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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

ARABELLA

di

EMILIO DE MARCHI

 

PARTE PRIMA
I IL TESTAMENTO RATTA
II IL FUNERALE
III NELL'AMMEZZATO
IV I PENSIERI DELLA ZIA COLOMBA
V I CATTIVI AFFARI DEL SIGNOR PAOLINO
VI RETI SOTTILI
VII ANGELICA
VIII I GIOIELLI DELLA SPOSA
XI VITA NUOVA
X IL RISULTATO D'UN COLLOQUIO
XI LA VITTIMA
XII IL TIRANNO
XIII PRIME SCARAMUCCE

PARTE PRIMA
I
IL TESTAMENTO RATTA
Milano, la grande città del fracasso, dopo aver mandato a casa l'ultimo ubbriaco, si sprofondò nel silenzio grave delle piccole ore di notte.
A San Lorenzo sonarono due tocchi languidi, rotti dalla neve, che cadeva a fiocchi larghi.
Il Berretta, buttato l'ultimo pezzo di legno nel caminetto, fregandosi in fretta i ginocchi, brontolò in fondo alla gola:
"Basta, finirà anche questa".
Nella stanza vicina, dove malamente ardeva una candeluccia benedetta, stava nel suo letto distesa la povera signora Ratta, morta, vestita di una logora gonnella di cotone color terra secca, con in capo la più sgangherata delle sue cuffie famose e sulle gambe sottili un paio di calze di filugello bigio.
Il portinaio Berretta, che aveva aiutato i becchini a collocare sul letto la povera cristiana, che le aveva legate non senza fatica le mani colla corona del rosario, non poteva ora togliersi dagli occhi il fantasma della morta benedetta, quantunque l'uscio della stanza fosse chiuso con due bei giri di chiavetta, e lui, imbacuccato nella pistagna d'un suo antico tabarro fin oltre gli orecchi, voltasse le spalle all'uscio, e cacciasse la testa tutta quanta nel vano del caminetto.
Per non irrigidire nella paura, che è la più gran cosa fatta di niente, il portinaio, che non aveva ereditata da natura un'anima di drago, due o tre volte si sforzò di ragionare su cose inconcludenti, di appassionarsi, di accalorarsi nei pensieri, di ripetere gli avvenimenti della faticosa giornata suscitando in se stesso dei rancori e delle smanie, per aver un motivo di brontolare e di rompere quel tremendo silenzio di morte, destando degli stimoli d'egoismo colla prospettiva d'una grossa mancia, o d'un lascito, o di qualche regalo. La vecchia Carolina Ratta nei dodici o tredici anni dacché era venuta ad abitare in Carrobbio (prima stava in Borgo di San Gottardo), si era sempre servita di un Berretta come una serva adopera, parlando con poco rispetto, una scopa che ha sotto la mano. I portinai sono la scopa degli inquilini: "Berretta, mi fate un piacere?" gli pareva di sentirla negli orecchi la voce tremula e fessa della vecchia ottuagenaria. "Mi comprate il tabacco, Berretta? Badate che sia albania." E non dava mai un soldo, l'avaraccia, salvo il rispetto ai morti. "Berretta, la mia gatta l'avete vista?" Anche questa: gli era toccato qualche volta di girare mezza la casa dal solaio alla cantina, in cerca della gatta. Per cui se la sora Carolina gli avesse lasciato nel testamento cento, duecento, trecento lirette una volta per sempre, proprio niente di male. Don Giosuè Pianelli, il confessore della povera cristiana, gli aveva fatto capire che il suo nome era scritto su un foglio di carta. Cento lirette le aveva guadagnate soltanto a correre quel dì. Quando la Giuditta venne a dire che la sora Carolina pareva morta davvero nel suo seggiolone colla solita calza in mano, in cui aveva litigato fino all'ultimo la sua grande vitalità, bisognò subito correre ad avvertire il sor Tognino. Poi bisognò correre al Municipio per le formalità e aspettare due ore che i signori impiegati si degnassero di scrivere. Poi di nuovo bisognò correre alla Società anonima a ordinare la carrozza da morto; poi correre, gambe in spalla, a San Lorenzo, a combinare coi preti. E tira e tira, tra i preti che volevano la polpetta grossa e il sor Tognino che odia i preti, fu quasi una commedia in sagrestia. Poi correre ancora, auf! a recapitare una cinquantina di lettere coll'orlo nero ai quattro punti di Milano... e quando, finalmente, pareva che tutto fosse finito "Neh, Berretta" venne fuori a dire il sor Tognino fresco come un sorbetto "bisognerà che tu rimanga stanotte a far la guardia alla morta. Sul tardi verrò anch'io: ma intanto bada a non lasciar passare nessuno. Se vengono i parenti con un pretesto o coll'altro, tu di' che hai l'ordine di non lasciar passare nessuno, nes... suno, neh!..."
"Ho capito subito che cosa voleva dire con quel dito in aria. Ci vuol poco a capire che il signor Tognino ha paura dei parenti. La vecchia lascia un carro di denari, dei fondi, e un paio di case in Milano e convien sempre mettersi a tavola pei primi. Eredi legittimi non ne ha, ma c'è una nidiata di parenti pitocchi, e i corvi passano dove c'è odor di morto. Staremo a vedere anche questo. Che sugo però di obbligare un povero portinaio, stanco morto, a far la sentinella a un altro morto!"
Il Berretta si sforzò di ridere sulla sua facezia; ma il piccolo nitrito che uscì di sotto al bavero di vecchio pelo, risonando nella canna del camino, gli parve una tal voce che trasalì.
La stanchezza, la rottura degli occhi lo tiravano a dormire. La paura lo tirava invece a immaginazioni stupide, senza senso, che lo riducevano freddo e stecchito sulla sedia di paglia. Come tra due pettini di ferro spasimava e invocava l'ora che codesto sor Tognino benedetto si lasciasse vedere. Erano già le due; nevicava sempre.
"Che sugo," ripigliò sbarrando le pupille asciutte sulle braci, che gli ammiccavano dalla cenere "i morti non scappano mica. Che se, per una supposizione, la sora Carolina avesse bisogno di bere, io non sarei mai quel brav'uomo capace di portarle un bicchiere d'acqua. Uno può avere il coraggio di cento leoni, per un'ipotesi, e non sentirsi quello di litigare coi morti. Non è paura, è una... sollecitudine così. Mi contava un maresciallo dei carabinieri a cavallo, il quale... col quale..."
Uno scricchiolio secco di un vecchio mobile spezzò a questo punto le riflessioni del portinaio, che non trasalì, perché ormai l'uomo e la sedia facevano un pezzo solo, ma la vita precipitò sul cuore, come se si distaccasse a pezzi e a croste. Torcere il collo non poteva più per una dolente rigidezza dell'osso che si attacca alla spina dorsale, colla quale l'uomo sentivasi attaccato alla sedia, e colla sedia e colle gambe attaccato alla pietra del caminetto.
Era un silenzio di tomba. Parevan morti tutti a Milano, il freddo scendeva dalla canna del camino e infilava l'uomo per i piedi e per la bocca dei calzoni. La candela di sego col lucignolo che faceva il fungo nella fiamma, pareva anch'essa annoiata di far chiaro ai mobili del salotto, che appoggiati colle spalle alle pareti, mandavano di tempo in tempo dei gemiti di stanchezza dalle giunture.
"È ridicolo alla tua età aver paura dei morti" seguitò il Berretta con un burbero rimorso di coscienza. "È ridicolo: ma è pur vero che questo morire è una figura birbona. Oggi sei sano, vispo come un pesciolino, ti piace il vino bianco e la buona compagnia e domani flich, sei un brutto macaco non buono nemmeno per essere imbalsamato. Nemmeno buono a far legna, sei: ma un essere che puzza, sei; e ti casca il naso, ti cascano gli orecchi, Dio spaventato!"
La predica mentale fu interrotta un'altra volta da un passo che veniva su per le scale, urtando coi piedi nei gradini. Il passo si avvicinò all'uscio e andò oltre. Non era il sor Tognino. Di sopra abitava il cuoco di casa Mainona, che tornava spesso a casa collo spirito santo in corpo. Vi abitava anche una cantante, che da un pezzo non cantava più, se pure aveva mai cantato qualche cosa la bella e incipriata sora Olimpia. In certe ore vi andava un vecchio colonnello... Una volta ci andava anche il sor Lorenzo, quel caro figliuolo del sor Tognino, detto il Bomba; e così mentre da una parte il padre avaro sparagnava il centesimo, tirando la pelle in capo agli operai, il Bomba gettava i marenghi in questo pozzo. A padre avaro figliuolo prodigo, a padre furbo figliuolo bislacco. È una legge così, è una tragedia così, la vita. Di sotto una vecchia di ottant'anni che fa la sua ultima smorfia sull'assa, colle gambe in due calze lunghe di filugello, e di sopra la bella Olimpia che canta e che non canta...
Un gran colpo di vento scosse le imposte della finestra, la neve picchiò nei vetri, il turbine ululò in gola al caminetto. La fiamma della candela posta sul caminetto, cedendo al filo d'aria, allungò l'anima sullo stoppino. Il Berretta stava ancora brontolando: soffia, scoppia... quando un altro urto di vento spalancò furiosamente le gelosie nella camera della morta.
I becchini non avevano che avvicinate le gelosie per lasciar corso all'aria, e ora la neve, portata dentro da quel demonio di vento, fioccava quasi addosso al cadavere.
"Sacco rotto!" bestemmiò il portinaio "anche questa! Ma se la sora Carolina ha freddo, non so proprio che cosa dire. Vada lei a chiudere: per me non mi muovo. Fossi bestia! già, non piglierà la tosse lo stesso."
E preso al fascino di questa nuova e strana fantasia, cominciò a dispetto della sua volontà, a immaginare che la morta scendesse veramente dal suo letto di legno, si accostasse alla finestra a chiudere: poi tornasse indietro a prendere la candela in terra, aprisse l'uscio del salotto, cacciasse il capo nello spiraglio, agitando l'enorme cuffia sfarfallata, colla bocca aperta e indurita a un oibò!... Era un fascino maledetto, seducente, irresistibile e se lo creava lui quel tormento birbone per una specie di voluttà poetica; ne soffriva orribilmente ma non poteva sottrarsene.
"Sei qui?"
Il Berretta mandò fuori un ululo d'uomo strozzato...
Era il signor Tognino.
"Pazienza, mi ha fatta una..." e non ebbe la forza nemmeno di nominarla.
Il padrone era entrato così repentinamente nel mezzo delle sue idee, che queste trabalzarono come i bicchierini sopra un vassoio, a cui un matto appioppi un pugno di sotto.
A tutta prima il portinaio stentò a riconoscere il suo padrone di casa. Invece del consueto paltò col bavero di castoro e del solito cappello duro portava indosso in questa delicata escursione notturna un mantello bigio a pieghe fitte e pesanti e in testa aveva un cappello molle di campagna a tese larghe. Mantello e cappello erano pieni di neve.
"Finalmente!" ripeté il portinaio, levandosi col dolore d'uno che si schiodi da un'assa. "Credevo che non venisse più stasera."
"Fa del fuoco, fa del fuoco" brontolò stizzito il padrone.
"Vado fuori a pigliare qualche fascinetta..."
Il Berretta accese l'altra candela che stava sul camino e uscì, mentre il signor Tognino, scrollata la neve dalle spalle e sbattuto il cappello contro la schiena della sedia, buttava la roba sul tavolo e andava a sedersi davanti al caminetto per riattizzare un po' di fiamma.
Era un uomo di sessantatré anni, con una testa piccola, quadra, intelligente, i capelli non bianchi del tutto, il viso secco e colorito, d'una magrezza solida e risoluta che tradiva dai lineamenti sciupati il giovane galante d'altri tempi. Gli occhi piccini di un grigio freddo e duro guardavan sempre diritto, come quelli di un cocchiere che ha nelle mani dei cavalli cattivi su per una strada cattiva. Due modesti baffi quasi bianchi, d'un pelo duro e regolato, coprivano una bocca sottile senza labbra.
Vestiva con la trascurata proprietà d'un uomo d'affari, che può spendere e vestirsi bene, ma non ha tempo di spazzolarsi e di star sull'etichetta.
Tognino era primo cugino della defunta Carolina e da qualche tempo suo amministratore, suo factotum e suo braccio destro nei mille affari d'una grossa azienda domestica.
La Ratta, vedova d'un capo-mastro arricchitosi ai tempi dell'Austria con gli appalti militari, possedeva una bella sostanza valutata sulle quattrocentomila lire, parte in case, parte in titoli bancari, parte in fondi a San Donato presso Chiaravalle.
La vecchia Carolina nei quarant'anni di vedovanza aveva fatto dei risparmi, senza troppa fatica, largheggiando in elemosine, sostenendo la causa del sommo Pontefice, incoraggiando dei giovani sacerdoti, e favorendo colla sua pietà tutte quelle istituzioni che mirano specialmente a far guerra ai framassoni. Negli ultimi anni aveva finito col cadere in mano ai preti; ma furba la sua parte, cresciuta com'era in mezzo agli affari, quando capì che i preti e il famoso avvocato Baruffa, tutta roba dei preti anche lui, miravano a tirare troppo l'acqua al loro molino, un bel dì mandò a chiamare il cugino e gli disse:
"Guarda un po', Tognino, io sono vecchia ma non voglio morire minchiona. Non ti pare che l'avvocato abusi della mia fiducia?"
Tognino non stentò a trovare capi d'accusa, si fece autorizzare e a poco per volta tolse di mano al Baruffa tutta l'amministrazione; non solo, ma gli fece capire che sarebbe stato utile alla sua fama e alla sua dignità di non opporsi alla volontà dei parenti: lo mise, insomma, delicatamente alla porta.
Poi, suscitando le speranze dei Maccagno e dei Ratta, dimostrando alla vecchia cugina che frati e preti minacciavano di mangiarla viva, ridestando in lei degli scrupoli per riguardo ai parenti più bisognosi, ch'era ingiustizia abbandonare, riuscì ad avere in mano una procura legale, che l'abile affarista adoperò come una solida spada. Fece ai preti, a don Giosuè, a don Felice un'aria poco respirabile; mandò via una certa Santina, una bigotta messa in casa a far la spia, e prese al servizio una certa Giuditta di piena sua fiducia. Aprì la porta ai parenti più miserabili, ch'egli presentò alla decrepita cugina con parole affettuose, ottenendo da lei oggi un sussidio per una povera donna partoriente, domani una limosina per un infermo, o dei prestiti o dei riscatti di pegno, guadagnando la simpatia e la popolarità di tutti i Ratta più rosicchiati dalla miseria. Quando il figlio d'un Giacomino Ratta celebrò la prima messa nell'oratorio degli Angeli, Tognino volle assistere come padrino a nome della vecchia benefattrice, quantunque da cinquant'anni non vedesse più un Cristo in croce, e seppe tanto fare che passò per un mezzo santo.
Tre volte la settimana menava in casa Aquilino Ratta, uno dei veterani del quarantotto e ora vice-ricevitore in un banco del regio lotto, uomo pieno di rispetto, e lasciava che il buon parente divertisse la vecchia ottuagenaria colle storie dell'assedio di Venezia e delle varie combinazioni con cui si può vincere un terno. Alla sera Aquilino e la Giuditta lo aiutavano a fare il quartetto a tarocco, un gioco vecchio e sempre nuovo, in cui la Ratta, quantunque le carte le svolazzassero di mano da tutte le parti, era una birbona matricolata. E mentre si giocava, Tognino, ch'era stato uomo di mondo, contava o ricordava molte storie del suo buon tempo, quand'era di moda portare i calzoni bianchi e il panciotto di piqué, quando c'erano i bei veglioni alla Scala e il risottino alla milanese, dopo il veglione, al famoso caffè della Cecchina.
Attingendo agli aneddoti dei "Cento Anni" del Rovani, il bravo cugino sapeva con brio suscitare nei morti sensi della vecchia bigotta l'eco di reminiscenze che risalivano ai baccanali della Cisalpina e della famigerata compagnia della "Teppa". L'aneddoto lesto, raccontato con spirito, senza mai urtare la religione cattolica e il sommo Pontefice, strappava alle volte dal petto della paralitica un cachinno asmatico e strascicato, rotto da colpetti di tosse che davano il rimbombo d'un cembalino scordato e lasciavano nelle profonde rughe della sua faccia accartocciata e morta una sgocciolatura di lagrime contente.
Era in questi istanti di serenità, specie dopo certi pranzetti, in cui la Ratta aveva fatto onore al così detto latte dei vecchi, che Tognino le dava a firmare delle note, dei conterelli, delle quietanze. E così andarono avanti benissimo le cose quasi più di tre anni.
Solamente negli ultimi tempi l'uomo aveva trascurato un poco la vecchia cugina e gli affari, grazie al matrimonio del figliuolo e a cento altre faccende che assorbirono le sue giornate; poi si dette il caso che verso la fine di dicembre dovette recarsi come giurato a Lodi in un interminabile processo. Un gusto! Proprio in quei giorni la vecchia Ratta ebbe il primo urto della morte. Chiamato in fretta il canonico don Giosuè Pianelli, suo confessore, ricevette i santi sacramenti.
Sul punto di battere alla gran porta dell'eternità, tocca e spaventata dalle parole del canonico, le parve di aver diffidato troppo dei vecchi amici, di aver creduto troppo alle parole di Tognino, di aver tradito le pie istituzioni di beneficenza. Lì per lì, sul tamburo della morte, don Giosuè suggerì un codicillo che in nome della santissima Trinità distruggeva quelle qualsiasi disposizioni che avesse potuto dettare o sottoscrivere negli ultimi tre anni e richiamava in vigore un testamento del 1878, già consegnato all'avvocato Baruffa. Don Giosuè scrisse la rettifica sopra un foglio di carta comune e corse in cerca di un notaio. Ma nel frattempo arrivò da Lodi tutto trafelato il cugino, a cui la Giuditta aveva mandato tre telegrammi.
Credeva di trovare la cugina agonizzante e invece vide che stava meglio. Sicuro! la consolazione morale di ricevere i sacramenti e di compiere un atto di riparazione aveva fatto tanto bene alla malata, che il giorno del santo Natale poté ancora assaggiare la sua fetta di panettone nel vin bianco. La Giuditta mise a parte il padrone della manovra dei preti, ma non seppe dire se la vecchia avesse o non avesse firmata la carta. La vigilia dell'Epifania, dopo un'agonia in cui la morte ebbe a sudare tre camicie, la buona cristiana in compagnia dei tre Re Magi andò a trovare il suo Ratta in paradiso, se pur ci vanno in paradiso gli appaltatori.
Il Berretta tornò con un fascetto di legna, s'inginocchiò davanti al caminetto, e cominciò a soffiare nel fuoco, gonfiando le ganasce. Presto la fiamma si risvegliò, riempì il camino e ravvivò la stanza.
"C'è stato nessuno?"
"Nessuno."
"Che cosa voleva Aquilino?"
"Che Aquilino?"
"Il vice-ricevitore del lotto. L'ho visto sulla porta verso le cinque."
"Voleva vedere la morta."
"E tu, asino, l'hai lasciato passare?"
"Niente passare. Ho detto che non avevo le chiavi."
"Però c'è stato don Giosuè."
"Quest'oggi non l'ho visto."
Il signor Tognino, carezzando coll'ugna del pollice l'orlo dei baffi (era un suo movimento naturale nei momenti di riflessione), lasciò cadere lo sguardo sul portinaio, che gli stava davanti inginocchiato nella luce viva della fiamma. Era un occhio abituato a pesare gli uomini, che non sbagliava quasi mai, come non sbaglia l'occhio d'un vecchio mediatore nel calcolare il peso di un fascio di legna.
"E l'avvocato Baruffa non è venuto?"
"Mai..."
"Non c'è stato nemmeno un tale dalle gambe lunghe, un giovinotto smorto, senza barba, con un occhio bianco, più grosso dell'altro?..."
"Gamba lunga? Occhio bianco?" ripeté lentamente il Berretta, crollando il capo.
"Pare anche lui un mezzo prete, o un mezzo avvocato."
"Uhm, non l'ho visto."
"Un certo Mornigani; lo chiamano precisamente el mèz avvocat..."
"Non lo conosco."
"Aquilino che cosa ti ha detto?"
"Mi ha domandato l'ora dei funerali. Gli ho detto: domani alle nove e mezza."
"E la Santina che cosa è venuta a fare?"
"Che uomo!" pensò in fretta prima di rispondere il portinaio "che diavolo d'uomo!" Poi soggiunse a voce alta: "La Santina voleva ritirare alcune sue robe. Dice che la padrona le aveva lasciato un anello con un diamante."
"E tu, bestia, l'hai lasciata passare?"
"Ha fatto il diavolo sulle scale, ma io son stato agli ordini. Nix per passare."
Il padrone tornò a fissare gli occhi acuti e fini sulla nuca del Berretta e sul rovescio delle sue larghe orecchie trasparenti alla luce del fuoco. Vecchio strologo di uomini, credeva di saper scoprire dai movimenti della collottola gli sforzi di una coscienza.
Tenne dietro un mezzo minuto di silenzio, durante il quale i due uomini stettero ad ascoltare il muggito e il crepitio della vampa, che riempì la bocca del caminetto. Quindi il padrone uscì a dire:
"Chi va adesso da Olimpia?"
"Gente ne passa sempre. Cantanti, impresari, gente da teatro."
Il padrone fissò gli occhi nel fuoco e lentamente, come se arrischiasse una parola, domandò:
"È vero che ci torna ancora qualche volta il mio Lorenzo? "
"Io non l'ho visto più dopo che ha fatto giudizio."
"Guarda che se gli tieni mano..."
"Sor Tognino, che cosa dice?" interruppe con fiera dignità il portinaio, facendo un mezzo giro sui ginocchi.
"Ben, ben... uomo avvisato!... Adesso, metti un altro pezzo di legna sul fuoco e apri bene gli orecchi che ho un'altra cosa a dirti."
Il Berretta obbedì e pensò intanto:
"Che cosa avrà ancora questo demonio d'uomo?"
Il padrone, dopo essersi un poco fregate le gambe, picchiò colla mano due colpetti brevi sulla spalla del portinaio, e riprese a dire:
"Dalla cantina della mia povera cugina sono scomparse dal settembre a questa parte circa trenta bottiglie di vecchio barolo e mancano tre o quattro fasci di legna forte. Io ho le prove in mano che questa roba fu rubata e che il ladro è in questa casa. Sentiamo un po' che cosa ne sai tu, il mio galantuomo..."
"Io, io non so niente" balbettò il Berretta, alzandosi, appoggiando una mano alla pietra del camino, grattando coll'altra i pochi capelli ruvidi. E aggiunse mentalmente questa riflessione: "Stavolta è la Giuditta che ha parlato".
"Allora" ripigliò l'altro, soffiando sulle parole una specie di sorriso ironico "allora se tu non sai nulla, io sono più fortunato di te, perché so dove bottiglie e legna sono andate a finire. E siccome di ladri in casa mia non ne voglio, così domani farò la mia brava deposizione alla Questura."
"O caro signor Tognino, non mi rovini, per carità" proruppe il Berretta, congiungendo le mani in atto di supplica.
"Ah, tu non sai nulla..."
"Per i miei poveri morti, per l'anima di quella povera donna, dirò tutto, pagherò tutto, ma non mi faccia, per amor di Dio, questa brutta figura. Servo da trent'anni e non ho mai toccato..."
"L'acqua piovana..."
"Posso quasi giurare..."
"Non hai mai rubato un pilastro, tu: ma il vino ti piace e se è buono meglio."
"Se mi lascia dire confesserò tutto. Sono un uomo onesto."
"Quando non hai sete..." insistette il padrone colla crudeltà di chi piglia a tormentare con una lesina un topo preso vivo nella trappola.
"I casigliani possono far fede che non ho mai toccato un soldo a nessuno."
"Un soldo no, ma trenta bottiglie di vin vecchio a tre lire la bottiglia, fanno quanti soldi? E la legna è venuta da sé a farsi bruciare?"
"Allora dica che vuol la mia morte e addio!" esclamò il Berretta, asciugandosi la fronte madida d'un sudor freddo. "Non sa che mi ammazzo, se mi fa questa figura? Io giuro, presente cadavere, mi ammazzo."
"Non hai pensato, o gola lunga, che quel vino poteva farti male? non hai pensato che devi il buon esempio a tuo figlio?"
"Sor padrone, sor padrone, mi senta; io son qui in ginocchio" e il Berretta s'inginocchiò un'altra volta e alzò le due mani in atto di santo martire. "Servirò per nulla fin che campo, fin che non avrò pagato tre volte il mio debito: ma per carità, non dica nulla al mio Ferruccio. Non mi faccia questa tremenda figura davanti a quel bravo ragazzo."
"Capisco che ti deve dispiacere che Ferruccio sappia queste tue prodezze. È un buon giovinotto che ha bisogno di farsi una posizione e non è certamente una raccomandazione l'avere il papà al cellulare."
"O Madonna santissima, non lo dica nemmeno..." singhiozzò il povero Berretta.
"Io potrei far del bene a questo tuo ragazzo. A Natale gli ho dato sessanta lire e potrò dargliene di più, ma non per merito tuo, birbaccione."
"Sono stato così malato st'inverno e la povera anima, a nominarla come viva, non dava mai niente."
"E hai voluto pagarti da mugnaio."
"Ho fatto male, non dico, ma per un po' di vino non si ammazza mica un uomo, angeli custodi!"
"Basta, non voglio altro. Se tu mi darai una prova sicura..."
"Non vede che piango come un ragazzo?"
"Le tue lagrime non valgono il mio vino: ma se potrai darmi una prova seria, con giuramento..."
"Son pronto a giurare sull'anima mia."
"Allora, va, chiudi bene l'uscio della scala, tira innanzi una sedia, e ascoltami."
Il Berretta, rianimato dal tono più dolce con cui gli parlava quell'uomo tremendo, corse e girò la chiave dell'uscio, accostò una sedia al camino, sedette, appoggiò le mani sui ginocchi e ancor tutto tremante stette a sentire.
Il padrone con voce fredda e precisa, senza distaccar gli occhi dal fuoco, cominciò:
"Ora io vado di là a cercare una carta che mi interessa, ma tu devi giurarmi prima che non dirai a nessuno ch'io sono stato qui stanotte. Vedi questo foglio di carta?" e glielo mise sotto il naso. "Qui è scritta la denuncia del furto delle bottiglie, eccetera. Un avvocato mi ha detto che, trattandosi di un furto qualificato di un valore superiore a cento lire, con uso di chiave falsa, il reo non potrebbe cavarsela con meno di due anni di reclusione. Vedi, Berretta? io posso buttare questo foglio sul fuoco..."
"Lo butti, in nome della benedetta Madonna!" pregò l'altro, alzando le mani.
"No, questa sarà la mia garanzia. Se tu ti lasci scappare una parola di quel che vedi e senti stanotte, sai quel che ti spetta."
E intascò la carta.
"Faccia conto che io sia un uomo morto."
"Per quante domande ti possa fare don Giosuè, l'avvocato Baruffa, Aquilino Ratta, la Giuditta, il mio Lorenzo, il tuo Ferruccio, o il mezzo avvocato... tu, tu non sai niente, non hai visto niente."
"Niente, niente" ripeté il Berretta, chiudendo gli occhi e spazzando l'aria colle mani davanti a sé.
"Ci sarà della gente che ti offrirà del denaro per farti cantare: ma tu sarai muto come questo sasso..."
Il signor Tognino toccò tre volte col dito il marmo del caminetto.
"Come questo sasso, lo giuro: ma non mi faccia una brutta figura. O poveri morti, due anni di reclusione!"
"Ben, sta zitto e tien vivo il fuoco. Ora vo di là."
Il signor Tognino prese uno dei lumi, e girata la chiavetta nella toppa, entrò nella camera della morta, lasciando solo il portinaio davanti al fuoco.
L'ombra sconnessa di quest'uomo rannicchiato sulla sedia, sbattuta dalla fiamma sul soffitto, e ballonzolante alle scosse del fuoco sui marmi e sui mobili, poteva dare un'idea dello stato d'animo e dell'agitazione di tutti i suoi pensieri, che guizzavano senza ordine e senza contorno nel suo povero cervello. Egli conosceva il sor Tognino, e sapeva che con quel carattere non c'era da scherzare. Aizzato negli interessi, il vecchio signore diventava una tigre. L'aveva visto sulle furie il giorno che colse la povera Santina in atto di far la spia dietro l'uscio; misericordia! se non la pigliò a colpi di piede, fu merito della donna, che seppe infilar l'uscio e le scale. Ma dovette far fagotto e andarsene col salario in mano, dopo quasi quindici anni di servizio. Che cosa arresta l'uomo aizzato nel suo interesse? che cosa arresta il toro quando vede rosso? Come, quando, aveva scoperta questa faccenda delle trenta bottiglie? e dire che egli non s'era manco accorto di berne tante... Lo bevevano tutti quel vino, lo beveva anche la Giuditta: e veramente la vecchia Ratta non poteva portarselo via nella cassa: e quando un pover'uomo è malato, e passa la sua vita in una tana scura e umida, se cede a una tentazione, Dio spaventato, non si dovrebbe parlare di furto qualificato e di cellulare!... E ora che cosa andava a fare, lui, nella stanza della morta?
L'altro, rinchiuso colle spalle l'antiporto, si fermò sulla soglia un momento, sollevò il lume, cercò la sua morta.
