. Sporgendo il capo dallo sportello nell'aria fredda, cercò un refrigerio, si sforzò di riprendere un coraggio che fuggiva, e ritrovò finalmente gli spiriti nell'energia di una parola che tornò a inframettersi alle sue malinconie, e ch'egli pronunciò colla faccia rivolta verso i monti:
"Buffoni!"
In mezzo a questi contrasti arrivò a Monza ch'era già buio, e buio prima dell'ora per quel diavolo di temporale.
Il treno aveva viaggiato verso il cattivo tempo, e ora si trovava nel fitto della bufera.
Non pioveva ancora, ma il temporale secco scatenavasi in un turbine di vento polveroso, in lampi spessi e taglienti come lame, e in tuoni continui, ringhiosi, brontoloni.
La stazione e i vagoni non erano ancora rischiarati, perché l'amministrazione non tien conto dei temporali. Ci si vedeva sì e no, più coll'aiuto dei lampi che, sto per dire, con quello degli occhi.
Mentre il nostro viaggiatore stava appoggiato allo sportello, intento a strologare la tettoia di vetro che mandava bagliori e fosforescenze a ogni guizzo, un reverendo sacerdote, per quanto si poteva vedere, entrò dall'altra parte del vagone e si rincantucciò in un angolo.
"Che demonio di temporale!" esclamò il reverendo, che ansava ancora per la corsa fatta, mostrando la voglia d'avere un compagno in quel breve viaggio al buio.
"Eppure io credo che va a finire in nulla... Oggi è stata una giornata calda: son lampi di caldo..."
Prima che il treno si rimettesse in moto, anche un giovane e svelto ufficiale di cavalleria saltò sul vagone e sedette in mezzo ai due viaggiatori, che occupavano i due angoli obliquamente opposti.
L'ufficiale chiese il permesso di fumare.
"Faccia pure" dissero insieme le due voci.
L'ufficiale accese un zolfanello di cera e lo tenne vivo il tempo d'accendere un sigaro, rischiarando il vagone, mentre il convoglio, alquanto in ritardo, ripigliava la sua corsa.
Ciò permise al signor Tognino di riconoscere nel reverendo, seduto nell'angolo, la cara e simpatica persona di don Giosuè Pianelli e a costui nel suo compagno di viaggio quel bel gioiello di sor Tognino.
Per fortuna di tutti e due il buio del vagone li coprì e li nascose di nuovo l'uno all'altro e la presenza del regio esercito impedì che si guastasse strada facendo, una conversazione che pareva così bene avviata. Ma i due vecchi bisbetici, dopo essersi fiutati come due cani in collera, continuarono a ringhiare e a guardarsi nell'oscurità.
Tutte le volte che l'ufficiale accendeva il sigaro (e un fumatore italiano può immaginarsi quante) quei quattro occhi, attratti da una forza che aveva nulla a che fare coll' "affinità affettiva" di cui parla il Goethe, s'incontravano nella linea diagonale sul fuoco del fumatore, che mandando globi di fumo in alto ritornava forse lieto da un lieto incontro. L'odio e l'amore son fatti per non conoscersi, ma spesso viaggiano insieme.
Quei due sguardi si guardavano fissi incrociandosi come due fioretti, i lineamenti delle faccie s'indurivano, le mani diventavano pugni, poi tutto ritornava nero come i loro pensieri. Nel buio continuavano i due cuori ad azzuffarsi.
Il prete odiava nell'affarista il traditore, il ladro empio e bugiardo, il sacrilego miscredente che coll'aiuto del diavolo aveva rubato alla chiesa e ai poveri un'eredità di quattrocentomila lire.
L'affarista esecrava nel prete l'intrigante, il gesuita, l'impostore, la causa prima degli scandali, l'eccitatore interessato d'una masnada di straccioni.
Se le idee che passano negli animi degli uomini avessero la virtù d'accendersi secondo la forza elettrica che contengono, i due vecchi bisbetici avrebbero mandato fuori lampi più sinistri di quelli che andavano guizzando e irritandosi laggiù sopra Milano, dove il treno li portava a precipizio, rumoreggiando, fischiando sotto i primi goccioloni del temporale.
Ci volle tutta la carità, di cui è pieno il libro del breviario che gli faceva gonfia la veste sul petto, perché don Giosuè si trattenesse dal gridare sul muso del vecchio affarista: "Ladro maledetto, ti porterà via Belzebù!"
"Ci vuol altro," pensava infuriando con se stesso il canonico "ci vuol altro che predicare pace, conciliazione, misericordia, come seguita a ripetere quell'anima di polentina di don Felice. In questi tempi di affarismo, di ebraismo, di massonismo trionfante, bastoni di ferro bisogna! l'acqua santa non spegne più nemmeno la polvere delle strade. A furia di piagnistei e di fiducia nella provvidenza ha visto il Papa quel che gli è toccato. Bastoni di ferro! trentamila cani còrsi ci vorrebbero... a... a... Animali!"
Dall'altro cantuccio scoppiavano idee non meno velenose contro gl'intriganti, che speculano sui rintocchi delle agonie, sulle goccie di cera, pipistrelli dell'oscurantismo, mummie tenute su dall'ignoranza dei gonzi...
L'ufficialetto sognava, col sigaro morto in bocca.
Il treno entrò in stazione. Il giovinotto fu il primo a scappar via. Gli tenne dietro il signor Tognino che, colla mano attaccata allo sportello, s'indugiò un istante come se aspettasse il prete: e quando questi gli fu presso, l'affarista sputò sul predellino.
"C'è del marcio..." ringhiò don Giosuè.
La folla li travolse e li separò, mentre l'acquazzone rovesciavasi, crescendo, sulla volta di vetro.
Il sor Tognino prese una vettura e prima di andare a casa volle vedere il notaio, col quale rimase fin verso le nove.
Giunto a casa un po' più tardi, trovò sulla porta l'Augusta in compagnia della portinaia e di qualche altra vicina, che a vederlo, gli vennero incontro, esclamando in coro:
"E la signora?"
"Che signora?"
"La siora Arabella..." ripeté l'Augusta con un tono smarrito.
"Che cosa la siora?" tornò a chiedere il padrone con impazienza.
"Non l'ha trovata? non è con lei? È uscita in principio di sera e non s'è più vista."
"Uscita?" dimandò, precedendo le donne fino in portineria. "Con chi uscita?"
"È uscita sola."
"A fare? che cosa ha detto?"
"Non ha detto nulla. È uscita di punto in bianco e non si è più vista. E c'è questo tempo in aria, povareta!"
"Non capisco nulla... venite di sopra..." brontolò il padrone, continuando la sua strada verso le scale.
II
ARABELLA ROMPE LA SUA CATENA
Dopo il vivo colloquio con suo suocero, Arabella si trovò nel fitto d'una battaglia, prima ancora che avesse risoluto di gettarvisi. Già quella stessa notte i gridi dell'Angiolina sotto la finestra, risuonando nel silenzio dell'ora, ebbero la forza di farla trasalire di spavento, come se ridestassero nelle sue viscere il terrore dell'altra volta. Anche dopo molti giorni, anche a dispetto della ragione, i suoi nervi non ragionavano più su questa impressione. Il grido d'un rivenditore, uno strepito improvviso, lo sbattere improvviso d'una porta, il cadere d'una sedia bastava a farle battere le vene del capo, e a riempirle il cuore d'un subito spavento; impallidiva, sudava freddo, afferravasi all'Augusta, tremando come una colomba scossa dal rimbombo d'un fucile...
La mattina seguente, quando preparavasi a uscire coll'intenzione di parlare a don Felice in favore del povero Berretta, s'incontrò sulle scale nella Colomba, più morta che viva, che veniva a implorare misericordia. L'avevano arrestato e menato via quel povero uomo come un cane rabbioso. Avevano disonorata una famiglia, maltrattato, quasi ammazzato un giovine onesto. Ferruccio, ferito da un tremendo colpo alla testa, dopo aver perduto un catino di sangue, era in letto con una febbre da cavallo, in delirio, più di là che di qua.
Arabella allibì. Chiese di veder suo suocero, ma la portinaia disse ch'era già uscito la mattina; e non fu possibile trovarlo per tutto il giorno.
Andarono insieme dal prevosto, che ascoltò il racconto con un senso di sincera pietà, crollando la testa, e ripetendo:
"Quel benedetto don Giosuè colla sua furia..."
Il buon vecchio era del parere che colle dolci si sarebbe potuto evitare molti dispiaceri. Consolò la Colomba, fece animo alla signora Arabella e promise di parlar lui al signor Tognino.
Trovandosi sulla via quasi smarrita, un cattivo pensiero la persuase a fare una visita alla zia Sidonia e vi andò collo spirito conturbato di chi corre a cercare aiuto e protezione non tanto a un amico sincero, quanto a un fiero nemico del suo nemico.
Ritornò a casa convinta, risoluta a cogliere la prima occasione o il primo pretesto per rompere la sua catena.
"Dove deve essere andata con questo tempo?" domandò di nuovo il signor Tognino, volgendosi in tono di rimprovero all'Augusta.
"Giusto! e non la g'à manco l'ombrela."
"Chi c'è in casa?"
"C'è la Gioconda."
"S'eran bisticciati a tavola?"
"Chi?"
"Chi, chi...? i 'siori'."
"Mi non so. Mi non stago a scoltar..."
"A scoltar col naso" rimbeccò il padrone, parlando anche lui in veneto per far dispetto alla pettegola. "È forse possibile che una donna di servizio non stia a sentir ciò che dicono i padroni?"
"Io non ho visto che si siano bisticciati."
"Avranno combinato d'andare insieme a teatro."
"Senza dir nulla?"
"C'è forse bisogno di dir tutto alle illustrissime?"
Entrarono in casa. Egli buttò il cappello su una sedia, passò nel salotto, rischiarato dalla lucerna posta sopra la tavola, chiamò:
"Gioconda, Gioconda!"
La cuoca, che sonnecchiava in cucina, venne fuori. Confermò anche lei che la signora, cinque minuti dopo che il signore era uscito, fattasi portare il mantello, era uscita anche lei dicendo: "Torno subito".
"A che ora torna a casa di solito il signore, la sera?"
Le due donne si guardarono in viso, come se l'una aspettasse che parlasse l'altra.
"Non ha ora precisa..." disse la Gioconda.
"Portate un lume."
E, senza aspettare che l'Augusta tornasse colla candela, spinse i battenti, traversò il corridoio, cacciò la testa nella camera da letto perfettamente buia.
"Arabella" chiamò con voce sommessa, che morì in un tremito pauroso.
Non c'era nessuno. Quando venne l'Augusta col lume, entrarono, dettero un'occhiata intorno. Vista una lettera aperta, quasi buttata là sulla tavoletta, egli la ghermì, vi gettò sopra l'occhio, riconobbe la scrittura. Era firmata "S". Intascò la lettera e tornò nel salotto da pranzo. E poiché le donne stavan lì in piedi, incantate, colle mani in mano, perdette la pazienza e le mandò via:
"Andate a vedere e mandatemi Giuseppe".
Le donne non erano ancora uscite che fattosi sotto la lampada, scorse le due righe del biglietto. Questo diceva:
"L'indirizzo è quello che ti ho indicato. Stasera c'è ballo nuovo al Dal Verme. So che ci andranno. - S."
"La vipera, la vipera!" e strinse il profumato biglietto nel pugno come se spremesse una spugna.
Perdette un momento la vista sotto il furore della rabbia.
"La vipera!"
Col pugno stretto, coi denti irritati da una fiera convulsione, girò due volte intorno alla tavola, come un leone in preda alla febbre della fame. Vedeva l'intrigo. La buona zietta, per vendicarsi, dopo aver fatto il bel mestiere della spia, tirava a sé Arabella, l'invitava a casa sua per condurla in teatro ad assistere allo spettacolo d'un tradimento. Non potendo ferir lui capace di mordere, i Borrola allungavano la mano a colpire la povera figliuola.
"Vipere, vipere!"
Una carrozza si fermò davanti alla porta.
Il signor Tognino aprì, andò sul balcone a vedere se mai fosse lei di ritorno.
Ai goccioloni era successo l'acquazzone solito con l'accompagnamento di un tuono grave e noioso, che andava rotolando nella volta oscura del cielo; e ora cadeva una pioggia minuta e spessa, balestrata a capriccio dal vento.
L'ampia strada, per tutto il tratto che si stende dalla rotonda di San Sebastiano fino alla piazza del Duomo, luccicava di pozze livide e nere, in cui specchiavansi i lumi dei lampioni.
La carrozza, che s'era fermata davanti alla casa dirimpetto, partì subito a corsa mandando dalla vernice bagnata smorti bagliori. Non un'anima viva sotto quel maledetto tempo.
Tornò a chiudere con impeto, tornò a leggere le poche righe in cui Sidonia aveva stillato il suo veleno: stette a sentir delle ore sonare. Eran le dieci e mezzo.
Perché uscir sola? Eran d'accordo di sorprendere Lorenzo in teatro in compagnia di Olimpia? "La vipera!" Non gli usciva altra parola dall'ugola soffocata da una emozione e da una rabbia, che gli mordeva il cuore: e in questa parola concentrava, riassumendo, quasi tutto il costrutto e il veleno dei discorsi e delle supposizioni che la sua mente andava facendo senza ascoltarsi.
Che si fosse rifugiata presso i suoi alle Cascine?
Cercò nel cassetto un orario e riscontrò le corse del tram di Lodi, che passa rasentando le Cascine. L'ultima corsa era alle sette. Si alzò, toccò il bottone d'un campanello, tenendovi sopra il dito, finché ricomparve l'Augusta, col lume in mano, che entrò tutta rossa e affannata per una corsa fatta sulle scale. ("Birboni d'omeni, el ghe pareva el dì del giudissio".)
"A che ora è uscita la siora?"
"Hanno pranzato alle sei, e ho portato il caffè alle sette. Il sior è andato a far toeletta, ha acceso il sigaro e ha detto alla siora che doveva andare alla Camera dei deputati."
"Alla Camera di commercio..."
"Che m'intendo io? già son tutte bugie lo stesso."
"E poi?"
"La siora è rimasta cinque o sei minuti col giornale in mano; poi ha sonato, s'è fatta portare le robe e la xe scapada fora come una luserta."
"Alle sette e mezzo?"
"Più tardi sior: poco prima che cominciasse a tuonare."
"Hai trovato Giuseppe?"
"Adesso ha detto che viene."
Dunque Arabella non poteva essere partita col tram. Né era presumibile che avesse presa la strada ferrata fino a Rogoredo, perché da questa stazione alle Cascine, corrono quasi due miglia in mezzo ai campi. Forse aveva cercato un rifugio dalla sua amica.
"Come si chiama quella signora, moglie d'un professore?"
"La signora Arundelli."
"Sai dove sta di casa?"
"Sior sì."
"Allora manda Giuseppe a prendere una carrozza e fatti accompagnare fino alla casa di questa signora. Se non la trovi, colla stessa carrozza vai nei Fiori Chiari, da mia sorella Sidonia. Non dire che t'ho mandato io. Parla in segretezza colla donna di servizio e procura di sapere se la tua signora c'è stata oggi e se c'è ancora."
"Va bene, vado subito..."
Egli andò dietro alla ragazza fin sull'uscio. Qui rimase in forse se uscire anche lui, se dare una capatina in teatro, se mandare un telegramma ai Botta. Ma rifletté che nel frattempo poteva tornare o lei o lui, e non conveniva spaventare senza una ragione plausibile i parenti delle Cascine, tirarsi in casa una mezza rivoluzione. Era evidente che Arabella, messa in sospetto e guidata da Sidonia, aveva spiato suo marito. Ma poi? perché non tornava? Che sorpresa dal temporale si fosse ricoverata in un caffè? in un caffè, una donna sola, in ora così tarda, con un tempo simile?
"Certo s'è rifugiata presso gli Arundelli che stanno anch'essi da quelle parti. L'Augusta mi porterà presto qualche notizia. In quanto a lui, a quell'animale, aggiusterà i conti con me... Il peggio sarebbe che avesse cercato asilo presso la signora Sidonia. Dio, dovessi portarla via col revolver in mano, ma in quella casa non deve rimanere. Le vipere! penseremo anche alle vipere. Penseremo anche alla sora Olimpia. Ma resta a vedersi se Arabella dopo questa scena vorrà tornare in casa. Mi si parlerà di separazione. Questi caratterini delicati messi al cimento son più forti degli altri. È buona e religiosa, ha paura degli scandali, ma se tutti pigliano a tormentarla, a irritarla, a pungerla, a spaventarla, prima l'Angiolina, poi la sora Sidonia, poi l'Olimpia poi questo... poi quello..." e si ricordò d'averla maltrattata anche lui per causa di quel povero vecchio e di quel povero giovane.
Per fuggire alla persecuzione di questi pensieri, tirò innanzi carta, penna e calamaio e gli parve ch'egli potesse e dovesse scrivere a qualcheduno. Scrivere a chi? non a lei, non a Sidonia, non all'avvocato... Era tanto conturbato, che per quanto fissasse gli occhi sul bianco dell'orologio, non gli riuscì di decifrar l'ora.
La luce viva d'un lampo riempì la stanza, e poco dopo s'intese il rumore lontano del tuono, accompagnato da nuovi scrosci d'acqua.
Eran già le undici.
L'Augusta tardava a tornare. Gli sembrò d'essere abbandonato da tutti, e che il tuono, il lampo, la pioggia congiurassero con tutti gli uomini per fargli la guerra.
Riprendendo il filo delle supposizioni, provò di nuovo a immaginare che Arabella avesse veramente sorpresi gli amanti o in un caffè, o in un teatro, o per via, che fosse nata una scena, che Lorenzo l'avesse maltrattata, cacciata via, che le fosse venuto male - era così debole ancora! - che la gente si fosse impadronita di lei, per buttarla domani in bocca alla cronaca delle gazzette.
"Ah se l'ha maltrattata! guai se l'ha toccata!" e tutto contorto nei muscoli, coi pugni stretti, fino a conficcar l'unghie nelle carni, colse se stesso in un atteggiamento quasi feroce, in atto di scagliarsi contro qualcuno... Contro suo figlio!
Il rumore d'una carrozza, che risalendo dal Carrobbio venne per tutta la via Torino ad arrestarsi sotto la casa, lo strappò all'aspra battaglia ch'egli combatteva colle ombre e con se stesso.
Forse era lei; o forse l'Augusta tornava con qualche notizia.
Andò incontro alla donna fino sulla scale.
L'Augusta e il portinaio venivan su cicalando, ed egli cercò d'indovinare dal tono delle loro voci se portavano qualche buona notizia. A un certo punto provò un tal senso di paura, che si nascose nel vestibolo dell'uscio.
"Dalla siora Arundelli non c'è" disse l'Augusta con voce rotta da una mesta compassione "e non c'è nemmeno dai siori Borrola."
"Con chi hai parlato?"
"Ho parlato con la signora Sidonia che venne ad aprir la porta. Non l'ha vista né oggi né ieri. Rimase incantata anche lei a sentire che non la si trovava più. Non fidandomi del tutto, ho fatto chiamare in portineria la Carmela che non ha segreti per me. Siamo dello stesso paese. E anche la cameriera mi ha giurato che non s'è mai vista. In quanto alla signora Arundelli è cascata dalle nuvole. E intanto la vien che Dio la manda."
L'Augusta non seppe trattenere due piccole lagrime, che fece scomparire coll'angolo del grembialetto bianco.
Essa voleva bene alla sua siora e vedeva troppo da vicino come la facevano soffrire. Ma non era più un mistero per lei che gli omeni sono tutti traditori, che non si contentano di una, ma le voglion tutte. In qualche altra maniera era passata anche lei attraverso a questi tradimenti, e non le mancava il cor de compatir e de maledir.
Il vecchio Maccagno si ritirò nelle sue stanze, vi si chiuse dentro, ma non si spogliò, non toccò il letto.
Una tremenda inquietudine, una convulsa irritazione di tutti i nervi, un dolore nuovo e acuto che gli forava il cuore, un avvilimento di tutte forze che lo trascinava verso la disperazione, non che permettergli di dormire, non gli lasciarono nemmeno la quiete e la facoltà di esaminare e di ragionare sugli avvenimenti.
Cento pensieri, cozzando tra loro, finiscono col rompere il filo del raziocinio.
Stanco e come fiaccato nella testa e nelle gambe, cadde sopra una sedia, e rimase tutta la notte, così appoggiato, coll'occhio aperto e fermo nel buio, in agguato se mai sentisse venir su un passo. Essa non tornò più. Non tornò nemmeno lui, nemmeno lui, l'assassino.
I tristi avevano avvelenata l'unica fonte non amara della sua vita. I tristi...
Arabella li aveva giudicati tutti.
E cogli occhi spalancati nel buio, quanto fu lunga quell'eterna notte, il vecchio affarista, mezzo febbricitante, percorse a galoppo la storia della sua vita, parlando affrettato con se stesso, come chi vuole persuadere un ostinato o ingannare un diffidente, attonito, intimorito davanti a una coscienza nuova, che sorgeva a rimproverarlo e ch'egli cercava di spaventare come si caccia via un uccellaccio notturno.
E finalmente il giorno, colla sua luce chiara e, se si può dir così, ragionevole, venne a por fine a un tormento inutile.
Si mosse più risoluto, e, uscito sul pianerottolo, trovò l'uscio ancora aperto, l'appartamento vuoto, silenzioso, morto. La lampada del salotto mandava gli ultimi guizzi contro i raggi d'oro del sole che battevano sulla finestra. Il temporale della notte lasciava dietro una giornata splendida.
