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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

AUTOAPOLOGIA

(LA MIA VITA, LE MIE VIRTÙ, LE MIE OPERE)

Francesco Maria Emanuele e Gaetani

marchese di Villabianca

III

DELL'ULTIMA VOLONTÀ E DISPOSIZIONE

TESTAMENTARIA FATTA DA FRANCESCO M. EMANUELE,

CONTE MARCHESE DI VILLABIANCA,

NELLO STATO DA LUI TENUTO DI SANA MENTE,

CON FEDECOMMESSO INSTITUTOVI PRIMOGENIALE

AGNATIZIO E DI ERUDIZIONI ORNATA

LETTERARIE, MORALI, NOBILI E LEGALI,

OPUSCOLO DI ESSO STESSO VILLABIANCA,

TESTATORE, AUTORE E SCRIBENTE DEL MEDESIMO

AVVISO A CHI LEGGE
Non fa alla bisogna di questo opuscolo di testamento Emmanuele Villabianca la ordinaria avvisoria prefazione, della quale si fan dovere per sè le opere in generale letterarie. N'è di ciò la ragione perchè dall'autore, ch'è lo stesso Villabianca, senatore, nelle tavole sue testamentarie largamente si dà la retta dell'opera e si premette l'istituzione della legge che dee piantarsi sul corpo del suo retaggio, onde il replicar parole su questo punto esser lo stesso che recar noja a' leggitori e farsi cosa supervacanea senza cavarsi unqua di buono. Omne supervacaneum lectori tedia tendit. Purnondimeno, su questo capo, pensandovi io appresso maturamente, non sembrami incoerente cosa lo sbilanciarmi in commentario nelle seguenti erudizioni e adorni spettanti a testamento.
È di certo, per altro, che, apportandosi le note scientifiche per testamenti, non solo si fa del male, anzi del bene, che posson giovare nelle umane qualsiasi vicende.
La voce di testamento primieramente è formata dal latino testamentum, che i leggitori sogliono far derivare da testatio mentis. E questa va sempre accompagnata dalle voci di nuncupativo e di sollenne testamento. Il nuncupativo dinota un'ultima volontà o testamento fatto verbalmente di viva voce e non messo in scritto che dal solo tabellione da cui si tramanda al pubblico. Il sollenne è il testamento che deve essere attestato da sette testimonij per la sua autenticità, chiuso con sigilli, e vi parla il testatore in persona prima, ordinando al notaro il ridurlo agl'atti, onde può dirsi per queste cose parimente testamento chiuso.
Ramo del testamento è il codicillo, o sia schedula testamentaria, la quale passa cum effectu per un secondo piccolo testamento per valere di supplemento al di già rogato testamento. Posto ciò, il testamento grande vien paragonato al vascello ed il codicillo al battello legato ad esso.
I codicilli ebbero il primo uso in tempo di Augusto da L. Lennelo. Rajmondo Lullo ha fatto un libro che egli chiama codicillo, nel quale pretende di aver lasciato a' letterati il segreto della sua pietra filosofale, purchè essi sapessero interpretarlo.
Or questi appunto codicilli testamentarij furono le miniere del Potosì, che diedero monti d'oro all'aboliti Gesuiti (allor dagli storici sono chiamati sedicenti), con che si feron padroni, francamente può dirsi, di una quarta parte della Sicilia. Coll'arti loro di virtuosa apparenza in pietà e divozione, si davano accesso nelle case de' ricchi e colla frequenza di visite se ne catturavan la grazia e sopratutto finalmente, nell'atto di esser coloro moribondi, la successione di farsi rendere eredi della maggior parte del retaggio, che costar solea di fondi e feudi.
Appo le femine, del tutto credule, si facean il gran colpo e la fortuna davansi cattivandosene le donazioni in virtù di scrittura di codicilli che si facean fare negli estremi di vita dai moribondi che per l'avanti si trovavan testati, sotto le quali mandavano essi coloro di persone semplici in Paradiso. Nelle robbe rusticane, di fatti, quasi tutte de' Gesuiti vi stavano i ritratti delle dame e donne più facili a cogliersi che n'erano state benefattrici ed aveano lasciate alle Case conventuali di quelli massarie, terreni e predij. Dal che indi (è) nato il proverbio del Santo Ignazio col codicillo.
Della vaglia simile intanto sarà la carta che io, Villabianca, dietro al mio condito testamento penso forse confidare e passare a mani del mio padre spirituale in quel punto allora del terribil fato.
Un testamento non ha effetto se non dopo la morte, ed è sempre revocabile, per la esperienza in prattica che se ne ha di divenire i testamenti soggetti ad inganni, sorprese, ecc., motivo per cui si fu stimato necessario di usare ogni sorta di precauzione per impedire che la volontà del defonto non venisse ad eludersi e che non si abusasse della debolezza delle persone moribonde.
Non poche quindi sono le leggi che a noi insegna il saper legale state prescritte nell'andar de' tempi riguardo a testamento. Ogni Repubblica, ogni Paese ha le sue proprie peculiari. Applichiamoci però qui solo a' Greci e Romani, che son gli autori di saggi detti e in ciò maestri da reputarsi su gl'altri tutti i legislatori e su le altre tutte più illustri genti.
Le antiche leggi ateniesi non permisero al cittadino il far testamento. Solone lo accordò, quegli eccettuando che avevano figlioli, come in Plutarco, Vita di Solone, ed al contrario i Romani, pieni dell'idea della paterna podestà, concessero il poter testare anche in pregiudizio de' figlioli. Presso quindi l'antica Roma si faceano i testamenti alla presenza d'un'assemblea di popoli o almeno di sette testimonij. I sordi, mutoli e prodighi non ammettevansi alla facoltà di far testamento, mentre di ciò ce ne dan raggione le leggi Voconia, Furia, Falcidia, Junia, Velleja, Cornella, Aelia, Sentia e sopratutto il commentatore Ulpiano ne' suoi Frammenti, tit. 10, paragrafo 2, siccome in tal legge di esclusione cadevano i figlioli di famiglia, con tutto che per essi ne procedesse il permesso del padre.
I parenti del defunto nella Francia eran tenuti fare il testamento che non fece il moribondo, e ciò all'oggetto di dare qualche cosa alla Chiesa per non condannare il morto dell'infamia di dirsi non confesso e privo in conseguenza della comunione eucaristica e della sepoltura, così costando dal signor di Montesquieu nel suo Spirito della legge, lib. 28, cap. 41, t. 3°, f. 16. I militari, trovandosi sopra l'armi nell'esercito, non poteano far testamento, per la mancanza che aveano della presenza dell'assemblea del popolo, ma poi tal lege fu revocata.
Si concepiscono i testamenti in termini imperatrici, perchè il testatore in quell'atto vien considerato investito della potestà legislativa che v'infonde il popolo, così appo Montesquieu, lib. 27, cap. 1, t. 3°, f. 127.
Il testamento che si voglia conder più valido è quello che formasi di propria composizione e dicitura, scritto di proprio pugno e firmatene di proprio carattere di foglio in foglio le carte, e perciò si deve fare testamento in stato di sanità di corpo e serenità di mente e pria d'imprendere qualche faccenda che sia pericolosa d'incorrer morte. Li Romani rigorosamente osservavano tal punto, facendo ognuno il suo testamento pria di viaggiar per mare o pria di andare alla guerra.
Persuaso io, quindi, Villabianca, di tal raggione, avendone eseguito fedelmente il consiglio nel far testamento, che si ha in questo Opuscolo, e che l'ho fatto restando in possesso, la Dio mercè, de' sentimenti di corpo e della mente, tutto uscito della mia penna, cautelato della mia firma e reso consono a' miei cordiali voleri, sembrami di aver colto nel segno di tal negozio ed operato da saggio, lungi affatto dal pentirmene, dipartendomi dal comunale degl'uomini che per mancanza di letteratura e di talento hanno bisogno di supplire al tutto la mano di un scriba estero. Mi hanno addottrinato in tal fare, peraltro, parecchi grandi uomini e letterati di primo rango, ed io me ne vanto di seguir l'esempio, quali non spiacermi di qui avvisare, sebben de' precipui e più illustri tra tutti quanti, pel disimpegno del mio impreso voto.
Ne' miei volumi di scrittura di casa, titulo Butera, n. 2, f. 285, tengo il testamento che si fece e compose egli stesso tre anni pria di morire, cioè a 21 gennajo 1690, il fu Carlo Maria Caraffa Branciforti Santapau, principe di Butera e della Roccella ecc., magnate in tutto, che seppe farsi del nome glorioso al mondo, aggiungendo alla grandezza de' suoi natali la scientifica preziosa delle belle lettere. L'uom singolare del signor di Voltaire, Francesco Maria de Arouet, e ch'ebbe il titolo pur d'immortale appo i letterati, fu testatore di questa sorte e ne curò mandare anche in stampa la sua ultima volontà, firmata a Ferney, terricciuola di suo dominio, 8 gennajo 1771, ed appoggiata eseguibile su i ricchi capitali e grossi redditi; edita che fu quest'opera nel 1779, la tengo io, Villabianca, nella mia biblioteca, appo il tomo 107 mie Erudizioni, n. 9. L'abbate Pietro Metastasio trasmise al publico il suo testamento, che si trova dato alla fama de' torchi nel tomo 3° delle sue opere postume, state stampate dal nostro siciliano conte di Ajala. Al pari ancora di questi capi d'uomini si fece testamentaro pria di morte egli stesso di sua composizione il padre Giorgio Guzzetta, prete dell'Oratorio dell'Olivella in Palermo, ove ancor verdegia il suo nome nelle palme di gloria per la fondazione da lui fattavi del Seminario de' greci: ciò tanto affermasi nella sua vita.
E tra questi grandi uomini finalmente vi voglio includere il testamento capriccioso, bizzarro, fatto da Giovanni Di Piero, letterato della città di Firenze, che, senza le solite formalità del notaro, testimonij ed altri riti legali dovuti usarsi ne' testamenti, si prese la libertà di far sua disposizione con succinte parole in rima nel qui sotto sonetto:
Io, Giovanni Di Piero, così testo:
sano già, grazie al Ciel, di corpo e mente,
sciolta l'alma dal corpo immantinente,
lascio al Ciel quella ed alla terra questo.
Il solito tributo manifesto.
Lascio a Santa Maria che alla dolente
moglie si renda il suo, che la corrente
dote alla figlie ed al mio figlio il resto.
S'apran de' Cappuccini a me le porte;
vestito di lor sacco e senza onori,
solo chiedo suffragio alla mia morte.
Il Senatore e Monsignor Ginori,
Carlo il fratello e Sandra mia consorte
lascio della mia mente esecutori.
Date finalmente queste note letterarie, che dan qualche pregio al mio dire testamentario del presente Opuscolo, non mi resta di dire altro su tanto affare, caro Lettore, che ufficiarti in felicità e lasciarti in Dio.
