De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

AUTOAPOLOGIA

(LA MIA VITA, LE MIE VIRTÙ, LE MIE OPERE)

Francesco Maria Emanuele e Gaetani

marchese di Villabianca

II

ORAZIONE FUNEBRE PREVENTIVA ALLA MORTE,

CHE SI HA FATTO EGLI STESSO PER LA SUA PERSONA

RESTANDO ANCOR TRA I VIVENTI, IL VILLABIANCA,

E CH'EGLI INSIEME FA DIFESA A SE STESSO

PER LA NOVITÀ DEL FARE DI DETTA ORAZIONE,

DICITURA TUTTA QUANTA DELLA SUA PENNA

DIFESA DELL'AUTORE APPO CHI LEGGE
L'autore della funebre orazione che dee dirsi in morte del conte Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, è l'istesso conte marchese d'Emanuele, cioè che io Villabianca medesimo in essa, or qui scrivente sotto il nome anagrammatico di Arfeste Eummel, preventivamente fo a me difonto, e alle celesti non mai comprese maggioni trapassato dicomi.
E come andar ciò? Egli è possibile tal cosa pratticarsi dagli uomini, cioè che a un vivente si facci l'orazione funebre e allo stesso vivente ancor di sua mano farla a se stesso, mettendo avanti le proprie sue doti d'animo? Sembra all'istante ardita la causa, stravolta del pari, e da guasta fantasia prodotta. E pur questo è vero, e tanto si ha nel presente mortual panegirico, e lo so benissimo che laus in ore proprio vilescit, e so anco l'avviso d'Ovidio, quando cantò nelle sue Metamorfosi, lib. 3, v. 132, appo me, t. 2°, f. 96:
Expectanda dies homini dicique beatus
ante obitum nemo supremaque funera debet.
Pur tuttavia, non è quest'affare che all'impiedi condannar debbesi. Ha delle sue eccezioni. Tiene capo di bastante difesa la stranizzata azzione, e 'l di le assonto in qualche maniera va a qualificarsi. Eccone dunque la occasione che frapposesi a meditarne l'impresa.
Eravi meco mostrandosi il dotto buon patriotto canonico Tommaso Angelini della donazione da me pensata fare post funera di tutti i miei parti letterarij editi e non editi alla Biblioteca nostra senatoria in servigio della Patria e de' scienziati miei concittadini. Egli, come custode della medesima studiosa Casa e primario insieme istitutore, per onorarmi si lasciò uscir di bocca di volermi comporre una loda accademica e farla cantare, presente anche a me, in una adunanza letteraria, secondo dagli accademici del Buongusto una volta fu fatto col fu abbate Arcangelo Leanti, in contingenza d'essere stato salutato in Regno col titolo e posto di regio istoriografo.
Se da me non accettata venne tal rimostranza nello stato di vivente, mi fu gradita però moltissimo in quello di trapassato. E perchè volle egli da me istesso la nota dei decorosi documenti con che ammanire la sua orazione, non potei fare ammeno di non contentarlo in tanto punto, avendone io graziosamente di già accolto l'offerta. Or, nell'atto di raccogliere i punti, sebbene di poca considerazione, del piccolo bene da me operato, mi saltò in capo la fantasia di fare delle mie gesta una storica orazione, scompagnata però d'arte oratoria, di cui va scarso il mio talento, e che è quella appunto che qui vi siegue. È certo intanto che ne potea io far di meno, bastato avendomi coll'amico Angelini un breve semplice dettaglio e d'informe confessionale, ma la debbolezza di vanteggiar me istesso e la celatezza per altro che da per se stessa richiede la faccenda, cioè che non era il caso di publicarsi tal loda a' miei giorni, restando essa per monumento di scrittura privata di casa, mi persuasero e indussero a ciò pratticare.
Che si vuol fare? Per la varietà di pensare, il mondo è bello. Si danno tal volta tali umori tra gli uomini, che per la forza immaginativa dell'amor proprio e per la passione dominante di comparirvi lodevole, e vivi e morti, a questi fatti declinar veggonsi e si fan discendere poi francamente, senza badare punto a tutto altro che saporasse di inconveniente. Ma quante volte poi da costoro, signoreggiati da questo spirito, ciò tanto venire esseguito, sebbene con candido consiglio, senza ledere punto i suoi simili, ma sol per infondere novelli onori secondo il lor pensare ne' gradi de' figli e tardi lor posteri, sono degni eglino di qualche scusa e di ascoltarsene benignamente l'eccezzioni.
Or tal carattere innoccente pomposo dalla natura venne a toccare a me Villabianca, se per sorte o per disgrazia che no 'l so dire, e fu quello appunto che ebbe sempre di mira l'ago di tramontana di lasciare a' succedenti di casa, nell'atto di benedir me stesso con queste tele di orazioni, scorrette o senzate qualunqui vogliansi, monumenti ben degni de' lor natali per imitargli nelle virtù, anzichè recare al mio personale unicamente decorazione, come a prima vista o in astratto si va ad apprendere.
Ed ecco l'arringa di questi miei trasporti di sì fatte seguite fantasie. Oltre le pompe e i vanti che han dato le stampe alla mia persona su parti letterarij in varij argomenti, che non son pochi, unitamente a quelli degli altri autori che per lor bontà fansi encomiastici del mio umil nome, e a' carmi altresì dell'aonio coro in tutte quasi le accademie della Sicilia nelle quali ho avuto luogo di far recite, occupandone i primi gradi ed onori, han concorso di molto al mio vaneggiare; le monete parimente con esse, che al mio fasto sacrate e coniate corrono in oro ed argento, sono stati pregi di non pochi piaceri prestati al mio naturale ostentoso intendere; parecchie pitture in rami e in tele, seguiamo a notare, che del mio volto portan l'effigie, fatte far da me istesso o da taluno de' dotti miei amici, per metterle nelle dediche fattemi di loro opere; la vita che io medesimo mi scrissi e non lascio di per me puntare coll'istessa iniziale voga sino a quell'ora che dal clemente Signore mi sarà concesso di stare in terra in mezzo agli uomini, e 'l mausoleo marmoreo finalmente che, anni sono, magnificamente mi fabbricai con elogij e trofei nella real basilica di San Domenico di questa capitale, mia patria, mi fan colto autore tutti quanti essi capi del visionale istesso della presente novità, che muove funerali viventi.