Si mosse per le stanze deserte, spinse le portine della stanza da letto, vi entrò, come se sperasse di ritrovarla a una più diligente ricerca. Il letto nella sua fresca copertura di drappo era intatto. Egli vi posò una mano e coll'altra si fregò fortemente gli occhi per rimuoverne la nebbia della notte e ne portò via un umor pungente.
Non sapeva piangere e se ne sentiva un acre bisogno.
Si ricordò che fanciulletto di cinque o sei anni si era buttato sul cadavere di una sorellina a piangere e a strillare perché non gliela portassero via.
Se avesse potuto far lo stesso!
Arabella nel correr dietro a suo marito non aveva che un'idea, raccogliere una prova di più, vedere, toccare con mano fin dove era tradita e avvilita, di questo documento farsene una forza per uscire con diritto, giustificata e compatita, da un'abbietta schiavitù legale; romperla insomma con una gente a cui l'ignoranza e l'egoismo incosciente de' suoi l'avevano venduta e che faceva scontare al suo corpo e all'anima sua le conseguenze di colpe e d'abitudini irrimediabili.
Aveva bisogno di vedere e d'essere veduta per poter dire domani: basta! qui comincia la mia dignità...
S'illudeva della sua stessa forza come tutte le anime semplici, che non ne hanno che una, quella del dolore.
Riguardo a suo marito inutilmente esso aveva eccitate le più scapigliate furie che la gelosia manda fuori e mette nel cuore delle povere donne tradite e ingannate: il cuore non le diceva nulla contro di lui. Il cuore, anche lui, non cercava che un documento di più per la sua liberazione.
Gli avvenimenti si erano inseguiti e incalzati con tanta rapidità, che essa non ebbe quasi il tempo di riflettere sulle conseguenze del suo passo. Sentiva in un modo duro e violento che in qualunque maniera l'opera sua in quella casa era finita, che non avrebbe potuto più mangiarne il pane senza rimorso e senza nausea; che il bene non può in nessuna maniera derivare dal male, come la luce non può derivare dalle tenebre. A codesta gente essa aveva ormai sacrificato più di quel che avesse ricevuto o potuto ricevere. I denari si possono trovare e restituire, ma nessuno ti renderà mai la fede che t'ha rubata e messa sotto i piedi.
Dio solo onniveggente e misericordioso avrebbe potuto dire a qual prezzo essa aveva pagata la beneficenza fatta da questa gente alla sua famiglia; la coppa della pazienza era esaurita o non dava che fiele.
Uscì dunque non tanto per respirare l'oltraggio, quanto per sentire fin dove una donna può essere oltraggiata, come il malato desidera che gli portino uno specchio per la curiosità di vedersi livido e consumato dal suo male.
Era la prima volta che usciva sola di sera: e al primo trovarsi in mezzo alla gente, sotto le luci vive delle botteghe, si sentì come travolta da un vortice pauroso. Nell'esaltazione del suo sentimento essa non capiva se avesse ceduto all'impeto d'una passione o all'insidia di una tentazione.
Due volte una voce interna le comandò di tornare indietro e di provvedere in altro modo alla sua difesa; ma una folla di oscure smanie, di cieche furie, di non so quali forze maligne seguitava a incalzarla in una direzione, ed essa vi cedeva come a un istinto.
Voleva vedere, solamente vedere... Dopo sarebbe tornata a casa più convinta e più rassegnata: non osava dire più soddisfatta, ma il cuore sperava anche questo. Anche il cuore ha il suo egoismo. Per quanto ci possa recare dolore e disgusto sorprendere chi ci ruba, con la roba rubata in mano, l'orgoglio vuol la sua parte, e gode quando il ladro colto in flagrante è un nostro acerbo creditore, un nostro persecutore e nemico.
Ecco perché voleva vedere. Oh! non avrebbe fatto scene... no, no: né tragedie, né commedie. Le bastava d'aver tanto in mano per poter dire a' suoi padroni: il conto è pagato: me ne vado: non abbiamo più nulla in comune tra noi: datemi la mia libertà e io vi lascio la vostra responsabilità innanzi a Dio e innanzi agli uomini. I vostri peccati vi hanno tradito: i vostri peccati vi puniranno. Vi perdono il male e la nausea che mi avete fatto.
Camminando colla fretta di chi vuol sfuggire agli occhi dei curiosi, sotto la sferza di questi pensieri, raggiunse in pochi minuti Lorenzo, poco più in là di San Giorgio, mentre egli stava per entrare a comperar delle sigarette in una bottega.
Sempre cedendo a quella forza d'istinto che la guidava, essa traversò tutta la strada per non mettersi sopra i suoi passi e si fermò in attesa, davanti alla vetrina di un piccolo orefice, la quale servì di specchio. Dietro i gioielli e gli orologi disseminati nella bacheca, la via grande e popolosa coi lumi e colle botteghe aperte disegnavasi nello sfondo, come un'altra città, non mai vista, dove andava vagando una signora coperta d'un dolman bigio con in testa un tòcco d'astrakan, una signora pallida e smarrita... Quando Lorenzo uscì dalla bottega coll'elegante astuccio delle sigarette, la signora dal dolman bigio stette un poco a osservare i suoi passi. Egli traversò il crocicchio del Carrobbio e scomparve precisamente nella porta indicata. Il cuore di Arabella dette tre colpi duri e dolorosi. Aveva visto abbastanza. Poteva tornar indietro...
Era una casa maledetta, dove il suo povero papà aveva cercata la morte. C'è una mano cattiva che conduce e rimescola le cose. In quella casa, suo marito, dopo aver cicalato una mezz'ora in una poltrona, accanto a sua moglie, nell'obesità della digestione, veniva a distrarsi con un'altra donna.
Voltò per tornare indietro, con un velo di lagrime steso sugli occhi, nell'umiliazione; ma poi le parve che al suo interesse non bastasse il vedere, bisognava essere veduta, e carpire una prova di più contro i sofismi della bugia. Sciocca e indegna del nome di creatura umana, se non osava rivendicare i diritti della sua dignità di donna onesta! La natura, la legge, l'opinione pubblica, la religione erano dalla sua parte. Dove manca uno scopo al martirio, non può essere santo il prosternarsi nel fango e il permettere che altri ti passi coi piedi sul corpo...
Di questi concetti non rilevava che le ombre gettate rapidamente sul fondo dell'anima, come le immagini sfigurate d'una lanterna magica, in mano a un ragazzo inquieto, balzano sul muro.
I piedi obbedirono all'istinto e la portarono alla casa. Entrò, e, prima che avesse tempo di pentirsene, si trovò nel bugigattolo del portinaio.
Il Berretta non c'era. Il signor Tognino gli aveva trovato un altro posto.
Sul tavolo fumigava in mezzo ai frastagli alle pezze e alle filaccie una meschina lampadina a petrolio, che riempiva del suo puzzo e della sua luce rossastra il piccolo covo disabitato.
La fiamma non bastava a rischiarare che una porzione del portico e i primi gradini della scala. Nel resto il buio fitto involgeva la corte e gli anditi segreti di quella vecchia casa, dove Lorenzo veniva a cercare un compenso all'ineffabile noia della sua casa fresca, pulita, illuminata e impregnata d'una soverchia quantità di virtù casalinghe.
Arabella, aspirando con fremito nervoso l'odore acuto del petrolio, non sentì paura di trovarsi sola, in quell'ora, in quel luogo, in quell'avventura, come se le tenebre e il triste silenzio della tana suscitassero in lei delle seduzioni meno buone, delle vertigini dall'alto in giù; ma la voce di Lorenzo e il suo passo pesante che tornava indietro l'invasero di un subito spavento. Non potendo fuggire, si ritirò dietro un pezzo di paravento logoro, che nascondeva la cucina del portinaio.
Lorenzo scese di corsa, soffiando. Chiamò due o tre volte:
"Carlino!"
Ma non vedendo uscir nessuno, andò nella strada brontolando.
"C'è 'sta carrozza?" domandò dal mezzo della scala una bella voce di contralto, che fece scattare Arabella dallo sgabello su cui s'era accovacciata.
III
UN'ALTRA BATTAGLIA
Un fruscio di vesti annunciò la comparsa della bella Olimpia, che avvolta in una candida sciarpa di seta, che le faceva come un cappuccio, si fermò sull'ultimo scalino ad allacciare i bottoni dei lunghissimi guanti di Svezia. Battendo i piedi per la stizza, cantarellò a mezza voce:
"Che stupidi tutti e due!"
Arabella fece un passo avanti. Stando sempre dietro la torbida impannata di vetro, ebbe la comodità di contemplare la famosa cantante in tutto lo splendore della sua viva e scenica bellezza.
Era veramente una bella creatura, una bella femmina. La guardò con occhio freddo, quasi come si guarda una straniera, cercando nelle esagerazioni dell'orgoglio tutte le ragioni che potevano sottrarla a dei paragoni umilianti.
La cantante aveva occhi grandi, resi più profondi da qualche breve pennellatura. Il viso aveva tondo d'una bianchezza molle, delicata, incipriata. La sua persona larga e maestosa pareva sfidare nella tranquillità delle mosse e nella sicura imperturbabilità del temperamento gaio e superbo, le burrasche e le cattive stagioni di questa povera vita.
La bella creatura, agli occhi freddi e giusti di Arabella, parve riassumere quasi una massima, che ha le sue basi nella vanità delle cose e che si formula di solito in una domanda semplice e terribile: "Che cosa è la vita senza il piacere?"
Arabella, dal suo posto, si saziò nei due o tre minuti che la carrozza tardò a venire nell'esame spassionato di una donna così diversa da lei, contro la quale non sentiva quasi di nutrir odio, perché costei nulla aveva rubato che fosse più caro a lei che ad altri, perché in fondo la donna onesta sentiva che qualche cosa di comune la legava a quella leggiadra civetta nel disprezzo di uno scempio.
Olimpia, quando ebbe allacciato l'ultimo bottone, scese dallo scalino e, sempre canticchiando di stizza, venne verso la portineria, alzò gli occhi, che arrestò con curiosità su questi altri due occhi freddi che la guardavano. E quasi ammaliate l'una dall'altra stettero poche battute a guardarsi così, a interrogarsi coi sopraccigli, finché parve a Olimpia di scorgere in quell'occhio fisso una forza irritante che la turbò: dubitò un istante che la bella signora magra l'avesse con lei.
In quel mentre una carrozza si fermò davanti alla porta.
Arabella, suo malgrado, aprì l'uscio forse per andarsene, venne fuori, e si trovò in mezzo tra suo marito e la donna.
Lorenzo trasalì. Fu la scena muta di un minuto secondo, durante il quale Arabella ebbe agio di riconoscere la sua bella fornitura di corallo al collo della preferita. Non aprì bocca, alzò la mano e la lasciò cadere di peso in uno schiaffo nervoso e sonoro sulla gota molle e incipriata di Olimpia.
Il grido che questa gettò, arretrandosi, scosse Arabella dalla fascinazione in cui l'avevano condotta gli occhi grandi e immobili della civetta.
Si svegliò di soprassalto, spaventandosi di ciò che faceva, cercò un'uscita, scivolò, fuggì tra la porta e la carrozza, traversò il Carrobbio, infilò una strada semioscura, che la menò lontano dal luogo dello scandalo, sostenuta dalla violenza convulsa dei nervi, l'anima fiammante d'una emozione nuova, non mai immaginata, e nemmeno lontanamente sospettata prima, una emozione di forza, di orgoglio, che non dava dispiacere al cuore, anzi rinvigoriva il coraggio, aizzava al combattere. Perché l'aveva percossa? chi l'aveva trascinata? non era forse un sogno?
Non era venuta per far scene e per avvilirsi in una ignobile avventura di palcoscenico. Doveva dunque credere che un'altra donna avesse a un certo punto schiamazzato e operato in lei. Come non provava alcun rimorso di ciò che aveva fatto? Sentivasi anzi più bene, più libera, più sollevata, quasi più appagata nel suo diritto e nella sua vanità. Aveva battuto; aveva schiaffeggiato; la bandiera della insurrezione era sollevata; nessuno, né la legge, né gli uomini, né le donne, tranne forse le buone monache, potevano darle torto. Ma che sanno le buone monache di tutte queste meschine faccende?
Camminò per fuggire presto, per vie che s'infilano l'una nell'altra senza scegliere la sua strada, senza guardare ai nomi e alla meta, purché andasse lontano da quell'antro maledetto. Temeva che Olimpia chiamasse gente e la facesse inseguire. Perché l'aveva battuta? Oh se avesse potuto risvegliarsi da questo brutto sogno!
Per le vie di San Sisto, dei Morigi, di Brisa, vecchie strade che si contorcono sulla pianta del vecchio Milano, si trovò in un piazzaletto più largo, confluente di cinque o sei strade maggiori, tra più spesse botteghe, in un luogo ignoto dove la vista di un orologio elettrico la richiamò al senso del tempo e delle cose di quaggiù.
Ove andava? per di là la strada menava nelle vasta oscurità di piazza Castello.
Da cinque minuti ad alcuni goccioloni di preavviso seguitavano i primi scrosci di un temporale che pesava da un'ora come una cappa di piombo sui tetti di Milano. A man dritta, verso il centro della città, guizzava il lampo in una nuvola nera senza contorni.
Ove andare? a casa no, no, per il suo diritto, per la sua dignità, per la sua liberazione!
Al primo scroscio traversò correndo il largo del crocicchio e corse a raggiungere la casa dall'altra parte, cercando rifugio sotto la gronda, dove l'acqua batteva meno sviata dal vento, rasentò un gran caffè pieno di ufficiali; e qui la colse un senso di raccapriccio, di scoraggiamento, di una paura grande, che somigliava ai terrori della morte. Che cosa aveva fatto? dove andare?
Dio volle che dalla piazza Castello venisse a gran corsa una vettura. Alzò il braccio, agitò il guanto che stringeva ancora come l'impugnatura d'una spada e la carrozza (mandata dal suo angelo custode) venne ad arrestarsi davanti. Pronunciò il nome di una via con un numero e vi si rifugiò. Il cavallo spronato dall'acqua e dalla frusta corse a saltelloni davanti a case e in mezzo a viuzze interminabili, trascinando il legno, facendolo trabalzare agli svolti e sopra le rotaie di ferro. Arrivò finalmente dopo un quarto d'ora, trafelato, irritato anche lui, in un piazzaletto deserto presso una chiesa e si fermò davanti a una porticina.
Il fermarsi improvviso che fece la carrozza scosse Arabella da quello stato di assopimento in cui s'era abbandonata nell'appoggiare la testa alla parete del legno, nel chiudere gli occhi, nel lasciarsi cullare e stordire dal rumoreggiare delle ruote.
Saltò in terra, mise nelle mani del cocchiere il prezzo della corsa, e, senza dire una parola, sparve nell'andito oscuro della porticina, e al buio, cercando a tastoni una scaluccia, giunse sopra un ballatoio che dava verso il cortile.
Un sogno non avrebbe potuto essere più sogno di questa lugubre realtà di trovarsi a nove ore di sera sopra il ballatoio di una povera casa, in luogo sconosciuto, esposta al vento e alla pioggia, che strepitava in un cieco cortile, dove certe piantone nere si agitavano e stormivano nell'ombra.
La casa pareva deserta. Solamente un quadretto di luce, sfuggendo da una finestra, andava a sbattere sul fondo verdone di un castagno amaro, che riempiva de' suoi rami l'angolo del cortile.
Arabella, camminando rasente il muro, lungo il ballatoio per non essere battuta dalla pioggia, picchiò leggermente nella finestra illuminata.
La Colomba, col capo ravvolto in un fazzoletto di cotone, dall'orlo del quale uscivano alcuni pizzi di capelli bianchi, cogli occhiali sul viso, aprì la finestra, e sollevando la lampadina a petrolio che impallidì al soffio dell'aria, domandò:
"Chi è?"
"Sono io, Colomba."
"Chi?" chiese un'altra volta la donna, mettendo fuori il capo.
"Sono l'Arabella."
"O santa Maria Maddalena!"
"Aprite l'uscio."
"Passi di là. Vengo subito. O santa Madonna del Rosario!"
E corse ad aprire la finestra ad uscio, che dava direttamente sul ballatoio.
"Lei? ma è proprio lei? con questo tempo? cari angeli, ci porta qualche buona notizia?"
"Lasciatemi sedere."
"Cara vita mia, è tutta un'acqua. Da dove viene? Aspetti che ora faccio un po' di fuoco. Si sente male?"
"No, abbiate pazienza. Lasciatemi tranquilla un momento. Ora vi dirò tutto."
"Qualche altra disgrazia? si segga, riposi: già, non mi aspetto più nulla di bene."
"Ferruccio?"
"Hanno voluto quasi ammazzarlo. L'hanno buttato in terra, percosso alla testa, peggio degli assassini di strada. Poi dette fuori la febbre, il delirio, la congestione che ha tenuto sospeso il dottore fino a stamattina. Oggi s'è un poco risvegliato; ma pareva diventato matto quando la febbre me lo bruciava vivo. Se non divento matta anch'io, è perché il Signore vuole che io rimanga a soffrire per me e per gli altri, per i vivi e per i morti. Si asciughi i piedi. Da dove viene con questo tempo?"
"Son venuta a cercarvi una carità. Lasciatemi qui fino a domattina."
"Io usare una carità a lei?"
"Vengo qui dopo aver schiaffeggiata una donna. Sentite, tremo tutta."
"O santa pazienza, che cosa mi dite?"
"Non vi ha mai detto Ferruccio che mio marito manteneva un'amante?"
"O poverina, capisco che abbia a tremare. Come l'ha saputo? e ha avuto il coraggio? oh quanti mali ci sono nel mondo, vero, pover'anima? Adesso si calmi; taccia, riposi. Le farò scaldare una goccia di caffè. L'ha presa a schiaffi? capisco, ci son certe cose... Non parli adesso. Lasci quietare il cuore. Vado un momento a veder quel figliuolo... Intanto prenda. Questa è una corona benedetta al santuario di Caravaggio. Se anche non si sente di pregare, se la tenga nelle mani. In certi momenti le nostre forze non bastano e bisogna attaccarsi a qualche cosa di più forte. Del resto, viva la sua faccia! se l'ha presa a schiaffi..."
In queste parole la Colomba gironzava per la cucina, mettendo le mani sulle cose senza concluder nulla. Finalmente si ricordò d'aver promessa una goccia di caffè e accostò un bricco nero e affumicato al fuoco. Poi andò nello stanzino a vedere Ferruccio, che giaceva assopito colla testa avvolta in pezze ghiacciate. La zia Nunziadina, seduta ai piedi del letto nell'ombra oscura del paralume, faceva la calza.
Dopo la benedizione che la povera nanina aveva fatta dare a sue spese a San Barnaba, Ferruccio cominciò subito a migliorare: perciò il cuore della zia aveva qualche ragione d'essere più contento e di sperare.
"Chi è venuto?" chiese sottovoce alla Colomba.
"È la sora Arabella, ma non disturbarla: va in letto a riposare, che resto io."
"Ha aperto due volte gli occhi."
"Ha cercato da bere?"
"Gli ho dato due cucchiai di acqua e zucchero."
Il vento e l'acqua infuriavano sui tetti.
"Par la fine del mondo" mormorò la zia Colomba.
Arabella, cogli occhi fissi alla lingua di fuoco che serpeggiava nel vano nero del caminetto, si abbandonò col pensiero e si lasciò assorbire nella sua stanchezza dai bagliori della fiamma.
Si dimenticò, pesando col corpo sulla povera scranna di paglia, come chi sta per addormentarsi dopo un lungo e faticoso cammino. Anima e corpo sospiravano un minuto di riposo, dopo la gran corsa attraverso alle strade e alle persecuzioni umane.
Il volto, fatto più acceso dall'affanno e dai riverberi del fuoco, splendeva d'una bellezza più asciutta e più vigorosa, in cui gli occhi neri, forti e risoluti, mandavano dei lampi insoliti. Il piccolo berretto o tòcco di astrakan, che le copriva a stento la cornice dei capelli, dava alla fuggitiva un carattere ardito di viaggiatrice, un'aria straniera al suo carattere, un non so che di avventuroso, che sarebbe molto dispiaciuto alle buone madri canossiane.
"È un tempo indiavolato!" disse la Colomba, rientrando e mettendosi in ginocchio davanti al fuoco. Le due donne rimasero così un po' di tempo in silenzio, mentre il bricco cominciava a fremere nella brace e a mandar bollicine dal becchetto. Ravviato il fuoco, la Colomba tolse dalla dispensa una bella chicchera dall'orlo rosso e servì il caffè.
"Si scaldi lo stomaco, poveretta: il caffè rianima. Io non vorrò niente altro in punto di morte. Possiamo farci compagnia, mentre quel povero ragazzo è quieto. Lei dunque ha saputo, e ha dato un paio di schiaffi a quella... E ora non vuol tornare a casa?"
"No."
"Andrà a casa, dalla sua mamma?"
"Non so."
"Non sa, cara pazienza? Se io avessi un palazzo a mia disposizione, sarei così contenta di offrirglielo."
"Povera Colomba..."
"Povera, sì, povera, in tutti i sensi, il mio bene. Eran più di vent'anni che vivevo tranquilla, come se il Signore mi avesse perduta di vista. Non si fa male a nessuno, veramente: e quel poco di bene che si può fare non ci rincresce. Bastò una parola per renderci i più disgraziati del mondo: l'uno è in prigione, l'altro in punto di morte, Nunziadina è convulsa per lo spavento, e io non so se sono di questo o di quell'altro mondo. Vede dunque che tutti abbiamo le nostre tribolazioni e forse le più grosse non sono ancora quelle che si possono contare."