La vecchia Ratta giaceva supina sul letto, col volto sprofondato nelle crespe della cuffia, colla povera gonnella indosso, da cui uscivano le gambe sottili, colle mani legate sul ventre, ferma, fissa in quella rigidità quasi violenta che pigliano i corpi nei momenti che presentono l'ultima distruzione.
Il signor Tognino, abituato a veder la vecchia cugina raggomitolata nella sua poltrona in preda a una tremolante convulsione, non poté sottrarsi a un senso di stupore, rivedendola a un tratto tanto ingrandita sul suo letto di morte; e suo malgrado fu tratto a riflettere qualche cosa su questa stupida commedia della vita, senza però sprofondarsi troppo nella filosofia, ciò che non era nella sua natura, anzi sforzandosi d'infuriare dentro di sé contro gli imbecilli che non avevano ben chiuso e lasciavano che la neve entrasse dalla finestra.
La neve, fioccando nello spazio aperto, aveva già coperto il pavimento presso il candeliere in cui la candela benedetta, ridotta agli estremi, sbrodolava da tutte le parti. Collocato il lume sopra uno stipo, andò a chiudere in fretta i vetri e accostò con una certa furia le due imposte di legno, non osservando nel venir via che una di queste, respinta dal contraccolpo e dall'elasticità stessa del legno, tornò a poco a poco a lasciare un vetro scoperto, in modo che un curioso avrebbe potuto, supponiamo il caso, da una finestra del cortile spiare comodamente nella stanza.
Evitando, per un senso di rispetto, di guardare in faccia alla morta, trasse di tasca un mazzo di piccole chiavi e cominciò ad aprire il vecchio scrigno di mogano, di un bello stile napoleonico, ornato di massiccie borchie di bronzo dorato, nel quale la cugina custodiva gelosamente le gioie della sua giovinezza e le sue carte più preziose. Egli conosceva il mobile più che l'anima sua. Aprì, fece scattare i segreti, cavò fuori i tiretti, correndo presto coll'occhio prima ancora che arrivasse la luce della candela. Da un cassetto levò un grosso astuccio di cui seppe far saltare la molla, afferrò colla sinistra tutto il barbaglio d'oro e di brillanti che riempiva il logoro damasco, intascò tutta sta bella roba come avrebbe fatto con un moccichino; mormorando mentalmente:
"A buon conto".
Posto il lume nel mezzo del mobile, la mano continuò ad aprire e chiudere. L'occhio entrava dappertutto, scivolando, inventariando, seguito da un pensiero non meno svelto dell'occhio che, infilando roba su roba, sommava, computava, registrava tutto in un certo libro. Ma non era venuto per la roba stasera. Era venuto per la carta, se veramente la vecchia aveva sottoscritta una carta, come dubitava la Giuditta. Visto e accertato che nello scrigno non c'era nulla d'importante, chiuse dappertutto, tolse un'altra chiavetta e cominciò ad aprire i tiretti d'un canterale pure di mogano, del medesimo stile dello stipo.
Nel primo tiretto trovò una sterminata quantità di calze, ripiegate, sciolte, irrigidite dal bucato, rattoppate, da rattoppare. Entrò colle due mani in quel caos di calze, smosse, palpò, ghermì quella che dette un tintinnìo, la rovesciò sul marmo del mobile... Con un rumorio squillante di gioia cento o centocinquanta vecchie doppie di Genova, d'un bell'oro giallo, uscirono dal pedule e si schierarono in fila, irritando Tognino, che cercava la carta, che, stizzito, votò tutto quel giallo nel tiretto, chiuse respirando forte a denti stretti: aprì l'altro tiretto... Che gl'importava delle doppie e dei marenghi? per lui era più una questione di puntiglio.
La carta voleva!... E siccome aveva in testa che una carta ci doveva essere, secondo ciò che aveva riferito la Giuditta, così cominciava a irritarsi di non trovarla subito. Aprì un altro cassetto, dove la padrona teneva la biancheria. Entrò con le due mani in questa roba coll'avidità, colla nervosità di un gatto che graffia un canestro chiuso pieno di pesci.
Anche in mezzo alle camicie e ai corsetti non c'eran carte. Aprì allora il terzo cassetto, l'ultimo, che depose sul pavimento, quindi piegato il ginocchio, mentre colla sinistra faceva chiaro, coll'altra mano toccò, palpò, agitò, sconvolse la roba: giubboncini di lana, cuffie di renza e di tulle, gonnelle di varie stoffe, sottovesti, una quantità di vecchi guanti, borsette, manichette, scapolari, boccette d'acque odorose, mozziconi di candela benedetta... tutta roba che la mano eccitata dalla passione scrollò nell'aria, ributtò con rabbia, per tornare di nuovo a toccare, a palpare, a premere. Non c'era uno straccio di carta a pagarlo un milione. Si fermò a riflettere. Che i preti avessero ritirata la carta per farla saltar fuori a tempo opportuno? ciò era in contraddizione con quanto aveva riferito la Giuditta, alla quale pareva di aver visto a firmare una carta, ma da quel momento nessuno aveva accostato la vecchia padrona, tranne lei e il sor Tognino. O la Giuditta aveva fatto un sogno o la carta doveva essere in casa.
Intanto il Berretta, cogli occhi addolorati dalle lagrime, sempre fisso nel fuoco non poteva a suo dispetto non sentire il rimestare e il tabussare che faceva il padrone nella stanza della morta. Parlando al fuoco con l'aria di canzonatura, disse (tra sé, s'intende): "Ecco il galantuomo che vuol mandar me al cellulare per una dozzina di bottiglie... ah!" e allungò un muso che non seppe più disfare.
La notte, cessato quasi subito il vento, ricadde nel freddo silenzio di prima.
Unico rumore era il rimestare, l'aprire, il chiudere che faceva quel diavolo d'uomo, con nessun rispetto al cadavere, accecato dalla cupidigia della roba, più ladro lui cento volte in quel momento che non possa esserlo in cento anni un poveraccio di portinaio che patisce la sete. Ma così va il mondo. O non bisogna rubare o bisogna rubar bene. La discrezione è l'asinità dei ladri.
Rimesso a posto non senza qualche stento il cassetto, l'altro si alzò col corpo indolenzito, girò gli occhi per la stanza, li fissò sul letto, sul corpo della cugina, che giaceva colle mani legate nella sua impetuosa immobilità, sentì il freddo della notte cadergli addosso e col freddo un risentimento d'indignazione, che aveva bisogno di scatenarsi sopra qualcuno. Si mosse, tornò in salotto, e stette un momento in mezzo alla stanza come perduto e sconcertato ne' suoi pensieri.
"Tu hai ricevuto del denaro" uscì un tratto a dire con furia irragionevole, correndo sopra il Berretta, che trasalì, vedendolo comparire così livido e stravolto. "Tu sai che c'è stato don Giosuè uno di questi giorni, ma ti hanno pagato a tacere. Giura un po' che non ci fu don Giosuè stasera."
"Caro sor Tognino," rispose il Berretta colla voce del fanciullo che piange "lei può dire che ho ammazzato quella povera donna."
"Andiamo, non farmi delle commedie" soggiunse il padrone più rabbonito. "Non sai che mia cugina abbia sottoscritta una carta?"
"Gesù, come posso saper io..."
"Vuoi guadagnare qualche cosa subito? devi aiutarmi a cercare una carta che mi preme. Si tratta forse di un intrigo e di un tradimento a danno della povera gente e dei parenti, capisci? Vieni di là, immagino dove è la carta, ma non posso cercarla da solo. Fammi chiaro."
Alle scosse violente il Berretta trascinato da quella forza che s'impadronì della sua volontà, dopo aver girato gli occhi trasognati, barcollando come un ubbriaco, mosse i piedi, prese il lume dalla mano del padrone, andò dietro a quel demonio incarnato che lo tirava per la camicia, che gli parlava quasi senza voce col fiato, cogli occhi, si fermò sull'uscio, mentre gli orecchi fischiavano come il vapore. Una volta ancora si sentì tirato innanzi, spalancò gli occhi per veder fuori e scorse il padrone in ginocchio nella stretta del letto, che cacciava la mano tra i materassi, dando certe scosse alla donna... Chiuse gli occhi. Era... era un'infamia, un sacrilegio, per la roba, manomettere i poveri morti. No, Gesù non si può, non si deve in coscienza benedetta!
"O Signor, Signor..." sospirò stillando ad una ad una le sillabe con un brivido di raccapriccio.
L'altro gli rispose con un soffio di noia.
Nel cacciare le mani sotto il materasso aveva sentito qualche cosa di nascosto.
Bisognava mandar via il portinaio, che scrollando la candela con scosse di paralitico buttava sego dappertutto e pareva sul punto di cadere in terra sfasciato.
"Non c'è nulla, tanto meglio così... Avevo sospettato un tiro. A ogni modo non dire a nessuno che son venuto a cercare. Va a prender dell'aria, Berretta, e in quanto alla denuncia sia per non detto, ma guarda che io so tutto, che a me non la si fa. Va a dormire adesso. Resto io fino a domani. Ho piacere che non ci sia nulla; ma avevo motivo di dubitare. Su, su, non hai ammazzato nessuno, perbacco! Non dirò nulla della faccenda delle bottiglie al tuo Ferruccio; ma segreto per segreto va bene? E se mai vedessi che il mio Lorenzo ripiglia a passare di qui, metto sulla tua coscienza l'obbligo d'avvertirmene, ve'... O che ora non conosci nemmeno l'uscio?"
Il sor Tognino rise un poco freddamente, mentre apriva l'uscio di scala e spingeva fuori con una certa furia amorosa il più spaventato degli uomini. Gli mise nelle mani il candeliere, chiuse l'antiporto colla chiave e venne di nuovo a sedersi al caminetto, aprendo le mani al fuoco, coi tratti del volto induriti e contraffatti a un amaro sogghigno, fisso a una cosa sola, che nella rigidezza della mente non sapeva esprimere che con una sola parola con penosa e irritante monotonia: "la carta la carta la carta..." Questa non poteva essere che là, tra un materasso e l'altro.
Rimasto a tu per tu colla morta, non avendo ora da fare che con lei, con lei sola, si accorse che anche i morti hanno della forza. In certi casi ne hanno forse più dei vivi. Un vivo lo puoi battere e ammazzare: ma un morto no. Questo nella sua rassegnata impassibilità ti si stende davanti e ti sfida. Forse siamo noi che gli diamo la forza e che lo armiamo delle nostre paure; o è lui che ci disarma là dove la natura è più forte, nell'orgoglio. Non era filosofo abbastanza per risolvere, e neanche per proporsi delle questioni di questo genere: ma se le sentiva addosso, sotto la forma di un malessere che non si sa da dove viene, ma che tiene il corpo in brividi. Si pentì d'aver mandato via il Berretta, che colle smorfie irritava gli spiriti e rendeva almeno grottesca la paura.
Palpando nei materassi gli era capitato di sentire sotto la mano il grosso e il liscio d'una certa borsa di seta, che la povera Carolina era solita portare sul braccio e recare tutte le sere in letto, con dentro, insieme al manuale di Filotea, le più care e gelose memorie, in mezzo ai gomitoli e alla calza. Gliel'aveva vista sul braccio fino agli ultimi momenti, e là dentro, senza dubbio, bisognava cercare il documento, se Giuditta non aveva visto male. La curiosità non ammetteva indugio e titubanze.
Saltò in piedi di scatto, prese di nuovo il lume, traversò la stanza, pose il ginocchio in terra, ficcò la mano sotto, dove aveva sentito prima il grosso, tirò...
Il corpo oscillò sul suo duro giaciglio e mentre Tognino si alzava colla candela in una mano, la preda nell'altra, l'ombra grande della cuffia che il lume prima proiettava sul soffitto, svolazzò abbassandosi sulla parete, si sciolse e lasciò vedere un enorme profilo umano, un fantasma che balzò al capo dell'uomo e l'avviluppò come l'ombra d'un uccellaccio. Fu un colpo di pietra al cuore: ma subito il vivo riprese vantaggio. Alzò il lume, sprofondò l'ombra sfigurata, si volse dall'altra parte, buttò la borsa sul cassettone, ne sciolse i cordoni, la sventrò di tutte le anticaglie che conteneva e vide uscire santini, corone, occhiali, gomitoli; e finalmente una carta ancor fresca, piegata in quattro, che Tognino ghermì, svolse, portò sotto la fiamma.
Era una scrittura grossa, sconnessa, traballante che cominciava precisamente nel nome della santissima Trinità e sotto, dove corse l'occhio saltando il testo, uno scarabocchio di firma, il solito "Carolina Ratta", che visto da lontano dava l'idea d'uno scorpione schiacciato, colla sua bella data fresca vicina, tutto in perfettissima regola. E lo scritto, forse copiato da un modello, diceva... Provò a leggere qualche cosa di quelle cinquanta righe, ma alle prime parole gli occhi si fecero pieni di sangue, le lettere balzarono fuori dalla carta, un gruppo di biscie lo morsero alla gola, mentre due piccole lagrime di veleno uscivano a irritare le pupille. Con un secondo sforzo afferrò il senso, e il primo atto fu di voltarsi verso la morta, e la guardò con occhi cattivi come se la provocasse. Che parole gli venissero alla bocca non si può dire perché più che parole erano frantumi d'immagini e di sensi, impastati tutti insieme sotto il peso d'una collera terribile. Finì col sorridere e ciò lo sollevò.
Quando Tognin Maccagno tornò il solito Tognin Maccagno, ripiegò lentamente la carta in quattro, se la cacciò in tasca accanto alla denuncia che doveva mandare il Berretta al cellulare. Raccolse con calma, fin con precisione i gomitoli, gli occhiali, i santini, ne riempì di nuovo il ventre della borsa, tirò i cordoni, l'attaccò alla maniglia dell'uscio e uscì mormorando in fondo dell'anima una frase scomposta e indecisa, qualche cosa che mirava ad augurare la buona sera... e tornò nel salotto.
"Svelti i pretoccoli!" fu la prima espressione che dal guazzabuglio di tante sensazioni uscì con una formula logica.
Buttò un'altra fascinetta sulla brace, e nel crepitìo allegro della fiamma colorita, rallegrò, riscaldò gli spiriti, dissipò le ombre e il ribrezzo.
"Svelti i pretonzoli!" tornò a dire mentalmente, corrugando nella piccola fronte un fascio di rughe.
E dunque un uomo furbo come lui aveva lavorato tre anni a salvare la sostanza Ratta dalle mani degli intriganti: un uomo abile come lui aveva ristaurato una ricchezza che dilagava come un vino prezioso da una vecchia botte fessa; per tre anni egli aveva sopportato le più strambe fantasie d'una vecchia bisbetica, diviso con lei i suoi pranzi di magro e i due soldi delle eterne partite a tarocco; si era fatto odiare e maledire per venire a questo bel costrutto, che un pezzo di carta, richiamando in vigore il testamento del '78, la dava vinta all'avvocato Baruffa e lasciava il sor Tognin Maccagno con tanto di naso. Oltre il danno, si vide davanti la bocca larga di don Giosuè Pianelli, e a questa idea della canzonatura, lo spirito selvatico si arruffò... Ma il più dannato era il pensiero di dover rendere dei conti a questa gente, di dover forse restituire ciò che non si poteva più restituire... Carta per carta, valevan di più quelle che da sei mesi egli aveva consegnate al notaio Baltresca.
La fiamma, dopo aver avviluppato il grosso della fascinetta, scoppiò in una vampa rossastra che vibrò e ruggì nella piccola gola, riempiendo il salotto di vita e di calore, ammaliando colle sue lingue serpentine il vecchio affarista, che data un'occhiata intorno, cacciò la mano nella tasca di sotto. Le due carte uscirono insieme: confrontò alla luce del fuoco, ne scelse una, e obbedendo a uno scatto nervoso, vide il bianco nel fuoco prima che avesse deliberato di buttarvela. Le fiamme mordevano il cartoccio, destando nell'uomo quasi un senso di meraviglia. il cuore d'acciaio picchiò cinque o sei colpi, la bocca si storse a un sogghigno senza gioia, le mani si apersero irrigidite e si aggrapparono alle due gambe anteriori della sedia, come se cercassero un appoggio. La carta ripiegata in quattro resistette più che poté alle lame taglienti, si accartocciò sugli angoli, mostrò nella brace purpurea i graffi della scrittura, ma la santissima Trinità non poté impedire che una sostanza di quasi quattrocento mila lire, scritta in quel foglio, diventasse per chi l'aveva scritta un pizzico di carbone.
Tognino Maccagno rimase a contemplare indurito in un senso di stupore quel pugnetto di carta nera, che si ostinava a star compatta in bocca al fuoco, mostrando i segni rossastri della scrittura. Era un acre piacere che lo inchiodava a contemplare gli avanzi di un tradimento. Tradimento di chi? non andò a cercare. Prese le molle e con un colpo violento sfondò sparpagliò, confuse, scombuiando nella cenere e nel fuoco la carta che mandò molte piccole anime nere su per la canna.
II
IL FUNERALE
Il giorno dopo, con un tempo umido e freddo, il portico, l'andito, la portineria, la scala furono fin dalle prime ore pieni di gente accorsa a far onore alla povera signora Carolina.
Il signor Tognino, per mettere un argine ai pitocchi veri e falsi, che accorrono ai grossi morti come i mosconi sullo zucchero, ordinò che si chiudesse un battente della porta e vi piantò due belle guardie di Questura.
La vecchia benefattrice era troppo conosciuta da quelle parti, perché la notizia della sua morte non avesse a tirar gente dalle più lontane case del Borgo. Verso le dieci in Carrobbio si stentava a passare tanta era la folla.
Dei parenti non ne mancava uno, così dei Ratta come dei Maccagno, oltre i parenti dei parenti, gli amici, i curiosi, venuti chi per interesse, chi per pietà, chi per dovere, chi per vedere.
I Maccagno, gente benestante, vestivano in nero e affettavano una certa preminenza, perché la morta era una Maccagno. Pareva quasi che se ne vantassero. I Ratta invece si comportavano più dimessamente. Ce n'era d'ogni colore, portinai, stampatori, mastri di muro (Gioacchino Ratta aveva cominciato anche lui col portar la secchia della calce), piccoli bottegai, venditori girovaghi, quasi tutti con qualche segno del mestiere e della miseria indosso, chi male infagottato nei panni d'inverno, chi livido e fresco nei pochi vestiti della festa.
Un piccolotto nero colla faccia fasciata in un fazzoletto pretendeva di cacciar indietro Giovan dell'Orghen, un poveraccio quasi senza scarpe, col pretesto che non era un parente, ma Aquilino Ratta dimostrò che i pitocchi son tutti fra loro fratelli nella santa miseria.
Il sor Tognino, bello e sbarbato, in abito nero, col cilindro fasciato a lutto, faceva gli onori di casa, tra l'anticamera, l'uscio e il pianerottolo, stringendo la mano ai parenti di riguardo, salutando colla mano in aria i più poveri, alzando le spalle, ritraendo il capo, socchiudendo gli occhi a quell'espressione politica e filosofica, che tradotta in parole verrebbe a dire: "Che dobbiamo farci?" La Sidonia Maccagno, sorella di Tognino, maritata all'impresario Mauro Borrola, sotto un gran cappello alla don Carlos, richiamava ancora gli occhi della gente colla sua bellezza teatrale, che né i quarant'anni sonati, né le ciprie del palcoscenico avevano potuto cancellare dalla sua faccia larga e matronale di Norma. Il cavaliere suo marito, glorioso avanzo d'una mezza dozzina di fallimenti, dominava anche lui colle spalle e colla voce baritonale, d'un sonoro accento padovano, con cui in nome dell'ostia seguitava a brontolar contro la folla dei pitocchi, come se avesse pagato il posto e il diritto di brontolare.
Vedendo che una nuvola di questa marmaglia sforzavasi d'invadere la scala, alzata una canna con grosso pomo d'argento, sempre in nome dell'ostia, minacciò quella canaglia di far chiamare le guardie.
Il povero Berretta, livido come un panereccio e non ancora rimesso dallo spavento della notte, movevasi col passo legato d'un sonnambulo in mezzo alla gente, sollevando ora una mano ora l'altra, senza impedir nulla, sotto la persecuzione continua del cavalier Borrola, che gonfiando le ganasce, soffiando l'anima, lo minacciava dai primi scalini col bianco degli occhi. E il bello è che il portinaio né conosceva quel grasso signore dai baffi tirati in punta, dipinto come una tavolozza, né capiva quel che volesse da lui col suo bastone in aria e col suo fiol d'on can.
Arrivò a tempo Ferruccio con un fascio di candele che consegnò a suo padre perché fossero distribuite.
Entrò a tempo anche la carrozza funebre, che, descritto un bell'ovale nella neve fresca della corte, venne a collocarsi sotto il portico, tagliando in due parti la folla, i signori verso la scala, la poveraglia verso la cantina. Sui berretti molli, sui cappelli a cencio, sui fazzoletti delle povere donne svolazzava il tricorno di don Giosuè Pianelli, un vecchio prete sepolto nel bavero d'un gran tabarro allacciato con una grossa catena di ferro sotto il mento.
Accanto gli stava cogli occhi velati dai neri sopracigli l'avvocato Baruffa, di cui la testa lucida e nuda splendeva in mezzo ai colori scuri come un grosso uovo di struzzo.
Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del regio lotto, cercò d'accostare il prete e d'interrogarlo pulitamente, col dovuto rispetto alla circostanza, su quelle che dicevano le probabilità d'un testamento, mediante il quale... per il quale... Don Giosuè, scrollando il tabarro in furia, brontolò qualche cosa in fondo al bavero, e cambiò posto. Fu avvicinato da questa parte da Salvatore Boffa, il fonditore di caratteri di stampa (l'uomo dalla ganascia fasciata), che, soffiando le parole come gli permetteva la flussione, toccò ancora il tasto del testamento. Don Giosuè alzò gli occhi al cielo e parve sprofondare nel bavero come in una botola.
Nell'angusto passo della portineria la Santina, la donna di servizio che il sor Tognino aveva messo rabbiosamente alla porta, si profondeva in lagrime avvolta in uno scialle nero che le dava l'aspetto di una sanguisuga.
Con tanta ressa di gente che ingombrava la scala e il portico la povera vecchia Ratta stentò a farsi strada, quando la portarono abbasso nel suo ultimo vestito di legno bianco. Intanto la processione dei preti e dei chierici colla croce, preso in mezzo Lorenzo Maccagno, lo trascinò, rimorchiandolo fin presso le ruote del carro, tenendolo imprigionato in un cerchio di candele accese. I preti cominciarono a brontolare orazioni. Lorenzo, chiuso in mezzo dalle cotte, cercò di salvare il cappello nuovo dalle sgocciolature, e se ne servì come di scudo per difendersi dagli occhi maliziosi della zia Sidonia, che rideva dietro le spalle massiccie del cavalier marito. Nell'andar via cogli occhi da quella tentazione, ne incontrò un'altra, a una finestra del secondo piano, dove la bella Olimpia, ancora spettinata, stava spiando nello spiraglio tra due gelosie.
Il brontolamento dei preti rimescolò subito le viscere del cavalier Borrola, libero pensatore e framasson padovan, che non poté trattener anche lui il suo rosario contro il botteghin e il bottegon, contro una razza di mangiapan, che vivono alle spalle dei credenzoni...
Il bravo fallito, gonfiando gli occhi, esprimeva questi suoi sentimenti con una voce di moscone irritato, movendo la punta dei baffi come gli indici d'un grosso orologio. Un poco di più avrebbe fatto nascere uno scandalo, se a un tratto la voce stizzosa e chiara del sor Tognino in cima alla scala e lo scalpitare dei cavalli, che menavan via la morta, non avessero sviata l'attenzione dei dolenti per così chiamarli.
Una donna, certa Angiolina, ortolana di professione, parente anche lei della defunta, essendo venuta in cognizione che la vecchia Ratta aveva lasciato delle disposizioni a favore dei parenti poveri, sgusciando tra la folla in coda ai becchini, aveva colto il bravo sor Tognino sulla soglia dell'appartamento e pretendeva avere da lui qualche notizia positiva. Il sor Tognino la fermò sull'uscio e cercò mostrarle che non era proprio il momento più opportuno di parlar di affari, per bacco! Le carte erano nelle mani del notaio Baltresca...
"Baltresca o Baltrosca..." ribatté la donna, che dalle voci era indotta a creder poco al bravo parente, "vuol dire che ci saremo anche noi." E usando la metafora che in verziere è come un manico d'avorio infilato sopra una lama ordinaria, seguitò, alzando la voce: "Badiamo a non fare il gatto, perché noi ai gatti che allungano troppo lo zampino tagliamo la coda e se non basta la coda tagliamo anche gli orecchi..."
Il sor Tognino colse un buon momento e chiuse l'uscio sul muso alla pettegola.
Il corteo, infilato l'androne della porta piegò a sinistra e si distese come una vera biscia lungo il corso di Porta Ticinese, verso la parrocchiale di San Lorenzo. Ai cordoni si trovarono, un po' per caso, un po' per accordi presi, Sidonia Maccagno maritata al cavalier Borrola, Celestina maritata a Michele Ratta lattivendolo, Paolina Bianconi maritata a un Maccagno, orefice all'insegna dell'àncora, e Arabella Pianelli, da tre mesi sposa a Lorenzo Maccagno. Casa Maccagno su tutta la linea.
Nel via vai delle vetture, dei carri, dei tram, della folla che brulica in quel popoloso quartiere, il funerale si allungò nel piacicchiccio sudicio della strada, dove il fango affogava la neve, passando a sinistra delle antiche colonne romane, che sfidano nella loro marmorea indifferenza l'indifferenza più che marmorea che i cinquemila bottegai della parrocchia dimostrano per la loro classica antichità.
La gente si arrestava a guardare un poco, sbadatamente, a questo fatto così comune del morto che passa, che nelle grandi città non suscita più in chi vede se non il fastidio di aspettare che passi. Quindi la folla si rimescola e seguita a scorrere nel declivio dolce e potente della vita.
Il sor Tognino aspettò che tutti fossero usciti e, chiuso l'appartamento, tenne dietro al funerale col suo passetto corto e strisciato, mentre andava infilando un paio di guanti di pelle. Raggiunto il corteo si accostò a Lorenzo e gli disse:
"Perché hai permesso ad Arabella d'uscire con questo tempo? Non avete proprio nessun giudizio".
"Se tu sai persuadere le donne quando si fissano un'idea..." osservò sorridendo il giovine.
"Nel suo stato è giusto prudenza uscir di casa e il cacciarsi nella folla!"
"Bravo, diglielo..."
Il vecchio Maccagno aspettò il momento che la morta stava per entrare in chiesa, chiamò in disparte la nuora, e le disse:
"Non voglio che lei resti a prender altro freddo. Dia ascolto a me, torni a casa..."
"Mi sento bene..."
"Oggi si sente bene e domani potrebbe sentirsi male. Venga con me, abbia pazienza. Passa il tram, torni a casa, e si faccia dare una bell'acqua calda dall'Augusta. E cambi subito le scarpe. Nel suo stato non deve esporsi agli strapazzi."
"Obbedirò..." disse Arabella con un leggiero sorriso.
"Brava, venga con me."
Il suocero tornò dieci passi indietro, fece arrestare un tram, accompagnò la nuora fino al carrozzone, ne pagò il posto, osservando che non fosse sulla corrente dell'aria, e tornò a dire:
"Faccia fermare davanti alla porta". E rivoltosi al conduttore, soggiunse: "Fermati in via Torino, alla porta del dentista..."
"Lo so" disse il conduttore, salutando il signor Maccagno come persona conosciuta.
Il vecchietto seguitò cogli occhi un pezzo la carrozza, e indicando colla mano le scarpe, raccomandò ancora una volta all'Arabella di cambiare le sue appena a casa. Quindi tornò in chiesa, mentre i preti intonavano il "Beati mortui", e andò a collocarsi vicino al Botola, un suo vecchio amico d'infanzia, col quale cominciò un discorso molto vivo. Tre passi dietro di lui l'ortolana, alzando la voce come se fosse in verziere, ripeteva al Boffa e ad Aquilino Ratta:
"Per me, se non vedo le cose chiare, l'ho dichiarato a questo impostore: faccio un altro quarantotto".
III
NELL'AMMEZZATO
"Io ti regalerò questo paio di calze, Ferruccio, ma tu devi spiegarmi un mistero, cioè, come ha fatto il signor Lorenzo a sposare la signora Arabella."
Così prese a dire la zia Colomba, una vecchietta forte e vivace, mentre scioglieva i gruppi di un grosso fagotto che teneva sui ginocchi.
Ferruccio arrossì un poco e prima ch'egli avesse tempo di rispondere, la zia Colomba riprese:
"Dimmi un po': non è essa la figliuola di quel povero sor Cesarino, che si è ammazzato per debiti otto o dieci anni fa? Devi ricordartene, perché fu uno di quei casi che fanno impressione. La sua mamma sposò in seconde nozze un buon uomo di campagna, se non mi sbaglio".
"È così."
"I Pianelli abitavano in Carrobbio, quando io servivo presso i Grissini e mi ricordo bene di quella cara biondina, che aveva due occhi pieni di sentimento. Era una donnina fin d'allora. L'ho ben riconosciuta l'altro dì al funerale della povera signora e ho visto che è diventata una bell'asta di donna, con un faccino rosso e delicato. Come ha fatto a sposare questo disutile dal faccione grasso di frate sbarbato?"
Ferruccio, alzando un dito davanti alla bocca l'avvertì di parlar pianino. Il sor Tognino poteva entrare da un momento all'altro.