Cosa dunque mi restava di fare dietro a tante opere sovra arringate, alla veduta del prossimo morir, che attendo a causa degli anni troppo senili che mi condannono? Ella è appunto l'orazione funebre o sia notula di documenti richiestimi dal mio amico Angelini, che in questi fogli io fò parlare, facendola finale ed ultima delle vanità e capricci fantastici, ma virtuosi, che mi ho passato finora, caduco essendo in questa caduca lagrimosa valle.
Sic est, decipimur, quodcumque videmus inane est.
Est speciem somnii praetereuntis habet.
Per la quale cosa, per altro, ho l'ardir di dire d'essere ella la più propria orazione, se bene non lucida, d'oratorij ornati che poter fiansi in questo genere a defonti, perchè prodotta dalla mano istessa e dalla vivezza maggiore de' sentimenti animata, che può influirvi la mente dell'autore istesso, che in essa dovrà un giorno estinto far di sè la triste scena.
L'aliena penna certamente non puotrà mai pingere miglior di colui ch'è il pittor di se stesso e dar nel segno in cui coglier debbono gli argomenti lugubri di simili nobili dimostrazioni. Ma, dicasi quel che si vogli su tal far bizzarro, mai e giammai con esso ho inteso infliggere offesa al prossimo, la minima che già si fosse; ma se ha luogo la censura degli invidi Aristarchi e la emenda qualunque siasi dovuta su tale articolo, il male l'ho fatto a me stesso, mentre verrò a rubricarmi reo di ambiziosa vanità e di mancanza pure di non usata modestia, indifferenza e rossore nell'encomiar il mio medesimo individuo.
Con tutto ciò, facendo io i miei conti su questa cura, giustamente lusingar debbomi di sortire essa opera qualunque apprendasi sempre valevole e fruttuosa per i miei interessi e non disutile e stimata cosa di perdita di tempo, mentre che per la medesima non lasceranno di ricordarsi i figli e tardi nepoti, secondo vorrebbe la gratitudine, della persona del loro padre, del loro avolo, del loro benefattore in ultimo nelle vegnenti mondane loro vicende. Appo gli antichi romani fiorì il costume di cantarsi ne' conviti i magnanimi fatti de' loro antenati, perchè la gioventù si rendesse invogliosa all'amore delle scienze ed opere virtuose.
Chè se poi finalmente l'ammannita presente orazione sì o no si reciti ne' funerali che alla mia morte converrà far fare, secondo appresso passo a riflettere a quei miei congionti, non tenendo conto della mia fredda salma, non mica punto me ne dò briga. A me sol basta l'averla disposta e lasciata in carta, inserta ne' miei Opuscoli palermitani, e non più di tanto io pretendo, anzi me ne dico molto contento. Vanità questa per altro è ella che non altrimenti darassi meno di non dirsi costar di preggio e di virtuosa marca, pella di cui esercitazione e pella di cui gloria il tutto far lice, senza riserba. E infatti taluni grandi uomini dell'età passate prima (oh, quanto di me per li pari portati capi di virtuoso immaginare!) si han dato in vita l'istessi elogij funebri, epitafij e marche che altri scienziati estranei in morte per loro merito li dovean prestare. Sicchè sul testo di esempij così autorevoli posso dire francamente di esser io non l'unico e senza compagni da mal intesa vanità sorpreso in queste luttuose preventive comparse, ma li migliori di me, come sopra toccai, l'hanno osservato tal'ora con buon successo ed approvazione de' dotti.
Ed ecco il lungo catalogo de' grandi uomini e letterati che a questi fogli illuminatamente fo' seguire, appresso situati ad ordine alfabetico, onoratisi viventi eglino stessi colle marche onorevoli de' ritratti in rami, in monete, monumenti ed elogij, e di farsi autori finalmente della storia della propria vita scrittasi essi stessi colle lor mani.
Posto ciò, adunque, pell'attuale così mio fare chiamo da tutti in qualche maniera compatimento. Egli è candido, innoccente in tutto, non fa male a nessuno, come sopra mi protestai, e scevro di superbia affatto, capace solo di recar del bene al mio diletto presente e lontano parentado. Il ricordarmi poi al tempo stesso di miei novissimi, che da un seguace del Vangelo credersi debbono, e l'aver presente di continuo alla mente l'aspetto terribile della fiera Parca, che certamente un giorno reciderà lo stame di vita con cui have i suoi giorni la mia umanità, è parte di cristian cattolico ed è cosa lodevole e mai detrattanda, come si vuole dai forti spiriti del nostro sedicente illuminato secolo.
Mors tua, mors Christi, fraus mundi, gloria Coeli,
et dolor Inferni sint meditanda tibi.
Vita brevis divinus amor terrorque Gehenna
haec tua si recolet labe carebit homo.
La fatiga finalmente della presente dogliosa laude che al mio nome io stesso porgo è un capo di piacere (non può negarsi) che sente il mio animo nel vedere cogli occhi della vita, e non con quelli della morte, l'onorato spettacolo che un dì, reso esangue, io posso attendere da' miei consanguinei per rispetto non solo del mio personale, ma quanto più per l'onore di loro stessi e della famiglia Emanuele, del di cui cognome, grazie al Cielo, a fronte scoverta sull'universale ceto patrizio della Sicilia tutta e altrove ancora ne posson dire le distinte illustri regie anticaglie.
Questo compatimento e manuscritto non vi è paura di darsi alle stampe, come sul principio avvisai, e perciò ne lascio la cura a chi conviene o di farlo stare sotto la polvere, sempre che inetto si reputasse, o farne uso pel publico studio, qualora tenesse il grado di rispettabile.
Amico lettore, ho detto e non passo avanti, lasciandoti intieramente la libertà di giudicarlo come ti aggrada, e ti dico addio.