La pioggia verso mezzanotte cominciò a calare, e prese più fiato il vento che scendeva a mugolare nella canna del camino. Le due donne rimasero un pezzo in segreti discorsi nella luce del fuoco. Arabella contò le sue passioni, colla confidenza che ispirano le anime semplici, provando nel togliere i pesi dal cuore un primo sollievo.
"Vorrei scrivere una lettera a mio zio Demetrio."
"Sulla scrivania di Ferruccio c'è carta e penna. Venga con me."
Passarono insieme nello stanzino sulla punta dei piedi, e si accostarono al letto. Arabella pose una mano sulla mano dell'infermo assopito e stette un minuto ad ascoltare il battito dei polsi. Ferruccio aperse un pochino gli occhi. Siccome veniva fuori da una selva di sogni fitti, di vaneggiamenti e di stravaganti deliri, stentò a ritrovarsi, a ricordare, a distinguere il vero dalle ombre. Nel pesante sopore in cui più d'una volta vide suo padre accapigliarsi col sor Tognino, gli era parso di udire la voce della zia Colomba mescolata ad altri rumori che lo menavano lontano, ai giorni della sua fanciullezza, tra i compagni di stamperia, tra i chierici del seminario, tra le più remote e abbandonate sensazioni della sua vita oscura o modesta.
"Ho sete" balbettò sbarrando gli occhi.
Non ben desto gli parve di vedere la signora Arabella attingere dell'acqua a una fontana che scaturiva lì presso, nella luce abbagliante d'una lucerna, e curvarsi verso di lui a refrigerargli la bocca e la fronte abbruciata. Capì ch'eran sogni di febbre e voltò il capo con espressione dolente, chiudendo di nuovo gli occhi.
"È meno arso di stamattina" disse sottovoce la donna.
"L'occhio lo trovo limpido."
"Ora non delira più, ma ieri faceva pietà. Ha nominato anche lei."
"Povero giovane!"
"Vuol scrivere? sul tavolino c'è tutto. Non guardi il disordine. Sono i libri di questo figliuolo che, quando può, ama leggere e scrivere. Fa qualche volta anche dei sonetti che il padre Barca trova mica male. Io mi accomodo nella stretta e appoggio un poco la testa ai piedi del letto."
La Colomba collocò la lucernetta sulla scrivania, tirò davanti un vecchio paravento per togliere la luce dagli occhi del malato e andò a sedersi su un cuscino in terra per poter appoggiare la testa piena di sonno e di dolori al materasso.
Arabella, segregata tra le finestra e il muro, si tolse il mantello dalle spalle, collocò il berretto sul tavolino, e scelto un foglio tra quelli ch'erano sparsi tra i libri, cominciò a scrivere d'impeto:
"Caro zio Demetrio, la sua povera Arabella, dopo aver inutilmente sperato nell'aiuto di Dio, non ha altri a chi ricorrere che al suo buon zio, che fu sempre per lei come un padre. Immagini in quale abisso io son caduta da queste parole: ho abbandonata stasera la casa di mio marito, disposta a morir di fame piuttosto che ritornarvi. Ho schiaffeggiata una donna... O mio caro zio, lei conosce quasi giorno per giorno la mia vita, i miei sentimenti, la mia religione, la mia forza di resistenza al male e all'ingiustizia: quindi non ho bisogno di dimostrarle che se ho potuto venire a questa risoluzione, è proprio perché non ne posso più, non ne posso più. Avrei a scrivere troppo se soltanto accennassi alle vicende dolorose che mi hanno condotta a poco a poco a questo passo. Mi hanno strappato alla mia vocazione, hanno fatto di me una specie di cambiale che doveva riparare a un disastro di famiglia: mi hanno circondata di un fasto senza amore; e quando cominciavo a vivere de' miei affetti di madre, hanno insultato me e la mia creatura per odio al nome che porto; ora che mi pareva di aver tutto perdonato mi insultano nella più sacra mia dignità di donna, mescolandomi ad avventure di trivio...
"Io mi domando se non ho insultato anch'io al mio dovere, credendo che il dovere di una donna onesta possa arrivare fin qui. Questa non è vita, è una condanna che sento di non meritare. Dovessi lavorare venti ore al giorno, logorarmi gli occhi e le mani per un boccon di pane, sarà sempre una condizione più degna di questa quiescenza e quasi complicità a un sistema di cose che viola ogni legge di onestà, di delicatezza, di rispetto.
"Immagino il suo stupore, povero zio, nel leggere queste parole. Ella chiederà se io impazzisca; non crederà possibile che la sua Arabella osi scrivere a questo modo. Si meraviglierà anche perché io non le ho scritto mai nulla di questo stato di cose e che aspetti a gridare aiuto quando l'acqua mi arriva alla gola. Sì, è vero: non ho osato prima di quest'oggi dolermi con nessuno e invocare l'aiuto di nessuno, perché ho sempre creduto che avrei vinta da sola l'iniquità della mia sorte; perché non volevo coi miei lamenti accusare la buona fede di nessuno; perché speravo ancora nell'aiuto di Dio e, superba come sono, speravo nella forza del bene. Dio forse mi punisce, o almeno mi abbandona. Il male è più forte del bene nel mondo, dove, per un cuore che si sacrifica in olocausto sull'altare della virtù, cento egoismi vigliacchi e potenti trionfano incoronati della loro sfrontatezza. Il bene è un sole luminoso ma troppo in alto, mentre di male è seminata la terra che non dà altro frutto e di questo bisogna mangiare per vivere. Mentre scrivo colla febbre indosso, mi pare che anche l'inchiostro abbia color di fango. Zio, o io sono per impazzire o sono molto malata. Non frapponga indugio: venga, non mi lasci naufragare in quest'oceano di amarezze... intendo di chiedere la separazione legale, subito, senza esitazioni, senza restrizioni. Intendo restituire a quella gente tutto ciò che potrò restituire e di partirmene più povera di prima. Nessuno compenserà il male che questa gente mi ha fatto, ma io perdonerò tutto, se ciò può muovere la misericordia di Dio ad aver compassione di me. La fede non basta, lei forse lo sa, che ha sofferto anche lei la sua parte nel mondo. Sopraggiungono pensieri che per poco non spingono alla disperazione. Venga subito a Milano, mio buon zio, e faccia valere per partir subito, la ragione che una sua povera nipote è sull'orlo del sepolcro. Più malata di me non si può essere e la morte dev'essere una cosa ben terribile, se per morire si deve soffrire di più. Mi telegrafi il suo arrivo qui a Milano in casa..."
La mano fu arrestata nella ricerca d'un indirizzo. Arabella alzò la testa, come se si svegliasse da un lungo sonno, si guardò intorno con occhio smarrito, impaurendosi di trovarsi a un tratto sola, in casa altrui, di notte, ospite di gente quasi sconosciuta. Che cosa era venuta a fare in questa casa non sua?
La Colomba, rotta dalla fatica, s'era addormentata col capo appoggiato al letto. Il suo respiro lungo e oppresso era l'unico rumore che rompesse il gelido silenzio della stanza, mentre di fuori la furia d'un vento primaverile faceva stormir la pianta. Qualche stella scintillava sul nero sfondo dei vetri. Sentì sonare alcune ore che il vento portò via senza lasciarle contare. Coi gomiti appoggiati al tavolino, reggendo la testa coi palmi, rabbrividendo ai soffi freddi che entravan per le fessure, Arabella si abbandonò alla vertigine de' suoi pensieri, che la travolsero di ombra in ombra fino all'orlo di un assopimento che ha del sonno tutti i fantasmi ma non l'oblio. E poiché tutti i dolori si conoscono tra loro, il suo patimento presente la menò a risentire le angoscie provate al letto del povero Bertino, a confondere nel rilassamento delle sensazioni se stessa col povero piccino agonizzante, a compassionare se stessa in lui, a combattere confusamente contro la morte, che voleva portarsi via il caro biondino.
Rivide lo squallore delle Cascine, lo smarrimento della sua povera mamma divenuta vecchia vecchia. E allora cercava di dimostrarle che il malato non era il bimbo, ma un'altra creatura, che perdeva la vita col sangue negli spasimi mortali di un aborto: finché sopraggiungeva anche lo zio Demetrio a fare un discorso lungo e confuso sul conto del signor Tognino...
Si risvegliò a una voce che chiamava lì presso. In principio credette che fosse ancora lo zio Demetrio, ma quando riconobbe il luogo, la scrivania, la lettera rimasta tronca, capì che aveva fatto un sogno.
"Ho sete..." ripeté ancora la voce di poco prima,
La Colomba dormiva pesantemente sdraiata sul tappetino. Arabella, riconosciuta la voce del malato, si alzò, pose la lucernetta sul cassettone e si mosse a dargli da bere. Ferruccio s'era un poco levato sul cuscino per togliersi il sacchetto del ghiaccio, che gli scivolava dietro il collo. Vedendo venire verso di lui la signora Arabella, socchiuse gli occhi e dondolò un poco la testa, come chi si accorge di vaneggiare sempre e mostra di compiangere se stesso.
Arabella versò dell'acqua nella tazza e l'accostò alla bocca del malato, che riaprì gli occhi e bevette quasi fino al fondo.
"Come si sente?"
Il giovine fissò gli occhi in faccia alla sua visione e interrogò ancora una volta colla pupilla immobile:
"È proprio lei?" balbettò.
"Vuol bere ancora?"
"No, no..." disse Ferruccio, senza mai distaccare gli occhi dalla sua visione.
"Vuol ancora il ghiaccio sulla testa?"
"No, no..." e allungò la mano per prendere quella del suo fantasma.
Sentì veramente una mano viva e calda. E, come se da quel calore irradiasse la vita, la faccia dell'infermo arrossì, la pupilla si illuminò, e dopo aver chiusi gli occhi per sottrarsi a un acuto tormento, li riaprì velati di lagrime.
"Perché è qui?" interrogò sommessamente.
"Lo saprà: ora stia tranquillo e lasci riposare la povera zia."
Ferruccio si tirò sotto obbediente. Non era ben sicuro che non fosse un sogno.
Cominciò ad albeggiare. Il cielo prese a schiarirsi dietro i ricami del castagno amaro, in cui svegliavasi il bisbiglio degli uccelli. La lucernetta non avendo più olio, Arabella la portò in cucina e la spense: poi ritornò nello stanzino, coprì le spalle col dolman, si rannicchiò di nuovo davanti alla scrivania, la faccia nelle mani, tutta raccapricciante nei brividi mattutini, mezza istupidita dal sonno e dalle emozioni. A San Barnaba suonò l'avemaria, e ad ogni rintocco della campanella il cielo seguitò a schiarirsi, come se obbedisse ad un comando, finché una pennellata di carminio venne ad illuminare i comignoli e le gronde dei tetti. Il vento, spazzate le nuvole, aveva preparata una splendida giornata alle miserie umane. Ferruccio raccolse l'armonia di quel risveglio e cercò inutilmente intorno a sé la dolce immagine, che era venuta a porgere ristoro alle sue fauci infocate. Vide invece la zia Colomba, che, riscossa dal suono della campana, saltava in piedi tutta agitata.
"Hai dormito?"
"Sì."
"Tu sei più fresco, mio cuore. Ho dormito anch'io un pezzo."
Ferruccio si persuase ch'egli aveva proprio sognata la dolce consolatrice e sospirò. La zia Colomba nel suo dormire fitto e pesante aveva dimenticata interamente la povera creatura che era venuta a cercare ospitalità in casa sua e fu per trasalire di paura, quando vide un corpo mezzo abbandonato sul tavolino nella luce crepuscolare. Si accostò, posò la mano sulla testina fredda, e presa da quell'impeto di carità umana, che nel cuore della povera gente non è ancora guasto dalle definizioni, si abbassò su quel corpo irrigidito, strinse la testina nelle mani, vi accostò il viso per riscaldarla e seguendo i suggerimenti della buona madre natura, prese a dire sommessamente:
"O la mia povera figliuola, o il mio caro angelo, che ho abbandonato qui solo a patire. O il mio povero faccino freddo, le mie povere manine... Il sonno ha tradito anche me..."
A questa voce che la compassionava, come se in lei si spezzasse un edificio di ghiaccio che l'aveva sorretta nella sua rigida lotta contro gli uomini, nella debolezza in cui è sempre la coscienza mescolata alle ombre dei sogni, Arabella fu presa da un tal delirio di pianto, che una bambina schiacciata dalle ruote di un carro non avrebbe potuto gridare di più.
Quel gran mucchio di mali, che da otto mesi era andato accumulandosi a fuscellini, divampava in una fiammata. Oh avete un bel dire che la donna è nata pel sacrificio, che può colla grazia e colla sua forza morale vincere e abbellire la tristezza d'ogni destino, assurgere al disopra del fango che la circonda, compiere anche in mezzo alle abbiezioni la sua missione d'amore e di pazienza! Avete un bel dire che a lei la fede è sostegno incrollabile: non è vero. La donna ha bisogno d'amare e d'essere amata, come il fiore ha bisogno d'aria e di luce. Quando la violenza delle cose, la debolezza dei giusti, la tirannia dei tristi costringono una debole creatura a respirare aria corrotta, e voi non date a una povera donna che amarezze, oltraggi e fango, null'altro che fango, lasciate almeno che essa gridi del male che le fate...
Coi pugni dentro i capelli scarmigliati dalla veglia, Arabella Pianelli gridava veramente in un pianto lamentoso senza lagrime, dilaniata dalla coscienza del suo stato, avvilita dopo una notte di falsa e morbosa resistenza, assiderata dal freddo della febbre e della notte.
"Non così, non così la mia creatura...." prese a dirle all'orecchio la Colomba, serrandola alla vita colle braccia e posando la sua testa grigia sui capelli morbidi e biondi della tribolata. "Non così, per amor di Dio. Ciò può far male anche a questo figliuolo malato. Crede che non ci sia un Signore anche per noi? Io capisco e compatisco, angeli custodi, ma non bisogna mai disperare della Provvidenza. Questo è un piangere che rompe il cuore e del nostro cuore dobbiamo rendere conto come di un vasetto d'oro che Dio ci ha dato in custodia. Ti hanno maltrattata, il mio angelo; ti hanno venduto, avvilito, insultato nel tuo sentimento di sposa e di madre, e so che certi mali fan perdere la testa. Tu non hai meritato questi castighi, è vero; ma sappiamo noi se non soffriamo per il bene di qualcuno? Nostro Signore aveva meritata la sua passione? E tante povere mamme che non han da dare da mangiare ai loro figliuoli, meritano di soffrir tanto? Noi non sappiamo nulla dei misteri del mondo, cara Arabella; ma dobbiamo tener dacconto il nostro cuore, perché gli è come il tabernacolo del Santissimo. Se non ci vorranno bene gli uomini, ci vorranno bene gli angeli, ma noi dobbiamo aver sempre pronto il cuore a ricevere il bene che ci vorranno dare o presto o tardi. Su dunque, alza la testa, mio caro angiolo, e vieni fuori con me, un momento. C'è qui la chiesa vicina: noi abbiamo bisogno di essere aiutate a patire..."
La Colomba ricondusse la figliuola di nuovo nell'altra stanza. Le ravviò un poco le vesti; fece un po' di fuoco ancora e versò quel resto di caffè che era rimasto in fondo al bricco. La persuase a non mandare per ora la lettera allo zio Demetrio e a cercar invece di quella sua amica di collegio, l'Arundelli, a cui poteva confidare il suo segreto. Meglio di tutto poi sarebbe stato di andare alle Cascine in cerca della mamma. La mamma è il miglior dottore per certi mali...
IV
UN UOMO TRA DUE DONNE
Olimpia sul primo momento, sorpresa e sbalordita dalla violenza del colpo, si rifugiò, senza capire, sotto il portico Quando rinvenne dal suo intontimento e sentì la gota ardere, cominciò a capire d'essere stata percossa da una donna gelosa, da quella stessa donna che l'aveva fissata così freddamente negli occhi.
Un vulcano di sdegno vomitò lava e fuoco nel suo cuore di bella donna superba e leggiera. Tale e tanta fu la furia che l'assalì, che, strozzata dall'emozione, non poté metter fuori una parola. Stretti i denti, da cui non usciva che un fischio sordo, montò a corsa le quattro lunghe scale, si attaccò furiosamente al cordone del campanello, riempì la casa del frastuono, entrò nella stanza dove ardevano ancora i doppieri, si tolse, o meglio si strappò di dosso la mantellina, la buttò sul letto, e ne uscì bellissima, terribile, nel suo vestito di teatro, d'un rosso metallico fosforescente, colle solide spalle ignude, colle braccia ignude fino ai guanti.
Lorenzo, che l'aveva seguita ansante, entrò anche lui, ripetendo:
"Senti, senti..."
"È tua moglie?" domandò, andandogli fin sotto gli occhi colle mani.
"Senti, dunque."
"È tua moglie?" ripeté con un tono, con uno sguardo che non ammettevano indugio.
"Sì, ma..."
"Allora lo restituisco a te..." e cavandosi con uno strappo lungo e violento l'alto guanto di Svezia, collo sforzo irritato e raccapricciante di chi leva la pelle a una biscia viva, lasciò cadere la mano con un colpo forte sul viso largo del Bomba, che barcollò, si appoggiò all'uscio, e mormorò chinando la testa:
"Olimpia, che cosa fai?"
"Aggiustatevi tra voi. Già sapevo che tu sei un imbecille."
"Scusa..."
"Vammi fuori dei piedi..." e gli scaraventò addosso una boccetta d'acqua odorosa. Buon per lui che il colpo andò perduto.
Olimpia si strappò i braccialetti e la collana e pezzo per pezzo li buttò ai piedi di quel grosso imbecille, che stava appoggiato al muro, come un uomo sotto una gronda in attesa che si sfoghi un temporale.
Quando nel guardarsi nello specchio essa scorse sulla gota destra il segno e quasi il solco dell'oltraggio ricevuto, non avendo altro modo di vendicarsi, investì nuovamente Lorenzo, lo coprì di vituperi e di trivialità rimestate nel crudo linguaggio del palcoscenico e della bottega paterna. (Suo padre era uno zoccolaio di Pavia.)
"Tu mi darai una soddisfazione..." soggiunse, quando fu un poco sedato il terribile uragano delle sue passioni turbolente.
"Io ti chiedo scusa, Olimpia: io non potevo prevedere."
"Domani mi accompagnerai."
"Dove?"
"A Nizza..."
"Cioè..."
"Sì, a Nizza. Poiché quella donna fa la gelosa, mi mette in puntiglio. Devi venire via con me. Voglio divertirmi. Ti vorrò bene ancora, forse, ma tu devi darmi questa soddisfazione."
"Ben, ne discorreremo. Adesso tu sei agitata..."
"Termine ventiquattro ore: o tu mi accompagni a Nizza, o io dimostrerò a tutti che sei figlio di un ladro..."
"Olimpia!" esclamò Lorenzo con qualche risentimento "tu non farai questa brutta parte."
"Termine ventiquattro ore, o con me o contro di me..."
Olimpia chiamò la servetta e fece accompagnare alla porta il signor Lorenzo Maccagno, che se ne venne via come un cane scottato. Strada facendo, gli sonò nella testa più volte il dilemma: "O con me o contro di me..." Di solito le furie di Olimpia duravano come le emicranie di una bella signora, e si poteva prevedere che passate le ventiquattro ore, non avesse a parlar più di Nizza e di soddisfazioni. Ma il caso non era dei soliti, e quando ella avesse proprio voluto giocare di puntiglio e pigliarsi una soddisfazione, non le mancavano i mezzi di tormentare lui, suo padre, sua moglie. C'era di mezzo un brutto intrigo, che in mano di furbi poteva diventare un pericoloso riscatto. Ma il guaio più grosso lo aspettava a casa. Chi avrebbe potuto immaginare che Arabella... Era proprio lei? chi le aveva dato questo coraggio? chi l'aveva così bene informata? dov'era venuta a nascondersi per uscire improvvisamente, come una donna qualunque, a menar le mani? Arabella? La madonnina infilzata, la monachella di Cremenno, che spia, sorprende, schiaffeggia una Olimpia, gli pareva un caso così poco naturale, così contrario all'indole di sua moglie che, strada facendo, andò a supporre in questa faccenda lo zampino di qualche interessato.
"Di chi?" si domandava, arrestandosi tratto tratto sulla soglia delle porte al coperto dell'acquazzone che cominciava a battere il selciato. E proseguendo rasente i muri, seguitava ruminando: "Non c'è che lui che ha l'interesse di mettermi in cattiva vista d'Arabella: non c'è che lui che sa queste mie relazioni e che da un pezzo mira a romperla con me. È lui che istiga mia moglie, che mi mette in cattiva parte. Ora avrà gusto di vedermi nelle peste. È lui che vuole lo scandalo. Si parlerà di una separazione e ciò lo libererà dall'obbligo di mantenermi e di pagare i miei debiti. Non mi darà più un soldo, contentone di sostenere le parti di mia moglie contro di me. Io dovrei mostrarmi più forte in questa faccenda, più geloso de' miei diritti... Non devo accettare una separazione, ma posso promettere a mia moglie dei nuovi patti. Voglio la mia indipendenza: il marito sono io, e in casa mia voglio aver il diritto di comandar io".