"Quel suo patrigno" seguitò poi sottovoce "fece delle cattive speculazioni, si trovò in gravi imbarazzi e dovette cercare dei capitali al sor Tognino, capitali che non fu più in grado di restituire. Il matrimonio, pare, accomodò molti interessi"
"Ho capito. Sempre così. Gli uomini fanno i cattivi affari e tocca alle povere donne d'aggiustarli. Voi stracciate e a noi tocca rattoppare, birboni..."
"Però" s'arrischiò a dire il ragazzo "in casa le voglion bene e la trattano con tutti i riguardi."
"È vero, sì o no, che questo babbeo di suo marito ha sempre fatta una vita allegra coi denari del papà e che fino a ieri ha mandato in lusso una cantante?"
Ferruccio tornò ad arrossire, come se la zia Colomba gliene facesse carico a lui.
"Non è un uomo cattivo nemmeno lui" disse dopo un istante. "Non nego che abbia fatte le sue: è ricco, ha buon cuore."
"Dàllo ai merli questo cuore!" ripigliò con una certa furia la zia Colomba, agitando le cocche del bel fazzoletto di seta, che aveva posato sulla testa contro i rigori del freddo. "Tu sei un mezzo chierico e non conosci il mondo; ma dacché sei entrato in questa casa, io non ho mai avuto il cuore tranquillo. Tutti i giorni faccio le mie indagini e, dico la verità, vedrei volentieri che tu cercassi qualche cosa di meglio. Tu non hai sposato nessuno, fortunatamente, e puoi spolverare le scarpe quando vuoi e andartene. Non è il nostro genere. Gente senza legge e senza fede, che per un quattrino venderebbero l'anima a berlicche! Di religione non si parla; il padre peggiore del figlio e il figlio sulla strada di diventar peggiore del padre. A me, ripeto, dispiace immensamente che tu sia venuto a masticare questo pane; lo dicevo anche ieri alla zia Nunziadina. In questa tana non hai nulla di buono da imparare."
Ferruccio indicò col pollice un uscio dietro di lui e si portò di nuovo l'indice alla bocca.
La zia Colomba alzò le spalle, come se non gliene importasse nulla che la sentissero, tentennò un pezzo il capo, e abbassando di nuovo la voce fin dove glielo permetteva il calore del discorso, soggiunse:
"Sì, mi rincresce, e vedrei volentieri che tu cercassi un altro sito, il mio bene".
Ferruccio, figlio di Pietro Berretta, da un anno circa, dacché rinunciando alla vocazione era uscito dal Seminario, andava cercando la sua strada, e solamente per non essere d'aggravio ai suoi, s'era adattato a scrivere nello studio del sor Tognino.
Non avendo potuto trovar posto nella portineria, era andato a convivere colla zia Colomba e colla zia Nunziadina, sorelle di sua madre, in una casetta di via San Barnaba, posta tra il convento dei barnabiti e l'ospedale, un luogo segreto tra molti giardini, dove l'erba si fa strada in mezzo ai ciottoli, dove qualche macchia di vecchie piante resiste ancora agli urti della civiltà.
La zia Nunziadina, una nanina che reggevasi su due piccole gruccie, alta un braccio da terra, con un faccino profilato e bianco, tutta cuor di Gesù, lavorava i pizzi da chiesa, mentre la Colomba, che potevasi paragonare a un gruppo di rovere, andava intorno coi fagotti, al Monte di Pietà a comperare e per le case a vendere.
La povera nanina non era meno attaccata a Ferruccio di quel che fosse la sorella.
Anche lei, che viveva in un guscio, aveva seguito il figlio della povera Marietta per tutti gli anni che il chierico rimase in Seminario, mettendo in disparte i pizzi più belli e un cassettone di refe per le gambe del futuro ministro di Dio.
Quel dì che per qualche contrasto il ragazzo dichiarò di non voler andar avanti, la zia Nunziadina non gli tolse il suo amore per questo. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventò ancora più tenero, quando le due zitellone, conosciute nel quartiere col nome di "due beate", ebbero la fortuna di tirarsi il giovane in casa e di covarlo come si cova un uovo. La zia Nunziadina gli cedette subito il suo stanzino pieno di quadretti e di rosari, che dava sul giardino di casa Merliani, e lei si ridusse a dormire nella stanza vicina, insieme alla Colomba. In mezzo non c'era che una cucina, che serviva anche di salotto, col telaio e il seggiolone della sciancatella sotto la finestra vicino al ballatoio. Davanti apriva il suo grandioso ombrello un vecchio castano amaro, dalle braccia robuste, che d'estate sbatteva nelle chiare stanzette una fresca e tremolante luce verdognola. Le "due beate" vivevano come in paradiso, al di sopra degli stenti, colla chiesa sull'uscio, colla vista dei giardinetti, risparmiando ogni giorno qualche soldo, che andava a ingrossare un libretto di risparmio, che la zia Colomba consegnava per sicurezza al padre Barca, il dotto rosminiano, autore di una "Cosmogonia mosaica" molto riputata.
Ferruccio, per non essere di aggravio alle zie, procurava di tornar utile in casa, attingendo acqua, portando legna e carbone, uscendo e tornando colla cesta della roba stirata, aiutando la zia Nunziadina a increspare, a incannettare le cotte e i camici, a riscaldare i ferri: o correva al Monte, durante la vendita, per aiutare la zia Colomba a trasportare la mercanzia. Il suo sogno era di poter entrare presso un libraio a far pratica, dove potesse adoperar meglio le cognizioni e l'ingegno, e per un pezzo sperò colla raccomandazione del padre Barca di essere assunto da un editore di operette religiose; ma sul più bello il libraio fece affari d'autore e fallì. Seguirono giorni di grande malinconia per il povero ragazzo, che si vedeva lungo e inutile. Egli non poteva passar la vita a contemplare la zia Nunziadina, che lavorava le sue dodici ore senza far rumore, tra le tortorelle che passeggiavano in cucina a beccare nelle screpolature dei mattoni. In questi momenti tanta tristezza gl'invadeva il cuore, che se ne trovava il viso molle.
"Come si fa, zia? i posti non si trovano mica sempre secondo i nostri desideri, e io sono stufo di vivere alle vostre spalle, povera gente anche voi. Del resto, in cinque mesi che mi trovo a lavorare col sor Tognino, non mi sono accorto ch'egli sia quel diavolo d'usuraio che dite voi. È un uomo d'ingegno, lesto, che lavora come un giovinotto. Ora mi dà sessanta lire e capite, zia, che nel mio caso non è facile trovarle dappertutto sessanta lire."
Questi discorsi avevano luogo in un basso ammezzato che serviva di anticamera allo studio del sor Tognino.
Una larga finestra, che occupava quasi tutta la parete, riceveva luce da una corte in cui l'aria colava con un color scialbo d'aria vecchia. In giro eran molte finestre che si guardavano in faccia.
La casa è un'alta e bella costruzione recente, posta quasi nel cuore della città, con molte botteghe verso la via Torino, con eleganti balconi al primo e secondo piano, con un portone signorile, su cui domina l'iscrizione cubitale d'un dentista tra due massicci denti molari. Sugli stipiti sono molti cartelli e lamine scritte, che dànno all'edificio il carattere d'un gran magazzino.
Dalla parte degli ammezzati invece una porta secondaria viene quasi ad addossarsi alle logore costruzioni della vecchia Milano, e serve di sfogo ai retrobottega e agli appartamenti, a cui si accede per via d'una scaluccia sempre sporca e bagnata. Qui era lo studio del padrone di casa, ossia di colui che i casigliani riconoscevano per il padrone di casa, perché a lui pagavano due volte l'anno la pigione; ma in realtà il signor Maccagno non era che rappresentante o subaffittario interessato d'una Compagnia di assicurazione che aveva fatto poco buoni affari.
Dopo un po' di silenzio la Colomba, che per la prima volta poneva il piede in quella tana, prese a dire:
"Io non voglio, il mio bene, importi la mia volontà. Tu hai raggiunta l'età del giudizio e sai distinguere da te quel che va fatto. Hai studiato anche il latino, sicché, figuriamoci! Ciò che importa a questo mondo è di non perdere il timor di Dio. Anche di camicie stai male, ma spero rilevarne una mezza dozzina al Monte al prezzo di quattro lire l'una, se quel della tromba manterrà la parola. Son belle camicie nuove, di tela forestiera, che forse hanno appartenuto a qualche conte sbagliato. Son forse, un po' larghe, ma tu pensa a ingrassare, anima mia... E quella chi è?"
L'improvvisa domanda fu accompagnata da un gesto verso una ragazza che scendeva la scala (di cui vedevasi un gomito dalla finestra) facendo cantare un secchiello di rame.
"È la cameriera della signora."
"Come si chiama?"
"Augusta."
"È un bel nome, ma ha certi occhi! Non sarebbe meglio che tu voltassi le spalle alla finestra, quando scrivi?"
"Non ci si vede, cara zia" rispose Ferruccio, ridendo con sicurezza, come chi ha l'animo tranquillo.
"Tu che hai studiato il latino sai come si dice: Oculos porta peccatorum."
La vecchietta allegra e rubizza rideva ancora a sentirsi in bocca il latino, quando l'uscio si aprì bel bello ed entrarono Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del lotto, Salvatore Boffa il fonditore di caratteri e l'Angiolina l'ortolana, venuti in deputazione per parlare al sor Tognino, loro mezzo parente, sull'argomento del testamento Ratta.
Era il consiglio che aveva dato loro l'avvocato Baruffa.
"Non c'è," disse Ferruccio "ma tornerà verso mezzodì. Se possono aspettare cinque minuti..."
"A me pare che dal momento che siamo venuti possiamo anche aspettare..." osservò il vice-ricevitore col tono di chi fa una proposta ragionevole.
"Aspettiamo pure" gorgheggiò con una cantilena tutta sua particolare l'ortolana, che, riconosciuta la Colomba, riprese a dire: "Come? anche la Colomba nella casa dei ladri?"
La donna, che stava stringendo i gruppi di due grossi involti, l'uno di panno verde l'altro in un fazzoletto rosso di cotone, raccontò d'esser venuta a parlare a quel suo ragazzo, che era figlio della povera sua sorella Marietta. Toccava a lei a fargli da mamma e a rattoppargli i quattro stracci, perché il figliuolo, dacché era uscito dal Seminario, si trovava come perso nel mondo. A trovare un onesto boccone di pane, spavento! in giornata è diventato un affar serio.
"In giornata la fortuna è dei ladri e dei Tognini" declamò l'Angiolina colla voce fresca, che usava in verziere al tempo delle prime fragole.
"Io direi, punto primo, di non guastare la torta" osservò colla naturale prudenza il vice-ricevitore, che amava in ogni questione star sempre dalla parte della ragione.
Prima di fare degli scandali era bene parlare amichevolmente col loro parente, sentir le due campane e ragionare. A ragionare ci s'intende, e per ragionare non è necessario gridare...
Salvatore Boffa, quel piccolotto nero che aveva ancora la faccia rifasciata nel fazzoletto, alzò il capo, socchiuse gli occhi, dimenò le mani forse per dire: "Le donne, falle tacere le donne..." Ma non uscì che un sordo mugolìo.
"Torto o torta, qualche cosa dovremo rompere del sicuro" seguitò colla sua indomabile ostinazione la donna, facendo scorrere le mani sulle maniche, come se si preparasse a lavare. "La Colomba sa bene anche lei di che cosa si tratta."
"Io non so nulla, caro il mio bene. Io sto laggiù a San Barnaba, fuori del mondo."
"Come? non sapete che Tognino Gattagno" (e accompagnò il nome col gesto di chi gratta l'aria) "ha fatto scomparire un testamento di quattrocento mila lire?" "Scomparire..." osservò sorridendo Aquilino, che non amava le asserzioni avventate. "Punto primo..."
"Sissignori! un testamento, in cui, dire a dire, è impegnato il sangue di tanta povera gente."
"Noi non sappiamo se l'ha fatto sparire o se non l'ha fatto..."
"Caro il mio regio impiegato, si vede proprio che il cilindro vi scalda la testa."
Angiolina volle alludere al cappello che Aquilino aveva preso per la circostanza, perché Tognino non dicesse in nessun modo che i parenti gli avevano mancato dei debiti riguardi.
"Non sappiamo? è vero o non è vero che quella vecchia ha lasciato una sostanza di quattrocento mila lire? non l'ha detto il notaio? non l'ha detto l'avvocato? non l'ha detto don Giosuè? è vero o non è vero che questo birbone s'è pappato tutto?"
"Noi siamo venuti per discorrere, e per discorrere bisogna, punto primo, discorrere, è vero?"
Aquilino, che non si curava mai del punto secondo dei suoi ragionamenti, si volse verso Ferruccio per avere una testimonianza in un giovinotto serio, che sapeva scrivere.
Anche il vice-ricevitore, per dir la verità, lusingato un po' troppo nelle sue speranze, dopo aver lasciato vincere alla vecchia parente delle partite a tarocco, ch'era un peccato a strapazzarle a quel modo, anche lui era rimasto scosso e mortificato quando il notaio assicurò che Tognino aveva ereditato tutto. Un uomo, per quanto prudente e ragionevole, non è di legno. Alla povera Carolina, Aquilino aveva fin strappato un dente, ed è sempre una cosa ingrata dover sputar fuori una buona speranza.
Il testamento faceva obbligo all'erede universale di assegnare ai parenti di secondo e terzo grado un regalo, una mancia una volta tanto: ma Aquilino Ratta aveva dignitosamente rifiutato l'elemosina. Un Aquilino che si è battuto a Mestre e ha fatto il quarantotto non riceve elemosine. Con tutto questo non poteva approvare il sistema di violenza con cui i diseredati credevano di farsi rendere giustizia, punto primo, perché la violenza ha sempre torto...
"Non conoscevo questa storia del testamento" disse la Colomba, cercando cogli occhi il figliuolo, che stava lì come incantato anche lui a sentire. "Possibile? una sostanza di quattrocento mila lire?"
"Tutta lui!" ripigliò l'Angiolina, agitando i dieci diti raccolti in due pugnetti sotto il naso della Colomba. "E questo cilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno della galera... E dire a dire che siamo una masnada di bisognosi, senza contare i morti di fame, corpo d'una biscia! che stentano a star diritti se tira vento. Infame, tutto per lui e per le sue sgualdrine!"
La donna eccitata e sferzata dalla sua passione parlava cogli occhi infiammati, colla faccia in su, coi pugni chiusi e puntellati sul grosso dei fianchi, assorbendo in sé tutta l'anima della Colomba e dei tre uomini che le stavano intorno.
"Quattro...cento...mila lire!" sillabò ancora una volta, parlando quasi coi denti, verso la Colomba, che infilati i due fagotti, congiunse le mani in un atto di pietosa commiserazione.
E l'ortolana, postandosi sul piede destro, avanzato l'altro come se si preparasse a ballare il minuetto, colle due braccia piegate sulle anche, come due solide anse d'un'olla di bronzo, stava per aggiungere una lunga frangia, quando, proprio in quel punto, l'uscio di scala si schiuse, spinto da una mano dolce, e Arabella entrò col suo passo leggiero, dicendo:
"Scusi, signor Ferruccio..." e vista dell'altra gente, fece un inchino colla testa, ripetendo: "Scusino..."
Era vestita d'un lungo soprabito di velluto con orli e risvolti di pelliccia, con un cappello di mezzo lutto guarnito di nastri violetti, che scendevano a fasciarle le fattezze delicate del volto. Teneva le mani in un piccolo manicotto d'un pelo lungo e floscio, che premeva sul grembo. Entrò col respiro un po' affaticato (essa era già sui due mesi) portando in quell'aria ottenebrata e pregna dell'acre odore della muffa e dell'inchiostro un delicato profumo di ireos...
Porse un foglio a Ferruccio, dicendo:
"Le ho portato il promemoria della povera Teresa Stella. Sono stata ieri a vederla e fa veramente compassione. Ha il marito malato all'Ospedale e tre figliuoletti senza pane. La stanza non può pagarla assolutamente; non è mica un pretesto. Lo dica a mio suocero".
"Sissignora, glielo dirò."
"Se no, pagherò io per lei."
"Sissignora..." rispose di nuovo Ferruccio, movendo il capo come un arlecchino snodato.
"Se le può perdonare il semestre, fa un'opera di carità."
"Sissignora."
Ferruccio rosso più del fuoco corse ad aprir l'uscio, come se avesse bisogno di mandarla via subito. Tremava tutto.
"La permette, la mia bella signora, che io la riverisca?" disse la zia Colomba, facendosi avanti con una riverenza e co' suoi due fagotti infilati sulle braccia. E mentre Arabella le fissava gli occhi in faccia: "Son la Colomba, che servivo i Grissini, la zia di questo figliuolo, si ricorda?"
"Molto bene: e vi trovo tal e quale. Come state, Colomba?"
"Si resiste. E la sua bella mammina sta bene? Come s'è fatta grande e bella, angeli custodi. Non è più quella magrina bionda che trovavo sulle scale, si ricorda? Ho dovuto domandare a Ferruccio..."
"Brava! venite a trovarmi qualche volta."
"Certo, volentieri: mi farà una grazia."
"Lei si ricorda..." riprese a dire Arabella rivolta verso il giovane. "una carità..."
"Sissignora..."
Ferruccio aprì di nuovo l'uscio e si affrettò a chiuderglielo dietro le spalle, come se cercasse di tenerla fuori per sempre.
"Ci vuol altro che vestirsi di velluto, brutta smorfiosa" entrò a dire l'Angiolina subito dopo. "Ci vuol altro che i cappellini e che il fare la carità col sangue della povera gente, sgualdrinetta."
"Che colpa ne ha lei?..." osservò la Colomba.
"Le solite esagerazioni..." soggiunse Aquilino, crollando il capo in aria di compatimento.
Ferruccio, pallido e irritato, stava cercando anche lui una parola di difesa, quando la voce chiara e nervosa del sor Tognino, che risonò sul pianerottolo, diede una scossa ai pensieri dei tre delegati e agitò la zia Colomba, che avrebbe voluto essere già lontana tre miglia.
"Non voglio assolutamente che lei passi di qui" diceva il vecchio suocero ad Arabella. "Sta bene, sta bene, ma può parlare con me senza bisogno di tanti avvocati."
E ancora infiammato in viso aprì l'uscio e con gli occhi semichiusi, come fanno oltre ai corti di vista coloro che non vogliono vedere, adocchiò gli illustri personaggi che stavano aspettando l'udienza.
Aquilino, volendo prendere una rispettosa iniziativa, dondolò un poco sulle gambe a guisa di canna, e agitando il suo cilindro prese a dire:
"Sono io, caro sor Tognino, io Aquilino Ratta, sicuro: e questi son due nostri buoni parenti, coi quali, per i quali siamo venuti, se lei ha tempo un piccolo momentino, perché vorressimo, punto primo, discorrere un poco in intuito di quel testamento di quella povera Carolina nostra parente, per la quale..."
"Aaah!" cantarellò in tono nasale il vecchio affarista, come se cascasse dalle nuvole. "Passate di qui..." ed entrò per primo nello studio.
Aquilino si rivolse all'Angiolina e alzato un dito diritto come una lancia, le raccomandò ancora una volta la prudenza. "Parlo io!" disse con quel dito in aria, e andò avanti. Il Boffa lo seguì. Ultima fu l'Angiolina che, data una scossa tremenda alla Colomba, volle tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:
"O vediamo i soldi, Colomba, o si fa il quarantotto!"
E trottolò dietro gli uomini.
"O zia Colomba!" proruppe Ferruccio, pallido in viso, correndo presso la donna. "Che storia è questa? avete sentito che brutte parole? e che c'entra la signora Arabella?"
"Io non so niente, il mio bene, io sto a San Barnaba; ma non mi meraviglio di niente. Il denaro è peggiore del diavolo che l'ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi farò contare la storia di questo testamento. Io ho detto subito che quella povera creatura era in bocca ai cani..."
"Saranno le solite esagerazioni..."
"Non mi meraviglio di nulla, e torno a dire, vedrei volentieri che tu cercassi un pane migliore. Vieni a casa presto stasera e ne parleremo anche colla zia Nunziadina."
IV
I PENSIERI DELLA ZIA COLOMBA
La Colomba tornò a casa un po' più tardi del solito, avendo voluto prima parlare con suo cognato Berretta, circa le voci che correvano su questa benedetta eredità.
Essa temeva che Ferruccio avesse a trovarsi implicato in qualche brutto intrigo e desiderava ancora più di prima che, potendo, cambiasse aria al più presto.
Trovò il Berretta più brutto del solito nel bugigattolo della portineria, tutto occupato a far dei punti in una vecchia livrea di casa Mainona, al lume di un moccoletto di sego, che se rompeva il buio della stanzuccia, sfigurava davanti al chiaro della strada. A Sant'Antonio il giorno si prolunga di un'ora buona: e in certe giornate serene il sole arriva quasi a tempo a vedere la minestra in tavola.
"Ho visto Ferruccio" cominciò la Colomba, mettendosi a sedere senza tirar le braccia dai grossi fagotti, che appoggiò sui ginocchi "e mi ha detto che il suo principale gli ha aumentato il mese. È una bella cosa, ma non vorrei che con questi denari il povero figliuolo avesse a comperarsi dei fastidi e molto meno degli aggravi di coscienza. Che razza d'uomo è questo vostro principale? Io non l'ho visto che alla sfuggita e mi ha la figura di una faina. È vero che ha fatto i denari in ogni maniera? che a Milano possiede certe case dove, per esempio, non vorrei che Ferruccio andasse a dire il rosario? e che storia è questa del testamento rubato, che so io? di un'eredità di quattrocento mila lire; che il bravo uomo, si dice, avrebbe fatto scappare? Voi che cosa ne sapete? perché io ho sentito oggi parole di fuoco e quando la gente comincia a tirar sassi contro un cane rabbioso c'è pericolo che i sassi rompano qualche cosa e colpiscano la testa della gente che passa. Ferruccio è un povero chierico che ha ancora la sua prima innocenza e non vorrei che si trovasse, senza accorgersi, implicato in un affaraccio. Il gatto bianco che va a dormire nel carbone bisogna che si svegli nero la mattina. Siamo povera gente a cui piace morire in pace; e il male, parlando con poco rispetto, è come la rogna: chi l'ha l'attacca."
Il Berretta lasciò cadere il lavoro sui ginocchi e, guardando la cognata attraverso i vetri grossi degli occhiali, prese a dire con un tono mezzo canzonatorio:
"Vedete che io faccio il sarto"
"Il fare il sarto non v'impedisce di vedere chi va e chi viene dalla vostra porta, e non deve nemmeno impedirvi d'occuparvi del bene del vostro figliuolo."
"Egli aveva trovato un benefattore che lo faceva studiare."
"Lasciamo stare questa storia, che non c'entra adesso. Se il figliuolo non si è sentito di fare il prete, ha mostrato della forza d'animo e della coscienza a buttare il collarino nelle ortiche. Di preti senza vocazione il Signore non sa che cosa farne. Io parlo del Ferruccio d'oggi, anima benedetta!"
"Se gli dànno sessanta lire al mese..." brontolò svogliato il portinaio, ripigliando a far dei punti nella livrea.
"Scusate, Pietro: ci sono dei mestieri, in cui si possono guadagnare comodamente duecento e trecento lire al mese solamente ad aprir l'uscio al diavolo. Se voi mi servite per sessanta lire di chiodi in minestra e se io devo digerire la vostra generosità, grazie della vostra minestra: preferisco la polenta condita di fame. Ora i rimorsi sono come un carico di chiodi per la coscienza."
Il sarto chinò il capo, addentò il gruppo del filo e se lo rosicchiò, alzando le spalle, come se il discorso non lo riguardasse.
"Che cosa c'è di vero dunque in questa storia dell'eredità?" tornò a domandare la Colomba, appoggiando il viso al fagotto rosso.
"Domandate a me?"
"Con chi parlo se non con voi?" scattò a dire la donna facendosi rossa come il suo fagotto. "L'Angiolina l'ortolana, Aquilino Ratta, se non isbaglio, un ometto magro che parla bene..."
"Conosco io questa gente?" ribatté il portinaio, quasi contento di poter rispondere alle domande con altre domande altrettanto noiose e inconcludenti.
"È impossibile che non ne sappiate qualche cosa. La Ratta non è morta qui?"
"E sono io il confessore delle vecchie che muoiono?"
"Saprete almeno dire se il vostro padrone è un galantuomo e se quel che dicono di lui sono bugie?"
"Io?" tornò a domandare il Berretta, indicandosi colle grosse cesoie. "Io faccio il sarto."
"Sapete almeno quel che vi costa l'acquavite che bevete in un giorno e che vi rende stordito come una oca?" proruppe la Colomba alzandosi, colle fiamme ai pomelli del viso, fiutando nell'aria il puzzo di cui era impregnato lo stanzino. "Io sono venuta per il bene di Ferruccio e non per sapere gli affari degli altri, e molto meno i vostri. Voi fate il sarto e io compero la roba al Monte: state allegro e diverrete grasso, Berretta."
E se ne andò dopo aver infilato l'uno dopo l'altro i due fagotti nello stretto passaggio dell'invetriata.
Il Berretta buttò le cesoie sul tavolo con grande fracasso, soffiando forte di dispetto e di disperazione. Che venivano a rompere la testa a lui? potevano battere un morto con più profitto. Quando un uomo è sull'orlo di essere impiccato, è giusto a lui che si deve far la questione di che filo è fatta la corda! Lui non conosceva nessuno, né Aquilino, né Pasqualino, né Maddalena, né Bartolomeo; lui faceva il sarto. Chi sa dire fin dove un uomo è galantuomo e fin dove è briccone? ma quando il sor Tognino avesse dato corso alla denuncia, non c'era più un cane in Milano che avrebbe potuto salvare un povero tristo dal cellulare. A quest'idea il povero Berretta rabbrividiva fin nel fondo degli ossi e non era che per cacciar quel freddo dalla midolla che, non avendo più vino, raccomandavasi all'acquavite.
La Colomba, co' suoi due fagotti infilati sulle braccia, traversò mezzo Milano nell'ora che già cominciavano a illuminarsi le botteghe e a spuntare le fiammelle rossiccie dei lampioni a gaz nella lunghezza delle strade.
Dal Carrobbio alla via di San Barnaba è una bella passeggiata ma la buona donna, che dalle undici batteva il selciato e aveva fatto più di una scala, non sentì la fatica, se non quando pose il corpo a riposare sopra una sedia. Allora le gambe e i due polsi indolenziti dal peso della roba cominciarono a protestare e si lamentarono tutta la notte. Ma fin che fu in moto ella non si accorse del peso degli anni e del corpo, come se un pensiero più forte di lei la tirasse dietro e la facesse camminare un dito sollevata da terra.
Quel benedetto figliuolo le stava sul cuore.
Dacché Ferruccio aveva lasciato il seminario, vale a dire da quasi un anno, non aveva mai potuto imbroccare una buona strada e c'era pericolo che domani avesse a trovarsi da capo, al sicut erat in principio, perché non basta dire: questo è pane... ma bisogna sapere di che cosa è fatto il pane che si mangia. Ora, quando Ferruccio avesse dovuto ingrassare il corpo a danno dell'anima, né la Colomba, né la Nunziadina non avrebbero permesso, e bisognava tornar da capo a cercare un boccone meno duro.
Seguendo le peripezie per cui era passato il ragazzo ne' suoi vent'anni di vita, dal dì che era venuto al mondo, dando la morte alla sua mamma, il pensiero della Colomba tornava indietro e arrestavasi alla storia della povera Marietta, che aveva sposato il Berretta, ma che proprio un gran bene non l'aveva mai voluto a quel povero martoro di sarto. La Marietta era stata una testa romantica e anche Ferruccio aveva una tendenza a scaldarsi l'immaginazione dietro alle idee. Era un ragazzo da poter far bene una vita tranquilla, nella bottega d'un mercante o d'un libraio, era più stoffa da maestro che pasta d'uomo d'affari, molto meno affari confusi in cui il diavolo c'entra o coi corni o colla coda. Quel vederlo rintanato in una stanzuccia oscura, in mezzo ai libri mastri, obbligato a scrivere numeri tutto il santo giorno, a litigare col quattrino, a fare il tiranno colla povera gente (lui, con quel cuore di piccione), a imparare le malizie dell'interessaccio sotto la guida di quella vecchia volpe, era una condizione che stringeva lo stomaco, anche prescindendo dalle belle voci che correvano.
Camminando, per dir così, su questi pensieri che non le lasciavano sentire il sasso, la Colomba arrivò a casa, salì le scale ed entrò, mentre la Nunziadina appoggiata alle gruccette metteva il formaggio nella pentola della minestra.
La piccola tavola era preparata nel mezzo della cucina, coi soliti tre posti, rischiarati da una lampadina a petrolio coperta da un verde paralume di carta. La Nunziadina, quantunque non arrivasse colla punta del mento all'altezza della tavola, saltellando sulle gruccette come un passerino sugli staggi della gabbia, accudiva con agile abilità alle faccende di casa, cercando di render utile la sua piccola persona, anche nei momenti che le sue mani preziose non rammendavano il pizzo. La Colomba, prima di uscire la mattina per andare al Monte, preparava il riso e il lardo e il pentolino all'altezza della nanina, che pensava ad accendere il fuoco e a mettere la minestra in tavola per l'ora che la sorella e Ferruccio tornavano pieni di fame e di freddo.