PROEMIO
Non habuit virtus pignus amabilius
Il desiderio al mondo di volersi ognuno dar vanto di amore ed accogliere virtù nel seno, ch'è l'immagine di Dio, anzi la stessa divinità tra' mortali, nasce coll'uomo, naturalmente s'impasta nel di lui spirito, e in conseguenza non può darsi uomo che non ne tenga l'ambizione di conseguirne il talento e ardentemente amarlo pe 'l lustro e titolo di sua persona. Ordinariamente però s'infonde sì fatta dote della virtù con maggior vivezza e generalità nelle alme grandi che son nate di chiaro sangue, che non lo fia nelle altre secondarie che da schiatte inferiori tengon suo nascere. Trova viva la virtù in esse alme nobili parte di quella fiamma che per fasti di gloria brugiò un dì ne' petti de' lor maggiori, e, come tale, lusingasi di proseguire ella lungamente l'esercizio, anzi vieppiù vivificarvisi, trovare in quelle sempre più assidue l'adorabil suo culto.
Se ciò sia vero ce l'insegna l'esperienza appo la storia di tutti i tempi, cioè che nel teatro di questa terra han fatto alta comparsa d'uomini grandi in maggior numero e più eccelso grado le persone nate di nobil stirpe che quelle sortite d'ordinarij legni. Un di costoro di tali grandi uomini in tanto fu Francesco Maria d'Emanuele, conte marchese di Villabianca, signore del castello di Mazara, del suol sicano pregio ed ornamento, e particolarmente del nostro panormeo, che su quelli sta principe, da voi troppo, troppo conosciuto, o signori, magnati, patrizij e nobili, con qui presente quanta altra siete onesta gente, giacchè familiare sempre meco voi l'aveste con piacevolezza, decoro ed umiltà di trattare, signori, dico, che vi degnate ascoltarmi su questo pergamo e al mio dir fate cerchio d'onore.
Egli fu grande pe' suoi natali e fu grande per la sua virtù. Son poche ore che si è partito da noi e a tutti i suoi simili ei disse addio, e però la sua perdita compianger deesi universalmente dai cittadini e dagli indigeni ancora per sì fatte singolari qualità che 'l coronarono. Ed è pur dovere che le sue virtù e i rilevanti servigij fatti alla Patria, come appresso noveremo, si commendino incessantemente in questo e in altro luogo, e come gesta di buon glorioso si tramandino alla posterità della gloria, perchè i buoni se ne compiacciano e se ne propongano l'esemplare e gl'invidiosi se ne attristino ed a fremer se ne passino.
Per la grandezza cumulatamente, quindi, di sì fatte doti di virtù e natali, che a sè, insiem congiunti, gloriosamente ritrasse, ci si fa avanti agli occhi nostri la gran comparsa, oggi, e funzione di lutto, sebbene assai inferiore al suo gran merito, in questo regio gusmano tempio, nel quale, in mezzo dell'echeggiare di ogni intorno la voce flebile di ognun di voi nell'applaudire al sacro promesso detto del laudemus viros gloriosos et parentes nostros in generatione sua, mi dò la pompa d'esserne uno de' costituenti la loda colla penna e colla lingua, quantunque d'afflitto misero oratore: Carmine et lacrimis parentare extremum officium est.
La di cui estinta or fredda salma che voi toccate, in riguardo del punto della dignità de' natali, salma nobile che jeri notte esalò lo spirito, sublimata restasi su la più alta vetta del presente di morte anfiteatro eccelso, di cipressi ricolmo messi in argento, con stemmi, emblemi ed epitafij, e di fiaccole insieme funeste ricco e lumeggiante a giorno. Serve ella di scabello alla fiera Parca, che su d'essa trionfante posasi, e, di quella salma tenendo in grembo il gonfio fardello, delle di lei virtuose gloriose doti ce le espone superba per marche de' suoi trofei.
Or per sì fatto personaggio appunto la vaga mostra di questa basilica trasfigurata vedesi nel suo splendore e, fatta pallida in pietoso aspetto, non più di gioia, ma di tristezza alla mente ci manda idee. Li ricchi panni e intersiati di colori argentei, gaij e vermigli, che per l'avanti già la vestivano, ora li veggo cambiati in bruni e di doglie e di gramaglie di paro le mura ingombre. Gli musicali concerti delle corali melodie festive, che frequenti insuonavansi pe' divini salutari uffizij, sacrificij e bandi, sentonsi ora cantanti bassi e sonanti sordi, che ci muovon gli affetti al pianto. Tutto, in sostanza, è orror di morte, tutto in sostanza luogo di pianto, sebbene il tutto in mezzo dell'ordine e in mezzo del fasto qui si raggiri.
Pella grandezza indi del nostro difonto, in riguardo al titolo della virtù, dee dirsi come la maggior pompa e la più brillante marca, che fa più sollenne, quantunque lugubre, questo spettacolo, si è il vedere cogli occhi della mente e della fama su i popolari suffragij cinto il gran uomo e raggiante appieno dell'aurea fascia del bel sole di sì fatta dea, per cui grande in tutto appo noi mostrossi e per cui, esente del letal squallore, ancor vivente tra noi si aggira, non vinto mai, ma vincitor di morte. Gli uomini surti di magnatizia, anzi di regia superba sfera, che di grandi di terra il nome tengono e di gran signori, morir sogliono tutti e poi tutti immediatamente dopo l'esequie e la memoria loro se 'n va a perire dietro al suono e tuono de' sacri bronzi. Ma, poi, coloro che alla grandezza de' natali l'eccellenza della virtù accompagnano, dello stellato manto di essa lei cuoprendosi, oh! sì che si possono dare il gran vanto di salutarsi veri grandi uomini, e con ciò sopravvivere al mondo e nel teatro della fama ancor trapassati, grandi quai furono, pella perenne ricordanza de' secoli.
Virtus sola perennis effugit extremi tristitia fata rogi.
Or questa appunto qualità immortale con sommo nostro godimento verificar traluce, tale quale è stata sopra definita e dipinta, nella degna persona del nostro estinto cavaliere, mentre nel di lui petto generosamente allignando la virtù più solida in tutti i suoi rami, non ebbe ella pegno in lui più degno che per sè fosse più caro e amabile. Non habuit virtus pignus amabilius: motto preso dalla prima medaglia che sul 1754 per di lui onor massimo in oro ed argento coniata venne in Palermo, e motto questo che prima voce gridar vi femmo facendo capo all'orazione.