In questi strani e rotti pensieri, tra cui non osava formularsi interamente la languida e posticcia gelosia che lo istigava, Lorenzo, più stordito che umiliato, venne sotto la pioggia di via in viuzza fino al crocicchio che la via dei Ratti fa, o faceva, con quella degli Armorari. Ve lo aveva condotto in mezzo all'oscurità e all'incertezza della volontà un pensiero meno buio degli altri, che si confondeva quasi coll'istinto di una vecchia abitudine.
Quando fu sulla piazzetta, infilò una porticina, mezza nascosta da un assito di fabbrica, salì al lume d'uno zolfanello di cera una sconnessa scaluccia, dagli scalini rosicchiati dal tempo, picchiò col pomo del bastoncino in un uscio, sul primo pianerottolo, e mentre il buio lo avviluppava da ogni parte, stette e sentire se qualcuno rispondeva dal di dentro. Dopo un poco di tempo rispose un sordo brontolìo accompagnato da uno strascico di pianelle fruste. Di sotto alla fessura dell'uscio scaturì un filo di luce rossiccia, che si dilatò nel guazzo del sucido pianerottolo, mentre una voce che aveva dello spaventato, dimandava di dentro:
"Chi è?"
"Sono io."
"Io, chi?"
"Lorenzo."
"Che Lorenzo?"
"Il Bomba."
"A quest'ora?" esclamò il Botola, aprendo e introducendo il figliuolo del suo miglior amico.
Il vecchio pignoratario s'era già messo in arnese di confidenza, con una zimarrona indosso, a fiorami gialli, filettata di nastro rosso e in testa un fazzoletto di nessun colore, raggirato come un turbante, sotto il quale la sua faccia piena d'infossature e sparsa d'una peluria dura di argento, luccicava come un vetro al riverbero della lucernetta ch'egli teneva in mano.
"A quest'ora, con questo tempo? tu devi averne fatta una delle tue. Hai giocato eh? hai giocato dalla zietta e hai perduto ancora, malandrino. Capisco dagli occhi che hai perduto. Quel tuo povero padre ha un bel risparmiare il quattrino e un bel mangiarsi il fegato, ma la testa non te l'aggiusta più. Io, se di una cosa mi contento, è d'essere solo al mondo come un vecchio cane, piuttosto che d'aver dei figliuoli che mi mangiano il sugo degli ossi."
"Quando avrai finito, Botola, raccomanda l'elemosina."
"Vieni, siediti. Sai che io ti ho sempre dato dei buoni pareri. Con tuo padre siamo vecchi amici. Abbiamo cominciato a far degli affari insieme sul mercato di Porta Ticinese, qualche anno prima del quarantotto. Tuo nonno, che chiamavano il Valsassina, aveva un botteghino di liquori laggiù, presso Sant'Eustorgio, e mentre gli italianoni facevano alle barricate di fuori e di dentro, noi abbiamo quietamente introdotto qualche dozzina di brente di spirito senza pagare il dazio. C'era altro a pensare in quelle giornate che a curare chi frodava. Gli altri gridavano: Viva l'Italia! Viva Pio Nono! (con quel bel costrutto che s'è visto), e noi intanto si facevano i nostri bravi interessi. Quello fu il principio della fortuna di tuo padre che, bisogna riconoscerlo, non ha mai fatto i corni alla fortuna, come tu, animale, li fai alla tua legittima consorte. La sorte gli ha soffiato di dietro, e oggi il sor Maccagno può aspirare a esser cavaliere come ogni altro italianone, mentre io son rimasto un povero cane, costretto nella mia vecchiezza a far da pignoratario alla miseria altrui."
Il Botola indicò cogli occhi la roba che riempiva lungo le quattro pareti la stanza, non molto ampia, col soffitto a travetti. Sopra alcune mensole confitte nel muro, erano appesi dei rotoli, dei sacchi, degli involti gonfi, immersi in una misteriosa oscurità, dai quali emanava un lungo odore di muffa e di vecchiezza. Roba d'ogni foggia e senza foggia era ammucchiata negli angoli, in terra e sopra le seggiole, accatastata al muro, come se aspettasse d'esser portata via.
Sopra una gran tavola zoppa, d'uno stile quasi rococò, stavano dei registri a matricola con dei fasci polverosi di quitanze schiacciate da grosse chiavi, in mezzo a una raccolta di oggetti di apparenza rara e preziosa, come a dire orologi a pancia, cornicette sagomate, statuette di legno e di bronzo, tondini pieni di antiche monete e di minute rarità d'antiquario, reliquiari e perfino libri di preghiere, roba infine scossa e buttata dalla miseria e dall'onda della vita a depositarsi a poco a poco e a incrostare il banchetto d'un uomo paziente e preciso.
Per quanto l'apparenza del Botola fosse di pover'uomo (tutti lo chiamavano Botola, ma c'era chi credeva di sapere che il suo vero nome fosse Domenico Guerrini), tuttavia non gli mancava mai in casa un centinaio di lirette straccie per salvare un buon figliuolo di famiglia dal fare una cattiva figura, e più volte ne aveva prestate in segretezza anche al figliuolo del suo miglior amico, limitandosi a un meschino interesse per riguardo a una vecchia amicizia che risaliva fino al quarantotto.
Dopo il suo matrimonio, Lorenzo non si era lasciato più vedere dal vecchio pignoratario, e ciò spiega la meraviglia che il compare mostrò nel trovarselo davanti a quell'ora, con quel brutto tempo, con quell'aria malinconica.
"E dunque? è in casa dalla tua cara zietta che hai perdute queste duecento lire?"
"Che duecento lire? chi ti ha detto che ho perduto?"
"Me lo dicono i tuoi occhi di pollo morto. Son forse cinquecento? Io ti credevo canonizzato per santo, lo giuro. Arrivi in un cattivo momento, anima mia, se pensi che io possa aiutarti. Non è né bello né morale che un uomo tradisca il suo miglior amico, guastandogli il migliore de' suoi figli."
"Se mi lasci parlare..."
"Sì, parla, parla."
Lorenzo in quattro parole mise a parte il miglior amico di suo padre di ciò che era accaduto in Carrobbio e concluse:
"Olimpia è in collera e mi ha cacciato via, ma di lei non me ne importa. Penso invece che a casa non posso andare: le sfuriate non mi piacciono e tu sai che egli va presto fuori dei gangheri. Mi dispiace per Arabella... Se tu potessi aiutarmi..."
"Come posso aiutarti?"
"Cercando di placare Olimpia, che ha per te un po' di deferenza. Ella sa che tu mi hai fatto del bene molte volte e che puoi far del bene anche a lei in una circostanza..."
Lorenzo stette a osservare l'effetto che queste parole facevano sul vecchio pignoratario e gli parve di scorgere in fondo agli occhietti bigi e furbi un raggio di tenera compiacenza. Quindi soggiunse:
"Poi devi vedere subito mio padre e tenergli un serio discorso. Io so che in questa faccenda egli non rappresenta una bella parte, no: pare che ci trovi del gusto a compromettermi, a farmi fare delle cattive figure..."
"Lo meriti..."
"In lui parla un sentimento d'avarizia, e lo sai. Più volte mi ha ripetuta la minaccia di diseredarmi e di trattarmi male, non come un figliuolo, ma come si tratta un ingrato."
"L'ha detto anche a me."
"Tu vedi che rovina! Se Arabella domanda una separazione, io sono letteralmente sopra una strada."
"Ha detto anche a me che avrebbe lasciato il suo all'Ospedale, piuttosto che buttarlo in bocca ai creditori di suo figlio. Ma che interesse può avere?"
Lorenzo non rispose e stette cogli occhi fissi, rivolti a un angolo buio della stanza, dove cercò nascondere una sua vergognosa idea. Agitò il bastoncino, picchiò sulla punta delle scarpe, e, traendo un grave sospiro, seguitò:
"Ora non posso dir tutto; ma tu devi vedere mio padre domani e parlargli chiaro".
"Cioè? che cosa gli devo dire?"
"La sua volontà di ferro è la volontà di tutti, anche di Arabella, perché in fondo ci domina tutti. Dimostrargli che è del comune interesse. Per parte mia prometto che farò di tutto, per essere..."
"Meno indegno della sua eredità" suggerì il Botola sogghignando.
"Anche questo..." Lorenzo tagliò l'aria con tre o quattro movimenti di scherma. "Anche questo, Botola, e perché no? Digli che non gli conviene pigliar di fronte Olimpia, usarle delle durezze, perché Olimpia potrebbe diventare un nemico pericoloso. Essa pretende d'aver visto mio padre entrare a prendere delle carte nella stanza della morta Carolina... Conosci questa storia?"
"La conosco, la conosco, Olimpia me ne aveva già parlato una volta. È una testimonianza che conta un bel nulla."
"Tuttavia i parenti ci fanno su un certo calcolo; Olimpia chiamata a giurare sull'onor suo..."
"Che non ha."
"O sulla sua coscienza..."
"Che il diavolo ha portato a conciare."
"Come vuoi; ma è una donna che fa del chiasso: e non vorrei che per smania di vendetta tirasse la questione su questo terreno."
"Io dirò tutto questo a tuo padre e sarò ben contento di mettere la pace in una onorata famiglia..." Il Botola strinse nelle rughe un sogghignetto ironico e picchiando sul ginocchio di Lorenzo riprese: "Quando si tratta di una certa eredità di quattrocentomila lire, trovo che si può fare anche qualche sacrificio. La miglior maniera per placare Olimpia sarebbe di anticiparle i quartali di una buona stagione".
"Tu potrai suggerire anche questo... Se tu mi aiuti, Botola non avrai a pentirti di me. Altrimenti io dovrò fare altri debiti e, non potendo pagarli, finirò coll'ammazzarmi."
"Non dire queste brutte cose..." sogghignò il vecchietto.
"Son così stufo..." disse soffiando il Bomba.
"L'ammazzarsi non paga nessuno. Voialtri giovinotti scapestrati credete di far dello spirito con questo vostro ammazzarsi, che lascia i creditori negli impicci. Il vero spirito..."
"È quello che si froda al dazio..." fu pronto a ribattere con lieta soddisfazione Lorenzo, che tratto tratto aveva lampi d'ingegno.
L'acqua che gorgogliava nel canale richiamò per un istante l'attenzione dei due amici sul tempaccio che infieriva di fuori.
"Dove intendi di andare con questo tempo?" chiese il padrone di casa.
"Sono uscito coll'intenzione di accompagnare Olimpia a teatro e l'abbiamo fatto noi il teatro. Ora è troppo tardi per chiedere ospitalità alla mia buona zia Sidonia, che sta fin laggiù nei Fiori. E poi dovrei dare delle spiegazioni che mi seccano."
"Ci va molta gente in casa di questi tuoi parenti?"
"Da un pezzo non ci vado più."
"È vero che tuo zio Borrola vince... troppo?"
"Che vuoi ch'io sappia? tu credi a tutte le voci."
"Ho sentito anche il marchesino di Brienne lamentarsi di questa faccenda. Un padrone di casa deve saper perdere qualche volta, se non altro, per cortesia. Del resto son cose difficili a giudicare e ognuno è padrone di far quello che vuole in casa sua. Così io intendo la libertà, la libertà vera, non quella che gridavano gli italianoni nel quarantotto."
"Senti la casa del diavolo!" esclamò Lorenzo a un colpo tremendo di tuono, che scosse la casa e i vetri.
"Se tu vuoi restare nella povera casa d'un vecchio amico, io posso offrirti questo divano e una coperta di lana, in cui potrai passare la notte, che è detta la madre dei consigli."
"Accetto volentieri se non ti disturbo."
"Non è la prima volta che offro la mia casa a dei bravi giovani. Quest'inverno ci ha dormito anche il marchesino e non si è trovato male. Già, intesi: io non posso offrire di più che una coperta."
"Nessuno pensa male delle tue intenzioni..."
"Una buona coperta non manca mai..."
Il vecchio pignoratario, strascinando le pianelle, andò col lampadino in mano verso un angolo della stanza, si abbassò, sciolse la bocca d'un sacco, riempiendo coll'ombra del suo corpo ricurvo il soffitto e le pareti, tirò dal sacco una coperta di lana, facendosi rosso per lo sforzo, e tornò verso il giovine, trascinandosela dietro come un manto reale.
"Questa è roba della nobile e antichissima famiglia Rescalli. Qua dentro hanno dormito delle famose bellezze. Ci si sente ancora un delicato profumino di peccati mortali. Ora stento a difenderla dai topi."
Il vecchio pignoratario rallegrò il suo viso, angoloso e ruvido come un pezzo di tufo, con un sorriso di indulgenza. Buttò la coperta sul divano, e, accusando un gran sonno, accese un moccoletto di sego e se ne andò a dormire in un buco vicino augurando la buona notte. La casupola in cui abitava era di sua proprietà, acquistata a poco a poco con lenti risparmi. Varie scaluccie giravano in quel labirinto di muri cadenti, che una martellata del progresso ha di recente fatto scomparire come un castello di sudice carte da giuoco.
Intorno era una trama di vecchissime case, alcune delle quali con dei segni storici in fronte, l'una appoggiata all'altra per non cadere, con una rete di anditi e di corridoi e di cortiletti e di buchi da far venire in mente i meandri d'un formaggio lodigiano male assortito.
Lorenzo stese le gambe sul divano e accese un sigaro per abbandonarsi meglio al corso dei suoi pensieri.
Il mal tempo rumoreggiava e fiammeggiava sopra i tetti neri delle case vicine e sopra i tettucci logori d'un cortiletto chiuso come il fondo d'una torre, in cui tre o quattro canalacci di ferro versavano il diluvio universale con un frastuono d'inferno.
L'acqua, passando tra le fessure d'una finestra lunga e mal chiusa, cominciò a versare un rigagnolo che si distese a poco a poco in una tortuosa biscia nel mezzo della stanza. La lampadina, a cui il padrone lesinava il petrolio, ben presto cominciò a crocchiare, a mandare dei guizzi, diffondendo ombre e puzzo, ombre in cui gli involti appesi ai ganci parevano i corpi degli strozzati di casa.
Il Botola sotto quella casa del diavolo aveva coraggio di dormire come un bambino. Il vecchio batteva il selciato dalla mattina alla sera, sempre sulla traccia d'un piccolo buon affare, e al primo stendere le gambe nel canile l'accoglieva il sonno del giusto. Il suo russare pareva il verso d'un cane malato: e due volte Lorenzo gli dette sulla voce. Il vecchio si voltò sul fianco e ripigliò la musica in nota di contrabasso.
A poco a poco Lorenzo poté mettere un ordine ne' suoi pensieri. Il pensare non era il suo forte, ma questa volta capì che stava per giocare una carta seria. Si arrabbiava dentro di sé all'idea che Arabella avesse scoperto l'intrigo, prima per il dispiacere che essa ne doveva sentire e poi per la serie di pasticci che ne dovevano derivare. Le donne non ammettono certe distinzioni, ma se egli avesse potuto persuaderla avrebbe parlato presso a poco così: Senti, Ara, bell'Ara, tu sei sempre mia moglie, io ti voglio bene; io anzi son superbo di te, e mi dispiace che tu possa essere gelosa di una cantante d'operette. Il cuore non c'entra. Tu sei stata così malata in questi mesi..." Ma capì che era tempo perso a seguitare su questa via, perché né egli avrebbe fatto un tal discorso a sua moglie né Arabella avrebbe avuta la pazienza di ascoltarlo.
Come mai costei aveva trovato il coraggio di far quel che aveva fatto? Dunque non c'era in lei soltanto la devota cristiana e la madre della rassegnazione, ma anche un diavolo geloso che menava le mani maledettamente. Va a capire le donne! ti si cambiano nelle mani come le carte di prestigio. La donna di fiori ti diventa la donna di picche e viceversa. Il bello si è che, paragonando Olimpia, l'Olimpia dagli occhi pitturati e dalle carni floscie a questa donnina nervosa, a questa bionda dagli occhi intelligenti che col suo bel tòcco d'astrakan in testa si apposta dietro un uscio, sbuca fuori e batte senza parlare una sciocca rivale - confrontando le due donne come donne - il bello si è, che egli veniva a poco a poco a innamorarsi di sua moglie. E di nuovo tornava nel pensiero di prima: che Arabella non avrebbe mai saputo nulla, se non ci fosse stato di mezzo l'interessato a metter male, a seminare la zizzania tra marito e moglie, per raggiungere chi sa quali sue idee.
Quando Lorenzo si scosse una prima volta da queste confuse riflessioni che gli riempivano la testa di nebbie e di dolori, si accorse di essere al buio. L'acqua batteva rabbiosa contro il telaio della finestra e sgocciolava dai travicelli. Il Botola faceva di là il verso della morte. Cercò i zolfanelli e s'indispettì di non trovarseli più indosso. Nel mettersi a sedere sul divano, posò i piedi in terra e sentì che l'acqua del rigagnolo era già arrivata fino a lui come una lunga biscia e faceva un lago. Che notte birbona! Un senso non so se di odio, o di stizza, o di paura, o di dispetto, o di noia, o di tutt'insieme l'assalì, l'avvilì, gli fece provare il tedio immenso della vita. Capì come si possa in certi istanti mettere la mano sopra una pistola carica, puntarla alla testa e finirla con una vita stupida.
Finì coll'addormentarsi anche lui.
V
LA SCHIAVA È RIPRESA
Arabella ringraziò la Colomba e mentre questa avviavasi in cerca del signor Tognino per parlargli del vecchio Berretta, e commuoverlo sullo stato del figliuolo, essa andò a chiedere un asilo a Maria Arundelli.
Attraversò Milano chiaro e splendido nella bella giornata serena e nella frescura lieta del mattino, come una sonnambula che cammina sognando. C'era a meravigliarsi ch'essa sapesse ritrovare le strade; ma la sostenne, la portò, la guidò la medesima forza d'irritazione e di sdegno che l'aveva condotta fuori di casa, una forza che metteva radice in una profonda speranza: la liberazione... Per quanti mali avessero a succedere, nessun male poteva essere più triste del tornar nel dominio brutale e assoluto di un uomo che, non mai come ora, sentiva di non aver mai amato.
Maria Arundelli, moglie a un modesto professore di ginnasio, abitava un quartierino di poche stanze al quarto piano d'una casa nuova sul piazzale di porta Genova. Era una buona ragazzona, figlia d'un negoziante di carta, di temperamento allegro, di cuore irragionevole e sempre spettinata. La casa, gli allattamenti, il piccolo stipendio, i crucci e la tribolazione delle serve non riuscivano a toglierle la voglia di ridere e di voler bene alla vita, che natura le aveva dato abbondante, sana e pacifica.
Maria Arundelli aveva seguito con interesse il matrimonio della sua compagna di collegio, lieta di ritrovare nell'Arabella Pianelli, che a Cremenno chiamavano la maestrina, una buona relazione e un'amica che non avrebbe badato troppo all'etichetta delle visite e dei ricevimenti. Capì subito che la poveretta non era molto felice. Quando seppe del brutto accidente capitatole sulla pubblica strada, corse a trovarla e raccolse delle confessioni che le strinsero il cuore. La visita improvvisa dell'Augusta a sera tarda e le mille parole che in tre minuti la veneta pronunciò sulla soglia dell'uscio, l'avevano messa sossopra. Non poté dormire la notte e già si preparava a uscir di casa per aver delle notizie, quando Arabella, bianca come una morta, le comparve davanti.
Le due compagne di scuola si abbracciarono senza parlare, senza piangere.
"Vieni, la mia povera tosa: contami questa storia."
"Sarei venuta fin da ieri, ma ho avuto paura. Ti disturbo?"
"Niente affatto, Giorgio ha approfittato del giovedì e della bella giornata per condurre la bambina dalla nonna in campagna, non ci siamo che io e Napo; anzi se permetti sento che piange, vado a prenderlo, perché è la sua ora."
Maria lasciò Arabella nel piccolo salotto e tornò col suo grasso bambino, che usciva dalle fascie come una castagna matura dal riccio. Siccome il bimbo, non abituato a sentire che i suoi bisogni, non cessava dallo strillare, la mamma, per farlo tacere, sbottonò in fretta il giubboncello di lana e gli porse la poppa, sedendo vicino alla compagna che pareva irrigidita dal freddo e dal patimento.
"È vero quel che mi ha detto ieri sera la tua cameriera?"
Arabella raccontò in poche parole fredde e senza lagrime la scena della sera.
"E ora che intendi di fare? separarti da tuo marito?"
"Sì."
"Proprio davvero? pensaci. È sempre una disgrazia. Hai già scritto a tua madre?"
"Non ancora. Vorrei sentire prima il tuo consiglio. Per me, oggi, non c'è che un consiglio buono."
"Povera Arabella! chi te l'avrebbe detto a Cremenno? Una separazione, sta bene; ma poi, dimmi, vuoi tornare nella tua famiglia? lo puoi?"
"No, in famiglia no. Non voglio essere più di peso a nessuno."
"Hai tu abbastanza da vivere?"
"Nulla, sai bene."
"È vero che tuo marito, in ogni modo, ha l'obbligo di concorrere..."
"Non voglio nulla da quella gente. Piuttosto la fame."
"Caro il mio angelo, anche la fame è una brutta cosa."
"Non è la peggiore..."
"Tu sei giustamente irritata e parli come sente il cuore; ma il cuore non è soltanto lui il padrone di casa. Vediamo un po' di ragionare sul caso tuo. Tu non vuoi tornare in famiglia, non vuoi accettare nulla da tuo marito, non puoi bussare alla porta delle monache..."