Morir credea quando sul letto scrisse
suo testamento Villabianca il grande,
nato ei alla gloria: e a lui che a gloria visse
la Dea alla gloria anni novel li spande.
IN MANUS TUAS, DOMINE, EGO NUNC QUO TESTOR ET PRO TUNC QUO MORIOR COMMENDO SPIRITUM MEUM
In nome della divinissima Triade, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, e della immacolata Maria Vergine e Madre, ed ora e poi sempre dia lode a Dio la bocca mia.
Considerando io, Francesco Maria Emanuele, conte marchese di Villabianca, che spiritus meus attenuabitur, dies mei breviabuntur et solum mihi superest sepulchrum, secondo il santo Giobbe, cap. 17, v. 1, essendo all'uomo dovere il morire sempre, mentre linquenda est tellus, secondo anche i gentili scrittori in Orazio, lib. 2, ode 14, et domus et placens uxor neque harum quas colis arborum te praetor invisas cupressus ulla brevem Dominum sequetur, quanti pochi in appresso saranno gli anni che mi avanzano su li correnti di grazia da me menati d'anni 77, e quanto incerta ella sia l'ora della morte ed ignota qual siane la cognizione del male e l'ansamento o sia agonia che sarà per toccarmi in quel punto dell'ultimi respiri col quasi certo pericolo di non esser capace di dar ragione di fatti miei, disponere delle mie cose terrene e molto più delle spirituali che riguardano l'anima; e però mentre la divina misericordia mi sta concedendo stato di trovarmi sano già, grazie al Cielo, di corpo e mente, voglio far testamento per non morire intestato, locchè è d'ingiuria al culto uomo, e che per esso, previa sempre la revoca e cancellazione di qualunque siasi altro testamento che per l'avanti mi trovo avere io condito per l'atti di publico notaro come se mai fosse stato fatto, e a cui solo dee darsi retta come ad ultimo testamento, far palese e dichiarare la mia volontà e sentimenti a tutti, e più d'ogn'altro a chi conviene ascoltarli per la parte d'interesse che va a toccargli su i beni della lasciatavi mia eredità.
Ho stimato quindi da saggio produrre questo mio estremo fatale voto, dettato interamente e a bella posta di mia composizione, senza avervi fatto mettere mano a chicchesia de' scribi e tabellioni, l'opera de' quali ordinariamente suol darsi infetta di note di errori, di anfibologie e di equivoci, che sono invero di gran pericolo appo gli eredi. E di fatti questo testamento, comecchè parto tutto formato dalla mia penna, l'ho firmato tutto per la maggior sua validità di mia propria mano e carattere tanto in calce che di pagina in pagina, della quale s'è fatta copia dell'originali, e renderlo publico fin da oggi innanti nelle tavole di not. Francesco Paolo Tesauro di questa città di Palermo.
E vi è di più, che ho procurato rendere publico lo stesso mio testamento con incardinarlo al tomo 37 de' miei Opuscoli letterarij manoscritti palermitani, che per sè terrà un giorno la nostra Biblioteca senatoria, alla quale, come sotto vedremo, ho fatto donazione delle mie dette opere.
Testando così io, intanto, Francesco Maria Emanuele.
Lasciar sento primieramente e donar la mia anima, ch'è più nobile del corpo, a quel Sommo Fattore che l'ha creato e redento col suo preziosissimo sangue, supplicandolo colla somma riverenza ed umiltà che possa avere di lei misericordia, dicendo con Cristo: In manus tuas commendo spiritum meum, degnandosi di non riguardare la moltitudine e gravezza de' miei peccati, ma bensì l'amore portato agli uomini, fra i quali ho luogo io misero, che lo fece scendere dal cielo in terra per redimerci, liberandoci dagli artigli di Satana.
Supplico poi similmente la Regina del Cielo, Maria sempre vergine ed immacolata, protettrice degli agonizzanti e mia particolare ed unica avvocata dopo Gesù, patrona e protettrice (unica spes mea Jesus et post Jesum Virgo Maria), a degnarsi, come rifugio de' peccatori e consolatrice degli afflitti, intercedere per me, vil peccatore, acciocchè l'onnipotente Dio delle misericordie voglia metter da parte il rigore che vi deve usare per la sua giustizia, aver pietà delle mie lagrime e così perdonarmi generalmente i peccati, de' quali mi pento e dolgomi con tutto il cuore, da primo sino all'ultimo, da me commessi, cioè da quando ebbi lume di ragione sino al postremo, in tutto il corso del mio umano vivere per avere offeso il sommo bene e la bontà d'un Dio che meritava essere da me servito ed amato per tutti i capi e doveri, osservando i suoi santi precetti e non offenderlo come ho fatto vilmente finora.
Pentito io quindi e ravveduto veramente in tal modo da questi errori, prometto con proposito fermo di non offendere più altra volta e mai e giammai quell'adorabile Maestà del cielo e della terra, dicendo potius mori quam foedari, e dichiarando ancora su lo stesso sentimento che, nel caso io mi trovassi in quel punto fatale terribilmente ancora macchiato di qualche peccato, che Dio non voglia, intendo pel presente mio scritto confessarmelo come vorrei a' sacerdoti, e non posso fare per la gravezza del male. Fiat poi in tutto il resto voluntas Dei, perchè non posso dubitare della sua misericordia, avendomi rimesso interamente nelle sue mani.
Item supplico il glorioso patriarca S. Giuseppe, protettore etiam degli agonizanti, a S. Francesco d'Assisi, di cui porto il nome, S. Benedetto, S. Rosalia e a tutti i Santi in una voce della corte celestiale, che vogliano medianti i lor meriti ad impetrarmi dal misericordioso Dio la remissione delle colpe e pene meritate dai miei peccati, di come gli ho pregato finora.
Supplico parimente il mio Angelo santo custode ad ajutarmi nel poco resta di mia vita come nel punto di morte, acciò io viva e muoja da vero cristiano fedele, e difendermi d'ogni tentazione, e massime diaboliche.
Priego così similmente S. Michele arcangelo, principe della celeste milizia, a rendermi vittorioso nel combattimento che il mondo, demonio e carne mi faranno in quel punto estremo, acciocchè l'anima possa sfugir per grazia l'eternità delle pene infernali che meritano li miei peccati, e poi quando Dio vorrà sii ammesso per grazia nell'eterna gloria, il che Dio voglia concedermi per sua bontà e misericordia.
Posto che, passo a dichiarare come qual'ora il più crudele nemico dell'uomo, qual'è il demonio, tentasse opporsi a quelle mie suppliche e risolti voti d'essere stato io sempre fin da che nacqui in questa valle di pianti ed intender vissuto avere e sperar di morire, finchè avrò spirito, da cristiano e cultore della fede cattolica di Gesù Cristo nostro Signore, credendo fermamente tutto quel tanto va compreso nel Credo, ed ordina, vuole e comanda la Santa Chiesa cattolica ed apostolica romana, essendo io prontissimo per questa fede spargere tutto il mio sangue sino all'ultima goccia, o se, che Dio no 'l permetta, per le insidie e diaboliche illusioni o per delirij di spirito dicessi e facessi cosa in contrario, traviando dal tuto sentier prevaricato dalle insidie dell'infernal serpente, cioè con scapparmi per disgrazia dalla bocca qualche scandalosa parola secondante le nere dottrine ereticali de' libertini illuminati de' nostri tempi per far corte ai francesi nemici di Santa Chiesa or dichiarati con farne anche i lettori publici, mi protesto e dichiaro di non aderirvi pel minimo capo e disdirmi in tutto e per tutto, giacchè di tal fare ne sarà la molla sicuramente della scemazion della mente che mi reca il male e de' moti soltanto naturali della parte animale immessa in vanegiamenti e deliri lungi dal bello della ragione e del consiglio e scevro affatto, ch'è il più che importa, di atto di consenso nella volontà, che è stata salda e sempre fedele ne' sensi di ratificare quanto ho votato ed osservarne la continuazione costantemente, coll'ajuto di Dio, sino all'ultimo anelito della mia bocca, dicendo l'ultimo addio a tutte le cose, santa perseveranza dunque imploro dal Signor de' Cieli e dico amen.
SEPOLTURA
Andiamo ora alla tomba che debbo per me sciegliere in racchiudere le ceneri della mia morta salma.
Non so il luogo in verità opportuno in cui sarò per morire, perchè tal punto è riserbato a Dio. Pensando su ciò però ad hominem, voglio che, toccandomi la fatal sciagura nella città di Palermo, mia patria, sia seppellito il mio cadavere nel real tempio di S. Domenico e nella cappella mia gentilizia del titolo di S. Rosalia, preferendola all'antichissime due professate dai miei arcavoli, esistenti l'una nella chiesa conventuale di carmelitani di S. Nicolò li Bologni e nella cappella di S. Maria di tutte le grazie e nell'altra pur conventuale di francescani del terzo ordine, del titolo dell'Annunziata della Zisa e nella cappella della Concezione, come che essere detta cappella di S. Domenico un acquisto novello fatto da me testatore all'oggetto di non scostarmi per poco, nè pur difonto, dal patrocinio potentissimo della Gran Vergine Madre, che lungamente in tutto il corso di mia vita non ho lasciato di venerare ed adorare con particolare divozione sotto il titolo del SS. Rosario nella grand'ara sua particolare della real basilica, pregandola sempre col più intimo del cuore a farmi fare partecipe della beata visione del divin Figliolo, col dirle: Fac Regina tuum coelo me visere natum quod Deus imperio tu prece Virgo potes.
Volendo però il Signore che io morissi forse in altre città del Regno, secondo i casi ed accidenti che non so io, e può esser di ciò sortire nelle città di Trapani e di Marsala per gli interessi che ho nelle due città, o sia per gli attacchi di parentela tenuti nelle medesime, come sono de' marchesi di Torralta e signori titolati di baronie Emanuele, cadetti tutti della mia Casa in famiglia, voglio essere perciò sepolto, se sarà in Trapani, nel tempio di S. Domenico e nella cappella del SS. Crocifisso opure nel convento di S. Francesco, se sarà in Marsala, e nel cappellone della chiesa proprio di mia famiglia Emanuele, andando così a trovare le ossa de' miei lontani progenitori, sepolti nelle dette due cappelle ed ove finora stanno de' mausolei marmorei iscrizioni e lapidi sepolcrali di antiquata nobiltà.
Parecchi Emanueli di mia famiglia, regnicoli di Trapani, trovandosi in questa capitale in cui del loro essere mortale ebbero a fare l'ultima partita, sepolti veggonsi nella cappella Emanuele delli Bologni, volendo la reciprocanza di sepoltura in famiglia, e che ora benissimo va ad unirsi al pensare che per questo articolo ho disegnato.