"Tu hai tardato più del solito stasera e anche Ferruccio non è ancora tornato. Cominciavo a pensar male. Vedi il sor Galimberti?"
"Cara Madonna, non l'avevo visto, sor Galimberti: son così stanca" disse la Colomba, lasciandosi cadere sopra una sedia.
"Come va la nostra Colomba?" chiese colla solita tenera tranquillità e pazienza il delegato, che stava sorbendo una tazza di caffè. "La nostra Nunziadina ha voluto favorirmi una goccia del nèttare degli dèi, e io stavo dicendo che in Milano non ci siete che voi che sapete fare un caffè buono. Dopo che hanno inventato tante macchinette e filtri e diavolerie, non c'è più quell'aroma che si sentiva ai nostri tempi: non è vero Colomba?"
"Noi andiamo all'antica: lo facciamo nel bricco, rimestandolo con un legnetto."
"Sarà effetto del legnetto allora," soggiunse il delegato con un riso grasso in fondo alla gola "ma un caffè come il vostro non lo si beve nemmeno al Cova. Quando sarò in punto di morte vi farò avvertire, perché io credo che questo aiuti a salvar l'anima."
"Lei vien giovane e grasso tutti i giorni e parla di morire. Lei non ha fastidi" disse la Colomba, inginocchiandosi sulla pietra del camino per ravvivare il fuoco sotto la pentola.
"Giovane? da quanto tempo mi conoscete, Colomba! Vostro padre aveva ancora la sostra di legna, carbone e carbonella in piazza della Rosa, quando io vi conobbi la prima volta. Allora io non era che un modesto sorvegliante urbano e so che la mia palandrana e il mio cappellone vi facevan tanto ridere; specialmente la Marietta rideva, quel diavolo pieno di spirito, di cui ero innamorato come un gatto e che avrei sposato, se non fosse stata la vergogna di quella benedetta palandrana tanto disprezzata."
"Chi sa? forse le cose sarebbero andate meglio"
"Non si sa mai la storia delle cose che non sono accadute, ma è certo che io ho sofferto quando ho inteso che ne sposava un altro. Amen, lasciamo stare i poveri nostri morti e datemi notizie della vostra salute."
Il sor Galimberti in memoria del tempo passato aveva conservato della benevolenza verso le due "beate", che veniva di tempo in tempo a trovare, sicuro di bere un buon caffè con molto zucchero in fondo alla chicchera.
Era un buon omaccio al di là della cinquantina, morbido e pesante, con un tono di voce carezzevole, che la qualità del mestiere non aveva mai saputo inasprire. Dall'umile ufficio di sorvegliante urbano era passato per gradi al titolo di delegato di pubblica sicurezza, acquistandosi la stima dei superiori, che riconoscevano nel Galimberti una specialità nel rintracciare i fili del manutengolismo. In Verziere, alla Vetra e al Mercato del Foro Bonaparte, il sor Galimberti era conosciuto e riverito da tutte le più vecchie ortolane e pescivendole, alle quali compiacevasi ancora di offrire delle pastiglie di poligala, di cui aveva sempre indosso una scatoletta contro i rantoli del catarro bronchiale.
Mentre la minestra dava gli ultimi bollori borbottando, la Colomba, che aveva sempre il suo figliuolo sul cuore, condotta dalle malinconiche reminiscenze del delegato a ricordare la povera Marietta, pensò di chiedere al vecchio amico di casa quegli schiarimenti che non aveva potuto ottenere dal Berretta.
"Lei che vive nel mondo e ha molte reti in mano, conoscerà anche il signor Tognin Maccagno..."
"Notus in Judaea..." disse il delegato, aprendo la scatoletta bianca delle sue pastiglie.
"Che vuol dire?"
"Che lo conosco da un pezzo..."
"Che uomo è?"
"Come uomo ha del talento, perché quando si arriva quasi dal nulla a possedere due o tre case in Milano bisogna riconoscere che il talento c'è. Del resto, è quel che si dice un uomo svelto, simpatico, che spenna le galline senza farle strillare. Io ho avuto qualche breve rapporto con lui e l'ho sempre trovato amabilissimo e niente affatto usuraio e tiranno. Sicuramente, se voi mi domandate se nella sua vita non ha mai prestato del denaro al cinquanta per cento, io non ve lo so dire. Se mi domandate se non ha fatto mai qualche torto alla sua legittima consorte, caro Iddio, come posso mettere la mano nel fuoco? Ho conosciuto anche la riverita signora Maccagno, una brutta donna sempre malcontenta, che il nostro Tognino sposò insieme a una casa del Borgo. Ma il bell'uomo aveva altri giri... e credo che le belle donnette non gli dispiaccian anche adesso che è vecchio, più vecchio di me forse una decina d'anni. E talis pater tale qualis filius, da quel che sento... Del resto, che cosa pretendete, cara la mia donna? che un uomo padron di casa, faccia il suo interesse senza sequestrare il paiolo di una povera famiglia e senza far piangere una vedova spettinata? Eh, eh, con queste idee quanti sono i galantuomini in Milano! Il mondo, care le mie donne, non sta a guardare tanto pel sottile, quando si tratta degli uomini fortunati, li prende come sono, li giudica in blocco, col loro attivo e col loro passivo. Voi vivete in un guscio e non potete giudicare che cosa è la vita. Voi, quando avete ascoltato la vostra messa, pagato il fitto, mangiato una minestra e recitato un rosario, andate in letto a dormire; ma il mondo è un campo di battaglia. E allora vi dirò che pochi uomini in Milano hanno saputo e sanno vedere un buon affare, procedere spediti senza mettere piede in fallo, girare le posizioni difficili, tirar l'acqua al loro molino, come sa fare il nostro riverito sor Tognino, pochi uomini sanno conoscere e far ballare uomini come sa farli ballare quest'ometto mezzo miope, col suo passetto strisciato, colla sua voce secca che non ammette repliche, co' suoi ragionamenti tutti d'un pezzo che v'imbrogliano il codice. E non c'è pericolo che rasenti la legge, ve': la conosce più lui la legge che tutti gli avvocati. E con tutto questo non credo che sia egoista, tutt'altro. Questa gente sa essere avara e prodiga a seconda della passione che soffi. Se vi rovina un uomo, non ha gusto di lasciarlo morire di fame sopra una strada, ma procurerà che sia almeno ricoverato in un ospizio."
"Uomini come questi Dio li lascia giudicare al diavolo", proruppe la Colomba, rimestando con una certa furia nella pentola. "Non voglio che Ferruccio resti un giorno di più a questa scuola."
"Eh, voi esagerate: oggi il sor Tognino è arrivato in porto e può darsi anche il lusso di fare il galantuomo e il generoso. Gli uomini abili come lui, che hanno una gran pratica di mondo, sono i primi a credere all'esistenza e all'importanza dell'onestà: e sotto questo rispetto potrà fare del bene al vostro Ferruccio. So, per esempio, che fa dei sacrifici per suo figlio e che ha ricevuto molto bene in casa la nuora, a cui ha preparato un bell'appartamento... Quando si è vicini a toccare il mezzo milione, è una sciocchezza fare il birbante..."
Il sor Galimberti tornò a ridere del suo riso grasso in cui correvano delle piccole note bronchiali.
"Noi abbiamo un altro catechismo: non voglio più ch'egli rimanga un giorno in quella casa."
"È qui, è qui" venne a dire la Nunziadina, e saltellando sulle grucce, andò incontro al ragazzo, che entrò col passo barcollante, tutto stravolto in viso: "Da dove vieni così scalmanato, benedetto figliuolo? si direbbe che tu abbia camminato in un fosso. Le zacchere ti vanno fin sopra la testa."
Ferruccio entrò con aria distratta, e senza salutare nessuno, buttò il cappello e il soprabito sopra una sedia.
"Questo è il figliuolo della povera Marietta" disse la Colomba, indicandolo col mestolo al Galimberti.
"Un bel ragazzo grande, che somiglia tutto alla sua povera mamma..." osservò il delegato, che parve raccogliersi sopra una sua idea. Se avesse osato parlare, il buon uomo avrebbe voluto aggiungere: "E dire che potrebbe essere mio figlio! e che ciò non è avvenuto per una spanna di palandrana".
Ma non volle più oltre disturbare le due donne. Salutò e promise di tornar presto. Mentre la Nunziadina lo accompagnava all'uscio, la Colomba tirò in disparte il ragazzo e gli disse:
"Perché sei così scalmanato? che c'è di brutto? dove sei stato?"
"Ho dovuto correre fino alle Cascine."
"A far che?"
"A chiamare in fretta la madre della signora Arabella."
"Che è capitato?"
"Una cosa orribile, zia... Io tremo ancora..." e il ragazzo, scoppiando in un pianto dirotto, si lasciò cadere sulla sedia.
V
I CATTIVI AFFARI DEL SIGNOR PAOLINO
Il signor Paolino Botta delle Cascine Boazze aveva sposata la vedova di Cesarino Pianelli, madre di tre figliuoli, colle più oneste e generose intenzioni del mondo; ma non andò molto che si accorse di aver fatto uno sproposito. Ai figliuoli si aggiunsero altri figliuoli, mentre i tempi si facevano più difficili pei poveri agricoltori.
Beatrice credette, nel suo placido e incosciente egoismo, di poter godere lautamente dell'abbondanza in cui l'aveva posta suo marito. E questi, d'altra parte, era troppo buono e troppo innamorato, per non aggravare con un sistema di continue debolezze la condizione già cattiva dei tempi e delle cose.
Paolino, non più giovane e poco spiritoso, era in una continua preoccupazione di gelosia e di paura che il Paolino d'oggi potesse, agli occhi della bella moglie, valer meno del Paolino d'ieri: quindi un continuo sforzo in lui di sostenersi in dignità con spese maggiori delle sue forze, con una continua e quasi febbrile ricerca di cose nuove, di dolci sorprese, di tenere improvvisate, di troppo violenti trionfi personali, che a lungo andare, per la legge naturale delle cose, finiscono col logorare le ruote e il carro.
Fu quest'ambizione, mista confusamente di scrupoli e di affezione, che lo persuase a collocare i tre figliuoli della vedova in buoni collegi, i maschietti a Lodi presso i barnabiti, Arabella presso le madri canossiane a Cremenno, un paesello di montagna, che respira l'aria del lago, dove la ragazzina poté ricevere una completa educazione, rifacendo nel clima dolce e salubre la sua costituzione non molto ricca di sangue e alcun poco logorata da precoci patimenti.
Arabella rimase presso le suore circa sei anni e imparò rapidamente e bene tutto ciò che le buone madri seppero insegnarle, aggiungendo di suo quel che aveva patito, cioè un senso malinconico delle cose e della vita che la portava a nascondersi in Dio. Il suo povero babbo si era ucciso nel fior degli anni per sottrarsi alla vergogna d'un processo, e l'idea di un'anima in pena, che espiava il suo male forse senza speranza di perdono, aveva ancora la forza dopo cinque o sei anni di risvegliarla di sbalzo in mezzo alla notte al minimo scricchiolìo, al minimo soffio di vento, che paresse tra le fessure gemito o sospiro.
Suor Maria Benedetta, quando la vedeva più pallida, indovinando il segreto dolore della poverina, la segnava tre volte colla croce e la menava in disparte nel semi-oscuro coretto, nel sacro tiepore che manda l'olio delle lampade, dove, inginocchiate l'una dietro l'altra, la ragazzina davanti, ai piedi del Sacro Cuore pregavano, pregavano, inebbriandosi insieme delle delizie dell'orazione mentale.
Intanto Arabella crebbe alta, con un corpo flessibile ed elegante, più ricco di grazia che di forme, che sfuggiva alle stesse pieghe larghe e goffe della divisa bigia del collegio. I suoi capelli d'un biondo chiaro, l'ambizione del povero babbo, eran cresciuti e cascavano in due lunghe treccie, che le buone madri cercavano d'allacciare e di nascondere.
Alle Cascine Boazze la fanciulla non passava che pochi giorni delle vacanze, in settembre, sforzandosi per un sentimento di riconoscenza e di delicatezza di farseli piacere quei prati lunghi e piani, quelle righe lunghe di salici smorti, che si accompagnano ai fossati, quei casolari tozzi sepolti nel fango o nella polvere delle strade calde. Il suo pensiero tornava sempre lassù a Cremenno, la sua patria spirituale. Cremenno che suor Maria Cherubina chiamava l'anticamera del paradiso, lassù dove l'occhio scende nei burroni e nelle valli fiorenti, e corre sugli specchi azzurri del lago Maggiore, dove infine un'anima agile e pia ha meno strada per toccare il cielo. A lei il secondo matrimonio della mamma non era piaciuto fin dal principio. Ma poiché era dovere di accettare i fatti compiuti, si era proposta fin dai primi tempi di fare in modo che la sua vita non andasse a pesar troppo sulle spalle del patrigno. Già le pareva di aver troppo accettato; e poiché le suore eran contente di lei e le facevano la corte, non tardò a formulare il pensiero deciso della sua vocazione. Si sentiva naturalmente attirata a entrare nella famiglia delle sue maestre, a consacrare la sua esistenza all'istruzione nei collegi dell'ordine. Aiutava questa vocazione la vista del disordine crescente che ritrovava alle Cascine, una casa che reggevasi a forza di puntelli sopra un più nascosto e più profondo disordine amministrativo.
Come avesse potuto il signor Botta in pochi anni scendere e precipitare così basso, era un mistero per tutti, che la crisi agraria e i tempi difficili non bastavano a spiegare. Certo la scomparsa della buona sorella Carolina, che per molti anni aveva tenuto nelle mani il governo dell'azienda, e l'entrare in casa d'un'altra donna, non così pratica e avveduta, era stato il principio d'una decadenza, che una volta avviata, non ebbe più ragione di fermarsi. A questa condizione generale si aggiunsero alcune disgrazie.
Il signor Paolino, nel primo entusiasmo della luna di miele, si lasciò prendere dalla febbre del fabbricare. La vecchia cascina non gli pareva più sufficiente ai bisogni della cresciuta famiglia e alle idee della bella moglie. Si mise nelle mani d'un capomastro e cominciò a tirar su dei muri nuovi. Ma nel tracciare i nuovi edifizî non si osservarono con abbastanza scrupolo i confini d'un canale di scarico, dov'era anche una testa di fontana che dava un qualche dito d'acqua ai fondi del vicino.
Queste quattro goccie d'acqua tirarono addosso al signor Botta una causa, coll'ordine perentorio di sospendere i lavori. La causa, come sempre, andò per le lunghe e costò un fiume di denari. Finalmente, dopo quasi tre anni di rinvii, di ricorsi, di comparse, di sopraluoghi, di perizie, il signor Botta fu condannato a pagare sotto forma d'indennizzo una somma di lire quindici mila, una volta tanto, al signor Tognino Maccagno, quale amministratore e rappresentante dei fondi di proprietà Ratta. A queste quindici mila lire bisogna aggiungere le spese di processo, gli avvocati, le carte bollate e i conti di fabbrica. La casa nuova rimase lì, né ritta, né seduta, coi muri greggi che invocavano un tetto, ma non c'eran più denari. Vi piovve e nevicò sopra fin che piacque al padrone dell'acqua e della neve, fin che quei poveri muri pigliarono un aspetto di rovina prima ancora di nascere. Di contraccolpo ne soffrì la casa vecchia e il padrone, che tra la rabbia e il dolore, ammalò di mal di fegato con travaso d'itterizia.
Beatrice, con tutti i figliuoli indosso (tre del primo letto, tre del secondo), si contentava della sua parte, dava qualche comando alle persone, non badando che fosse eseguito, girava per la casa mal pettinata, mal vestita, trascinando le fascie e la cesta del suo poppante, sfogandosi con qualche vicina intorno ai suoi mali di stomaco, che le facevano sonare gli orecchi e le riempivano il capo di campanelli.
Era naturale che Arabella, tutte le volte che usciva dal suo collegio bianco e pulito, si trovasse male in quel vecchio e sgangherato cascinale, tra quei pilastri di vecchio mattone, nel lezzo acuto degli strami che fanno monte in mezzo alla corte.
Alle Cascine c'era sempre una stanza riservata a lei, che durante la sua assenza serviva di deposito alle patate ammonticchiate in un cantuccio. Dalla finestra l'occhio poteva scorrere sulla verde distesa dei prati fino all'antica abbazia di Chiaravalle, che usciva da un folto di pioppi e di salici cenericci con una severa e ardita dignità; ma anche in quella stanza dalle pareti ruvide e ruvidamente intonacate di calce, dai grossi travi del soffitto male spiallati, dai quadretti di vetro verdognolo sulle impannate, dal permanente odor di rinchiuso, essa stentava troppo a ritrovare la sua benevolenza, e l'energia di comparire, di operare, di concorrere cogli altri al bene della sua famiglia. E mentre da una parte contava i giorni di andarsene, non poteva sfuggire dall'altra parte a un senso quasi di rimorso di non saper restituire nulla a sua madre e al suo benefattore, in pagamento del bene che le avevano fatto, col darle una buona educazione e col metterla in grado di apprezzare i beni superiori della coscienza e della religione. Se non ci fosse stato un uomo tanto generoso da prendersi tutta una famiglia sulle spalle, che cosa avrebbe potuto essere una povera vedova con tre figliuoli piccini? Quale aiuto avrebbe dato il mondo alla figlia di un uomo che si era ucciso per isfuggire all'infamia di un processo? Queste idee, cozzando colle altre che venivano da Cremenno, facevano spesso un tal tumulto nel suo piccolo cuore che spesso non poteva dormire la notte.
Una giovinetta di diciott'anni, educata a tutte le delicatezze spirituali di un collegio di monache, che chiamano peccato ogni filo di polvere dimenticato sui mobili, non poteva adattarsi senza ripugnanza all'unto e al bisunto di cose e di abitudini grossolane, alla materialità di una vita così rasente terra, agli schiamazzi, al vociare continuo, al fumo che i camini rimandano negli occhi, all'untume delle minestre di lardo, al puzzo delle stalle, al linguaggio nudo e mal vestito dei villani, che parlano secondo natura vuole, andando alle cose per le parole più corte.
"Il mio collegietto di Cremenno mi è sempre nel cuore" scriveva a suor Maria Benedetta "e in questo basso mondo stento ad abituarmi.
"Non può immaginare, mia buona madre, quanta malinconia mi fa la vita dei pallidi astri e dei girasoli, che fioriscono in questo nostro umido orticello, dove la notte vengono a cantare le rane. Mi assale una specie di vertigine quando penso alle mille rose che ornavano la nostra Madonna l'ultimo giorno del mese di maggio. Penso a loro così liete nella santa opera dell'educare e mi spavento quasi della mia inerzia di spirito. Anch'io ho un gran debito da pagare a Dio, e mi pare che ogni notte la povera anima venga a bussare al mio uscio.
"A casa mi tornano tutte le memorie del passato e mi par di soffrire per me e per conto di un assente che aspetta tutto da me. Quel giorno che potrò consacrare il mio cuore e la mia giovinezza all'esercizio del bene e alla preghiera perenne, soltanto allora mi sembrerà di aver trovata la mia strada: soltanto allora potrò dormire tutta una notte intera."
L'ultima volta che venne alle Cascine tornò a scrivere con più malinconia:
"A casa ho trovato nuove tristezze. Questo mio secondo padre, al quale devo pure della gratitudine, mi ha raccontato molte sue disgrazie, da cui non ho afferrato bene che un pensiero, cioè che io son di peso. E veramente che posso fare io per sollevare questo peso? Se è vero che gli affari dell'azienda vanno male, quale rimedio posso io opporre se non è una fervida preghiera a Colui che può tutto? dove potrei pregar meglio che in codesto luogo, dove ho imparato a conoscere il tesoro dei beni spirituali? Ho fatto domandare a Lodi quel che ci vuole per ottenere la patente di maestra e nel prossimo ottobre potrei dare gli esami. Così, se non potrò, nella mia miseria, portare alla Congregazione una dote (e lei sa che di mio non ho che dolorose memorie) cercherò di portarvi un titolo utile e una bella volontà di lavorare."
Questo malinconico desiderio di rinchiudersi e di sottrarsi alla tristezza delle cose cresceva in lei fino al patimento, nelle giornate bigie e in quelle piovose, quando il lungo cascinale colle molte bocche dei fienili aperte nella corte, coi porticati tozzi, ingombri di travi, di fascine, di attrezzi, coi tetti neri e lucenti, sgocciolanti acqua nelle tinozze, pareva sprofondarsi nella nebbia e nella mota.
In quella scolorita tetraggine com'era triste il vociare delle oche che starnazzano nel pattume! e che indefinita voglia di non essere metteva indosso il piagnucolare del fratellino in fascie, che la mamma non sapeva consolare, un piagnucolare dolente, che saliva dalla cucina insieme al rotto frastuono delle faccende!
Tratto tratto la giovinezza voleva la sua parte. Al tornare, per esempio, d'una bella giornata pigliava con sé qualche libro, l'album, il panierino di lavoro e correva colla furia d'una passera spaventata verso una chiesuola detta la Colorina, isolata in mezzo al verde dei prati, a mezza strada tra l'Abbazia e il Camposanto.
Più che una chiesa, si poteva dire una vecchia cappelletta votiva restaurata e ingrandita al tempo della peste, non arredata ora che da un povero altare di legno inverniciato con quattro figure smorte su per le lesene sgretolate del muro. Serviva anche di deposito e di magazzino al becchino che vi raccoglieva gli arnesi del mestiere. Là dentro l'aria e il sole entravano liberamente per le finestre non difese che da logore impannate coi piombi scassinati, con ragnatele al posto dei vetri. Entravano nella chiesina le rondini, che avevano i nidi sotto le cornici di gesso; entravano i bimbi e le galline per la porticina sempre aperta sui campi, nella quale nei quieti meriggi di estate soffiava l'aria calda e profumata del fieno agostano ch'essiccava sul prato.
Arabella, sfuggendo alla sua malinconia, si rifugiava spesso alla Colorina, costeggiando un lungo canale d'acqua corrente e lucida, chiuso tra due filari di salici. Entrava, e chiuso col saliscendi interno la porta sconnessa, si trovava subito con Dio e colle ultime rondini dell'anno a riflettere sulla sua vocazione, a meditare sui dolori della terra e sulle immense cose che riempiono il cielo, a pregare per l'anima bisognosa del povero papà. Più che leggere nel libro di devozione, leggeva nella pagina azzurra del cielo, che dal suo banchetto vedeva attraverso a una larga finestra ovale: ed era un assopimento leggero di tutti i sensi in una visione senza contorni, nella quale sentiva diluire la sua piccola vita in un mare di gaudio.
Era la vigilia della Madonna di settembre. Arabella verso sera affrettavasi a dare gli ultimi punti al bucato della quindicina, di cui aveva davanti una cesta piena, sotto la finestra della sua camera, quando vide entrare papà Paolino più triste e più malato del solito. Si mise a sedere con l'aria stracca dell'uomo sfiduciato, finché in mezzo a dei grandi sospiri uscì a dire:
"Puoi darmi ascolto due minuti, Arabella?"
Perché non doveva ascoltarlo? il disgraziato era solito sfogarsi con lei quando la passione gli mozzava il respiro. Anche questa volta egli cominciò molto da lontano. Lo avevano tradito perché si era fidato troppo degli uomini. Tutti rubavano, tutti mangiavano addosso a lui, povero uomo, che aveva il sangue alla gola. Tornò a parlare di una certa ipoteca... parola che alla monachella ignorante suscitava l'idea d'una cosa antipatica e odiosa, ostinata a voler fare del male a papà Paolino...
Un padre di famiglia, seguitava lui, non può fuggire e rinchiudersi in un convento. Come un capitano di mare, deve naufragare e abbruciare col suo bastimento. San Martino veniva avanti a gran passi, egli avrebbe dovuto rinnovare l'affitto coll'Ospedale, pagare gli interessi al sor Tognino e non aveva i mezzi abbastanza. La causa, i cattivi raccolti, la concorrenza, le malattie, i figliuoli, le spese, l'avevano mezzo rovinato. Bisognava ricorrere alle cambiali, cioè farsi strozzare o liquidare, vale a dire rovinarsi prima del tempo, perché una liquidazione agricola significa perdere le scorte, i foraggi e i frutti del capitale versato sulla terra.
E poi dove andare? che cosa fare? se si fosse lumache! ma quando un uomo ha perso il credito, è peggio d'un cavallo che ha le gambe rotte...
E tante altre cose seguitò a tirar fuori dal petto quel benedetto uomo, lasciando sgocciolate sulle gote rese fonde e scialbe dal male quelle lagrime, che in presenza di mamma Beatrice si sforzava d'inghiottire in stranguglioni grossi e duri come noci.
Arabella l'ascoltò con attenzione, con pietà, con una commozione sincera e profonda, lontana le mille miglia dall'immaginare dove sarebbe andato a finire un discorso così patetico, che somigliava troppo a cento altri, perché ella vi potesse supporre qualche cosa di nuovo. Cercò di mettere qua e là una di quelle parole che hanno bisogno d'una gran fede nella Provvidenza per far bene; ma papà Botta pareva disperare anche della Provvidenza. Da tre domeniche non si lasciava vedere a messa. La sua vita e la sua morte erano nelle mani del sor Tognino.
Questo nome di sor Tognino, insieme all'altro di ipoteca, più di cento volte era tornato nei discorsi di papà Botta, come quello di un genio cattivo della sua casa.
"Mi dica, papà," chiese con un moto di lenta curiosità "questo sor Tognino non è quello stesso che ha fatto la causa di turbato possesso?"
"Lui, precisamente. È un uomo forte, pieno di denari, che mi può fare del male e anche del bene."
"Come c'entra ancora?"
"C'entra perché io non l'ho pagato... cioè l'ho pagato parte con delle cambiali, parte con delle ipoteche."
"Se io potessi capire queste benedette parole..."
"Bisogna però esser giusti anche con lui e riconoscere che mi usò sempre della cortesia. Volle mostrarsi forte nel suo diritto, ma non posso dire che abbia abusato della sua forza. La gente vista da vicino alle volte è migliore di quel che sembra da lontano. Io l'ho sempre trovato un uomo ragionevole. È appunto di lui che son venuto a parlarti, la mia figliuola."
"Se non lo conosco..."
"Egli conosce te."
"Che vuole da me questo signore delle ipoteche?"
"Ti ha incontrata due o tre volte sulla strada della Colorina, è un signore che passa in una carrozza coperta, con un cavallo grigio..."
"Un uomo vecchiotto..."
"Ma un vecchiotto in gambe. Possiede San Donato, o se non lo possiede, lo amministra, che è quasi lo stesso. L'ho trovato sabato quindici a Melegnano e venne ad offrirmi del miglio. Poi mi domandò se quella signorina, così e così, che incontra spesso sulla strada della Colorina, è mia figlia. Gli dissi: è mia figlia adottiva, ma è più che mia figlia."
Papà Botta si commosse all'idea del bene che avrebbe voluto fare ai figli di Cesarino Pianelli, e che il destino invece...
"Lo so, lo so" fu pronta a dire Arabella, posando una mano sopra un ginocchio del suo benefattore.
"È una bella e simpatica ragazza", seguitò il sor Tognino, e ha l'aria d'una donnina di talento. Come sarei contento (ripeto le sue parole) come sarei contento se mio figlio sposasse una ragazza così! E io: la nostra Arabella ha tutt'altre idee e non pensa a maritarsi."
"Infatti..." si affrettò a dire la fanciulla, sorridendo e arrossendo un poco.
"E ci lasciammo, e amen: non se ne parlò più. Comprai il miglio e questo discorso m'era già uscito dalla mente, quando stamattina ricevo, guarda, ricevo una lettera, to'..." e trasse di tasca un foglio "una lettera sorprendente, che non ho osato far vedere a tua madre, perché le donne si scaldano facilmente la fantasia e a me piacciono le cose misurate e ponderate. Sicuro! tu hai già fatto il tuo pensiero, e il tuo pensiero dev'essere per noi inviolabile come il Santissimo sopra l'altare. Prima di tutto la voce del cuore, e per quel che c'è di bello nel mondo, vorrei poter anch'io dare un bell'addio e ritirarmi sopra una montagna. Ma un padre di famiglia è come un capitano di mare. Quando ho sposato tua madre, Arabella, speravo bene di fare la vostra fortuna e Gesù è testimonio che se si fosse trattato del sangue, avrei dato il sangue. Le cose sono andate a male, pazienza! ma crepi io sotto la mia casa prima che domandi il sacrificio di nessuno. Questa lettera nessuno l'ha vista, si può leggere e si può abbruciare. Non te l'avrei nemmeno fatta vedere, se non mi si dicesse d'interrogarti; né io posso rispondere, se non t'interrogo. Leggi e per tutta risposta dimmi un no, un sì, una parola che io scriverò tal e quale al sor Tognino, senza..."
Un piccolo singhiozzo ruppe a questo punto un discorso, che il pover'uomo non aveva più la forza di sostenere.
Arabella, fattasi più presso alla finestra, lesse nella corta luce del tramonto le seguenti parole:
"Mio caro signor Botta, vuol interrogare la buona Arabella in proposito del discorso di sabato? Mio figlio non cerca dote e quando scegliesse una moglie di suo gusto, sono disposto a far qualunque sacrificio. È libero il cuore della popòla? potrei dire per esempio, al mio Lorenzo di passare qualche volta a caccia da queste parti? La cosa resti tra noi; ma fin d'adesso assicuro il signor Botta che se combiniamo l'affare io giro a mia nuora tutti i diritti ipotecari che posso vantare sulle Cascine. Tra buoni parenti non si guarderà al centesimo; anzi spero di fare un buon acquisto nell'esperienza del mio vicino per il buon andamento dei fondi, di cui sono un meschino e incapace amministratore. Mi mandi una risposta presto e buona".