A questo punto fu picchiato all'uscio. Maria, interrompendo la dolorosa argomentazione, soggiunse:
"Scusa, dev'essere la mia nuova donna di servizio. Me l'hanno mandata ieri da Pallanza e non distingue il dritto dal rovescio d'un padellino. Ci vuole una pazienza!... Mi tieni un istante il piccino?"
Maria collocò il bamboccio roseo e trasudato come se lo distaccò dal seno sui ginocchi di Arabella, e, trottolando coi grossi fianchi, corse a vedere quella benedetta ragazza.
Arabella sollevò il bimbo mal fasciato che sgambettava, guardandola coll'occhio largo e beato dell'uomo soddisfatto, strabuzzando la boccuccia sotto gli sforzi della digestione. Quando ebbe digerito, fece un sorrisetto che illuminò la sua faccia di galantuomo senza denti, ma non trovò nessuna corrispondenza da parte della bella signora.
Si sarebbe detto, al modo con cui Arabella stava a guardarlo, coll'occhio fisso e metallico, che le fosse antipatico o che provasse del dispetto a stare con lui.
"Tu non puoi bussare all'uscio delle monache" riprese Maria ritornando "e non puoi andare a fare la serva."
"Tu puoi aiutarmi".
"Come posso aiutarti?"
"Tua sorella Clementina è ancora direttrice dell'Ospedale dell'Annunciata a Genova."
"Non è più direttrice, perché l'hanno nominata madre superiore; ma l'Ospedale dipende ancora da lei. Dopo l'arcivescovo è la prima autorità ecclesiastica della città; la chiaman la papessa. Ma tu non hai voglia di ridere, povero cuore. Ebbene che possiamo fare per te?"
"Quelle buone monache non hanno in Genova una casa di rifugio?"
"Hanno infatti un rifugio per i vecchi e per le miserie che nessuno riceve."
"Dunque troverò anch'io un rifugio."
"Che pensi, che cosa dici? va via, andiamo..." esclamò in tono di rimprovero Maria Arundelli, stringendosi al petto il suo marmocchio.
"Maria, se anche tu mi abbandoni..."
"Io non ti abbandono, ma tu adesso sei alterata dal dolore e parli a sproposito. Ti aiuterò certamente, ma non mi pare il caso di avvilirsi a questo modo e di disperare della Provvidenza."
"Non nominare la Provvidenza. Sapessi, Maria, quante volte fui sul punto di negare questa Provvidenza che ci hanno insegnato a invocare nelle nostre necessità. Che cosa ha fatto Dio per me dal giorno che sono venuta al mondo? quando ho avuto un giorno di gioia serena e intera? Da bambina ho sofferto spaventi e strazi di cuore, che mi spaventano ancora e mi fanno trasalire la notte quando mi addormento male. Tu la sai la mia storia. Ho fin patito la fame... Ho chiesto a Dio di poter abbandonare il mondo, e mi hanno risposto che il dovere era di restarci. Ebbene, che cosa ho guadagnato dal mio sacrificar tutto, vocazione, simpatie e fin la mia creatura? e chi ha guadagnato almeno per conto mio? nessuno. Io non ho cambiato nulla, non ho migliorato nulla, il fango è rimasto fango, anzi il fango è cresciuto intorno a me e invece d'amore, vedi, non ho raccolto che oltraggi, odio, tradimento. No, Maria, no: non ne posso più. Non ho più forza per resistere all'onda di questi mali. Se finora ho vissuto inutilmente per gli altri, è tempo ch'io cominci a vivere non inutilmente per me, perché" (e Arabella nel dir queste parole alzò il capo con qualche fierezza) "con questo veleno nel cuore io non posso piacere a Dio e non è con questa disperazione, che mi soffoca anima e respiro, ch'io potrò meritarmi il suo perdono. Se io resto ancora un giorno nella compagnia di questa gente, la disperazione, Maria, potrebbe montare dal cuore alla testa e allora c'è la pazzia, mia cara, c'è qualche cosa di peggio..."
La figlia del povero Cesarino Pianelli si attaccò con una forza nervosa al braccio dell'amica, come per sostenersi contro un pericolo nei dibattiti convulsi del suo dolore. Chinò la testa: da accesa divenne di nuovo pallidissima e mormorò come se parlasse a se stessa:
"Non ho mai compatito tanto il mio povero papà come in questi giorni..."
"O Madonna, tu le perdona perché non sa quel che dice" interruppe vivamente la buona e devota Maria, coprendo colle braccia il bambino, perché non sentisse le brutte parole.
"Provassi! ci son dei momenti in cui pare così necessario e così bello il morire..."
"Tu sei malata, la mia figliuola" gridò la povera Maria: "tu non pensi, tu non le senti le cose che dici. Scriverò subito a mia sorella, se ciò può farti un po' di bene."
"Dille che son disposta a tutto: a far scuola, a servire malati, a rattoppare dei cenci, a tutto, purché sia in un luogo dove possa dimenticare quella che sono stata."
"Io farò quello che vuoi, ma promettimi che non dirai più cose spaventose. Tu mi hai fatto piangere anche Napo... Non piangere così, Napo..." prese a cantarellare al bimbo che strillava per conto suo "non ha detto sul serio la zia Arabella. Adesso l'hanno fatta soffrire ed è molto malata. Quando diverrai grande capirai anche tu, Napo, che cosa voglia dire soffrire. Anche tu ti troverai in mezzo a un mondo di tormentatori e di tormentati, ma non ti piacerà far piangere la gente, vero, Napo?"
Sentendo che essa stessa non sapeva più resistere alla commozione, la buona Maria si portò il suo bimbo alla bocca, in atto di divorarlo, e soffocò i singhiozzi, asciugando alle carni molli le grosse lagrime, ripetendo la cantilena dell'Ara, bell'Ara, mentre Arabella stringevasi e contorcevasi come una foglia secca nel gelo della sua tristezza.
"Promettimi che non farai piangere nessuno" seguitò la mamma cullando il bambino stretto sulla faccia "e se gli altri faranno piangere te, vieni sempre dalla tua mamma, ve', Napo: io ti beverò le lagrime, io mi piglierò i tuoi dolori, ma non maledire mai il giorno in cui ti ho messo al mondo, la mia creatura; non far questo torto alla povera tua mamma, che t'ha messo al mondo con tanti dolori e con tanta gioia. Tu non hai sentito quel che ha detto la zia Ara: non credere alle sue parole. Essa è troppo buona e troppo intelligente per ammettere che i cattivi all'ultimo abbiano a vincerla sui buoni. Essa non vede che il male in questo momento, e non ricorda tutto il bene che ha ricevuto nella sua vita e quel tesoro di beni che la facevano a scuola un modello di virtù, di buon esempio, di talento, di grazia, il tesorino delle maestre, la delizia delle sue compagne. Essa non ricorda il bene che ha ricevuto dal suo benefattore e il bene che gli ha fatto, salvandolo dalla rovina e dalla disperazione. Essa non fa nessun conto del bene che le vogliamo noi, io e te, Napo, per esempio, e parla di voler morire, così, come se non le importasse nulla di chi le vuol bene..."
Arabella cadde in ginocchio e si appoggiò all'amica per chiederle perdono: ma non poté pronunciare una parola. I suoi occhi non davan lagrime e portavano dentro una forte risoluzione. Essa chiedeva perdono all'amica, ma lasciava capire che avrebbe combattuto per la difesa della sua dignità.
L'uscio in quel momento si aprì e dietro alla ragazza di servizio comparve la Colomba. Questa alla sua volta, volgendosi, fece l'atto di presentare qualcuno che le teneva dietro dicendo:
"Guardi chi ho condotto con me."
E subito dopo, Arabella vide entrare la sua mamma.
Il signor Tognino aveva mandato a pigliarla fin dalle prime ore della mattina. In casa Maccagno essa s'era incontrata colla Colomba, che veniva a implorare misericordia per il Berretta, per Ferruccio, per sé, per i vivi e per i morti. Questa poté dire ove si trovava Arabella, e si offrì di accompagnarla.
Arabella le andò incontro con un sorriso addoloratissimo, e stringendole le mani nelle mani, con uno stiramento convulso dei muscoli, non seppe balbettare che il nome di... mamma.
Mamma Beatrice, ansante per le scale fatte in fretta e per l'emozione, si lasciò cadere sul divano, e facendo sedere la figliuola, aspettò che questa parlasse per la prima.
La Colomba e Maria sedettero sulle poltroncine davanti. Nessuna osava rompere il silenzio e tutte avevan gli occhi su Arabella. Parevano donne convenute nella casa d'un morto a piangere.
Fu la Colomba la prima a rompere il silenzio. Raccontò la sua meraviglia, quando s'era vista comparire la sora Arabella in casa con un tempo disperato: raccontò la visita fatta al sor Tognino e come costui l'avesse ricevuta bene, e avesse dichiarato di esser disposto a ritirare la denuncia contro il Berretta, purché Arabella tornasse a casa e si perdonasse un poco da tutte le parti. Così stando le cose, alla Colomba non pareva il caso per il momento di irritare il sor Tognino, considerando che c'erano in lui delle buone disposizioni, e per conto suo veniva a pregare la buona sora Arabella ad aver dell'indulgenza anche lei per riguardo a un povero vecchio, che marciva in una prigione, per pietà di un povero giovine malato. Non c'era tempo da perdere: si fa presto a morire. La sora Arabella aveva visto in che stato giaceva il figliuolo: orbene essa aveva già dato a Ferruccio delle lusinghe, gli aveva detto cioè che il sor Tognino non avrebbe insistito più nel processo. Ma se il sor Tognino si metteva a giocare di puntiglio, chi salvava da una catastrofe?
"Nessuno più di me sa capire e compatire" seguitò la buona donna coll'eloquenza che vien dal cuore e dal proprio interesse "ma se questo primo passo verso la conciliazione può portar subito del bene, io non vedo perché dal bene abbia in seguito a derivare del male. I conti si aggiusteranno strada facendo; ma intanto il sor Tognino ha detto: 'Arabella torni a casa e farò quel che vorrà; ma prima torni a casa'. Io parlo, cara la mia creatura, per la vita e per l'anima della mia gente: la sua mamma le dirà il resto."
"E il resto è molto semplice ed esplicito" soggiunse mamma Beatrice con un tono fra l'accorato e il sostenuto. "Tuo suocero non ti dà torto, ma disapprova il modo con cui hai creduto di ottenere ragione per forza. Egli è nemico degli scandali e delle pubblicità e pare che quella donna che tu hai offeso..."
"Io?..." scoppiò a dire con una risata ironica Arabella.
"Abbi pazienza, tu potrai aver cento ragioni, ma non ti deve piacere di mettere i tuoi dolori in piazza. Il sor Tognino è disgustato appunto per la scenata di ieri sera, che servirà ai suoi nemici per muovergli guerra. Vedrai, ne parleranno anche i giornali... Oh! a te non te ne importa; ma devi pure ricordare che il sor Tognino ha fatto del bene alla tua famiglia."
"Sì?..." interrogò con una punta di canzonatura Arabella.
"Sì, sì, ne ha fatto del bene, a tuo padre e a tua madre. Ad ogni modo è uomo che, disgustato oggi, potrebbe domani rifarsi del bene che ha fatto, e allora? credi che papà Botta non deva tutto a lui, se oggi non è con cinque figliuoli sopra una strada? tu non guardi che alla tua passione, al tuo interesse e dal giorno che ti sei maritata hai sempre affettata una specie d'indifferenza per la tua famiglia. Ma se ti fossi occupata di leggere anche negli interessi di casa, avresti visto che papà Botta oggi sta in piedi solamente perché il sor Tognino lo sorregge col suo credito: e che se domani si dovesse venire a una liquidazione, non è certo il sor Tognino che deve del denaro a tuo padre e a tua madre. È subito detta una divisione! ma una divisione coniugale oggi vuol dire una liquidazione di conti. Oh il sor Tognino su questo punto stamattina mi ha parlato chiaro. O Arabella torna in casa e si rimette alla nostra discrezione o io non conosco più casa Botta. Grazie del complimento! Ciò vuol dire in poche parole una rovina peggiore della prima. Ora io non so se i tuoi diritti, se il tuo vantaggio, se il tuo puntiglio valgono proprio la disperazione di una famiglia, e se potrai essere contenta il giorno che per odio a quella donnaccia saprai d'aver messo su una strada il tuo benefattore e la tua povera mamma..."
Mamma Beatrice si portò il fazzoletto agli occhi.
Arabella fece un gesto colle mani per togliersi dagli occhi un velo di nebbia, che le nascondeva la vista delle cose.
"Creda pure, cara figliuola," entrò ancora a dire la Colomba, ribadendo il chiodo caldo, "creda pure che il diavolo visto da vicino è meno brutto di quel che dicono. Lei è giovine e fa bene ad avere della poesia e anch'io, sa, ne' suoi panni, avrei menato non una, ma tutte e due le mani. Ma creda a me che son la più vecchia. Negli uomini non è sempre questione di cuore. Si sa, anche nostro Signore ha detto che la carne è fragile e un giovinotto non può tutt'a un tratto farsi eremita. L'esempio gli sarà servito, ma a tirar troppo si rompe la corda, mentre l'esperienza insegna che piglia più mosche una goccia di miele che un barile d'aceto. Io non so se mi spiego, ma vorrei dire insomma che in queste cose non bisogna dar troppa importanza alle prime impressioni. Io ho visto in cento altre occasioni dei mariti senza conclusione stufarsi sinceramente, tornare alla famiglia, diventare mariti modello, padri di famiglia eccellenti, tutto per merito di una brava donnina, che aveva saputo perdonare a tempo. Questo in tesi generale. Nel caso suo speciale, il mio angelo, ci penserei dieci volte prima di assumermi una responsabilità, perché, come ha sentito, c'è in gioco il bene, la vita e la morte di molt'altra povera gente."
Arabella, che aveva fin qui ascoltato con pazienza e docilità, alzò il capo e sbarrò gli occhi, come se cominciasse a dubitare che si trattasse veramente di lei.
Maria Arundelli pensò a non lasciar cadere in terra il discorso:
"Una moglie che si divide dal marito" disse "ha sempre un poco di torto. Una divisione è sempre uno scandalo o è un rimedio che non ripara nulla, e che non fa che allargare il male, creando due spostati, ci dà in pascolo alle ciarle e alle maldicenze della gente, che non è sempre disposta a compatire. La gente non ammette mai che il torto sia tutto da una parte: va a supporre che dall'altra parte ci sia stata almeno della freddezza, della poca buona volontà, della indifferenza di cuore, e fortunata la donna di cui non si pensa che questo! Una donna divisa dal marito è un oggetto di malsana curiosità per i buoni e per i cattivi. I primi pensano che abbia fatto troppo poco per andar d'accordo; i secondi che abbia fatto troppo per non andar d'accordo. Gli uni diranno che pretendevi troppo; gli altri che sei rigida, intransigente, bigotta... e, scusa ve', o che avevi un amante."
"Ah...!" fece Arabella, schiudendo la bocca a una esclamazione di stupefazione. Parlavan proprio di lei?
"Non offenderti. Tu hai troppo buon cuore e troppo buon senso per non tener conto del bene che puoi fare e del male che puoi risparmiare. Qui si tratta di scegliere tra due mali il minore per te e tra due beni il maggiore per gli altri. Un bel partito sarebbe di dare un addio a queste tribolazioni e di rifugiarsi in una grotta a meditare sulla vanità e sull'afflizione delle cose di quaggiù. Ma dove non arriva la voce e il rumore del mondo, arriva sempre la voce della coscienza, il dubbio, lo scrupolo di aver comperata la propria pace a prezzo d'indifferenza, di aver sacrificato troppo all'amor proprio. Quando Arabella sentisse, per esempio, che il suo secondo padre e benefattore è stretto nei bisogni, che la sua povera mamma non trova pane pe' suoi figlioli..."
"Che un povero vecchio muore in una prigione, mentre si poteva..."
"Mentre si poteva guadagnare la benevolenza e le benedizioni di tutti..."
"Mentre si poteva evitare degli scandali."
Arabella si alzò. Le labbra si mossero coll'intenzione di dire: andiamo... ma non ne scaturì che un fremito. Fece qualche passo come se cercasse di svincolarsi da tutte quelle mani amorose, che la tenevano prigioniera, da quelle parole, da quelle tenerezze che l'avviluppavano da tutte le parti.
Mamma Beatrice avvertì questo primo momento di debolezza, e, tirandola in disparte nel vano della finestra, le strinse il volto nelle mani e proseguì sottovoce:
"Sai che cosa mi ha detto tuo suocero? che se tu ti fidi di lui e torni a casa, buona buona e obbediente come prima, non solo farà cacciar via quella donna e obbligherà Lorenzo a volerti bene, ma mette a tua disposizione una somma, perché tu possa disporne per le tue opere di carità. Egli voleva ad ogni costo mettermi in mano duemila lire, sapendo in che imbarazzi si naviga; ma io gli ho detto: 'No, sor Tognino, io non posso riceverli che dalle mani di Arabella. Quando Arabella sarà tornata a casa sua e avrà dato segno d'aver perdonato e dimenticato, allora soltanto potremo accettare senza rimorso qualche sussidio: prima no'. Duemila lire in questi momenti sono per noi più che una bella giornata di maggio; ma tu non soffriresti mai che noi accettassimo la carità da gente che non conosci e peggio da gente a cui vuoi male. Mentre se tu ritorni, puoi mettere dei patti nuovi e puoi domandare anche un risarcimento, non ti pare, Arabella? Vieni, fidati di tua madre, che ne ha passate di peggiori e che ha sempre messo in disparte il puntiglio e la vanità, quando si trattava del bene dei suoi figliuoli. Lorenzo capirà i suoi torti, tornerà a volerti bene, e tu potrai vivere da signora come prima; mentre io, quando il tuo povero papà mi ha lasciato sola a quel modo che sai, non avevo nemmeno da mangiare. E che spavento! e che disonore... Eppure gli ho perdonato e tornerei a volergli bene ancora se comparisse..."
Un torrente di lagrime impedì a mamma Beatrice di continuare un discorso, ogni parola del quale cadeva come una pietra acuta sul cuore di Arabella. Non ci voleva che l'evocazione di una triste memoria e di un fantasma non ancor morto del tutto, per debellare l'ultima sua fortezza, per annientare quel rimasuglio d'orgoglio, che la faceva ribelle e ripugnante al suo destino.
La condanna del suicida non era ancora scontata del tutto; e bisognava ch'ella mostrasse almeno di perdonare a' suoi persecutori, se voleva che gli altri perdonassero a una povera anima in pena. Non aveva promesso a Dio di consacrare la vita in espiazione? Ebbene, questa era la espiazione. Ai martiri non si concede la scelta del martirio.
Come se si svegliasse da uno strano sogno, le parve di ritrovare in se stessa la buona e docile Arabella di Cremenno, arrossì un poco di vergogna, come una bambina colta a commettere un piccolo furto campestre fuori del suo orticello; strinse la mano della mamma, baciò l'Arundelli sul viso, sorrise a tutto ciò che la Colomba, ridendo e corbellando, le raccontò nel discendere le scale, si lasciò condurre per tutto il lungo del corso Genova, fino a un caffè del Carrobbio, dove la mamma la persuase a prendere una bevanda calda o a bagnare un biscotto nel vermouth... Esse avevano bisogno di scaldarsi e di rinforzarsi lo stomaco.
Accettò il vermouth e il biscotto; disse sempre di sì col capo a tutte le questioni della mamma; sorrise due o tre volte anche a lei, mostrando tutte le buone disposizioni di perdonare. Ma non pronunciò una parola tutto il tempo, come se la voce fosse morta nel petto. Gli occhi fissi alla vetrina innanzi alla quale si agitava il turbinío di un popoloso quartiere nella piena luce d'una bella giornata d'aprile, essa, più indifferente che turbata, preparavasi a soffrire fino alla fine... o fin quando era necessario.
VI
TRE UOMINI
Il Botola non tardò a trovare il vecchio amico e lo condusse a casa sua. Strada facendo, cercò di persuaderlo a trattare con indulgenza un figliuolo che mostravasi pentito dal fondo del cuore. Citò perfino nostro Signore, il quale ha detto che sarà molto perdonato a chi avrà molto amato. Suscitò dei ricordi giovanili per dimostrare a Tognino che il mondo è sempre stato mondo e lo sarà sempre finché ci saranno uomini e belle donnette.
Quando fu sui primi gradini della scala, vedendo che il vecchio amico lo ascoltava poco, lo prese per il bottone del vestito e toccò il tasto di Olimpia.
"Spero che tu non vorrai infierire contro questa incipriata creatura: essa fa il suo mestiere, canta come può. Il mio parere sarebbe che tu l'avessi a pigliare colle molle d'argento, come si fa collo zucchero. Essa, da quel che so, potrebbe farti del male."
"A me?" esclamò il signor Tognino, sogghignando.
"O almeno so che i tuoi riveriti parenti fanno un gran conto sulla sua testimonianza."
"Testimonianza di che?"
"Conto quel che mi hanno contato. Il Mornigani avrebbe detto in sagrestia di Sant'Ambrogio che Olimpia t'ha visto..."
"Che cosa ha visto?"
"T'avrebbe visto entrare nella stanza della Ratta a cercare una carta..."
"Ah sì!..." cantò in tono nasale il vecchio affarista, che non si aspettava questa novità. "Ah, mi ha visto? o bella, o bella!" e ridendo confusamente cercò di nascondere all'occhio fino e indagatore del pignoratario un improvviso turbamento di animo.
Era una testimonianza inconcludente, a rigore, e di nessun valore morale; ma la notte non dormita, l'agitazione dell'animo, lo scoraggiamento da cui sentivasi preso, avvilirono un istante il vecchio navigante, che stentò a vedere i gradini della scala.