Per conto poi de' funerali da prestarsi al cadavere, ne lascio la disposizione in tutto e per tutto al mio erede e colla più libera in essi volontà di pensare, mentre io, già trapassato ed esposto exanime nella mia estinta spoglia, non ne posso goder la minima pompa, ma che, avendone tenuta la veduta in vita, non mi curo affatto delli medesimi, in qual forma e modo forse si facessero.
Le mie opere letterarie edite ed inedite, in numero che mi han reso caro alla Patria ed al Regno tutto, me ne han fatto godere l'onore in vita e poi questo gionto per me a tal segno che si sono invogliati parecchi valenti letterati spontaneamente da loro stessi a farmene preventivamente la onoranza con compostevi orazioni funebri, accompagnate a quelle eziandio che io istesso ora testatore per l'avanti trovavami fatte per la mia persona, stimandomi eglino per bontà loro l'onor di mia Casa e facendomi buono il distico che in essi parti onorifici di lettere si trova inserto, cioè:
Lancea Conradis gaudet Moncata Vilelmus
pro Emmanuel vero gloria dicar ego.
Del ciò fare però non si sdegni nessuno nell'udir la jattanza, mentre altri ed altri uomini chiarissimi per le loro virtudi al mondo in armi e in lettere, che non han che fare col mio umil talento, essendo il loro veramente inclito e superbo, han pratticato e datosi lo stesso vanto pel loro vantagio, cioè di fare avanti alla fama il nome e 'l personale, qualunque siasi il merito di loro stessi, in vita congiungere, al punto eziandio di scriversi essi stessi la storia delle proprie cose.
Con queste opere si son creduti sì fatti capi uomini di recare abbastanza coronazione per punto di nobiltà ai posteri, e si son lusingati finalmente con queste pompe asciugare in qualche maniera i sudori della lor fronte e rendere contenta in parte la troppo faticata mano che quelle scrisse. Alla povera umanità e a quella per altro dotata di buona intenzione dee permettersi qualche sorte di sfogo e di sodisfazione nel vaghegiar se stessa e compiacersi delle sue proprie in virtù qualità personali.
Sulla guida, io, quindi, Villabianca, di così valenti degni scribenti migliori di me regolando i miei pratticati fatti sulle addotte cure, sento di non aver fatto male e non tanto facile restar trafitto coll'imitarli dalle punture degli Aristarchi ed emoli col velenoso lor dente critico.
CAPO DEL TESTAMENTO
E perchè il capo ed origine d'ogni testamento è l'instituzione dell'erede universale, intanto io, sudetto testatore di Villabianca, in e sopra tutti i miei beni mobili, stabili, urbani e rusticani, allodiali e burgensatici, rendite, frutti, introiti e proventi, nomi di debitori, azioni, pretenzioni, successioni, cause, domande, legati ed altri universi e singoli beni che a me si devono per ogni dritto e nome, e sopratutto su quei molti beni che mi furono lasciati e donati, scevri affatto di legami di fidecommesso e con titolo della mia larga libertà, componenti oggi il più grosso e pieno delle mie libere sostanze, dall'olim eccellentissimi signori miei genitori Benedetto Emanuele Vanni e di Bologna Termine Suarez, marchese di Villabianca, signore del castello di Mazzara, patrizio antico palermitano, capitano una volta giustiziere di Palermo, e Cassandra marchesa Gaetani, nata dama dall'illustre famiglia Gaetani e delle magnatizie insieme prosapie degli Agliati, Lucchesi e Palagonia-Camastra, in virtù de' loro testamenti fatti dai miei medesimi, sì per diritti di legitime dovutigli sopra gli aviti lor cespiti, redditi e fondi o per altro qualsivoglia dritto di retagio a lor spettante, e sopra tutto finalmente l'integro ed indiscriminato mio patrimonio di libera mia pertinenza, e questa eziandio che fosse vincolata, perchè sopra la quale mi si devono ragionare le detrazioni delle legitime e tutt'altro che voglion le leggi, per questo articolo, omnia includendo et nihil excludendo, instituisco, faccio, creo e di mia propria bocca e volontà ho nominato e nomino in mio erede universale il conte D. Benedetto Emanuele e Vanni, mio dilettissimo figlio, nato e procreato da me sudetto testatore e dalla vivente Zenobia Emanuele e Vanni Zappino, nata dama di casa Vanni e del ramo principe di essa famiglia, come furono li marchesi di Roccabianca e fedecommissarij legati del famoso nobilissimo legato Vanni, mia dilettissima moglie, salvi però i legati e disposizioni infrascritti, che voglio osservati di uno in uno ad unquam senza la minima alterazione, giusta la forma e maniera che qui seguendo mi dò a prescrivere.
Voglio quindi io, testatore, ordino e comando che detto ill. D. Benedetto, mio erede universale, e tutti gli altri chiamati e sostituti nel presente mio testamento de' sudetti miei beni ereditarij ne siano meri e semplici usufruttuarij durante la lor e d'ognuno di loro vita e che doppo la morte di esso ill. D. Benedetto succeda ne' medesimi e sia suo erede universale l'ill. D. Francesco Emanuele e Vanni, suo primogenito, e li suoi figli, nepoti e pronepoti, posteri e discendenti mascoli legitimi e naturali e procreati da legitimo matrimonio ordine successivo, in gradocchè il primogenito sia sempre preferito al secondo, il secondo al terzo e così successivamente in infinito ed in perpetuo, ad esclusione però dei naturali eziandio legitimati per subsequens matrimonium o per rescriptum Principis o in altra qualsiasi forma delli monachi e preti, e delle femine eziandio maritate con un fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum, ed, estinta affatto la linea e descendenza mascolina di detto ill. D. Francesco, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succeda e sia erede universale il figlio secondogenito di detto ill. D. Benedetto, che presentemente non tiene e che forse in appresso lo avrà nel corso di sua vita, e li di lui figli, nepoti e pronepoti, posteri e discendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, ordine successivo come sopra, coll'istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra accennate, ed, estinta affatto la linea mascolina di detto secondogenito, voglio, ordino e comando che in detti suoi beni ereditarij succedano e siano eredi universali il terzo, quarto ed ultrogeniti mascoli di detto ill. D. Benedetto, semprecchè gliene verranno col tempo, e li loro figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, ordine successivo, coll'istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum, e così il quarto ed ultrogeniti, l'uno cioè estinta totalmente la linea mascolina dell'altro, cioè il quartogenito estinta totalmente la linea mascolina del terzo, il quinto estinta totalmente la linea mascolina del quarto, e così successivamente coll'ordine di sopra, coll'istessa esclusione delle persone di sopra nominate, e così debba osservarsi sino alla totale estinzione della descendenza mascolina di detto ill. D. Benedetto Emanuele, erede universale come sopra instituto.
Quale descendenza mascolina affatto estinta, voglio, ordino e comando io, al solito, testatore, che in detti miei beni ereditarij succeda e sia mio erede universale il mascolo primogenito della figlia primogenita dell'ultimo mascolo in cui si estinguerà l'agnazione e descendenza mascolina di detto ill. D. Benedetto e di suoi figli, nipoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, ordine successivo come sopra, e coll'istesso fedecommesso mascolino e clausola juris francorum e coll'istessa esclusione delle persone di sopra nominate, ed, estinta affatto la linea mascolina di detto primogenito, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succedano il secondo, terzo, quarto ed ultrogeniti legitimi e naturali di detta figlia primogenita dell'ultimo agnato, il secondo cioè estinta la linea del primo, il terzo estinta la linea del secondo, et sic successive, e i loro figli, nepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali nati e procreati da legitimo matrimonio ordine successivo come sopra, coll'istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, e così, estinta affatto la descendenza mascolina di detta primogenita, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succedano e debbano succedere e siano miei eredi universali li figli primogeniti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, della seconda, terza, quarta ed ultragenita di detto ultimo agnato e li loro figli, nepoti, pronepoti posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, li mascoli cioè della seconda estinti li mascoli della prima, li mascoli della terza estinti li mascoli della seconda et sic successive, coll'istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, cioè in primo luogo li figli della primogenita e li loro figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli, quali estinti succedano li figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali come sopra della seconda et sic successive quelli della terza, quarta ed ultrogenite nell'istesso modo e forma prescritte nella descendenza delli mascoli delle figlie dell'ultimo agnato, e così debba pratticarsi in ogni estinzione di linee sino alla totale estinzione delli mascoli della descendenza feminina di detto ill. D. Benedetto.
Ed estinti affatto li mascoli delle femine della descendenza di detto ill. D. Benedetto e restando figlie femine o innutte overo in età da non potere generare legitime e naturali come sopra dell'ultimo maschio, voglio, ordino e comando che le sudette figlie femine succedano ugualmente in detti miei beni ereditarij, de' quali ne siano mere e semplici usufruttuarie sino a tanto che delle innutte non nascerà alcun mascolo, quale nato, voglio, ordino e comando che succeda in qualità di erede universale in detti miei beni ereditarij, de' quali sia mero e semplice usufruttuario come sopra, e dopo la di lui morte succedano li di lui figli, nipoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, coll'istesso fedecommesso primogeniale mascolino, colla clausola juris francorum, colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, ed, estinti affatto li maschi e femine della descendenza di detto ill. D. Benedetto, voglio, ordino e comando che li frutti della mia eredità si debbano ripartire alli preti, monaci e monache che forse vi saranno della descendenza di detto mio erede universale e che la porzione di colui o di colei che morirà si debba ugualmente ripartire alli superstiti e nella proprietà di essi succeda e sia erede universale l'agnato prossimiore legitimo e naturale, nato e procreato da legitimo matrimonio della famiglia Emanuele, e che doppo la morte di detti preti, monaci e monache, l'usufrutto di detti miei beni ereditarij ne sia e debba essere mero e semplice usufruttuario sua vita durante, e che dopo la di lui morte in detti beni ereditarij succedano e siano eredi universali li di lui figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, che abbiano la qualità dell'agnazione ed il cognome della famiglia Emanuele, con un fedecommesso primogeniale mascolino agnatizio saltuario, colla totale esclusione delle femine e maschi di femine, ordine successivo ad mentem juris.