Arabella lesse due volte lentamente fin che le parole regolari e nette della lettera scomparvero nell'ombra della sera. Sebbene còlta all'improvviso, coll'animo caldo d'altri pensieri e a tutta prima l'idea del maritar le sembrasse un'assurdità da riderci su, tuttavia, nel punto di aprir bocca, sentì correre sul cuore qualche cosa come un dubbio, o come un rimorso, che arrestò la deliberazione e la trattenne in una penosa sospensione d'animo.
Nel voltarsi a rendere la lettera, scorse il suo patrigno e benefattore raggomitolato sulla sedia, quasi nascosto dal buio, coi gomiti puntellati ai ginocchi, colla testa chiusa tra le mani come in due morse, nell'attitudine stanca e paurosa di chi aspetta una sentenza fatale. A quella vista non ebbe coraggio di togliergli tutte le speranze.
La campanella della Colorina prese a suonare i segni del rosario. Pareva una voce che parlasse da lontano, un avvertimento che uscisse dalla tristezza infinita dell'ombra e della pianura.
Dal portico saliva il piangere del piccolo Bertino malato, accompagnato da una cantilena della "Bassa", in cui urtavano i ruvidi colpi della culla sballottata fuor di tempo.
Al piangere del piccino mescolavansi altre voci di ragazze e di donne, insieme al cigolìo dei secchi, al rotolare delle carriole che rientravano cariche d'erba, nell'ombra sempre crescente del casolare, in cui serpeggiava quasi un senso di paura.
Rimasero tutt'e due un lungo tratto in silenzio, occupati, smarriti nella grande quantità di pensieri, che passarono in mezzo tra l'uno e l'altra, che se avessero avuto figura, si sarebbero visti intrecciarsi, cercarsi e sfuggirsi agitati da una stessa passione.
Il benefattore non voleva sacrifici, ma perché aveva aperta la questione? La speranza è sempre in ciò che non si ha, e molte volte in ciò che non si vuole. Questo buon uomo, che aspettava una parola di vita o di morte, aveva strappata una povera vedova con tre figliuoli dalla disperazione e dalla miseria e aveva procurato a una fanciulla, senza padre e senza protezione, i mezzi d'educarsi, d'essere qualche cosa, togliendola ai cento pericoli che circondano un'orfanella povera e abbandonata.
Quel Dio, a cui Arabella era disposta a sacrificare la sua giovinezza e la sua vita in espiazione, chi sa?, parlava forse per la bocca medesima di un uomo onesto e virtuoso, del quale s'era servito per operare i prodigi della sua bontà e della sua carità.
Arabella sentì subito in quel primo e improvviso conflitto di sensazioni e di pensieri che non basta essere santi a questo mondo, cioè comprese che è impossibile diventarlo, se non si comincia coll'essere pietosi e buoni. Non volendo mostrarsi arida e intollerante, si accostò al pover'uomo, che non osava alzare il capo, e gli disse:
"Questa lettera, veramente, io me l'aspettavo così poco, che non so che cosa rispondere. Bisogna a ogni modo che io rifletta, che interroghi me stessa. Ne parleremo anche colla mamma. Io non conosco questa gente: e son così lontana dall'idea di maritarmi... Ma intanto si faccia coraggio, papà, non si avvilisca in questa maniera. Ha visto che Dio ci ha sempre aiutati in cento altre circostanze..."
Paolino, soffocato dalle lagrime e dalla commozione che suscitava in lui la voce tenera e pietosa della figliuola, alzò un poco la testa, prese la mano della ragazza, se la strinse nelle sue, e voleva dire ancora ch'egli non cercava il sacrificio di nessuno, che aveva parlato solo per iscrupolo di coscienza, che qualunque fosse la risposta, il suo cuore non si sarebbe mutato per rispetto alla sua cara Arabella; ma di tutto ciò non poté dir nulla. Si sentiva un uomo strozzato.
La voce della mamma in fondo della scala chiamò a cena, e come se quel grido disturbasse due innamorati, papà Botta scappò via. Arabella raccolse il bucato e chiuse la finestra.
Peccato! camminava così serena e sicura nella strada della sua vocazione ed era già così vicina a toccare il porto della sua pace, che la monachella si irritò non senza qualche ragione contro questo improvviso ostacolo e si meravigliò di non trovare in sé il vigore e il rigore delle vere sante, che non odono che una voce.
Il dir di no e seguitare la sua via sarebbe stato più naturale e più semplice per lei e anche per la gente che si occupa dei fatti altrui, perché, infine, nulla di più ridicolo d'una mezza monachella che sulla soglia del convento si volta a sposare il primo che capita. Con tutto ciò al di sotto delle prime ragioni andava formandosi e crescendo un'altra convinzione, fatta più di coscienza che di ragioni, una coscienza mista a uno sgomento indeterminato delle conseguenze, che il suo decidersi, qualunque fosse, avrebbe trascinato con sé.
Scese anche lei in cucina, come al solito, a cena. In casa Botta, seguitando gli usi antichi, ognuno pigliava un posto a una gran tavola, dov'erano distribuite molte scodelle in disordine, servite senza lusso di tovaglie e di tovaglioli. Un pentolone solo bagnava le zuppe dei padroni e dei castaldi, che tolta la ciotola in mano, sedevano in giro sui sacchi e sui barili a sbrodolarsi lo stomaco. Un'unica lucerna a petrolio rischiarava il vasto camerone, ingombro più che arredato di vecchie tavole, di sedie spagliate e zoppe, di botticelle, di sacchi pendenti dal soffitto, di molta roba usata, inutile o dimenticata, che la pigrizia lasciava lì e il disordine pigliava a calci.
Bertino quella sera non fece che piangere tutto il tempo. Era arrivato anche l'attestato scolastico di Maria con delle note scadenti e una lettera scoraggiante del padre rettore. Mario, il maggiore dei due fratelli di Arabella, avrebbe dovuto corrispondere con più riconoscenza agli sforzi e ai sacrifici di papà Botta. La mamma ne aveva gli occhi rossi, ma ordinò alla figliuola di non dir nulla a quel povero uomo. In quella casa si giocava a chi sapeva più bene nascondere: e un male, che si poteva guarire a tempo, si copriva di cenci finché fosse incancrenito.
Arabella, vestita d'una divisa scura di collegio, che davale già l'aspetto di monaca, cogli occhi fissi in una scodella d'orzo bollito, sentì tutta la tristezza di quella gran casa in decadenza, una barca sdruscita, troppo piena di roba e di gente, che faceva acqua da tutte le parti, dove ogni sera venivano a radunarsi i rancori, le delusioni, le tristezze di giornate lunghe, piene di fatiche inutili.
Quel povero Bertino non cessò mai dal piangere. Era malato, si vedeva, d'un male che nessuno credeva necessario di curare e al quale ognuno dava un nome diverso. Sentendosi anche lei un gran peso alla testa, colse un pretesto e si ritirò prima del solito nella sua stanza, dove si chiuse al buio, per bisogno di raccogliere i suoi pensieri.
Perché avrebbe dovuto maritarsi? Quando aveva ella pensato mai che ci fossero degli uomini al mondo e che ad uno di questi uomini avrebbe dovuto legare la vita e l'anima? La sua vita, più ricca di pensieri che di passioni, trattenuta anche dagli spontanei rigori di una natura tenera e delicatissima, più irrigidita che scaldata dall'educazione sistematica della scuola e della chiesa, intimidita dalle apprensioni provate fin da bambina, non conosceva nessuno di quei ciechi fenomeni dell'istinto, che turbano la giovinezza di altre fanciulle. Dell'amore ne sapeva quel poco che una collegiale può capire dai "Promessi Sposi" e dai proverbi della gente onesta, e andava, tutt'al più, a immaginare una tenera e affettuosa benevolenza tra uomo e donna, che ha per misteriosa conseguenza un certo numero di figliuoli. E con questi scarsi elementi della vita essa era chiamata a decidere della sua vita. Chi era questo bravo uomo a cui avrebbe dovuto consacrare la sua benevolenza? L'aveva mai incontrato una volta sulla sua strada? Credeva anche lui in Dio e nel bene? Come poteva dunque esitare a rispondere una parola che la salvasse subito e per sempre da una terribile responsabilità?
Presa dalla voglia d'uscire al più presto da un'incertezza così penosa, accese un lume, levò dal cassetto un foglio e cominciò a scrivere a papà Botta i motivi morali che non le permettevano d'accettare l'offerta del signor Tognino. La sua vita, scriveva, era già consacrata allo sposo celeste, e non era la vocazione d'un giorno, ma il pensiero dominante di tutta la sua giovinezza. Per questo voto aveva già ricevuti replicati affidamenti di grazia, talché il venir meno alla promessa sarebbe stato per lei un tradire, un abbandonare sopra l'abisso un'anima bisognosa, l'anima del suo povero papà.
In questa convinzione, che le maestre e i confessori avevano più volte ribadita nel suo tenero cuore, la fanciulla si sentì così dotta e agguerrita, che non le mancarono le parole calde e affettuose per convincere sé e gli altri; e dopo tre pagine la sua mano leggera scriveva ancora, come se un angelo guidasse la penna, provando essa stessa una soave emozione nel rileggere parole e frasi scaturite quasi miracolosamente dalla ricchezza del cuore, e che le inondavano il viso di lagrime.
Sonavano le nove nel gran silenzio. Alle Cascine eran scomparsi i lumi e parevan già tutti addormentati. Dalla campagna non veniva che il rotolar sordo dei carri che battono la strada grossa, qualche abbaiare lontano di cani, due o tre volte il fischio del vapore della vicina stazione di Rogoredo. La notte era serena e scura, con un cielo gremito di stelle; per tutto un silenzio raccolto, entro il quale bisbigliava lo zampillo d'una bocca d'acqua che dava a bere ai prati. Arabella stava per chiudere la lettera, quando risonò improvvisamente un grido, che fece trasalire il cuore già gonfio e commosso.
Pareva la voce della mamma. No, era ancora il piangere dolente di Bertino. Sente uno sbattere d'usci e gente che corre. Poi subito la voce di papà Botta che chiama:
"Arabella!"
Salta in piedi:
"Che c'è?"
"Vieni, io corro a cercare il dottore."
E sente di nuovo il passo di papà Botta scendere la scala e correre attraverso i campi.
"Che cosa c'è mamma?"
Corse, entrò nella stanza della mamma e la trovò col bambino in braccio che si dibatteva in feroci convulsioni. La voce del piccino, dopo quel gran grido, usciva soffocata come un rantolo dalla gola e le manine annaspavano con violenza nell'aria, come se si sforzassero di togliere un laccio, lì alla gola.
La povera mamma si era accorta da poco tempo che il suo Bertino moriva. Mezza svestita, coi capelli in disordine, bianca come la neve, non sapeva dir altro che:
"Gesù, Gesù!"
Arabella prese lei il bambino in braccio, spalancò la finestra e ve lo portò in maniera che la respirazione fu subito meno affannosa. Cercò coi diti di schiudere la piccola bocca inchiavata dalla convulsione; ma non poté. Finalmente venne il dottore, che giudicò un caso gravissimo di angina difterica.
Bertino, un grassottello roseo, coi riccioli biondi, era il coccolo di tutti alle Cascine, e papà e mamma gli volevano bene anche per quest'ambizione. Ora papà pareva la morte in piedi, e la mamma, dopo aver brancolato un pezzo per la stanza senza conchiudere nulla, finì col cadere svenuta in mezzo alle donne.
Il dottore non poté contare che sull'aiuto intelligente di Arabella, che tenne fermo il bimbo, mentre gli bruciavano in gola, soffocando nelle sue braccia i guizzi tremendi del povero angelo, resa forte del coraggio che la donna attinge alla pietà, fatta avveduta e intelligente da quella buona maestra, la natura, che mette nel cuore della donna ciò che la scienza non fa che confondere nei libri.
Finita la crudele operazione, la sorella sedette accanto al lettuccio, dette delle ordinazioni, mandò via la gente, comandò che il bimbo fosse suo, notò i consigli del dottore e non si mosse più per ventiquattro ore da quel suo posto, finché durò la tremenda agonia, finché il piccino non ebbe dato l'ultimo respiro.
Era la prima volta ch'essa vedeva soffrire a quel modo un'innocente creatura ed era il primo morto a cui chiudeva gli occhi; e le parve, attraverso i patimenti, di veder al di là, nel vasto mistero delle cose.
Nella lunga veglia, nel faticoso sforzo dell'animo non sapeva a volte distinguere tra sé e la povera mamma, che andava e veniva come un fantasma. Era un patimento solo che stringeva due cuori; se non che la giovinezza e la baldanza delle forze facevano sentire alla figlia anche una superiorità morale, che la piegava a un senso di protezione verso la povera donna. Senza volerlo si sentì l'anima della casa. Si meravigliò di non aver conosciuto prima quel grande amore che la legava al fratellino, e contemplandolo spirato, provò lo strazio di chi si sente portar via il cuore. Qualche cosa d'irrigidito scioglievasi in lei. Non mai aveva abbracciato con tanta effusione d'affetto e di lagrime la sua povera mamma, che le ricordò nel suo sfasciamento la Madonna addolorata ai piedi della croce. E anche questa stessa pia tradizione di dolori sacri e adorati prese nel suo cuore un significato novissimo di verità, di umanità, di grandiosa comprensione, come se l'umanità saltasse fuori dalle venerate immaginette simboliche della via crucis.
Nel dolore immenso conobbe l'amore, si sentì madre anche lei in qualche maniera dei piccini e dei grandi, e quando, dopo un sonno profondo di alcune ore, si risvegliò nella sua stanza e ritornò col pensiero alle cose di qua, le parve di aver fatto un lunghissimo viaggio.
Rileggendo la lettera che aveva preparato per il suo patrigno, la trovò fredda e artificiale, e soffrì di non sentirla più come prima. Forse vi sono al mondo per una donna due sorta di vocazioni, di cui essa non aveva finora conosciuta che la più semplice. Nascose la lettera e rimandò la risoluzione del delicato problema a un altro momento.
Continuamente ora avevano bisogno di lei. La mamma non faceva che piangere sul cadaverino e in quanto a papà Paolino metteva paura a vederlo. Lungo, scarno, col viso giallo, l'occhio itterico, i capelli irti come setole faceva e rifaceva quelle maledette scale, rispondendo a caso alle domande dei famigliari, alle consolazioni del curato, dimentico degli altri grossi dispiaceri, che per riguardo a questo si rassegnavano a tirarsi indietro. Arabella per mettere una nota di consolazione volle che il funerale del piccino fosse bello e gaio, come si usa in campagna cogli angioletti. Fece sonare a festa e mandò a raccogliere quanti fiori trovò. Preparò essa stessa la bara con molto verde e ordinò alle donne di condurre i bambini, di cui non c'è mai penuria, a ciascuno dei quali mise in mano un ramoscello di mirto. Tutti sentirono la seduzione di quei conforti, e quando il corteo si mosse sotto il sole d'una bella giornata di settembre e cominciò a sfilare lungo il canale pel viale dei salici che mena alla chiesa, tutti avevan gli occhi sopra la monachella, a cui dovevano l'edificazione commovente di quello spettacolo.
Il funerale, al ponte, s'incontrò in una carrozza, che si tirò in disparte. Un vecchio signore e un elegante giovinotto saltarono dal legno e stettero col cappello in mano a veder sfilare la processione. Arabella, che veniva in coda alle bambine, credette di riconoscere il cavallo e il legno del signor Tognino e immaginò chi poteva essere il giovane robusto che era con lui.
Il cuore, che aveva interamente dimenticato, balzò come al tocco d'uno spillo. Un profondo turbamento scosse il sangue. Il volto pallidissimo, stanco e sbattuto dalle lagrime, si accese improvvisamente d'una fiamma, che parve a chi la guardava dar fuoco ai sottili capelli biondi.
Fu, quella la prima volta che Lorenzo Maccagno vide la figlia di Cesarino Pianelli.
VI
RETI SOTTILI
Aveva detto bene la Colomba: "Gli uomini fanno i cattivi affari e poi tocca alle donne d'aggiustarli!". Che lo spirito d'interesse e l'abitudine di trovar in ogni cosa il lato solido avesse spinto il sor Tognino ad accostarsi ai Botta delle Cascine sarebbe quasi un fargli torto a negarlo. In procinto d'ereditare il grosso fondo di San Donato, egli aveva trovato non inutile, nella sua perfetta ignoranza di cose agricole, d'appoggiarsi al signor Paolino, un uomo onesto a tutta prova, già suo avversario e ora suo debitore, alquanto avariato nel credito ma un praticone di valore e da potervisi interamente fidare.
Si aggiunga che da un pezzo si parlava di dar moglie a Lorenzo. Il più caldo di questo proposito era lo zio Mauro, l'ex-impresario, che voleva ad ogni costo fargli sposare una sua protetta; ma il babbo non si fidava troppo di suo cognato impresario e della sorella cantante, che avevano sempre in giuoco qualche loro misterioso interesse: e poiché Lorenzo pareva proprio disposto a prender moglie, il vecchio sarebbe stato contento di trovarla lui la donna fatta apposta per il suo balordo.
Lorenzo, un giovane colosso, sano e rubicondo, dal volto roseo e liscio come quello d'un bamboccione, a ventisette anni non aveva ancora trovata una strada che conducesse a divertirsi senza far debiti. Questi erano in parte conseguenza della sua leggerezza, e in parte conseguenza dell'avarizia paterna, che lesinava l'elemosina a un povero figliuolo: al punto che il buon zio Borrola aveva dovuto in varie riprese soccorrerlo del suo e aiutarlo a pagare i così detti debiti d'onore.
Ragazzo un po' fatuo, ma non antipatico e non cattivo nel fondo, buon compagnone, largo di cuore e di mano, sotto l'apparenza dell'uomo forte e prepotente c'era in Lorenzo la bonaria spensieratezza del prodigo e l'incapacità morale di resistere alle tentazioni, tanto a quelle che vengono dal diavolo come a quelle che vengono dall'angelo custode. Una buona moglie poteva essere l'angelo custode, e poiché papà Tognino sentiva di esercitare un forte dominio sul carattere fiacco del figliuolo, pigliò l'idea come si piglia una mosca in aria, chiuse il pugno e non la lasciò più scappare.
Fu nel corso di questi pensieri, che frequentando per gli affari dell'amministrazione i dintorni di Chiaravalle, e di San Donato, il vecchio Maccagno incontrò in varie riprese la figurina simpatica e non comune di Arabella Pianelli, seppe chi era, indovinò nell'aria modesta e seria della ragazza una donnina di valore e come se lo colpisse una ispirazione poetica, esclamò nel suo cuore:
"Perché no? ci sarebbe anche un'altra convenienza. Ho nell'idea che una ragazza così aggiusterebbe la testa a quell'asino..."
Fu la natura primitiva che la vinse sulle ragioni dell'interesse? Fu una seduzione misteriosa, a cui il vecchio spirito dell'affarista cedette alla vigilia del suo trionfo? Fu il desiderio che qualche cosa di bello e di gentile entrasse a popolare la casa di un uomo vicino a ereditare quasi un mezzo milione? A non molto andare, in seguito all'eredità Ratta, che non poteva tardare un pezzo e di cui teneva già in mano i frutti e la caparra, egli veniva a coronare un grandioso edificio, lavoro di vent'anni di pazienza, e in questo edificio bisognava collocare qualche cosa.
Fu lo sgomento d'invecchiar solo, dopo aver lavorato senza uno scopo tutta la vita e colla prospettiva di mantenere e d'ingrassare i vizi d'un disutilaccio e l'avidità dei furbi che vi speculavano addosso? Da qualche tempo, sebbene a sessantatré anni un uomo della sua tempra non potesse dirsi vecchio, tuttavia non si sentiva più giovane e l'idea d'aver una casa e una compagnia s'impossessò dell'animo suo con tanta impazienza, che da quel momento non ebbe più requie.
Trovato il signor Botta sul mercato di Melegnano, provò a buttar fuori una prima parola; poi scrisse; poi tirò in disparte Lorenzo e cercò di farlo ragionare sul serio una mezz'ora; poi interessò il curato e non ebbe più pace finché non condusse Lorenzo alle Cascine a vedere e a innamorarsi. Gli fece tutte le prediche che si fanno in questa circostanza, dimostrandogli che non basta essere al mondo, ma che bisogna starci con giudizio, che tutti devono lavorare in proporzione del pane che mangiano; che il tempo passa anche per i giovani, e molto più per i vecchi: sicché egli poteva morire domani col dolore di lasciar la sua roba in mano ai cani. Promise di pagargli i debiti, purché fossero gli ultimi e di trovargli un'occupazione in Borsa, tanto che potesse imparare anche lui a distinguere il diritto dal rovescio d'una carta da bollo e d'una obbligazione.
Lorenzo, un po' per necessità, un po' per la sua debolezza di carattere, che non sapeva resistere alla mano di ferro dell'adirato padre, un po' per un confuso sentimento che il vecchio avesse ragione, o anche per un desiderio di finirla con una vita noiosa, messo tra i debiti e la moglie, si lasciò trascinare a conoscere questa fittavolina, che il babbo aveva scoperto tra i salici e gl'incastri delle Cascine Boazze.
S'immaginava di vedere una delle solite ragazzone dalle ganasce tonde, dalle spalle larghe, dalle mani grassoccie e cortine, e si confuse nel trovarsi davanti a una figurina inglese, d'un biondo fino e delicato, con due occhi intelligenti, una specie di contessina troppo di soggezione per lui. Ma il babbo non gli lasciò tempo di riflettere e nemmeno quello di dubitare, Superbo di averla scoperta lui questa figurina inglese, appuntandogli un dito sullo stomaco, gli disse:
"Tu, tu non sarai così asino da lasciarmela scappare. Bisogna meritarsela, zuccone, far giudizio, essere un uomo, non una giraffa, pensare che io non ho più vent'anni e che posso morire domattina."
L'idea di questo matrimonio, una volta saltatagli in corpo, dominò il nostro affarista, non gli lasciò più tregua, come quando sentivasi invasato dallo spirito della speculazione. Dove e quale fosse il guadagno, non sapeva discernere bene nella confusione delle prime impressioni, perché, con tutte le arie signorili della sua bella figurina inglese, la figliuola di Cesarino Pianelli non aveva di suo un quattrino di dote; ma con tutto ciò, vicino a tirar i remi in barca, sentiva che nel suo riposo sarebbe stato per lui un guadagno immenso, incalcolabile, d'aver un filo d'amore e di benevolenza nella vita. La pratica degli uomini (dalla quale non erano escluse le donne) gli fece sentire che Arabella sarebbe stata capace di creargli d'attorno un'aria sana e un ambiente simpatico. E quando non fossero che illusioni, era difficile che il vecchio ostinato rinunciasse a una sua idea prima di vederne il fondo.
Questo spiega in qual modo la sua lettera cadesse sulle Cascine e nel cuore di quella buona gente come un fulmine a ciel sereno; in qual modo facesse strabiliare non solamente Arabella, ma coloro stessi che ricevevano quel fulmine sul collo come una benedizione del cielo. Si spiega come alla lettera seguissero le visite, alle visite i discorsi, e coi discorsi una smania quasi irragionevole di conchiudere e di far presto.
Arabella si trovò presa in mezzo a una sottilissima rete di fili di seta tra i quali erano intrecciati degli invisibili fili di ferro. Prese tempo qualche giorno prima di rispondere, e quantunque il suo patrigno non osasse chiederle un sacrificio, essa vedeva benissimo che il povero uomo viveva attaccato a questa sola speranza. La mamma non dubitava nemmeno che ella non avesse a dir di sì. Sarebbe stata non solo una ingrata ostinata, ma una sciocca. Il giovine era bello, allegro, e col tempo avrebbe ereditato qualche cosa come un mezzo milione. Era il Signore che voleva compensarla della morte del povero Bertino: la vita è una bastonata e una carezza, una carezza e una bastonata
Arabella, dubitando di fare un sogno strano, sperava sempre di risvegliarsi a Cremenno. Stentava a persuadersi che Dio volesse chieder tanto da lei, servirsi di lei per operare tanti prodigi, strapparla di punto in bianco al suo nulla per buttarla anima e corpo in mezzo agli uomini e alle cose: le mancava il cuore, le tremavano i ginocchi...
Il signor Tognino non poteva mostrarsi verso di lei più cavaliere, più remissivo. Lontano dal far sentire la superiorità del suo beneficio, era in lui continuo lo sforzo per rimovere le ultime paure e le ultime diffidenze della fanciulla.
"Sappiamo che lei rinuncia alla sua vocazione" le diceva "cioè alla mano dello sposo celeste per sposare questo bel mobile; ma il Signore non è geloso. E noi siamo tutti interessati a farla star bene, come se andasse in paradiso."
E qualche volta, tirandola in disparte, mentre le carezzava la mano, le sussurrava con tono paterno:
"Lei deve fare da mammina a questo figliuolo e vedrà che a poco a poco me lo ridurrà come un agnello. Lorenzo non è mica cattivo; se ha un difetto, è di essere troppo di pasta dolce; si lascia menar via dalle occasioni. Non ha quasi mai avuto una mamma si può dire, ed è cresciuto un po' come le piante; ma lei deve ragionare anche la sua parte. Non per nulla sono venuto alle Cascine a cercare una nuora a dispetto di chi mi offre le duecento e le trecento mila lire. Che importa a me il denaro? quel che voglio è una donnina savia, giudiziosa, con del criterio, che metta casa anche a me, che son vecchio, e mi dia presto dei nipotini."
In questi discorsi il vecchio affarista stava a sentire la sua voce meno irritata del solito, e preso da una strana commozione, si lasciava spesso intenerire e trascinare a confidenze e ad arguzie, che scoprivano il fondo d'una giovinezza sprofondata da un pezzo, ma non scomparsa, sotto il mucchio degli anni e delle vicende. I preti non gli avevano ancora giocato dei tiri birboni: e senza accorgersi, era vittima anche lui di quel fascino, che piglia l'animo stracco dell'uomo al volgere dell'ultima giornata, quando sazio e seccato delle cose che si conoscono, il pensiero, per un ritorno dello spirito, ricomincia da capo a carezzare delle illusioni.
Arabella esitò ancora un poco a dir di sì, quantunque vedesse che i giorni non passavano inutilmente anche sul suo silenzio. In un momento di calda ispirazione e quasi di visione celeste essa aveva fatto voto della sua vita a pacificazione dell'anima inquieta del suo povero babbo, che in tutti i passi della sua giovinezza aveva sentito come presente e che dal suo sacrificio perpetuo doveva ritrarre un infinito beneficio di pace e di espiazione. "Ma i vivi hanno più bisogno dei morti" le diceva il vecchio curato, dissipando i suoi scrupoli "e tu non devi credere, figliuola, che Dio non sappia tener conto delle intenzioni e delle necessità. Bada che sotto il nome di vocazione non si nasconda un falso desiderio di riposo e di tranquillità, perché alle volte il nostro egoismo si veste anche da frate e da monaca. Questo matrimonio è una benedizione per la tua famiglia e le benedizioni, da qualunque parte vengano, fanno sempre bene ai vivi e ai morti. Me ne parlava anche ieri il povero sor Paolino, che vede venir innanzi con spavento San Martino, e che senza questa combinazione non saprebbe più dove dare del capo. Pensa alla tua povera mamma, carica di figliuoli; pensa a' tuoi fratelli che restano di peso a un uomo che non ha l'obbligo di mantenerli. È subito detto: mi faccio monaca... Ma quando tu andrai a pranzo a suon di campanello, non potrai, la mia figliuola, pensare senza rimorso a questi tuoi parenti che non avranno forse da mangiare. Credi alla mia esperienza: quando una casa comincia a barcollare o la si rifà o ci si resta sotto... E puoi credere di placare una povera anima tribolata, che è sotto la misericordia di Dio, col procurare il danno e la disperazione di molte anime, verso le quali tu hai dei doveri maggiori? Tu dici di non conoscere questa nuova gente che ti cerca. In primo luogo, è gente conosciuta dai tuoi e devi anche fidarti di chi ti vuol bene; poi, conosco anch'io il sor Tognino da un pezzo, e ho qualche prova in mano che è un uomo non solo d'ingegno, ma di buoni propositi. Ti citerò un caso. Per molti anni aiutò a pagare la pensione d'un povero figliuolo, che studiava in Seminario, per puro spirito di carità, e lo fece segretamente per mezzo mio, che ne parlo a te per la prima volta. Sicuro che gli uomini sono uomini e bisogna pigliarli coi loro difetti: ma Dio ha creato apposta le donne per tirarli al bene. Procurino le donne di andare esse in paradiso e gli uomini andranno dietro. Del resto, che cosa di più santo, di più bello, di più spirituale che il mettere il fondamento a una buona famiglia di cristiani? che il fondare, per dir così, il suo proprio convento nella regola delle affezioni domestiche? che il veder crescere dei figliuoli nel santo timor di Dio? che il dar insomma delle anime a Dio?"
Qualche altra volta, tornando dalla chiesa in compagnia delle donne delle Cascine, era costretta a ricevere le congratulazioni di quella gente come se fosse già sposina. A nessuna veniva in mente che essa potesse avere dei dubbi o delle ripugnanze.