Quando furono davanti all'uscio, il Botola lo trattenne ancora due minuti per dargli un altro suggerimento:
"Son persuaso che è una trappola montata dai parenti e dall'avvocato, ma ad ogni modo sai che queste donne son sempre pronte a cantare il falso. E in una causa Olimpia non ha nulla da perdere e invece ha tutto da guadagnare, se giura sui santi Vangeli che t'ha visto a cercare una carta. La sua finestra dà precisamente sulla stanza della defunta, e sai che queste donne patiscono la insonnia qualche volta... E poi io prevedo un garbuglio. Olimpia tirerebbe in giudizio Lorenzo, il padre contro il figlio..."
"Ti ha... ti ha forse parlato lui di questa faccenda?..." balbettò il vecchio. impallidendo un poco.
"Me ne parlava ieri sera, anzi fu lui che mi fece notare questo pericolo."
Il vecchio affarista si abbrancò colla mano all'appoggiatoio di ferro dell'oscuro pianerottolo e fece sentire un secco sogghigno, che somigliava piuttosto a un rantolo.
Il Botola aprì l'uscio, e nell'indicare uno scalino per cui si scendeva nella stanza, si curvò verso l'uscio e susurrò:
"Zucchero e miele."
Lorenzo, che stava aspettando in casa del pignoratario l'esito delle trattative, stentò sulle prime a riconoscere suo padre, un poco per il gran cappello di campagna che gli ombreggiava la faccia, un poco per l'andatura floscia e legata con cui entrò nella stanza.
Mentre si aspettava un uragano di rimproveri, vide con sua meraviglia l'adirato genitore entrare e mettersi a sedere senza parlare, coll'abbandono di chi stenta a reggersi sulle gambe.
Sia che la notte agitata, o l'emozione, o lo strapazzo gli facessero male; sia che la imprevista ingerenza di Olimpia entrasse a turbare l'equilibrio morale del vecchio; risultò a Lorenzo che il babbo non era in vena di far scandali e rumori.
"Io sono felice e orgoglioso, cari amici, di offrire la mia povera casa a questo, diremo così, congresso della pace." Così cominciò il Botola col tono scherzevole per raddolcire l'aria e per avviare un discorso utile per tutti. "Vi prego di non guardare al disordine e alla polvere di questa mia povera casa; io sono uno straccivendolo e si sa... Tu, Lorenzo, siediti qua alla mia sinistra, e io mi metterò in mezzo a fare il presidente. Non manca nemmeno il campanello..."
Il vecchietto toccò e fece squillare un coso di bronzo, ch'era sulla tavola, e ne trasse un suono fesso che si accompagnò al suo ridere che aveva pure del fesso. Sedette in mezzo ai due Maccagno e stirandosi le mani, voltosi a Lorenzo:
"Dunque," soggiunse "dicevo poco fa a tuo padre che tu sei pentito e dolentissimo di ciò che è accaduto ieri sera; che pur di aggiustare la cosa senza scandali, pur di far pace con tua moglie, sei disposto a promettere e a giurare..."
"Che suo padre è un ladro...!" interruppe fieramente il babbo, come se si svegliasse bruscamente da un lungo letargo; e alzò il suo dito magro e lungo con cui era solito infilzare uomini e cose. "Che cosa non è pronto a giurare quest'imbecille mangiapane?"
"Adesso tu stammi zitto e lascia parlare a me. Siamo uomini o donne?" Così il Botola con una certa furia; e voltosi a Lorenzo, seguitò: "Intanto abbiamo buone notizie della signora Arabella. È venuta a Milano sua madre e tutti siamo interessati a mettere acqua sul fuoco, acqua, acqua, Tognino, e non olio."
"Benissimo" disse Lorenzo arrossendo come un ragazzo scapestrato, ma non cattivo, che sente ricordare il nome della mamma morta.
"Bravo, ma non basta dir benissimo, sor Lorenzo riverito" soggiunse il Botola col piglio amoroso e severo d'un buon zio interessato. "Tu devi dimostrare col fatto a questo uomo qui, e a tua moglie che sei veramente un uomo, non una banderuola. Hai la fortuna di possedere una donnetta bella, graziosa, educata, un rosino da far gola al principe Triulzio e vai a perderti come una bestia con Olimpia. Sii buon marito, non un burattino; sii buon padre di famiglia, non un libertino..."
Il tono predicatorio del Botola, il sussiego con cui esponeva queste belle massime dalla sua seggiola zoppa, nell'aria morta di quel camerone pieno di muffa e di stracci, non poté che muovere un poco la naturale allegria del Bomba, che sbuffonchiando rispose:
"In quanto al buon padre di famiglia, il mio dovere l'ho fatto a suo tempo e non è colpa mia se l'ortolana..."
"Fallo tacere quel tanghero..." supplicò il padre, infiammandosi, sollevando le due mani aperte verso il Botola "fallo tacere..."
"Non cominciate a irritarvi, e a rivangare le ragioni e i torti. Del passato non si deve parlar più in vitam aeternam, amen. Sei tu disposto, Lorenzo, a far veramente giudizio? Se sì, questo tuo padre qui, che in fondo ti vuol bene, userà tutta la sua autorità per persuadere la buona sora Arabella a mettere un piede sul passato. Non solo: ma visto e considerato che, in seguito alla vostra recente eredità, le condizioni sono mutate, tuo padre, di cui credo d'interpretare il sentimento, vorrà assegnarti da ora innanzi un reddito maggiore, più conveniente al tuo stato, vorrà pagare qualche tuo vecchio debituccio..."
"Niente affatto!..." protestò il vecchio Maccagno.
"Tu, mio caro illustrissimo e severissimo genitore, devi mettere questo figliuolo nelle condizioni di poter far onore a' suoi impegni. In quanto a Olimpia, se vi fidate di me, ci penso io. Con pochissimo sacrificio leviamo di mezzo la pietra dello scandalo. Va bene? date carta bianca a me?"
"Io per me ti lascio carta bianca fin che vuoi" disse Lorenzo con accento d'uomo che parla sul serio. "Ripeto che di questo stato di cose sono io responsabile; ma, amen, non se ne parli più. Solo mi permetto di proporre al mio signor padre una piccola condizione..."
Lorenzo non aveva in vita sua pronunciato quattro parole più gravi e solenni; al punto che il vecchio Maccagno sollevò la faccia e rimase in curiosità di quel che il sapientone stava per dirgli. Anche il Botola rimase lì colla sua faccia di bertuccia incantata.
"Una piccola condizione che ho quasi il diritto di imporre" seguitò il giovane Maccagno, in preda a un convulso, che gli faceva battere il bastoncino sulla punta della scarpa. "Desidero, cioè, che mia moglie venga con me; e stia con me; voglio, cioè, essere io il padrone...comandar io in casa mia, visto che il marito sono io."
Da infiammata la faccia del vecchio Maccagno si fece livida. L'occhio si impicciolì a un'espressione di gatto selvatico, il corpo si curvò sui ginocchi, le mani si strinsero in due pugni nervosi, uno dei quali si sollevò lentamente e ricadde come un maglio pesante sul ginocchio. Voleva gridare: "Tu? tu metti alla porta tuo padre?" ma non gli venne fuori che un mugghio d'uomo strozzato.
"Sissignori, voglio così..." ripeté Lorenzo, alzandosi con un visibile sforzo e piantandosi ritto davanti a suo padre, colle braccia sul petto, come Napoleone, soffiando la sua straordinaria emozione, che sollevava e scompaginava la pigra e sonnolenta volontà.
Anche il vecchio si alzò, fe' un giro intorno alla sedia, vi si appoggiò, e sogghignando colla bocca umida di saliva: "Tu vuoi mettere alla porta tuo padre?" uscì a dire con amaro sarcasmo. "Bene! e io metterò te al posto che meriti..."
"Il marito sono io..."
"Che, che, che..." balbettò il Botola, cacciando in mezzo la sua faccia pallida e rugosa, coll'aria di un uomo che stenta a capire o finge di non capire. "Voi non mi farete una brutta scena, adesso. Siete in casa mia: non ve lo permetto. Vergogna!"
I due Maccagno si guardavan coll'occhio fisso, invelenito, in atto di sfida, l'uno col capo curvo e irrigidito, appoggiato colle due mani allo schienale della sedia; l'altro, il giovane, ritto e impettito nella sua spavalda vigoria d'uomo forte e ignorante.
Aveva un bel predicare l'amico conciliatore, di dietro al tavolo zoppo delle sue anticaglie: quei quattro occhi cattivi non si torcevano, ma continuavano a dirsi delle cose cattive.
"Da quando si è vista una scena simile? tra padre e figliuolo? vergogna! E c'è di mezzo una brava e buona signora che merita rispetto..."
Così il Botola: ma predicava ai sordi. Quei due uomini avevano dell'odio negli occhi e nel cuore...
"Tu metti tuo padre alla porta..." riprese a dire finalmente con voce sconnessa e indebolita dall'ira il vecchio, alzando una mano fin sotto il viso del ragazzo. "Tu fai lega co' suoi nemici; tu lo tratti come un ladro; tu gli avveleni la vita, la vecchiezza; tu porti la vergogna e lo scandalo nella sua casa; tu gli rinfacci tutto ciò che ha fatto per il tuo bene, tu gli butti sul viso un insulto infame... non figlio, ma assassino di tuo padre..."
E come se a un tratto balzasse infuriando l'ira, che un resto di coscienza teneva incatenata, il vecchio Maccagno saltò colle due mani al viso di Lorenzo, lo investì, lo sospinse fin contro la parete, dove egli si lasciò spingere, cedendo, spaventato, avvilito, facendosi scudo della faccia col bastoncino, che stringeva nella mano, respingendo coll'altra l'assalto senza offendere, mormorando con un profondo gemito:
"Non toccarmi..."
Il pignoratario si cacciò in mezzo. Era una brutta scena, forse non ne aveva mai viste di più brutte. Gli rincresceva principalmente che la faccenda avesse presa una piega cattiva, che rendeva più difficile l'opera sua d'intermediario tra Olimpia e un vecchio amico denaroso.
E poiché Lorenzo, quasi affascinato dagli occhi piccini di suo padre, insisteva a rispondergli cogli occhi insolenti, in atto di sfida, il pignoratario lo rivoltò colle sue mani ossute di scheletro, lo cacciò verso l'uscio, ripetendo:
"Va via, va via!"
Il giovane si lasciò spingere un poco e quando fu sulla soglia, come se volesse confermare ciò che aveva detto, si voltò ancora verso il babbo e alzò il bastoncino come una spada.
"Va via!" e lo chiuse fuori sui pianerottolo con tanto di catenaccio, che sonò come quello di una prigione.
Tognin Maccagno rimase attaccato alla sedia per non cadere. Il suo corpo tremava tutto. Un pensiero buio e malvagio gli divorava la vita. Delle cento parole che il Botola gli disse in quel momento, non ne afferrò una, come se l'avessero colpito con una mazza sulla testa.
VII
TIRANNI E VITTIME
Mamma Beatrice accompagnò la figliuola fino a casa e ricordandosi di avere qualche spesuccia da fare, la lasciò promettendo di tornare più tardi a salutarla.
Arabella rimontò adagio le scale, provando ad ogni gradino la fatica e la pena di chi sente crescere a poco a poco un peso, che altri vada lentamente caricando sulle spalle. Non incontrò nessuno, o non vide nessuno.
Spinto l'uscio, entrò in casa, che ritrovò piena di sole e di allegria. Era la sua casa o la sua prigione? non distingueva più, né aveva più bisogno di distinguere. La sua vita non aveva che un significato: "Espiazione!"
Attraversò il salotto e si rifugiò nella camera da letto.
Nel rivedere il letto liscio e composto, una idea più chiara e più mobile delle altre venne avanti, ma ella non vi si fermò. In quel letto due mesi prima avrebbe potuto morire.
Si tolse il mantello e il berretto e si guardò nello specchio grande. Com'era pallida! i capelli parevano una selva. Nel riporre le robe nell'armadio, le venne alle mani una piccola babbuccia di lana rosa rimasta dimenticata sui ferri. La buttò via. Sentì il pianto salire fino alla gola, ma con un crudele sforzo lo respinse e ricompose l'animo a una tranquilla e marmorea indifferenza.
Mentre stava collocando in una scatola alcuni pizzi, che avrebbero dovuto servire per un battesimo, si sentì chiudere tra due braccia, e poi sentì un volto caldo e lagrimoso sul suo, che la baciava teneramente sulle gote e sui capelli.
"Povera la mia siora! credevo che facessero patire soltanto le povarete; ma vedo che siamo dappertutto le stesse. Pazienza! Se si buttasse un pochettino sul letto?"
"Forse hai ragione. Sono stanca..."
"Venga con me, benedetta"
L'Augusta, che aveva bisogno di abbracciare qualche cosa di caro, senza dir altro, si tolse in braccio la sua povera padroncina, la collocò sul letto, le sciolse le scarpe, la coprì col piumino, e dopo averla baciata ancora una volta sui capelli, chiuse le imposte.
Arabella si addormentò come una bambina stanca.
Non fu che verso l'ora del pranzo che il signor Tognino chiese di parlare a sua nuora.
Uscito dalla casa del Botola col cuore avvelenato e rotto, si trascinò a casa, si rinchiuse un pezzo nell'ammezzato a scrivere, consegnò alcune carte al notaio Baltresca, e mandò due volte la portinaia a domandare a sua nuora se voleva riceverlo. La prima volta l'Augusta fece rispondere che la sua signora dormiva: più tardi, circa verso le quattro, raccolto lo spirito a idee più tranquille, il vecchio prese a salire le scale, faticosamente, forse per la stanchezza, forse per una soggezione nuova che intricavagli, per dir così, la volontà e le gambe.
Un reo di qualche enorme delitto non avrebbe provata una impressione diversa sul punto di essere chiamato la prima volta davanti al giudice. Non era rimorso, non era paura; non era nemmeno vergogna o mortificazione per la cattiva condotta di Lorenzo; o forse in quel suo sentimento di stanchezza e di avvilimento entrava un poco di tutto ciò, misto a una tenerezza, a un desiderio di rivederla, di parlarle, di domandarle perdono, d'ascoltare la sua voce, di trattare con lei un sistema nuovo di vita per l'avvenire... prima che suo figlio lo mettesse alla porta.
"C'è?" chiese all'Augusta, soltanto per provare la voce.
"Sissignore."
"Dov'è?"
"In gabinetto. Ha riposato bene tre ore."
"C'è anche sua madre?"
"Nossignore, non è ancora tornata."
"E... il signore s'è visto?"
"Non si è visto."
"Va a dirle che son qui."
Mentre l'Augusta eseguiva l'ambasciata, il signor Tognino rimase mezzo minuto in piedi colle mani appoggiate alla tavola da pranzo, col cuore stretto e angustiato, in preda a dolorose vertigini che si sforzavano di tirarlo in terra. Vide un gran rosso sulla tavola, che cercò di rimuovere: non era che l'orario delle corse rimasto lì dalla sera prima.
"Se vuol passare..."
"Non si sente mica male..."
"No, ha riposato. Non me la facciano più patire."
Il vecchio non intese le ultime parole della ragazza. Pose il cappello sopra una sedia e, sollevata la tenda pesante che separava il salotto dal gabinetto, domandò ributtando con uno sforzo supremo la sua puerile trepidazione:
"Permette?"
"Avanti" disse la voce di dentro, che sembrò un'altra voce all'orecchio ottuso del vecchio malinconico.
Alla prima occhiata lo colpì la pallidezza quasi spettrale in cui Arabella pareva dimagrita e quasi invecchiata. Davanti alla pietosa apparizione sentì tutte le amarezze, tutti i rancori, tutte le violenze, che da tre mesi andava accumulando in difesa del cuore, precipitare in una rovina desolata. "Ecco che cosa avete fatto d'una povera creatura!" avrebbe detto il cuore, se avesse potuto parlare o pensare.
Il signor Tognino socchiuse un istante gli occhi.
Arabella stava seduta davanti al tavolino da lavoro, sotto la finestra, nella luce attenuata dalle doppie cortine di seta celeste, colle mani occupate in apparenza in un piccolo merletto, che aveva cominciato con un delizioso pensiero nei primi giorni della gravidanza. All'entrare di suo suocero non si mosse. Il suo contegno, senza essere né sgarbato né umile, rimase d'una freddezza impassibile. Pareva dire nel suo silenzio freddo e sdegnoso: "Ecco la vostra schiava, che ha creduto per un momento di poter fuggire. Punitela". Arabella non disse, né pensò queste cose; ma il vecchio suocero gliele lesse sul viso.
"La ringrazio d'essere tornata" disse, appoggiandosi al tavolino colle braccia, per resistere a un tremito nervoso che lo indeboliva, guardando dall'alto sui capelli di sua nuora accuratamente ricomposti. E come si appoggiava al tavolino per non cadere, così cercò colla voce di appoggiarsi sulle sillabe delle parole per non tradire la debolezza della sua commozione. "È sempre una bella cosa aggiustare i nostri guai in famiglia. Ha parlato colla sua buona mamma?"
Arabella accennò di sì col capo. Rimase chiusa e raccolta intorno al suo dolore il tempo di vincere la ripugnanza al parlare e dopo aver inghiottito qualche cosa di duro che minacciò soffocarla, sollevò penosamente le palpebre, allargò gli occhi sereni, pieni di una timida sommissione, in faccia a suo suocero e balbettò con un leggiero movimento della bocca:
"Le domando scusa..."
Egli, che non si aspettava quest'atto di eccessiva umiliazione, rimase ancora più sconcertato. Mosse un poco una mano in aria e voltando la faccia verso la finestra, balbettò:
"Non tocca, veramente, non tocca a lei chiedere scusa. Dicevo soltanto che non bisogna dar occasione di parlare alla gente... La gente è cattiva."
Arabella non disse nulla, ma si raccolse con tutte le forza della sua vita sul lavoruccio che teneva nelle mani come se vi si aggrappasse per non precipitare in un abisso senza fondo. La sua testa prese una immobilità di pietra.
"L'avverto che fin da stamattina ho ritirato la querela contro il Beretta. Il questore lo metterà in libertà oggi o domani. Vede che ho tenuto conto della raccomandazione... Verrà a ringraziarla..."
"A ringraziar me?"
"Sì, perché deve soltanto a lei, se ho potuto dimenticare quel che ha fatto e quel che ha detto contro di me."
"La ringrazio..." rispose Arabella freddissimamente.
"E ora, mia cara, parliamo un poco degli affari nostri mentre siamo soli..."
Tirò vicino una sedia e vi si pose, sedendo sullo spigolo, mentre essa, ritraendo un poco la testa nelle spalle, parve dire: "Sono qui".
Egli si tolse lentamente i guanti, li distese sui ginocchi accomodandoli l'uno sull'altro come se cercasse di farli combaciare, e, mentre andava così stirandoli e carezzandoli, seguitò sottovoce, lentamente, parlando quasi a se stesso:
"Senta, cara Arabella, io non sono qui per difendere Lorenzo; anzi... Non voglio nemmeno sapere quanto di vero ci sia in ciò che la gente racconta della scena di ieri sera. Non andrò a dare un titolo, il titolo che si merita, all'azione malvagia di certe persone che hanno voluto sotto apparenza di zelo e di benevolenza avvelenare il suo cuore. Lei sa se io soffro meno di lei di questo stato di cose; lei sa tutti gli sforzi che ho fatto perché Lorenzo lasciasse le vecchie abitudini: anzi la mia speranza nel dargli in moglie una donnina savia e giudiziosa fu appunto d'avere in lei un aiuto... non è così? Sfortunatamente una fila di sciagurate circostanze hanno guastato i nostri progetti. Un triste equivoco, un sinistro accidente, una lunga malattia, una cara speranza perduta e più di tutto l'invidia e la cattiveria della gente hanno concorso a sviare Lorenzo dalla sua casa. So chi si è presa la bella parte di spia, so chi ha tutto l'interesse che Lorenzo torni alla vita dissipata; io non lo difendo, tutt'altro; ma forse egli non è il colpevole maggiore. Amen! non amareggiamoci per ciò che non si è potuto ottenere, figliuola, e vediamo di riparare, di lavorare per l'avvenire. Lei ha avuto la bontà di tornare in questa casa ed è già un bel passo... In quanto a quella donna ho già pensato a porvi rimedio. Tolta l'occasione, tolto il peccato..."
"E resta la nausea" scappò detto alla poverina, che pure aveva promesso di non parlare.
"Sì, per un poco, è naturale, e io non pretendo che lei abbia a dimenticare e a perdonare così subito. Il cuore è cuore e quel signore deve capire che non si offende una donna onesta, savia, amorosa, senza soffrirne le conseguenze. Io non sono venuto a parlare di perdono. Il perdono se lo deve meritare monsú. Io sono venuto per rimettere sul tappeto la questione della campagna. Tutto è già pronto. Domani lei può venir via con me e ritirarsi in un bel sito quieto, che ho scelto apposta, sul lago, dove potrà rimanere tutta l'estate, lontana dai pettegolezzi e dall'insidie della gente, finché avrà trovata la forza di perdonare del tutto. Conduca con sé l'Augusta, conduca pure la sua buona mamma se vuol venire, e lasci fare a me tutto il resto. Sul lago troverà una bella casa, un gran riposo, molti fiori: e, se mi permetterà, verrò a trovarla. O se non vorrà veder nessuno, faremo tutto ciò che piacerà a lei. Se invece preferisce andare qualche mese alle Cascine, disponga pure. Avevo pensato che, quando si trattasse della salute dell'anima e del corpo, fin le sue buone suore di Cremenno le darebbero ospizio per qualche tempo. Io non metto condizioni. Ciò che importa è che lei lasci subito Milano, dove son troppo vive le impressioni, dove c'è troppa gente interessata a turbare la sua pace e a farle del male. In quanto a Lorenzo tra un mese, tra due deciderà lei quel che si merita."