Spuntato a vivere il nostro grand'uomo per accidente suo fortunato o sia desio del Cielo e per gloria può dirsi del suol di Oreto in questo infelice mortale albergo del lignaggio illustre e regio ancora d'Emanuele, ch'è un de' patrizij, anzi magnatizij, della Sicilia nelle città di Palermo e di Trapani, di cui ora la fa da principe, in retaggio la virtù in esso con più genio infusesi, giusta li miei accennati riflessi, sovr'altri spiriti, comecchè nato di così chiara sublime stirpe. E però, rammentandosi egli de' suoi doveri appo la benefica natura pe 'l ricevuto dono, procurò adorar sempre e mai sempre la virtù del suo animo, coltivandone il prezioso talento con maggior studio, veemenza e lena che non si ha nel fare ordinario degli uomini. Esemplarmente quindi ne traficò il capitale per trovar fortuna, quale cattossi con tanto lucroso per sè successo, appoggiato all'ombra di detta dea, che arrivò a reputarsi di comune consenso tra i cittadini compitamente uom grande per nobiltà e virtù.
E, in verità, fu egli grande, pel bene prima della sua anima, grande pel vantaggio di sua famiglia, grande finalmente pel servizio alla Patria, che sono i tre capi appunto del presente nostro ragionamento, apprendendoli da S. Dionisio cartusiano, quando ci fa sentire il seguente elogio: Vir magnus in vita sua, magnus in officio suo, magnus in Patria et sapientia sua.
PRIMO PUNTO
Vir magnus in vita sua
Pel bene, dissi, dell'alma, primo punto, che tocca il vir magnus in vita sua, come sopra sta scritto, per lui su tutt'altro professar videsi la virtù in Dio, con che assicurarsi la speranza eterna, che l'uom dee fidare per felice rendere (in) eterno il suo spirito. Questo fu il primo scopo del suo consiglio, apprendendolo in quel momento in cui fe' uso di sua ragione dalli furon piissimi marchesi Benedetto Emmanuele, ex capitano di Palermo, e Cassandra Gaetani de' principi del Cassaro, che il mandarono alla luce il dì 12 marzo 1720 in questa oretea palermitana metropoli.
E in verità non vi è altro mezzo in questo nostro passagiero ospizio a tergersi dagli occhi il pianto che leggere in Cristo la sua morale e serbar sempre nell'alma e il cuore il santo timor di Dio. Su tali poli porterem noi mortali più che sicuri li nostri passi al Cielo, la navicella di nostra salma in porto, e così darem pace in qualche maniera alle pene e fatighe di questo tiranno traditore mondo.
Battendo quindi il nostro trapassato la sì fatta via della salute, era sua cura tosto sul far dell'aurora alzar la mente al suo Creatore con orazioni mentali e vocali preci, e a cui umiliandosi qual peccatore, prostrato a' piedi del Crocifisso nel suo genuflessorio domestico, chiedeva perdono delle sue colpe colla recita del Miserere e con funicoli di disciplina, sciogliendogli insieme voti di grazie per riceversi beneficij e misericordie. La Regina del Cielo al tempo istesso invocava, Maria Santissima, tesoriera de' divini doni, unitamente all'angelo e santi suoi tutelari, la protezione de' quali pe' bisogni suoi spirituali e temporali efficacemente implorata giornaliera per sè volea. Officiate indi e finite di orare tali devozioni, ecco che la chiesa e case di Dio qualunqui siansi aspettavanlo infallibilmente ogni mattina per presentarsi al divin sacrificio, chè parecchi e parecchi solea adorare, nonchè per far corte spirituale alla coronata Vergine del Paradiso e refugio de' peccatori, che ei riveriva come sua signora e madre in tutti i momenti di vita, salutandola tre volte il giorno: all'aurora, il mezzodì e nell'ora dell'angelica salutazione.
La chiesa parrochiale di S. Giacomo la marina, in cui bevè egli le sacre acque della salute battesimale, e 'l tempio di S. Domenico insieme, in cui egli, memore dell'ultimo destino, si fe' vivente (già son degli anni) la triste tomba nel sacello del titolo di S. Rosalia, che in bianchi marmi rilevata vedete nobilmente colà, o signori, erano siffatte due chiese luoghi fissi assentati della sua cotidiana cristiana assistenza e religione. Nella prima di S. Giacomo sciogliea i suoi voti all'adorabile Sacramento dell'altare con più salmi ed inni, e nella seconda di S. Domenico prestava le dovute laudi alla gran Signora del Rosario, di cui ne fu sempre divotissimo oratore. In esse chiese quindi la frequenza celebravavi de' sacramenti di spiritual salvezza nelle festive ricorrenze dell'anno, e spezialmente in S. Domenico, giacchè la grazia della penitenza qui ricevea da un padre religioso assai dotto, di questo chiostro domenicano alunno.
Per tutti i giorni della settimana lo vedeva il popolo nella visita delle quaranta ore circolari della città, nelle quali l'eucaristico divin Signore assiso restando in trono di grazie scoperto a tutti, da lui sperava certo il perdono delle sue debbolezze e traviamenti di umanità. Fatti i negozij temporali, tornato in casa, solea ascoltare per altra volta dal cappellano domestico l'istessa divina laude della santa Messa nell'interno oratorio delle sue stanze, glorificando in esso la SS. Triade con trenta Gloria Patri e la Vergine Madre unitamente onorando colla preziosa corona del Rosario. Oltre ciò, può dirsi che, per la devozione stessa di Maria Santissima, che a un cristiano è necessaria per la sua eterna sicurezza, non lasciava di portarsi ogni sabato della settimana in S. Francesco li chiovara, per adorarla particolarmente nella cappella senatoria, in cui essa diva va a venerarsi sotto il titolo della Immacolata sua Concezione, portando anche in questo giorno il cilicio su le nude sue carni per farsi credito in qualche maniera de' rigorosi discorsi che una volta dovea prestare all'eterno suo Giudicante.