"Questo era ben meglio che il farsi monaca, che il rinchiudersi in quattro muri a dir dei rosari. Questo era un dar la vita ai morti e nello stesso tempo un andare in paradiso in carrozza. E che bel giovane! e che partito! si calcolava che solamente San Donato valesse duecento mila lire e che il fittabile pagasse l'affitto col solo reddito del latte. E San Donato era a due passi dalle Cascine, sicché poteva dire di maritarsi in casa, quasi sui ginocchi della mamma..."
Queste cose le donne gliele dicevano cogli occhi lagrimosi, e Arabella le confermava tacendo, piangendo anch'essa, curvandosi sempre più al suo destino di ragazza fortunata.
Anche i muri delle Cascine pareva che si riavessero di sotto al peso delle ipoteche. I vecchi massai, che conoscevano lo stato segreto delle cose, e che si vedevano sull'orlo di perdere da un giorno all'altro il padrone e di sfrattare il paese, mostravano cogli occhi la loro contentezza, dicendo a onor del sor Paolino, che chi fa bene trova bene.
VII
ANGELICA
Arabella non aveva ancora detto di sì. Essa aspettava che parlasse in lei qualche altra ragione, dopo quella degli altri. Lorenzo non era un giovane antipatico, il partito era bello, magnifico, il dir di no sarebbe stato per parte sua una crudele ostinazione; ma quando l'anima è abituata a trovare ne' suoi abbandoni spirituali i teneri calori della carità e della fede e la pia corrispondenza d'un amore senza confini, è naturale che titubi paurosa davanti a un bel matrimonio di convenienza. Avrebbe essa potuto amare suo marito? Ora provava qualche cosa di duro e d'irritato nel cuore che la metteva in sospetto. Anche nel matrimonio si possono commettere dei sacrilegi, si può perder l'anima, quando manca la perfetta comunione degli spiriti; e ancora non sentiva di voler bene abbastanza allo sconosciuto, a cui doveva cedere tutta se stessa.
Alle Cascine essa non aveva compagne della sua età e della sua condizione, alle quali potesse chiedere un consiglio, e delle sue amiche di collegio poche erano in grado di fornirle degli schiarimenti. Solamente Maria Arundelli era andata a stabilirsi a Milano, moglie a un professore di ginnasio, ma durante le vacanze non stava mai in città.
La mamma, povera donna, mezza disfatta per la morte del suo Bertino, non vedeva e non ripeteva che una sola idea, anzi quasi non la ripeteva più, come se non ce ne fosse più bisogno. Badava invece a persuadere Arabella a smettere i vestiti del collegio, che la facevano comparire goffa e senza corpo. L'unica persona a cui la ragazza soleva chiedere qualche soccorso spirituale e qualche morale consolazione era la povera Angelica, una giovane contadina di ventitré anni costretta a letto da una paralisi alle gambe e alla spina dorsale.
Abitava un cascinale poco distante dalla Colorina, cara alla sua povera gente, quantunque così malata, o forse perché così malata, per quel sentimento di simpatia che stringe i forti ai deboli bisognosi, sentimento che la bontà, la rassegnazione dell'inferma e la continuità delle cure rendevano ogni giorno sempre più profondo e raffinato.
I Malgascia erano persuasi che le orazioni e i patimenti rassegnati della loro Angelica facevano bene alla casa, come se il Signore avesse incaricato lei di soffrire per tutti. Se la gragnuola non batteva il loro campo, se il loro fieno era meno bruciato, se il fuoco non aveva mai toccata la loro paglia, se le bestie stavan bene, il merito era di quella povera anima del purgatorio che, bella come un angelo, non si lamentava mai, non si lamentava mai.
Il male, il letto, il vivere sempre rinchiusa avevano non solo educata la coscienza, ma ingentiliti anche i lineamenti della ragazza, che dal suo guanciale sorrideva dolcemente con un raggio di pia rassegnazione a chi entrava a salutarla e a portarle qualche regaluccio. Le sue mani delicate e scarne lavoravano tutto il giorno nella biancheria della casa e in qualche cuffietta o babbuccia di bambini; e spesso, quando il sole batteva vivo sulle impannate di carta, come se si movesse in lei più forte il senso della vita, lasciavasi condurre a intonare le litanie con una voce che la sentivano dal mezzo della campagna.
La domenica accorrevano le ragazze dei dintorni a trovarla. Sedute intorno al letto messo pulito, in bianco, come quello di una sposa, ciascuna contava la sua, o invocava un'orazione speciale per i suoi malati. Tutte poi se ne andavano coll'animo edificato, come quando si vede un castigo immeritato santificare un'anima.
Anche Arabella veniva spesso a tener compagnia all'inferma. Povera, illetterata, chiusa nel breve circolo delle sue sensazioni casalinghe, Angelica s'incontrava coll'anima viva e penetrante di Arabella in un terreno fuori del mondo, dove le anime parlano tutte lo stesso linguaggio, dove la scienza non è che una illusione perduta, per chi ha perduto il suo tempo ad acquistarla, dove i dolori e i patimenti di quaggiù hanno una ragione, anzi la sola ragion d'essere.
Arabella, prima di dire l'ultima parola, volle consultare come un oracolo l'inferma, che molte volte le aveva parlato con una chiaroveggenza meravigliosa. Dio si manifesta nelle anime che soffrono, più che nella luce del sole.
Per il viale dei salici giunse al cascinale un dopo pranzo, mentre la gente era sparsa sui lavori della campagna. Entrò, come soleva, salì la scaluccia di legno, spinse l'uscio della camera.
Angelica, rivedendola, batté le due mani e gridò:
"Viva la sposa!..."
Allargò le braccia, nelle quali Arabella si gettò coll'abbandono di una bambina smarrita che trova la mamma. E cominciò a piangere.
"Perché, perché?" chiese Angelica, carezzandola.
"Lasciami piangere. A casa non posso mai... Ho bisogno di sollevarmi il cuore. Tu mi compatisci, non è vero? Ecco, mi sento già meglio" soggiunse, asciugandosi gli occhi e accostando la sedia al letto.
"Sento dire che questo matrimonio è una fortuna per tutti."
"Sì, è una fortuna: ma anche le fortune fan paura e io ero così lontana da quest'idea, tu lo sai. Io avevo promesso alla Madonna che le avrei regalato questi capelli per la pace del mio povero papà. Non si rinuncia senza dolore alla vocazione di tutta la sua giovinezza, e tu devi aiutarmi, Angelica, a vincere questa ripugnanza, perché sento che ho torto e che devo restituire a' miei parenti il bene che mi hanno fatto. Anche il signor curato mi ha rimproverata e me ne ha fatto uno scrupolo. Guai se io dicessi di no! Sarebbe come se io volessi rovinare la casa sulla testa della mia gente. Ma qui, qui..." e colla mano segnava il cuore "qui c'è qualche cosa di morto, di troppo freddo, di troppo duro, che non risponde alla chiamata, che rabbrividisce all'idea delle responsabilità che mi aspettano a Milano. Bisogna che tu preghi per me, Angelica, e interponga presso il Signore i meriti della tua pazienza, perché io possa amare l'uomo che devo sposare e che domani sarà padrone di me. Ah Dio! Dio...!"
Arabella, respirando profondamente, si coprì il volto colle mani presa da un brivido quasi di terrore che le traversò tutto il corpo; e cadde in ginocchio nella stretta del letto, appoggiando la testa sulle mani della contadina.
Dalle impannate socchiuse entrava, insieme al riverbero verde e al tremolio delle foglie del vicino pioppo, il soffio caldo dell'aria che scorreva sui prati. Nell'aia deserta chiocciavano le gallinette. La gran pace dei caldi meriggi di settembre cadeva sul casolare isolato nel verde e penetrava nella rustica stanza dell'inferma non addobbata che da piccoli quadri, da corone e da immaginette attaccate all'uscio.
Angelica, che per un'intuizione delicata del suo organismo sentiva più in là di quel che dicessero le parole, commossa da un senso di mistica pietà capì e compatì la ripugnanza della vergine, apprezzò il suo sacrificio, e parlando come soleva nei momenti d'ispirazione, col tono elevato e profetico di chi espone più una dottrina che dei pensieri propri, prese a dire senza levar la mano dalla testa della sua compagna:
"Comprendo che tu abbia a rimpiangere la tua vocazione, povero giglio del giardino della Madonna. Che cosa di più bello della santa castità? essa ci accosta agli angeli. Che cosa di più caro della nostra verginità, che ci fa tutte figlie di Maria? Essere così vicine al sacro tabernacolo e sentirsi strappare via è un gran dolore. E tu avevi consacrata a un'anima bisognosa questa tua vita di pensieri puri e immacolati, ma Dio non vuole, cioè Dio vuole da te qualche cosa di più grande, di più bello. Non tocca a noi scegliere la nostra strada nel mondo. Oh, se così fosse, chi vorrebbe essere ammalato, chi vorrebbe veder morire i suoi figliuoli, chi stentare tutta la vita per morire povero e solo in un ospedale? Se la strada del tuo dovere è diversa da quella che tu avevi scelta, cara figlia della Madonna, non devi dire che Dio s'inganna o che vuol troppo da te. Non è mai troppo il bene che si fa. Difficilmente il nostro dovere va d'accordo col piacer nostro. La croce è dappertutto e per tutti; e dappertutto tu sarai obbligata ad avere della pazienza. Tutti ne dobbiamo avere: tu che stai per entrare nel mondo, io che da quindici anni non esco da questo letto, tuo padre e tua madre che lavorano pei loro figliuoli, colui che semina, colui che raccoglie, chi ha il campo bello, chi lo vede battuto dalla tempesta. Dalla pazienza viene il coraggio e dal coraggio viene l'amore che fa piacere i nostri dolori. Gesù sulla croce non sentiva i chiodi, perché il suo dolore era immerso nell'amore: e tu non sentirai le spine del tuo sacrificio, perché nell'amore per tuo marito, per tuo padre, per tua madre, per i tuoi figliuoli, troverai il pagamento di ciò che perdi. E l'anima tormentata a cui volevi consacrare la tua vita ne guadagnerà, perché ciò che solleva le anime è il sacrificio. Apri il cuore, cara figlia della Madonna," continuò l'inferma alzando le due mani come se celebrasse un rito "e pensa che ciò che tu soffri in questo momento è ben poco in paragone della disperazione e dell'abbattimento dei tuoi parenti, se tu rifiutassi l'offerta della Provvidenza."
Un freddo fremito di venerazione scosse Arabella nell'intendere parole che parevano venire da un mondo remoto. L'occhio di Angelica era splendente e sereno, la sua voce calda, misteriosamente eccitata ed eloquente, come se veramente parlasse in lei uno spirito superiore. Forse era vero quel che dicevano i suoi, che in certi momenti essa aveva l'ispirazione divina.
Arabella alzò la testa e lasciò che Angelica accomodasse un poco i suoi capelli scomposti dall'agitazione e per la prima volta vide la possibilità di considerare se stessa e le cose della sua vita sotto un lato meno ristretto e meno personale. Mentre prima essa sforzavasi a collocare se stessa in un piccolo dovere scelto da lei e accomodato ai suoi istinti, ora sentì quel che vi può essere di nobile e di santo nella rinuncia della volontà.
La monachella lasciavasi trascinare dall'ordine delle cose a compiere il dovere scelto da Dio.
Stringendo le mani di Angelica, contemplando la miseria e la nudità di quella povera stanza, dove l'infelice compieva pregando, sorridendo e cantando, il suo lento sacrificio, l'anima viva e impressionabile della giovinetta provò un principio di quell'entusiasmo, che faceva così felici gli altri all'idea del suo matrimonio.
Rimase in compagnia dell'ammalata, in intimi e caldi discorsi, finché il sole non cominciò a nascondersi dietro i pioppi, e se ne venne via col cuore cambiato. Scese la scaluccia, e attraversata l'aia, infilò il viale, sentendosi un gran calore al viso, come se avesse attraversato una fiamma. Sul crocicchio delle due stradette s'incontrò in papà Paolino e gli si mise al fianco.
Il buon uomo, dal dì che aveva posta sul tappeto la questione del matrimonio, non più osava guardar in viso la figliuola adottiva, per paura che il suo sguardo avesse a pesar troppo nell'anima della fanciulla.
Da dieci o dodici giorni egli viveva col cuore sospeso in croce. Il suo destino dipendeva da una parola di lei.
Camminarono un tratto in silenzio lungo il canale, rasentando la chiesuola di mattoni, che si crogiolava nel raggio rubicondo del tramonto, quando Arabella a un tratto si arrestò:
"Papà," disse con un leggiero tremito di voce "potrò rivedere ancora una volta le mie buone suore di Cremenno?"
"Quando?" egli disse con uno sforzo di voce.
"Prima di andar laggiù, a Milano" soggiunse sorridendo e indicando la punta del Duomo, che usciva di tra le piante lontane.
Papà Paolino, non potendo resistere alla commozione, cercò la mano della figliuola, se la portò alla bocca, la baciò, bagnandola delle sue grosse lagrime, crollando il capo, come se cercasse inutilmente di contraddire: e continuarono in silenzio la strada fino a casa.
VIII
I GIOIELLI DELLA SPOSA
Accesa la lucerna annerita dal fumo e dagli sciami di mosche che vi si posano la sera, il Pirello, con un ginocchio sulla pietra del camino e una mano stretta al paiolo, stava rimestando una grossa polenta davanti a una fiamma spropositata. Mamma Beatrice, vicina ai fornelli, sollecitava colla ventola un certo stufato del giorno addietro a scaldarsi. Uomini e donne entravano e uscivano, urtandosi sulla soglia, chi con un sacco di medica sulle spalle, chi con un cesto o con due secchi d'acqua che lasciavano sull'ammattonato un pattume di fango.
La vasta cucina inondata da quella gran fiamma d'oro, pareva ancor più disordinata del solito coi suoi sacchi ammonticchiati alla parete, colle sedie scompagnate che perdevano la paglia, cogli zoccoli, gli sgabelli, le scarpuccie dei bimbi seminate dappertutto, che nessuno pensava di raccattare o almeno di portar via.
Era il sistema della casa, aiutato dalla pigrizia di mamma Beatrice che la morte di Bertino aveva reso più indifferente, dalla sfiducia di papà Paolino, che vedeva le cose andare a rotoli, dall'abitudine che avevano tutti di comandare, nessuno di obbedire.
Naldo, il fratellino di Arabella, un ragazzo sugli undici anni, vivo come il fuoco, pieno di fame, picchiava una musica disperata sulla scodella vuota, seduto davanti alla tavola rustica, dove diverse mani andavano preparando le forchette, i piatti e i cucchiai d'ottone per la cena.
Arabella entrò con papà Paolino, e sedette presso al fratellino per farlo tacere. Il diavoletto, che aveva battuta la campagna tutto il giorno in caccia di uccelli e di rane, non aveva un filo pulito. Le scarpe scalcagnate, sporche di fango, lasciavano uscir i diti dei piedi, mostrando delle calze color di fango; e il fango saliva al naso, agli orecchi, dappertutto, dando a quel caro monello l'aspetto d'un pezzente pescato in una gora. Ove mancavano i bottoni, s'era aiutato da sé con lacci di corda e con spini di robinia.
Arabella, che aveva il cuore aperto, si sentì a un tratto molto colpevole di quel disordine, di quell'abbandono. Naldo era suo fratello giusto, il ritratto in piccolo del suo povero papà, gli stessi occhi neri, la stessa carnagione bianca e delicata. Se cresceva un monello e se portava intorno i segni della pezzenteria, la colpa non era soltanto della povera mamma, stanca, abbattuta sotto il peso di tante cose e di tante disgrazie, ma ancora un poco di una certa monachella che colla scusa di contemplare gli eterni misteri del paradiso, non si curava dei bottoni e delle calze della sua gente.
Domani, come una fata benefica delle leggende, essa avrebbe potuto con una parola trasformare quella rovina in una casa ordinata, ricondurre la pace, la speranza, la volontà nel lavoro e nel bene; prendere essa l'autorità, l'iniziativa, il comando, che viene dalla forza e dai mezzi, cambiare il bianco in nero, impedire che la rovina menasse la disperazione, e che i suoi fratelli andassero per il mondo come veri vagabondi,
"Senti, Ara," disse Naldo, parlando sottovoce alla sorella "c'è stato due ore fa il sor Tognino, che ha lasciato un magnifico astuccio per te. Vedessi! è pieno di perle e di diamanti."
"Dov'è?"
"La mamma voleva che ti chiamassi, ma papà Paolino non ha voluto, perché dice che tu non hai ancor detto di sì. L'astuccio è di sopra nella tua stanza."
"Sta zitto, vado a vedere."
Arabella uscì senza dir altro. Il Pirello rosso e scalmanato agitò tre volte la polenta nel paiolo, riempiendo la cucina d'un buon fumo caldo. La famiglia era quasi tutta raccolta. La Pirella col secchiello in mano e la tazza nell'altra, versava il latte spumoso nelle scodelle di terra allineate sulla tavola. Gli uomini, che lavoravano in casa, prendevan posto sui sacchi, dove s'era messo in guardia anche Brill, un cane ricciuto che non si ricordava più di essere stato bianco. Mario, tornato da pochi giorni dal collegio, entrò colle gabbie e colla civetta e cominciò a litigar forte con Naldo, come al solito. Le donne che avevan fatto il bucato sedevan sotto il portico, al piccolo chiaro del crepuscolo, ciascuna colla sua scodella in grembo, e già tutti ormai avevano trovato il loro posto, il loro piatto, il loro cucchiaio, e le bocche cominciavano a essere occupate, quando l'uscio che mette sulla scala si spalancò e apparve Arabella, col lume in mano, coperta il collo, i polsi, il petto, i capelli, di perle, di diamanti, di braccialetti d'oro con grosse pietre di rubino e di smeraldo, una vera apparizione miracolosa della Madonna santissima, che sulle prime incantò tutti gli occhi, poi trasse un grido di meraviglia e di giubilo; tutti gridarono:
"Viva la sposa!"
Mamma Beatrice, a cui il marito aveva sussurrata una parolina in disparte, tocca nella parte più sensibile del suo orgoglio materno, corse verso la figliuola, se la prese nelle braccia, la baciò a lungo sui capelli, la condusse nel mezzo della cucina, dove uomini e donne e ragazzi, colla scodella in mano, si raccolsero ad ammirare quel non mai visto splendore di gemme. Accorsero altre ragazze dal cortile, il portico si affollò e Arabella dovette farsi vedere anche a quelli di fuori.
"O santa, se l'è mai bella!"
"L'è un splendor che scuriss la vista."
"Non se ne vede..."
"L'è la Madonna de la Salètta, Delaida."
"Con vun de quist" disse il Pirello, indicando colla punta del cucchiaio un grosso brillante dello spillone, "se pò mung la vacca anca al scur..."
Tutti vollero dire qualche cosa. Le bambine scalze e spettinate a cui Arabella soleva far la dottrina in chiesa, eccitate anch'esse da quell'apparizione, le baciavano il vestito e le mani.
Papà Paolino scivolò via e si nascose nello stanzino della pesa al buio. Aveva bisogno di piangere forte e che nessuno lo sentisse.
IX
VITA NUOVA
Arabella era entrata nella sua nuova casa accolta come una regina.
Il sor Tognino non badò a spendere perché gli sposi avessero un bell'appartamento nella casa di via Torino, sopra gli ammezzati, con l'ingresso dalla porta e dalla scala principale e tenne per sé due o tre stanze vicine, uscio a uscio, sul medesimo pianerottolo, per essere pronto a ogni bisogno come un buon cane di guardia.
Arabella gli ricuperava un figliuolo ch'egli credeva perduto per sempre, e il sentimento della paternità, trionfando sopra tutti gli altri interessi, in un momento di espansione malinconica, aveva mutata la durezza in amore, dandogli una fresca e nuova energia, che soverchiava in lui la potenza delle abitudini.
Ogni giorno si faceva un onore e quasi un dovere di dividere cogli sposi il pranzo e un pezzetto di luna di miele: e fu atto d'uomo savio e avveduto per non lasciare Lorenzo abbandonato nei primi tempi alla forza delle abitudini.
Dove il figliuolo per ignoranza o per materialità mancava di spirito e di delicatezza, suppliva il babbo con una continua e gelosa vigilanza, usando tutti i riguardi perché la sposina, mezza monaca e mezza bimba, non avesse a soffrire di nulla, si abituasse a capire, a compatire, a contentarsi del meno male, in attesa del bene e dell'ottimo.
Lorenzo aveva veramente bisogno di grande compatimento. Cresciuto a caso, nella compagnia di giovani allegri, con un ingegno limitato, chiuso a tutte le sensazioni astratte e filosofiche, portava in casa insieme al puzzo del sigaro e del cognac le mosse del dilettante di cavalli, e le espressioni energiche, che rinforzano all'osteria le cattive partite di scopa.
Eran vizi e modi esteriori, che lasciavan vedere, per dir così, come attraverso gli strappi di una camicia, una carnagione sana, un fondo non pervertito, un vecchio ragazzo male avvezzato, non privo di buone intenzioni e di sentimento, un bel matto allegro, se anche si vuole, che nella sua pecorile ignoranza spingeva l'ingenuità fino a lasciarsi corbellare credendo di corbellare.
Capitato in mezzo a una compagnia di capi scarichi, tra cui Max Baratti e il marchesino di Brienne, fondatori del famoso Piccione club, si lasciò facilmente ubbriacare dalle adulazioni con cui quei bravi signori avariati nel credito cercarono d'interessarlo in una società per le corse di Senago, che non fece correre che cambiali. Lorenzo pagò per sé e per gli altri, fin che piacque a papà Tognino di pagare; poi ricorse al giuoco e al fido di suo zio Borrola; e infine si trovò immerso fino ai capelli nei debiti.
Arabella gli ottenne il saldo: ma quantunque avesse rinunciato ai cavalli, alle donne e agli amici, peggiori delle donne e dei cavalli, il segretario del Piccione club non poteva di punto in bianco trasformarsi in un santo padre, per quanto Arabella e papà Tognino fossero egualmente interessati a salvare un'anima.
Nelle prime settimane del suo matrimonio, quando si trovò nella piena balìa di quell'uomo giovane, robusto, impetuoso, Arabella provò la paura dell'agnellino caduto nelle zampe dell'orso. Man mano che imparava a conoscere suo marito e che scendeva a toccare la materialità di quella scorza vuota, un senso di compassione indefinita si mescolava ai suoi timori e fuggevolmente una voce del cuore domandava se essa avrebbe mai saputo compiere la santa opera di redenzione a cui Dio l'aveva chiamata. Nei momenti in cui era sicura di non esser vista, dal suo cuore umiliato e gonfio si sprigionavano delle lagrime, che ella sentiva affacciarsi alle palpebre non richieste, quasi non avvertite; ma poi un buon momento di Lorenzo (che non mancava di brio naturale) o le buone parole di suo suocero, che nutriva le stesse speranze, riconducevano giorni più sereni. Nelle sue fervide preghiere alla Madonna essa poté illudersi di amare suo marito, verso il quale slanciavasi qualche volta con impeti veramente generosi, che non trovavano che una sola corrispondenza... sempre quella, la più semplice, quella che l'avviliva di più.
Ma verso la metà di novembre avvenne un caso che produsse nel suo cuore il miracolo. La luce dissipò il freddo e le tenebre, e la vita che prima conduceva a caso, a balzelloni, per un terreno rotto, seminato di sassi, si trovò aperta una bella strada maestra davanti. Il dottor Taruzzi assicurò che c'era un erede. Essa era madre!
L'avvenimento produsse un vivo piacere anche a Lorenzo che da qualche tempo, dominato senza avvedersene dalla dolcezza di Arabella, sforzavasi di far l'uomo serio. Ma chi toccò il cielo col dito fu il nonnetto.
Quel sentimento di paternità che l'aveva condotto alle Cascine a cercare una moglie per il figliuolo, provò una scossa elettrica alla notizia che sua nuora gli preparava un erede.
I preti e gli avvocati non gli avevano ancora giocato dei tiri birboni, e gli affari da qualche tempo eran passati in seconda linea. Era per il vecchio affarista un momento di tregua, quasi di luna di miele, che preludiava serenamente ai giorni del suo riposo. A ragione gli amici del caffè Martini, dove passava verso sera a leggere i telegrammi di Borsa, vedendolo così alacre, così ringalluzzito e contento, gli domandavano se l'aveva presa lui la sposa.
Quanto v'era in lui di meno vecchio, di meno logoro, di meno stanco e di meno ostinato, conveniva come a un banchetto a questa nuova festa della paternità, in cui insieme al sentimento naturale di famiglia, così vivo negli uomini sani, si confondevano, in un misterioso amplesso di indulgenza, il rispetto, la riverenza, la compassione, la tenerezza per le due tenere creature, che eran venute da poco tempo a popolare la sua casa.
In attesa che una di queste si rivelasse, concentrava i suoi riguardi verso quella che ne aveva più bisogno.
Siccome la gravidanza si presentava con qualche malinconia, come capita spesso alle creature un po' delicate, il nonno fu tutto occhi e tutto orecchi perché alla nuora non avesse a mancar nulla. Tolse in casa una cuoca, fece collocare una stufa americana in modo che nell'appartamento il caldo fosse diffuso uguale e mite in tutte le stanze; e al venire delle prime nebbie, quando Lorenzo usciva la sera a fumare una pipa (il vecchio non aveva mai fumato in vita sua), veniva a tener compagnia alla sposina, attizzava il fuoco sul caminetto; e mentre Arabella sedeva presso la lampada a lavorare all'uncinetto in una babbuccietta di lana rosa, il nonno dava un'occhiata al Corriere della Sera, si faceva contare i casi della giornata, contava egli i suoi, qualche volta pregava sua nuora di mettersi al piano...
Una volta, prima dei quarant'anni, anche lui aveva frequentato la Scala con passione. Allora non era ancora inventata la musica difficile. Da orecchiante il suo Verdi lo gustava ancora. Arabella preferiva invece sonar della musica da collegio, del Mozart, del Beethoven, cosette graziose, in cui il vecchio abbonato della Scala sentiva un gusto nuovo, con in mezzo alle note quasi dei ragionamenti che lo facevano pensare. Stava a sentire in silenzio, poi andava a dormire col capo pieno di quella musica, che ragionava a lungo, con dolcezza, in mezzo ai sogni; e gli capitava di risvegliarsi di soprassalto, meravigliato egli stesso, come chi si desta a un tratto e vede la camera rischiarata dall'insolito chiarore di una festa che si celebra di fuori. Di interessi e di affari non parlava mai colla nuora. A che pro? gli affari son maschi e le donne son femmine. Arabella non sapeva nemmeno che ci fosse uno studio Maccagno nella casa: non ci avrebbe capito nulla lo stesso. Era contenta che il matrimonio avesse accomodate molte partite, ma sforzavasi a tenersi fuori dagli affari, anche per resistere alle insistenze della mamma, che faceva i conti sopra una figliuola maritata come sopra una miniera.
In quanto al vecchio affarista sentiva istintivamente che una cosa sono gli affaracci della strada e un'altra cosa è l'affezione di famiglia: proponevasi di tener nettamente separate le due amministrazioni, se si può dire così, quella dei numeri e quella del cuore.
Quando la cugina Ratta avesse chiusi gli occhi per sempre, era sua intenzione di realizzare il patrimonio, di dare un calcio a tutte le brighe che aveva in Milano, di semplificare la vita, di ritirarsi a sorvegliare i suoi fondi, e a fare il nonnetto di campagna, beato come un papa; e non immaginava che gli affari son come le donne brutte. Si attaccano di più quando temono d'essere abbandonate.
X
IL RISULTATO D'UN COLLOQUIO
La stanza dove il signor Tognino introdusse i tre delegati non era che un altro ammezzato un po' meno buio dell'anticamera, colla finestra verso la via pubblica, arredato di pochi e vecchi mobili pieni di carte e di cartaccie alla rinfusa.
In questa stanza il principale era solito ricevere i capimastri e i fornitori che lavoravano per conto suo nelle fabbriche di Milano nuovo, ai quali anticipava capitali, garantendo il credito con buone ipoteche.
Uno scrittoio, un libro mastro, quattro sedie, uno scaffale, un ritratto affumicato di Cavour attaccato fuori di simmetria formavano tutto l'arredo di quei quattro muri coperti di una carta color cioccolata, che riceveva una luce di rimando e l'onda dei rumori e dei gridi della viuzza vicina.
"Venite avanti, sedetevi se trovate da sedere e cercate d'esser chiari e corti, perché il mio tempo è prezioso."
Così disse con aria napoleonica, mettendosi a sedere in una poltroncina lucida di pelle senza guardare in faccia a nessuno, anzi mostrando di occuparsi interamente d'un fascio di carte che aveva portato con sé.
"Chi siamo, è inutile ch'io lo dica, perché il nostro parente mi conosce e questi sono altri parenti della povera Carolina, per la quale..." disse Aquilino, indicando col cappello Salvatore che si stringeva il naso colla berretta, e Angiolina che con un faccino morbido e sorridente seguitava a far inchini e a fregarsi dolcemente i palmi, come se affilasse due coltelli.
"Risparmiate pure le presentazioni," interruppe l'altro, tuffando rapidamente la penna nel calamaio e scrivendo una fila di numeri sul rovescio d'una polizza, "io vi conosco e non vi conosco e per me Aquilino, Andrea, Giosafatte, Tintimilia..."
"Angiolina, non Tintimilia, Angiolina, Angiolina, Angiolina..."