"Io non devo né posso avere una volontà" riprese a dire malinconicamente Arabella; "andiamo pure in campagna o restiamo qua, per me è lo stesso. Rientrando in questa casa, io ho lasciato alla porta ogni mia volontà. Dia pure gli ordini che crede..."
E chinando il capo e accostando sempre più il ricamo agli occhi, come se con quel movimento volesse opporre un argine a un torrente di lagrime che, suo malgrado, le gonfiava gli occhi, si chiuse di nuovo nel suo doloroso silenzio.
"Non sono ordini..." sillabò timidamente il suocero, guardandosi la punta della mano, reagendo anche lui a un piccolo singhiozzo, che urtava lo stomaco.
"Del resto..." essa riprese senza alzare gli occhi "sento che non potrà durar molto."
Queste parole, dette senza rancore e senza amarezza, avvilirono del tutto il suocero affezionato, che osservando la pallidezza mortale di lei, il profilo assottigliato, l'occhio languido e pauroso, la respirazione affannosa, il tremito della persona che pareva in preda a una febbre nervosa, non seppe respingere un lugubre presentimento. Sentì ingrossare la passione, alzò una mano lentamente, con un tremito: la posò sulla testa di lei, ne carezzò leggermente i capelli, come se mostrasse di raccomodarli sulla fronte, e, vincendo una mortale debolezza, mormorò con voce d'uomo che parla in sogno:
"Lei non deve parlare così, Arabella; noi le vogliamo bene."
Arabella mosse il capo con due piccole scosse di ribellione, che parvero dire: "Grazie del vostro bene..."
Il vecchio intese il significato di quella mossa, e scendendo colla stessa mano a stringere una mano di lei, gliela posò sul tavolino, tenendola sepolta e stretta nella sua, mentre la sua testa piccina e espressiva s'infiammava d'una vampa improvvisa.
"Sì, le vogliamo bene... È forse una brutta maniera di voler bene, e lei meritava meglio; ma può dire che abbiamo operato con cattive intenzioni? Io non difendo Lorenzo, e anch'io mi sento molto colpevole; ma si guardi intorno e dica se chi pensò a prepararle questa casa merita veramente il titolo di avaro, di affarista, di speculatore, di ladro, di svergognato che tutti gli dànno. Ne' miei affari la prima regola è l'aritmetica: è naturale. Ma può mia nuora, scusi, può la famiglia Botta dimostrare che io ho fatto i conti sempre a mio vantaggio? Se io fossi proprio quell'usuraio che dicono, il signor Paolino non avrebbe scritto otto giorni fa una lettera in cui mi pregava di un soccorso: e l'ho fatto volentieri. Anzi voglio che essa abbia la prova che non invento..." Così dicendo levò il grosso portafoglio da cui trasse alcune carte.
"Lo so, lo so" si affrettò a dire Arabella, socchiudendo gli occhi.
"No, no, lei deve vedere e toccare con mano" insistette lui, mettendo sul tavolino delle lettere e delle cambiali. "Ho diritto di essere giudicato sulla base dei fatti, poiché lei ha creduto alle voci della gente e alle calunnie dei miei parenti. Chi mandava in prigione per poche bottiglie di vino il Berretta, rinnovava al signor Botta dei titoli che rappresentano un valore di venticinquemila lire. Mi sarebbe stato così facile passare per un tiranno col signor Botta; ma non l'ho fatto perché ripeto, il mio abaco non è soltanto pieno di numeri."
"Scusi" disse Arabella alzandosi. "Non so perché lei mi fa questo discorso ch'io non sono in grado di capire. Me ne ha dette abbastanza la mamma e vede che sono tornata."
"Io volevo dimostrarle che non è soltanto l'interesse che ci fa parlare..." soggiunse sottovoce il vecchio suocero. "Non voglio nemmeno che lei si consideri come una nostra schiava... Guardi. Consegno a lei questo mio credito, queste mie carte. Le faccia vedere a una persona pratica, di sua fiducia: ne discorra col suo padrino, colla sua mamma, con chi vuol lei, e faccia di queste carte quel che vuol lei, le stracci, le abbruci..."
Arabella rifiutò di ricevere le tre o quattro cambiali, che il suocero ad ogni costo voleva farle accettare, e ciò finì coll'irritarlo. In preda a un tremito convulso, il vecchio aprì il cassetto del tavolino da lavoro, vi cacciò le carte dentro, richiuse con furia, rosso in viso, si alzò, cercò il cappello e, inchinandosi in atto di licenziarsi, balbettò, mozzicando le parole:
"Faccia come crede, signora, e perdoni se non abbiamo saputo renderla felice."
"Senta, signore..." interruppe Arabella, raccogliendosi da quello stato di neghittosa rassegnazione, in cui si era ridotta per sua difesa.
"Lei è libera. Se crede, può andare oggi stesso con sua madre."
"Io son tornata..." provò a soggiungere la giovane.
"Lei è tornata come torna una schiava, e io voglio dimostrarle che a questi patti non accetto il suo sacrificio. Vada e dica pure che l'abbiamo trattata male, dica pure che in casa nostra non ha mangiato che pane e veleno, dica pure che siamo egoisti legati all'interesse, ma non ci obblighi a mantenerla come una schiava."
"Senta, signore..." interruppe Arabella, raccogliendo il fascetto delle cambiali e avvicinandosi al vecchio offeso con un contegno tra il rispettoso e il mortificato, non perché avesse qualche cosa da opporre, ma per una nuova paura che ne derivassero più gravi e più oscure complicazioni. Un malato non teme tanto i mali che ha, quanto quelli che ne possono derivare.
In fondo al suo risentimento, la coscienza onesta e chiara non rifuggiva dal riconoscere che, per quanti torti avesse ricevuto in casa Maccagno, suo suocero s'era mostrato verso di lei generoso e buono, e che l'offenderlo e il licenziarsi da lui con una dura parola, oltre al non riparare nulla, metteva lei nella condizione di negare la giustizia.
Per questo si mosse a trattenerlo, e fu questo stesso senso di giustizia che la persuase a mostrarsi più indulgente:
"Senta, papà... abbia compassione di me. Vede che io non so quasi parlare..."
"Tu mi domandi della compassione; ma, cara figliuola mia, sei tu che devi avere un po' di compassione di questo povero vecchio che tutti prendono a perseguitare..." Così proruppe con un improvviso mutamento di voce il signor Tognino, tornando in mezzo al salotto, passando in fretta le mani sugli occhi per dissipare una nebbia, umida di lagrime, segno di debolezza e di stanchezza morale, curvando il capo e la persona alla presenza di una donna che egli collocava molto in alto ne' suoi pensieri. E stretta la mano di Arabella, condusse questa a sedere sul piccolo canapè, dove cercò di continuare un discorso difficile e pesante, dal quale gli sfuggivano idee e parole. Lottò un pezzo colla sua incapacità, chiudendo la bocca al singhiozzo, premendo il fazzoletto sulle pupille oscure e dense, crollando rapido la testa come se compatisse sé stesso.
Finalmente, dopo aver portata due volte la mano delicata di Arabella alle labbra, mormorò:
"Abbi pazienza..."
"Si sente male?"
"Oh sì, molto, qui..." disse, battendo colla mano il petto.
"Se io ho potuto dire qualche cosa di spiacevole..." balbettò Arabella, fissando lo sguardo sul viso pallido del vecchio.
"No, no, povera figliuola."
Arabella si raccolse in una penosa concentrazione davanti all'improvviso trasfigurarsi di un uomo che due minuti prima aveva visto nel pieno vigore del suo carattere ardente e tenace. Una di quelle voci improvvise, che nel cuore dei buoni sono annunci di ignote verità, sorse a domandarle, suscitando nell'animo suo un senso quasi di stupore, da qual parte fosse il maggior dolore e a chi tra lor due toccasse d'aver più carità e più compassione. Un occhio malato stenta a vedere il male degli altri.
La ragione umana, che per giustificare i nostri patimenti ha bisogno di cercare un tiranno ed è quasi sempre fortunata di trovarne o d'inventarne uno che basta, si turba e non osa credere quando vede le vittime farsi male tra loro.
Arabella, innanzi alle sofferenze e alle lagrime di un uomo che la fortuna aveva abituato a vincere, si domandò, confusamente e rapidamente (come sono tutti i colloqui che facciamo con noi stessi), se per caso essa non aveva abusato della sua debolezza. La puntura velenosa d'un'ape moribonda può uccidere un leone. Forse aveva detto delle inutili asprezze a suo suocero, che verso di lei si era mostrato sempre buono e amoroso. Forse aveva ragione la povera mamma. Essa non vedeva che sé...
Al venir meno dell'orgoglio, che l'aveva sostenuta in questa fiera battaglia, si spaventò a un tratto come un assalito che nel furore della mischia si trova di aver oltrepassato i limiti della difesa e d'aver infierito crudelmente e inutilmente su degli innocenti. Sentì che ora toccava a lei dir qualche cosa di meno amaro, di condurre il discorso a una buona conclusione. Dal momento che aveva accettato di tornare in casa, non doveva starvi rinchiusa come una fiera irritata, oh Dio!... essa non aveva il cuore di una fiera. Chi l'aveva resa superba e cattiva?
"Se le pare che la campagna possa far bene a tutti" prese a dire sottovoce "dal momento che ho accettato di rientrare in questa casa... gli obblighi di riconoscenza che ho verso di lei, mio benefattore... Se c'è speranza ch'io possa fare ancora del bene a qualcuno... insomma io non mi oppongo, disponga lei come crede meglio."
"Che tu sia benedetta!" ripigliò con più calore il vecchio, facendosi più acceso in volto. "So che tu sei buona, Arabella, e se non fosse per la tua bontà, io non vorrei soffrire quel che soffro. Tutti son cattivi con me, tutti! È una congiura di tutti contro uno solo. E anche lui s'è unito a' miei nemici, anche lui mette alla porta suo padre. M'ha ferito, qui, con un coltello. E domani mi trascineranno davanti ai tribunali, mostrandomi come una belva feroce dentro una gabbia. È un intrigo mostruoso di preti, di avvocati, di lazzaroni, di parenti, di amici, di nemici, di donnaccie, tutti contro un povero vecchio... e anche lui ci sarà a gridare: dàlli, dàlli al ladro!"
Un cupo e profondo sospiro interruppe la violenza di questo discorso, che Arabella cominciava ad ascoltare con mesta attenzione.
"Non ha egli alzata la mano sopra suo padre?" continuò il vecchio parlando con foga accorata. "Andate via tutti, lasciatemi qui solo a vivere come un cane, solo contro tutta la canaglia di Milano, e così avrò lavorato tutta la mia vita per non raccogliere che odio, improperi, maledizioni, ingratitudine, e per essere messo alla porta da quelli che amo..."
"Papà..." interruppe Arabella con un moto di terrore, vedendo il volto del vecchio infiammarsi di nuovo; ma come se egli parlasse a una turba ch'egli solo vedeva:
"Andate, stampate sui muri che io sono un ladro, che ho rubato, che ho avvelenato, che ho bevuto il sangue dei poveri, aizzatemi contro i cani di Milano, fatemi maledire dai miei figli".
"Ma no..." tornò a esclamare Arabella con un sincero abbandono di pietà, cercando di sviare il povero vecchio da una corrente che lo trascinava alla disperazione; ma l'orgasmo fu più forte:
"So che mi avete maledetto" egli disse "so che non mi volete più; furono i preti che v'istigarono a odiarmi. Pigliatevi i miei denari, buttatemi su una strada. Alla gente io rido in faccia, ma non posso far senza della benevolenza de' miei figliuoli... Questa mi è necessaria più del pane..."
E il vecchio affarista, trascinato ormai dalla sua stessa energia, non seppe più opporsi al torrente dei mali che da tre mesi andava urtando contro la sua vita, battendone e scassinandone gli argini di granito. Come per una breccia aperta, l'onda si riversò, travolgendo le sponde, e si dilagò in un mare di dolore.
Arabella non aveva mai visto un bambino piangere e contorcersi nel suo dolore come vide a un tratto un vecchio di sessantatré anni, curvo, quasi rannicchiato sopra se stesso, colle mani nei pochi capelli bianchi e il volto nascosto contro lo schienale del divano. Tale fu la sorpresa, per non dire la paura, che non seppe resistere, si mosse, si chinò verso il povero afflitto, cercò nel fondo più buono della sua natura una parola buona.
"Non dica, papà, che noi le vogliamo male. Tutti possiamo sbagliare nella nostra vita: e non credo che Lorenzo abbia potuto dire col cuore una parola cattiva. In quanto a me, se le pare che abbia giudicato troppo severamente, son pronta a farne ammenda. Siamo giovani, ci manca l'esperienza... Ma ella troverà sempre ne' suoi figliuoli amore e indulgenza."
Che cosa disse di più? parlava come per incanto, cedendo a una misteriosa suggestione di benevolenza, non accorgendosi (ed è anche questo un vantaggio dei buoni) che nella sua carità abbracciava nel vecchio addolorato anche la causa che lo faceva soffrire.
"So che tu sei buona, figliuola, e che non hai coraggio di maledire un povero vecchio. S'io fossi anche cento volte più colpevole, troverei sempre un po' di compatimento nella mia buona Arabella. Sento che fu Dio che ti ha mandata sulla mia strada. Me ne sono accorto fin dalle prime volte che ti ho incontrata sulla strada delle Cascine. Una voce qua dentro mi disse subito che tu saresti stata la luce della mia vita e della mia casa. Mi parve d'allora di aver trovata per la prima volta la ragione della mia esistenza. Soltanto d'allora cominciai a vivere per qualcheduno, per qualche cosa. Tu hai visto che a questa ragione ho sacrificato molti interessi e molti diritti. Io non fui più io. E ieri sera, quando sono tornato e che non ti ho trovata più, sentendomi quasi giudicato ed esecrato da te, ho provato un tal dolore al cuore che ho creduto di morire. Il pensiero che la gente possa farti del male per cagion mia non mi lascia più dormire la notte: è una vita troppo di tormento che mi farà morire. E pazienza! ma non dirmi che mi vuoi male, che mi disprezzi..."
"Io?" uscì fuori a dire con voce esaltata Arabella, ritraendosi un poco colla persona.
Egli afferrò le mani di lei e tenendola così prigioniera:
"Tutto si spezza nelle mie mani", continuò "tutto si spezza dentro di me. Son più che un uomo malato, sono un uomo che si sfascia. Senti, ho la febbre. Non ho più forza. Vedo oscuro, son vecchio, son stanco, son cattivo... Ho paura di morir solo, come un cane..."
Arabella, col volto afflitto da una penosa incertezza, cercò una parola d'incoraggiamento; ma le parve di capire che il viso poco prima così infocato del vecchio si coprisse d'un pallore livido, in cui i lineamenti s'indurivano in una rigidezza quasi mortale.
"Son cattivo, so che son cattivo..." seguitò con lenti sospiri, parlando quasi nelle mani di sua nuora. "Ma tu sei buona e potrai insegnarmi come si fa a vivere bene. Farò tutto ciò che mi dirai di fare. Andremo via, in campagna, lontani dal mondo, la mia volontà sarà la tua volontà. Se dirai: 'Cediamo tutto' io cederò tutto, contento di dividere con te un boccone di pane..."
Arabella non afferrava ancor bene il valore di queste strane parole, che somigliavano a una confessione. Sentendone le mani ardenti, vedendo il pallore mortale, andava a pensare che il vecchio delirasse.
Quel non so che di religioso e di materno, ch'era nel fondo dell'indole sua, fu tuttavia profondamente toccato dal pianto e dai sospiri del povero vecchio, che invocava pietà e misericordia. È vero: tutti lo respingevano; tutti si ergevano suoi giudici e suoi persecutori. Lo vedeva ora così malato, così abbattuto...
"Via, si faccia animo, papà, e disponga pure di me fin dove posso essere utile. Non c'è male per quanto grande, a cui Dio non trovi un rimedio ancor più grande. Lei è proprio malato, vedo bene. Ha bisogno di riposo, di tranquillità d'animo. Ha la febbre, sento. Anche il suo aspetto mi dice che non si sente bene. Devo chiamare l'Augusta?"
Il vecchio fece segno di no.
"Lei si sente male..."
Arabella cominciò a tremare, e cercò svincolarsi per correre a chiamar gente; ma lui la trattenne forte per un lembo del vestito: e mormorando parole grosse e confuse, le fece capire che voleva scrivere.
"Scrivere" e indicò col dito un calamaio sul tavolino da lavoro.
Arabella accostò il tavolino, aprì il calamaio, stese un foglio, mise la penna in mano al vecchio, obbedendo in preda a una convulsa agitazione ai cenni di quel povero uomo, che la tratteneva sempre per il lembo del vestito.
"Passa, passa..." mormorò con voce di fiera malinconia il vecchio come se si riavesse da una momentanea vertigine.
Appoggiò la testa alla mano sinistra, strappando con l'altra il vestito della giovane, che s'inginocchiò, cedendo quasi all'invito d'un comando interiore.
"Ho da chiamare qualcuno?"
"No, sto bene. Sta qui."
E dopo aver arzigogolato un poco colla penna, il vecchio malato cominciò a scrivere in righe oblique mostrando nella contrazione dolorosa del viso duro e pallidissimo lo sforzo della fuggente volontà
Arabella, che sentivasi molle il viso di lagrime, vide che a un certo punto la mano del vecchio s'irrigidì. Fu per gettare un grido di avviso; ma egli se ne accorse. Svegliandosi, la guardò teneramente, mosse le labbra a un sorriso morto, e allungando la mano a riprendere quella di Arabella, dopo un lungo sforzo per formulare la parola, disse:
"Prega..."
Arabella aprì le braccia e sorresse il corpo cadente, mentre cogli occhi pareva chiedere soccorso intorno a sé. Quando si accorse che il malato veniva meno, non trovando in se stessa la forza né di gridare, né di sollevarsi, allungò la mano fino a toccare il bottone del campanello elettrico, e riempì la casa d'uno squillo lungo e spaventato. Sentì correre gente. Entrò l'Augusta, che visto il viso irrigidito del vecchio e gli occhi spaventati della signora corse fuori a chiamar la Gioconda.
Le due donne prestarono i primi soccorsi: finché qualche vicino avvertì il portinaio e si mandò per il dottore.
VIII
LA VITA È UNA TRAPPOLA
Don Giosuè stava cenando tutto solo in canonica con un boccone di merluzzo e un'unghia di formaggio, quando entrarono a dirgli che il signor Tognino era in punto di morte e desiderava parlargli.
"Parlare a me? in punto di morte? il sor Tognino?"
Non volle credere, finché non gli fu mostrato un biglietto d'Arabella, figlia di parenti che egli non aveva mai voluto riconoscere, ma della quale il prevosto gli diceva un mondo di bene.
Lasciò il merluzzo, prese cappa e cappello e uscì dietro all'uomo del biglietto, mentre già incominciava a imbrunire.
Strada facendo, sentì che trattavasi di un mezzo colpo apoplettico.
"Anche lui! ma non aveva fatto un patto col diavolo?"
"La vita è una trappola" finì col conchiudere, riassumendo in un'immagine chiara e succinta tutta l'essenza antropologica della poca filosofia imparata in Seminario. Dio non paga il sabato, ma il sor Tognino non aveva visto nemmeno il lunedì, se questo avviso non era uno scherzo. La roba rubata gli era rimasta lì, al pomo di Adamo. E se si doveva credere che aveva desiderato di vedere un prete, e tra i preti proprio lui, don Giosuè, anche questo poteva essere un segno di resipiscenza, effetto del dito di Dio, di quel tal dito lungo che arriva dappertutto...
Giunto in via Torino, fu accompagnato di sopra, dove si trovò in mezzo ai parenti raccolti in una stanza semibuia, in un sommesso complotto. C'erano i Borrola, c'era il notaio Baltresca, c'erano delle signore, molta gente nell'ombra, su per le scale, in anticamera. Il malato era stato per il momento collocato nel letto degli sposi, perché il caso grave non permetteva di trasportarlo nelle sue stanze. A nome dei parenti l'impresario cavalier Borrola tirò in disparte il prete e gli fece capire che bisognava far fare al moribondo qualche dichiarazione: e per questo i parenti desideravano che il malato fosse assistito da un sacerdote di confidenza che sapesse le cose: e stava per dire il mestiere. Ma il momento era troppo solenne perché il libero pensatore cavalier Mauro Borrola osasse fare dell'intransigenza. Quando è in giuoco quasi un mezzo milione, c'è posto per la bottega di tutti.
Il povero signor Tognino giaceva nel letto degli sposi (chi gliel'avrebbe detto?) col capo fasciato di ghiaccio, colla testa rossa e congestionata, colla pelle del viso tesa e lucida, l'occhio spento, il respiro corto e pesante, il muso sporgente in una espressione di dispetto.
Il canonico, abituato a strologare sui malati, capì subito che il brav'uomo aveva bell'e goduta la sua eredità. La farina del diavolo... Ma si affrettò a suscitare contro le insidiose suggestioni dell'orgoglio e dell'interesse mondano un senso cristiano di carità e di mansuetudine, che non mancava nell'animo del vecchio prete burbero e arruffato, ma ci stava come un vecchio orologio guasto, che da quarant'anni non segnava le ore.