Voglio inoltre, ordino e comando, io, come sopra testatore, che ogni qualvolta si estinguerà qualche linea dei chiamati e sostituti nel presente mio testamento e li suoi beni passeranno in altra linea, in tal caso il sostituto che succederà alla linea estinta debba pagare alle figlie femine dell'ultimo maschio della linea estinta onze duecento per ognuna in augumento di loro doti nuziali o monastiche, senza che possa detrarle dal fedecommesso, poicchè io testatore con questa condizione intendo devenire alle sostituzioni sudette, quali somme debba pagare colla metà de' frutti di sudetta eredità, restando libera per tal sostituto l'altra mettà.
E se mai le sudette femine non cureranno esigere le sudette somme del sudetto capo di linea, non possano agire per l'attrassi contro li beni ereditarij di esso testatore pervenuti all'immediato successore, ma possano soltanto agire sopra li beni di detto capo di linee lor debitore infra la mettà de' frutti dal testatore destinata a pagare le sudette somme da detto debitore percette.
E volendo io finalmente che li miei beni ereditarij, dedotta la legitima spettante a detto mio erede universale, si conservino integri ed intatti nella mia eredità, perciò proibisco a detto mio erede universale la detrazione della tabellionica e proibisco non meno a lui che a tutti li sostituti in detta mia eredità qualsiasi alienazione ed ipoteca de' miei beni ereditarij ed alli collaterali, chiamati e sostituti in questo mio testamento proibisco l'alienazione ed ipotega di sudetti miei beni ereditarij eziandio per causa di costituzione e restituzione di dote o per qualsiasi altra causa de jure privilegiata e privilegiatissima.
LIBRERIA DI CASA
Fra' quali beni, pur sia d'avviso, di libera mia pertinenza come sopra combinatamente esposti e legati a fidecommesso primogeniale, la miglior porzione in verità che dee considerarsi in essi e 'l mobile insieme più prezioso sarà quello sicuramente della nobile biblioteca che tengo dentro due camere mediane di casa, e ch'è l'acquisto più caro che da me s'è fatto in tutto il corso del mio uman vivere fìn dagl'anni più verdi dell'età mia sino a' correnti secchi e giallicci, folta di più di due mila libri, tutti figli del ben sapere in tutte quasi le facoltà scientifiche e sopratutto in quelle della storia patria palermitana sicola, in cui è stata la mia passion dominante e per cui mi porto il vanto di quasi averne toccato il punto finale, in numero cioè a cattarmene l'ammassamento, compito in tutto e per tutto, giusta i miei voti, di scelte opere correnti sia in stampa che scritte a mano, con lusingarmi di non essermene dato in fallo la minima di esse finor che fosse.
Nel ruolo indi de' manuscritti ve ne sono de' miei qualunqui siansi particolari caminanti fin'ora in 22 libri, enunciati li medesimi sotto diversi titoli nel catalogo stampato de' miei parti letterarij, che son separati e non han che fare con quei dell'opere primarie, sento donare nel presente consiglio estremo alla Libreria Senatoria di questa mia patria Palermo, come in appresso sono per dire, mentre essi libri particolari sono stati e sono per altro li padri di tutte le opere scientifiche sì edite che manuscritti che in vita mia ho fattigate e prodotte, contenendo parte di essi la tanto disiata continuazione storica della mia Sicilia nobile.
Vi sono armate per questa storia nostra nazionale quattro separate scanzie e aperti scrigni e all'intorno a tai libri dalla parte di sotto vi stan posati cento e tanti volumi di filza in foglio, arrivati finora, nel 1797 in cui sto scrivendo, al novero di 108, tutti quanti essi componenti miscellanei ed interessanti libri di varia erudizione e di notizie per lo più appartenenti all'amata mia patria Palermo, ne' quali per maggior lor lustro non mancano de' preziosi manuscritti lasciatici da grandi autori e letterati di nome.
Ne computo io il prezzo, secondo lo stato presente, presso alli tre mila scudi di nostra moneta, e per ciò merita sì fatta biblioteca il religioso per sè legame di primogeniale agnatizia legge ordinato di sopra, con maggior rigore questo da osservarsi sempre mai sempre sopra d'ogn'altro mio acquisto di feudi, titoli e robba di libera mia considerazione, quanto che ne sia tal vincolo un fido amante ad hominem nella ruota de' secoli, e più che sveglio perpetuo custode, mentre è cosa quasi certa per noi di sorta un giorno che dopo il mio fato a me prossimo di dire: Et cum discedam sine me liber ibit in ignem.
E chi mai forse rivocar possa in dubbio d'essere i libri in generale gli ornamenti più insigni e pegni sacrosanti che per sè desiderar si possa da una nobile e magnatizia famiglia in patria? giacchè, oltre l'illustrarne viepiù le glorie e le avite dignità, son l'istrumenti di conservarne i beni e a guisa di antemurali stare essi al fuoco e a pie' fermo attendere le spade degli avversari e de' seguaci de' vizi, venendo con ciò a prestarle le inestimabili onorificenze della virtù colla professione di cristiani esemplari costumi.
Debbono stimarsi in sostanza dall'uomo i libri per le cose più care di sua persona ed amarsi intensamente così da lui che si arrivi fin anche al grado di farli alternare in affetto coi proprij figli.
Con ragione dunque, nelle due basi marmoree coronate de' stemmi di mia famiglia Emanuele, stanti nella mia domestica biblioteca, surgonvi saggiamente incise le seguenti leggende: Familiae Deus in una et tutamen, ed excolendo monet nell'altra Franciscus marchio de Emanuele, leggendosi al tempo istesso nell'arco della porta della libreria medesima, ma più tosto nella stanza superiore che serba il volumoso archivio di scritture di casa appresso ad essa letteraria stanza, il qui latino seguente distico, che vale non solo stimolo a noi e a' posteri ad averne la cura, ma anche ad intendersi di briga di farne di giorno in giorno l'accrescimento:
Crescite libri in nobis sed mage crescite fundi.
Venite et cunctis tradimus hospitium.
UTILITÀ DEL FEDECOMMESSO PRIMOGENIALE
Ho stimato intanto, io testatore, sottoporre tutti quanti i miei beni, qualunqui siansi, di libera mia pertinenza, come stanno sopra espressati e combinati, a duri vincoli, sebben salutari, per queste carte di fedecommesso, e volendo legitimare su ciò il mio adottato consiglio per dubitare di non incontrare forse nel bel segno dell'opinione de' savi, mi conviene addirittura far qui parola per poco de' fedecommessi in generale su i beni lasciati in retagio, provandone l'origine, tocchi di storia e finalmente li più solidi di essi fatti stabilmente appo le nazioni del mondo passare tosto all'esame di vedere di quali sieno li più utili fedecommessi e degni a proporsi e risolversi dai testatori.
Fu pensata primieramente dall'uomo l'istituzione de' fedecommessi per pabolo invero di sua superbia e darsi pompa di vanità, lusingandosi di sussistere già trapassato da questa terra e fare il padrone dopo il suo fato nella persona nonchè del figlio o siasi di altro consanguineo lasciato erede e fattolo capo di sua discendenza quanto nella vita sostanzialmente de' beni che ei dimetteva. Se sia ben fatto sì o no questo consulto, salutare o dannevole, operoso di bene o di male, lo vedremo fra brieve coi seguenti detti politici e saggi riflessi.
Li fedecommessi fanno del male, stante essere egline le vere cause e le molle più agenti moventi liti, delle quali vien turbata la pace della Republica, e fan del bene perchè pe' medesimi, che conservadori sono de' beni, si riconosce il bello delle famiglie civiche qualunqui siansi che per l'onestà che professano e nobiltà di pensare messa in opera a pro de' prossimi stimate vengono le decorazioni del popolo e di un Paese.
Ciò però dee sentirsi precipue pel favore del nostro assonto della sorte de' fedecommessi delle primogeniture imperanti nelle famiglie, mentre il capo di casa ed eredi fattisi primogeniali agevol prestansi la maniera di accrescere di tempo in tempo lor patrimonio e farsi merito colle ricchezze giunte in lor possa, prendendole dal primogenio asse di adottarsi maritaggi assai denarosi e sommamente poi quei magnatizi che arrivano a fare con dame eredere dell'istesso lor rango e di maggioranza inclite e superbe.
È verità che tai fedecommessi di primogeniti si senton con doglia dai cadetti di casa, che sono i secondi della classe de' figli del testatore, e sopratutto poi dalle femine, che affatto affatto escluse ne vengono, ma questi poi, facendosi i rami di un poderoso tronco, qual'è il maggior lor fratello, che essendo tumido di succhio spirituale ne può diffondere in abbondanza a' rami che sono di colui germani, onde questi divenendo in tal modo più alimentati e meno robusti, si fan degno germoglio del loro stipite fratello e principe. Le leggi di molti re favoriscono il dritto, e 'l capo di lor casato non può fare a meno di comunicarne di giustizia la cosa in rapporto allo stato maggiore e minor di ricchezze che da lui sostienesi.
Le primogeniture per altro a principio sui fior dai primi tempi dell'orto del mondo hanno incontrato benissimo e con non poca grazia accettazione appo le leggi divine e umane. I santi patriarchi della prima legge lor dieron retta e osservanza, e così dalle culte fatte quasi nazioni che alle giudaiche son venute appresso sono state seguite e lungamente accolte.