Colla lezione poi finalmente retorica, che ogni giorno si facea ricorrere da un suo manuense, buon cristiano di vita di santi e di varia insieme onesta erudizione, così occupava le ultime ore del giorno, a cui dava termine collocazione mentale e coll'esame di sua coscienza. Sotto quali atti prendea riposo nel suo piccolo commodo per dormir nel Signore, come sperava un giorno ciò effettuare, dando alla natura l'ultimo addio e 'l respiro estremo della sua corporale soluzione.
Dall'osservanza de' religiosi precetti, che sono stati da me finora dettati in rapporto a Dio, va inseparabile la prattica delle opere di misericordia, che son le virtù cristiane (in) rapporto al prossimo le più giovevoli e le sole ricercate all'estremo de' secoli dal divin Giudicante, perchè l'uom possa in quel dì rendersi meritevole del celestial favore. Ecco dunque il nostro marchese, tutto intento a tal pio consiglio, sperimentarsi prontissimo in ciò esseguire.
Popoli, ditelo voi, riguardo a queste opere di misericordia e di tutte quelle altre che spirituali si appellano, delle quali ora dò la parola, quante volte egli fu a consigliarvi e a insegnarvi nelle vostre critiche occorenze, vi ammonì negli errori, vi consolò afflitti, e sopra tutto vi perdonò le offese che gli schiaffaste talvolta nelle umane vicende, studiandosi violentemente darle all'oblio, anzi, volendovi per indi amici e fratelli, procurò sempre di ricolmarvi di favori e doni. Questa fu l'opera a sè più diletta, giusta il dimittemini del Redentore.
Poveri voi che tacete, scendiamo alle corporali, e voi, o signori di questa udienza, ancor voglio per testimonij in questa mia causa. Quanti di voi miseri foste alimentati con larghe limosine che fin'oggi seguite a godere, prendendole da questa sant'alma come vitalizi assentatarij di Casa. Non poche orfane per lui conoscon lo stato di coniugate e sussistenza corporale, alimentate dai legati che lor qualche volta solea egli communicare di sua pecunia, oltre alle tante e tante altre simili miserabili che per ragion d'uffizio con pingui legati fu a consolare.
Infelici uomini, che per disgrazia giorni menate di pena al mondo e che siete i più veri naturali popoli di questa fatale lagrimosa valle, il nostro pio uomo non disdegnò mai di associarsi con essi voi e familiarmente discorrere su de' vostri infortunij. Vi visitò ne' spedali, vi visitò priggioni, vi sciolse dalle catene, assistendovi ne' primi per lenire alquanto i vostri dolori e ne' secondi tra delle carceri per darvi il pane ogni mattina, senza mai mancarvi per lunghe eddomade, protegendovi fino ne' tribunali.
In esse opere, però, convien dire come per sua buona sorte avere egli avuto luogo di più lampeggiare in misericordia e sfogare senza limiti l'ardente sua pietà cristiana sopra ogni altro fedel cattolico, mentre in esse non solo vi si presentava qual semplice divoto cittadino, ma come rettore e curatore delle medesime, destinatovi più volte dal Governo e dal Senato eccellentissimo, siccome a suo luogo e al capo 3 comproveremo.
SECONDO PUNTO
Vir magnus in officio suo
Il culto in seguito della virtù di cui il nostro difonto fu zelantissimo esemplare alunno (ed ecco noi entrati nel secondo punto di questi elogij) fu quegli che lo rese grande in famiglia Emanuele Villabianca, lodevole benefattore ed onore non ultimo di suo retaggio. Lo professò egli colla pazienza e coll'esempio.
Parimenti senza turbarsi venne a soffrire le lunghe spinose liti dalle quali fu assassinato come fresco capo di Casa dopo la morte del suo genitore. Queste eran tarli che portava il legno antico del suo casato, onde bisognò nettarle e farle fuori per non passare avanti ed infettarne di peggio il tronco. Intanto però fu d'uopo subir la pena di grosse spese, estenuando la sua bisogna, e a' fieri litiganti che l'opprimevano per cause ingiuste, o giuste forse, che lo sa Dio, contribuire talune tangenti di considerabili rendite o interessi a fin di fermarle e non portare avanti le rovinose lor conseguenze. Buon è però che queste perdite risarcite gli vennero dal clemente Dio, che fe' cadere sua grazia sul di cui buon vivere cogli acquisti di larghi beni che posteriormente cattossi egli col senno e colla mano, come appresso seguendo vengo a presentarvi.
Maritato che fu, sotto il quinto lustro della età sua, colla pia vivente matrona Zenobia Vanni de' marchesi di Roccabianca, Iddio gliene benedisse il maritaggio colla pace di casa e con numerosa prole. Uxor tua sicut vitis abundans in lateribus domus tuae et filii tui sicut novellae olivarum in circuitu mensae tuae.
Questa pace egli curando e questa prole quindi instruendo con saggio onorato studio in tutte le cose, regolamento d'ore poco men che gloriosamente ei maneggiava qual di lei esemplare, cioè col mostrarsi in casa appo tutti i suoi familiari la norma e specchio della onestà, umiltà, verità, puntualità e pienezza santa di costumi, perchè vivessero tutti i figli e domestici da lui ingombrati da cristiani cattolici, conformi a lui iuxta legem e colla mente continua fissata all'eternità; gliene fruttarono in conseguenza il gran capitale di collocare le femine, non meno che del numero di sei, tutte sei in religione e nel monastero di Santa Maria delle Vergini di questa Capitale, con sommo contento delle medesime, giacchè veggonsi menare colà tutte quante esse vita angelica e care venire altresì a tutti pelle loro virtuose qualità.
Delle femine graziosamente a lato fu unito il maschio, e maschio unico, pel ben di Casa, decentemente oggi pur situato col dominio e signoria di due feudi nobili di regie investiture, detti di S. Bartolomeo e di Buscialca, con casale in esso, oltre tre altri feudi rustici detti di Cardisi vecchi e nuovi, posti ne' territorij di Caltagirone, Chiaramonte e Modica, recatigli in dote la vivente sua moglie Antonia Vassallo e Castelletti, principessa vedova di Bellaprima, baronessa eredera di S. Bartolomeo ecc., e con prole anche egli di successione in retaggio lasciatoli la fu Rosalia Vanni di Roccabianca, facendogli vedere il Signore nella persona di costui i figli de' figli in aumento della sua grazia e della sua divina benedizione: Et videas filios filiorum tuorum, pacem super Israel, continuando il dire dello stesso salmo 127.