Si accostò al letto, provò a prendere e a stringere la mano dell'infermo: si chinò sul cuscino, e ammorbidendo la voce a un tono di tenerezza, a un belato di vecchia pecora, che a lui stesso parve una canzonatura, provò a chiamare: "Sor Tognino..."
Il malato aprì stentatamente gli occhi, li tenne fissi un pezzo col barlume confuso del moribondo nella faccia rugosa e intrigata del canonico, diè segno di ravvisare e di capire: e li richiuse con una languida espressione di dolore e d'impotenza. La lingua ingrossata non poté articolare sillaba.
Anche il prete nel mezzo minuto che stette a guardare negli occhi il suo dannato avversario, sentì qualche cosa d'insolito muoversi di dentro, sotto il peso dei giudizi fatti: e il malinconico paragone della trappola tornò a balenargli nella fantasia. Il vecchio orologio guasto mandò dei rantoli.
"Il caso è grave, senza dubbio..." disse nell'uscire ai parenti che lo circondarono.
"È necessario ch'egli metta in ordine i suoi interessi" tornò a insistere il cavalier Borrola.
"Sicuro, tutti più o meno ci siamo implicati" entrò a dire il Botola, che, proprio quella mattina, facendo uso della carta bianca concessagli dal Maccagno, aveva anticipato dei denari a Olimpia.
"Don Giosuè," riprese l'impresario "coll'autorità morale del ministro di Dio veda di raccogliere qualche preziosa confessione o dichiarazione o assentimento a proposito dell'eredità Ratta."
"Io non sono della parrocchia e non posso ingerirmi. Si potrebbe avvertire subito don Felice, il prevosto, o l'avvocato."
"Allora non perdiamo tempo" disse l'impresario: "lei vada a parlar coll'avvocato; io corro a chiamare il confessore."
Sulla porta era raccolto un mucchietto di gente, che tempestavano di domande la portinaia. Vedendo uscir don Giosuè, gli furono intorno come mosconi.
"Una trappola, una trappola" seguitò un pezzo a ripetere in cuor suo il canonico, camminando tutto ricurvo, nel suo vecchio mantello, senza veder la gente che gli veniva incontro. "Colla morte non si scherza, figliuoli. È la gran ragioniera che accomoda i conti con un bel colpo di falce, zac, trac, che non guarda in faccia a nessuno, né al grasso né al magro, né al povero, né al ricco, né al lupo, né alla pecora, né al cristiano, né all'ebreo. È la grande liquidazione, il gran ribasso, e per molti il fallimento con bancarotta. Non si capisce come ci sia della gente attaccata alla roba, alla vanità, alla carne, quando dietro l'uscio c'è sempre la gran Secca che aspetta col falcetto in mano. Ma siam tutti così, l'orgoglio ci inasinisce tutti a una maniera. Statue di fango su piedestalli di superbia!..."
E come se una misteriosa mano facesse scattare una sveglia, che da quarant'anni non suonava più nel vecchio orologio, don Giosuè Pianelli, coll'immagine del sor Tognino sotto gli occhi, stentò a dormire quella notte. "Una trappola!"
Il Botola, preoccupato anche lui di piccoli affari mondani, non potendo far parlare il padre, andò in cerca del figlio.
Lorenzo, dopo la brutta scena con suo padre, avvilito, amareggiato, conturbato la prima volta in vita sua da un dispetto vero e profondo, sentendosi debole e incapace di continuare in una lotta disuguale contro un uomo più forte di lui, disgustato fortemente anche per compassione di Arabella, ch'egli giudicava strumento e vittima in mano di suo padre, non sapendo dove andare e che cosa fare della sua vita indebitata, senza babbo e senza moglie, si lasciò trascinare dall'abitudine al Piccione Club, dove trovò Max, che lo condusse a far colazione al Cova. Mangiarono dell'orso, affogandolo nel medoc. Dal Cova, col di Brienne e con Max, fece una visita alle attrici del teatro Pezzana, un baraccone di legno, impeciato e spalmato di peccati mortali. Tornò al club, cacciò il capo nella sala di scherma, soffermandosi prima dal Campari a ingoiare un assenzio; per antipasto vinse una dozzina di lire a Max in una serie di piccole partite a scopa, finché venne l'ora di andare a pranzo.
Noleggiata una vettura si fecero trascinare alla Cagnola, dove il falso barolo e il falso marsala finirono coll'affogare un'anatra che l'oste servì per selvatica.
Il Botola, dopo averlo cercato inutilmente al club, al caffè, da Olimpia, dal Campari e perfino in Borsa, fu abbastanza fortunato di trovarlo verso le dieci e mezzo solo, davanti a un bicchierino di cognac, seduto a un tavolino del caffè Biffi, quasi nel mezzo della Galleria, raccolto come un filosofo pessimista a meditare sulla caducità delle cose umane.
Non fu troppo agevole per il vecchio pignoratario di fargli intendere la brutta notizia. Il medico, il marsala il cognac, l'orso e l'anatra della Cagnola combattevano una strana battaglia contro lo stomaco, mandando aliti e fumi e vertigini al povero cervello.
Pieno e indurito come una botte, della gran lotta della vita non gli restava che un senso o per dir meglio una reminiscenza dolorosa in fondo a quel resto di memoria che sornotava al vino e al cognac, simile al dolore d'un dente strappato male, che lascia in bocca l'impressione di un'immensa caverna.
Attraversando con rapide vertigini le scene della sera prima, della notte in casa del pignoratario, del suo incontro con papà, delle male parole dette e udite, uscivano come da un miscuglio oscuro di sensazioni le immagini più vive e chiare di Olimpia e di Arabella, le vedeva cozzar tra loro, alzava una mano per separarle, mormorando parole che arrestavano i passanti, finché crollando il capo, rideva anche lui, facendo ridere la gente col ritornello dell' "Ara, bell'Ara discesa Cornara..." una fanfaluca fanciullesca, che gli tornava sulla bocca per un travaso di sensazioni lontane e recondite.
"Sono due ore che ti cerco per mare e per terra," disse il Botola "vieni, tuo padre sta male a morire."
"Il padrone sono io..." declamò tragicamente l'ubbriaco, tirando un filo delle sue scompigliate reminiscenze.
"Fossi almeno padrone delle tue gambe. È una disgrazia che tu non intenda la ragione in questo momento. Tuo padre è agonizzante, muore, hai capito? vieni a casa."
Il vecchio cercò con forti scrolli di fargli entrare quest'idea, che come un lume attraverso le fessure d'una porta chiusa, mentre metteva l'ubbriaco in sospetto e in pensiero di qualche cosa di strano al di fuori, non bastava a dargli l'idea della cosa e la forza d'aprire.
"Il padrone sono..."
"Sì, sì, domani sarai padrone di tutto. Adesso vieni a casa."
E cercò di sollevarlo e di condurlo via. Lorenzo non fece resistenza, e continuando a ripetere la gran ragione che il padrone era lui, si lasciò tirare fino a una vettura e trasportare a casa. Ai piedi delle scale parve al Botola di scorgere negli occhi molli dello schiamazzone un barlume di malinconia, quasi una tristezza paurosa e scontrosa e colse il momento per dirgli di nuovo che suo padre era in punto di morte. E vide allora da quegli occhi annebbiati sgorgare lentamente e scorrere sulla pelle infocata due piccole lagrime, anch'esse del colore del cognac.
Dal pianerottolo per un breve ballatoio aperto si passava alle scale di servizio. Il Botola condusse al buio Lorenzo per di lì, lo attaccò colle mani alla inferriata e gli disse:
"Non muoverti".
E lo lasciò a meditare al fresco, al lume delle stelle. Quando gli parve il momento, lo menò nella stanza del moribondo. Era quasi mezzanotte. Una piccola lucerna nascosta da un paravento rompeva a mala pena le tenebre. Nella stretta, accoccolata sul tappeto, stava Arabella. L'infermo respirava affannosamente con frequenti urti di rantoli.
Aggrappato alla sponda del letto, Lorenzo, a cui l'aria della notte aveva dissipato alquanto i fumi del vino e dell'indigestione, con un supremo sforzo di volontà, cercò di farsi un concetto della verità, che gli si presentava coi torbidi contorni di un sogno grave e fastidioso; e come se a poco a poco si accostasse a toccare la triste realtà, assalito da un violentissimo colpo di disperazione, di rimorso e di sgomento, cominciò a gemere, a singhiozzare, risvegliando Arabella, che s'era abbandonata un istante a un lento torpore.
Da tre giorni anch'essa viveva, si può dire, di un sogno torbido e senza fine. Nei brevi intervalli, in cui le era concesso di ritrovare se stessa, come perduta e rimpicciolita in una gran scena d'uomini e di cose, un sentimento nuovo, vago, indefinito, l'assaliva, un sentimento che non sapeva trovare la forma d'un dolore o di una paura positiva, ma che produceva anche in lei l'effetto di una ubbriachezza strana.
Suo suocero nelle poche righe scritte coll'agonia e colla morte alle spalle, senza confessare esplicitamente i suoi torti, pregava la nuora a trovare coi parenti e coll'avvocato un componimento amichevole: e ciò per la pace dei vivi e dei morti.
Ogni cosa che vien dai morenti è uno stimolo di carità specialmente se chi muore ci lascia nelle mani il suo pentimento. Nulla fa tanto bene a chi va al di là come una buona speranza. E perciò Arabella spiava e aspettava il momento che il moribondo si risvegliasse dal suo torpore per dargli un affidamento che la pace sarebbe stata fatta. La raccomandazione, che il vecchio peccatore aveva scritto e affidato alla sua clemenza, se la sentiva quasi ardere nel cuore. In quest'attesa, in questo zelo pio e disinteressato di un bene supremo e urgente, ogni altra questione, ogni altro male più remoto diventava oscuro e secondario. Essa dimenticava se stessa, il suo stato di donna avvilita e tradita, quel che era stato ieri, quel che avrebbe dovuto essere domani.
Sei giorni durò l'agonia, durante la quale la fibra forte e resistente contrastò a oncia a oncia il terreno alla morte.
L'infermo non risvegliavasi che a brevi e rapidi intervalli di conoscenza: e allora l'occhio estinto girava lentamente intorno in cerca di qualche cosa, soffrendo di non trovarla; e solamente quando incontravasi nel volto pallido di Arabella, quell'occhio pareva rischiararsi di una luce più serena, approfondirsi in un pensiero, parlare, sorridere...
Durante quei lunghi giorni e quell'eterne notti, Arabella non si tolse i vestiti d'addosso. Quando il corpo rotto e indolenzito dalle fatiche invocava il riposo, andava a buttarsi sul divanetto del salottino e subito il sonno la sottraeva alle pene della realtà. Era un sonno senza visioni, chiuso, dal quale usciva ristorata per dare il cambio all'Augusta, che con lei vegliava l'infermo.
Lorenzo si moveva intorno a lei, la rasentava, arrestavasi dietro di lei in un silenzio quasi supplichevole; ma essa sforzavasi di non vederlo; o non ascoltava le sue parole, se non come si ascolta uno sconosciuto mal vestito, che ci siede vicino durante un viaggio noioso.
Gente andava e veniva per la casa ad ogni ora, di giorno e di notte. Mamma Beatrice rimase colla figliuola. La zia Sidonia, messo in disparte il risentimento, trovò modo di collocarsi nello studio di Lorenzo, e rimase anche lei in attesa d'una catastrofe, che scompigliava le ire, le furie, i progetti, le speranze, i propositi nel cuore di molta gente interessata e già legata in un'azione comune. Un treno in moto e spinto a grande velocità non urta contro un muro senza dare una scossa a chi viaggia. Così avviene delle idee che urtano in una contraddizione.
L'avvocato, don Giosuè, i Borrola, i Ratta, e gli altri tutti, che avevano un interesse nella causa contro un uomo vivo, non sapevano rifare sopra un uomo morto una procedura e un'azione che contentasse tutti i gusti; al punto che, se molti risero e trionfarono di vedere un ladro e un birbone punito dalla mano di Dio, molti altri, e tra questi l'Angiolina, rimasero sulle prime scornati e dispiacenti, quasi che Tognino, col morire tutto a un tratto, avesse voluto giocare un ultimo tiro da furbo ai diseredati.
Le probabilità eran molte: o aveva fatto testamento o non aveva fatto testamento; o aveva nominato Lorenzo erede universale, o aveva lasciato delle disposizioni capricciose, chiamando a parte della sostanza Ratta qualche pia istituzione, per esempio, la Congregazione di carità; e in questo caso invece di un avversario avrebbero dovuto lottare con due, con tre, forse con dieci, più grandi e più formidabili. Né don Giosuè, né don Felice avevan potuto cavare da quella bocca chiusa, inchiodata dal male una parola, un segno di ravvedimento, una buona disposizione a favore dei parenti poveri. Finalmente si seppe che Arabella aveva in mano una carta e che, parlando in segreto con don Felice, aveva dato a capire che si sarebbe venuti a una conciliazione; insomma ci sarebbe stato qualche cosa per tutti...
La notizia uscita di bocca a don Giosuè, mentre da una parte gonfiò le speranze dei parenti più prossimi (cioè di quelli più vicini al morto) mise in sospetto e in paura e in diffidenza tutti gli altri, che fiutarono un nuovo intrigo dei Borrola e dei Maccagno contro i poveri Ratta.
Se questa circostanza d'una nuova carta aveva un valore, c'era a temere che i parenti ricchi e forti facessero la parte del leone a scapito dei parenti più poveri. Aquilino fu preso in mezzo e incaricato dai Ratta di parlarne pulitamente colla buona signora, per interessarla a impedire qualche nuovo ladroneggio. E in mezzo a questi oscuri e sommessi intrighi, per tutto il tempo che Tognin Maccagno litigò colla morte, fu un continuo correre di gente presso il notaio, presso l'avvocato, presso i preti, un gran discorrere nelle osterie, nelle anticamere, sui pianerottoli, un segreto congiurare di furbi che facevan gli ingenui e di ingenui che si lusingavano d'essere più avveduti dei furbi.
Arabella assistette con fredda mestizia e con amaro disprezzo a questa nuova contraddanza di interessi intorno a un letto di morte: e mentre veniva meno nel suo cuore la stima verso gli uomini, parevale che, in mezzo a tante maschere, il morente fosse il più semplice e il più naturale. La morte, se non altro, è sincera.
L'ultima notte l'infermo dormiva di quel sonno chiuso e pesante, che non è ancora la morte, ma già non è più il patimento, quando a un tratto parve ad Arabella, che vegliava sola accanto al letto, imbacuccata in un suo scialle, nell'ombra densa dei mobili, che il malato alzasse una mano e chiamasse.
Si mosse, si accostò, abbassò la testa e nominando Gesù e Maria, pronunciò qualche frase di consolazione. Egli mosse con un supremo sforzo la testa, e afferrata la mano della nuora, la strinse con un fuggevole vigore, mandando fuori delle parole sconnesse che parevano gemiti.
Cercando d'interpretare i monosillabi di quel confuso discorso, essa suggerì delle questioni, a ciascuna delle quali l'infermo rispose con una leggiera stretta di mano. "Voleva che i parenti gli perdonassero? era pentito? era rassegnato alla volontà di Dio?" e altre di quelle frasi che si prestano volentieri ai morenti negli estremi dibattiti, quando la nostra ragione è chiamata a pensare per una ragione che fugge.
Il signor Tognino rispose sempre di sì; ma una parola più forte delle altre insisteva a ritornare e a sornotare in quel suo sconnesso monologo, che Arabella non sapeva ricomporre e interpretare. Una volta uscì il nome di Ferruccio.
"Me lo raccomanda? non lo abbandoneremo..."
L'occhio dell'infermo rispose con un lungo raggio di benevolenza. Poi a un tratto la fronte si oscurò come sotto a un nuvolo di tristezza. Con un ultimo sforzo nominò la Marietta... Ma Arabella non afferrò il senso di quelle ultime voci fioche e singhiozzanti. Era l'agonia.
Il signor Tognino Maccagno morì tranquillamente nelle prime ore d'una bella mattina d'aprile.
IX
I FIORI DEL BENE
Un modesto cartello sulla porta della chiesa raccomandò alla misericordia di Dio l'anima d'un uomo "morto beneficando nell'ancor verde età di anni 63".
Al funerale accorsero quasi tutti i parenti e le persone che avevano avuto col defunto qualche rapporto di buona o cattiva amicizia. Don Felice e don Giosuè persuasero gli animi più irritati a deporre davanti a un cataletto i vecchi rancori e a sperare in un amichevole aggiustamento, del quale fu per desiderio della signora Arabella incaricato lo stesso avvocato Baruffa.
Prove positive che il defunto avesse carpito un testamento nessuno le possedeva. Il continuare in una causa senza fondamento pareva ai più una faccenda arrischiata. L'idea della conciliazione e di un aggiustamento persuase di più. Si diceva che a Lorenzo il vecchio padre sdegnato non avesse lasciata che la parte legittima della sostanza Maccagno; e che il resto, comprese le case e i fondi di provenienza Ratta, andasse tutto alla nuora.
Così il testatore, in alcune carte consegnate negli ultimi momenti al notaio Baltresca, aveva creduto di castigare un figlio ingrato ed irriverente e di dare un'ultima testimonianza d'affetto a una creatura che avrebbe continuato a volergli bene.
Quando il feretro stava per uscire dalla casa, arrivò un gran paniere di fiori. Il giardiniere della villa di Tremezzo, obbedendo agli ordini, mandava le più belle rose di primavera. Questi fiori, che un morto offriva alla sua infermiera, Arabella fece spargere sulla cassa e sul carro.
Sfinita da una settimana di veglie e di commozioni, mentre portavano il pover'uomo a seppellire, raccolse alcune cosuccie e si preparò a partire per le Cascine. Papà Botta si offrì di accompagnarla. Essa non aveva la testa per intendere altri discorsi e si limitò a scrivere poche righe all'avvocato e al prevosto, pregandoli di avviare quelle pratiche che potessero più facilmente affrettare una conciliazione.
Di Lorenzo non una parola.
Lasciò la casa in custodia delle donne e venne via col sentimento di commiserazione, che ci accompagna all'uscire dal teatro, dopo aver assistito a un dramma morale che ci ha fatto piangere, e che al calar della tela non lascia dietro di sé che il senso delle lagrime e la verità di un insegnamento.
Forse non sarebbe più tornata ad abitare in quella casa funestata dalla morte; o se anche avesse dovuto riporvi il piede, non vi sarebbe tornata più giovine. L'esperienza, figlia del tempo, invecchia più presto di suo padre.
Ai piedi delle scale s'incontrò in Ferruccio. Da due o tre giorni il giovine cominciava a uscir dal letto, e ancor debole e abbattuto si era rannicchiato in portineria ad aspettare la signora. Suo padre era stato messo in libertà ed egli doveva ringraziarla dell'opera e della carità usata in questa circostanza. Voleva dimostrarle che sapeva perdonare anche lui a chi gli aveva fatto del male e che non gli mancava la buona volontà di cooperare a quel molto di bene che si poteva fare. Infine voleva rivederla, salutarla...
Vestita di nero, coi capelli che cascavano quasi stanchi anch'essi sul collo e sulle spalle, nel disordine che segue alle notti mal dormite, cogli occhi abbruciati dalla veglia, la signora gli parve ingrandita e rischiarata d'una bellezza più pura e ideale. L'apertura del vestito lasciava scoperto un poco il collo d'una candidezza d'avorio, come d'avorio in quel nero parevano le mani.
Rivedendo nella sua dolente realtà colei che gli era apparsa trasfigurata e raggiante nella poesia del delirio, sentì d'essere meno straniero verso la poverina. Avevano sofferto insieme.
La zia Colomba lo aveva messo a parte di tutti i particolari per cui la signora era venuta a chiedere l'ospitalità in casa sua. Sul tavolino erano rimasti molti fogli di una lettera, scritta da lei nel furore d'uno spasimo mortale, e da quei frammenti il giovane aveva imparato a conoscere a quali gridi si abbandoni un'anima che insorge e che ricade accasciata sotto il peso delle cose.
La storia di questi dolori era scritta anche sul volto appassito, nella bellezza attenuata, nel disordine della persona, nello sguardo intimidito e assente: e parlava nella voce, una voce che avreste detto venire da una donna sopravissuta a una tremenda catastrofe.
"O Ferruccio, come sta? meglio?"
"Sissignora, sto bene."
"È pallidino ancora..."
"Sono venuto a ringraziarla."
"Suo padre?"
"Son venuto anche a nome suo..."
"Dimentichiamo..."
"Oh! ne abbiamo bisogno..."
"Pensi a guarir bene e si lasci veder presto alle Cascine."
"Lei parte..."
"È necessario: ho troppo bisogno di riposare. Venga e parleremo di questi interessi."
"Verrò, sissignora."
"Lei non ci abbandonerà..." disse, stendendogli lentamente la mano.
"Oh no!... se lei comanda..."
"Dobbiamo far del bene insieme."
Egli non poté più cucire due sillabe.
"Saluti la buona zia Colomba: verrò presto a ringraziarla."
E serrando la mano del giovine nella sua, seguì papà Paolino, che aspettava presso una vettura.
Ferruccio stette appoggiato al muro, cogli occhi incantati sulla carrozza, che si allontanava e si impiccioliva in mezzo al via vai e al frastuono della città. Sognava ancora a occhi aperti.

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Ultimo Aggiornamento: 18/07/05 01.27.29