Anzi, si parva licet componere magnis, il fatto istesso delle private famiglie in tai legami di primogeniture è stato sempre, ed or più che mai viene osservato colla più minuta gelosia dai regnanti nelle successioni di lor dominij, e perciò su questo punto dice il Cornazzi nella sua Morale de' prencipi e in quella di Cesare Adriano, appo me, f. 167, come esserne stati gli autori essi sovrani, permettendone e sollevandone una sì fatta vanità ne' privati, perchè approvino questi privati nè paja loro strano il fedecommesso, ch'è necessario a' prencipi di regnar fra gli uomini. Locchè non piace sentire a' francesi, che anzi ne voglion la total rovina e annientamento, come in parte a forza di guerra è a loro riuscito finora ne' nostri tempi.
Tutto al contrario però va a darsi questo fenomeno nelle leggi de' fedecommessi regolari, mentre, volendo questi ugual trattamento tra i figli in generale e delli pur due sessi, senza la minima detrazione e falcidia, con che dovendosi tagliar in parti uguali li beni ereditarij e di generazione in generazione dividendosi per necessità colle gradate minorazioni che vi si fanno, vanno a ridursi in porzioni tenuissime e finalmente in tanti èsimi, che si rendono indivisibili. Ed ecco da ciò provenir la disgrazia che va a deplorarsi nelle famiglie di regolar retaggio, che, divenute perciò assai miserabili, condannate alla fine veggonsi pella bisogna di vivere a chinar il collo sotto il duro giogo di servitù ed obedire a taluni che per gradi di nascita e di talento personale se ne possono appellar signore.
A vista di che, cumulando io seriamente sull'articolo di questo fare tutti quanti questi riflessi nella filza de' miei pensieri, sembrami bene d'aver pensato molto da saggio su tale capo, cioè d'instituire primogenitura nel retaggio de' miei liberi, come cosa la più giovevole e decorosa fedecommessata allo spirito delle leggi, aggiungendole alle avite primogeniture di mia famiglia, onde da lei si procacciasse il maggior lustro che le conviene, tenendo ella luogo non ultimo tra le famiglie patrizie nobili palermitane.
EREDE PRIMOGENITO
Circa poi al punto da me sopra stato disposto di erede di promogenij, passando io al secondo capo di questa digressione da me dettata in assonto nella persona di mio figlio, conte Benedetto Emanuele, commendato ed instituto erede nell'avanti dire, l'ho fatto, io dico, con troppa ragione e con più che matura riflessione, addotto dalla forza di dovere e rispettoso ufficio che mi astrinse a ciò fare, considerandone il sangue e 'l merito. I di lui natali lo costituiscono unigenito maschio di mia famiglia, e perciò a lui spettare de jure la primogenitura de' suoi antichi. È molto grande poi il merito suo personale, che l'ha fatto costare nella virtuosa carriera da lui tenuta nel regime della sua casa in rapporto alla moglie e figli e poi sopratutto alla mia persona di padre, sottomettendo ciecamente sua volontà alla mia, come esemplare cultore de' precetti di Dio. E così per tutt'altro seguendo egli la degna traccia de' gloriosi suoi avoli in tutti i capi di ben vivere, a tenore delle divine leggi, e anche di quelle dell'onesto mondo, giustamente s'è meritato il cordiale mio amor paterno e la mia somma più sincera stima.
L'ho benedetto quindi incessantemente sempre e mai sempre da capo a' piedi in Dio, e benedirlo anzi di più colla stessa santa benedizione che il patriarca Isacco si compiacque dare al gran patriarca Giacobbe, suo figliolo, siccome la stessa uguale benedizione sento impartirli che io felicemente ebbi a sortire dalla benedetta mano del sant'uomo del mio genitore un'ora pria di spirare, moribondo giacente a letto.
Dice il sacro testo Genesis, cap. 27, vv. 27 e 28: Accessit Jacob et Jsaac osculatus est, col dire: Accede ad me et da mihi osculum, fili mi. Statimque inde ut sensit vestimentarum illius fragrantiam, benedicens ille, ait: Ecce odor filii mei, sicut odor agri pleni cui benedixit Dominus. Det tibi Deus de rore et de pinguedine terrae abundantiam frumenti et vini. Esto Dominus fratruum tuorum, ch'è la primogenitura instituitavi dal santo patriarca, e quel che siegue.
Posto ciò tanto, imaginandomi da aver qui presente detto mio erede e colla stessa positura tenutavi qual'altro Isacco, a lui rivolgomi e gli fo sentire li qui appresso detti di amor di padre.
Seguitate, dunque, gli dico, mio caro figlio e prezioso pegno, a star più che forte su i saggi sentimenti che avete portato finora al mondo pe 'l vostro vantagio e l'onor del cognome, mentre così facendo vi serberete non solo il pingue retagio che a voi commendo per la durata in casa, anzicchè spero che me lo impinguerete con novelli acquisti, al pari che fe' Giacobbe ed il principe con esso guelfo in prosapia estenze portato dal Tasso nella sua Gerusalemme liberata, canto I, stanza 42:
A questi due retaggi ora paterni
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Fate conto finalmente, figlio mio dilettissimo, di questa paterna benedizione d'Isacco, che vi ho fatto nel Signore in questa mia solenne volontà estrema, perchè, da simile benedizione da me ricevuta facendomi capo di Casa dal dotto e santo mio genitore, io riconosco quel tanto di bene che il Dio di Abramo per sua misericordia in questa valle di pianti s'è compiaciuto comunicarmi, ad onta delle offese che la mia misera umanità, resa peccatrice con somma ingratitudine contro la di Lui infinita maestà, s'è fatta ardimentosa di commettere.
ZENOBIA VANNI, MOGLIE
Dichiaro inoltre, io testatore, avere esatto e conseguito dalla marchesa Zenobia Vanni e Zappino, mentovata di sopra, mia consorte, le onze 5600 del legato di Raffaele Vanni, donatomi nel contratto matrimoniale stipulato agli atti di not. Antonio Giuseppe Bruno di Palermo sotto li 31 ottobre 1743, soltanto però di netto da me assecuto in onze 5488, chè onze 105. 5. 3 bisognarono spendersi per li dritti di provisione del consultore, razionali ed officiali tutti altri minuti dell'Opera di Navarro, che dovea pagare detto legato come fidecommissaria del detto Raffaele di Vanni, così constando dall'ultima partita di tavole da me spesa in onze 5488 sotto li 12 gennajo 1744 e dalle partite di libro di mia casa titolato Signorile, de' fogli 2 e 18.
Le onze 4. 26. 14. 2 di rendita assentatami sopra il podere del Gabriele tenuto dalli signori Vanni, duchi d'Archirafi, e l'altra rendita di onze 2. 14. 11 da me conseguita sopra l'università di Jaci reale dichiaro essere rami parimente della detta dote, ad essa mia moglie pervenute per ragion di legitima paterna sopra tutti i beni liberi delli furono illustri Placido Vanni e Sitajolo e Rosalia Zappino e Termine, olim jugali, genitori della medesima, e come tali essendo ambi redditi di pertinenza della stessa mia consorte Vanni, è giusto che a di lei nome e suo conto se le facessero assestare.
Quali somme in denaro e in rendite, una colli consuetudinari, dotario e tutt'altro spettante de jure alla detta signora, voglio che se le pagassero secuta la mia morte con quella puntualità da me in vita tenuta e gelosamente osservata, giusta il costume degli uomini d'onore.
Ma siccome nella mia eredità non si ritrova denaro a causa della grossa famiglia di figli e servi che ho sostenuto, perciò vengo io a pregare detta mia buona moglie voglia contentarsi per sua vera bontà ed amor materno che per le somme tutte testè arringate e pel dotario e consuetudinari se ne formi dal mio erede universale, di lei figlio, tanta suggiugazione per quanto viene ascendere l'importo intero delle medesime.
Lego inoltre alla stessa dama mia consorte onze trenta annuali, da pagarsele in ogni anno dal mio erede universale e sostituti in detta mia eredità, ed abitazione d'un quarto della mia casa ammobigliato, a sua elezione, durante la di lei vita naturale e viduità, ed inoltre ho legato e lego alla medesima una carrozza con due mule o cavalli a sua elezione, da prendersele dalla mia scuderia.
Con tai legati quindi fatti finora all'accennata mia cara moglie, sento e dichiaro di essere stato non altro il voto che un atto di giustizia e mostra in tutto di reciproca dilezione e di gratitudine dovuta ai sommi doveri che a lei professo, calcolandone la proporzione al merito e alla pingue nobile dote noverata di sopra, che ancor figlioletta di anni tre sopra tre lustri stimò recarmi.
S'è mostrata costantemente tal dama nella lunga carriera degli anni 54 che tuttora contiamo di consorzio all'ultima minuta diligenza nelle cure di casa, giunta a rendersene l'amante madre delizia della famiglia e la corona infine del capo mio, giusta il sacro proverbio, cap. 12, v. 4: Mulier diligens corona est viro suo, comparandola al tempo stesso alla donna forte della divin voce, proverbio 31, v. l: Mulier bonum reddit viro suo bonum et malum et omnibus diebus vitae suae. Quaesivit lanam et linum et operata est consilio manuum suarum.
Madre la dissi di famiglia, ripeto il dire, per la carità, espresse limosine da lei impartite alli suoi servi di casa maggiori e minori, per la delizia fatta della medesima e gloria insieme della nostra testa, mercè la frequenza de' sacramenti che ella ha professato, devozione e pietà cristiana in tutte adibita delle sue azioni, con che essa col suo buon esempio ha santificato le nostre mura, felicitato di paro noi tutti quanti ed arricchito di beni terreni e temporali.
Come nemica affatto la nostra Vanni dell'interesse che sta lungi dalle generose alme, s'è contentata passare in casa non da padrona, ma da semplice figlia di famiglia appo la mia persona, avendone rinunziato fin la recamera, che valeva non meno del reddito di onze 60 l'anno, e presosi solo quel poco o nulla che ho stimato e possuto darle, senza mai ella aprir sua bocca in tal punto, e tutto ciò fatto pel consiglio santo da lei tenuto di dare a me gusto in tutte le cose pur minute domestiche, con ammirabile subordinazione a' miei voleri, temendo il pericolo di trabboccare al di sotto nè pur per un obolo la saggia retta bilancia dell'onesto vivere che nel santo timor di Dio cristianamente finora in di lei compagnia da mia parte ho procurato menar mai sempre.