Dopodichè il clementissimo Dio, non fatto stanco in beneficarlo, essendogli il datore delle ricchezze, volle coronarlo del bel titolo di acquistatore, in famiglia, ch'è il più invidiabile titolo da persone nobili nell'onorato cerchio degli uomini, donandogli assenti di feudi, rendite e cespiti.
Figli di Emmanuele, al vostro padre dovete il possedimento de' feudi raguardevoli di Cutò, Garofalo, Lucca o Catalanotto, Ramotta e Magna, che nel territorio di Partinico spaziar vedete, e anche può dirsi dell'avito saracenico dell'Albaciara esistente nel contado istesso, con inquilinaggio, per non dir vassallaggio, di 600 coloni, comprato avendoli egli tutti quanti essi con grossi capitali di contanti cumulati coi suoi sudori e 'l secondo conservando in retaggio, cioè dell'Albaciara, mercè le fatte virili difese e mercè le larghe effusioni subite d'oro per salvarlo dagli artigli rapaci di avare mani che a tutta forza ce 'l volean rapire. Quali feudi poscia sudecorati voi li trovate ora per l'aumento di vostra grandezza con titolo di novella contea in Regno sotto la dinominazione di Belforte al di lui merito pur li dovete, sortito avendone egli la real cedola dal regnante Ferdinando III, nostro sovrano, data in Napoli il dì 12 agosto 1779, esecutoriata in Palermo 21 gennaio 1780. E se accresciuti poi vieppiù li vedete di novelli verzieri, fabbriche, viali deliziosi, di strade ne' confinanti terreni, peschiere, corsi d'acque, pur dovete sì fatte alte opere al vostro gran padre.
Non è punto quindi fuor di proposito, per dar conferma di quanto ho detto, farvi ascoltare, cortesi uditori, per tai benfatti e onorificenze, parte d'iscrizione di un suo quadro inciso dell'immagine di esso marchese, che esiste nella torre dell'Albaciara, in cui leggesi:
Magnae, Cutodis, Ramottae, Caryophylli
ius sibi Franciscus comparat Emmanuel.
Quae feuda ab atavis umbrabat, lis rapere ausa est.
Bellavit, vicit, sacra redegit ea.
Quis neget haec magna? at quanto plus grandia in illis
quae ad Patriae cultum prodidit historiae.
La casa grande in Palermo vi va del pari in questo paragrafo commendatizio di ben fatte opere, che essendo ella propria già da due secoli ed anni de' conti marchesi di Villabianca Emmanuele, posta a Piedi di grotta, e divenuta ora per la sua opera un vero piccol palazzo di grossi signori, con due cortili scoverti che più solare la rendono, accresciuta di un tenimento di case in fronte dominanti il mare e di un novello appartamento altresì ampliata nelle camere principi, con stanze separate di biblioteca domestica, ch'è di libri molto referta e di libri anche di rango e spezialmente per storia di Sicilia, con largo archivio in essa di scritture avite di famiglia assai lumegiate, di fatti, assenti e giuliane, ed oltre a detta libreria quasi in ogni camera vi stan de' libri consimili al fare della casa del Magliabecchi, ornata rendendosi finalmente la stessa casa per d'ogni intorno di gustose meliorazioni alla moda, son tutti sì fatti capi e motivi di novella gloria e di onor coronale, che dovete dare al gran padre e che mai abastanza per sì tante gesta da voi, figli e nipoti, si potrà lui da voi lodare.
TERZO PUNTO
Vir magnus in Patria et sapientia sua
Pel servigio della Patria finalmente, che al terzo capo di questa orazione dolente viene a competere, professandosi virtù da questo cavaliere, che veramente fu grande in patria, mi si presenta materia tanto da dire, che, se fil filo volessi a voi ascoltanti farne l'arringa, stancherei di sicuro la vostra sofferenza e giammai per questa volta ne toccherei la metà. Bisogna quindi accorciare questa parte per quanto ci permette il tempo e toccar di volo le cose precipue che al nostro chiarissimo conte marchese Emmanuele si appartengono.
Servì egli primieramente il Paese e la Corona coi regij posti e uffizij varij di magistrature, sempre con lodi e sommo decoro di sua presenza. E a questi onori lo portò per mano la virtù, che, nel di lui petto albergando, del suo fare al sommo si compiaceva, essendo di lei proprietà il dar strada a' suoi allievi di grand'uomini nella gloria, giusta il dir di Bernardo santo: Virtus gradus ad gloriam, virtus mater gloriae est, sola est cui gloria jure debetur et sicure impenditur.
Servì il sovrano colle cariche di commissario generale in Partinico sul 1775 per gli affari assai interessanti di sanità, di amplissima potestà investito e col vices et voces principis, di protonotajo interino della Camera reginale di Siracusa sul 1766, di deputato indi perpetuo della Vicaria fin dal dì 6 marzo 1757, console priore del commercio appo il Supremo Magistrato nel 1779, di deputato governatore dell'Albergo generale de' poveri per due volte per gli anni 1761 e 1762, e di senator di Palermo finalmente per pari fiate negli anni 1775 e 1776, e negli anni appunto, è ben dire, se ne indossò la toga in che la carica di senatore fu instituita magnatizia tra il ceto nobile, in seguito de' novelli procedimenti che dal sovrano si diedero pello bene della città, a causa de' noti tumulti seguiti in essa nell'anno 1773. Pe' quali tumulti, a curarne il sussiego e farlo più stabile, sette eccelsi patrizij di conosciuta probità e talento prescelti vennero ed in consiglio molto autorevoli imponenti al popolo, che la sede senatoria allora formarono colla persona insieme del nostro defonto, circostanza questa che rese più accetta e decorosa la sua persona.