L'ortolana ripeté tre volte il suo nome armonioso con una cantilena sempre più piena di grazia e di delicatezza, accompagnando ogni volta la musica con una bella riverenza, come fanno le prime donne quando ringraziano il colto pubblico. Credeva così di obbedire agli ordini del vice-ricevitore, che andava raccomandando le belle maniere. Ma Tognino le rispose con una occhiata cattiva saettata di sotto alla piccola tesa del cappello e tornò a scrivere i suoi numeri.
"Insomma, che cosa volete?"
"Che cosa vogliamo?" riprese con una intonazione più elevata Aquilino, facendo un passo avanti. "Il notaio Baltresca ci ha data la comunicazione e ci ha detto di venire, perché non è possibile che la buona Carolina, sapendo d'avere molti parenti poveri, abbia voluto sobbarcarsi, dirò così, a un viaggio così lungo, lasciando a tutti in mano una... con poco rispetto parlando, mentre don Giosuè Pianelli, mazzacronico del Duomo..."
"Un bel prete sporco che il sor Tognino conosce benissimo..." aggiunse Angiolina sempre con delicatezza.
"Ha le prove questo don Giosuè riverito?" chiese l'affarista, alzando il viso, e fermandolo in faccia all'Aquilino, colla penna sospesa e stretta nella mano. "Se questo vostro prete ha della carta in mano la faccia cantare. Ci son fior di tribunali in Milano, fior d'avvocati. Sapete dove sto di casa. Fatemi citare e soprattutto fuori le prove, le prove, le prove. A ciarle siamo tutti milionari. Fate una causa. Se avete bisogno di un avvocato, qui c'è la guida di Milano. Ce ne sono cinquecento a Milano di avvocati, pei quali non è mai troppo il numero dei minchioni."
"Senti, senti..." scoppiò a dire questa volta l'Angiolina, dando fuoco alla prima bomba.
Ma Aquilino entrò in mezzo e col gesto d'un direttore d'orchestra che segna la battuta:
"Abbiate pazienza," disse alla donna "lasciate prima dire una parola a me e poi parlerete voi"
"Sì, è meglio, perché se parlo io, è la rivoluzione" soggiunse l'ortolana, correndo come se volesse andarsene.
Quando fu sulla soglia, piombò sopra una sedia ch'era lì e incrociò le due braccia solide e tonde sul petto, per quanto permetteva di farlo quel che c'era sotto, e dondolando le gambe che stentavano a toccar terra, comandò al vice-ricevitore di parlare per il primo. Il Boffa, che un resto di flussione faceva più taciturno del solito, alzò il mento e cominciò a grattarsi il collo.
Aquilino, col tono ragionevole d'un uomo che ama discorrere e ragionare bene le cose, agitando il cappello e raddolcendo le parole con un sorriso di celia, riprese a dire:
"Mi vien da ridere. So anch'io che non è mai troppo il numero dei minchioni a questo mondo. Il mio buon parente Tognino mi conosce da un pezzo e adesso è inutile rivangare il sangue. Ho fatto il quarto a tarocco più di venti, più di cento volte e ho strappato l'ultimo dente alla vecchia e venerata cugina. La povera Carolina era una Maccagno, che ha sposato un Ratta, Gioacchino Ratta, che ha fatto i denari cogli appalti, per cui, a rigore, se c'è gente che ha diritto all'eredità... cose da riderci su... siamo noi Ratta, tutta gente rovinata come la finanza. Questa era la intenzione della defunta".
"La qual defunta, caro il mio Tognino..." venne a dire saltando dalla sedia e correndo verso la scrivania la donna; ma Aquilino fu svelto, la prese al volo, la fece girare sulle gambe e la ricondusse a sedere, gridando anche lui:
"Adesso parlo io, corpo di Bismarck, dopo parlerete anche voi".
E tornando verso Tognino, che continuava a scrivere come se non ci fosse nessuno, seguitò:
"Noi non abbiamo in mano, per modo di dire, la prova palpabile, proprio il pezzo di carta che dice così e così; ma abbiamo la testimonianza di molte persone, vero, Salvatore?"
Il Boffa alzò la barba, mosse un braccio, come se tirasse un mantice per dar fiato all'organo, ma non mandò fuori che un sordo mugolìo.
Toccò ancora all'Aquilino andare innanzi:
"Farò un paragone. Non abbiamo in mano la carta del salame, per dire che qualcuno ha mangiato il salame, ma ne sentiamo l'odore. Il nostro buon cugino Tognino sa bene i suoi conti e può insegnare, mi vien da ridere, il calcolo sublime a tutti noi; ma io ho visto il mondo. Sono stato in Calabria, e so, corpo di Bismarck, che a questo mondo un po' per uno fa male a nessuno. Un'occhiata anche a noi, dalla parte di Dio! Si lavora come bestie, siamo carichi di figliuoli, e qualche cosa bisogna pur che si mangi anche noi per poter stare in piedi..."
"Adesso ho capito. Prove non ne avete che io ho rubato un testamento, come dite voi; ma siete in trenta, siete in quaranta e credete di farmi paura. Non potendo portarmi via l'eredità, perché la legge mi dà la forza e io sono nel mio diritto, vorreste colle vostre prediche spillarmi dei quattrini, quasi in forma di tacitazione per poter dire dopo: Vedete? Se ci ha dato questo, è perché sa d'avere la coscienza sporca. Son più vecchio di voi e conosco le trappole. Il notaio Baltresca sa quel che deve a ciascuno. Per conto mio non dò un quattrino a nessuno."
Tognino parlò con voce secca, gestendo con furia coll'indice magro magro, col tuono d'uomo irritato e offeso nel suo diritto.
L'Angiolina, prima ancora ch'egli avesse finito il suo ragionamento, appoggiati i pugni ai fianchi robusti, camminando con passi piccoli e strisciati come una ballerina, era venuta a piantarsi davanti al tavolino, dondolando tutta in un pezzo, col capo inclinato da una parte, l'occhio socchiuso, quasi semispento, come se dormisse in piedi.
"Dunque, niente a nessuno..." declamò colla voce grave di chi intona un salmo.
Aquilino cercò col mettersele davanti di far paravento, ma la donna scartò di fianco, e afferrato il volume panciuto della Guida di Milano, se lo cacciò sotto il braccio e tornò a cantare, ma con tono più rialzato:
"Niente a nessuno, sor ladrone illustrissimo..."
"Piano colle parole, o chiamo le guardie..." disse il signor Tognino, alzandosi di scatto e battendo quasi il suo dito ossuto sul naso della donna.
"Dobbiamo andare adagio colle guardie, sor Tognino riverito! lasciamole stare le guardie! c'è in Verziere della gente che non ha paura delle guardie..."
La donna, sbarrando gli occhi pieni di quarantotto, pareva un cagnaccio in atto di scagliarsi su un gatto, e a lei rispose l'uomo con un occhio da vero gatto, un occhio quasi verde, avvelenato, mentre colla mano irritata faceva saltare sul legno un tagliacarte di bronzo massiccio che mandò un suono forte e squillante.
"Noi non abbiamo prove tu dici, brutta faccia di mezzo impiccato!" gridò colla sua bella voce spiegata l'ortolana. "Dunque noi non siamo parenti come gli altri... Quel che dice don Giosuè è falso; quel che dice l'avvocato Baruffa è falso; quel che la vecchia aveva detto ad Aquilino è falso. È la carta che tu vuoi, Maccagno. Tu hai bisogno della carta, o furfantaccio. Non contento d'aver raggirata la vecchia balorda, di aver cacciata via la sua cameriera, di aver chiusa la porta in faccia ai parenti, di aver mangiato la casa e i fondi di quella bigotta che ti manteneva, tu vuoi anche della carta, o schifoso..."
Ferruccio, che stava a sentire nell'altra stanza, si lasciò cadere sopra una sedia.
"Questo non è parlare..." gridò Aquilino, volgendosi irritato al Boffa, che mosse una gamba.
"Questo è parlar chiaro, il mio regio impiegato; questa è la messa cantata. E non hai schifo del pane che mangi, o Gattagno, fatto col sangue della povera gente? Non hai schifo di mantenere le tue sgualdrine e quelle del tuo Bomba coi quattrini dei poveri padri di famiglia? Ci vuol altro che mandare in lusso la nuora smorfiosa..."
Ferruccio, che ascoltava di fuori, si coprì gli orecchi colle mani.
Tognino fece un certo segno ad Aquilino, strizzando l'occhio con un moto particolare e parlante, che persuase il vice-ricevitore a discorrere col Boffa. Costui entrò perfettamente nell'idea, e come se gli scoppiasse a un tratto una bomba nel ventre, saltò addosso alla donna, la ghermì per un braccio e cominciò a tirarla nella stessa maniera che si tira un mobile pesante o una bestia riottosa.
La donna, non potendo resistere a quella forza di ferro, si lasciò trascinare: ma volle gettare in faccia a Tognino tutti i titoli cavallereschi che si usano in verziere in queste occasioni. Vociò in anticamera, vociò sulle scale e non si persuase a smettere nemmeno quando fu in corte. Strillavano in lei diecimila ortolane.
"Le donne non sono responsabili e io mi asciugo le mani di quest'acqua sporca" disse Aquilino con tono amichevole, fregando la mano che aveva libera sulla manica dell'altro braccio come se l'asciugasse davvero. "Nemmeno quando si giuoca a tarocco mi piace di gridare, vero, caro cugino? perché chi ingiuria, punto primo, ha sempre torto, e a me piace discorrere."
"Dunque avete delle prove?" riprese il caro cugino con piglio bonario, ripigliando la penna.
"Benedetto! non si vuol mica portar via il testamento, ma se nel tagliare il panettone, per un esempio, cascano delle briciole..."
"Il notaio Baltresca sa quel che deve fare."
"Darà cento lire a testa per elemosina. Cento lire, caro Tognino, sono in queste condizioni un insulto."
"E allora fate una causa."
"Lei dice così perché sa che non siamo in grado di fare una causa."
"E allora lasciate stare..." seguitava a ripetere pazientemente l'altro, bagnando spesso la penna e scrivendo, scrivendo e bagnando.
"Tanto fa come dire: affogatevi, strozzatevi, ungetevi di lucelina e datevi il fuoco."
"Oh insomma...! io non vi chiedo che una cosa sola..." proruppe questa volta con un gesto d'impazienza l'abile affarista, aprendo le due mani come due ventagli.
"Quale?" ebbe ancora l'ingenuità di chiedere il vice-ricevitore.
"Le prove!"
Aquilino capì che non istava più nella sua dignità d'insistere. Il diavolo fa i birboni e poi li acceca. Si mise il cappello in testa, e si cacciò le due mani nelle tasche sotto le falde del suo stiffelio della festa, lasciando cadere uno sguardo di compatimento sopra un infelice che, per l'avidità dell'oro, commetteva delle abbiette vigliaccherie. Aquilino aveva combattuto a Mestre con Poerio e poteva bene dall'alto della sua povera, ma onesta dignità, commiserare un meschino che si avviliva nel fango. Queste cose disse o credette di esprimere colla lunga occhiata con cui salutò il cugino, mentre avviavasi verso la porta. Sulla soglia si fermò, si voltò, sollevò un dito all'altezza del cilindro e declamò la sentenza del Metastasio:
Se a ciascun l'interno affanno
si leggesse in fronte scritto...
E uscì tutto d'un pezzo, non degnandosi nemmeno di finire.
Ci pensò l'Angiolina a finire. Trascinata sulla strada dal Boffa, che tirava come un argano, si appoggiò al muro, tra la porta dell'osteria e il tabaccaio, in faccia alla finestra dell'ammezzato, e cominciò, o per dir meglio, seguitò a gridare:
"Maccagno birbone! Maccagnaccio ladro! fatti vedere, faccia d'impiccato".
C'erano abbasso molti altri parenti interessati a far nascere scandali, che aizzavano l'ortolana a gridare più forte, che suggerivano le parole delle litanie. La donna, coi pugni appoggiati alle anche, il viso in una fiamma, l'occhio grosso e lucente, tirava un mezzo fiato, commentava alla gente, che prese subito a radunarsi, chi era il Maccagnaccio ladro, che cosa aveva fatto, che cosa aveva rubato: poi subito tornava da capo:
"Gattone, Battista Scorlino, Boggia della povera gente!"
Ferruccio sentivasi venir male, gli tremavano le gambe.
A questi insulti, che salivano dalla pubblica strada, il signor Maccagno non seppe più star fermo. Saltò in piedi, venne a dare un'occhiata breve e tagliente attraverso i vetri polverosi, stringendo ancora il tagliacarte di bronzo come un coltello, masticò senza inghiottirle delle parole amare e avvelenate, trovando nell'irritazione dell'oltraggio la forza che non gli veniva data dalla buona coscienza.
Nel livore dell'odio e della reazione selvaggia, l'egoismo, ingannando se stesso, confondeva il legittimo diritto della difesa col diritto del più forte, che non è sempre il migliore, come pare al lupo della favola. L'uomo arido e sprezzante ritrovava nella necessità della battaglia quasi un senso di orgoglio, che si accompagna sempre al valore, qualunque sia la causa per la quale si combatte. E come si sa, l'orgoglio si confonde spesso coll'onorabilità e aiuta con questa a confondere le idee, o almeno quelle che non desiderano troppo d'essere chiarite.
Erano nell'affarista quasi due creature in cozzo tra loro. L'una, la primitiva, capace di idee buone e generose; e una seconda, quella del mestiere, che non intendeva che una ragione sola, l'interesse. Queste due nature s'erano fatte quasi due abitazioni nella sua coscienza, e come due vicine in discordia, cercavano sempre di non incontrarsi e di non farsi vedere insieme; si può dire che invecchiassero nella stessa casa, quasi senza conoscersi, odiandosi, respingendosi a vicenda, in una paurosa attesa, quale di loro due sarebbe morta prima, e quale sarebbe rimasta padrona assoluta della casa.
"Grida, squàrciati, strega!" brontolò, pensando che tutti i cenci di quei pidocchiosi miserabili non avrebbero mai potuto mettere insieme il piccolo cencio di carta che le fiamme del caminetto avevano divorato insieme alla malizia dei preti e degli avvocati. "Sgòlati, crepa! Una carta abbruciata non c'è Dio che la risusciti."
Da questa parte potevano assalirlo in cinquecento, ma la prova che la vecchia avesse fatta una carta non l'aveva che lui, e nemmeno lui era più in grado di presentarla. Le ingiurie e le insolenze pubbliche non facevano che dargli qualche ragione di più, se non si vuol dire che le sue ragioni cominciassero da queste. Un cagnolino debole ha bisogno d'essere aizzato per risolversi a mordere. Bene! le ingiurie e le insolenze aiutavano a farlo comparire vittima perseguitata. Si aggiunga che un torto fin che dorme (e in fondo sentiva d'aver torto in questa guerra) è come un lupo addormentato che si lascia ammazzare stupidamente a colpi di bastone. Queste punture obbligavano la bestia a dormire con un occhio aperto e a mandare di tanto in tanto un sordo ruggito d'avvertimento ai ragazzacci e ai villani della contrada.
"Piglierò le mie note, stupida creatura."
Tornò al tavolino, e tolto un foglio di carta, notò il giorno e l'ora, come se pigliasse gli appunti per un processo verbale.
"Tognino, ladro di testamenti" urlò la donna.
"Benissimo" e scrisse anche queste parole sulla carta.
"Assassino della povera gente!"
"Brava, dinne un'altra, brutta cagna."
"Schifoso!"
"C'è abbastanza per cacciarti in galera. Aspetta."
Si mosse ancora dal suo posto e buttata nella viuzza un'altra rapida occhiata, notò molta gente sulle botteghe, riconobbe l'albergatore, il tabaccaio, il lattivendolo, qualche altro, dei quali volle scrivere i nomi nel verbale, per chiamarli tutti come testimoni d'accusa nel terribile processo d'ingiuria, oltraggio e diffamazione ch'egli avrebbe domani intentato all'ortolana e a' suoi compari. Oh se li avrebbe fatti ballare!
"Ferruccio!" chiamò a mezza voce, aprendo un poco l'uscio verso la scala.
Il giovinetto, colle convulsioni nelle gambe, era disceso in corte e andava cercando cogli occhi qualche sorvegliante o una guardia di questura che facesse smettere la spiritata. Non pareva più Milano. La strada in poco tempo fu piena di curiosi e di sfaccendati e anche di gente che aveva qualche cosa di meglio da fare, ma che il caso nuovo e stuzzicante teneva lì, fermi a guardare e a pestar la premura coi piedi.
Chi rideva, chi canzonava, chi eccitava la donna, credendola ubriaca, a dirne sempre delle più grosse. Intorno a lei si parlava (come si può parlare tra gente male informata) della vecchia Ratta, che aveva lasciato un milione: del canonico Pianelli che aveva, d'accordo col Maccagno, rubato il testamento e s'eran diviso mezzo milione ciascuno: dell'avvocato Baruffa, il quale aveva le prove in mano che la vecchia era stata avvelenata: e altre siffatte fanfaluche, che parevan vere a chi le diceva, in proporzione del gusto che ci pigliava a dirle.
E siccome questo gusto è sempre un po' meno di quello che prova chi le ripete, in poco tempo la storia del testamento e del veleno si sparpagliò in tutto il quartiere, e a furia d'esser data per vera, divenne verosimile. Chi rideva come alla commedia, chi, più interessato e quindi meno ragionevole, parlava d'impiccare, di bastonare, di cavare il denaro dalle budella. E come di fuori, così nel vano del cortile sporgevano teste di donne, berretti di cuochi e di lavoranti, correvano voci da muro a muro, da scala a scala, mentre dai retrobottega uscivano i commessi e i facchini di studio a domandare, a sentire, a vedere, a mettere il naso.
Ferruccio, impaurito dal crescente bisbiglio, vistosi quasi preso di mira dai curiosi, chiamato dalla voce dell'Augusta che strepitava in cima alle scale, risalì le quattro scalette a corsa, e stava per entrare nell'ammezzato, quando nell'arco della porta risonò un grido acutissimo, un grido terribile di donna spaventata o ferita, un grido che fece balzare Tognino Maccagno dalla scranna, e suscitò un immenso susurro di voci adirate e scandalizzate. Tognino Maccagno, stringendo sempre quel tagliacarte acuto e lucente come un coltello, uscì, afferrò Ferruccio che vacillava sul pianerottolo, se lo tirò dietro per un braccio, scese a precipizio, passando, urtando, tra la gente, livido in faccia, e arrivò nel momento appunto che Arabella stramazzava mezza morta ai piedi della scala.
Tornava dall'aver fatto una visita a Maria Arundelli che abitava verso le parti di Porta Genova. Giunta in via Torino, invece d'entrare in casa per la porta principale, svoltò ancora nella viuzza, per ripetere e per aggiungere una nuova raccomandazione a Ferruccio in favore della povera Stella, e per incaricarlo di qualche sussidio.
Svoltato appena l'angolo, era stata ravvisata dall'Angiolina, che a vederla, fu presa da una nuova idea. Lasciato il posto, dove sbraitava all'aria, l'ortolana andò incontro alla moglie di Lorenzo Maccagno, che veniva rallentando il passo, coll'animo sospeso allo spettacolo della folla insolita che ingombrava la strada, le piombò subitamente addosso come un'aquila che ghermisce una tortora, e presala per un lembo del vestito cominciò a chiamarla ladra, moglie di ladri, nuora di ladri, manutengola...
Arabella, còlta all'improvviso, trasalì, stentò a capire, e per l'istinto prese a correre verso la porta. E l'altra dietro:
"Mettilo giù quel cappellino, smorfiosa, figlia di ladri..."
Arabella vide come una gran fiamma rossa, un fuoco agli occhi, affrettò di nuovo il passo, mentre sentiva il sangue precipitare. E l'altra sempre dietro, a incalzarla, a tormentarla fin sotto la porta, dove allungò la mano al collo della giovine, che inorridita gettò un grido, quel terribile grido, si rivoltò, vacillò, si resse colle mani al muro, poi vide scendere il buio, sentì la morte venire... e cadde sugli ultimi scalini.
Molti uomini, disgustati a quella scena, presa in mezzo l'ortolana, la cacciarono via, bistrattandola e battendola. Essa corse e sparì come una grossa talpa, tirandosi dietro un nugolo di ragazzi.
"È niente. State lontano, non toccatela... È niente, Arabella. Un po' d'acqua. È meglio portarla di sopra. Fate stare indietro la gente, per bacco! Arabella, è nulla, mi creda; è uno sbaglio. Pigliala, Ferruccio, che la portiamo su."
Era il signor Tognino Maccagno che parlava così, che ordinava, che teneva lontano la gente, sorreggendo il corpo della giovane svenuta, trascinandola con uno sforzo verso la scala, mentre Ferruccio, cogli occhi velati da un fiume di lagrime, la prendeva fasciandole modestamente i piedi nel vestito, e aiutava a portarla su per le quattro scalette fino all'ammezzato. Pareva che portassero una morta.
Aquilino si collocò ai piedi della scala e col tono irritato di chi non ama le vigliaccherie, persuase i parenti a non far scene, ch'era una vergogna. Pigliarsela colle donne è più che una vigliaccheria, è una sporchezza. Il veterano, fremendo, cominciò egli stesso colle mani e col fazzoletto rosso di cotone a mandar via la ragazzaglia, che si caccia dappertutto come le mosche.
Quando fu tutto finito, arrivarono le guardie.
Arabella, posta a sedere sopra la poltroncina di pelle, cominciò leggermente a sospirare. Il suocero le sorresse colle mani la testa cadente, premendosela sul petto, mentre due o tre buone donne accorrevano con dell'acqua, con dell'aceto, con del rum. Essa riaprì gli occhi, li girò mollemente intorno con aria trasognata, sospirò, si ricordò, strinse la mano del parente per ringraziarlo, e dopo aver mormorato delle parole chiuse, uscì a dire:
"Non c'è più quella donna?"
"Nossignora, non c'è più" disse in fretta Ferruccio, che tremava sempre come una foglia.
"Non c'è più nessuno. È stato un equivoco... Ha creduto che fosse chi sa chi... Come si sente? vuol andare di sopra, Arabella?"
Il vecchio Maccagno parlava con una voce così alterata, che egli stentò a riconoscerla per sua.
"Se queste buone vicine mi accompagnano..."
Entrano l'Augusta e la Gioconda, che si strinsero amorosamente intorno alla padroncina. Arabella si sforzò di alzarsi, ma non poté reggersi. Sentiva la testa in fiamme e la vita fuggire. Le due donne presero la poltrona e la sollevarono così, mentre Ferruccio correva innanzi a spalancar gli usci. Il giovine gemeva senz'avvedersene, come quando si soffre in sogno. Fu portata su e messa subito a letto.
Una delle vicine, la moglie del mercante, capì che bisognava il dottore e ne avvertì subito il signor Tognino.
"Perché, perché?" domandò il vecchio sbarrando gli occhi.
"Ho paura che perdiamo le belle speranze."
Tognin Maccagno si portò i pugni stretti e angolosi alla bocca; ma non volendo mostrarsi avvilito, voltò le spalle e uscì. In anticamera trovò Ferruccio, fermo in mezzo, come un mobile dimenticato.
"Hai visto Lorenzo?"
Il ragazzo disse di no colla testa.
"Sai dove sta il dottor Taruzzi?"
"Sì, lo so."
"Va a chiamarlo."
Il giovane s'avviava già per uscire, quando il principale lo richiamò di nuovo:
"Se vedi Lorenzo, non dirgli nulla com'è stato. Chiama il dottore e poi to'... son dieci lire..." Tognin Maccagno trasse con mano tremante il portamonete e dette il denaro. "Vai a Porta Romana, pigli il tram di Lodi, e se non c'è, pigli una carrozza e avverti la sua mamma, sai? alle Cascine..."
"Sì, sì" disse il ragazzo, non accorgendosi che per la prima volta il principale gli dava del tu. E tornò a discendere le scale correndo.
"Il soggetto è per natura delicato," osservò il dottor Taruzzi sul pianerottolo, dopo aver visitata la malata, "però, dopo l'accidente, il fenomeno è regolare e non presenta pericolo. C'è bisogno di un'assoluta quiete per una ventina di giorni e raccomando una continua vigilanza. Poi farebbe bene l'aria di campagna. Del resto, gli sposi son giovani e non sono i figliuoli che mancano a questo mondo. In quanto al nonno, caro signor Tognino, abbia pazienza anche lui per questa volta."
XI
LA VITTIMA
Il colpo fu così improvviso, così impreveduto, che il signor Tognino non ebbe il tempo di impedire una dolorosa sventura. I suoi nemici nell'assalir lui erano passati sul corpo della sua nuora. Il colpo era dato, perdita irreparabile. E qual perdita! A farlo apposta non avrebbero potuto ferirlo in una parte più viva e più sensibile. In questa prima speranza di casa Maccagno il vecchio cuore era balzato e risorto a una vita nuova: nuovi e grandi progetti eran stati fondati su questa speranza; a un tratto tutto cadde e sparì. E la perdita fu ancor poco in paragone dello spavento, perché Arabella per cinque o sei giorni stette a un filo di voltar via anche lei, abbruciata da una febbre di quaranta gradi; e rimase al di qua per miracolo, estenuata, senza sangue, cogli occhi ancora pieni di spavento, come se si vedesse sempre le mani della strega addosso, come se una folla di gente intorno al letto seguitasse a urlare: ladra, figlia di ladri, metti giù quel cappellino!...
La febbre di quei giorni pericolosi non fu per lei senza fantasmi e senza visioni torbide e spaventose. Che il suo povero babbo si fosse ucciso per debiti e per isfuggire al disonore di un processo, era la storia, si può dire, di tutta la sua vita; sperava di averla espiata, e dopo otto anni lusingavasi quasi che la gente l'avesse dimenticata: ma la gente ha buona memoria. Vedendola passare in gran lusso, col bel cappellino, questa gente aveva voluto mortificarla. Glielo diceva in mezzo agli spauracchi del suo delirio una voce fioca, che ragionava di sotto al tumulto delle altre voci, come se la rimproverasse di non aver saputo proseguire fino alla fine l'opera d'espiazione, facendosi monaca, dando a Dio anima per anima...
Eppure era stata così contenta di sentirsi madre! nel possesso di una creatura erale sembrato di trovare la ragione e il compenso di molte tribolazioni. Una dolce pacificazione di spirito l'aveva invasa e dominata in questi due mesi. La tenerezza materna, che aveva scoperta presso il lettuccio del fratellino agonizzante, s'era risvegliata di soprassalto al dolce mistero della maternità vera, le aveva inondate le vene della gioia più pura e più completa che sia dato godere a una donna.
All'uscire dalla febbre e dal pericolo si ritrovò come isolata, con un senso di paura e di stanchezza nell'anima, colla disperazione che prova il navigante, che da uno scoglio arido e deserto vede affondare il legno che l'ha portato e non ha davanti che un mare senza sponde.
Mamma Beatrice rimase a Milano sei o sette giorni, finché ci fu maggior bisogno e non la richiamarono alle Cascine. Nel suo buon senso beato e rassegnato cercò di dimostrare alla figliuola che, morto un papa, se ne fa un altro, che son cose che càpitano a tutte, che a lei era capitato di peggio la prima volta per colpa d'un cane grosso che l'aveva assaltata in istrada.
"Non sono i figliuoli che mancano a questo mondo, cara miseria! fan tutte così le sposine: prima piangono per averne, poi piangono perché ne hanno troppi."
E la buona donna, rifiorente e bella ancora nel suo piccolo lutto, sfogavasi a raccontare le sue miserie e quelle del povero uomo rimasto a casa. Il matrimonio aveva accomodate molte cose, ma non le aveva accomodate tutte. C'eran altre scadenze, c'eran dei livelli, e c'eran quei benedetti figliuoli, a cui bisognava provvedere tutti i santi giorni.
"I morti, alla fine, non hanno bisogno di nulla, ma i figliuoli bisogna vestirli, calzarli, mantenerli, istruirli, e papà Paolino ne aveva fatto dei sacrifici pei figliuoli degli altri. Era giusto che pensasse anche ai suoi: e poiché il Signore aveva mandato la fortuna, Arabella doveva cercare nella sua posizione di aiutare la barca. Quasi collo scarto della roba di suo marito c'era da vestire Mario e Naldo. Se avesse risparmiato ogni mese qualche cosuccia sull'andamento della casa, si metteva in grado di pagare per la Pasqua quel benedetto livello. Non parlava per sé, che ormai sentivasi vecchia e stufa, quantunque fosse una malinconia anche per lei l'aver dovuto contentarsi di un vestito di lana, mezzo rosicchiato dalle tarme, che la sarta non aveva voluto aggiustare, un vestito che a Milano non porterebbero le donne di servizio."
Con questi discorsi, mamma Beatrice cercava di richiamare Arabella alle cose di questo mondo. La poesia è come i bombons: è buona per chi ha mangiato il resto. E non volle andarsene a mani vuote. Dopo aver fatta la corte un pezzo a un bel scialletto di seta, se lo fece dare insieme a un paio di buccolette di mosaico, che lo zio Demetrio aveva mandato dalla Toscana in regalo alla sposa. Arabella l'accompagnò con un sorriso e con uno sguardo di compatimento. Nel suo sfinimento fisico e morale non aveva nemmeno la forza di contraddire.