Tengo obligo infine a questa virtuosa donna che per sorte il Signore concessemi in consorte pel talento datosi di arricchirmi di quella prole desiderata tanto da me Villabianca in famiglia Emanuele, in cui ho rimasto l'unico cespite del ramo prencipe qui di Palermo, tutto al contrario del secondario di quel di Trapani, in cui morì mesi sono il cavaliere gerosolimitano Giovan Battista Emanuele ed Omodei, commendatore dell'ordine di S. Giovanni di Castrovillano, che molto abonda di Emanueli; tenea io dovere come tale di propagare con somma briga per vanità di mondo l'avito antico chiaro retaggio. E infatti mi fe' ella padre di figli in numero dell'uno e l'altro sesso, che meco ora sen' vivono, non meno di sette, coi quali figli tutti in un cerchio attorno alla mia persona e colla feconda lor madre, che vi sta alla testa, è piaciuto al Cielo di farmi godere la grazia e la preziosa benedizione che debbon cercare pella lor pace di casa i coniugati di buon carattere, secondo il ditterio delle sacre carte, salmo 127, vv. 3 e 4:
Uxor tua sicut vitis abundans in lateribus domus tuae
et filii tui sicut nave olivarum in circuitu mensae tuae.
Questa è una grazia che mi ha fatto il bontuoso, misericordioso Dio di avere del singolare, mentre il comune quasi tutto degli uomini suole provare lo stato coniugale per lo più involuto e immerso in discordia e separazioni di talamo, a causa dell'umana imperfezione. A vista, dunque, di tanti e tanti da me ricevuti beneficij, mi si permetta per poco in chiusura di questo articolo di io fare sfogare il mio spirito colla seguente aspirazione del core.
Dio dunque di amore, io esclamo, e Padre delle misericordie su noi mortali, e sino a quando diverrà stanca la vostra mano in versar acque di grazie su la testa di un vil peccatore, quale son io, mentre più che vi ho offeso colle mie colpe (e Dio volesse di non farvene appresso) mi avete consolato con benigni perdoni, liberato dagl'infernali spirituali nemici e ricolmato tutto in un tempo d'infiniti favori e munificenza. Sia benedetto dunque in eterno il vostro santo nome e stia sempre in me la possanza di darvi sonori canti di lodi e di infinite benedizioni in terra e nel cielo. Fatemi dunque costante e fedele, gran Dio d'Israele, nell'osservanza di questi miei voti per quei puochi giorni che mi restan di vita in questo basso mondo, e molto più far lo stesso per gli anni dell'eternità, alla quale per altro sono assi prossimo in toccar le porte, ed ove presenzialmente spero godere della visione beatifica della vostra augusta, dolcissima presenza.
MONIALI EMMANUELI, FIGLIE
Passiamo avanti e tocchiamo la parte de' legati che sento fare nel presente mio testamento a favor delli figli, moglie, nuora, nipoti, creati e tutte altre persone che, come di me benemerite, voglio gratificare.
Posto ciò, quindi, ho legato e lego, io testatore, all'infrascritte mie sei figlie, nate da me, Villabianca, e dalla mia coniuge di Vanni, moniali tutte in actu professe e religiose nel venerabile monistero delle Vergini dell'ordine di S. Benedetto di questa Palermo, nomate D. Maria Fede, nel secolo chiamata D. Cassandra, D. Speranza, nel secolo di nome D. Rosalia, D. Carità, nel secolo detta D. Giuseppa, D. Maria Anna, nel secolo nomata D. Dorotea, D. Beatrice Maria, nel secolo appellata D. Rosaria, e D. Concetta Eleonora, finalmente, che è la stessa nel secolo conosciuta D. Anna Michaela, onze due annuali per ognuna di esse durante la loro ed ognuna di loro vita naturale, in augumento di loro livello, quali onze due annuali di sopra legate, dopo la morte d'ognuna di esse, voglio che ritornino al sudetto mio erede universale e sostituti in detta mia eredità, e non altrimenti. E ciò tutto fatto in recognizione e mostra in qualche maniera del cordiale amore che alle dette mie figlie svisceratamente ho portato in tutto il corso del mio uman vivere, e per un segno altresì datole di gratitudine che ad esse protestar voglio, sebbene piccolo, in queste mie mortuali carte.
Il merito che si han fatto appo la mia persona di padre così esigge, non altrimenti che per l'onore dato al cognome lor gentilizio di Emanuele nella professione de' loro doveri ed ufficij, osservati esemplarmente nel culto di Dio, nelle lezioni di santi libri, ne' maneggi di virtuose arti e nel servigio del santuario, ch'è il più che importa, di lor comune. Ond'è che con sommo mio contento or le veggio amate e stimate generalmente dalle lor socie e nobili lor consororie, senza che vi avesse punto luogo l'invidia.
Vergini pie (vi dico io col Tasso) che 'l glorioso nome
de' maggiori vostri e l'arme e 'l dotto inchiostro
non fe' superbe o pompa ed oro ed ostro,
ma li spargeste, quasi indegne some,
e troncaste le belle e care chiome
e vi chiudeste in solitario chiostro
e 'l mondo iniquo e l'avversario nostro
e le sue forze e frodi avete dome.
Con ragione, dunque, tutte quante esse mie figlie ho benedetto in Dio, e tuttora più che mai a larghe mani benedico di padre, implorandole dal Cielo le felicità istesse che posson darsi in questo e l'altro mondo agli uomini di buona volontà e a coloro poi tutti di più grazie colmi, che si son fatti leviti e cultori delle sacre are, facendo loro tai buoni augurij, niente dissimili a quelli da me implorati in pro del lor germano Benedetto, mio figlio, dell'uguale mia dilezione, divenuto già ora egli padre di famiglia nella presente mia generazione ed istituto in questo documento erede mio universale.
Non lascio di pregare intanto le benedette sunnomate mie figlie, e tutte quante elle sieno, di voler dare ascolto e mai scostarsi dai consigli e saggia direzione della loro maggior sorella nel restante corso della lor vita, ch'è a punto la degna suor Maria Fede, priora attuale del monastero, la prima nata alla luce, più grande di tutti nella mia prole, e come colei per altro ch'è stata di esse lor tutte la maestra e precettrice e ve l'ha fatta da amante madre nello stato che tengono di sacre vergini e di auliche fortunate della magion di Dio.
PRINCIPESSA ANTONIA VASSALLO, NUORA
E siccome le nuore di ordinario passano per figlie vere in famiglia, essendo elleno mogli del figlio, ch'è figlio del capo di casa e padre di famiglia, così la matrona Antonia Vassallo Castellet, principessa di Bellaprima, baronessa eredera di S. Bartolomeo con investitura in Regno, e signora di feudi sol rusticani, ch'è del mio erede e figlio consorte, deve da me riscuotere li possibili tutti paterni uffizij di rispetto, gratitudine ed amore che al mio figlio oggi ed erede Benedetto ho contestato e contesto.
Vedovo il figlio, vedova è la nuora, e tuttavia, padroni essi due assoluti di loro libertà di stato, si son contentati per lor innata bontà farla in casa da figli di famiglia, volendo la mia opera paterna nel servirli e felicitarli tutto in un tempo nel domestico giornale lor trattamento e bisogni di vita.
Porterebbe ora quindi il dovere di instituire io la di lei persona in mia erede universale, ma perchè ella di fatto n'è divenuta erede nella persona del degno suo coniuge, perciò io sento comunicare ad essa lei gli affetti stessi paterni e 'l godimento de' beni che ho tramandati al mio figlio, or suo consorte, nel capo dell'istituzione di erede a lui fatta in questo mio ultimo mortuale codice. Ond'è che, per piccolo segno dell'amor mio verso tal dama, voglio che ella godesse l'orologgio d'oro che ho portato in vita pel mio commodo e regolamento civico, che le ho legato, tramando e lego in dono.
FIGLI VILLABIANCA NE' NEPOTI
Dovendo poi in seguito di dicitura del presente mio testamento (prendere) in considerazione le parti nobili e amorosi uffizij che a me indefessamente han prestato li miei due nepoti, il conte di Belforte, che così si chiama, Francesco Emanuele e Caterina Emanuele e Vanni, fratello e sorella, figli nati dal mio erede e figlio, marchese Benedetto, e della di lui prima moglie Rosalia Vanni, figlia di Raffaele, più volte stato genitore e sindaco di Palermo, e dovendo io per altro, per la parte di padre di famiglia e di sanguinis auctor, recensere numerum clarosque nepotes, con Virgilio, libro 6° Eneide, o con Ausonio appo Hofmanni, Lexic. univers., voce nepos, per la cura che ne debbo avere, succedunt patribus seu nova cura nepotes, perciò alli medesimi voglio che detto mio erede pagasse ad ognun di essi onze dieci in segno dell'amor cordiale che a loro ho portato, avendoli stimato mai diversamente da' miei propri figli, se non dico un grado di più, per essere eglino, come nepoti, nati di figlio, chè questo vuol dire nepos, cioè natus post filium, due volte e due volte figli, col debito di propagare avanti e oltre di più il mio sangue ed in esso il portato onore; onde da primo padre gli dico benedizioni più che felici in Dio ora e per sempre, del che sia amen.
DONAZIONE DE' MANOSCRITTI PELLA BIBLIOTECA SENATORIA
In forza parimente del presente mio testamento, ho donato e dono, tramandato e tramando in tutta vera proprietà e dominio con vaglia anche legale di donazione irrevocabile, sebbene post mortem, alla nobile Libreria pubblica dell'eccellentissimo Senato di questa città le seguenti mie fattighe e parti letterarij, in scioglimento del voto e parola da me data in vita, già son degli anni, a' signori deputati di essa Libreria, e sopra tutti al rev.mo canonico Tomaso Angelini, custode e benefattore primario della medesima, letterato di prima sfera e amantissimo per sua bontà delle cose nostre e della Patria e come a colui finalmente che, da più tempi, per questa briga patriotta con maniera troppo gentile me l'ha officiati: consistenti detti libri di varia erudizione in 39 corpi giunti fino a tal numero, scritti in foglio, titolati Opuscoli palermitani, n. 20 corpi indiziati e del pari col titolo di Diari palermitani, e n. 10 tomi, tutti quanti essi egualmente manuscritti, di raccolte d'iscrizioni sicole moderne civiche e sepolcrali, appartenenti sì a questa capitale che anche a tutte le altre città e luoghi di questo Regno di Sicilia, il contenuto de' quali si dichiara in un catalogo dato alla stampa, in cui si contengono altre fattighe scientifiche da me testatore riservate a favore della mia eredità, e ciò sotto le clausole e condizioni come infra.
E per prima è mia volontà in che si dovessero consegnar dal mio erede gli accennati legati libri alla sudetta Biblioteca Senatoria dopo tre giorni sorpassati a' miei funerali, con doverne però fare l'apoca publica essa Libreria a favore del detto mio erede gravato e consegnante.