La Patria poi istessa, cioè la città principe nella Sicilia, che di Palermo dinomasi, restar videsi da lui servita per altre altresì secondarie cariche, e queste sempre portate una sopra l'altra con novella laude. Eletto egli videsi primieramente dal corpo nobile della cittadinanza per governatore della Compagnia della Carità sul 1750 e della Congregazione indi al 1762 dell'Annunziata della gran Casa olim gesuitica, composte tutte due queste Unioni di nobiltà sublime palermitana; mentre salutato venne dal Senato eccellentissimo per rettore titolato dello Spedale degl'incurabili per molte fiate negl'anni 1752, 1757, 1758, 1773 e 1774 e per governatore per uguali volte del Monte della Pietà, imgombrando gl'anni 1754, 1755, 1763, 1766 e 1767. Tenne egli in appresso colle dette Opere senatorie insieme la rettoria triennale dell'Opera di Navarro l'anno 1775 e 1789, per la seconda volta, e al pari di esse portò il governo di altre chiese e luoghi pii della città in numero, fra li quali la protezione una volta assunse dell'eccelso monastero di nobili signore di Santa Caterina del Cassaro, chiostro questo che per ricchezze e pel magnatizio grado delle moniali di lui costituenti distintissimo in Palermo rendesi.
Amministrando intanto l'istesso di Emmanuele tutte queste Opere maggiori e minori qual'esse furono (è ben che si dica) sempre con plauso ed esemplare assistenza, come dovea, umiltà usando, dolcezza e generosità coi sudditi, ebbe la vanità virtuosa di lasciare in tutte esse Opere la memoria del suo bel nome, con pitture e lapidi, stampe e con scritti, fatti marcare su le tavole e mura, perchè quasi a brillare la si facesse sempre perenne la beneficenza e ne spiccassero vieppiù sonanti gli ornati delle stesse Case.
Ebbe egli in gran vanto poi finalmente d'impiegar sua opera in servigio di tutti due insieme essi corpi pubblici, voglio dire la Patria e il Regno, e questo anche tutto in un tempo, col valor della penna che lo movea in ciò fare e col valor sommo del capitale della distinta letteratura di cui era bello, e con ciò, al tempo istesso, così coll'uso di tale dote recare a sè onore di troppo conto, prezio e conseguenza.
Or in questa studiosa occupazione fu a consumare sempre i suoi giorni sì primitivi che di gioventù e senili, ma, ciò osservando, trasse a sè il danno di molto accorciarseli dal dato termine dell'uman destino (francamente può dirsi), stante la strabocchevole applicazione e studio diuque noctuque che per l'attacco alla virtù e per l'onor di sè stesso v'impiegò in difesa. Avvenne difatti, per questo capo, di vedersi obligato più d'una volta il prete che sugli anni di ragazzino ne ebbe la cura in casa come di lui aio e governatore a trarlo a forza dal tavolino di studio, che più in esso del giuoco trovava divertimento. I prefetti poi in seguito stranier toscani a far lo stesso furori portati nel fu Colleggio imperiale e poi borbonico de' Padri Teatini in cui allevato fe' le sue comparse.
Altro piacer, che nel sapere io provo:
ma piacer quanto rio e a vita infesto.
E, in verità, non v'ha mal più forte al mondo quanto lo studio per la salute dell'uomo, di cui qual sorda lima rode le forze e a poco a poco, e talvolta ratto, al sepolcro il mena.
Nove opere di umane lettere in foglio e in minor sesto insieme mandò alla luce de' rami in varij tempi, delle quali le più cospicue, che han fatto grido appo i dotti, sì tra' nostri che di là de' monti e largo, co' quali tenne carteggio e grido, e appo anche delle Accademie quasi tutte della Sicilia, che l'ebbero in socio, onorandolo co' i primi onori e gradi, sono quelle della Sicilia nobile per cinque corpi in foglio e le altre de' Grandi Uffizij del Regno, che negli Opuscoli siciliani del prior Di Blasi sparsamente in sette tomi contengonsi. Non dico poi del numero delle opere inedite e dotti commentarij da esso lui dati a buon termine vergati a penna in varie materie di sublimi scienze, come filosofiche, di antiquaria, dipplomatica ecc., mentre non è credibile averne lasciate fino alle duecento in numero, uscite tutte dalla sua unica instancabil mano: cosa questa che dà ragione di strasecolare e recar stupore a taluni e a moltissimi d'inarcar le ciglia, in considerare che la vita di un uomo, cioè della di lui sola persona, a produrle compite e colme appieno di buoni voti si sia fatta bastevole.
E, in verità, è così di esse opere sorprendente il numero, che per darne avviso e ragguaglio al pubblico, col breve saggio delle imprese ed assunti che in quelle accolgonsi, bisognò farne correre per via de' torchi sul 1791, e nel 1794 in seconda edizione, un volumoso largo catalogo, facendosi propria a tutto dritto la lode che diè Valerio Massimo a Crisippo, greco filosofo, scrivendo: Cuius studium in tradendis ingenii sui monumentis tantum operae laborisque substituit ut adeo quae scripsit penitus cognoscenda longa vita sit opus.
Quae mens sufficeret, tantis quae pectora curis, sarà bene dire con Claudiano:
Quae mens sufficeret, tantis quae tempora libris.
Dignus cui nomen superas evadere ad auras
et Patriae lumen merito queratur in illo.
Stampa, questa, appunto, di ruolo di libri toccata di sopra che a lui partorì l'effetto di divenir poi la sua casa un luogo di vivo liceo, con frequenza di letterati e virtuosi, che nel consultare di qua e di là quei libri pe' loro studij il di lui talento ne ammiravano e ne veneravano il personale.
Di taluni pochissimi scrittori greci han sì adito simili prodigij, cioè di compilar fatiche di cento e cento opere lasciate in pergamene e scritti, ma questo far lo poterono perchè a' loro tempi, da noi assai lontani, la natura umana contava più giorni e non declinata spossata veniva come ne' nostri. La sola opera de' Diarij palermitani, che ci dà esatta e minuta contezza della patria nostra moderna storia dal 1745 fino al 1795, ingombra viene da 19 tomi in foglio, e l'altra opera, che tiene il titolo di Opuscoli palermitani, contenente notizie ed erudizioni miscellanee patrie, si fa costare di 34 tomi. Or queste due opere son capi d'opere e noverar possonsi e luogo aver degno appo la repubblica nostra letteraria sicola; quali opere intanto, tante quante siansi, sì edite che anecdote come si voglia, si fan luminose di copiosi minutissimi indici per animarne più al vivo i corpi e le materie, onde facilitarne assai franche le cognizioni; e tutte queste oggi di pianta, tali quali sono, alla Patria donansi, facendole passare in proprietà nella Biblioteca civica senatoria mercè la eroica generosità dell'autore, che in vita gliene avea fatto la donazione.