Avendo la malata bisogno di quiete, Lorenzo trasportò i suoi lari nella stanza che serviva di studio al signor agente di cambio, dove a nessuno faceva male l'odore della pipa; e per tutto il tempo che Arabella stette in letto, cioè fino ai primi di febbraio, non gli dispiacque di ricuperare la libertà dei movimenti, che il matrimonio, la soggezione paterna e un senso d'obbligazione morale gli avevano tolta. Gli dispiacque il brutto caso, che papà Tognino raccontò e spiegò alla sua maniera: cercò di consolare anche lui, alla sua maniera, la povera "Ara bell'Ara", ripetendo la storiella che, morto un papa, se ne fa un altro. Entrava la mattina, sedeva il tempo di rotolare una sigaretta, dava qualche ordine superficiale all'Augusta, e dopo aver ballato un poco sulle gambe, se ne andava colla furia di chi si sente mancar l'aria respirabile.
Arabella, anche quando ricuperò la forza di comprendere e di parlare, non faceva nulla per trattenerlo.
Nelle lunghe ore in cui rimaneva sola, cogli occhi fissi alle tende di pizzo, il suo pensiero, quasi infossato in una ruga della fronte, si proponeva ancora la paurosa questione che l'aveva resa timida e titubante a dir di sì. Qualche cosa era venuta meno in lei colla perdita della sua prima speranza. Essa sentiva (ah! lo sentiva troppo ora nella languidezza del suo stato) che non avrebbe mai potuto amare un uomo senza idee e senz'anima. Ora non aveva più altro bene a cui rivolgere il suo pensiero; la paura, il mistero, lo scoraggiamento morale la circondavano da tutte le parti. Non poteva sperare nella sua mamma: egoisti tutti, egoisti tutti... E piangeva, avvolgendosi nelle coltri, quasi più di rimorso che di dolore, mentre la nebbia del lungo inverno scendeva a riempire il triste cortile e a togliere la poca vista del cielo.
Qualche volta, nella languida dolcezza della convalescenza, l'occhio velavasi in un sonno leggiero e ristoratore, durante il quale la mente seguiva in sogno più agili le memorie della fanciullezza, in modo speciale quelle verdi e ridenti portate via da Cremenno, memorie in cui entravano viottoli, prati, torrenti luccicanti, chiesine coperte d'edera, popolate di rondini, litanie e melodie d'armonium preludianti a visioni che suscitavano nel suo giovane cuore palpiti di amorose trepidazioni. Era la poesia della sua anima, che nell'abbandono delle forze e della coscienza, usciva a carezzarla. Ma la prosa, cioè la verità, l'aspettava al suo risvegliarsi. Sentiva che non l'avevano maritata perché fosse felice; ma perché col suo sacrificio placasse un cattivo destino che pesava da un pezzo sulla sua famiglia. Monaca o maritata, vestita di sacco o di velluto, essa era sempre la vittima dell'espiazione, la figlia del suicida raccattata per carità, maritata per interesse, girata di mano in mano come una cambiale. Che ore di tristezza passavano sul suo capo, mentre il sole di febbraio riposava languido sui vetri, o la pioggerella mormorava monotona nel canale sopra il rumore indistinto che veniva dalla strada!
Rimasta sola nelle mani delle persone di servizio, ebbe troppo tempo di pensare a' casi suoi e di riflettere su una quantità di piccole cose, che i forti e i fortunati calpestano come si calpestano le formiche passando, ma che nell'inerzia forzata e nell'impotenza morale vi assalgono da tutte le parti, irritandovi il cervello e il cuore.
Dov'era caduta? perché l'avevano maritata? che colpe era chiamata a scontare? e questa gente, ignota ieri, che oggi essa doveva amare e rispettare, da dove veniva, che pretendeva da lei, chi era e perché tanto odio contro di lei, un odio che sollevava un tumulto di gente irritata?
Suo suocero, volendo in qualche maniera giustificare il disgraziato accidente di cui era rimasta vittima, aggiustò una favola, che spiegò con molte parole, come se l'Angiolina avesse voluto vendicarsi di essere cacciata via. Ora egli aveva accomodata ogni cosa: tutto era finito colla pace di tutti. Pensasse dunque a guarire e a rimettersi in forza, per poter andare insieme a passare la primavera in campagna, in qualche bel sito quieto...
Queste cose veniva spesso a raccontare alla malata colla preoccupazione nervosa che nasce, oltre che dall'affezione, dal desiderio di far dimenticare il male. Ma una volta fuori di stanza, il vecchio irascibile tornava a' suoi pensieri di vendetta, a' suoi progetti di difesa contro una ciurmaglia, che credeva d'impaurirlo coi gridi e cogli scandali. Se riusciva a mettere in salvo Arabella in qualche luogo sicuro (e a questo scopo stava combinando col Botola di prendere in affitto una casa sul lago di Como), se otteneva d'aver le mani libere per lo spazio di un mese, avrebbe dato ai prepotenti una lezione in piena regola, tale da levare a chicchessia il gusto di litigare con lui.
Arabella credette o finse di credere a tutto ciò che le davano a intendere. Nella sua estenuazione fisica e morale non aveva la forza di volere, né quella di non volere, e accettava tutte le ragioni colla stessa malinconica rassegnazione con cui trangugiava i decotti e i beveroni che ordinava il dottor Taruzzi senza chiedere che roba fosse.
Che ne sapeva essa della vita, degli uomini, delle cose? Che gente era questa che essa doveva rispettare ed amare? Suo marito entrava sempre più di rado a salutarla, e pareva sulle spine quei pochi cinque minuti; ciò era triste, doloroso; ma più triste e più doloroso era il sentimento quasi di tedio, che essa provava alle sue consolazioni e alle sue pesanti carezze.
La Madonna, che la guardava dal capo del letto, non doveva permettere che il suo cuore s'intiepidisse nel bene. Richiamando tutte le voci dell'anima sua devota e fervente, cercava nella preghiera lunga e ripetuta la speranza e la forza che l'avevano sostenuta in altre tristezze, soprattutto la fede nella vita e la buona fede negli uomini, o almeno la fede della povera Angelica.
XII
IL TIRANNO
Un giorno, poco prima dell'ora del pranzo, il signor Tognino, entrando lentamente e cautamente nella camera della malata, la trovò addormentata, più seduta che stesa sul letto, avvolta in parte in uno scialle di lana, colla bella testa sprofondata nel candore del cuscino e delle guarnizioni, la bocca dischiusa a un lieve respiro, avviluppata dal candore niveo del letto, colle mani abbandonate sul libro delle preghiere.
Il suocero collocò delicatamente sul tavolino un fiaschetto di vecchio Xeres, che aveva acquistato apposta, si avvicinò pian piano al letto, posò leggermente la mano sulla fronte della malata, la sentì umida e fresca, e si ritrasse leggermente, mettendosi a sedere in un angolo oscuro, dietro la finestra, da dove poteva sorvegliarla senza essere veduto.
Partita la mamma, era lui l'infermiere e il padrone di casa. Per essere più pronto aveva portato da scrivere nella stanza vicina e vi rimaneva tutte le ore che poteva rubare agli affari. Su Lorenzo non c'era da fare un gran conto; si vedevan di rado; si sarebbe detto che i due uomini da qualche tempo si sfuggissero.
Qualche cosa di forte e di duro come un grosso martello da fabbro era caduto sul cuore del vecchio affarista, che non batteva più col battito lento e sommesso d'un cuore in regola col tempo, ma aveva degli scatti, delle corse affannose e precipitose, delle strane immaginazioni, che riempivano la notte di fantasmi, quando voltandosi e rivoltandosi nel letto, il padrone cercava invano di riattaccare il sonno.
E non da ieri, ma da un pezzo, se cercava indietro, era cominciata questa sua palpitazione, che gli ultimi avvenimenti, la rabbia e lo spavento, non avevano fatto che incrudelire. L'uomo non era più l'uomo di prima fin dal giorno che s'era parlato di dar moglie a Lorenzo, e che, andando verso le Cascine, s'era incontrato per caso, o per destino, o per disgrazia - chi sa come si muove il mondo? - nella figliuola adottiva del signor Paolino. Era quella stessa figura elegante, bionda e delicata, che ora dormiva nel molle abbandono della stanchezza, che una donnaccia aveva osato toccare, che una masnada di pezzenti voleva trascinare nel fango, che lui però avrebbe difeso, ringhiando e mordendo, se ciò era necessario.
Se il nostro affarista fosse stato un filosofo, capace di frugare in mezzo ai ferravecchi della sua vecchia e ingombra coscienza, forse avrebbe trovato che in questo accanito furore di difesa era in giuoco anche un interesse nuovo e curioso, poco chiaro allo stesso interessato, ma che dava alle sue ragioni una forza nuova e premurosa.
Salvare Arabella voleva anche dire salvare quanto di meno disprezzabile era rimasto in lui e insieme quanto di veramente prezioso sentiva ancora di possedere nell'affezione e nell'opinione di questa sua figliuola. Il castigo non poteva essere che questo: il resto... che cosa gl'importava del resto? Ecco perché sospirava l'ora e il momento di vederla fuori dal letto, completamente ristabilita, non solo per sottrarla alle congiure, alle pressioni, alle vessazioni di gente cattiva, ma per collocarla in qualche luogo lontano e sicuro, dove non potessero arrivare le voci dei volgari interessi, dove soffrisse meno con lei qualcheduno o qualche cosa che viveva di lei. Più che vederla e intenderla questa necessità, egli la sentiva con un sollevamento d'animo tutte le volte che poneva il piede nella stanza della malata, tutte le notti che si avvicinava sommessamente al suo letto e che procurava di consolarla, di rassicurarla, di fornirle delle spiegazioni.
Curvo, rannuvolato in una oscura commozione, in cui alla pietà mescolavasi un senso irritato d'odio e di vergogna, sollevava di tempo in tempo lo sguardo sulla persona dell'addormentata, che nella placida e lenta quiete pareva morta.
Era uno sguardo perplesso, che non osava più, come una volta, penetrare e guardar fisso in faccia alle cose, qualunque fossero, sicuro di sostenerle; ma ritraevasi dal letto colla mortificata e lenta tristezza, con cui l'occhio dell'analfabeta si toglie da uno scritto, che suscita in tutti gli altri una viva e potente commozione e non dice nulla a chi non sa leggere.
Forse era già troppo tardi per mettersi da capo a imparare a leggere quel che vi può essere di bello e di santo nel cuore d'una buona creatura. Forse non gli avevano mai insegnato a decifrare questo alfabeto: e se nella prima giovinezza aveva sentito a parlarne, troppo tempo, troppe cose eran cadute in mezzo. Peggio per lui! ma peggio ancora se Arabella avesse letto nel suo, di cuore!
Ogni suo sforzo, ogni sua ambizione doveva mirare a una cosa sola: impedire che Arabella diventasse il ludibrio di Milano. Qualche avvertimento in questo senso gliel'aveva dato anche il notaio Baltresca, che considerava la questione coll'occhio pratico del mestiere. Un processo è sempre uno scandalo; si sa dove si comincia, non dove si finisce. Preti, monache e avvocati vi potevano pescar dentro il loro interesse. E anche supposto che l'ortolana venisse condannata a qualche mese di prigione, chi poteva impedire, per esempio, che Arabella fosse chiamata in Tribunale a deporre in qualità di testimonio, in mezzo a quella marmaglia, tra uscieri, sbirri, scribi e farisei, per sentirsi ripetere sul viso infamie di ogni colore?... Se ciò fosse accaduto - e la sola idea gli mozzava il respiro - da qual parte sarebbe stato il reo? e da qual parte il giudice più terribile? Chi avrebbe impedito all'avvocato Baruffa di rifare a modo suo la storia? E Arabella avrebbe dovuto assistere a una bega di questa sorta, bersaglio a Dio sa quali infamità? no, no.
Questi pensieri, solamente col passare, gli facevano corrugare la fronte e gli tiravano il capo all'ingiù. Temeva quasi che avessero a turbare e a funestare il riposo dell'addormentata.
La bega era grossa e bisognava uscirne al più presto, nel miglior modo possibile.
Di cosa in cosa si ricordò d'aver ricevuta una lettera nella quale il Botola gli parlava di avvocati, di processo, di Lorenzo.
Col Botola i Maccagno erano legati da un'amicizia che risaliva fino al quarantotto, fino ai tempi che il padre di Tognino, detto il Valsassina, cominciava a guadagnare i primi quattrini in una botteguccia di liquori fuori di porta. Venute le grosse brighe della rivoluzione, mentre gli "italianoni" facevano alle barricate, Botola e Valsassina introducevano in città molte brente di spirito di contrabbando, mettendo in questo modo la base alla fortuna.
Nell'agosto tornarono i castigamatti, ma la gente aveva tutt'altro per la testa che di verificare le bollette di dazio. Poi eran passate molte altre cose. Chi andò sulla forca, chi emigrò, chi tornò a portare il baldacchino. Annegò chi non seppe nuotare. E per poco non annegò anche il Botola, troppo corto d'ingegno e d'istruzione, per saper resistere ai tempi nuovi, bianchi, rossi e verdi. Fallito un paio di volte, il vecchio disgraziato vivacchiava meschinamente, facendo il pignoratario su piccoli prestiti.
Che cosa gli scriveva il vecchio amico? Cercando nelle tasche, trovò in mezzo a una manata di cartacce un cencio con su disegnati certi scarabocchi grossi e sgangherati, che volevan dire parole, quantunque somigliassero più ai pali di una vigna battuta dalla tempesta, che non ai segni inventati da Cadmo. Il pignoratario riferiva d'aver saputo che i parenti Ratta, Maccagno, Borrola, con altri diseredati, intendevano infirmare il testamento e intentare una causa, perché fosse tenuto valido il testamento anteriore del '78.
"Faccian pure la causa!" rispondeva mentalmente colla solita asprezza il signor Tognino, come se qualcuno fosse lì a sentirlo. "In quanto ai signori Borrola, che vantano delle pretensioni, son curioso di sapere su che cosa appoggiano le loro speranze. È tutta rabbia, è tutto veleno, perché ho scoperto il loro giochetto e ho strappato Lorenzo ai loro intrighi. Faccian pure, ma non si lascin trovare da me in un momento cattivo."
Arabella mormorò qualche parolina dolente e mosse leggermente la mano sul libro aperto abbandonato sul letto.
Il vecchio si scosse da' suoi pensieri, come se quelle voci rispondessero in qualche modo a ragionamenti che egli faceva dentro di sé e sentì che, se gli bastava il cuore di sfidare mezzo mondo, pure di fronte a sua nuora avrebbe avuto tutte le paure. E come se istintivamente si mettesse sulle difese, socchiuse un poco una imposta e si tirò meglio nell'angolo oscuro.
La stanza s'immerse ancor di più nella penombra, il fascio di luce che entrava dalla finestra socchiusa andava a stento fino a rischiarare il guanciale e una parte del letto, dove Arabella, di sogno in sogno, di imagine in imagine, percorreva la storia della sua vita.
Nei sogni le impressioni tornano spesso sfigurate, sconnesse, più grandi o più piccole della verità; ma non perdono mai il significato che le fa nascere. Avviene non di rado che nell'ingrandimento grottesco ed esagerato o nella riduzione che sopportano, si manifesti a chi sogna, analizzato o riassunto, il significato che inutilmente aveva cercato ad occhi aperti. Il senso è più libero a percepire ciò che la ragione o non osa o non sa, o non vuole intendere: e dai sogni qualche volta s'intende la vita come dal commento il poema.
Arabella, ritornando sulle sue memorie, ritornava a soffrire e a godere più vivamente d'impressioni non bene afferrate la prima volta, come se in sogno germogliassero i piccoli semi caduti nei luoghi più oscuri dello spirito.
Di cosa in cosa le parve di tornare ai primi giorni del suo matrimonio e precisamente al suo primo entrare nella casa nuova. Suo suocero aveva fatto degli inviti. La casa era come quella sera piena di gente nuova e sconosciuta che la salutavano, si congratulavano, la soffocavano di parole e di baci non chiesti e non desiderati. Una specie di nausea dallo stomaco saliva al capo, effetto forse d'un forte vin "brulé", che alcuni servitori in guanti bianchi portavano intorno sui vassoi.
Parevale che tutta quella gente fosse lì per saziarsi in qualche maniera di lei, coi baci, cogli occhi, coi commenti, come fanno i bimbi, che trovato un pezzo di zucchero in un cantuccio, se lo succiano un po' per uno.
La zia Sidonia, in un vestito di raso rosso color brace, scollata in una foggia indecente, se la stringeva sul seno morbido e caldo, chiamandola il suo bell'angiolino, mentre lo zio Mauro, seduto al pianoforte, tempestava sopra una canzonetta veneziana di sua invenzione, che faceva ridere tutte le bocche. Sì, ridevano tutte quelle faccie sconosciute di parenti, di mezzi parenti, di agenti di cambio, di amici di suo marito, di cui sentiva ripetere i nomi senza afferrarli in mezzo al frastuono. Solamente papà Paolino colla schiena appoggiata allo stipite dell'uscio guardava in su per non farsi vedere a piangere. C'era la mamma, la più bella donna in mezzo a molte signore brutte, magre, dal tipo volgare, che ripetevano il colore terreo e le mandibole pronunciate della famiglia, che seguitavano a guardarla come se dicessero in cuor loro:
"Povera diavola, dove sei capitata!"
E stava in mezzo alla folla coll'animo addolorato, quando vide entrare con un passo lesto senza suono, in abito nero anche lui, rigido e smorto come tutti i morti che camminano, il suo povero papà.
Come fosse vivo, come venisse alla festa, che cosa le dicesse sottovoce non riusciva a capire. La rimproverava d'essere venuta meno al suo voto? era malcontento anche lui di vederla in questa casa? L'immagine dell'infelice rimasta impressa negli anni in cui la memoria è più viva, mantenuta viva e presente per tutti gli anni successivi da un generoso desiderio di riparazione morale, era troppo famigliare ai pensieri della figliuola perché essa si sgomentasse di rivederla in mezzo a gente viva; anzi se lo strinse sul cuore, forte, teneramente, e cominciò a parlargli con calore per dimostrargli che tutto era proceduto secondo la volontà di Dio, che l'aveva fatto per amore e per compassione della sua mamma; e nell'abbracciarlo sentiva una così profonda compassione, che cominciò a singhiozzare davvero...
Il vecchio Maccagno, a sentire la malata singhiozzare, uscì dal buio e dalla tempesta de' suoi pensieri, si accostò al letto.
Arabella, agitata da un piccolo fremito, corrugava la fronte collo sforzo di chi mira a liberarsi da una dolorosa oppressione. Egli allora, quasi per liberarla dall'incubo, le prese dolcemente la mano e se la tirò a sé, dolcemente, chinandosi sopra di lei per dimandarle che cosa si sentisse: e in quella Arabella aprì gli occhi pieni di lagrime, li fissò, come chi stenta a orientarsi, in faccia al suo premuroso infermiere.
Lo sforzo che essa fece di sorridere al di sotto del velo di lagrime che le copriva gli occhi e l'abbandono inerte della sua persona non abbastanza ridesta suscitarono nel vecchio uomo una violenza di affetti, di tenerezza, di sgomento e di selvaggi rancori, una tremenda paura di sé, una così oscura oppressione, che per un istante non vide innanzi a sé che un gran bianco, un gran bianco...
"Perché piange?"
"Non so, un brutto sogno."
"Non si sente mica più male?"
"Non mi pare."
"Devo aprire le imposte?"
"Sì: ho dormito un pezzo?"
"Forse un'ora."
"Lorenzo, dov'è?"
"È stato qui: ha visto che dormiva..."
"Povero papà!" uscì a dire Arabella, non ancora ben uscita dalla sua dolorosa visione, continuando, per un meccanismo nervoso, il discorso accalorato, che stava facendo in sogno al suo papà morto.
Il suocero attribuì a sé la tenera espressione di un nome così affettuoso, che egli non aveva mai osato chiedere per sé e che sua nuora non era mai stata animata a concedere. Colto in un momento di debolezza, s'intenerì ancor di più, e mettendosi con moti frequenti a carezzare i capelli della malata, si abbandonò anche lui, per la prima volta, a darle del tu:
"Guarisci, guarisci presto, e andremo in campagna. Vedrai che bel sito! Non sei mai stata in Tremezzina? In primavera è il paese delle rose. Rose dappertutto... Anch'io ho bisogno d'andar fuori dei piedi della gente, sono un poco stanco e malato anch'io e non vedo l'ora di collocarmi in campagna a coltivare le rape e le verze..."
E cercò di ridere per combattere la molle malinconia che l'assaliva da tutte le parti. Questa malinconia montava come un'acqua che scaturisce improvvisamente da una vena sconosciuta al rompersi di una roccia. Da dove derivano queste acque fredde e limpide che il passeggero incontra sulla sua strada polverosa in mezzo a un paese brullo, riarso dal sole? La natura ha i suoi misteriosi serbatoi che mandano rigagnoli ai più lontani strati e non di rado spiccia l'acqua pura anche al disotto del fango. Sentendo che insieme all'onda refrigerante saliva qualche cosa di amaro, messo in paura o in sospetto d'una mestizia che lo conduceva a cantare delle arie di gioventù col falsetto del vecchio, spaventato all'idea che egli potesse dire una sciocchezza od una meschinità, accomodò con una certa furia distratta le pieghe del letto e soggiunse, mutando tono:
"Ho trovato un vin vecchio sincero che le farà bene: lei ne deve bere un bicchierino. Il dottore raccomanda il vin vecchio. Lo assaggi. Questo è sangue."
Versò il vino nel calice e si accostò di nuovo, tenendo il bicchiere colle due mani, per resistere a un tremito convulso che faceva vibrare tutto il corpo.
Arabella si sollevò un poco, colla sinistra mandò indietro i capelli folti che scendevano scomposti, e coll'altra mano aggradì il calice, in cui brillava un vino secco color dell'ambra.
"Beva, questo è sangue..." ripeté il suocero con un tono monotono d'uomo distratto, socchiudendo gli occhi.
XIII
PRIME SCARAMUCCE
Quando uscì dalla stanza provò il senso di chi cammina al buio per anditi sconosciuti. Egli doveva fare qualche cosa per mettere Arabella al sicuro; era pronto anche a perdonare a' suoi nemici, se il perdonare poteva condurre più presto a una pacificazione: la primavera non era lontana e il dottore prometteva che per la fine di febbraio la malata avrebbe potuto senza pericolo intraprendere un viaggio. Como non è in capo al mondo, e una volta sul lago, non si sente più di viaggiare.
Occorreva ch'egli facesse una corsa a questa villa, di cui da un poco gli parlava il Botola, posta in una bellissima posizione, in pieno mezzodì, già ammobiliata, con un giardino ombroso fino al lago; e avrebbe potuto andarci quando Arabella cominciasse ad uscir dal letto. Egli non voleva trovare una casa in disordine, esposta al vento, a rischio di esporre sua nuora, già indebolita, a un colpo d'aria.
Scendeva le scale senza veder i gradini, ravvolto come in una nuvola in questi pensieri, quando arrivato sull'ultimo pianerottolo, s'incontrò faccia a faccia in Sidonia, l'amatissima sorella cantante, che vestita come una Maria Stuarda, andava su.
"Si può vedere Arabella?" domandò la buona zietta.
"Nossignora!" rispose il fratello, sentendo ribollire il sangue.
"Non è mica più aggravata..."
"Niente affatto, ma non riceve nessuno."
"Neanche i parenti?"
"Non conosco per parente chi fa lega coi miei nemici" scattò a dire il fratello, che nella sua guerra era sempre in timore di lasciarsi prendere la mano.
Sidonia arrossì un poco sotto la cipria e il belletto; ma non abituata a far scene fuori delle scene, recitò con tono pacato:
"Credevo di far onore a tua nuora: anch'io non conosco per fratello chi mi manca di rispetto".
"Ah! voi volete il rispetto..." cominciava a strillare l'ometto sanguigno, agitando le sue mani magre sotto il viso di Sidonia.
"Ti prego" disse costei, arrestandosi con una solenne occhiata di Norma, sacerdotessa dei Druidi. "Io non sono abituata ai pettegolezzi di Baltresca, e non mi lascio insultare dai vagabondi. Se hai delle ragioni, c'è mio marito e sai dove sto di casa."
"Ciò che voglio è che non mi si venga tra i piedi."
"Oh, s'immagini!"
"Non voglio spie in casa..."
"I ladri vedono spie dappertutto..."
Con questi complimenti pronunciati in modo da non dar scandalo, coll'intonazione quasi sorridente che usano gli amanti in collera, arrivati alla porta, i due fratelli si fecero un bell'inchino e si divisero, andando ciascuno per la sua strada, carichi tutti e due di rabbia compressa, pronti a saltar in aria come due barili di polvere alla minima scintilla. Giunta a casa, Sidonia, trovato il marito, gli dimostrò tutta l'enormità dell'oltraggio ricevuto. Colei che l'imperatrice Eugenia aveva ricevuta alle Tuileries come una sorella, che papà Rossini soleva chiamare sa chère petite Malibran, era stata messa alla porta come una pezzente da un indegno fratello.
Mauro Borrola gonfiò gli occhi, bestemmiò mezz'ora in padovan, girando per la casa in pantofole e in veste da camera: avrebbe voluto uscir subito a chiedere una soddisfazione d'onore a suo cognato o a Lorenzo; ma il nuovo Rosetter inglese ha questo difetto, che alle prime pennellate dà alla barba uno spiccato color violetto e la ricetta consiglia qualche giorno di chez soi, finché i bulbi non gli abbiano assorbito per capillarità il liquido ristoratore. Pensò di rimandare la cosa a un altro momento e di rifarsi in qualche altra maniera. La sua prima visita fu per l'avvocato Baruffa. Gli elementi della causa erano raccolti. Presto si sarebbe tenuta un'adunanza di tutti gl'interessati per procedere d'accordo contro il signor Tognino.
Come avvisaglia di guerra, qualche giorno dopo, la Augusta consegnava in gran segretezza alla sua padrona la seguente lettera:
"Illustrissima Signora,
"Le molte pie persone che mi parlano bene del suo cuore e della sua pietà mi fanno animo a rivolgermi a Lei, illustrissima signora, per una questione in cui son persuaso Ella vorrà prendere la parte dei deboli e dei sacrificati. Per quanto sia difficile giudicare sulle apparenze intorno alle umane cose, pure voglio ritenere che il signor Tognino suo suocero sia veramente nel suo pieno diritto quando trattiene tutta per sé un'eredità di quattrocentomila lire, che ogni segno faceva sperare sarebbe andata ripartita non solo in pie istituzioni di carità, ma a sollievo eziandio di molti e bisognosi parenti che ne avevano ugual diritto.
"Ma il sommo diritto bene spesso si riduce a ingiuria, a ingiustizia, e ciò accade tutte le volte che al bene di un solo si sacrificano i bisogni di cento e cento poverelli sofferenti, tutte le volte che si suscitano ire, odii, male passioni, querele che amareggiano la stessa ricchezza, turbano le coscienze, e caricano la responsabilità nostra di gravissimi conti.
"Allo scrivere queste parole mi muove la persuasione che nulla è noto ancora alla S. V. Illustrissima di tutto ciò che si dice intorno alla eredità Ratta; ma poiché mi risulta da varie parti che nelle querele e nelle amare recriminazioni dei diseredati è ripetuto spesso anche il suo nome come quello di una complice dell'ingiustizia, a nome di antiche sue maestranze venerabilissime, vengo, sebbene a malincuore, a interessarla in una questione, in cui la sua non può essere che una parola di giustizia e di carità.
"Io non so vedere quel che Ella potrà fare e dire a vantaggio dei poveri: ma fin d'ora mi lusingo di trovare in Lei una di quelle anime zelanti del bene, che non si acquietano nel dubbio e nell'incertezza. Parlando col suo signor marito e col suo signor suocero, Ella potrà mettersi in grado di ben giudicare se convenga per un eccessivo zelo del proprio diritto affrontare le conseguenze dell'odio e della vendetta, turbare le coscienze dei buoni cristiani, crearsi un fasto che riposa sui dolori altrui. Io non posso giudicare quanto vi sia di vero nelle voci che corrono, le quali accuserebbero il signor Maccagno di aver carpito quasi colla violenza un testamento che avrebbe dovuto sonare ben diverso. Solo l'occhio di Dio può scendere nell'oscurità e illuminarla. Ma posso quasi esser certo che la buona e pia allieva delle madri canossiane non vorrebbe accettare un soldo che non fosse consacrato dalle ragioni della giustizia e che nella contingenza in cui si trova, vorrà prestare l'opera e l'autorità della sua posizione di consorte e di figlia per avviare delle trattative, le quali conducano a una più giusta soluzione e ripartizione dei beni.
"Posso fin d'ora comunicarle che a quest'atto di conciliazione è vivamente interessato anche Sua Eminenza l'arcivescovo di Milano, quale supremo tutore di tutte le pie Case che da una siffatta eredità credono d'essere state, non che danneggiate, ingiustamente lese nei loro diritti: e l'autorità di un tal nome dev'essere per l'animo suo pio e cristiano arra di giustizia e quasi uno stimolo di più a zelare l'opera della giustizia e della conciliazione, dalla quale essa non può ritrarre che benedizioni e frutti di santa edificazione.
"Tosto che la sua preziosa salute glielo permetta, io riceverò di buon grado una sua visita al mio domicilio, ove potrò fornirle quegli altri schiarimenti che sarebbe troppo lungo esprimere per lettera. Intanto le raccomando la massima discrezione su questa mia ingerenza in una questione che non mi tocca, se non in quanto mi toccano tutte le questioni in cui è in giuoco il bene dei poveri e quello delle anime.
"Col più profondo rispetto mi sottoscrivo
pr. FELICE VITTUONE, pr. parr.

".

 

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Ultimo Aggiornamento: 18/07/05 01.25.33