Oltre che sarà della politezza de' signori deputati della Libreria il decretare rimostranze di onori di gratitudine, come in memorie, iscrizioni, marmi e altro a lor piacere verso il mio umil nome e decorazione di mia famiglia, partecipanda un giorno dai posteri.
Voglio poi ingiungere per secondo patto alla stessa benefatta Biblioteca con prevedere e curare in che, coll'attestare io un ufficio paterno di attenzione, doveroso per altro, alla mia famiglia ed ascendenza, giacchè ora in actu la sto spogliando per amor della Patria con questa donazione del mobile più prezioso e a me caro di casa, qual'è quello de' libri, figli e creature tutte della mia mente e che hanno il valore del mio sangue istesso, in che, se taluno delli miei eredi, chiamati e sustituti nel presente mio testamento sortisse dote dalla madre capricciosa natura di portare un ramo di passione d'animo che in qualche maniera alla mia uguagliare di studiar sul bello delle scienze e sue delizie, e sopratutto su la cognizione tanto amabile della patria storia, noto così facendo il suo talento al publico con darvi opere degne della luce de' torchi o sia con recite letterarie alle Accademie scientifiche che si faran merito nell'accettazione de' dotti, lungi dal sospettare d'essere cose imboccatesegli da aliena mano col dire: Non est de sacco tanta farina tuo, onde in far ciò avesse egli il bisogno di valersi delle mie opere legate di Opuscoli e Diarij palermitani o i dieci anche tomi delle Iscrizioni sicole, in ognuno allora di questi casi fosse tenuta detta Libreria publica accommodare a questo tale mio nipote e successore sustituto le sudette opere e libri donati d'una per una e di tomo in tomo, a tenore delle di lui ricerche, con ricavare però da lui rigorosamente il ricevo per sua cautela animo restituendi, a tempo giusto però e prudente, affinchè non venissero a male mani cotali libri grondanti in copia di miei sudori, conservandosi in la Casa publica, quando che, restando nella privata, sicuramente che il libro ibit in ignem, secondo il vaticinio che ho fatto di sopra a' libri della mia domestica libreria di opere di onnigena letteratura e non vi sono li miei libri presenti manuscritti, quali ora al publico li ho stimato far più sicuri di quelli a sottrarli alla imminente fatal disgrazia del vorace fuoco.
Or per questa appunto donazione di parti miei letterarij e volumosi manuscritti, che ho fatto alla Biblioteca Senatoria colle condizioni e consegli testè esposti finora, mettendosi da parte il nome dell'autore, il quale, non essendo estero, ma nazionale palermitano, riesce sempre odioso appo l'invidia e non può mai aver luogo di acclamazione, mi si permetta far noto al mondo il servigio, quale egli sia, che in tale atto di largizione si presta da me alla Patria e per essa al Senato eccellentissimo.
È stata da me servita pel passato la Patria non una volta, ma per parecchie e parecchie nelle amministrazioni, cura e governo delle Opere senatorie e filiali tutte del patrio Magistrato, come a dire di governatore del Monte della Pietà, di rettor di spedale, dell'Opera di Navarro e di più chiese altre particolari di città, e nel portar finalmente per ben due volte la carica di senatore e Padre della Patria, ma di più l'ho servita con lasciare in tutte quasi le dette Opere benfatti e memorie storiche che di esse Opere e de' pregi loro fan reminiscenza, con stampe e commentarij letterari, come della cronologia de' governatori del Monte, storia di Navarro, iscrizioni lapidarie e col rame di Palermo antico e moderno finalmente dedotto in carta imperiale, non avendovi perciò nessuna delle volte osato di mangiare il lor pane ozioso, giusta il proverbio a noi porto dalle sacre lettere, 31, v. 27, del Panem otiosis numquam come di quantunque quod fuerim (me cognoscendo) meo pauper in aere, con Orazio, a segno tale che poi, per queste usate attenzioni e generosità patriotta, avvivato una volta e surto veggo ora tutto dì il mio nome di venire acclamato per benemerito della Patria, e per tale di fatti lo stesso Cesare in seguito, Ferdinando III, nostro sovrano (che Dio feliciti), stimò confermare con suo diploma, dichiarare e salutarmi di più coll'accrescimento del titolo di benemeritissimo, cumulandovi sebbene tutti altri servizij separatamente per me prestati alla sua corona, quando fu a dire: Deque Patria, deque tota Sicilia optime meritus.
Il presente però servigio che sto ora prestando a Palermo è diverso in tutto da quel rilasciato finora alle accennate di sopra Opere, e non sentirsi per me fatto in parte, ma interamente fattole a colmo, mentre le passo a mani tutto il mio essere e tutto in un tempo li parti tutti de' miei sudori e parti letterarij senza la minima detrazione, privandomi per amor della Patria di questi libri, che son miei figli e vivi spiriti dell'anima mia.
Di qual grado egli sia cotal servigio si vedrà seguendo colli ragionati reflessi.
Costan la spesa sì fatte donate produzioni letterarie non di cosa di bagatella, come a prima vista ognun si vede, ma bensì di non poca e mai indifferente considerazione. La spesa vagliono in prima della mia salute e della mia vita stessa, può dirsi, che vi ho sacrificato col duro accorciamento degli anni, vita poi questa di un capo di Casa e di un patrioto palermitano di qualche nota. Il valsente importano di centinaja e centinaja di onze, che tante e tante han meritato le spese che pel corso d'anni sessanta ho dovuto fare per ammanirmi delli necessari materiali co' quali s'è fabricata la grandiosa, gigantesca machina di tutti i corpi delle sudette opere, procedenti in compre di più vari libri antichi e novelli, giusta il gusto de' presenti tempi, nel sodisfar le ragioni tiratevi dalle regie officine di cancellerie ed archivi publici, uscendomi le carte originali che bisognavano pel maggior lor lustro e fermezza in storia.
La penna de' scribi e manuensi copisti del mio carattere non tanto piano mi ha visitato bastantemente la borza, e non vi è stato denaro sufficiente a sodisfar con auree regalie le fattighe degli amici che hanno dato retta alle mie ricerche. Non vi è stato infine tabellione publico che non abbia assaggiato per questo fare i pomi e gustato il dolce della mia pecunia. La spesa della sola carta ha costato, sembra un iperbole, della mole di presso a un centinajo di risme, che si son consumate per li zibaldoni e per le copie e copie di copie, che han formato alla fine li originali in foglio, lesti e forniti di tutto punto, atti sin anche a darsi alle stampe, o pure all'ultima penna di buon carattere, e così in ultima visa farli ricevere da pergamene di nobileschi privati tomi.
Ho tagliato intanto la barba con queste spesacce, in qualche maniera fatti corti i panni a' miei figli, ben lo conosco; ma che si vuol fare? Così porta la condizione dell'uomo di star sotto al giogo della sua passione predominante l'animo.
La Ragion dietro i sensi ha corte le ale,
tutta la vita è mar de i nostri affetti.
L'instabile ondegiare ogni momento
ci sconvolge, ci assal...
Così noi, col padre delle toscane Muse, Dante Alighieri, e col Pope, Epist., 2, f. 36, nel suo Saggio sopra l'uomo.
A me, Villabianca, è toccata la debolezza della letteratura, con tutto che i miei antichi siano stati invassati dalla passione di far caccia ne' monti e piani di campagna sì grossa che minuta, e molto più da quello dell'armi, chè nelle guerre, sì vive che finte, si han fatto nome pel servigio del re e dello Stato.
Per le guerre vive ne conto finora più campioni in famiglia, e per le finte delli più oltre ancora, come ne' giochi delle giostre, tornei ed altri simili atti belligeri, restandomene ancora in conferma di tutto questo in tutte fin'oggi non poche mostre serbate nel luogo dell'armeria di casa, che vien compreso nel vano della biblioteca, come son lancie, spade, pugnali, scudi, corazze e infine armature in diversi pezzi d'arme bianche, corrose e deteriorate sebbene tutte dal vorace dente del ruotar de' secoli.
Mi avrebbe piaciuto maneggiar queste arti cavalleresche e dilettarmi di caccia e giochi armigeri, conforme i miei avoli e antichi progenitori, che di padre in figlio sono stati proceri tutti di persona e della maschia dote di valore ornati. Ma la disgrazia di me individuo ha portato di essermi stata avara la natura in ciò fare, come a dire nel contestarmi la tessitura corporea imbelle, che la fe' costare di debol filo e caduco, con essa darmene il temperamento. Buon è però che s'è sfogata la mia passione nel culto delle lettere, che al cognome dan pur del nome, onde per tale onore non tanto si dolgono i congiunti miei in sangue, parenti tutti de' fatti miei.
Mi dò a credere che il signor Pretore e signori deputati con esso della Senatoria Biblioteca, rimasti ora contenti d¢ aversi cattato finalmente tutti i miei libri di sopra donati dietro alle spesse imperanti premure per essi fattemi in tanti anni e replicate volte, arrivando col tempo appresso a conoscere il peso del dono che a lor s'è reso, ne vogliano gradire l'uffizio filiale che ha stimato prestare alla Patria un buon patriotto come sono io, e che li prego perciò a farne stima che vi conviene e cura ne avessero di custodirne l'essenza in luogo separato assegnato particolare, ove serbar soglionsi i gelosi manuscritti, essendo un mobile d'illustre marca, colla prevenzione insieme di fare stare di persona de' custodi bibliotecari su le teste d'ognun de' singoli che ne vogliono consultare le opere, acciocchè taluni di costoro come ignoranti non ne possano strappar li fogli, e sommamente poi dai fogli sgreppar le figure e miniature, che con non puochi sudori della mia mente ho formate e delle quali di paro, quai segni nobili e dilettevoli, i libri tutti son riccamati, deformandone così la vaghezza e lo spirito di qualche parte, castrandola all'assonto.
Ciò tanto io avverto con somma premura a questi signori deputati, come scottato sentomi bastantemente dell'inclemenza che ne ho patita io stesso autore con parecchi di quei che han volsuto scartabellare tali miei libri in casa mia propria, già divenuta semipublica libreria mercè l'invito da me fatto in stampa a studiosi, col pretesto di diligenziarli eglino pe' lor interessi, fra quali persone, ch'è quel ch'è peggio, vi son state persone nobili da me colte in fallo, benchè compatibili per l'ignoranza prevaricata dal diletto delle pitture, non avendo conosciuto il pericolo di cader infamemente nella viltà di commettervi una birbantata e la vergogna di un gran delitto.