Potrà dirsi dunque il nostro marchese per essa non solo largizione, ch'è molto considerevole appo i letterati, quanto pe 'l tutto altro suo fare virtuoso e spirito di patriottismo, che non ebbe pari in pro di Palermo e della Sicilia tutta, padre vero della Patria, qual altro Pirri, Auria e Mongitore. Gliene fe' la donazione, torno a dire, in vita, pel gran consiglio cioè di poter in appresso e sempre o mai sempre la gioventù studiosa e 'l generale de' letterati a lor bell'agio e senza riserba servirsi de' suoi dati libri e pell'onore poi della nazione e della Patria tutto in un tempo ne profittassero. Vir amator, dunque, è ben recitarne le sacre parole, civitatis et boni audiens qui pro affectu pater appellabantur.
L'amor proprio pure in tal consiglio vi ebbe sua parte (non è bene ometterne il dire), cioè di non aver possuto ei lasciar miglior padre e curatore a' suoi figli, quali sono i detti suoi libri e parti letterarij, dovendo abbandonarli morendo, che la Patria stessa di cui avea ricevuto l'essere, e comechè da lei per atto di gratitudine non potranno essere trattati essi libri con altrimenti che con materno affetto, stima e venerazione.
Se questa sia lieve benemerenza cattatasi il nostro illustre difonto su tal virtuoso scientifico talento appo il pubblico mel dica la grandezza lo stesso Cesare nostro oggi Serenissimo (che Dio feliciti per nostra sorte) quando nell'investitura salutollo un giorno di conte in Regno, come nel secondo capo notificai, colle seguenti parole: Deque Patria, deque tota Sicilia optime meritus, e 'l confermi insieme il nostro Magistrato eccellentissimo col permesso a lui dato di porre l'aquila palermitana su i marmi per coronare di gloria vieppiù il mausoleo al primo istante di fabbricarlo, col dire nello svolazzo: Sic meritum Patria suum hic colit civem, e con essa aquila starsene sotto, dolente e messa in atto di piangere, col permesso pur del Governo, la figura della Sicilia, attorniata da Mongibello, dal Castellaccio di Morreale e dalle colonne insieme del tempio di Segesta, colle spighe di grano alle mani e co' i suoi noti emblemi delle tre gambe.
Con tai monumenti poi van d'accordo l'epigrafe sepolcrale che in detta tomba di marmo leggesi: Librisque editis cumque anecdotis ad res siculas missis innumeris admirandi incliti et hinc de Patria deque tota Sicilia optime meriti per chartas Caesaris et per numismata unaque ex populi consonis suffragiis e la finale iscrizione con essa unisone che si ha nel pittato volto di sua persona e che ne' due ultimi versi va a ravisarsi: Quis neget haec magnatitia, cioè pelli acquisti fatti de' feudi:
At quanto plus grandia in illis
quae ad Patriae cultum prodidit historiae
Per la virtù adunque e per la coronide eccelsa di essa virtù venghiamo a conchiudere il nostro cavaliere di Emmanuele alma grande, che Iddio abbia in cielo; e così il credo sicuramente, perchè il cultore e figlio delle virtù, immagin di Dio, mai può patire dannazione, gloria egli del suol sicano ed ornamento e pegno di essa virtude amabilissimo: Non habuit virtus pignus amabilius.
Va a tenere egli non poche copie della sua effigie date in rame nonchè a pennello e portare in esse la collana in petto d'oro della virtù col geroglifico della colonna posta perpendicolare al sole, col motto delle Umbrae nescio, ch'è il distintivo proprio delle virtù; sicchè, vestito di tali doti, il trapassato oggi di Emmanuele, mettendo noi in un punto di veduta tutti gli elogij che a lui fin ora si son prestati, degno esso rendesi, o popoli, generalmente de' vostri applausi, quando lo gridate lume di patria, sebbene da qui innanzi, me servendo, avete obligo di appellarlo padre, qual altro Pirri, Auria e Mongitore, nobili, quando il stimate degno della vostra venerazione, scienziati, de' vostri encomij, giacchè il grand'uomo pella virtù sen' vive a Dio diletto e a' suoi santi caro benefattor surse di suo retaggio e pella virtù padre della Patria generalmente proclamato venne.
La sua fama lasciata in Dio, la sua virtù al mondo, i feudi acquistati alla famiglia: la piena osanna della voce del popolo più del mio dire su tali officij vi fan giurare. Giustamente quindi e meritamente a voi torno a esporre, quanti or qui siete di mia udienza, magnati nobili e onesti cittadini, che con tanto mio onore vi degnaste fin'ora e compiacete ascoltarmi, tenere benissimo raggion di piangere la perdita che avete fatto di un sì tanto benefacente cittadino. Consolatevi però al tempo istesso nel dirvi che per voi e con voi presente in tutti i tempi vegnenti rimane egli e scuotesi, portando essi voi li sguardi nelle private pittate sue immagini, che non son poche in casa appo i suoi congionti, nelle marche de' marmi pubblici, nelle medaglie di sua persona e ne' rami de' torchij.
Vive chiaro e immortal ne' scritti sui e molto più vi lenisce alfine il pianto la trionfante pompa del mausoleo che qui a voi per pochi passi si fa d'avanti in questa istessa gusmana real basilica, unita all'altra della prima moneta che vi si offre a mano, fusa in Palermo sul 1754 in argento e rame in di lui onor singolare e in prezioso monumento del suo gran nome, col busto di esso all'esergo e 'l motto al rovescio del Non habuit virtus pignus amabilius. Motto questo poi finalmente che chiaramente già prima da me intuonasi nel primo capo della presente laude per motto principe dell'argomento, ora io ripeto pe 'l punto postremo dell'orazione, alla quale, non senza lagrime più io di voi, scandagliando il fondo del merito del mio difonto, perchè quasi sempre statovi a lato in spiritual parentela, e contro mia voglia, devo dar termine.
Ho detto.

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