Li manuscritti son sacrosanti e sono i mobili più preziosi che possa per sè tenere la casa celeste e appo noi più terrena delle divine Muse, onde non debbon passare nelle mani per nessun conto e confidarsi a chiusi occhi a chi che sia senza riserba di persona che vuol toccarli, giacchè per lo più vuol esser costui curioso amante di pescarvi sol del cattivo e ladro forse venale mandatario di litiganti. All'erta, dunque, si dica, per tai furti e ladroncelli, e incessantemente di giorno in giorno, diuque noctuque, si dica all'erta.
E tanto basti per questo avviso, mentre s'è indrizzato il tutto al giudizio de' letterati, quali sono i bibliotecarij, a cui pauca satis ed il minus dicere sarebbe assai disdicevole, torto facendosi al lor buon nome e virtuosa fama, che li fa meritevoli de' pieni ossequi e della più alta appo tutti venerazione.
CARITÀ ECCE HOMO E COMPAGNIA
Seguitando poi lo stesso paragrafo di legati testamentari disposti nelle antecedenti tavole, venghiamo al negozio de' legati pij che sento fare a gloria di Dio e per il bene dell'anima mia.
Ho legato e lego primieramente al SS. Ecce Homo della Carità onza una in denari in piccol segno di devozione che asseverantemente ho portato in vita a questa miracolosa immagine, nonchè per averlo servito nella cura della di lui Compagnia, che vien detta, come sopra, della Carità in questa Palermo, con tutta sempre la mia famiglia, che già son due secoli che ne tiene la fratellanza e ne ha tenuto altresì il governo per cinque tuttora capi di Casa Emanueli, come ministri di essa e superiori, ma quanto più per le grazie che il Divin Signore ci ha fatti ne' nostri pericoli di vita, accettati avendoci per suoi schiavi, sebbene indegni, col presentarci morto sul monumento ch'è il vero proprio stemma della nobil congrega.
Ho legato e lego al Regio Albergo de' Poveri di questa metropoli onze quattro per limosine alli RR. PP. Crociferi e a coloro di persona che mi faranno la carità di assistermi e sollevare le aungustie dell'anima in quei momenti di agonizzare.
Lego parimente al mio padre spirituale e confessore onze due pro bono amore e in discarico, sebbene minimo, della bontà e pazienza che per lungo tempo mi ha usato nel compatire le mie vergogne e perdonare li peccati in Dio. E qual'ora, in punto di tagliarmi il filo di vita la fiera Parca, penso di testare una schedola e a lui consegnare in augumento del presente mio testamento, firmata di mia mano e sottoscritta, prego detto mio confessore a farle dare esecuzione puntuale dopo il mio fato, quale credo di non ripugnarsi dal mio erede.
Ho legato e lego onze venti di messe per l'anima mia, da celebrarsi in altari privilegiati da santi e venerandi sacerdoti, de' quali voglio che per onze sei ne fossero celebranti li RR. Padri Predicatori della casa e chiesa di S. Domenico, dove si trova a riposare il mio corpo. Ciò però vaglia quante volte ne vogliano accettar l'offerta quei buoni padri e a loro elezione eseguiscasi.
SERVITÙ DI CASA
Lego inoltre, io testatore, a tutti li miei creati e servi maschi e femine di mia famiglia, così della sala alta che bassa, giorni quindeci di razione, per dare ad essi in tal modo una tale quale testimonianza della costante particolare stima ed affetto che alli medesimi cordialmente ho portato, attese la beneficenza ed assistenza amorevole da essi usata alla mia umil persona, alcuni de' quali già mi si son resi quasi parenti per la longitudine degl'anni di servigio che mi han prestato, mentre li più moderni di costoro non è meno del tempo del decennio che stan servendo, contandone gl'antichi d'anni quaranta e chi cinquanta.
lo poi soglio chiamare i miei creati col nome non solo di parenti, come sopra accennai, ma altresì col dolce titolo di figli, perchè, da me considerandosi lo stato di vita lor miserando e la loro naturale condizione al mondo di essere uomini a me in tutto simili e forse per lo più magiori e più nobili circa al talento lor personale, non debbo abusarmi della grazia ottenuta dal buon Dio di avermi fatto nascere dotato di beni di fortuna co' quali insuperbirmi e farmi bello di comandar tutti lor quanti.
Oh, quanta pena dall'uom si sente nato a servire, non vedendosi padrone di sua volontà! Oh, quanto è grave, giusta il Petrarca, il scendere e salir per le altrui scale! Oh, quanto è barbara, giusta i miei detti, la servitù e, oh, quanto è dolce la libertà!
È bene dunque usar grazia coi servi, portarci inver loro con carità di padri e compatirci alla fine reciprocamente gli uni cogl'altri gli umani naturali difetti che più delle volte detestansi nelle persone de' padroni che de' sudditi. Tanto prescrive nostra santa legge, e tanto natura ha prescritto all'uomo.
Nelle persone finalmente de' servi dee ravvisarsi la persona di Cristo, essendo che sono eglino gente assai povera, niente meno che quella de' poveri limosinanti ma liberi della città, anzicchè questi più bisognosi di quelli per la necessità che tengono di vendere lor libertà. Onde stimo esser lor dritto in che li padroni, oltre il salario che ad essi pagano, li considerassero nelle lor limosine. Non pochi per altro di signori pij viventi, nostri concittadini, cristianamente ed esemplarmente ciò stan pratticando, conoscendone il doveroso ufficio.
Il vero povero, a mio sentimento, sempre è colui che mette in vendita la sua persona col prezzo unita de' suoi sudori.
CAPITOLO DEL FISCO
Fo' alto finalmente al dire di questa mia postrema disposizione con far legato a not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo, che riduce nelle sue publiche tavole il contesto intero della medesima, onze sei per fattura e copia dell'istessa e per fattura anche e copia dell'inventario che farà detto mio erede universale.
Inoltre io testatore ho dichiarato espressamente e dichiaro che tutti li sudetti miei eredi instituti, chiamati e sostituti in questo mio nuncupativo e sollenne testamento intendo instituirli, chiamarli e sostituirli sempre qual'ora e sino a tanto saranno e si manterranno fedeli cristiani cattolici, obedienti ed osservanti li divini precetti ed il dogma e precetti della Santa Chiesa cattolica, apostolica, romana e saranno fedeli vassalli della Maestà del nostro invittissimo sovrano Ferdinando III e suoi successori in questo fidelissimo Regno di Sicilia e saranno obedienti alle sue leggi ed a' suoi ministri e non commetteranno, tanto per sè stessi, quanto per altra supposta o velata persona, alcuno eccesso o delitto publico o privato di lesa maestà divina ed umana o altro qualsiasi delitto publico o privato contra le leggi divine e della santa romana cattolica Chiesa, contra le leggi comuni e municipali di questo Regno di Sicilia, e ciò tanto vivente io testatore, quanto dopo la mia morte di esso, e tanto prima di adire l'eredità di me testatore e di mettersi in possesso de' beni ereditalij di essa, quanto dopo, e specialmente quelli eccessi e delitti che de jure meritano e seco portano la confiscazione del reo e complice, quali delinquenti o complici dell'accennati delitti intendo e fo' non comprendere nell'istituzioni, vocazioni e sostituzioni nelli sudetti miei beni ereditarij, anzi intendo affatto escluderli, come da ora per allora l'ho escluso ed affatto escludo; e se mai alcuno de' sudetti miei eredi, instituti, chiamati e sostituti in detta mia eredità sarà accusato, indiziato e prosecuto d'alcuno de' cennati delitti prima e dopo d'aver adito e possesso detta mia eredità, voglio, ordino e comando che l'accusato, indiziato e prosecuto sudetto sia e s'intenda diseredato, escluso ed affatto spogliato de' miei beni ereditarij per anno uno prima d'aver meditato e commesso il delitto sudetto, siccome io testatore ora per allora lo diseredo, escludo e totalmente lo spoglio della successione de' miei beni ereditalij, come se mai fosse stato instituto, chiamato e sostituto in detta mia eredità. In qual caso voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditalij succeda e sia e s'intenda sostituito in detta eredità l'immediato chiamato e sostituto dopo la morte di detto accusato, indiziato e prosecuto, e che questo senza autorità o decreto giudiziario e di propria autorità s'immetta subito nel possesso de' sudetti beni ereditarij e percepisca intieramente li frutti dell'eredità sudetta eziandio pendenti e li decorsi delle rendite maturati e non esatti, sino a tanto che l'accusato, indiziato e prosecuto sudetto sarà dichiarato innocente, ovvero totalmente assoluto e liberato. E voglio, ordino e comando che detto accusato, indiziato e prosecuto, dal giorno che sarà dichiarato innocente overo totalmente assoluto e liberato, sia restituito nella sua instituzione, chiamata o sostituzione, e che ritorni a possedere li sudetti miei beni ereditarij o percepire li frutti di sudetta eredità eziandio pendenti e li decorsi delle rendite maturati e non esatti.
E voglio, ordino e comando che detto sostituto che per causa della sudetta sostituzione del suo antecessore avrà successo in detta eredità in luogo dell'accusato, indiziato o prosecuto, nel giorno stesso che quegli sarà dichiarato innoccente o affatto assoluto e liberato, immediatamente e senza veruna dimora abbia e debba restituire a detto dichiarato innoccente o assoluto o liberato l'intiera mia eredità e beni ereditarij senza diminuizione o deduzione alcuna, una con li frutti pendenti e decorsi delle rendite, maturati e non esatti, ad esclusione de' frutti effettivamente percetti nel tempo di tal prosecuzione, e voglio, ordino e comando che così si osservi in infinito ed in perpetuo ogni qualvolta succederà il caso sudetto, e non altrimente.
De crimine vitae libera nos Deus Israel et de mala cogitatione contro Caesarem.
E questa è la mia ultima volontà ed ultimo testamento, che voglio che vaglia per testamento nuncupativo e che, se per tale non valerà, vaglia in quello miglior modo e forma che de jure potrà e dovrà valere, e non altrimenti, purchè sempre si dasse retta senza la minima alterazione a cordiali voleri e sentimenti d'animo, che finora ho qui dichiarati, espressati per me e fatti intendere in tutte le maniere.

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